La sicurezza non è un costo

La sicurezza non è un costo

Siamo in un momento molto delicato nella gestione delle diverse crisi e soprattutto delle conseguenze economico-finanziarie che avranno sia sullo Stato sia direttamente su noi cittadini. La paura del coronavirus non ci ha ancora abbandonato e ci saranno ricadute con influssi negativi. Le ripercussioni della guerra in Ucraina sono lì da vedere, con l’Occidente in crisi: difficoltà nell’approvvigionamento energetico, inflazione, banche centrali in apnea…
Le conseguenze si riflettono sulle nostre tasche con l’annunciato aumento dei premi di cassa malati; il forte e immediato rincaro della benzina, nonché un’inevitabile crescita delle bollette per elettricità, gas e per tutti gli altri vettori energetici. Anche le casse del Cantone subiranno – dopo l’impatto negativo legato alla pandemia – ulteriori scossoni. I bisogni per i cittadini aumentano nei momenti difficili. E la coperta risulta sempre corta. Chi governa è chiamato a trovare soluzioni, oltre ad avere doti di mediazione in un contesto politico che andrà sempre più surriscaldandosi con l’avvicinarsi delle elezioni cantonali. Ma anche quanto viene normalmente fatto dall’apparato statale, se fatto bene, ha una valenza strutturale importante e porta benefici. A molti non sarà passata inosservata la notizia – riportata un po’ sommessamente dai media – della convincente opera di perseguimento da parte dell’autorità inquirente ticinese nei casi di truffe legate agli aiuti alle aziende per il lavoro ridotto. La Seco ha richiesto il rimborso di quasi 40 milioni di franchi versati a imprese e di questi sono già stati recuperati 12 milioni di franchi. L’annotazione interessante per il Ticino è legata al fatto che da noi, come ha sottolineato Boris Zürcher, direttore della divisione del lavoro presso la Seco, vengono perseguite anche le violazioni più contenute che riguardano importi inferiori a 5’000 franchi, mentre altrove non si interviene nemmeno nel caso di importi molto più elevati. Ciò significa che in Ticino vengono recuperati più soldi rispetto ad altri Cantoni e che quindi – lo possiamo ben dire – il lavoro di perseguimento degli abusi è decisamente migliore. Spesso vengo criticato perché taluni considerano eccessiva la spesa del Dipartimento delle istituzioni in ambito di sicurezza e in particolare nella dotazione del Corpo di Polizia. A parte il fatto che la situazione del Ticino è decisamente diversa dagli altri Cantoni perché confina con l’Italia, ho sempre sostenuto che i soldi spesi nel settore della sicurezza siano da considerarsi come un investimento. I dati resi noti dalla Seco dimostrano che un’attività investigativa di livello permette pure di incassare soldi che altrimenti sarebbero andati persi. E nei momenti difficili come quelli che ci attendono alcuni milioni in più non ci faranno sicuramente male.

Opinione pubblicata nell’edizione di venerdì 12 agosto 2022 de La Regione

Questa é la Svizzera, signor Sgarbi …

Questa é la Svizzera, signor Sgarbi …

“I deputati non hanno auto blu e men che meno lampeggianti” – 
Norman Gobbi, responsabile del Ministero della giustizia del Canton Ticino, ha replicato piccato a Vittorio Sgarbi, autore di una sfuriata su Facebook per essere stato fermato dalla polizia svizzera al valico di Chiasso – Brogeda perché aveva superato la fila con il lampeggiante acceso …

“Questa è la Svizzera e il Canton Ticino signor Sgarbi, dove i deputati non hanno auto blu e men che meno dotate di lampeggianti prioritari”. Da Bellinzona, capitale del Canton Ticino, arriva una replica piccata a Vittorio Sgarbi, autore di una sfuriata su Facebook per essere stato fermato, sabato scorso nel pomeriggio, al valico autostradale di Chiasso-Brogeda, dalla polizia stradale ticinese e dalle guardie di confine svizzere, perché sorpreso a viaggiare su un’auto blu, con tanto di lampeggianti in funzione, sorpassando la colonna di veicoli dei vacanzieri, diretti verso il confine italo-svizzero.

A rispondere al deputato e critico d’arte, che a causa di quell’episodio ha dichiarato che mai più avrebbe messo piede in Svizzera, è stato, sempre via social, Norman Gobbi, responsabile leghista del Dipartimento delle Istituzioni, il ministero di Giustizia e Polizia del Canton Ticino. Non siamo all’incidente diplomatico ma poco ci manca. Anche perché pare che l’agente della Polizia di Stato che guidava l’auto con a bordo Sgarbi, reduce dal Locarno Film Festival, abbia insultato i poliziotti che l’hanno fermato.

“Diciamo che verso i miei uomini entrambi non si sono comportati molto bene”, dice a Repubblica Norman Gobbi. Il deputato e critico d’arte, lo ricordiamo, non si è lamentato solo per la multa di 500 franchi inflitta al suo autista-poliziotto, ma pure per essere stato trattenuto in automobile, senza possibilità di scendere, durante gli accertamenti svolti dagli agenti e le guardie di confine.

