Telelavoro: la Regio Insubrica vuole l’accordo

Telelavoro: la Regio Insubrica vuole l’accordo

La Comunità di Lavoro transfrontaliera chiede che Roma e Berna rinnovino l’intesa stabilita durante la pandemia

Anche la Regio Insubrica chiede a Berna e a Roma di ripristinare l’accordo amichevole italo-svizzero, concluso durante la pandemia, che regolava l’imposizione fiscale dei frontalieri durante le giornate di telelavoro. Un accordo – che andrà a cadere il primo febbraio – disdetto dall’Italia e che permetteva ai frontalieri di sottostare al regime fiscale elvetico anche nei periodi in cui lavoravano in remoto, da casa, in Italia.
Ancora non si può dire se Roma deciderà di riattivare l’accordo. Ma la presa di posizione della Regio Insubrica potrebbe avere un peso piuttosto importante sulle decisioni che ora dovrà prendere il Governo italiano. Questo perché quest’anno la presidenza della Regio Insubrica è guidata dalla Regione Lombardia (dall’assessore Massimo Sertori).

A Roma se ne discuterà presto
Il tema finirà comunque nei prossimi giorni sul tavolo del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. “È chiaro – ha spiegato alla RSI Silvana Snider, consigliera del ministro Giorgetti per le questioni di frontiera – che tutte le esigenze che in questo momento provengono dal territorio vengono ancor più vagliate dal Ministero delle Finanze, dove siede tra l’altro un ministro (Giorgetti, ndr) che conosce molto bene il territorio essendo della zona di Varese. In più c’è l’aspetto riguardante la Regione Lombardia, che fa sapere attraverso la Regio Insubrica che questa problematica è molto sentita. Pertanto la si discuterà sicuramente”. E la si discuterà nell’ambito della discussione sulla ratifica del più ampio accordo sui frontalieri

Un tema che unisce padronato e sindacati
La disdetta dell’accordo da parte italiana rischia di creare – per i frontalieri – difficoltà burocratiche. Questo perché a partire dal primo febbraio, nei giorni in cui lavoreranno da casa in Italia, saranno soggetti alla tassazione italiana. Anche per questo ieri l’Associazione industrie ticinesi, la Camera di commercio e i sindacati OCST e UNIA hanno scritto alla Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali chiedendo di attivarsi con l’Italia per ripristinare l’accordo.

Le mosse del Consiglio di Stato
Su questo tema il Consiglio di Stato ticinese aveva già scritto a Berna il 30 novembre, chiedendo di prendere contatto con il Governo italiano e tentare di prolungare l’accordo. La Svizzera, in linea generale, sembra propensa a voler trovare una soluzione. Anche perché, paradossalmente, le ripercussioni potrebbero essere più grandi in Italia. “Per i frontalieri – ci ha spiegato Giordano Macchi, direttore della Divisione delle Contribuzioni del Canton Ticino – senza l’accordo ci sarebbero problemi burocratici e amministrativi molto gravi. Ci sarebbero anche rischi per le imprese ticinesi, ma ci sarebbe anche un danno economico per i Comuni italiani di frontiera”.

I rischi per i Comuni italiani di confine
Questo perché, spiega Macchi, non considerando frontalieri le persone impegnate in telelavoro, da parte Svizzera (in questo caso ticinese) non vi sarebbero neppure più i ristorni. Ristorni che vengono destinati ai Comuni della fascia di confine. “Ci sarebbe un danno piuttosto importante per loro”. Motivo che spinge Macchi a dirsi piuttosto fiducioso in merito a un ripristino dell’accordo. “È  necessario che i due Paesi si mettano al tavolo e, come sono riusciti in tempi brevi a trovare soluzioni durante la pandemia, facciano altrettanto nel periodo post-pandemico. Perché la pandemia ha dato una spinta al telelavoro e queste realtà dovrà essere gestita anche dopo la crisi sanitaria”.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Telelavoro-la-Regio-Insubrica-vuole-l%E2%80%99accordo-15925741.html

