Il Canvetto del Cadagno

Il Canvetto del Cadagno

Da www.liberatv.ch

“Il primo ricordo del Canvetto? Beh, da bambino ai vecchi tempi della corsa in salita Piotta-Ritom, che terminava appunto al Canvetto di Cadagno, allora gestito dal Carletto Mottini, recentemente scomparso. Oppure sempre da bambino durante le feste per il giorno dell’Assunzione, “i fésct det la Madona”, con il tiro coi piombini.
Il Canvetto era un’istituzione, che si consolidò con la gestione dell’amico Carlo “Charly” Chiaravallotti, e dove le feste si seguivano durante tutta l’estate, sin dall’inizio della stagione di pesca. Infatti, la sera antecedente il 1° giugno, il Canvetto diventava il punto di ritrovo per chi attendeva l’apertura della pesca sui laghetti alpini, per poi continuare durante tutta l’estate. Dieci anni fa con la Lega dei Ticinesi tenemmo una festa del 1° Agosto al Canvetto, con lo stesso spirito di sempre: festa patriottica tra amici e allegria.
E poi, professionalmente quando mi occupavo della promozione della Regione Ritom-Piora, il Canvetto e la capanna Cadagno erano punti di appoggio importanti. Senza dimenticare il bagno autunnale nel Cadagno, come “ex-voto” per l’elezione in Consiglio di Stato. Ora il Canvetto come lo abbiamo conosciuto noi non c’è più, andato in fumo; i ricordi, le emozioni e i volti amici conosciuti al Canvetto del Carletto di Cadagno, questi invece rimarranno per sempre vivi in noi”.

Fatti del Palapenz Gobbi assolve gli agenti presenti

Fatti del Palapenz Gobbi assolve gli agenti presenti

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 novembre 2018 del Corriere del Ticino

Gli agenti intervenuti nel corso della serata pubblica sul centro d’asilo Pasture, organizzata il 25 settembre al Palapenz di Chiasso e poi degenerata in seguito alle proteste di alcuni manifestanti, «hanno agito nel rispetto della proporzionalità». Per questo non gli può essere rimproverato nulla. Il consigliere di Stato Norman Gobbi nel corso della seduta di Gran Consiglio di ieri ha risposto all’interpellanza inoltrata qualche settimana fa da Matteo Pronzini (MPS), che aveva ad esempio chiesto perché i due consiglieri di Stato presenti in sala non erano intervenuti (vedi CdT del 28 settembre). Gobbi ieri ha però rispedito le accuse al mittente, spiegando che non ci sono stati abusi e che l’intervento degli agenti si è reso necessario per il comportamento brusco dal punto di vista verbale dei manifestanti e per gli alterchi nati in sala. Le risposte di Gobbi non hanno soddisfatto Pronzini che ha prontamente rilanciato citando le testimonianze di alcuni presenti al Palapenz il 25 settembre. A questo punto il direttore del Dipartimento delle istituzioni si è però detto «stanco delle testimonianze in terza persona. Se qualcuno si sente leso dall’intervento della polizia può segnalarlo alle autorità giudiziarie».

Giornata cantonale sull’integrazione 2018

Giornata cantonale sull’integrazione 2018

Comunicato stampa

In Ticino la politica d’integrazione è stata adattata alle misure attuate in ambito di migrazione dalle Autorità cantonali e federali: i cittadini stranieri sono pertanto seguiti con regole e procedimenti ben definiti nel loro percorso d’integrazione. È uno degli aspetti principali emersi nel corso della conferenza stampa odierna per presentare le novità che concernono l’integrazione in Ticino e la giornata cantonale che avrà luogo sabato 24 novembre 2018 a Mendrisio.

Al momento informativo, che ha avuto luogo nella Sala del Consiglio comunale del capoluogo del Mendrisiotto, hanno preso la parola il Consigliere di Stato Norman Gobbi, il Delegato cantonale per l’integrazione Attilio Cometta e il Municipale della città di Mendrisio Giorgio Comi.