“Poliziotti, arroganti prepotenti e bugiardi”, si era infuriato Sgarbi. Comportatisi, vale la pena sottolinearlo, come si comportano tutte le polizie d’Europa, italiana compresa, quando fermano un’auto. “Le regole sono regole”, ha tenuto a precisare il ministro Gobbi. […]
https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/ldquo-questa-svizzera-signor-sgarbi-deputati-non-hanno-auto-320520.htm

Da www.dagospia.com

«A volte è tanto presente tra noi, che sembra stia per raggiungerci»

«A volte è tanto presente tra noi, che sembra stia per raggiungerci»

“Presente”: è stato lo slogan di Marco nella sua ultima campagna elettorale. “Presente per Lugano”: “Presente per la qualità urbana”, “Presente per la cultura”,… E Marco era davvero “Presente” per tutto e per tutti.

Proprio per questo suo modo di essere, di spendersi per gli altri – prima per il Ticino, poi per la sua Lugano – oggi Marco ci manca ancora di più a un anno di distanza da quell’11 agosto in cui la sua voglia di correre verso qualcuno o verso qualcosa ce lo ha portato via.
Nello stesso tempo però lo sento, lo sentiamo, ancora… presente. Quando sono a Lugano per un impegno o per una visita mi sembra che Marco debba arrivare a momenti. È una sensazione strana, ma che ci dice quanto lui abbia riempito la vita di tutti noi. E quanto fosse realmente presente.
La cosa importante che è capitata lungo l’arco di questi 12 mesi è la volontà di tante persone di portare avanti un insegnamento, un modo di fare per raggiungere determinati obiettivi. Nessuno sarà come lui. Vero. Però vedo in Foletti e negli altri municipali il positivo tentativo di mantenere un dialogo aperto, di non andare sempre e subito allo scontro. Una mediazione che deve fare emergere le opinioni del Municipio intero, alla ricerca di una soluzione, di una strada praticabile per trovare le migliori risposte ai problemi.
Io stesso mi ritrovo spesso a confrontarmi sul da farsi, pensando a che cosa avrebbe fatto Marco. Era ciò che facevo prima: ogni tanto prendevo il cellulare e ci sentivamo, ci “consultavamo”. Lui mi insegnava pacatezza, però chiedendomi di mai snaturare il mio modo di essere. Quando invece chiamava lui era quasi sempre per avere la conferma decisiva per affrontare un determinato problema. E nel cuore di entrambi la volontà di fare la cosa giusta per la nostra gente.
Marco Borradori ci manca. Manca alla sua Città. Manca alla gente che lo apprezzava. Manca alla Lega dei ticinesi. Il suo esempio è però ancora forte, è ancora “Presente”.
L’altro giorno ho avuto la fortuna di ammirare un bellissimo arcobaleno. Nella mente l’immagine di Marco e quelle parole – che ho ricordato a Cornaredo il 17 agosto dell’anno scorso nel giorno dell’ultimo saluto terreno – della canzone di Ricky Nelson: “Le lacrime di oggi sono gli arcobaleni di domani”.

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«A volte è tanto presente tra noi, che sembra stia per raggiungerci»

Il sindaco di Lugano moriva alle 18.10 dell’11 agosto del 2021 – Il ricordo di chi lo conosceva e ha lavorato al suo fianco Norman Gobbi: «C’era per tutto e per tutti» – Claudio Zali: «Era la faccia buona della politica» – Roberto Badaracco: «Da lui abbiamo imparato tanto»

La mente torna fra i campi della Tenuta Bally di Vezia. È un mezzogiorno afoso e un uomo corre da solo lungo la strada sterrata. A un certo punto rallenta. Si ferma. Si accascia al suolo. Perde conoscenza. Di testimoni di quel momento in realtà non ce n’erano, ma tutti abbiamo provato a riviverlo con il pensiero. E un anno dopo è ancora impresso nella memoria. Un anno da quando Marco Borradori si è congedato da questo mondo. Erano le 18.10 di mercoledì 11 agosto quando i medici del Cardiocentro spegnevano il macchinario che da più di ventiquattr’ore stava tenendo in vita il sindaco di Lugano e, con esso, le speranze che l’epilogo potesse essere diverso. Troppo grave l’arresto cardiaco che aveva colpito Borradori durante il suo allenamento. I soccorritori avevano tentato di rianimarlo sul posto, ma il suo cuore non aveva mai ripreso a battere autonomamente. Poi aveva smesso del tutto, lasciando Lugano e il Ticino con un senso di vuoto. Umano prima di tutto, ma anche istituzionale. La vita è andata avanti, come fa sempre, e così la politica. Le parole di chi lo conosceva ci riportano indietro di un anno. Fermano il tempo, o almeno ci danno l’illusione che sia così.

«La sua calma serafica»
«Un anno fa – ricorda il vicesindaco di Lugano, Roberto Badaracco – abbiamo vissuto sentimenti difficilmente spiegabili: sconcerto, speranza, dolore profondo, totale disorientamento. Ma quasi contemporaneamente siamo stati inondati da un’immensa dimostrazione di affetto e vicinanza nei suoi confronti; dimostrazione che ci ha dato forza e coraggio per continuare il nostro lavoro. Non dimenticherò mai – poche ore dopo il malore – la commozione nel dover leggere il discorso che lui stesso aveva preparato per accogliere gli ambasciatori del Festival del film al LAC. Il suo ricordo, ma soprattutto il suo sorriso e la sua gentilezza, sono ancora molto vivi in me. Proverbiale era il suo approccio ai problemi, affrontati regolarmente con una calma serafica. Ho imparato tanto da lui in cinque anni di Esecutivo insieme e serberò sempre questo periodo nel mio cuore».