Da www.rsi.ch/news

Quando lo Stato “ti pulisce” il denaro

Quando lo Stato “ti pulisce” il denaro

Il Canton Ticino chiede a Berna un giro di vite sul pagamento dei debiti in contante; il rischio di riciclaggio è troppo elevato

Il problema (per alcuni) è che gli uffici di recupero crediti accettano pagamenti in contanti senza l’obbligo di fare delle verifiche sull’origine del denaro, a differenza delle banche che per importi superiori ai 15’000 franchi devono chiarire da dove vengono i soldi ed eventualmente segnalare casi dubbi. Qualcosa negli ultimi mesi però si è mosso: il Consiglio federale ha messo in consultazione una revisione della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento che prevede tra le altre cose di fissare un limite per il pagamento in contanti: 100’000 franchi. Ancora troppo per le autorità cantonali ticinesi, ma anche, ad esempio, per la Conferenza svizzera degli ufficiali di esecuzione e fallimenti e altri Cantoni (pochi a dire il vero) che chiedono di ridurre il limite a 15’000 franchi come le banche, appunto. Questo, dice alla RSI la direttrice della Divisione ticinese della giustizia, Frida Andreotti, “per evitare che lo Stato diventi uno strumento per riciclare del denaro”. Il Consiglio federale ritiene invece che il debitore debba aver la possibilità di pagare in contante anche somme importanti di denaro in modo da evitare anche all’ultimo minuto possibili pignoramenti. Ritiene inoltre che i pagamenti elevati in contanti siano molto rari, che il rischio di abuso sia quindi limitato.

La soluzione ticinese
La procedura di consultazione nel frattempo è conclusa, ora si attende il rapporto del Governo. Il Ticino ha deciso però di agire anche sul piano cantonale. Ha avviato verifiche sulla possibilità di introdurre un’autodichiarazione già a partire dai 5’000 franchi. Dove la persona che vuole effettuare il pagamento deve indicare l’origine del denaro contante, se è “provento dalla propria attività, da una donazione, da una vendita, da familiari o da finanziamenti bancari”. Le verifiche giuridiche dovranno dire se un simile formulario sia legale.
A prescindere da quanto sia utilizzato il meccanismo di riciclaggio di cui vi stiamo parlando, le autorità ticinesi vogliono dare un segnale. “Il tema è sensibile e va seguito”, dice alla RSI Fernando Piccirilli che è il Capo della Sezione ticinese di esecuzione e fallimento, “va quindi fatto un tentativo per arginare questo fenomeno”. Intervenire anche sul metodo di pagamento dei debiti, è un “piccolo grande segnale verso chi vuole utilizzare il Ticino per attività illecite”, conclude Frida Andreotti.

Come si fa
Il meccanismo è semplice e poggia sulla complicità tra due persone che si spacciano per creditore e debitore. La persona A spicca un precetto esecutivo alla persona B con la quale è d’accordo. Nello stesso tempo sempre la persona A da alla persona B il denaro “sporco”, provento da attività illecite, per pagare il debito. La persona B paga il debito a A passando dall’Ufficio esecuzione e fallimenti, che dopo aver trattenuto le spese, lo versa alla persona A. E così, spiega Fernando Piccirilli, “il denaro torna indietro al creditore pulito da parte dell’Ufficio esecuzione e fallimenti”, ovvero, dallo Stato. Il finto debitore, che si presta al gioco, di solito riceve una commissione. Ogni anno in Ticino vengono spiccati circa 180’000 precetti esecutivi, quindi “c’è un buon potenziale” anche perché se una persona non contesta il debito è praticamente impossibile per l’autorità capire che il precetto esecutivo è falso. “L’Ufficio esecuzione non verifica tutte le volte il creditore, basta adempiere alle formalità”. Ovvero: nome e cognome del creditore, del debitore, l’importo in valuta svizzera e il motivo del debito
che può essere anche fittizio.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Quando-lo-Stato-ti-pulisce-il-denaro-15914071.html

