Un 2024 impegnativo per la Polizia cantonale

Un 2024 impegnativo per la Polizia cantonale

Comunicato stampa

Il 2024 sarà ricordato per le alluvioni nonché quale terzo anno più caldo in Svizzera dall’inizio delle misurazioni nel 1864, con numerose allerte per maltempo. In pochi giorni più cantoni e regioni, tra cui la Vallemaggia, l’Oberland bernese, il Vallese e la Mesolcina sono stati duramente colpiti. L’evento verificatosi in Ticino ha richiesto una serie di compiti straordinari prolungati alla Polizia cantonale. Incarichi impegnativi che sono stati portati a termine con successo e abnegazione. Il bilancio dell’attività dello scorso anno del Corpo è stato presentato oggi a Bellinzona, nel corso di una conferenza stampa, dal Consigliere di Stato Norman Gobbi e dal Comandante Matteo Cocchi. 

Lo scorso anno ha registrato in cifre assolute un aumento delle chiamate in entrata giunte alla Centrale comune d’allarme (CECAL) della Polizia cantonale. Sono state infatti 246’702 rispetto alle 230’343 del 2023. Di queste 12’417 per il 118 (11’577 nel 2023). Il 2024 ha registrato 982 interventi e procedure in ambito familiare (-5% rispetto al 2023). In 162 casi sono stati riscontrati reati d’ufficio che hanno richiesto di applicare la procedura completa di violenza domestica. Si tratta di una diminuzione del 7% rispetto al 2023, che già aveva registrato un calo significativo di questi ultimi casi. Si registra una lieve diminuzione del numero di incidenti: 3’901 rispetto ai 3’965 del 2023. Nei 581 casi con danni alle persone si contano 538 feriti leggeri e 163 feriti gravi. I mortali (7 con 8 decessi nel 2023) sono saliti a 18 con 19 vittime (di cui 3 pedoni, 2 motociclisti, 1 ciclista).

Per quanto riguarda i fenomeni criminali, a livello di furti si registra una diminuzione del 10%. Rispetto al 2023 sono diminuiti i borseggi (-31%), i furti con scasso (-14%) e quelli dai veicoli (-16%). Fra le sottocategorie particolari, i furti con scasso nelle abitazioni sono stabili e hanno raggiunto quota 699 con un aumento di 11 casi rispetto al 2023. Al capitolo rapine, le 36 infrazioni registrate (di cui un tentativo e 3 atti preparatori punibili), fanno stato di una sostanziale stabilità (34 nel 2023). Si evidenzia come in diverse occasioni all’origine dell’intervento vi sono state liti, risse o aggressioni per diversi motivi, poi terminate in modo non premeditato con la sottrazione di beni appartenenti a uno o più dei protagonisti. Nell’89% degli episodi, con un buon tasso di risoluzione, si è potuto risalire ai responsabili, effettuando arresti o emanando ordini di arresto nazionali e/o internazionali. Questo risultato è stato raggiunto anche grazie alla collaborazione con gli altri Cantoni e con fedpol, come pure con le autorità estere, in particolare italiane.

In relazione ai reati digitali si registra un aumento degli stessi, passati dai 408 del 2023 ai 435 del 2024 (+7%). In particolare gli incrementi maggiori si registrano per l’abuso di un impianto per l’elaborazione di dati (72 nel 2023, 90 nel 2024) e le truffe (da 113 a 125). La quota maggiore appartiene alla categoria della cibercriminalità economica legata in particolare ai casi di phishing, ai reati di abuso di sistemi di pagamento online o all’abuso d’identità di terzi per scopi fraudolenti.

Nel corso della conferenza stampa il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi si è in particolare soffermato sul sensibile incremento degli incidenti mortali. L’età media dei protagonisti in quest’ambito è di 60 anni. In 4 casi l’origine del sinistro, e probabile causa delle morte, è derivante da un malore. Il crescente coinvolgimento di anziani negli incidenti mortali è un fenomeno in atto da fine anni ’90, quando l’età media era di 46 anni (37 considerando i soli conducenti). In questo ambito il progetto “Strade sicure” del Dipartimento delle istituzioni, con la collaborazione di TCS, ACS, Polizia cantonale, Associazione Svizzera Maestri conducenti (ASMCTI), iQ Center SA, ha realizzato un pacchetto di offerte di aggiornamento a 360 gradi, destinato in particolare a chi ha raggiunto e superato i 70 anni, per guidare in tutta sicurezza nella terza e quarta età. Questo poiché con il passare degli anni le regole della circolazione stradale cambiano costantemente così come cambia la percezione e la condizione fisica. Per continuare a sentirsi a proprio agio nel traffico e per potersi spostare in serenità è dunque fondamentale rimanere aggiornati su questi mutamenti.

Da parte sua il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, riferendosi alla tragedia che ha colpito la Vallemaggia, ha sottolineato che l’evento ha richiesto grande impegno dal 29 giugno al 16 settembre. Data quest’ultima in cui è stato sciolto lo Stato Maggiore regionale di condotta (SMRC), coordinato nella fase acuta dalla Polizia cantonale. Quanto realizzato a contatto con i vari partner, l’Esercito e la popolazione, ha permesso di assicurare i primi soccorsi, il ripristino di un’accettabile livello di normalità nonché di ritrovare prive di vita 7 delle 8 persone date per scomparse. Nonostante gli sforzi, all’appello manca ancora un giovane. Ha inoltre posto l’accento sulla collaborazione a tutti i livelli, che ha portato i suoi frutti con ad esempio arresti in Polonia legati alle truffe agli anziani “chiamate shock”, e che ha permesso al Corpo di crescere. “Negli ultimi anni abbiamo costantemente dimostrato di essere un Corpo riconosciuto al di fuori dei confini cantonali e questo grazie all’impegno della nostra squadra. Risultato non scontato che dipende anche dalla chiara volontà di essere parte integrante di una rete professionale che supera il Ticino. È attraverso la sinergia e la condivisione di competenze che possiamo affrontare con successo le minacce che minano la sicurezza grazie al coordinamento operativo e al costante scambio di informazioni a livello internazionale, federale e cantonale” ha sottolineato il Comandante. Proprio in quest’ultimo ambito, parlando anche in veste di Presidente della Conferenza dei comandanti e delle comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS), ha evidenziato che la Svizzera deve assolutamente allinearsi, tramite l’adeguamento dell’assetto legale da parte del legislatore, alle esigenze moderne di contrasto della criminalità, che non conosce confini e problemi finanziari. 

La sicurezza è un investimento

La sicurezza è un investimento

Intervista a Matteo Cocchi, neopresidente della CCPCS

Nel corso dell’assemblea annuale della Conferenza dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS), Matteo Cocchi (Comandante della Polizia cantonale ticinese) è stato nominato  presidente, in sostituzione di Mark Burkhard, Comandante della Polizia cantonale di Basilea Campagna. Una posizione di prestigio, che per la seconda volta è occupata da un comandante ticinese. Il primo è stato il Comandante Giorgio Lepri dal 1966 al 1969. Nell’intervista al police, spiega i suoi piani futuri.