«Non era solo sorrisi»
«La mancanza di Marco Borradori si avverte, come è scontato per una persona delle sue qualità umane e politiche», osserva il municipale Lorenzo Quadri. «Marco era veramente il sindaco di tutti, quasi un simbolo della città, in grado di raccogliere consensi trasversali agli schieramenti politici. Tuttavia – ammonisce – lo stereotipo del sindaco sempre gentile e sorridente è riduttivo. Marco era molto di più: aveva posizioni e convinzioni che sapeva difendere anche con durezza».

«Una figura autorevole»
«Se ne è sentita la mancanza» ammette il consigliere di Stato Claudio Zali. «Si è perso un amico e una figura che all’interno del nostro movimento era importante, autorevole e benvoluta da tutti. Era la ‘faccia buona della politica’ e faceva venir voglia di avvicinarsi alla cosa pubblica. Una presenza spesso silenziosa ma al momento giusto aveva la parola giusta o un’opinione importante».

«Il suo stile vive»
«Presente». Il consigliere di Stato Norman Gobbi ricorda lo slogan scelto da Borradori nella sua ultima campagna elettorale. «E Marco era davvero presente, per tutto e per tutti. Proprio per questo suo modo di essere, oggi ci manca ancora di più. Allo stesso tempo però lo sento, lo sentiamo, ancora presente. Quando sono a Lugano per un impegno o per una visita mi sembra che Marco debba arrivare a momenti. È una sensazione strana, ma che ci dice quanto lui abbia riempito la vita di tutti noi. La cosa importante che è capitata lungo l’arco di questi dodici mesi è la volontà di tante persone di portare avanti un insegnamento, un modo di fare per raggiungere determinati obiettivi. Nessuno sarà come lui. Vero. Però vedo in Foletti e negli altri municipali il positivo tentativo di mantenere un dialogo aperto, di non andare sempre e subito allo scontro. Io stesso mi ritrovo spesso a confrontarmi sul da farsi, pensando a che cosa avrebbe fatto Marco. Ogni tanto prendevo il cellulare e ci sentivamo, ci ‘consultavamo’. Lui mi insegnava pacatezza, però chiedendomi di mai snaturare il mio modo di essere. Quando invece chiamava lui era quasi sempre per avere la conferma decisiva per affrontare un determinato problema. E nel cuore di entrambi la volontà di fare la cosa giusta per la nostra gente».

«Una sana curiosità»
«Ho sempre voluto chiedergli, ma ormai non posso più, se si fosse dimenticato di quei fischi in Piazza Grande nel 2013», ricorda il presidente del Festival del Film di Locarno Marco Solari. «Era salito sul palco per consegnare il premio ‘Città di Lugano’ al miglior regista emergente e fece l’«errore» di dire che il Festival fosse nato sul Ceresio. Se ci ripenso, vedo ancora il suo volto e la tristezza che traspariva dagli occhi. Anch’io rimasi sorpreso e non seppi cosa fare. Forse per l’importanza che ho sempre dato al dialogo tra la Piazza e chi sale sul palco, forse per tradizione e forse, oggi lo ammetto, per vigliaccheria, preferii non intervenire. Qualche mese dopo ricordammo quel momento e lui mi disse: ‘Marco, mi sono sentito solo’. Ancora oggi mi capita di pensarci ». L’episodio tuttavia non aveva rovinato il rapporto tra Borradori e il Festival, che è l’ultima occasione pubblica in cui è stato visto. «La cosa che ho sempre apprezzato di lui è che venisse non per fare passerella, ma perché aveva una sana curiosità. Era facile vederlo non solo in piazza, ma anche negli altri cinema a guardare film, anche quelli più sperimentali. Dentro di me so che il suo spirito gioioso e, permettetemi il termine, ‘festivaliero’ è ancora qui con noi».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 11 agosto 2022 del Corriere del Ticino

Le regole sono regole, per tutti.

Le regole sono regole, per tutti.

Questa è la Svizzera 🇨🇭 e il Canton Ticino signor Sgarbi, dove i deputati non hanno “auto blu” e men che meno dotate di lampeggianti prioritari, privilegio concesso solo agli enti di pronto intervento 🚓🚑🚒 che sono – loro e non Ella – al servizio della comunità tutta. L’educazione è anche saper ammettere quando si sbaglia, senza giudicare ingiustamente un Paese, che, per fortuna, funziona. Buon tutto.

Post su Facebook

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Gobbi contro Sgarbi

Continua sui social la polemica sulla multa ricevuta a Chiasso dal critico d’arte. Con un intervento autorevole
Il consigliere di Stato: «Le regole sono regole. I lampeggianti sono un privilegio solo degli enti di pronto intervento».
L’estate ha bisogno di polemiche. Per fortuna o purtroppo, il tormentone di quest’anno rischia di diventare la guerra social di Vittorio Sgarbi contro la polizia ticinese

«Poliziotti arroganti, prepotenti e bugiardi». «Non verrò mai più in Svizzera». Il critico d’arte, multato e “mazziato” a Chiasso sabato pomeriggio per un sorpasso in auto blu, non ha risparmiato gli sfoghi sulla stampa e sui social. Alle accuse del deputato italiano a mezzo Facebook ha risposto oggi, sullo stesso social network, il consigliere di Stato Norman Gobbi.
«Le regole sono regole». Il direttore del Dipartimento delle istituzioni e responsabile della polizia cantonale difende l’operato degli agenti. «Questa è la Svizzera e il Canton Ticino signor Sgarbi, dove i deputati – scrive il “ministro” leghista – non hanno “auto blu” e men che meno dotate di lampeggianti prioritari».
Lampeggianti: il casus belli. In Ticino, ricorda Gobbi, sono «un privilegio concesso solo agli enti di pronto intervento» che sono – pungente l’inciso: «Loro e non Ella» – al servizio «della comunità tutta». In chiosa il consigliere di Stato richiama l’infuriato multato all’educazione, che «è anche saper ammettere quando si sbaglia, senza giudicare ingiustamente un Paese». E chiude con un ironico «buon tutto». Sperando che sia tutto e dal signor Sgarbi non segua altra replica.  