Da www.rsi.ch

PREVENA 2022: una maggiore presenza a favore della sicurezza

PREVENA 2022: una maggiore presenza a favore della sicurezza

Comunicato stampa

Durante il mese di dicembre si è svolta l’operazione di prevenzione dei furti durante il periodo natalizio denominata PREVENA. Azione che ha visto collaborare agenti della Polizia cantonale, delle Polizie comunali e della Polizia dei trasporti. Una presenza accresciuta sul terreno che ha permesso di aumentare le interazioni con il cittadino e rinsaldare il rapporto di fiducia. 
Come avviene ormai da diversi anni, dal 5 al 24 dicembre si è svolta l’operazione PREVENA. Si tratta di un’azione di prevenzione che ha quale obiettivo principale di accrescere il contatto con il cittadino, aumentando il controllo del territorio. Infatti, durante il periodo natalizio molti malintenzionati ne approfittano per compiere furti con scasso, borseggi e altri reati. L’operazione è strutturata sul concetto di tre livelli di sicurezza:
livello sicurezza del cittadino: allo scopo di garantire il sostegno alle necessità della popolazione;
livello di sicurezza del territorio: con l’obiettivo di prevenire i reati ed agire dinamicamente sul terreno con l’impiego mobile delle forze;
livello sicurezza dei fenomeni: per garantire un costante monitoraggio degli eventi che, con serialità, vanno oltre l’attività ordinaria.
Effettuata in collaborazione tra la Polizia cantonale, le polizie comunali e la Polizia dei trasporti, PREVENA ha premesso di effettuare 373 posti di controllo nei punti più sensibili, in particolare in ottica di prevenzione di furti con scasso nelle abitazioni. Sono invece state 409 le pattuglie appiedate svolte con un’attenzione accresciuta a borseggi e taccheggi e furti nei veicoli, in luoghi di grande affluenza quali negozi, centri commerciali e mercatini di Natale.
Oltre a rafforzare il contatto con il cittadino l’operazione ha permesso di effettuare 22 fermi o arresti per furto o taccheggio, constatare 5 infrazioni o contravvenzioni alla legge sugli stupefacenti (LStup) e 4 casi di inattitudine alla guida con conseguente ritiro della licenza di condurre.

Vita e sogni dietro le sbarre, un calendario per parlarne

Vita e sogni dietro le sbarre, un calendario per parlarne

È quanto ha realizzato un gruppo di detenuti nelle carceri ticinesi. Foto e riflessioni raccontano la loro quotidianità.
Il direttore Laffranchini: ‘Iniziativa partita da loro’.

“La vita non finisce qui”. È un messaggio proiettato al futuro quello apposto sopra una foto che ritrae delle sbarre di ferro e un muro di cemento, scelti per caratterizzare il supporto da appendere alla parete del calendario 2023 delle Strutture carcerarie cantonali. Un’iniziativa nata dal basso, ovvero dal Gruppo cucina formato da persone detenute. Come immagine di copertina il calendario riporta una pietanza disposta su piatti di plastica preparata dagli ideatori del progetto, mentre nelle pagine interne, associate alle caselle dei giorni, si trovano degli scatti che mostrano momenti e luoghi emblematici della quotidianità in prigione: cassette di verdure e di pane, una torta appena sfornata, scorci di cielo che riempiono i vuoti di un reticolo di filo spinato, tricicli per bambini posteggiati all’esterno.

Ognuno di essi è accompagnato dal pensiero di un prigioniero: “Fuori c’è qualcuno che mi vuole bene”. “Spero di non tornarci mai più. Dovrò lavorarci anche quando sarò fuori”. “Facendo l’apprendistato ho una vita normale e ho ripreso i rapporti con i miei genitori”. Riflessioni concise, formulate con semplicità, ma cariche di profonda valenza per coloro che le hanno espresse e per chi fuori aspetta il ricongiungimento. Come d’altronde è carico di significato proprio l’oggetto calendario, fatto da persone per cui depennare i giorni significa contare il tempo che le separa dalla ritrovata libertà.

