‘Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi

‘Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi

Da www.laregione.ch

Accolto l’obbligo introdotto dal Cantone, ma il presidente chiede coerenza negli altri commerci. Gobbi: “Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi”

«Lascia parecchio amaro in bocca sentirsi discriminati rispetto ad altri settori economici dove comunque si lavora a stretto contatto con la clientela, come negozi e commerci: per loro la mascherina non è obbligatoria, per il personale dei ristoranti invece sì». Il presidente di Gastroticino Massimo Suter accetta di buon animo l’imposizione della mascherina per chi lavora nella ristorazione, che in Ticino scatterà già lunedì, e promette un adeguamento immediato. Ma mette in guardia contro il rischio di utilizzare due pesi e due misure: «Il mio non vuole essere un monito, ma piuttosto un invito al mondo politico a voler prendere in considerazione l’obbligo di mascherina in modo più coerente ed organico».

Ieri il Consiglio di Stato ha annunciato il prolungamento delle disposizioni cantonali in materia di coronavirus fino al 9 agosto, introducendo in più il nuovo obbligo di mascherina per gli “addetti alla clientela del settore della ristorazione”. Una decisione seguita a un caso di contagio nei Grigioni, che aveva spinto il medico cantonale retico e quello ticinese a sottolineare come neppure le visiere di plexiglas costituiscano una protezione adeguata. Ecco allora lo sfogo di Suter: «Non vorrei che i ristoratori venissero trattati come untori, e devo ammettere che anche a livello federale le indicazioni non ci paiono molto coerenti. Noi confermiamo la nostra piena collaborazione e anche la disponibilità a fare certi sacrifici, ma non si vede perché questo non debba essere richiesto anche ad altri».

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha subito risposto alle critiche dei ristoratori: «Da una parte c’è da considerare che nella ristorazione vengono erogate bevande e vivande che in assenza di protezioni rischiano di diventare a loro volta un vettore di trasmissione. Le nuove misure mirano ad aumentare ulteriormente la qualità del servizio. Dall’altra non ci siamo dimenticati delle altre attività commerciali, tant’è vero che abbiamo scritto alle varie associazioni di settore sollecitando il pieno rispetto dei piani di protezione. Piani che prevedono anche la raccomandazione dell’uso della mascherina, qualora le condizioni di servizio la rendano necessaria per tutelare la propria salute, quella dei propri collaboratori e della clientela. Per ora si tratta di un avvertimento, ma in caso se ne riscontrasse la necessità, in futuro non escludiamo l’introduzione di un eventuale obbligo”.

In un comunicato Gastroticino – l’associazione di categoria dei ristoratori ticinesi – giudica le misure “sicuramente incisive ma ponderate” e “condivide in pieno spirito solidale” la loro adozione. Anche se, nota Suter, «con 30 gradi all’ombra e umidità al 90% non sarà sicuramente facile indossare la mascherina». In ogni caso «conosciamo la situazione epidemiologica, sappiamo che non è delle migliori e siamo disposti a fare di tutto pur di evitare un secondo lockdown. E se la mascherina è giudicata una condizione essenziale per garantire la sicurezza dei clienti e invogliarli a venire a ristorante, va bene così»

Quanto alla visiera, «la scelta mirava a permettere una maggiore leggibilità dei propri volti da parte del cliente, in modo da garantire un servizio più cordiale e confortevole. Non poter vedere il viso del cameriere rischia di infastidire il cliente. Ma ora che i medici cantonali sottolineano come la visiera non sia una protezione sufficiente, provvederemo senz’altro ad adeguarci».

Belgien streicht Tessin nach Protest von Quarantäne-Liste

Belgien streicht Tessin nach Protest von Quarantäne-Liste

Da www.blick.ch

https://www.blick.ch/news/politik/regierungspraesident-gobbi-empoert-ueber-quarantaene-zwang-fuer-tessin-rueckkehrer-ein-unverstaendlicher-entscheid-von-belgien-id15995044.html

Als einziger Kanton der Schweiz wurde das Tessin von Belgien auf der Liste der Risiko-Regionen gesetzt. Regierungspräsident Norman Gobbi ist empört. Auf Druck des Bundes hin krebst Belgien nun zurück.
Der Entscheid sorgte im Tessin für Empörung: Belgien hat den Südkanton auf die Liste der Risikoregionen gesetzt. Wer aus dem Tessin nach Belgien reist, muss in Quarantäne und einen Corona-Test machen. Darüber berichtete heute Morgen die Westschweizer Zeitung «Le Matin».
Das Tessin ist die einzige Schweizer Region, die in Belgien auf der orangen Liste landete. Und das, obwohl der Kanton inzwischen im schweizweiten Vergleich längst nicht mehr aussergewöhnlich viele Corona-Fälle registriert.

