«Dai ticinesi la risposta migliore»

«Dai ticinesi la risposta migliore»

Da www.cooperazione.ch

Il bilancio (provvisorio?) sulla pandemia di Norman Gobbi, presidente del Governo del Canton Ticino: i rapporti con la Confederazione, il flusso dei frontalieri, il ruolo dello Stato maggiore di condotta, l’esautorazione del Gran Consiglio. E sull’obbligo delle mascherine.

Norman Gobbi, come presidente del Governo lei ha ereditato un Consiglio di Stato che verrà ricordato per un clamoroso “disallineamento” dal Consiglio federale.
Ciò è oltretutto avvenuto in un contesto pandemico in cui il “sistema Paese” appariva come l’unica base di lavoro attuabile…

È stato difficile, ma necessario e coerente. Non cercavamo un fronte di rottura, ma dovevamo rispondere a una crisi che in Ticino stava toccando più profondamente che altrove il territorio e la popolazione nel suo intimo e nei suoi affetti. Siamo stati i primi ad averci a che fare e in proporzione eravamo i più colpiti dalla pandemia. La necessità assoluta di rispondere alle preoccupazioni – espresse in primo luogo dai nostri specialisti – non corrispondeva alla percezione che se ne aveva a Berna. Abbiamo dovuto forzare la mano. La ricucitura si è avuta con le riaperture, quando siamo tornati a viaggiare su un binario comune dettato dalla Confederazione, importante da seguire, anche se non sempre in totale condivisione.

Il 30 giugno è scaduto in Ticino lo stato di necessità durato 112 giorni. Cosa le rimane dei mesi di “apnea sanitaria”?
L’aver saputo svolgere un lavoro di gruppo da consiglieri di Stato, e non da rappresentanti di partito. È successo anche nella burrasca che si è prodotta quando si moltiplicavano i pareri critici su alcuni dei provvedimenti adottati. Sensibilità diverse non sono mancate nello stesso Governo, sottolineando i nostri caratteri. Ma voglio ribadire che la risposta in assoluto più convincente l’ha data la popolazione ticinese, che nel momento di vera necessità ha dimostrato una disciplina stupefacente, al di là di tutti i “cliché” che se ne possano avere.

Con lo Stato maggiore di condotta si è prodotta una inusuale conduzione “bicefala” del cantone in emergenza. Un suo bilancio?
Fortunatamente il nostro Stato maggiore viene allenato regolarmente, anche nella reciproca conoscenza degli individui, fra pregi e difetti. I tedeschi dicono che “nelle crisi bisogna conoscere le persone”. A noi è servito per agevolare i processi e le decisioni durante la crisi sanitaria, nella gestione della crisi a livello Paese e nel passaggio fra le due fasi. Non servivano battitori liberi, ma disciplina.

Per il suo ruolo, e anche per le vicissitudini personali, è emersa in maniera molto forte la figura del medico cantonale.
Giorgio Merlani è stato confrontato con una pressione straordinaria, soprattutto in relazione alle diverse sensibilità sugli effetti concreti del Covid-19 sulle persone. Da una parte c’era chi paragonava il virus a un raffreddore o poco più, dall’altra vedevamo immagini lombarde di morte che suscitavano terrore e angoscia. Sul medico cantonale convergevano enormi aspettative sia da parte della popolazione sia del settore sanitario. Si è dimostrato il profilo giusto al posto giusto. È proprio vero, che quando si scelgono le persone bisogna sempre immaginarsele nel peggiore degli scenari.

L’esautorazione temporanea del Gran Consiglio è stato un provvedimento non immune da critiche…
L’autorità federale ha potuto emanare delle leggi, noi abbiamo assunto decisioni da “pieni poteri”, sospendendo i termini giudiziari, chiudendo le scuole e rinviando le elezioni comunali; misura, questa, che sulle prime mi lasciava tra l’altro molto perplesso. Per altro, era sempre molto presente in tutti noi la consapevolezza che anche nello stato di necessità dovevamo continuare a rendere conto al parlamento; se non nell’immediato, almeno ai tempi supplementari. Il flusso di informazioni con l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio non si è mai interrotto. Lo stesso vale per il potere giudiziario e per i Comuni.

