Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 16 settembre 2020 de Il Quotidiano
Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 16 settembre 2020 de Il Quotidiano
Comunicato stampa
Il Consiglio di Stato ha confermato fino al 5 ottobre 2020 le disposizioni attualmente in vigore per limitare la diffusione del nuovo coronavirus sul territorio cantonale. L’evoluzione epidemiologica in Ticino conferma che le misure adottate sono al momento efficaci e adeguate alla situazione.
La situazione epidemiologica e sanitaria legata alla diffusione del nuovo coronavirus in Ticino rimane stabile e non si riscontrano novità tali da indurre a riconsiderare le misure attualmente in vigore. L’evoluzione dei contagi conferma che la popolazione ticinese continua a rispettare le norme di protezione formulate a più riprese dalle istituzioni e dagli operatori sanitari. Nella propria seduta settimanale, il Consiglio di Stato ha pertanto confermato fino al 5 ottobre 2020 le disposizioni in vigore dallo scorso 20 luglio 2020.
Rimarranno quindi ancora in vigore il divieto di assembramenti di più di 30 persone nello spazio pubblico e le disposizioni particolari per il settore della ristorazione.
A livello federale continua a rimanere in vigore l’obbligo di mascherina sui mezzi pubblici e la quarantena per le cittadine e i cittadini che rientrano da Stati e Regioni con rischio elevato di contagio, secondo la lista stilata dalla Confederazione. Queste persone devono mettersi in quarantena e annunciarsi entro 48 ore all’autorità cantonale, compilando il formulario online oppure tramite la hotline cantonale (0800 144 144). Si sottolinea che il materiale compilato sui mezzi di trasporto – come aerei e treni – non sostituisce in nessun modo queste due modalità di annuncio.
Come finora, il Consiglio di Stato segue costantemente la situazione sanitaria e rinnova l’invito rivolto alla popolazione a continuare ad affidarsi alle buone abitudini apprese in questi mesi per mantenere sotto controllo la diffusione del nuovo coronavirus.
Autorizzazioni per grandi eventi
Dal 1. ottobre 2020 il Consiglio federale permette nuovamente manifestazioni con più di 1’000 persone. Per garantire di tenere sotto controllo l’evoluzione della pandemia da Covid-19 queste grandi manifestazioni necessitano un’autorizzazione da parte delle autorità cantonali competenti. In questo senso il Consiglio di Stato ha costituito il 28 agosto 2020 uno specifico gruppo di lavoro composto da rappresentanti di tutti i dipartimenti cantonali e presieduto dal segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini. Le manifestazioni che attirano più di 1’000 persone sono generalmente eventi sportivi, culturali, congressi, ma pure proposte puntuali pubbliche o private, svolte in uno spazio o su un perimetro definiti, come – per fare un esempio – la posa dell’albero di Natale a Lugano, a cui partecipano generalmente oltre mille persone in Piazza della Riforma. Le domande di autorizzazione per tali eventi devono essere inoltrate all’indirizzo e-mail di-grandieventi(@)ti.ch.
Le fiere commerciali (ArteCasa, ecc.) o i mercati (il mercato di Bellinzona, ma anche i mercatini di Natale) in cui le persone si muovono tra gli spazi di vendita o espositivi in modo ordinato non rientrano in questo disciplinamento. Anche per queste occasioni il gestore deve però elaborare e attuare un piano di protezione.
Per tutte le manifestazioni ed eventi che radunano meno di 1’000 persone, se concernono suolo e infrastrutture comunali, i promotori devono prendere contatto con i Comuni, assieme ai quali definire le modalità di organizzazione nel rispetto delle regole stabilite sia dalla Confederazione sia dal Cantone.
Per ulteriori informazioni si può consultare la pagina web dedicata consultabile all’indirizzo: www.ti.ch/grandimanifestazioni.
Flyer – Misure cantonali fino al 5 ottobre
Flyer – Grandi-manifestazioni
Comunicato stampa
La Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni ha tenuto oggi la terza seduta ordinaria del 2020 – la 55. dalla sua costituzione – alla presenza del Consiglio di Stato, accompagnato dal capo della Sezione enti locali, e dei rappresentanti dei Comuni ticinesi.