Matteo Cocchi all’interno della CCPCS ha già svolto diversi incarichi di prestigio. Dal 2013 ha occupato la posizione di vicepresidente, ed è stato responsabile per l’ambito «polizia di sicurezza» (vedi nota 1) in seno al comitato. Dal 2013 al 2024 ha rappresentato la Confederazione nella rete europea ATLAS (vedi nota 2) e ha diretto i corsi dedicati ad agenti dei gruppi speciali in ambito ISP (Istituto Svizzero di Polizia).
Presidente Matteo Cocchi, lei assume la carica in un periodo storico molto complesso e si può dire anche delicato. Ad esempio, è ritornata negli ultimi tempi la minaccia rappresentata da terroristi che eseguono attacchi isolati. I flussi migratori di persone che provengono da zone di conflitto e povertà, costituiscono anch’essi fonte di molte preoccupazioni, in particolare laddove non vi è integrazione, oppure dove i migranti e loro connazionali di seconda generazione (fortunatamente la Svizzera al momento sembra non conoscere il fenomeno) si uniscono formando bande criminali che delinquono con molta disinvoltura, attaccando molto spesso anche le forze di polizia che intervengono per cercare di ristabilire l’ordine o assicurare delinquenti alla giustizia. A tutto questo e molto altro, si aggiungono le attività delle organizzazioni criminali, che da molti anni ormai non conoscono confini e che colpiscono anche la Svizzera, soprattutto nel traffico di sostanze stupefacenti, nel riciclaggio di denaro, ma anche come base logistica dalla quale operare nel resto del mondo in modo «indisturbato ». Seppur vero che la lotta contro le organizzazioni criminali ricade nelle competenze delle autorità federali di perseguimento penale, i cantoni in questo ambito svolgono comunque un ruolo fondamentale e sono per questo sollecitati.
In questo contesto così complesso, nel quale molte polizie svizzere sono anche confrontate con sovraccarico di lavoro e carenza di personale, la Svizzera è chiamata a gestire tutto quanto accade all’interno dei propri confini, tenendo però conto di un contesto internazionale molto dinamico, che ogni giorno potrebbe generare problemi alla sicurezza interna.

Presidente Matteo Cocchi, iniziamo chiedendole come si sente in questo prestigioso ruolo in seno alla CCPCS, che è sicuramente motivo d’orgoglio per il corpo della polizia e tutti noi ticinesi.
È un onore assumere la presidenza della CCPCS e una responsabilità che ho accolto con determinazione. Il mio obiettivo sarà quello di rappresentare al meglio tutte le polizie cantonali svizzere, garantendo che il loro lavoro venga valorizzato e supportato in maniera adeguata. Il contesto attuale pone sfide importanti, ma sono convinto che grazie alla collaborazione tra i vari corpi di polizia e al costante impegno di tutti, riusciremo ad affrontarle con efficacia. In questo contesto collaborazione e condivisione di esperienze sono le basi per poter continuare sulla via tracciata negli ultimi anni.

Questa sua nuova funzione comporterà certamente molti oneri, sia dal punto di vista del suo impegno in tempo, ma anche nell’obiettivo di dare risposte concrete ai principali scopi che persegue la CCPCS. Come si è organizzato o si organizzerà tra la funzione di Comandante della polizia ticinese e Presidente della CCPCS?
La presidenza della CCPCS è un incarico di coordinamento e rappresentanza che si affianca alla mia funzione di Comandante della Polizia cantonale. In realtà, questo avviene seguendo il solco di quanto avvenuto sino ad ora, in rapporto agli incarichi che ricoprivo sino allo scorso anno e che mi hanno impegnato anche fuori dai confini cantonali.

Tra gli obiettivi principali della CCPCS vi sono: l’incoraggiamento di scambi, opinioni ed esperienze e la collaborazione tra corpi di polizia svizzeri, l’individuazione di un’unità di dottrina unica e strategie comuni, la formazione di base e continua adeguate alle esigenze e lo sfruttamento di sinergie in tutti gli ambiti di polizia. Partendo da questi obiettivi di base, in quale di questi settori ritiene bisogna investire maggiori risorse e quali sono le sue priorità?
Tutti questi settori sono fondamentali, ma ritengo che la formazione e la collaborazione tra i corpi di polizia siano aspetti prioritari. Le sfide della sicurezza odierna sono sempre più complesse e richiedono un coordinamento efficace tra i diversi attori coinvolti, a fronte della grande mobilità con cui opera la criminalità. Inoltre, investire nella formazione significa dotare i nostri agenti degli strumenti e delle competenze necessarie per affrontare le minacce attuali e future con professionalità ed efficacia. Obiettivo raggiunto con il progetto di armonizzazione della formazione di base della durata di due anni, ora realtà consolidata e riconosciuta. La prossima sfida sarà rappresentata dall’implementazione di un concetto armonizzato circa la formazione dei quadri a più livelli. Progetto che vede l’ISP collaborare attivamente con la CCPCS.

Uno dei temi assolutamente prioritario, di cui si parla da anni, che fatica a decollare anche a causa del federalismo svizzero, ma anche a seguito dei freni sul tema della protezione dei dati, è quello di disporre di una banca dati unica svizzera, accessibile a tutti gli agenti di polizia, in grado di fornire tutte le informazioni raccolte nei confronti delle persone che per qualsiasi motivo hanno interessato le forze di polizia svizzere. Come si pone lei davanti a questo annoso tema e intende in qualche modo accelerare questa imprescindibile necessità?
Per risolvere la problematica dello scambio di informazioni di polizia è necessario lavorare su due livelli distinti: quello tecnico-informatico e quello legislativo. Se per il primo i progetti sono già inizializzati e procedono nella giusta direzione, diverso è il discorso per il secondo, che dipende dai tempi tecnici delle decisioni politiche e di quelle dei tribunali. Infatti per quanto riguarda il quadro giuridico vi sono tre «varianti parallele» che si potranno percorrere: quella federale con la creazione di una base legale adeguata, quella intercantonale attraverso la creazione di un concordato specifico, quella cantonale con l’adeguamento delle basi legali all’interno delle leggi cantonali di polizia.

Ad ogni livello delle politiche federali e cantonali si sente parlare con una certa insistenza di misure di contenimento delle spese, che di certo non risparmiano nemmeno il settore della sicurezza e in particolare della polizia. Infatti, il Consiglio federale ha deciso di sgravare le finanze federali di 180–200 milioni di franchi nel periodo 2026–2028, 100 milioni dei quali nell’ambito delle assunzioni di personale. Anche la politica ticinese si è mossa in questa direzione, da un lato con importanti misure di risparmio che toccano anche il personale e dall’altro con l’iniziativa popolare interpartitica, che chiede di limitare il personale statale all’1,3 % della popolazione. Come giudica questa politica in ottica di sicurezza e cosa vorrebbe dire agli organi politici federali e cantonali, rispetto a tagli sul personale di polizia?
La sicurezza è un investimento e non un costo. È chiaro che l’equilibrio finanziario sia una priorità per le autorità politiche, ma è altrettanto essenziale garantire alle forze di polizia le risorse necessarie per operare efficacemente e per poter far fronte ai nuovi compiti derivanti anche dalla rapida evoluzione della società e di riflesso anche della criminalità. Tagliare indiscriminatamente i fondi alla sicurezza potrebbe avere conseguenze negative nel lungo periodo. È importante trovare un giusto compromesso tra sostenibilità finanziaria e garanzia della sicurezza pubblica, assicurando il corretto ricambio generazionale e la continuità nel personale a disposizione.