‘La loro idea iniziale era di venderlo e dare i ricavi in favore delle vittime’
«L’iniziativa è partita da una persona detenuta che lavora in cucina e mi ha scritto che assieme ad altre desiderava fare un calendario – racconta a ‘laRegione’ il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini –. La loro idea era poi di venderlo e dare i soldi in favore delle vittime. Ci è sembrata un’ottima proposta e abbiamo deciso di concretizzarla sotto forma di progetto pilota, ma per ora senza la vendita». Per questo primo anno è dunque stato creato il calendario da regalare a persone e a istituzioni vicine al mondo della detenzione in modo da tastare il terreno e valutarne l’impatto per poi eventualmente ripetere l’iniziativa nell’ottica pensata dalle persone detenute.
Le quali, dice Laffranchini, sono molto contente di quanto hanno creato: «Si tratta di un piccolo progetto a cui però si sono dedicate con molta passione. È stato necessario capire come impostare la grafica, scattare le fotografie, redigere i testi e impaginarli. Sono stati coinvolti anche i docenti della scuola che hanno contribuito alla realizzazione del calendario. Inoltre è stata un’opportunità che ha permesso a chi si è messo in gioco di interrogarsi sul proprio percorso».

‘L’obiettivo dell’esecuzione penale è la risocializzazione’
Progetti come quello descritto si inseriscono nel quadro del mandato di risocializzazione affidato ai penitenziari del nostro Paese. «L’articolo 75 del Codice penale svizzero prevede essere la risocializzazione lo scopo della pena, quindi l’obiettivo dell’esecuzione penale è la riabilitazione – sottolinea il direttore delle Strutture carcerarie cantonali –. Per questo tutti i progetti e tutti gli interventi anche esterni vengono valutati in ottica riabilitativa. Se riteniamo che le proposte possano apportare un contributo in questo senso, le seguiamo più che volentieri nei limiti del possibile». Anche in modo piuttosto flessibile, dice Laffranchini: «Proponiamo ad esempio dei corsi di yoga di cui forse non si vede direttamente la pertinenza con il reinserimento nella società, ma di cui intuitivamente è comprensibile il beneficio». Accanto alle proposte che vengono dal basso e a quelle più distensive, in carcere esistono diversi laboratori dove si praticano attività retribuite. «C’è la falegnameria, stampiamo le targhe, lavoriamo per Swissminiatur e Geomat, abbiamo il Gruppo lavanderia e appunto quello cucina – illustra degli esempi Laffranchini –. Evidentemente il lavoro è un fondamento su cui costruire la risocializzazione, da una parte tramite la normalizzazione, per far sì cioè che le persone si abituino ad avere un ritmo di scansione della giornata che poi ritroveranno all’esterno. Mentre dall’altra parte imparano o reimparano a vivere dei proventi del proprio lavoro».

‘In questo periodo aumenta il senso di solitudine ma anche la distensione’
Un pensiero in questo periodo va al modo in cui i detenuti vivono le festività. «È un momento un po’ particolare perché potrebbe amplificare il senso di solitudine dato che si tratta di giorni che solitamente si trascorrono con i propri cari mentre chi è in carcere si trova a non poterlo fare – osserva Laffranchini –. Comunque percepisco una distensione generale in questi momenti, forse anche perché offriamo delle possibilità maggiori: un po’ più di tempo fuori dalla cella, un po’ di più di tempo con i propri parenti. Questo probabilmente contribuisce ad alimentare un clima festivo anche per loro, malgrado la situazione di privazione della libertà e degli affetti che vivono».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 2 gennaio 2023 de La Regione

Quando la polizia diventa lo stalker degli stalker

Quando la polizia diventa lo stalker degli stalker

Il Gruppo prevenzione negoziazione agisce d’anticipo e disinnesca potenziali casi di femminicidio.
Il capitano Cucchiaro alle vittime: ‘Segnalate prima che sia troppo tardi’.