“Migrazione e integrazione sono due ambiti che non possono essere sconnessi tra di loro”, ha esordito il Direttore del Dipartimento delle istituzioni. Nel rispetto del federalismo svizzero il Canton Ticino è chiamato ad attuare le misure definite dalla Confederazione in materia di legge sugli stranieri e di asilo: per questo motivo le politiche d’integrazione seguono di pari passo quelle della migrazione. In questo senso il cittadino straniero che giunge sul territorio cantonale è seguito dai servizi in un percorso ben definito per consentire di comprendere da subito usi e costumi svizzeri.

Dando seguito a questa impostazione alcuni nuovi progetti saranno avviati nel corso del 2019 nell’ambito della scuola e della formazione. “In scuola” è uno dei progetti che intende approfondire le tematiche legate all’offerta (natura, obiettivi e qualità), alla realizzazione (efficacia ed efficienza) e alla messa a disposizione delle misure e delle azioni presenti sul nostro territorio. Inoltre, sarà messo l’accento anche sulla qualità dell’insegnamento della lingua italiana; il primo requisito fondamentale per attivare il processo d’integrazione.

In quest’ottica si inserisce la nuova giornata cantonale dell’integrazione che da quest’anno presenta un nuovo approccio: da evento per addetti ai lavori è diventata una manifestazione aperta a un pubblico più ampio. L’obiettivo della giornata – che avrà luogo sabato 24 novembre 2018 a Mendrisio – è quello di avvicinare e sensibilizzare la popolazione nonché di valorizzare il lavoro nell’ambito dell’integrazione promosso e attuato dagli enti locali ticinesi. I dettagli e il modulo per l’iscrizione sono disponibili sul sito internet del Delegato per l’integrazione degli stranieri.

Guardie di confine e Dipartimento Istituzioni rispondono a Salvini

Guardie di confine e Dipartimento Istituzioni rispondono a Salvini

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 19 novembre 2018 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11117130

 

Da www.ticinonews.ch

Procedure di riammissione: “Dall’Italia accuse infondate”
Gobbi aggiunge che “tutti coloro che vengono presi in entrata dalle Guardie di Confine vengono verificati nelle loro intenzioni”

Continua a far discutere in Italia e in Svizzera il video-inchiesta pubblicato due giorni fa da SkyTG24.
Il dito è puntato contro le procedure di riammissione di migranti seguite dalla Svizzera. Il quadro tracciato è inquietante così come le accuse mosse alla Svizzera.
Si parla di riammissioni fuori dalle procedure di Dublino. Dunque, di fatto, irregolari. Secondo l’inchiesta ogni mese le autorità svizzere procederebbero a trasferimenti di centinaia di migranti sulla base di questo accordo bilaterale del 1998 superato, si dice nel servizio, dagli accordi di Schengen e dallo stesso trattato di Dublino.

Ma è davvero così? Non secondo le Guardie di Confine, che hanno risposto a TeleTicino come l’accordo bilaterale sia in realtà applicato solo per chi intende transitare dalla Svizzera senza fare domanda d’asilo. Dublino vale per chi chiede asilo o protezione. Ma l’inchiesta va oltre parlando addirittura di trasferimenti notturni a cavallo della frontiera. In alcuni casi di minori. Oppure di persone che arrivano da paesi come la Germania che con l’Italia non hanno nulla a che fare.