In apertura della riunione, sollecitato dall’Associazione dei comuni ticinesi (ACT), il Dipartimento della sanità e della socialità ha spiegato i prossimi passi previsti nell’iter dell’iniziativa legislativa dei Comuni sulla revisione transitoria della partecipazione comunale alla spesa cantonale per l’assistenza sociale. In particolare, è stato specificato che sono previste un’audizione degli iniziativisti e la costituzione di un gruppo di lavoro.
L’incontro è proseguito con un aggiornamento dei lavori dei tre gruppi misti creati per gestire la fase di ripartenza dopo la crisi sanitaria (istituzioni, persone fisiche e persone giuridiche). In questo senso, il Dipartimento della sanità e della socialità ha illustrato i risultati della consultazione sul progetto di rendita ponte COVID-19, destinata alle fasce di popolazione particolarmente colpite dalla crisi e alla quale hanno dato seguito 87 Comuni. Entro la fine del mese di settembre sarà presentato al Consiglio di Stato un messaggio governativo con il relativo decreto legislativo urgente.
La Piattaforma ha in seguito discusso lo stato di avanzamento della riforma istituzionale «Ticino 2020». Il progetto è entrato nella seconda fase; nelle prossime settimane i rappresentanti del Cantone e dei Comuni ticinesi parteciperanno a una serie di seminari per analizzare la fattibilità operativa delle proposte di ripartizione di compiti e i nuovi flussi finanziari definiti nella soluzione politicamente sostenibile. Entro il mese di aprile 2021 il Consiglio di Stato riceverà il progetto definitivo, che sarà poi sottoposto al voto del Gran Consiglio nell’autunno successivo. In materia di perequazione intercomunale sulle risorse, invece, sono stati esposti alcuni elementi che la caratterizzeranno.
Il Dipartimento delle istituzioni ha poi informato su alcune novità in materia di riorganizzazione del settore della protezione del minore e dell’adulto. È stato spiegato che nel mese di settembre si procederà con l’avvio di una consultazione sulle modifiche puntuali al Regolamento della legge sull’organizzazione e la procedura in materia di protezione del minore e dell’adulto.
L’incontro ha pure permesso al Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport e al Dipartimento della sanità e della socialità di aggiornare sull’accudimento degli allievi nel caso in cui si debba introdurre lo scenario organizzativo numero 2, che si ricorda prevede lo svolgimento di una parte delle attività in presenza e una parte a distanza. Ai Comuni verrà chiesto prossimamente di verificare le risorse che avrebbero a disposizione per attuare questa variante.
In coda alla riunione è stata rilasciata un’informazione riguardo all’introduzione del nuovo sistema informatico per la pubblicazione elettronica giornaliera del Foglio ufficiale cantonale, che dovrà avvenire al più tardi entro il 1. febbraio 2021.
“Ci vogliono per mantenere elevata la nostra sicurezza”
Abbiamo ormai ricevuto tutti a casa le buste per le votazioni federali del 27 settembre. Con il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi parliamo oggi di un tema legato alla sicurezza e dunque a un ambito la cui competenza a livello cantonale è proprio assunta dal suo Dipartimento.