Alle frontiere è andata in scena una sorta di “schizofrenia” politica: a cancelli chiusi continuavano ad affluire frontalieri in gran numero. Per lei, in particolare, un tema oltremodo sensibile. Come ha vissuto quella situazione?
Ci sono bisogni oggettivi che vanno al di là di tutto: il funzionamento del sistema sanitario doveva essere garantito a livello di risorse umane, e c’erano interessi di approvvigionamento del Paese, nel cui ambito alcuni settori sono fortemente dipendenti dalla manodopera transfrontaliera. Comunque, con la chiusura progressiva delle attività siamo passati da 70mila ad un minimo di 9.000 frontalieri al giorno. E anche dopo la riapertura del 90% delle attività ci siamo fermati a un terzo in meno delle entrate. Una gestione attenta dei flussi ha impedito che questa “schizofrenia sistemica”, se così la vogliamo definire, portasse a una propagazione del virus. Enti e aziende hanno fatto la loro parte, capendo una cosa che è importante rimanga: ai sacrosanti interessi di bottega va sempre anteposta una responsabilità collettiva di carattere sociale e ambientale. Auspico un radicamento del concetto secondo cui non si entra su un territorio per predarlo, ma per crescere assieme ad esso.

Rispetto all’artiglieria pesante sfoderata dalla Confederazione, e all’impegno puntuale espresso da diversi Comuni, al Cantone può essere imputata una certa timidezza nel proporre soluzioni o incentivi di carattere economico per uscirne. Concorda?
Volevamo capire cosa si muovesse a livello federale, per evitare un accavallarsi di provvedimenti. Molti dei costi ricadranno comunque sul Cantone, a partire con ogni probabilità da quelli maggiori in campo sanitario. In secondo luogo, parliamo di strategia: l’obiettivo è mantenere una visione non tanto sull’immediato, come invece ha fatto molto bene la Confederazione, quanto sul medio-lungo termine, nel sostegno sociale e nel riorientamento dell’economia, investendo a favore di chi rimarrà senza lavoro.

I dati pandemici hanno ricominciato a crescere, tanto che sono state adottate nuove misure come le mascherine obbligatorie sui mezzi pubblici, ma anche restrizioni per i locali notturni e sul numero degli assembramenti consentiti. Quanto è preoccupato?
Era prevedibile, ed è pure comprensibile, che i giovani facciano più fatica – in queste settimane estive – a rispettare i comportamenti sociali e igienici corretti. Spero si riesca a capire che ognuno di noi ha una forte responsabilità individuale per fare in modo di contenere la curva dei contagi.

Cosa ha imparato da tutta questa esperienza?
Ciò che non credevo fosse possibile, e cioè che un ponderato ragionamento analitico fatto di lunedì può cambiare radicalmente di martedì. È una cosa cui non ero affatto abituato né alla direzione del Dipartimento né nella mia esperienza di conduzione militare. 


Il ritratto
Norman Gobbi è nato nel 1977 ed è cresciuto in Alta Leventina, dove si è stabilito con la famiglia a Nante, frazione di Airolo. È sposato con Elena dal 2008 ed è papà di Gaia e William. È laureato in scienze della comunicazione all’USI. In politica è stato in Consiglio comunale e poi in Municipio a Quinto. Eletto in Gran Consiglio nel 1999, nel 2010 è entrato in Consiglio nazionale, restandovi fino all’aprile 2011, quando è stato eletto nel Consiglio di Stato del Canton Ticino. È tenente colonnello dello Stato Maggiore dell’esercito.