La violenza coniugale uccide più della strada e del tabacco. Ogni due settimane una donna viene uccisa in Svizzera dal compagno. In Ticino la polizia interviene in media tre volte al giorno, uno per violenza domestica ed è purtroppo solo la punta dell’iceberg. È un dovere proteggere donne e bambini che hanno il diritto di sentirsi al sicuro, ma occorre occuparsi (e non solo con pene detentive) anche dell’aggressore. Raramente, anche se lo vuole, si ferma da solo, senza supporto e assistenza adeguati. Se l’autore impara a gestire la rabbia, la vittima è libera. È anche per questo motivo che è nato un nuovo gruppo dentro la polizia che sta col fiato sul collo di chi ha già commesso violenza e di chi potrebbe farlo. «Diventiamo gli stalker degli stalker», dice il capitano Andrea Cucchiaro, usando una metafora.
L’ufficiale è responsabile del reparto interventi speciali (Ris) e dirige anche il Gruppo prevenzione negoziazione (Gpn), attivo dal 2019, che agisce sotto la legge della polizia (non sotto il codice di procedura penale) e si occupa appunto di disinnescare o anticipare situazioni potenzialmente a rischio, evitando il passaggio all’atto. Anche la violenza in famiglia. Abbiamo incontrato il capitano per capire come gli agenti monitorano chi ha già commesso violenze e chi potrebbe potenzialmente diventare pericoloso. Due situazioni diverse. «A reato avvenuto, la Polizia cantonale agisce sia col gruppo violenza domestica, inserito nella gendarmeria, che raccoglie l’attività delrelazione le pattuglie (art 55A del codice penale) e contatta la vittima, sia col gruppo prevenzione negoziazione (Gpn) che fa un’ulteriore analisi al fine di evitare una recidiva: chi ha subito diventa il nostro radar sulla situazione per capire e monitorare l’autore».

Perché picchiano le compagne
Gli agenti del Gpn (4 agenti specializzati e 1 coordinatore) ai quali si affianca uno psicologo del servizio psicologico della polizia, invitano anche l’autore (di regola sono maschi) a un colloquio. Non c’è coercizione. L’obiettivo è scoprire il motivo scatenante della violenza: perché ha picchiato la compagna, la moglie. «Il 95% si presenta all’incontro. Non sono criminali (e non li sto assolvendo!), tanti vogliono parlarne. Una volta lasciati dalla compagna, alcuni si comportano in modo violento perché si sentono persi, non sanno fare nulla da soli, da cucinare a pagare le fatture. Altri hanno problemi relazionali patologici, che possono affondare le radici nell’infanzia». L’incapacità di gestire la rabbia, sommata ad alcol, problemi coi figli, col lavoro diventa la miccia che può accendere la furia violenta.

La miccia della furia è spesso l’alcol
«L’abuso di alcol è quasi sempre presente, un elemento che favorisce fino a 7 volte in più l’escalation violenta». Il gruppo interviene anche per prevenire la violenza. Certo ci vuole una segnalazione (vedi box) da parte della vittima o di chi le sta attorno: «Siamo molto attenti ai casi di stalking (non è reato penale). Quando ci sono comportamenti persecutori ripetuti e intrusivi, come minacce, pedinamenti, molestie, telefonate contattiamo l’autore, lo incontriamo e cerchiamo di capire cosa succede». Il gruppo non fa né pedinamenti, né controlli telefonici, nessuna forma coattiva. «Apriamo un canale con la vittima che diventa parte attiva e col potenziale aggressore. L’obiettivo è capire che cosa può scatenare l’aggressione, gli eventi potenzialmente critici, come la sentenza per l’affido dei figli o un nuovo partner dell’ex. In questi casi monitoriamo più da vicino che cosa succede. Se tutto ciò non funziona attiviamo altri servizi come ad esempio le Arp per valutazioni più approfondite».

Ogni settimana 5 nuovi casi
I numeri fanno riflettere. «Ogni settimana abbiamo 4-5 nuovi casi (circa 300 l’anno, gli autori vanno dai 25 agli 80 anni), ci vengono segnalati da vari enti, istituzioni e talvolta anche da avvocati; la maggior parte non è ancora passata all’atto. La con gli autori si protrae nel tempo e sono una cinquantina le persone che vediamo con una certa regolarità, anche settimanale». I casi di violenza domestica di cui ci occupiamo – precisa – sono un centinaio circa l’anno (107 nel 2021, nel 2022 superiamo quel numero), il resto riguarda minacce tra vicini, verso funzionari, medici, autorità, politici; studenti che vanno a scuola con un’arma, che pubblicano contenuti violenti sui social, che scrivono componimenti che lasciano presagire un certo interesse per atti violenti.