Da www.tio.ch

Mendrisio, i vincitori del tiro sportivo di Pro Militia

Mendrisio, i vincitori del tiro sportivo di Pro Militia

Alla manifestazione hanno preso parte una quarantina di tiratori. Ospite anche il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi

Sono stati una quarantina i partecipanti al tiro organizzato da Pro Militia negli scorsi giorni, con il supporto della società di tiro La Mendrisiense, al centro di tiro sportivo di Penate, Mendrisio. Tre le competizioni principali durante la manifestazione denominata Lui&Lei. Nella categoria pistola 25 metri si è imposto Pablito Livi (100 punti), davanti a Claudio Pellicioli (95 punti). Terzo posto per Ilario Costa (94 punti). In campo femminile ha primeggiato Roberta Solcà con 99 punti. La competizione a coppie Lui&Lei è stata vinta dalla coppia Puricelli-Zucchetti con 180 punti. La lunga distanza, quella della categoria fucile 300 metri, ha visto al primo posto Samuele Quattropani (86 punti), seguito da Thomas Livi (81 punti) e dal poschiavino Olindo Bacciarini (80 punti).
Ospite della manifestazione è stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni nonché colonnello, che nel suo discorso ha precisato come l’attività del tiro “non significhi esaltare le prodezze militari, bensì ricordare solennemente tutti quei cittadini soldati che hanno prestato servizio a favore del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere”.

ated ICT TicinoCyber Security: il punto in Ticino

ated ICT TicinoCyber Security: il punto in Ticino

Abbiamo avuto il piacere di avere presente per un saluto l’Onorevole Norman Gobbi, “padrino” del Corso di formazione per la preparazione all’esame federale di Cyber Security Specialist, promosso da ated-ICT Ticino e Formati Academy. Si è trattato di un suo intervento in cui il tema delle minacce informatiche è stato al centro della chiacchierata informale con gli studenti e i docenti del percorso di formazione. La considerazione generale è partita accennando ai continui rischi che non solo il mondo delle imprese, ma sempre più anche quello delle istituzioni, si trova a dover quotidianamente fronteggiare. Infatti, se a inizio anno persino la Croce Rossa ha subito un attacco con violazione di dati sensibili, relativi a profughi e rifugiati, è continuo l’allarme e i proclami che sedicenti gruppi di hacker dettano attraverso i canali e media più vari. E spesso si ha la sensazione di trovarsi in affanno in una sorta di tempesta perfetta. Anche perché siamo ormai costretti a usare moltissima tecnologia per lavorare e vivere, ma spesso non sappiamo difenderci con l’accortezza necessaria.

Onorevole Gobbi, lei è molto impegnato sul tema della cyber security, in quanto la campagna di prevenzione Cyber Sicuro e il relativo Gruppo di lavoro strategico è gestito dal Dipartimento che dirige. Quali sono stati ad oggi i risultati più interessanti di cui può parlarci in questo ambito?
«Il Gruppo di lavoro strategico del Consiglio di Stato Cyber Sicuro è stato costituito nel 2019 in quanto vi era l’esigenza di creare un punto di riferimento a livello cantonale – ufficiale e autorevole – per tutte le questioni legate al tema della sicurezza informatica. Di questo Gruppo di lavoro fanno parte funzionari chiave dell’Amministrazione cantonale, compreso personale di Polizia, come pure esperti esterni. Questo assicura un rapido scambio di informazioni in caso di necessità tra le persone che ne fanno parte, le quali essendo attive in ambiti diversi garantiscono l’apporto di conoscenze variegate all’interno del gruppo, sia a livello tecnico che operativo. Infatti, l’attività principale e più nota del Gruppo di lavoro è sicuramente quella legata all’omonima campagna di prevenzione: la scelta degli ambiti verso i quali orientare le attività di prevenzione vengono decisi anche sulla base dei riscontri e degli spunti che i membri del Gruppo osservano nella loro quotidianità professionale.

A oltre due anni dal suo debutto posso ritenermi soddisfatto dell’attività sin qui svolta da Cyber sicuro, in particolare perché ha saputo indirizzare le sue attività in maniera dinamica e flessibile in base alle necessità e alle situazioni venutesi a creare, penso per esempio alla pandemia da COVID-19 o al fatto che molti momenti informativi vengono svolti in maniera digitale nella forma del webinar. Tra i momenti di maggiore spicco sicuramente le due conferenze organizzate nell’autunno del 2020 e del 2021, in occasione della quale abbiamo potuto accogliere in Ticino quale relatore il Delegato federale alla cibersicurezza, Dr. Florian Schütz, rispettivamente un funzionario dell’Ufficio dell’incaricato federale per la protezione dei dati in vista dell’introduzione della nuova Legge federale sulla protezione dei dati (nLPD)».