«Ich habe kein Verständnis für den Entscheid»
Der Tessiner Regierungspräsident Norman Gobbi (43) war empört. «Es gibt keine wissenschaftliche Begründung für diesen Schritt Belgiens», sagte er zu BLICK. «Der Kanton Tessin ist zurzeit einer der sichersten Kantone.» Komme hinzu: Auch im Vergleich mit Belgien stehe man deutlich besser da.

«Ich habe deshalb kein Verständnis für den Entscheid», sagte Gobbi. Seinen Angaben zufolge hat sich der Kanton umgehend dafür eingesetzt, dass das Eidgenössische Departement für auswärtige Angelegenheiten (EDA) in Belgien interveniert. «Wir haben sofort Kontakt mit dem EDA aufgenommen, damit die Gründe für dieses unverständliche Verhalten diplomatisch abgeklärt werden.»
Der Bund fackelte nicht lange und beklagte sich bei den belgischen Behörden. Mit Erfolg. Wie das EDA mitteilt, haben die Belgier entschieden, das Tessin von der Quarantäne-Liste zu streichen.

Tessin verschärft Maskenpflicht
Das Tessin war der erste Kanton, der aufgrund seiner Nähe zu Italien von der Corona-Pandemie erfasst wurde. Er gehört deshalb zu den Kantonen mit den meisten Corona-Todesfällen, wobei allerdings seit Mitte Juni niemand mehr am Virus gestorben ist.
Angesichts der schweizweit wieder steigenden Zahlen registrierter Fälle verschärft das Tessin die Corona-Massnahmen nun weiter. Die Regierung verabschiedete eine vorübergehende Maskenpflicht für das Servicepersonal in Bars und Restaurants. Dies, sofern die Mitarbeiter nicht durch eine räumliche Abtrennung, zum Beispiel eine Plexiglasscheibe, geschützt sind. Die Massnahme gilt ab kommendem Montag bis vorerst 9. August.
Zudem wird nach den Sommerferien auch in Schulhäusern eine Maskenpflicht eingeführt. Ausserhalb des Schulzimmers – also zum Beispiel im Lehrerzimmer und den Gängen – müssen Lehrer neu eine Maske tragen.
Wie BLICK weiss, hat das Tessin auch eine Maskenpflicht in Geschäften geprüft, wie sie die Kantone Waadt und Jura bereits kennen. Vorerst sieht die Regierung aber davon ab.

Coronavirus – Disposizioni cantonali valide fino al 9 agosto 2020

Coronavirus – Disposizioni cantonali valide fino al 9 agosto 2020

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha prolungato fino al 9 agosto 2020 le disposizioni cantonali introdotte lo scorso 3 luglio 2020, confermando sostanzialmente le misure già in vigore. La principale modifica riguarda l’uso della mascherina facciale o di un adeguato dispositivo di protezione individuale da parte degli addetti alla clientela del settore della ristorazione che era già fortemente raccomandato e che, a partire da lunedì 20 luglio 2020, diventerà obbligatorio.

Il Consiglio di Stato ha rilevato con soddisfazione che la popolazione ticinese sta mostrando un buon grado di rispetto delle norme di protezione e risponde positivamente agli appelli formulati a più riprese dalle istituzioni e dagli operatori sanitari. Il Governo tiene a sottolineare che la situazione continua a richiedere prudenza e rispetto delle raccomandazioni di distanza fisica e delle norme igieniche accresciute.

La principale variazione rispetto all’ultima revisione delle disposizioni, adottata dal Governo lo scorso 3 luglio, consiste nella trasformazione da forte raccomandazione a obbligo per il personale addetto al servizio alla clientela di ogni genere di struttura della ristorazione di indossare la mascherina facciale (che copra naso e bocca) o un adeguato dispositivo di protezione individuale, se non è protetto da un dispositivo strutturale in plexiglas o equivalente. Si tratta di una misura efficace, già adottata da un buon numero di esercizi pubblici, che contribuisce a rendere ancora più sicuro il settore della ristorazione in Ticino.   

Sempre per quanto riguarda la ristorazione, il Consiglio di Stato ha confermato che per i settori nei quali il consumo avviene anche in piedi – e in tutti i bar, club, discoteche e sale da ballo – possono essere presenti al massimo 100 ospiti complessivamente sull’arco dell’intera serata, tra le 18.00 e l’orario di chiusura. I responsabili delle strutture dovranno inoltre continuare a raccogliere i dati personali dei clienti e verificarli, secondo le norme cantonali in vigore dallo scorso 3 luglio.