Una delle strategie per ovviare in qualche modo al problema della scarsità di risorse, in particolare nel settore delle indagini di una certa complessità, potrebbe essere quella di unire le forze tra confederazione e cantoni, laddove le indagini perseguono interessi comuni. Fondamentalmente, come avviene in alcuni casi attualmente in corso, inquirenti federali e cantonali lavorano nelle medesime indagini, le quali perseguono lo scopo di smantellare organizzazioni criminali che a cascata generano problemi anche sui territori dei cantoni e dei comuni. Come vede lei questo approccio e ritiene che sia giusto unire le forze allo scopo di colpire il crimine nel punto più alto della loro gerarchia, piuttosto che continuare a concentrare tutte le forze di polizia cantonale o comunale su «reati di strada»?
La collaborazione tra Confederazione e cantoni è già una realtà consolidata da diversi anni. Lo dimostrano differenti inchieste e i costanti impieghi intercantonali a supporto della sicurezza nei quali la polizia cantonale si è sempre impegnata. Le organizzazioni criminali operano senza confini e la risposta delle autorità deve essere altrettanto coordinata. Lavorare insieme su indagini di grande portata permette quindi di sfruttare al meglio le competenze e le risorse disponibili, aumentando l’efficacia della lotta alla criminalità. È importante che questo venga fatto all’interno delle rispettive competenze e negli anni, la polizia cantonale si è fatta più volte promotrice anche al di fuori dei propri confini.

In una recente intervista, sia il Procuratore generale della Confederazione Stefano Blättler, sia la direttrice di Fedpol uscente Nicoletta della Valle, hanno lanciato l’allarme riguardo alla crescente pericolosità e numero di procedimenti penali in ambito di terrorismo e nelle attività delle organizzazioni criminali, le quali, nei paesi vicini, stanno diventando sempre più violente. In questo senso è stato chiaramente detto che il Ministero pubblico della Confederazione e la Polizia federale sono sottodotati e necessitano di conseguenza ulteriori mezzi e personale. Come si pone la CCPCS di fronte a questo allarme?
Queste sono valutazione interne a Ministero pubblico della Confederazione e Fedpol. Dal canto suo la CCPCS continuerà a collaborare strettamente con le autorità federali, nel suo campo di competenza, al fine di garantire una risposta adeguata alle nuove minacce.

Lo scorso 5 gennaio 2025 al confine tra Italia e Ticino, a Chiasso, è stato arrestato un cittadino del Togo, presunto assassino per i fatti avvenuti a Bergamo il 3 gennaio, in cui è stato ucciso un immigrato originario del Gambia. Questo avvenimento ben dimostra i pericoli che corre il Ticino e la Svizzera, anche dal punto di vista della facilità con cui i criminali si spostano da un Paese all’altro. In questo caso i controlli hanno funzionato e il presunto assassino è stato assicurato alla giustizia. Dal suo osservatorio, l’attuale organizzazione della sicurezza interna e dei confini, permette d’intercettare queste minacce con una certa sicurezza e regolarità?
L’arresto di Chiasso dimostra l’efficacia della cooperazione internazionale e dell’operato delle forze di polizia. È però importante ricordare che il rischio zero non esiste. La lotta alla criminalità transfrontaliera richiede un monitoraggio costante e un continuo scambio di informazioni con i partner internazionali, in particolare in un cantone transfrontaliero come il Ticino. 

Nel corso degli ultimi anni la politica svizzera ha deciso d’organizzare sul suolo nazionale eventi di portata internazionale che impattano pesantemente sul settore della sicurezza interna. Mi riferisco in particolare all’Ukraine Recovery Conference tenutasi nel luglio 2022 a Lugano, ma anche alla Conferenza per la pace in Ucraina organizzata nel Canton Nidvaldo nel giugno 2024. A queste si aggiunge il WEF di Davos che richiede sempre più personale di polizia e dell’esercito. Dal suo punto di vista, la politica da sufficienti mezzi alle forze di polizia e dell’esercito per far fronte a questi eventi eccezionali o potrebbe in qualche modo fare di più? 
La gestione di eventi straordinari e di richiamo internazionali richiede un impegno accresciuto da parte delle forze di sicurezza. Il sistema rodato degli impieghi IKAPOL ha dimostrato la sua efficacia, proprio perché permette di dare delle puntuali risposte per quanto riguarda l’impiego di forze da mettere in campo quando necessario.

Alla luce della continua evoluzione del quadro della sicurezza interna, influenzato sempre di più da scelte politiche (vedi ad esempio l’organizzazione di eventi di portata internazionale) e da quanto accade nei paesi a noi vicini, ritiene che il sistema di polizia svizzero, così come è organizzato, risponda ancora alle esigenze di sicurezza interna e sia sufficientemente dinamico per adattarsi ai crescenti bisogni e alle nuove forme di criminalità nazionale e internazionale?
Il sistema di polizia svizzero ha dimostrato di essere solido e affidabile, ma deve continuare ad adattarsi alle nuove minacce. L’evoluzione della criminalità richiede una maggiore flessibilità operativa e un rafforzamento della collaborazione tra i vari attori della sicurezza.

Avendo l’occasione di raggiungere tutti i soci FSFP, come pure diversi lettori del mondo politico e della sicurezza, quale messaggio si sente di trasmettere loro, anche rispetto alle diverse questioni sollevate in questa intervista, che certamente sono per loro fonti di preoccupazioni?
Impegnarsi a favore della sicurezza da un punto di vista professionale richiede impegno e dedizione. Anche se la situazione per il prossimo futuro non è delle più rosee sono sicuro che chi decide di intraprendere questa carriera lo fa con il giusto spirito di sacrificio ed è consapevole delle difficoltà ad essa legata. Colgo quindi l’occasione per ringraziare le donne e gli uomini che in Svizzera si impegnano a favore della sicurezza che, all’estero, in molti ci invidiano.

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1 Tra i compiti della polizia di sicurezza rientrano numerose attività di polizia volte a individuare e contrastare pericoli concreti per la sicurezza e l’ordine pubblico nonché a porre rimedio ai disordini. Nello svolgimento di questi compiti, la polizia presta assistenza alle persone la cui vita o integrità fisica è minacciata, adotta misure immediate in caso di eventi straordinari, provvede alla tutela della sicurezza negli spazi pubblici, nella circolazione stradale e sui corsi d’acqua e corpi idrici pubblici. Infine, la polizia può svolgere attività di prevenzione nelle attuali aree di polizia, con l’obiettivo di aumentare la sicurezza.

2 ATLAS riunisce le unità d’intervento speciali delle forze di polizia degli stati membri. È basata presso il Centro europeo antiterrorismo della centrale di Europol a Den Haag/NL. Garantisce
una risposta immediata a situazioni di crisi che riguardano la sicurezza europea, h24, ogni giorno dell’anno. Vi partecipano 31 paesi, con 38 unità d’intervento, tra cui la Svizzera.