Ci riferiamo al credito di 6 miliardi di franchi per l’acquisto dei nuovi aerei da combattimento per l’esercito svizzero. Onorevole Gobbi, perché nel 2020 la Svizzera dovrebbe avere ancora bisogno di velivoli da combattimento? “La nostra sovranità, la nostra libertà passano necessariamente dalla possibilità di difenderci e di difendere i nostri beni. L’esercito, in una nazione neutrale come la nostra, assume differenti compiti di protezione della popolazione. Questa protezione può essere definita efficace ed effettiva se vi è la possibilità di difendere anche lo spazio aereo, quella che viene definita in questo contesto la “terza dimensione”, ossia i nostri cieli. Un esercito che non può controllare i cieli è sicuramente un esercito zoppo, o per meglio dire cieco. E allora se pensiamo che gli attuali velivoli Tiger sono fuori gioco e che gli FA/18 nel 2030 termineranno il loro ciclo di vita ben si comprende la necessità di acquistare aerei nuovi, pena rimanere, appunto, orbi, ossia senza protezione aerea nei prossimi anni”. Ma, insistiamo, ne abbiamo proprio bisogno? “La sicurezza – ribadisce il Consigliere di Stato Norman Gobbi – è concepita attraverso un sistema coordinato che comprende diversi attori. Si va dalla Polizia, per passare alle Guardie di confine, ai pompieri, al Servizio ambulanze, alla protezione civile per giungere all’esercito. Come detto l’esercito sarebbe monco senza aerei in grado di proteggere i nostri cieli. Di conseguenza anche tutto il sistema su cui si poggia la nostra sicurezza avrebbe… le ali tarpate. È allora utile ricordare che le Forze aeree svizzere hanno il compito di proteggere e salvaguardare uno degli spazi aerei più complessi del mondo. Situato all’intersezione di due grandi rotte, est-ovest e nord-sud, il nostro spazio aereo è il più denso dell’intero continente europeo. In media, circa 3500 aerei sorvolano la Svizzera ogni giorno. Nel 2019 sono stati registrati circa 1,3 milioni di voli civili e militari. Se la Svizzera vuole garantire la sicurezza del suo spazio aereo e salvaguardare la sua sovranità, una sorveglianza efficace è indispensabile. I nuovi aerei da combattimento sono quindi la risposta al nostro bisogno di sicurezza”, conclude il presidente del Governo Norman Gobbi.
“Ci sono anche frontalieri che fanno ritorno al proprio domicilio che è fuori dalle zone di confine. Non abitano regolarmente in Piemonte o Lombardia, ma magari ritornano regolarmente in altre regioni dell’Italia o d’Europa”, ha continuato Gobbi. “Questo evidentemente poi diventa più difficile per noi, anche come autorità di polizia e di sanità, verificare queste situazioni. Si è dato un contentino ai rapporti bilaterali tra Svizzera e paesi confinanti, ma dall’altra parte non si risolve un problema che potrebbe presentarsi qualora ci fossero dei focolai in altre zone, ma poi queste persone si spostano in zone vicine ai nostri confini e quindi svicolano alla quarantena”.
Avreste agito in maniera diversa?
“Personalmente ho segnalato questa problematica alla fase di consultazione fatta dalla Conferenza dei direttori di giustizia e polizia, ma evidentemente era una voce minoritaria rispetto alle altre”.
Comunicato stampa
Il progetto di riforma istituzionale «Ticino 2020» entra nella seconda fase; nelle prossime settimane i rappresentanti del Cantone e dei Comuni ticinesi parteciperanno a una serie di seminari per analizzare le proposte di ripartizione di compiti e i nuovi flussi finanziari. Entro il mese di aprile 2021 il Consiglio di Stato riceverà il progetto definitivo, che sarà poi sottoposto al voto del Gran Consiglio nell’autunno successivo.
Nel febbraio scorso, il Comitato strategico del progetto «Ticino 2020» aveva dato avvio alla seconda parte dei lavori in vista della riforma dei rapporti istituzionali fra Cantone e Comuni. Martedì 1. settembre si è così svolto il primo di un ciclo di incontri che avranno la finalità di verificare la fattibilità della proposta di ripartizione dei compiti e dei flussi tra Cantone e Comuni. L’obiettivo di massima, come noto, è di consegnare al Consiglio di Stato il progetto definitivo entro il mese di aprile 2021, così che sia possibile – dopo un’ultima fase di consultazione – sottoporre la riforma al voto del Gran Consiglio nell’autunno del prossimo anno.
Il progetto di riforma che sarà approfondito nelle prossime settimane prevede di affidare al Cantone i compiti relativi alla Comunità tariffale, alla Centrale di allarme del servizio autoambulanza, alla promozione delle famiglie, alla protezione dei minori, all’assistenza sociale e alle assicurazioni sociali.
Il finanziamento delle prestazioni complementari AVS/AI dovrebbero invece diventare di competenza dei Comuni, insieme al settore degli anziani e alle scuole comunali. Per contro, il trasporto regionale sarà gestito da entrambi i livelli istituzionali.
L’ipotesi di ripartizione dei compiti e dei flussi è stata elaborata dalla Direzione del progetto «Ticino 2020» (Marzio Della Santa e Michele Passardi) tenendo conto delle proposte formulate dai gruppi di lavoro, della consultazione svolta lo scorso anno e delle richieste dal Consiglio di Stato.