‘Il dialogo nella coppia sembra scomparso’
La violenza non ha passaporto, ma spesso gli anelli deboli sono donne straniere che non sanno a chi rivolgersi in caso di maltrattamenti. Raggiungerle può essere una sfida. «Abbiamo trattato casi di donne letteralmente chiuse in casa, che hanno tutti i familiari contro. Sono casi che vengono alla luce ad esempio grazie ai racconti dei figli a scuola. Nella comunità eritrea ad esempio, il nascituro appartiene all’uomo, l’ipotesi d’interruzione di gravidanza può diventare un tema esplosivo. Noi siamo un tassello di una rete più ampia», precisa. In questi anni l’ufficiale si è fatto un’idea del perché tanta violenza si insinua in famiglia. «Osserviamo una crescente difficoltà a esprimere il proprio disagio nella coppia, il dialogo sembra scomparso. Si preferisce manipolare, urlare o usare la violenza. Quando queste persone sono davanti agli agenti parlano per ore, ma non lo fanno col partner». Agire preventivamente sembra la via giusta per disinnescare potenziali bombe a orologeria: «Fino ad ora siamo riusciti a evitare gravi passaggi all’atto e questo è un buon risultato».
Tra i tanti casi trattati, uno ritorna alla mente dell’ufficiale: «Mi colpisce la resistenza di alcune vittime, ricordo una donna che ha sopportato insulti e pugni per 20 anni. Quando i figli sono diventati autonomi ha deciso di reagire, non l’avrebbe fatto prima. L’abbiamo sostenuta e nel giro di un anno e mezzo si è ricostruita una nuova vita».

L’appello: ‘Alle vittime dico di non aspettare’
A chi subisce comportamenti persecutori, alle potenziali vittime l’ufficiale dice di non aspettare troppo, di chiedere aiuto e segnalare quanto succede: «Certe dinamiche possono degenerare molto velocemente», spiega il capitano Cucchiaro. L’invito è contattare anche il suo gruppo, via 117. «Possiamo anche solo parlare, consigliare che cosa fare». Quando si è oltre? «Quando ci si sente minacciati e in pericolo, ad esempio quando l’ex si apposta sotto casa, sposta gli ombrelli fuori casa così da farti sentire controllata. Anche se non c’è stato uno scontro fisico, ci sono tanti segnali da non sottovalutare». Il Gpn, forse poiché rappresenta la polizia, ottiene un maggior effetto deterrente: «Quando convochiamo a titolo preventivo un potenziale aggressore e ci parliamo, otteniamo di regola già buoni risultati».
Da gennaio ci sarà un nuovo tassello nella lotta contro la violenza domestica. Il Centro competenza violenza, diretto dalla psicologa della polizia Marina Lang, si propone di far dialogare tutte le unità della polizia, di analizzare nei vari casi che cosa funziona, che cosa non funziona e come migliorarlo, farà analisi del rischio e sarà il punto unico di relazione verso gli enti esterni. Avrà anche il ruolo di sensibilizzare la popolazione per favorire le segnalazioni utili a prevenire la violenza domestica. Il capitano fa riferimento al progetto upstander (chi vede qualcosa lo segnala). «Non è un programma spione, ma un invito a interessarsi all’altro, per accorgersi se il collega, l’amico, lo studente ultimamente ha cambiato le sue abitudini, solo nella relazione osserviamo ad esempio se un allievo inizia a starsene sempre solo: può essere solo introverso, ma può anche essere la spia di altro. Con la scuola stiamo valutando un canale di segnalazione diretto, così quel docente che ha un dubbio può chiamarci per un consiglio senza allertare la cavalleria». Chi sta subendo violenza, di regola fatica a farsi avanti. Tante subiscono e stanno zitte, forse perché non vedono vie di uscita per i figli, per la questione economica, per non accettare il fallimento della coppia. Di fatto la violenza domestica è un reato d’ufficio. Significa che non serve la querela della vittima. L’ufficiale ci tiene a ripeterlo: «Fare una segnalazione al Gpn non significa fare una denuncia. Gli agenti, tenendo il più possibile anonima la fonte, possono agire sull’aggressore in forma dissuasiva».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 2 gennaio 2023 de La Regione