La Centrale Comune d’Allarme adesso è quasi a 360 gradi

La Centrale Comune d’Allarme adesso è quasi a 360 gradi

Da www.tio.ch

Anche i pompieri, col 118, sotto lo stesso tetto della polizia. Una svolta cruciale. 
Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato: «Importante unire nel medesimo luogo gli enti di primo intervento». Il “collega” Christian Vitta: «Sempre più performanti».

https://www.tio.ch/ticino/cronaca/1449243/centrale-polizia-pompieri-allarme-comune

Una svolta cruciale per la Centrale Comune d’Allarme, situata a Bellinzona. Il luogo in cui confluiscono tutti i numeri di emergenza. Oltre a organi come la Polizia cantonale o le guardie di confine, ora anche i pompieri, con il numero 118, finiscono sotto lo stesso tetto. «È importante unire nel medesimo luogo le centrali di allarme e operative degli enti di primo intervento», ha spiegato ai media Norman Gobbi, presidente del consiglio di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni. Gobbi aggiunge: «Negli ultimi anni stiamo facendo ampi sforzi per dotare la Polizia cantonale delle migliori strutture e per garantire la sicurezza in Ticino».

Tempestività ed efficienza
Christian Vitta, direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia, rafforza questo concetto. «Dallo scorso primo di luglio, il 118 è presente presso la Centrale. Quando si parla di richiesta di soccorso, tempestività ed efficienza devono essere imperative. Anche per dare sicurezza ai cittadini. Grazie all’introduzione di questo nuovo tassello, è nata una vera e propria cittadella della sicurezza. Risponde anche a una precisa volontà del Consiglio di Stato. I tempi di intervento saranno compressi. Anche per i pompieri, la gestione quotidiana degli allarmi sarà ulteriormente migliorata. Saranno quindi ancora più performanti».

Miglioramento della qualità
Corrado Tettamanti, presidente della Federazione pompieri Ticino, sottolinea: «Questo è un passo verso un miglioramento della qualità delle prestazioni fornite al cittadino e al territorio. Si tratta di avere un coordinamento immediato con uno dei maggiori partner nell’ambito della protezione della popolazione. Ci sono stati messi a disposizione strumenti innovativi». 

Oltre 400.000 chiamate all’anno
Interviene anche Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale. «Festeggiamo l’arrivo di un nuovo membro all’interno della nostra Centrale. Un luogo che, nell’ultimo periodo, a causa del Covid-19, ci ha messi a dura prova. L’attività della Centrale è comunque aumentata col tempo, gestiamo circa 400.000 chiamate all’anno. Con l’arrivo del 118, avremo circa 35.000 chiamate annue in più. Ecco perché sono stati assunti tre nuovi collaboratori. Da qualche mese abbiamo anche assunto un nuovo tecnico che ci supporta dal profilo informatico». 

In arrivo pure il 144
In futuro presso la Centrale di Bellinzona dovrebbe arrivare anche il 144. Vale a dire l’ambulanza, attualmente ancora a Breganzona. Gobbi conclude: «Quando una persona chiama i pompieri, compone il 118. Ma poi spesso deve intervenire anche la polizia. In seguito, forse, pure l’ambulanza. Un sistema come quello che stiamo mettendo in atto, permette un coordinamento ottimale tra i vari enti».

Un nuovo tassello per la Centrale Comune d’Allarme

Un nuovo tassello per la Centrale Comune d’Allarme

Comunicato stampa

Un nuovo tassello per la Centrale Comune d’Allarme (CECAL). Dallo scorso 1° luglio è stata infatti attivata quale sede ufficiale a livello cantonale di ricezione e trasmissione degli allarmi 118 su rete fissa e mobile. Si amplia in questo modo il progetto per raggruppare sotto lo stesso tetto gli enti di primo intervento a livello cantonale.

L’arrivo del 118 presso la CECAL è stato siglato tramite un’apposita convenzione tra il Dipartimento delle istituzioni (Polizia cantonale) e il Dipartimento delle finanze e dell’economia (Ufficio della difesa contro gli incendi). Questo dopo che nel mese di giugno 2018 il Consiglio di Stato aveva formalizzato tramite risoluzione governativa la disdetta alla Città di Lugano dello sgancio degli allarmi di pertinenza dei pompieri, per il tramite della Centrale operativa della locale polizia comunale. Da inizio mese la CECAL risponde alle chiamate 118 e, nel rispetto dei criteri operativi e in base al sistema di condotta, mobilita i Corpi pompieri emanando le necessarie misure d’urgenza. Su specifica richiesta del Capo intervento del Corpo pompieri mobilitato, la CECAL supporta inoltre la condotta limitatamente allo sgancio di ulteriori misure. Per assicurare l’erogazione del servizio, la Polizia cantonale ha provveduto a integrare presso la CECAL 3 operatori di centrale dedicati nonché un operatore tecnico per il necessario supporto informatico. Oltre ai pompieri, già presenti con un loro Segretariato, la struttura, che dispone di moderne infrastrutture e dotazioni informatiche nonché di un efficace sistema integrato di aiuto alla condotta, accoglie gli spazi dello Stato Maggiore Cantonale di Condotta (SMCC), dello Stato Maggiore Operativo della Polizia cantonale, la Centrale operativa del Corpo e delle Guardie di confine.  