Come finora, restano vietati gli assembramenti di più di 30 persone nello spazio pubblico (nei luoghi pubblici, sui sentieri e nei parchi). Anche in presenza di meno di 30 persone, il Governo richiama al rispetto delle raccomandazioni sull’igiene e il distanziamento, dalle quali possono esimersi solo le persone che vivono nella stessa economia domestica. Il Governo ricorda inoltre l’obbligo di annunciarsi alla hotline cantonale per le persone tenute a rispettare la quarantena (come previsto dalla specifica Ordinanza federale).

 

«La Berna federale dispone e il conto lo paghiamo noi»

«La Berna federale dispone e il conto lo paghiamo noi»

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 16 luglio 2020 del Corriere del Ticino

Ai Cantoni, Ticino compreso, non piace la Legge COVID-19
Vogliono più autonomia e non subire passivamente le conseguenze finanziarie delle decisioni del Consiglio federale
Si teme l’assegno in bianco
Gobbi: «Se non c’è concertazione si crea una frattura che nessuno auspica»

Non sono stati teneri i giudizi dei Cantoni e dei partiti sulla legge federale COVID-19. A giudicare dai primi resoconti di stampa, c’è un consenso di fondo sul principio che serva una maggiore preparazione in caso di una seconda ondata epidemica e che i due livelli istituzionali, Confederazione e Cantoni, suddividano meglio le competenze per gestire una crisi. Ma poi i nodi vengono subito al pettine, fra chi lamenta il rinnovo di ampie deleghe al Consiglio federale, chi parla di disposizioni troppo vaghe (a tutto vantaggio del potere centrale) e chi addirittura di assegno in bianco. Al punto che secondo la «NZZ» il progetto di legge può già dirsi fallito.

Il senso della critica è che la Confederazione invade alcuni ambiti di competenza cantonale e poi chiama alla cassa gli stessi Cantoni senza che loro abbiano la minima voce in capitolo. Anche il Ticino è molto critico, sia in termini generali sia su alcuni punti concreti, come nel caso della sanità e della cultura. Ora il Consiglio di Stato chiede, da un lato, di inserire nella legge un articolo che tenga conto delle particolarità dei Cantoni (permettendo a questi ultimi, in caso di situazioni straordinarie, di richiedere una «finestra di eccezione») e dall’altro che i Cantoni vengano coinvolti di più.

Metodi mal digeriti
«Il Ticino, così come altri Cantoni, ha sempre mal digerito le modalità di coinvolgimento del Consiglio federale durante la crisi», dice il presidente Norman Gobbi. «Infatti le consultazioni fatte sono sempre state parziali oppure a ridosso di decisioni già prese o peggio ancora dando indicazioni contraddittorie nel giro di pochi giorni. Anche la consultazione sulla Legge COVID ha vissuto questa modalità insoddisfacente di coinvolgimento e di ascolto dei Cantoni che in ultima analisi portano le conseguenze operative delle decisioni federali».
Anche il Governo cantonale teme che Berna abbia troppe competenze e la legge costituisca un assegno in bianco. «È la preoccupazione di molti Cantoni e anche del Ticino. Sostanzialmente la legge è un nuovo vestito per l’ordinanza già oggi in vigore, nella quale il Consiglio federale ingerisce in ambiti di competenza dei Cantoni. Se tutto ciò non viene sufficientemente concertato, alla fine si crea una frattura che nessuno auspica».

Ci pensi la Confederazione
Secondo il Ticino la competenza per adottare restrizioni nelle attività sanitarie deve essere lasciata ai Cantoni. Il Consiglio federale deve intervenire solo in caso di situazione straordinaria. Il testo, insomma, andrebbe rivisto. Ma soprattutto, dalla norma dovrebbe trasparire che in caso di situazione straordinaria i costi dei provvedimenti saranno a carico di Berna.
«Lo abbiamo già visto durante la prima fase, quando il Consiglio federale ha proibito ai nosocomi di eseguire operazioni elettive», rileva Gobbi. «I costi derivanti ricadono sui Cantoni che hanno i mandati di prestazione; per farla breve, la Berna federale dispone e il conto lo pagano i Cantoni. Questa modalità è indigesta per i Cantoni, i quali hanno avviato una discussione (o meglio quasi un contenzioso) con il Consiglio federale poiché gli oneri finanziari rischiano di diventare insopportabili. Se poi pensiamo che in parallelo il Consiglio federale vuole ritirarsi dal sistema duale di finanziamento della sanità, la cosa diventa ancora meno sopportabile politicamente e finanziariamente».
Un altro tasto delicato è quello della cultura. Il mantenimento delle misure a favore del settore viene considerato positivamente, ma visti gli importanti impegni a carico dei Cantoni il Ticino chiede che questi ultimi possano partecipare alla procedura di valutazione dei contributi da erogare e dei requisiti di ammissibilità per poter accedere alle indennità per perdite finanziarie. In altri termini, si vuole avere voce in capitolo e non solo essere chiamati alla cassa.