Tesi infondate secondo il Direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi, che si esprime così ai microfoni di TeleTicino: “Queste accuse formulate da alcuni avvocati comaschi sono prive di fondamento. Tutti coloro che vengono presi in entrata dalle Guardie di Confine vengono verificati nelle loro intenzioni e anche per quanto riguarda la sicurezza. Questo ci permette di dire che la riammisisone semplificata verso l’Italia funziona. Dove Guardie di Confine e Polizia Cantonale svolgono questo compito ci sono anche le autorità italiane proprio per coordinare le riammissioni, che possono avvenire anche durante la fascia notturna. Il centro di Rancate serve a tenere dalle 22 alle 6 questi migranti su territorio svizzero proprio per la collaborazione con l’Italia”.
Secondo Gobbi, la prassi è consolidata e l’accordo del ’98 – anche detto d’ammissione semplificata – è valido.
“Mi sono confrontato anche su questo con Salvini nel nostro incontro avvenuto nel mese di settembre. Lui ha detto che facciamo come i francesi, rispedendoli in Italia. Noi abbiamo detto che lo facciamo in maniera coordinata con le autorità italiane e non prima di aver controllato i migranti”, precisa il Consigliere di Stato.
Nessuna frattura neanche a livello diplomatico. Malgrado le prime dichiarazioni riportate dai media non sembra esserci alcuna frizione nemmeno con il vicepremier Matteo Salvini.
“Ho sentito oggi Molteni, sottosegretario al Ministero degli Interni e braccio destro di Salvini. Ci siamo confrontati dicendo di verificare se ci sono elementi concreti e in tal caso cercheremo di risolvere i problemi, conclude Gobbi.

Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Da www.rsi.ch/news

La tesi nella chilometrica risposta del Consiglio di Stato alle interrogazioni Pronzini e Lepori

Ecco perché il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha partecipato a una cerimonia in onore dei veterani della P-26…

Non è una risposta classica quella data dal Consiglio di Stato ai deputati Matteo Pronzini (MpS) e Carlo Lepori (PS).
Non lo è per il suo numero di pagine, 24 (ventiquattro!), non lo è per la ricchezza di riferimenti bibliografici con ben 78 (settantotto!) note a piè di pagine e – infine – non lo è per il lungo tempo intercorso dal primo degli atti parlamentari datato 16 marzo (8 mesi!).
Non lo è soprattutto per il giudizio sull’organizzazione segreta tanto controverso da far scrivere al Consiglio di Stato che al suo stesso interno le “sensibilità possono essere considerate variegate, per non dire contrapposte”.

Otto mesi e due interrogazioni dopo, il Governo risponde ai deputati di sinistra e la risposta pare un piccolo sunto di storia politica svizzera.
Nelle prime 17 pagine del documento infatti l’Esecutivo ripercorre con dovizia di particolari il periodo storico dalla seconda Guerra Mondiale alla caduta del muro di Berlino, i rapporti tra Stati e il ruolo della Svizzera nel periodo bellico e durante la cosiddetta guerra fredda.
Lo fa attingendo a fonti storiche e documenti di politica federale, prima fra tutti il rapporto della Commissione d’inchiesta del 1990 (di cui era co-presidente l’ex Consigliere Nazionale socialista Werner Carobbio) e il “Rapporto Cornu”, l’indagine del giudice istruttore che nel 1991 analizzò i rapporti tra l’organizzazione P-26 e altre organizzazioni analoghe all’estero.

La scoperta della P-26, coincide con il risveglio dalla Guerra Fredda.
È il 1990 quando improvvisamente questa sorta di “esercito segreto” creato nel 1981 emerge dai bunker della Storia. Ma per poterla comprendere pare suggerire a suon di citazioni il Consiglio di Stato è necessario comprendere lo spirito dei tempi e il contesto storico, anche quello in cui si svolsero le inchieste e stilati i rapporti. Nessun esercito deviato né un’organizzazione sovversiva privata – spiega la risposta – sebbene agisse esternamente all’amministrazione federale per far fronte a una possibile invasione da Est. Tanto che la stesso rapporto della CPI ricorda di non poter “attribuire nessuna intenzione di malafede ai membri stessi dell’organizzazione” e che per il Consiglio federale l’attività della P-26 “non sempre compresa era tanto pericolosa quanto giustificata”. Un’organizzazione parallela, la P-26 che “in Ticino era costituita da 6 regioni” e che quando fu disciolta “contava 44 membri ancora in formazione”.