Da Police, organo ufficiale della Federazione Svizzera dei Funzionari di Polizia FSFP

Espulsioni, casi singoli e media

Espulsioni, casi singoli e media

Le decisioni di rimpatrio vanno applicate

Negli ultimi mesi, alcune vicende riportate dalla stampa hanno offerto un quadro parziale dell’operato delle autorità cantonali in materia di rimpatrio di cittadini stranieri.
Per questo motivo, il Consigliere di Stato Norman Gobbi ritiene fondamentale fare chiarezza e fornire una visione più completa della situazione.
Il primo caso riguarda il rimpatrio di tre bambini originari dell’Honduras, erroneamente definito dalla stampa come un’“espulsione”. “Il termine ‘espulsione’, pur avendo una forte connotazione emotiva, è giuridicamente improprio in questo contesto. L’espulsione, in senso stretto, è una misura adottata in seguito a reati penali gravi, mentre in questo caso si tratta di un allontanamento amministrativo dovuto alla mancanza dei requisiti legali per la permanenza in Svizzera”, spiega Gobbi. “I minori sono entrati nel Paese con lo status di turisti e, fin dalla presentazione della prima richiesta, è stato loro comunicato che non soddisfavano i criteri per l’ottenimento di un permesso di soggiorno. La loro permanenza è stata tollerata esclusivamente a causa di procedure ricorsuali, senza che ciò implicasse un riconoscimento di un diritto di residenza”.
Le diverse sentenze giudiziarie, compresa quella del Tribunale federale, hanno stabilito che il rientro nel Paese d’origine è esigibile e conforme al diritto federale. “La lunga permanenza in Ticino non costituisce un elemento determinante per il riconoscimento di un diritto di soggiorno, come confermato dalla giurisprudenza federale”, sottolinea Gobbi. Le autorità competenti hanno attentamente valutato la proporzionalità della misura di allontanamento: “Le sentenze del Tribunale federale e del Tribunale cantonale amministrativo hanno confermato che il rientro è proporzionato e legalmente esigibile. Inoltre, i bambini non saranno abbandonati, ma si ricongiungeranno con i genitori biologici, attualmente residenti all’estero”, aggiunge il Direttore del Dipartimento delle istituzioni.
Le decisioni relative ai permessi di soggiorno si basano sul rispetto della Legge federale sugli stranieri e la loro integrazione. “Non vi è stata alcuna lentezza burocratica o errore procedurale nella gestione di queste richieste, nonostante le insinuazioni in tal senso. Le decisioni sono state confermate più volte da diverse istanze giudiziarie, e gli interessati sono sempre stati informati sui requisiti necessari per ottenere un permesso di soggiorno. Il mancato rilascio dei permessi è dovuto esclusivamente all’assenza dei requisiti legali e non a eventuali ritardi amministrativi. Il rispetto della legge non consente eccezioni basate su considerazioni personali o economiche”, conclude Gobbi.
Il secondo caso riguarda il rimpatrio di una famiglia proveniente dalla Turchia, nonostante i figli avessero iniziato un apprendistato in Svizzera.
“L’allontanamento di cittadini stranieri dal territorio svizzero solleva questioni giuridiche rilevanti, specialmente in relazione ai diritti fondamentali e ai principi di diritto amministrativo. Questo caso presenta diverse considerazioni che giustificano il provvedimento adottato”, spiega Gobbi. Secondo la giurisprudenza, il soggiorno degli interessati in Svizzera non può essere considerato “di lunga durata”, poiché il periodo trascorso nel Paese dal 2021 è di soli quattro anni, ben al di sotto del requisito dei dieci anni necessari per invocare il diritto al rispetto della vita familiare. “Per quanto riguarda i figli, nonostante il loro desiderio di proseguire gli studi e l’apprendistato, essi sono entrambi maggiorenni. Pertanto, non possono appellarsi all’unità familiare, in quanto non sussiste un legame di dipendenza qualificata, riservato ai figli minorenni o invalidi”, precisa Gobbi.
Il Tribunale Amministrativo Federale (TAF) ha confermato la decisione dell’autorità inferiore di procedere all’allontanamento, escludendo la possibilità di un’ammissione provvisoria. “Nel rispetto del principio della separazione dei poteri tra il giudiziario e l’esecutivo, il Consiglio di Stato, in qualità di autorità esecutiva cantonale, non può mettere in discussione le decisioni delle istanze federali competenti (SEM e TAF) e deve quindi attuarle”, sottolinea il Consigliere di Stato. “Le autorità federali hanno ribadito l’impossibilità di proseguire il soggiorno per gli interessati. La decisione della SEM del 15 febbraio 2022, confermata dalla sentenza del TAF dell’8 novembre 2024, è stata ulteriormente avvalorata dal rigetto della richiesta di proroga del termine di partenza da parte della SEM il 13 gennaio 2025. L’autorità cantonale non può discostarsi da tali decisioni”.
Il Cantone non può fare eccezioni per singoli casi, nel rispetto del principio di parità di trattamento. “Un mancato rispetto delle leggi federali potrebbe comportare la perdita dei sussidi destinati al rimborso delle spese sostenute dal Ticino per il soggiorno degli interessati. Inoltre, una deviazione da tali obblighi comprometterebbe anche le relazioni con la SEM, che in passato ha invece collaborato con la Sezione della popolazione cantonale per regolarizzare motivati casi particolari”, avverte Gobbi.
“Per quanto riguarda i percorsi formativi dei figli”, aggiunge Gobbi, “questi sono iniziati dopo la decisione di allontanamento della SEM del 15 febbraio 2022. Pertanto, non possono essere considerati come formazioni professionali di base già in corso al momento della decisione”.
“Alla luce di queste considerazioni”, conclude il Consigliere di Stato Gobbi, “entrambe le decisioni di allontanamento risultano conformi alle normative vigenti e agli obblighi derivanti dalle decisioni delle istanze federali superiori. Il rispetto della legalità e il principio della parità di trattamento impongono all’autorità cantonale di applicare le decisioni senza eccezioni, evitando conseguenze negative sia a livello finanziario che nei rapporti con la Confederazione”.
E questo nonostante le notizie spesso parziali e strumentali che accompagnano casi di questo genere.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 23 marzo 2025 de Il Mattino della domenica.

 

«Agire con empatia, mostrando vicinanza»

«Agire con empatia, mostrando vicinanza»

Senso di sicurezza, formazione degli agenti, risorse e nuovi compiti: il comandante della Polizia cantonale ticinese Matteo Cocchi fotografa la situazione, sottolineando l’importanza di coordinare le forze di polizia a livello nazionale.

Si parla molto di sicurezza, ma le valutazioni di voi esperti spesso divergono da quelle della cittadinanza: come si spiega questo fenomeno?
Con la percezione soggettiva della sicurezza. Se in una regione si verifica una serie di furti in due o tre comuni, si sente spesso dire che il Cantone non è più sicuro. Tuttavia questa affermazione non riflette necessariamente un reale problema di sicurezza, può essere legata a un’impressione personale non suffragata dai dati. A volte è difficile spiegare che tre furti in due sere non pongono minacce gravi per l’ordine pubblico; su questo punto, siamo riusciti a comunicare sempre meglio, chiarendo la differenza tra la percezione soggettiva e la realtà oggettiva dei fatti.