Nel corso dell’odierna conferenza stampa di presentazione, il Presidente del Consiglio di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha evidenziato l’importanza di unire sotto lo stesso tetto le centrali d’allarme e operative degli enti di primo intervento. Inoltre ha ricordato il grande sforzo che si sta mettendo in campo per dotare la Polizia cantonale delle migliori strutture, per accrescere il contrasto a ogni tipo di reato, garantendo la massima sicurezza sul nostro territorio. In questo senso il nuovo Comando e la CECAL sono solo un tassello di una strategia più ampia, che porterà la Polizia cantonale a occupare nuovi e moderni spazi a Mendrisio (nel CPI della Città); nel futuro nuovo Palazzo di Giustizia di Lugano; all’ex Pretorio di Bellinzona e al Pretorio di Locarno. Dal canto suo Christian Vitta, Direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE), ha sottolineato come la CECAL sia a tutti gli effetti diventata il primo anello della catena del soccorso: è infatti da qui che, nel momento dell’emergenza, vengono ora mobilitati tutti i Corpi pompieri, oltre che la Polizia cantonale e il Corpo delle Guardie di confine. Per i pompieri ticinesi questa centralizzazione è importante poiché permetterà loro di coordinare nel migliore dei modi la gestione quotidiana degli allarmi anche a seguito della casistica vieppiù ampliata e, soprattutto, di aumentare ulteriormente il livello della prestazione erogata all’utenza, a favore dei cittadini ticinesi.  

Il Presidente della Federazione Pompieri Ticino (FPT), Corrado Tettamanti, ha invece evidenziato che l’implementazione degli allarmi 118 nella nuova CECAL va a chiudere un progetto iniziato alcuni anni fa con la creazione della nuova sede cantonale dei pompieri ticinesi nel comparto della Polizia cantonale (Comando e Centrale comune d’allarme). Un passo verso un miglioramento della qualità delle prestazioni fornite a popolazione e territorio. Un coordinamento immediato, già dalla ricezione della richiesta di soccorso, con uno dei maggiori partner nell’ambito della protezione della popolazione. Il progetto è adattato alle moderne esigenze e a un’efficace ed efficiente gestione decentralizzata degli eventi a catena su tutto il territorio cantonale suddiviso nelle cinque regioni. Il Presidente ha pure sottolineato che, dalla nuova CECAL, si attende: migliore professionalità nelle fasi di ricezione, trattamento e mobilitazione delle forze d’intervento; rapidità e automazione nell’adeguamento delle risorse ingaggiate sull’evento e strumenti informatici innovativi per la gestione degli eventi sul territorio. Tutto questo, ha terminato il Presidente, è stato e sarà possibile in futuro grazie all’ottima collaborazione con i gruppi di lavoro dei vari Dipartimenti e con la Polizia cantonale.

Il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi ha infine sottolineato che con l’attivazione della CECAL quale sede ufficiale a livello cantonale di ricezione e trasmissione degli allarmi 118 su rete fissa e mobile, si è ulteriormente ottimizzato il lavoro degli enti di primo intervento sul territorio ticinese, riducendo in questo modo i tempi di reazione e azione in caso di eventi. Ha inoltre auspicato che in quest’ambito, e con lo stesso obiettivo, vengano fatti ulteriori passi, in particolar modo il trasferimento, pure presso la CECAL, della Federazione Cantonale Ticinese Servizi Autoambulanze e della Centrale d’allarme Ticino Soccorso 144.