Quali sono le sfide in tema di sicurezza informatica che come istituzione state raccogliendo e su cui state lavorando?
«La sicurezza informatica è un ambito che al giorno d’oggi coinvolge tutti, dalle aziende alle amministrazioni pubbliche passando per i singoli cittadini. L’attività risulta dunque essere trasversale e molto variegata: posso citare in questo senso l’esigenza che tutte le amministrazioni pubbliche siano sufficientemente tutelate dagli attacchi informatici e sappiano come reagire nel caso in cui ne siano vittima, la necessità di informare la popolazione a proposito delle varie truffe informatiche, l’utilità dell’avere personale correttamente formato così da prevenire inutili rischi, come pure altri aspetti che si fanno sempre più evidenti quali la futura carenza di professionisti nel settore della sicurezza informatica. In questo senso, proposte formative come quella proposta da ated-ICT Ticino per la preparazione all’esame federale di Cyber Security Specialist sono da salutare favorevolmente, in quanto permettono di colmare questa importante lacuna, con la speranza che queste risorse formate restino attive sul nostro territorio».

Il nostro territorio come si sta attrezzando nella protezione e difesa dalle incursioni cyber che spesso osserviamo in Paesi a noi vicini?
«Proprio in questo ambito le attività di Cyber Sicuro hanno un significato importante: aumentare la consapevolezza di tutti (cittadini, economia privata, enti pubblici, e via dicendo) sui rischi cyber è il primo passo da fare: un cittadino consapevole è automaticamente anche un collaboratore, un imprenditore, o un docente consapevole: la conoscenza diffusa è la chiave di volta per la sicurezza di tutto il Paese in tutte le sue componenti pubbliche e private. Acquisita questa consapevolezza, vi sono poi molti attori che già oggi offrono servizi e prestazioni nel settore della cibersicurezza. Sul piano istituzionale nazionale il Centro Nazionale per la cibersicurezza (NCSC) funge da osservatorio e si occupa di allertare le infrastrutture critiche, o se necessario specifici settori economici oppure anche la popolazione, se ritiene che una minaccia osservata all’estero possa ripercuotersi o propagarsi nella rete svizzera. Inoltre, il mercato ha autonomamente sviluppato un ecosistema di fornitori che indirizzano le loro offerte ai singoli cittadini, agli enti pubblici e all’economia privata: non vi è che l’imbarazzo della scelta. A questo proposito è importante sottolineare il ruolo svolto dall’offerta formativa oggi disponibile (sia privata che pubblica) per avere personale qualificato sul territorio anche se, duole dirlo, vi è una marcata carenza di queste figure professionali, in Ticino ma anche nel resto del nostro Paese».

Quali sono le minacce che dal suo punto di vista sembrano più pericolose e a cui dobbiamo prepararci sia come persone, sia come aziende e istituzioni?
«Mi piace sempre ricordare che la protezione dell’infrastruttura informatica non è che uno degli aspetti che compongono la vasta rete della sicurezza in ambito cyber. Infatti, avere del personale sufficientemente formato o dei cittadini che utilizzano le tecnologie digitali in maniera cosciente permette già di ridurre notevolmente il rischio di subire un attacco; si pensi in particolare al “classico” link o allegato inviato per e-mail da uno sconosciuto che, se aperto per sbaglio, potrebbe criptare i dati del nostro dispositivo e restituirceli solo dietro il pagamento di un riscatto. D’altro canto, e qui penso in particolare alle aziende, alle amministrazioni pubbliche e alle organizzazioni di varia natura, ancora non è sufficientemente diffusa la consapevolezza su come occorra agire nel caso in cui si sia vittima di un attacco informatico. Dotarsi di un Piano di risposta agli incidenti (PRI) risulta infatti essenziale per contenere i danni, ripristinare l’operatività il prima possibile e – soprattutto – definire in maniera chiara chi fa cosa. Questo acquisisce ancora ulteriore importanza se pensiamo che, al giorno d’oggi, chiunque può essere potenzialmente un obiettivo per un attacco informatico. Nessuno escluso».

In pochi “a guardia” delle celle: «Professione stereotipata»

In pochi “a guardia” delle celle: «Professione stereotipata»

C’è carenza di agenti di custodia. Norman Gobbi: «Un lavoro stimolante e di responsabilità che va rivalutato»
È recente la pubblicazione del bando di assunzione di nuovi agenti presso le Strutture carcerarie. Il direttore del DI spiega i requisiti necessari per accedervi

Che non si voglia stare dietro le sbarre è plausibile, ma sembra che ultimamente si stia faticando a trovare anche qualcuno da mettere “a guardia” della cella, in Ticino come nel resto della Svizzera. Che vi sia penuria di questa figura, d’altra parte, lo dimostra la recente pubblicazione del bando di assunzione di nuovi agenti di custodia presso le Strutture carcerarie cantonali. È davvero così poco apprezzata questa professione? Lo abbiamo chiesto direttamente al direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

Corrisponde al vero che ultimamente è diventato più difficile reperire agenti di custodia?
«È certamente diventato più difficile non tanto in termini assoluti, quanto piuttosto relativamente alle possibilità di reperire candidati con le necessarie competenze e la giusta predisposizione. Il lavoro di agente di custodia infatti è, contrariamente a quanto si immagina, estremamente complesso in quanto coniuga tre aspetti principali: quello della cura, della custodia e del controllo. È dunque necessaria una certa predisposizione agli aspetti normativi e coercitivi del contesto, accompagnata però da una capacità relazionale ed empatica, indispensabile nella relazione con la popolazione carceraria».