Dialogare per aumentare il senso di sicurezza della cittadinanza?
Sì, l’idea è di rendere la percezione della sicurezza più oggettiva, facendo capire meglio cosa dicono le statistiche e cosa si osserva realmente ogni giorno in Svizzera, luogo in cui si vive tranquilli. A volte le percezioni soggettive prendono il sopravvento ed è importante bilanciarle con dati e spiegazioni chiare. Ci riusciamo perché la cittadinanza ha ancora molta fiducia nelle istituzioni, in particolare nella polizia, risultato del buon lavoro svolto nel passato che va mantenuto e rafforzato.

Una bussola per il presente e per il futuro, insomma?
Certo. È  necessario agire con empatia, mostrare vicinanza al cittadino e, allo stesso tempo, rispondere con competenza e professionalità. Dobbiamo essere in grado di adeguare la nostra comunicazione e i nostri comportamenti alle diverse situazioni che siamo chiamati ad affrontare e ai nuovi compiti assunti negli ultimi anni. È fondamentale adeguare la nostra organizzazione interna all’evoluzione della società per saper reagire tempestivamente.

La formazione del personale è dunque un aspetto decisivo.
Sì. Gli agenti di polizia devono essere sempre aggiornati, per rispondere alle esigenze della cittadinanza, per fornire informazioni corrette e puntuali su leggi e regolamenti, per “leggere” in modo veloce il contesto nel quale intervengono. Le competenze imprescindibili legate alla comunicazione e al dialogo fanno ormai parte della formazione di base e continua.

Guardando le statistiche sulla criminalità, quali situazioni vi preoccupano?
Abbiamo un problema con la violenza. Quella giovanile in particolare, ma non solo. Oggi si tende a essere più aggressivi rispetto al passato e i diverbi degenerano più facilmente in atti violenti. Vi sono poi attività criminose che travalicano i confini cantonali e nazionali, fra cui lo spaccio di stupefacenti, tornato a essere d’attualità dopo la pandemia. Ormai non si può più pensare a un lavoro di polizia limitato al Ticino: la criminalità non si ferma alle frontiere e dobbiamo essere pronti a collaborare maggiormente, a coordinare meglio le azioni per riuscire a contrastarla.

Cosa si può dire sulla cybercriminalità?
Questo è un settore dove la prevenzione gioca un ruolo essenziale. Negli anni, con le autorità scolastiche e con diverse associazioni sul territorio, abbiamo costruito una rete per sensibilizzare sui rischi della cybercriminalità, con particolare attenzione al cyberbullismo fra i giovani. Inoltre, organizziamo regolarmente, con riscontri positivi, serate informative rivolte alla popolazione più anziana per arginare le truffe telefoniche. E alla fine dello scorso anno abbiamo ottenuto importanti risultati nel contrasto alla cybercriminalità grazie a inchieste che hanno portato ad arresti significativi anche al di fuori dalla Svizzera.

Merito anche della specializzazione?
Certamente, e ciò rientra nelle strategie della visione 2025 della Polizia cantonale. Ad esempio, la Sezione analisi tracce informatiche (Sati) è stata potenziata con figure esperte per rispondere ai nuovi bisogni. 

Nuovi compiti, nuove risposte: avete abbastanza risorse?
Negli ultimi anni, gli effettivi della Polizia cantonale sono aumentati di oltre cento unità. In questo momento di tagli e misure di risparmio, non possiamo chiedere un potenziamento. Dobbiamo valutare cosa possiamo fare in modo più efficiente. La digitalizzazione e i moderni sistemi informatici permettono, ad esempio, di ottimizzare molti processi e liberare forze per quei lavori che non possono essere automatizzati.

Tornando alla formazione, la Scuola di polizia 26 si farà?
Siamo in attesa della risposta definitiva. La proposta di non organizzarla è stata avanzata per motivi finanziari, ma creerà un vuoto di personale fra 4-5 anni, quando alcuni agenti potranno specializzarsi o cambiare settore, mentre altri andranno in pensione. Poi occorre ricordare che la Scuola di polizia cantonale non forma solo i propri agenti, ma anche quelli delle polizie comunali, dei Grigioni, della Polizia dei trasporti e della Polizia militare di lingua madre italiana. Io rimango fiducioso e mi auguro possa partire.

Come presidente della Conferenza delle comandanti e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere, il compito sarà di cercare di coordinare le forze di polizia a livello nazionale: a che punto siamo?
La Conferenza ha il compito di trovare strumenti e modalità per migliorare la collaborazione tra le polizie cantonali, e oggi c’è una crescente consapevolezza riguardo all’importanza di questo aspetto. In Svizzera non abbiamo un’elevata densità di agenti di polizia: sono poco più di 20mila, mentre l’Austria, con una popolazione comparabile alla nostra, ne ha più del doppio.
È dunque fondamentale unire le forze per garantire tutte le attività di sicurezza in casi speciali, come l’Eurovision Song Contest a Basilea.

Cosa manca per un’integrazione tra polizie più efficace?
Serve un maggiore automatismo negli scambi di informazioni di polizia per reagire più velocemente. Oggi la procedura con le rogatorie intercantonali include diversi enti e questo allunga i tempi. Come detto, le inchieste non si fermano ai confini cantonali e serve sapere subito se un team di inquirenti di un altro cantone sta indagando sullo stesso fenomeno criminoso.

Quali sono i nodi da sciogliere?
Attualmente, ci si sta concentrando sulle leggi cantonali di polizia e sui concordati intercantonali. L’obiettivo finale non è di avere una banca dati unica, ma di avere la possibilità di accedere in modo diretto alle banche dati di ogni cantone. Questo sarà uno dei miei focus come presidente, assieme al tema della formazione, che mi sta molto a cuore, anche per rendere la nostra
professione attraente per le nuove generazioni e arginare così i problemi di reclutamento, non ancora riscontrati in Ticino, ma già acuti in Svizzera tedesca.

In conclusione, come avanza l’integrazione tra polizia cantonale e comunali?
In Ticino è in vigore da diversi anni una legge sulla collaborazione tra la Polizia cantonale e le polizie comunali. Pur essendo consolidata, vi sono margini di miglioramento ed è per questo che stiamo elaborando il progetto di Polizia ticinese, iniziativa che ha dato spazio a discussioni e idee innovative. Considerato che ogni agente in Ticino ha la stessa formazione, si sta vagliando l’ipotesi di dare maggiori competenze alle polizie comunali. Ciò permetterebbe di evitare doppioni, ottimizzando le risorse disponibili.

Matteo Cocchi
Classe 1974, giurista, Matteo Cocchi è il comandante della Polizia cantonale ticinese dal 1° ottobre 2011. Nell’autunno dello scorso anno è stato nominato presidente della Conferenza delle  comandanti e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (Ccpcs), secondo ticinese a ricoprire questo ruolo, di cui era già vicepresidente dal 2014. Nel comitato era responsabile per la polizia di sicurezza. Dal 2013 al 2024 ha rappresentato la Confederazione nella rete europea Atlas, che riunisce i reparti speciali di polizia degli stati dell’Ue e di quelli associati.

