Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione dei Comuni ticinesi (ACT)

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione dei Comuni ticinesi (ACT)

Giovedì 22 novembre 2018 – Lugano, Sala del Consiglio comunale

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,
prima di tutto vi ringrazio per l’invito alla vostra assemblea, che mi dà anche l’opportunità di aggiornarvi su due importanti dossier: il Piano comunale delle aggregazioni (PCA) e Ticino 2020.

Permettetemi di iniziare questo mio intervento con una premessa che ritengo doverosa: quando parliamo di autonomia comunale facciamo riferimento ai compiti promossi a livello locale e che per legge non sono attribuiti né alla Confederazione né al Cantone.
Come recita la Costituzione cantonale, questa è definita “autonomia residua”.

Negli ultimi 20-25 anni la mappa dei Comuni è stata ridisegnata in ossequio alla visione cantonale della politica aggregativa e dei suoi obiettivi a medio-lungo termine che, appunto, ha quale perno centrale la rivitalizzazione e l’attribuzione al Comune di maggiore autonomia.
Stiamo quindi assistendo a varie trasformazioni, che hanno mutato le realtà locali e che possono essere riassunte attraverso alcune cifre significative: all’inizio del millennio i Comuni erano 245, ora sono 115 e tra poco più di un anno il loro numero potrebbe scendere a 107; nel 2000 la popolazione media era di poco superiore ai 1’200 abitanti, mentre oggi se ne contano quasi 3’100; le risorse fiscali medie pro capite sono passate da 3’397 a 4’129 franchi.
Ma la statistica che ritengo più eloquente si riferisce al moltiplicatore politico: in un breve lasso di tempo, il numero dei Comuni con un’aliquota pari al 100% è passato da 112 (16% della popolazione) a 15 (2%).
Cosa significa?
Significa che mediamente l’ente locale ha visto migliorare la sua situazione finanziaria, cosa perfettamente aderente agli intendimenti del Cantone.
Un risultato raggiunto anche grazie ai 120 milioni di franchi stanziati dal Cantone quali misure di risanamento nell’ambito dei diversi progetti aggregativi finora condotti.
Oggi possiamo quindi parlare di “Comuni potenzialmente rivitalizzabili”, ai quali sarà possibile restituire parte delle competenze strategiche e operative che gli sono state tolte o che non gli sono state attribuite nel tempo.
Si tratta di competenze che gli spettano soprattutto in considerazione del loro interesse prevalentemente locale. Di conseguenza, il ruolo stesso del Comune potrà riprendere quota.

Le ragioni che nel corso dei decenni ne avevano progressivamente ridotto il peso specifico sono diverse. Ne cito alcune in ordine sparso: una dimensione a volte insufficiente, un’incapacità amministrativa non generalizzata ma comunque qua e là presente, risorse limitate e non di rado retribuite in maniera troppo eterogenea.
La somma tra due o più di questi fattori, o anche uno solo di essi, ha comportato l’impossibilità di fornire ai cittadini risposte commisurate ai loro bisogni, generando uno scollamento che va invece assolutamente evitato.

Il PCA si muove proprio nel solco della necessità di allineare le “capacità” dei Comuni ticinesi con i bisogni dei cittadini: in assenza di tale equilibrio, il Comune perde sostanza e senso, ciò che si riverbera negativamente sul Cantone. Muoversi in questa direzione genera quindi benefici di cui tutti possono approfittare.

Il PCA va dunque considerato uno strumento strategico concepito per indicare in modo trasparente e previsibile la visione cantonale. Esso, quale punto centrale, prevede un’attivazione “dal basso”, priva di ogni e qualunque imposizione: in linea di principio mai e poi mai dal Cantone arriveranno dei diktat, non esistono ricatti. Si tratta quindi di una maturazione che nella sua fase nevralgica avviene alla base e che pertanto, come detto in precedenza, conferisce giusto e giustificato risalto al ruolo del Comune.

Il mio Dipartimento ha fatto la sua parte, tenendo in debita considerazione le vostre aspettative: il PCA, nella sua stesura definitiva, dà seguito alle indicazioni dei Comuni, confermando le misure più largamente condivise e lo stralcio di quelle dalle valutazioni contrapposte o poco condivise.

C’è ovviamente il rovescio della medaglia: se da un lato l’ideale Comune ticinese del prossimo futuro potrà godere di un’autonomia strategica e operativa maggiore, dall’altra dovrà essere capace di assumersi la totale responsabilità del suo operato, adeguando ad esempio le proprie strutture organizzative, le competenze interne e gli strumenti che ne determinano il funzionamento.

L’obiettivo inserito nello studio “Il Cantone e i suoi Comuni, l’esigenza di cambiare”, che di fatto ha dato il via nel 1998 alla Riforma istituzionale dei comuni ticinesi, resta dunque quanto mai d’attualità: l’intendimento era e rimane quello di ridare al Ticino un panorama di Comuni forti e attivi, recuperando la vitalità e la progettualità e rafforzandone struttura e capacità amministrativa.

A titolo informativo, vi segnalo infine che a metà dicembre il messaggio concernente il PCA sarà trasmesso al Parlamento.