Mi conferma che esiste una certa ritrosia verso questo mestiere?
«La professione di agente di custodia è di elevata responsabilità e contempla, come detto, sia aspetti di gestione della sicurezza che aspetti più relazionali. Il lavoro è stimolante e variato, contemplando attività di sorveglianza, mantenimento dell’ordine ed accompagnamento e sostegno nel quotidiano. Tutti questi aspetti non sono ancora abbastanza conosciuti e nell’immaginario collettivo la figura dell’agente è ancora connotata da stereotipi. In questo ambito stiamo facendo un importante sforzo comunicativo volto a far realmente comprendere il valore della professione, con la sua complessità e polivalenza, le diverse possibilità d’impiego nei vari settori (Centrale operativa, Carcere giudiziario, Carcere penale, Sezione aperta del Carcere penale) nonché l’aspetto formativo della formazione di base e continua a livello cantonale e federale».

Cosa serve per occupare questa posizione?
«Vi sono dei requisiti formali quali ad esempio l’età, la formazione e la cittadinanza. Oltre a ciò i candidati non devono avere precedenti penali né procedure esecutive giustificate in corso. Dal profilo personale i futuri agenti devono avere un buon equilibrio emotivo e una maturità relazionale che permetta loro di mantenere la giusta distanza per far rispettare il regolamento, pur permettendo loro una vicinanza alle persone detenute, che consenta loro di guidarle e accompagnarle lungo il loro percorso di risocializzazione».

Chi, invece, non può sperare di accedere al ruolo?
«Candidati sprovvisti dei suddetti requisiti formali così come coloro che hanno pregiudizi o una visione netta delle cose, che precluda loro di vedere al di là delle apparenze. Il detenuto è e deve rimanere, in qualsiasi caso, una persona degna del massimo rispetto».

Com’è cambiata la professione negli anni?
«Il ruolo dell’agente di custodia è cambiato profondamente negli anni, passando da una professione che aveva il focus unicamente sugli aspetti legati alla sicurezza, gestita attraverso il controllo delle barriere fisiche, ad una professione di relazione dove la componente umana, empatica e la sospensione del giudizio hanno assunto un ruolo sempre più predominante. Oltre a ciò la tecnologia ha permesso di sviluppare sofisticati meccanismi e procedure all’interno delle Strutture carcerarie, per la cui gestione anche l’agente di custodia necessita di essere sempre aggiornato».

Il concorso è aperto da pochi giorni, si hanno già dei feedback in merito alle adesioni?
«Sono già pervenute delle candidature e siamo in attesa di riceverne ulteriori, considerato che il concorso scadrà il 31 agosto e che il 20 luglio si è svolta la presentazione della professione alla quale hanno partecipato diversi interessati. La registrazione video della serata è disponibile sul canale YouTube “Repubblica e Cantone Ticino”, a disposizione degli eventuali altri candidati».

Da Tio.ch

Montagne più sicure se si sa cosa fare

Montagne più sicure se si sa cosa fare

Sono numerosi i tentativi per rendere la campagna di sensibilizzazione più capillare Ma anche gli escursionisti esperti possono rimanere vittime di incidenti – Sacha Gobbi: «I consigli sono efficaci, nonostante l’aumento di appassionati degli ultimi anni, gli infortuni non sono esplosi»

La montagna ticinese si è riproposta come lo sfondo di un incubo: lunedì scorso, infatti, è stato ritrovato il corpo del 43.enne scomparso la domenica precedente in Leventina. L’uomo si era incamminato per un’escursione in solitaria. Si tratta della sesta vittima in due mesi (la prima risale al 7 giugno). Sei vittime sono tante, troppe. Eppure, le informazioni sui giusti comportamenti da adottare in montagna non mancano. Ad esempio, la campagna di prevenzione «Montagne sicure» del Dipartimento delle istituzioni (DI), avviata nel 2018, mira proprio a sensibilizzare sul tema la popolazione e i turisti, sia nella stagione estiva, sia in quella invernale.

Come sensibilizzare
Ma come avviene la sensibilizzazione? «La campagna si basa sulla diffusione di informazioni tramite diversi canali e può contare su alcune giornate organizzate direttamente sul posto con gli esperti del settore», ci spiega Sacha Gobbi, responsabile del progetto «Montagne sicure». «Quest’anno, abbiamo proposto una versione aggiornata del libretto di prevenzione. Lo si può trovare nelle capanne, nelle stazioni di risalita e nei negozi di sport, così come sul nostro sito in formato digitale». L’obiettivo è, chiaramente, raggiungere più persone possibili, sensibilizzandole al meglio sulle insidie che si possono presentare durante un’escursione ad alta quota. «Abbiamo anche creato, in collaborazione con la Federazione alpinistica ticinese (FAT), numerosi sottopiatti, che riprendono i temi principali della campagna di prevenzione», aggiunge Gobbi, sottolineando pure l’importanza della cooperazione con diversi partner per far passare il messaggio. Il progetto, infatti, si avvale di una commissione apposita («Montagne sicure») e di sue sottocommissioni tecniche, di cui fanno parte i rappresentanti del Club Alpino Svizzero (CAS), della FAT, del Soccorso Alpino, della Rega e di Meteo-Svizzera. È coinvolto anche il Gruppo ricerche e constatazioni della Polizia cantonale.