Intervista al comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi pubblicata sul numero 12 del 20 marzo 2025 di Cooperazione

“Questione di parole”. Settimana contro il razzismo 2025  

“Questione di parole”. Settimana contro il razzismo 2025  

Comunicato stampa

Dal 21 al 30 marzo 2025 si terrà la Settimana contro il razzismo dal titolo “Questione di parole”. L’obiettivo è riflettere sul ruolo del linguaggio nel razzismo, comprendendone il significato e soprattutto l’impatto, per favorire un uso più consapevole e inclusivo delle parole. Il programma propone 25 eventi di sensibilizzazione del pubblico, resi possibili grazie alla collaborazione tra il Servizio per l’integrazione degli stranieri del Dipartimento delle istituzioni e 36 tra enti, associazioni, comuni e scuole, con il supporto di librerie, biblioteche e RSI EDU.

La SCR 2025 si concentra sul tema “le parole del razzismo”. Le parole hanno un peso: possono descrivere, identificare, ferire o dare forza, a seconda del contesto, di chi le usa e di chi le ascolta. Sono anche uno dei principali strumenti di discriminazione. Secondo il monitoraggio SLR “Razzismo in cifre”, il razzismo verbale – ingiurie, minacce e discorsi d’odio – è la forma più diffusa di razzismo. Questo dato è confermato anche dalle cifre fornite dai vari consultori cantonali e dal rapporto annuale 2023 della Rete di consulenza per le vittime del razzismo. Riflettere sul linguaggio significa quindi affrontare il razzismo alla radice, partendo da uno degli elementi fondamentali: l’uso o l’abuso di parole. 

25 occasioni per riflettere sul peso delle parole
La SCR 2025 propone 25 appuntamenti per riflettere sull’impatto delle parole nel razzismo. Nel programma sono proposti eventi per tutte le età e sparsi sul territorio cantonale: workshop e conferenze con ospiti d’eccezione, esposizioni, letture di testi da parte di studenti e studentesse, testimonianze, spettacoli teatrali ed eventi rap, momenti ludici, escape room e molto altro. L’obiettivo è offrire alla popolazione diverse modalità per approcciarsi alla tematica del razzismo, rendendo il messaggio accessibile e coinvolgente. Il programma di quest’anno si arricchisce grazie alla collaborazione di comuni, associazioni, istituti scolastici ed enti attivi sul territorio, che contribuiscono a diffondere in modo trasversale e capillare un importante messaggio di sensibilizzazione.  
Tra gli appuntamenti spicca l’evento inaugurale di venerdì 21 marzo alle ore 18.30, promosso dal Servizio per l’integrazione degli stranieri in collaborazione con la Biblioteca Cantonale di Bellinzona. La conferenza vedrà la partecipazione di Paolo Nitti e Nogaye Ndiaye, che approfondiranno il legame tra parole e razzismo, analizzando fenomeni come l’odio digitale e il razzismo inconsapevole. 

Collaborazioni strategiche per ampliare la sensibilizzazione
Considerata l’affinità con il tema di questa edizione, diverse biblioteche e librerie del Cantone parteciperanno esponendo nelle loro vetrine, dal 21 al 30 marzo, una selezione di libri sul razzismo. RSI EDU con una raccolta di video tematici disponibili su una pagina dedicata, offre inoltre un prezioso strumento didattico per docenti e scuole, fruibile anche nei prossimi mesi.  
Infine, la mostra “Noi e gli Altri – Dai pregiudizi al razzismo” sarà presente a Palazzo delle Orsoline durante la SCR 2025, per permettere alle collaboratrici e ai collaboratori dell’Amministrazione cantonale e alle deputate e ai deputati del Gran Consiglio di approfondire la tematica in un’ottica di apertura istituzionale. 
Un’edizione partecipata con il sostegno della Confederazione e di Swisslos
Forte del successo degli scorsi anni, anche per l’edizione 2025 della SCR è stata rinnovata la modalità di partecipazione collaborativa, arricchita da nuove partnership. Un incontro di coordinamento ad agosto 2024 ha permesso di presentare il tema, così come di favorire e sviluppare sinergie tra enti, scuole e associazioni.  
L’edizione 2025 della SCR è ulteriormente valorizzata dal sostegno del Servizio per la lotta al razzismo della Confederazione e dalla nuova collaborazione con Swisslos, segnando continuità e al tempo stesso un ampliamento della presente edizione.

Un’elezione che segnerà la storia del Ticino

Un’elezione che segnerà la storia del Ticino

Norman Gobbi dice la sua sul futuro assetto del Canton Ticino

Il Ticino si prepara a un cambiamento storico che modificherà la sua geografia politica e amministrativa. Il prossimo 6 aprile 2025, infatti, le cittadine e i cittadini dei comuni di Lema, Giornico e Quinto eleggeranno le Autorità politiche locali decretando la nascita ufficiale delle loro realtà comunali e riducendo il numero dei comuni ticinesi da 106 a 100. Si tratta di un traguardo importante nel lungo percorso di riforma avviato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi, volto a rafforzare il federalismo e a rendere i comuni più efficienti e vicini alle esigenze dei cittadini.
I processi aggregativi che hanno portato alla creazione di questi tre nuovi Comuni sono il frutto di un cambiamento nella politica delle aggregazioni, che nel corso degli ultimi anni ha visto una progressiva evoluzione. Come sottolinea Gobbi, «il mio Dipartimento ha sempre cercato di promuovere una politica aggregativa che lasciasse ampio spazio all’autonomia dei comuni, incentivando un percorso che partisse dal basso e che consentisse a ogni singola realtà di decidere se aggregarsi, in un momento in cui le fusioni sono viste come un’opportunità e non come una necessità».
«Quando è iniziato il processo delle aggregazioni, più di trent’anni fa, non era immaginabile e nemmeno scontato pensare di raggiungere un Ticino a 100 comuni» ha dichiarato il Direttore del DI. Questo cambiamento è la logica conseguenza di un percorso che ha saputo adattarsi alle esigenze e alle peculiarità dei territori. Gobbi ha sottolineato come in queste ultime aggregazioni sia emerso il coinvolgimento delle comunità locali, con i comuni stessi che hanno preso l’iniziativa, sostenuti da una visione politica condivisa: «si tratta di progetti nati dai comuni stessi e sono stati promossi a livello locale, come prevede la strategia del mio Dipartimento: promuovere le iniziative che arrivano dal basso».
Un aspetto cruciale di questo processo, secondo il Consigliere di Stato leghista, è la consapevolezza che la dimensione comunale può giocare un ruolo determinante per la risoluzione di alcuni problemi. Spiega in questo senso Norman Gobbi «in alcuni comprensori risulta molto difficile reclutare persone che abbiano voglia e tempo di mettersi a disposizione per assumere una carica pubblica negli Esecutivi e nei Legislativi locali. E poi non possiamo non citare la necessità che hanno sempre più le nostre realtà locali di servire meglio la popolazione e le aziende presenti sul territorio garantendo un numero sempre maggiore di servizi di una certa qualità».
La nascita di un Ticino a 100 comuni rappresenta quindi una nuova era per il Cantone, che guarda a un futuro in cui le aggregazioni non sono solo un modo per razionalizzare i servizi, ma anche un’opportunità per rafforzare il federalismo svizzero. Come afferma il responsabile del Dipartimento delle istituzioni i comuni sono la «forza del federalismo elvetico», e solo attraverso un’adeguata gestione delle risorse e dei servizi, sarà possibile continuare a garantire un buon livello di qualità della vita per i cittadini.
Guardando alle elezioni del 6 aprile 2025, che porteranno alla nascita dei nuovi comuni di Lema, Giornico e Quinto, il Consigliere di Stato Gobbi evidenzia come il percorso sia stato gestito con grande attenzione e trasparenza, cercando di garantire che ogni decisione fosse frutto di un coinvolgimento reale dei cittadini. «La democrazia parte dal basso, e dobbiamo dare agli abitanti la possibilità di scegliere come vogliono essere governati, mantenendo il più possibile il contatto diretto con le loro esigenze. A questo proposito ringrazio le candidate e i candidati della Lega dei Ticinesi che si sono messi a disposizione in questa mini tornata elettorale. Sosteniamoli perché grazie al loro contributo possono fare la differenza nel soddisfare concretamente i bisogni della popolazione di questi comprensori», ha concluso Norman Gobbi.
In definitiva, il Ticino sta attraversando una fase di grandi cambiamenti, che segneranno il futuro del Cantone e dei suoi abitanti. Le aggregazioni comunali, promosse dal Dipartimento delle istituzioni, sono una risposta alle sfide moderne, ma anche un modo per rafforzare la democrazia e il buon governo a livello locale. Un Ticino a 100 comuni potrebbe essere la chiave per un futuro più coeso, efficiente e in grado di rispondere alle esigenze della popolazione in modo sempre più tempestivo e mirato.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 16 marzo 2025 de Il Mattino della domenica