Il progetto rispetta inoltre il principio fondamentale della neutralità finanziaria, per il Cantone e per i Comuni.
La serie di riunioni, che coinvolgerà rappresentanti politici e tecnici, si svolgerà secondo le modalità di lavoro sperimentate con successo in occasione della seconda edizione del Simposio sulle relazioni tra Cantone e Comuni. L’intento è di favorire una trasformazione virtuosa nella gestione delle istituzioni in Ticino, a livello cantonale e locale, dando vita a nuove modalità di collaborazione ed esecuzione dei compiti.
Da www.swisstxt.ch
«La politica ha deciso di non rendere obbligatorie le mascherine nei luoghi chiusi, ed ha avuto ragione di fare così».
Lo ha affermato il dottor Christian Garzoni che, a TicinoNews, alla luce dell’evoluzione della pandemia, ha riconosciuto alle autorità di aver fatto la scelta giusta.
E ciò malgrado i medici caldeggiassero l’introduzione di un obbligo molto più generalizzato di indossare la mascherina in locali chiusi in caso di sosta superiore 15 minuti.
«Eravamo preoccupati per un aumento che fortunatamente non c’è stato – ha spiegato -. Oggi le mascherine restano consigliate a tutti laddove non vi sono gli obblighi previsti dalla politica».
Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 9 settembre 2020 de La Regione
I controlli sarebbero adeguati, la giurisprudenza rispettata nonostante la “scelta politica”
Le centinaia di appostamenti, gli interrogatori fiume, il controllo della temperatura e del frigorifero di casa, perfino la conta delle mutande nel comò: la lista di verifiche su chi chiede un permesso di soggiorno in Ticino – almeno nei casi emersi da un recente servizio di Falò (Rsi) – comprende anche prassi ritenute umilianti e vessatorie da chi le ha subite. A ciò si aggiungeva, fino a qualche tempo fa, la contestazione di vecchi reati riscontrati sul casellario giudiziale: pratica rifiutata dal Tribunale cantonale amministrativo (Tram) che in materia è arrivato ad accogliere quasi metà dei ricorsi e a bacchettare l’amministrazione. Intanto però il numero di ‘no’ alle richieste di permesso è quasi quintuplicato in sei anni, da 192 nel 2013 a 908 nel 2019, anche se la Sezione della popolazione nota come le pratiche siano a loro volta aumentate (più che raddoppiate dal 2002 nel caso di permessi B).
Quanto emerso dal servizio ha suscitato reazioni forti da molti politici locali: interpellanze e interrogazioni sono arrivate da socialisti, liberali, Mps e Verdi. Il Ps parla di “metodi più vicini ad uno stato di polizia che allo stato di diritto”, e chiede l’alta vigilanza sul Consiglio di Stato. Il Plr contesta la “cultura del sospetto” e l’“ingerenza politica nei confronti del Servizio dei ricorsi del Consiglio di Stato”. A preoccupare sono infatti anche le dichiarazioni del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, che dopo il servizio ha parlato di “scelta politica” rigorista condivisa dall’intero Consiglio di Stato. Siamo al primato della politica – e del potere esecutivo – sul diritto? Ne parliamo direttamente con lui.
Gobbi, cominciamo dalle basi: come si verifica il centro d’interessi di una persona?
Muovendosi su vari fronti: a volte sono le stesse persone che richiedono il permesso ad ammettere di vivere molto più di là che di qua dal confine, cosa che permette di distinguere il frontaliere dal dimorante. Poi, a dipendenza della situazione, talvolta si può anche far ricorso alla lettura dei consumi delle economie domestiche.
Ma in casa molti stanno sempre meno. L’avvocato Paolo Bernasconi ritiene che in tempi di elevata mobilità questo tipo di verifiche si basi su “standard da economia alpestre”, obsoleti e inefficaci.
Eppure li utilizza anche la Città di Bellinzona – non propriamente a guida leghista – per verificare i domicili comunali. Si vede che anche lì ci sono standard da economia alpestre.