Il pubblico della campagna
A ogni modo, anche di fronte a un numero elevato di incidenti di montagna, la strategia di sensibilizzazione seguirà la linea già definita. « Dove possibile, tenteremo comunque di rafforzare la prevenzione », prosegue Gobbi. I consigli mirano a raggiungere soprattutto gli escursionisti occasionali e meno abituati alla montagna, mentre quelli più esperti possiedono già le nozioni necessarie. « Questi ultimi evidenzia – danno già per acquisite alcune competenze, come, ad esempio, riconoscere i gradi di difficoltà dei sentieri ed equipaggiarsi in maniera adeguata». Purtroppo, però, a volte neppure essere preparati è sufficiente a evitare il pericolo. Le recenti vittime di infortuni mortali appartengono proprio a questa categoria.
«Le vittime delle ultime settimane – rileva Gobbi – erano persone esperte e con materiale idoneo ». Si tratta, in questi casi, di sciagurati incidenti non imputabili all’inesperienza. « Decessi che neppure una campagna più capillare avrebbe potuto evitare».

Il contributo
C’è però anche una buona notizia. Infatti, «nonostante negli ultimi due anni, complice la pandemia, siano aumentati gli escursionisti, il numero di incidenti non è cresciuto in maniera considerevole». È ipotizzabile, quindi, che i messaggi diffusi « abbiano avuto una certa efficacia », conclude Gobbi.
Le principali raccomandazioni degli esperti di «Montagne sicure» sono consultabili sul sito www.ti-ch/montagnesicure e sui canali social.

Da sapere

Le difficoltà principali degli escursionisti: i risultati del sondaggio

L’anno scorso, gli esperti di «Montagne sicure» hanno redatto un sondaggio con una trentina di domande per capire il livello di preparazione degli escursionisti. Gli intervistati hanno risposto all’uscita delle teleferiche e nei rifugi. Dai risultati è emerso che le persone interpellate hanno una buona conoscenza di base.
Tuttavia, spesso non hanno molta familiarità con i gradi di difficoltà dei sentieri di montagna, e questo potrebbe creare qualche problema. Oltre a ciò, il sondaggio ha evidenziato che l’escursionista medio non si rende conto della gravità delle conseguenze di un comportamento errato.

Allocuzione in occasione dei festeggiamenti del 1. Agosto a Mendrisio

Allocuzione in occasione dei festeggiamenti del 1. Agosto a Mendrisio

– Fa stato il discorso orale –  

Stimato sindaco,
stimati municipali, stimati consiglieri comunali,
altre autorità presenti,
care cittadine, cari cittadini di Mendrisio e di altri Comuni che vedo qui,  