Pfister in Governo, un assist per il Ticino? Gobbi: “Sensibilità importante, non imprescindibile”

Pfister in Governo, un assist per il Ticino? Gobbi: “Sensibilità importante, non imprescindibile”

Secondo il direttore del Dipartimento delle istituzioni, l’intera Svizzera è confrontata con lo stesso problema.
“La popolazione si riduce, così come la disponibilità di giovani che prestano servizio militare. Ognuno di noi deve dare il proprio contributo alla sicurezza del Paese”.

Con ogni probabilità, domani il Dipartimento della difesa verrà assegnato a Martin Pfister, lo zughese eletto ieri come nuovo consigliere federale. Un risultato di cui gioisce la Svizzera centrale, ma di cui potrebbe beneficiare tutta la regione del Gottardo. Pfister, infatti, è stato anche capo dell’aiuto militare in caso di catastrofe nella regione territoriale 3, che comprende il Ticino. Una sensibilità importante, secondo il consigliere di stato Norman Gobbi, ma non imprescindibile. “Il Ticino è comunque la porta sud della Confederazione e dal punto di vista della presenza delle piazze d’armi, più volte si è parlato di mettere in discussione la chiusura di Airolo, dell’aeroporto di Magadino o della piazza d’armi di Monteceneri e Isone”, afferma Gobbi ai microfoni di Ticinonews. “Fortunatamente, però, questo non è mai avvenuto, perché comunque l’equilibrio che abbiamo garantito nel nostro cantone con queste tre presenze ha permesso di sviluppare senza grossi problemi le attività militari in Ticino, garantendo posti di lavoro, investimenti, e anche una presenza di truppa”.

“Ognuno deve contribuire alla sicurezza del Paese”
Al dipartimento lasciato libero da Viola Amherd non mancano le sfide: dal rafforzamento della capacità di difesa al calo degli effettivi nell’esercito e nella protezione civile. Tematiche sentite anche dal canton Ticino. “L’intera Svizzera è confrontata con lo stesso problema, proprio perché la popolazione si riduce, così come la disponibilità di giovani che prestano servizio militare. Tutto ciò in contrasto con l’attuale aumento di una minaccia”, prosegue Gobbi. “Ci si aspetta quindi delle prestazioni che pochi possono dare, quindi penso sia davvero necessario un cambio di mentalità: ognuno di noi deve dare il proprio contributo alla sicurezza del Paese”.

Da www.ticinonews.ch

Incontro di avvio del progetto CDDGP per la valutazione del sovraccarico delle autorità penali cantonali

Incontro di avvio del progetto CDDGP per la valutazione del sovraccarico delle autorità penali cantonali

Comunicato stampa congiunto DI – Commissione nazionale di diritto penale della CDDGP

L’Assemblea plenaria della CDDGP ha deciso il 12 aprile 2024 a Berna di avviare un’analisi delle cause del costante aumento del sovraccarico delle autorità cantonali di giustizia e di elaborare misure per migliorare la situazione. Le direttrici e i direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia rispondono così alla problematica discussa più volte, secondo la quale l’operato delle autorità di perseguimento e giustizia penale dei Cantoni non sarebbe più in grado di garantire la qualità necessaria a causa dell’aumento del carico di lavoro. Il 13 marzo 2025 si è svolto, alla presenza di una quarantina di esperti, il Kick-off meeting presso il Tribunale federale di Lucerna. L’obiettivo dei lavori è quello di presentare alla politica e alle autorità delle raccomandazioni concrete per una giustizia e un perseguimento penale efficaci.

Analisi dello stato attuale e impatto delle forme organizzative cantonali
Il progetto «Analisi del sovraccarico delle autorità penali cantonali» della CDDGP, nella sua prima fase, condurrà un’analisi dei dati riguardante il carico di lavoro di tutte le autorità della cosiddetta “catena penale”, cioè della polizia, delle procure e dei tribunali. Nella seconda fase, mediante un’analisi organizzativa, verrà esaminato se le diverse forme organizzative della polizia, delle procure e dei tribunali nei Cantoni influenzano l’efficienza e l’efficacia di queste autorità. Questo sarà effettuato selezionando alcuni Cantoni e unità organizzative di riferimento.  

Analisi dell’ambiente e impatto delle revisioni degli ultimi anni
In una terza fase, un’analisi dell’ambiente dovrà esaminare e valutare l’attuale orientamento politico e sociale riguardo alla legislazione penale e alla sua attuazione. In particolare, dovrà essere analizzato in che misura l’introduzione del Codice di procedura penale svizzero nel 2011, con la sua revisione in oltre 70 punti, nonché le numerose revisioni del Codice penale svizzero, abbiano contribuito alla complicazione e al rallentamento dei procedimenti penali.

Elaborazione di un catalogo di misure per le autorità e la politica
Sulla base di queste analisi, il progetto dovrà infine sviluppare proposte di misure per migliorare la situazione attuale, sia per quanto riguarda l’organizzazione delle autorità di giustizia penale a livello federale e cantonale, sia per quanto riguarda il coordinamento e la collaborazione tra i Cantoni e con le autorità federali. Le best practices dovranno consentire alle autorità di giustizia penale di effettuare la miglior allocazione possibile delle risorse, affinché possano adempiere in modo efficace ed efficiente al loro compito legale e alle legittime aspettative della società riguardo a un sistema di giustizia penale funzionante. Allo stesso tempo, si intende evidenziare in modo trasparente eventuali necessità di revisione legislativa per la politica. Il rapporto finale dovrebbe essere disponibile, secondo i piani attuali, all’inizio del 2027.

Al via la 1. edizione del Bando Partecipazione Culturale “Cultura forte. Progetti da voci diverse.”