Detto questo, concludo con un paio di annotazioni relative al progetto Ticino 2020.
Gli intendimenti di fondo sono noti e così riassumibili: partendo da una nuova geografia comunale, disegnata dalle aggregazioni finora realizzate, viene proposta una revisione strutturale dei compiti e del flussi esistenti, che implicano a loro volta la riconfigurazione del sistema perequativo – perno della storica solidarietà fra i Comuni stessi – e la riorganizzazione dell’amministrazione cantonale e comunale, come spesso auspicato anche dall’opinione pubblica.
La riforma non mira a semplici correttivi, bensì a ripristinare un sistema istituzionale performante, lineare e trasparente, un’inversione di tendenza che permetterà di rafforzare la capacità di azione soprattutto a livello locale, in nome di un principio molto importante: la prossimità tra il cittadino e le autorità.
Anche qui occorre essere chiari e pragmatici: il successo di questo progetto dipende in modo sostanziale da fattori quali la fiducia reciproca e l’impegno di tutti a voler ricercare la soluzione migliore per il cittadino. Mancassero queste premesse ben difficilmente arriveremo a ottenere i risultati che ognuno di noi in cuor suo si attende.

La mia speranza è che si riesca a creare un clima costruttivo che, attraverso un dialogo franco, aperto e propositivo, conduca a soluzioni condivise.
Vi ringrazio.

Tre Valli: le aggregazioni che zoppicano

Tre Valli: le aggregazioni che zoppicano

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 22 novembre 2018 del Corriere del Ticino

Dopo la nascita di Riviera gli altri progetti di fusione vanno a rilento o sono finiti nel freezer
Cantiere delle aggregazioni comunali immobile nelle Tre Valli. Dopo la riuscita del progetto-Riviera nel 2017, quasi tutto si è fermato. A cominciare dal Comune polo. «Siamo aperti alla discussione ma il tema al momento non è una nostra priorità» afferma da noi contattato il sindaco di Biasca Loris Galbusera. Il quale aggiunge che sarebbe stato «poco elegante avviare un discorso con il Comune di Riviera appena nato». Da parte sua la Leventina presenta le solite difficoltà. In bassa valle Giornico, Bodio, Personico e Pollegio proseguono a rilento. «Stiamo lavorando» si limita a dire il presidente della Commissione Renato Scheurer. Intanto le discussioni tra i cinque Esecutivi dell’alta Leventina sono finite nel congelatore fino al 2020. «Rimango convinto che l’aggregazione sia una buona idea ma non se n’è più parlato, forse a causa del fatto che ognuno è impegnato con le rispettive problematiche», spiega il sindaco di Quinto Valerio Jelmini, evidentemente alle prese con la futura Valascia. «Attendiamo che qualcuno prenda l’iniziativa, magari dall’esterno», aggiunge. «Anche noi siamo impegnati su altri fronti» conferma il sindaco di Airolo Franco Pedrini. Chi ha lavorato maggiormente in questo dossier sono i bleniesi, con le tre fusioni realizzate sulla cui scia qualcuno aveva ipotizzato l’inizio delle discussioni per unire l’intera valle. Ma non è più un tema. «È troppo presto e personalmente ritengo debba passare un’altra generazione per questo tipo di discorso», spiega il sindaco di Acquarossa Odis Barbara De Leoni secondo cui occorre prima consolidare le realtà attuali. La riflessione è prematura anche per la sindaca di Blenio Claudia Boschetti Straub. Della stessa opinione Luca Bianchetti, alla testa del Municipio di Serravalle: «Noi siamo solo alla seconda legislatura, credo se ne potrà parlare tra una decina d’anni».

Dal Cantone nessuna pressione
Il Piano cantonale delle aggregazioni prevede Comuni unici in Alta e Bassa Leventina. Se per la bassa la Commissione è al lavoro, il progetto dell’alta valle è fermo. Il Cantone intende intervenire per fornire un input? «È doverosa una premessa – risponde il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – Il Piano cantonale delle aggregazioni non è una riforma imperativa e indica in modo trasparente la visione cantonale. Il Cantone non vuole infatti decidere a tavolino il destino obbligato degli enti locali ticinesi, a meno che si tratti di realtà in oggettiva e chiara difficoltà. Per questo motivo è data totale autonomia ai Comuni di proporre progetti aggregativi, favorendo quindi un’attivazione ‘dal basso’.». In questo senso, aggiunge, «sicuramente nel prossimo anno, dopo che Governo e Parlamento avranno detto la loro sul messaggio che concerne il PCA, valuteremo con quali modalità attivare una promozione ulteriore delle politiche aggregative in valle. Ma è musica del futuro».
E per quanto riguarda il caso particolare di Biasca, che pure attualmente non lavora ad alcun progetto in ambito aggregativo, come si pone il Dipartimento? «Anche in questo caso vale la premessa iniziale: la riforma cantonale prevede di dare spazio alle proposte che si attivano ‘dal basso’ – risponde il consigliere di Stato – Lo scenario che concerne Biasca comprende un’unione con il nuovo Comune di Riviera nato lo scorso anno dall’aggregazione di Cresciano, Iragna, Lodrino e Osogna. Il giovane Comune del Distretto è diventato realtà da poco e prima di valutare una nuova aggregazione occorre concedergli del tempo affinché cresca e si stabilizzi. Sarà poi il tempo a dire come e se sarà il caso di valutare un ulteriore cambiamento».