in primo luogo un grazie al vostro Municipio che mi dà l’opportunità di parlare in questo magnifico Comune, così ricco di storia e di tradizioni, in un giorno altrettanto importante.
La storia e le tradizioni caratterizzano questo magnifico Borgo che ha saputo interpretare, anzi cavalcare, il rinnovamento, i tempi moderni, così da scrivere nuove pagine storiche.
Mendrisio negli anni Novanta, grazie a scelte coraggiose e lungimiranti, ha gettato le basi per accogliere la nascente Università della Svizzera Italiana. E nel nuovo millennio il vostro Comune ha colto al volo l’opportunità di aggregare realtà comunali limitrofe per dare vita, a tappe, all’attuale entità comunale. Più forte e meglio in grado di rispondere ai bisogni delle cittadine e dei cittadini.
Questi passi innovativi permettono alle tradizioni di Mendrisio di radicarsi ancora di più. Una comunità che cresce e che si rafforza – come è avvenuto a Mendrisio – ha la capacità di portare avanti con più slancio la propria storia e le sue tradizioni.
È un caso che il 12 dicembre del 2019 l’UNESCO abbia iscritto le processioni della Settimana Santa di Mendrisio nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità?
Non credo proprio. La forza e la sostanza della richiesta di iscrivere le Processioni storiche nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità sono figlie di una comunità che ha al centro del proprio lavoro l’interesse del territorio, l’interesse dei suoi beni, l’interesse dei suoi residenti. Per i più giovani che ritrovo qui stasera su questo prato di San Giovanni la presenza dell’università a Mendrisio – e ora anche del campus della SUPSI – sono dati di fatto acquisiti. È giusto che sia così. Come è giusto che tutte le dinamiche positive prodotte dall’Accademia di architettura rientrino nella normalità delle cose. Sono infatti la logica conseguenza dello sviluppo culturale e dell’apertura culturale avvenute grazie all’Accademia. Grazie anche e soprattutto a un illustre architetto di Mendrisio: Mario Botta, che ha immaginato e disegnato da par suo l’università a Mendrisio. Questa idea di Mario Botta è iscritta a pieno titolo nel patrimonio culturale immateriale di Mendrisio, così come l’aggregazione è iscritta nel patrimonio istituzionale del Magnifico borgo!  
L’ho detto in entrata: una comunità forte e dinamica riesce a difendere e perpetrare le proprie tradizioni. A Mendrisio ciò avviene in particolare con le Processioni storiche della Settimana santa e con la fiera di San Martino. Nei giorni che precedono la Pasqua l’avvenimento coinvolge in maniera attiva – preparando e partecipando alle processioni – o in maniera passiva – assistendo alle processioni – gran parte della cittadinanza. Non vorrei però dimenticare la Fiera di San Martino, che ha origini lontane tanto quanto le processioni. Mi affido al vostro storico per antonomasia, Mario Medici, che ci ricorda come occorra risalire all’anno 1684 per rintracciare l’autorizzazione rilasciata al borgo di Mendrisio dalla Superiorità elvetica per lo svolgimento della prima fiera nei prati di San Martino.
Ricordare la profondità temporale di queste due importanti tradizioni e nello stesso tempo la loro significativa presenza nell’attuale vita sociale di Mendrisio e nel cuore dei suoi abitanti mi permette di tracciare un parallelismo con il significato primordiale di questa giornata, di questo 1. Agosto.   Commemorare il Patto federale del 1291 in cui i Cantoni di Uri, Svitto e Untervaldo si promisero solennemente reciproca assistenza in caso di minaccia esterna significa ricordare la nascita di uno Stato che ha posto la sua sovranità e il mutuo soccorso al centro di ogni suo progetto di sviluppo. Una sovranità costruita dal 1848 sulla base del federalismo, riconoscendo quindi autonomia ai Cantoni e assicurando ai Comuni – nel solco del principio della sussidiarietà – un importante ruolo. Ma questa nostra Nazione, che oggi siamo qui a festeggiare, non sarebbe tale se fin dal 1515 non avesse abbracciato il principio fondamentale della neutralità, dopo la sconfitta dei confederati nella battaglia di Marignano.  
Federalismo, democrazia diretta, neutralità: sono i valori-guida della Svizzera. Sono i principi che ci distinguono da ogni altra Nazione. Sono le fondamenta che ci permettono di essere stati, di essere oggi e – lo spero con tutte le mie forze – di essere domani quello che siamo come svizzeri e come ticinesi: espressione di una minoranza linguistica e culturale che viene riconosciuta a pieno titolo nel contesto federalista elvetico.
Questo 1. Agosto 2022 viene onorato e festeggiato in una situazione di sostanziale normalità, dopo le limitazioni vissute in particolare nel 2020 e imposte dalla pandemia. Un’altra emergenza nel frattempo si è infiltrata nel cuore dell’Europa. Non più invisibile e silenziosa come il coronavirus, anzi. La guerra d’invasione dell’esercito russo su parte del suolo ucraino ha riproposto in modo assordante il tema della pace quale condizione che non può mai essere data per scontata e acquisita in modo definitivo, anche al giorno d’oggi, anche nella stessa Europa. La pace tra gli Stati è una condizione che si difende e si costruisce in maniera perenne, attraverso la forza della democrazia.
Per la Svizzera questo conflitto ha riproposto il tema della nostra neutralità, uno dei nostri valori-guida, come ho detto poc’anzi. Per molti la neutralità va declinata caso per caso e può trovare un costante aggiornamento all’interno di un determinato contesto. Se ne può discutere ed è giusto che ciò avvenga.
Personalmente ritengo che importanti passi compiuti dal nostro Consiglio federale in questo specifico quadro internazionale siano stati affrettati e pericolosamente in contrasto con il concetto elvetico di neutralità. La ripresa, da parte della Svizzera, delle sanzioni dell’Unione europea nei confronti della Russia, a causa dell’aggressione militare ai danni dell’Ucraina, possono rappresentare un evidente metodo di guerra. Condanniamo l’aggressione e l’aggressore. Questo è giusto farlo. Questo si deve fare. Si tratta però di riuscire a mantenere una libertà assoluta di fronte a un conflitto. Oltre a constatare che le sanzioni contro Mosca non hanno prodotto all’interno di quel Paese uno sconquasso, siamo proprio sicuri che questa sia la via da seguire per ricondurre alla ragione l’aggressore o che sia l’unica via da seguire?   Permettetemi di avanzare più di un dubbio. Questo 1. Agosto ci permette di riflettere sul significato della nostra neutralità non in maniera astratta – come spesso viene fatto durante questi discorsi celebrativi – ma in modo pertinente. Il lancio di una iniziativa popolare per iscrivere nella nostra Costituzione il principio della neutralità integrale mi trova favorevole. Permetterebbe agli svizzeri di discutere e di esprimersi su una materia – come dimostrano i fatti – non astratta, ma sostanziale. Svizzeri che a mio giudizio sono decisamente favorevoli alla neutralità e che giudicano negativamente quanto deciso nel campo delle sanzioni contro la Russia dal Consiglio federale. La neutralità rafforza la posizione della Svizzera nel contesto internazionale. La rende, come la storia ci dimostra, unica e rispettata. Indebolire questo valore significa indebolire la Svizzera su tutti i piani, anche su quello economico.   Difendere e mantenere le nostre unicità: questo è l’auspicio che formulo in questa giornata in cui spesso vince la retorica, quando invece serve concretezza e impegno serio a tutti i livelli: da quello politico, a quello professionale e a quello associativo, per giungere a quello personale e individuale. Lo dico qui a Mendrisio, dove l’impegno del singolo a favore della comunità è ancora forte e dove la storia e le tradizioni sono nei vostri cuori.
Care cittadine e cari cittadini: la Civica Filarmonica suonerà tra poco il Salmo svizzero. La melodia e le parole del nostro inno nazionale rafforzano il nostro sentimento di appartenenze, facendo vibrare il nostro animo.  
Ringraziando ancora il Municipio per l’invito e la Società Benefica Risotto Urano per l’ottima grigliata e concludo ringraziando in modo particolare tutte e tutti voi per la pazienza e per l’attenzione con cui mi avete ascoltato.
Viva Mendrisio, viva il Ticino.
Viva la Svizzera e viva il suo Popolo sovrano.