Al via la 1. edizione del Bando Partecipazione Culturale “Cultura forte. Progetti da voci diverse.”

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni (DI) e il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) hanno il piacere di annunciare l’apertura della 1. edizione del Bando Partecipazione Culturale. Associazioni, comunità, istituzioni culturali e Comuni sono invitati a presentare progetti che favoriscano l’incontro tra cultura e integrazione, arricchendo la diversità dell’offerta culturale sul territorio. Promosso dal Servizio per l’integrazione degli stranieri (SIS) del DI, dall’Ufficio del sostegno alla cultura (USC) e dall’Ufficio fondi Swisslos del DECS, il Bando è ufficialmente aperto da oggi, giovedì 13 marzo, fino a venerdì 16 maggio 2025.

Dal titolo “Cultura forte. Progetti da voci diverse.” la prima edizione 2025-2026 del Bando Partecipazione Culturale sosterrà piccoli progetti annuali. Una Giuria esterna valuterà le proposte presentate; le decisioni di finanziamento verranno trasmesse entro il 30 giugno 2025. Ai singoli progetti potrà essere accordato un finanziamento fino a un massimo di 5’000 franchi. Nell’autunno 2025 si terrà un evento pubblico per presentare e premiare i progetti selezionati.  
 
Il Bando Partecipazione Culturale nasce con l’obiettivo di ampliare l’accesso alla cultura eliminando le barriere strutturali che ne limitano la fruizione e promuovendo il coinvolgimento di persone con esperienza migratoria. L’iniziativa mira a sostenere progetti che valorizzano una pluralità di prospettive culturali, diversificando le offerte culturali e facilitando l’accesso a un pubblico più ampio. Il concetto di comunicazione che accompagna il Bando fa riferimento alla diversità della nostra società, evidenziando che una cultura forte si nutre della pluralità di voci e di un dibattito diversificato.  
 
La cultura come fattore di coesione sociale
La cultura favorisce la coesione sociale, creando occasioni di incontro tra persone diverse e offrendo spazi di riflessione su storie e identità plurali che compongono la nostra società, come evidenziato nella Legge cantonale sul sostegno alla cultura (art. 1, cpv. 1 e 2). Una cultura forte è caratterizzata da una diversità di espressioni e dalla partecipazione di una molteplicità di persone, che arricchiscono il dibattito sociale con le proprie esperienze e prospettive. Una partecipazione equa a più voci alle espressioni culturali rafforza la coesione sociale attraverso il confronto, la conoscenza reciproca e la riflessione pubblica su temi di importanza sociale.  
 
Un’iniziativa interdipartimentale per rispondere a esigenze reali
Frutto di un’iniziativa interdipartimentale, il Bando Partecipazione Culturale contribuisce a incentivare la collaborazione tra istituzioni culturali e associazioni attive nell’ambito dell’integrazione e della coesione sociale. La Svizzera e il Ticino sono caratterizzati da un’importante diversità culturale. Ad esempio, in Svizzera più del 40% delle persone ha un background migratorio; in Ticino tale percentuale supera il 50%. La pluralità di voci e prospettive della nostra società è tuttavia ancora poco visibile.  Un’analisi promossa nel 2024 dall’Ufficio federale della cultura, dalla Commissione federale della migrazione, dalla Segreteria di Stato della migrazione e da Pro Helvetia sottolinea la necessità di rafforzare la collaborazione tra enti promotori negli ambiti dell’integrazione e della cultura allo scopo di favorire la partecipazione culturale. L’ideazione di questo Bando risponde quindi alle raccomandazioni espresse a livello federale e adempie agli obiettivi strategici del Programma di integrazione cantonale PIC 3 e a quanto previsto dalle Linee programmatiche cantonali di politica culturale 2024-2027.  
 
Una Giuria per valorizzare la partecipazione culturale
“Cultura forte. Progetti da voci diverse.” potrà avvalersi della consulenza di persone con esperienze e competenze negli ambiti della migrazione, della cultura e della partecipazione. La Giuria con il compito di valutare i progetti per il biennio 2025-2026 è composta da: Elio Felice, Katia Gandolfi, Lia Gioia, Radwan Kayse, Tatjana Ibraimovic, Maria Monteiro Marano e Rasit Sadiki.  
 
Come presentare un progetto di partecipazione culturale  
Il Bando è aperto da giovedì 13 marzo 2025 a venerdì 16 maggio 2025. Saranno finanziati progetti annuali da realizzare tra settembre 2025 e agosto 2026. L’esito della selezione sarà comunicato via mail entro il 30 giugno 2025 alle associazioni e agli enti che avranno presentato un progetto.  Sul sito web del Servizio per l’integrazione degli stranieri  sono disponibili maggiori informazioni sulla presentazione dei progetti, i criteri di selezione e le direttive del Bando.  
 
 
Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni

Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni

Comunicato stampa

La Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni ha tenuto oggi una seduta ordinaria – la prima del 2025 e la 73. dalla sua costituzione – alla presenza del Consiglio di Stato, accompagnato dal capo della Sezione enti locali, e dei rappresentanti dei Comuni ticinesi.

In apertura, i partecipanti alla seduta hanno preso atto che tutte le parti hanno sottoscritto l’aggiornamento della Lettera d’intenti, documento che regola l’attività della Piattaforma di dialogo. È stato inoltre fornito un breve aggiornamento sulla riforma «Ticino 2020», a seguito dell’incontro di fine febbraio tra il Consiglio di Stato e i rappresentanti dei Comuni nel Comitato strategico.

Come di consueto, la Piattaforma ha discusso alcune richieste dei Comuni all’indirizzo del Consiglio di Stato e dell’Amministrazione cantonale. Il Dipartimento della sanità e della socialità ha in particolare presentato un approfondimento sul sistema di sussidi per il pagamento dei premi dell’assicurazione malattia, e sul suo impatto finanziario per i Comuni. Il Dipartimento del territorio ha invece risposto ad alcune sollecitazioni sulla nuova Legge gestione acque e informato sull’avvio dei lavori per sviluppare un Piano d’azione cantonale dedicato alla protezione delle greggi e alla gestione del lupo.

Il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport ha in seguito aggiornato sul tema degli spazi a disposizione della cultura indipendente. Sono state anticipate le prime indicazioni emerse nell’ambito di una mappatura dell’offerta sul territorio, ed è stata in seguito discussa l’opportunità di costituire insieme ai Comuni interessati un gruppo di lavoro – la cui attività si svolgerebbe in parallelo a quella della Commissione cantonale per la cultura.

Sono state poi condivise anche alcune informazioni in merito all’«Abbonamento Generale cultura», una nuova offerta rivolta alle persone di età inferiore ai 26 anni: i Comuni sono stati invitati ad aderire all’offerta, ad esempio sotto forma di regalo alle e ai neo-diciottenni.

In conclusione, il Dipartimento delle istituzioni ha fornito alcune indicazioni in merito alla riforma delle Autorità regionali di protezione. È stato precisato che sono al momento in fase di valutazione alcune possibili varianti, allo scopo di assicurare il finanziamento della nuova Autorità giudiziaria cantonale.

La prossima seduta della Piattaforma è prevista per mercoledì 4 giugno 2025.