I casi riportati da Falò riferiscono di centinaia di appostamenti e controlli su singole persone, con tanto di rapporti fotografici (che almeno uno dei controllati giudica copiaincollati da un giorno all’altro). In assenza di elementi di oggettiva pericolosità, le basi legali per questo tipo di controlli risultano molto deboli: gli articoli 2 e 6 della Legge federale sulla coercizione di polizia paiono consentirli, ma l’Articolo 9 dice che “le misure non devono comportare interventi o pregiudizi sproporzionati rispetto all’obiettivo perseguito”. Siamo allo Stato guardone?
Intanto si tratta di casi isolati che il servizio della Rsi ha presentato in modo parziale e strumentale. Vorrei ricordare che le decisioni negative costituiscono lo 0,8% sul totale delle decisioni emesse, che nel 2019 sono state oltre 113mila. Poi c’è da dire che è il Tram a richiedere una documentazione molto esaustiva sui controlli, in assenza della quale ci contesta informazioni insufficienti in caso di ricorso. Parliamo comunque solo di casi critici, oggetto di segnalazioni – ad esempio da parte delle guardie di confine – che permettono di ipotizzare la residenza fittizia.
Ci fosse però anche un solo caso nel quale il comportamento della polizia risulta così invadente, non sarebbe già gravissimo? Non dovremmo rivalutare nel dettaglio l’operato della polizia e della Sezione della popolazione?
Non c’è nessun accanimento, a volte sono le polizie comunali a fare controlli motu proprio senza richiesta dell’Ufficio della migrazione. Non si tratta poi di appostamenti di ore, ma solo di passaggi per verificare se c’è in giro qualcuno. Certo, qualche errore può succedere, ma mi pare ingiusto parlare di atteggiamento invadente o discriminatorio.
Le mutande, il frigo: servono molte risorse per tutti questi appostamenti?
No, le risorse sono limitate. La gestione di queste situazioni in generale sono inserite in un mansionario molto più ampio di compiti che l’agente è chiamato a svolgere.
Il Partito socialista ha chiesto di attivare l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato, per fare luce su eventuali abusi.
L’importante è riconoscere che di decisioni illegali il Consiglio di Stato e l’Ufficio della migrazione non ne hanno mai prese. Abbiamo svolto tutti gli accertamenti nel pieno rispetto della legge e non abbiamo neanche mai negato un permesso unicamente per reati bagatellari. Abbiamo solo cercato un’interpretazione più rigorosa nella concessione di permessi a chi ha commesso reati gravi.
Tuttavia lo stesso Tram ha accolto per anni quasi metà dei ricorsi e ha espresso “preoccupazione” per “contenziosi che alla resa dei conti si rivelano inutili e facilmente evitabili”, che finiscono per costituire fino a un quarto di tutte le pratiche che deve sbrigare.
I ricorsi accolti non riguardano tanto le decisioni negative concernenti il centro di vita e interesse del ricorrente – su questi casi i criteri adottati dalla Sezione sono stati più volte confermati dalTram –, quanto piuttosto le questioni di precedenti penali: il Tram ha contestato le ‘negative’ legate a reati – anche gravi e con condanne superiori a un anno – lontani nel tempo. E dopo avere analizzato un numero sufficiente di sentenze, abbiamo adattato la prassi di conseguenza.
Lei ha detto però che l’applicazione della legge come richiesta dal Tram le fa “bollire le busecca” perché troppo permissiva: non è un linguaggio un po’ forte quando si è alla guida del Dipartimento delle Istituzioni? Parliamo di leggi e tribunali.
Ma guardi che le busecca le fa bollire anche a molti stranieri che qui vivono da anni e si comportano onestamente: non penso che tutti gli italiani arrivati qua negli ultimi quaranta o cinquant’anni abbiano precedenti per spaccio, come nel caso di un permesso negato a un imprenditore; e penso che anche a loro dia fastidio la mancata tutela della sicurezza pubblica.
Sì, ma se uno spaccia qualche grammo d’erba a vent’anni, non è detto che a cinquanta sia un pericolo pubblico. E anche il Tribunale federale ha detto chiaramente che il casellario giudiziale – richiesto solo in Ticino – non va contestato per fatti lontani nel tempo.