Una realtà discussa, ma certamente discutibile sembra ammettere il Consiglio di Stato ma rispondendo agli atti parlamentari si sottolinea come nell’estate 2015 Norman Gobbi “non ha partecipato a un’operazione di riabilitazione della P-26, perché tale non era” e lo ha fatto “in risposta a un invito esplicito del Consiglio Federale”. “Una cerimonia – risponde l’Esecutivo – per ringraziare” chi ha dedicato del tempo “a un tassello importante, seppur discusso, della difesa integrata svizzera”. Pur ammettendo che l’interrogativo dei deputati sia “retorico”, citando l’allora Consigliere Nazionale Pascal Couchepin, il Governo sembra altresì cercare di contestualizzare la risposta di Gobbi al Caffè quando definì un “rapporto unilaterale” quello di Werner Carobbio ricordando non solo le lodi ma pure le critiche rivolte alla CPI durante il dibattito il Consiglio Nazionale.

In conclusione, seppure non sorprendendo, il Consiglio di Stato ribadisce come non ci sia stato nessun tentativo di “revisionismo” da parte di Gobbi, soprattutto sottolinea l’Esecutivo nell’accezione che “erroneamente” lo associa al “negazionismo”. Un giudizio fermo ma pure delicato tanto che nell’ultima pagina il Governo ammette di non essere stupito dal fatto che la continua pubblicazione di studi e analisi dei fatti della storia recente “aprano un dibattito nel quale chiunque può prendere posizione secondo le proprie ideologie e convinzioni. Anche i singoli Consiglieri di Stato”. Un chiosa che lascia intuire quanto possano essere distanti i giudizi all’interno dello stesso consesso governativo.

Quanto tempo per redigere questa risposta? “Seppur difficilmente calcolabile – chiosa la risposta – si quantifica in settimane di lavoro”. Chissà se saranno sufficienti per soddisfare gli interroganti e per smorzare i toni polemici che hanno accompagnato gli atti parlamentari, anche se c’è da scommettere anche dopo questa risposta il giudizio sulla P-26 continuerà a far discutere.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-e-la-P-26-non-%C3%A8-revisionismo-11117058.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 novembre 2018 de La Regione

Gobbi partecipò alla cerimonia per i membri della P-26 ‘in risposta a un invito del Consiglio federale’

Sì, il consigliere di Stato Norman Gobbi nel 2015 partecipò a una cerimonia in onore dei 44 ticinesi che fecero parte della P-26. Una cerimonia privata, ma non ‘segreta’, specifica il Consiglio di Stato rispondendo (in 24 pagine fitte d’informazioni) a tre distinti atti parlamentari presentati da Matteo Pronzini (Mps) e Carlo Lepori (Ps) a marzo e settembre. Gobbi – scrive il governo – “ha partecipato a un evento organizzato in risposta ad un invito esplicito del Consiglio federale”. Invito formulato in primis dal consigliere federale Ueli Maurer nel 2009, in cui si chiedeva di rendere onore a chi aveva servito la Patria. Per questo, lo scopo dell’evento ticinese “non era quello di riabilitare o onorare la P-26 – prosegue la risposta –, bensì di riconoscere ai suoi membri l’impegno e la dedizione profusi a favore dello Stato”. Costituita ad inizio degli anni Ottanta, l’organizzazione segreta aveva il compito di preparare una resistenza interna in caso di occupazione della Svizzera da parte di potenze straniere. Una strategia che fondava le radici nella guerra fredda. La sua esistenza fu rivelata nel 1990 e fece parecchio discutere, tanto da portare all’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta federale di cui fu vicepresidente il ticinese Werner Carobbio. Commissione che, aggiunge il governo, assolse “i partecipanti” all’organizzazione: “Le censure della Cpi – scriveva la Cpi – non si riferiscono ai membri [della] P-26, bensì ai loro ideatori e a coloro che ne hanno la responsabilità politica”.