Però le sanzioni superiori all’anno non riguardano reati così limitati, parliamo di fatti gravi e spesso di recidiva. Se ad esempio si riscontrano ripetuti casi di guida in stato d’ebbrezza, è legittimo preoccuparsi per la pericolosità sociale del soggetto.
Nel suo intervento alla Rsi ha parlato di “chiara scelta politica” e ha spiegato: “Cercavamo un’applicazione molto più rigida nei confronti di una giurisprudenza che in quel momento non condividevamo”. L’esecutivo può subordinare la legge ai capricci della politica?
Non si è subordinata la legge. La si è semplicemente applicata in difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza interna, per evitare presenze indesiderate come quelle che in passato hanno messo in cattiva luce proprio l’Ufficio della migrazione per mancanza di strumenti di controllo, e come richiesto da più atti parlamentari. Ora ci troviamo nella situazione kafkiana per cui mi si contesta l’eccesso opposto, chiedendo di tollerare casi che in passato hanno fatto arrabbiare tutti, non solo a destra.
La scelta politica, ha detto alla Rsi, è stata condivisa dal Consiglio di Stato. Però l’esecutivo si pronuncia sui singoli ricorsi: non risultano esplicite prese di posizione di principio.
Quello che intendevo è che nell’ambito della ponderazione dei vari casi, anche in caso di reati gravi pur lontani nel tempo si preferiva un approccio più restrittivo in difesa dell’ordine pubblico.
Il Servizio ricorsi del Consiglio di Stato pare aver sempre avallato le decisioni del suo Dipartimento in ambito di sicurezza pubblica. Ma in nome dell’autonomia dalla politica, non sarebbe meglio avere un Servizio organizzato in tribunale di primo grado indipendente, come in altri cantoni?
È un tema ricorrente anche in materia edilizia, dove però i Comuni hanno chiesto di mantenere una prima istanza amministrativa e non giudiziaria. Il rischio è quello di rallentare il decorso delle pratiche. Quanto all’indipendenza, qui non è stata violata: chiaramente ogni legge può avere diverse interpretazioni, come capita anche in qualsiasi tribunale; sempre naturalmente nel solco della legalità, ben rispettato dai nostri giuristi. Non è corretto inoltre sostenere che il Servizio dei ricorsi non abbia mai cassato decisioni della Sezione.
Quante residenze fittizie accertate ogni anno?
Nel 2019 erano 241, il 26% dei casi di diniego o revoca di un permesso che comportavano la partenza dalla Svizzera del richiedente. Ma questo non significa 241 indagini: a volte come detto basta un colloquio per giungere alle conclusioni.
In passato però è nato il sospetto che non tutti siano uguali: ad esempio alcuni manager della moda che hanno avuto per anni residenze qui, ma sui cui reali centri d’interesse sono sorti molti dubbi. Loro li avete controllati?
Abbiamo avuto diverse discussioni con l’Associazione delle industrie ticinesi e la Camera di commercio su questo tema. È capitato anche di vederci contestati troppi controlli. Di fatto noi trattiamo tutti allo stesso modo, applicando gli stessi parametri in maniera più conforme possibile e a fronte di elementi e segnalazioni oggettive.
Secondo l’avvocato Bernasconi fate ostruzionismo nella speranza che poi, anche se avete torto, la gente non ricorra perché costa tempo e denaro.
L’avvocato Bernasconi si sbaglia. Senza dimenticare che i ricorsi possono essere usati anche al contrario, cioè per allungare i tempi di partenza davanti a crasse situazioni di abuso. A volte siamo anche taumaturgici: dopo anni senza lavoro, alcuni richiedenti lo trovano proprio durante la fase di ricorso, cambiando di fatto la loro situazione e quindi rendendo il ricorso stesso accettabile.
Il Cantone è in calo demografico, anche a causa di un saldo migratorio molto deteriorato. Una politica dei permessi restrittiva non scoraggia ulteriormente chi volesse venire a vivere qui?
Credo che definirla restrittiva con oltre il 99% di richieste accettate sia sbagliato, e che per attrarre professionisti sia importante garantire la sicurezza. In ogni caso non penso che si corregga la curva demografica con l’immigrazione, e non è neanche detto che a livello di popolazione si debba sempre crescere.
Alla Rsi si è schierato esplicitamente contro gli accordi di libera circolazione. Se passasse l’iniziativa dell’Udc, come cambierebbe la gestione dei permessi?
Probabilmente sarebbe possibile fare più controlli ex ante, prima cioè dell’arrivo di stranieri, invece che ex post, come dobbiamo fare ora.
****
Da www.ticinonews.ch
https://www.ticinonews.ch/ticino/politica/l-autorita-non-puo-prendere-decisioni-illegali-DB3164467
“L’autorità non può prendere decisioni illegali”
Nell’occhio del ciclone per l’agire dell’Ufficio della migrazione, Norman Gobbi respinge le accuse: “Una gran discussione per pochi casi”
“Se guardo indietro, cinque anni fa abbiamo avuto la stessa tempesta in un bicchier d’acqua. Ogni cinque anni ritorna questo tran tran, ma va bene così. Fa parte anche del gioco politico mettere in discussione una linea di rigore che si fonda comunque sulla legalità. Quanto è stato affermato, che le decisioni sono state illegali, è completamente sbagliato. Perché di decisioni illegali l’autorità non può prenderne”, così Norman Gobbi risponde alle critiche che gli stanno giungendo da più fronti per la vicenda dei controlli di polizia particolarmente invasivi nei confronti di stranieri che chiedono il rinnovo di un permesso o la concessione di uno nuovo, messe in luce giovedì scorso dalla trasmissione Falò. “Nell’ambito della ponderazione degli elementi può essere più o meno rigorosa, la scelta da parte del Dipartimento è quella di essere rigorosi sull’ambito della pubblica, proprio perché in passato lo stesso dipartimento è stato attaccato proprio perché non c’erano abbastanza controlli”, ha spiegato durante Ticinonews su Teleticino.
“La presenza sul territorio attiva dei diritti”
Tra le questioni sollevate dalla trasmissione vi era quella dei moltissimi controlli fatti per stabilire quale sia il reale centro degli interessi di una persona. “Quando a fronte di un verbale, il richiedente il rinnovo di un permesso o la concessione di un permesso dice di essere qui solo saltuariamente, perché dall’altra parte del confine ha proprietà, quindi una casa, ha la famiglia, quindi si reca regolarmente dalla mamma, dalla moglie o dalla compagna, evidentemente bisogna fare le verifiche, proprio perché la presenza sul territorio attiva comunque dei diritti”. In più, ribatte Gobbi, sarebbe stata proprio l’autorità giudiziaria a imporre questo metodo: “Questo ci è stato richiesto anche da parte del Tribunale amministrativo, che in passato quando i controlli sono stati fatti troppo poco o durante un periodo troppo corto sono stati cassati. Quindi l’autorità deve verificare a fronte di una situazione che talvolta può urtare, ma che talvolta tutela il territorio del nostro Cantone”.
Alta vigilanza
Il Partito socialista ha anche chiesto di attivare l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato proprio in merito a questa vicenda. “È una competenza del Gran Consiglio, quindi compete all’Ufficio presidenziale determinarsi su questa richiesta del Partito socialista”, commenta Gobbi. Che sottolinea anche come, secondo lui, si stia facendo tanto rumore per nulla:”Le decisioni negative in materia di stranieri sono meno dell’1% di tutte le decisioni emanate nel 2019, erano lo 0,81%. Di queste un quarto riguardano la dimora fittizia e, poi alla fine, nell’ambito delle decisioni del Tribunale amministrativo nel 2019 erano 55 quelle in cui sono state cassate le decisioni dell’Ufficio della migrazione, questo dimostra come si stia facendo una gran discussione ma la sostanza è ben poca”.
Comunicato stampa
Venerdì scorso, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha incontrato gli organizzatori dei Campionati Europei di Mountain Bike del Monte Tamaro per approfondire gli aspetti organizzativi e le misure di protezione legate al Covid-19. La Confederazione ha infatti delegato ai Cantoni la decisione di autorizzare a partire dal 1. ottobre le manifestazioni con più di mille spettatori.
I Campionati Europei di Mountain Bike sono previsti nel Comune di Monteceneri dal 15 al 18 ottobre 2020. Per gli appassionati di Mountain Bike sarà un’occasione preziosa per ammirare le grandi star della disciplina, primo su tutti l’otto volte Campione mondiale e Campione olimpico in carica, Nino Schurter. Dall’incontro è emerso che la presenza di spettatori superiore alle mille unità sarà consentita, nel caso in cui le misure di protezione definite dagli organizzatori verranno giudicate adeguate dall’Autorità cantonale.
L’obiettivo di questo primo incontro è stato quello di discutere e coordinare i principali aspetti organizzativi di una manifestazione che saprà certamente attirare sui sentieri del Monte Ceneri numerosi appassionati di questa disciplina sportiva all’indomani della comunicazione del Consiglio federale riguardante i Grandi eventi.
La decisione di autorizzare queste tipo di manifestazioni spetta infatti al Cantone. In questo senso il Consiglio di Stato ha istituito uno speciale Gruppo di lavoro.
Oltre al Presidente del Comitato d’organizzazione dei Campionati Europei di Mountain Bike Marzio Cattani, e a Rocco Cattaneo, Presidente dell’Unione Ciclistica Europea, hanno partecipato all’incontro il segretario generale dei Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, che presiede il Gruppo di lavoro, il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, il capo della Sezione del Militare e della protezione della Popolazione Ryan Pedevilla e l’aggiunto e sostituto capo Sezione della Circolazione Aldo Barboni. Presente all’incontro anche il Direttore dell’Agenzia turistica ticinese Angelo Trotta per la visibilità che la manifestazione darà al turismo del nostro Cantone. Ora, la palla passa nel campo degli organizzatori. A loro il compito di costruire un evento divertente, entusiasmante, e sicuro. Competenze ed entusiasmo non mancano.
Nelle prossime settimane, a seconda delle necessità, potranno essere convocate altre riunioni per definire ulteriori dettagli.
“Ci vorrà la massima collaborazione e responsabilità da parte di tutti gli spettatori e tifosi. Solo così si potranno portare avanti le grandi manifestazioni, in particolare le partite di hockey e di calcio, in un sistema di autorizzazioni e controlli che vedrà il Cantone fortemente coinvolto”. Così esordisce il Consigliere di Stato Norman Gobbi, all’indomani delle direttive fissate dal Consiglio federale sull’organizzazione degli eventi con più di mille persone a partire dal prossimo 1. Ottobre. “L’autorità federale ha fissato i margini all’interno dei quali dovranno lavorare le società, gli organizzatori di grandi eventi culturali e popolari. I Cantoni dovranno autorizzare tutti questi eventi, nonché controllare che le cose funzionino nei modi previsti”. Ma in concreto come farete? “Abbiamo istituito uno speciale gruppo di lavoro, presieduto dal segretario generale del Dipartimento delle istituzioni, composto da tutte le parti coinvolte. Sarà questo gruppo voluto dal Consiglio di Stato a esaminare quanto si svolge in Ticino per eventi che possono avere più di mille partecipanti”. Ma un ruolo importante lo dovranno avere anche gli organizzatori, pensiamo alle società dello sport d’élite. “Esatto. Credo che la decisione di Berna di permettere partite con la presenza di due terzi degli spettatori rispetto alla disponibilità di posti seduti abbia voluto garantire un numero di persone tale da far sopravvivere le squadre professionistiche. Non sarà facile, anche perché le condizioni sono severe. Per questo occorre che ci sia una disponibilità accresciuta dei tifosi. L’accesso, il deflusso, il modo di assistere alle partite cambierà. Tutti dovranno avere la mascherina. E il Cantone, assieme alle società, dovrà vegliare che tutto proceda per il meglio, in particolare per quanto riguarda la possibilità di tracciamento dei presenti. Inoltre bisognerà essere attenti all’evoluzione di questo virus che, come abbiamo visto per il caso della discoteca nel Mendrisiotto, è ancora presente”. Una nuova normalità impegnativa da trovare per tutta la collettività… “È un tema che si propone a livello mondiale. Per arginare il virus bisogna mantenere alta la guardia. In Svizzera e in Ticino passo dopo passo cerchiamo di fare il meglio, tra necessità, appunto, di normalità, e bisogno di controllo sanitario. È una sfida globale, che ognuno di noi è chiamato ad affrontare individualmente, con responsabilità”, conclude il presidente del Governo ticinese Norman Gobbi.