‘Polizia ticinese’, parla il coordinatore della commissione

‘Polizia ticinese’, parla il coordinatore della commissione

“Nel gruppo di lavoro mi sarei aspettato più collegialità”

La consultazione si è conclusa a metà dello scorso ottobre. Quale fine ha fatto il progetto ‘Polizia ticinese’ voluto anni fa dal consigliere di Stato Norman Gobbi per migliorare la collaborazione tra la Cantonale e le polcomunali? «Come Segreteria generale stiamo facendo una sintesi delle prese di posizione pervenute – una settantina, la maggior parte giunta dai Comuni –, che consegneremo nelle prossime settimane al governo. Il quale dovrà decidere se disporre ulteriori approfondimenti, se optare invece per lo statu quo o se riattivare, dopo averlo abbandonato nel 2015 con il ritiro del messaggio favorevole alla mozione Galusero, il dossier polizia unica», dice, interpellato da ‘laRegione’, Luca Filippini.

Il segretario generale del Dipartimento istituzioni è il coordinatore del gruppo di lavoro misto – Cantone, Comuni e Associazione polizie comunali ticinesi – che ha allestito lo studio ‘Polizia ticinese’. «Una ridistribuzione dei compiti tra la Polizia cantonale e le polizie comunali per evitare doppioni e rendere più efficace la cooperazione fra la prima e le seconde, a beneficio dei cittadini, mantenendo comunque la competenza dei corpi locali per quanto riguarda la sicurezza di prossimità: questo il mandato assegnatoci dal Consiglio di Stato nel 2020», ricorda Filippini.

Il progetto posto in consultazione ha però raccolto più critiche che consensi. Nel frattempo il gruppo da lei diretto si è riunito?
No. Del resto non avrebbe avuto senso. Noi tecnici il lavoro lo abbiamo fatto, allestendo lo studio. Il prossimo passo spetta al governo, che dovrà prendere una decisione, una decisione politica, alla luce dei pareri emersi dalla consultazione.

Che sono soprattutto negativi.
Vero, seppur con sfumature diverse. C’è chi si dice contrario su tutta la linea, chi in parte e chi chiede di fare ancora degli approfondimenti. In tanti avanzano dubbi sulla neutralità finanziaria della riforma e sul tipo di governance proposto. C’è poi chi contesta l’attribuzione alle polcomunali di alcuni semplici compiti di polizia giudiziaria: una polemica che secondo me non si giustifica. Ma tant’è. Insomma il progetto non ha fatto l’unanimità fra gli enti – Comuni e associazioni – che hanno partecipato alla consultazione. La mia impressione è che in generale si sia restii ai cambiamenti. C’è solo un aspetto ampiamente condiviso: quello di lasciare la responsabilità della sicurezza di prossimità alle polizie comunali. Ma è una magra consolazione, perché il nostro progetto questo aspetto non lo mette in discussione.

Come coordinatore del gruppo di lavoro non ha nulla di cui rimproverarsi?
Avrei potuto imprimere un’accelerazione. Si doveva pedalare di più. Intendiamoci: la commissione, e io per primo, ritiene di aver lavorato in modo serio e approfondito. E rammento che ogni suo membro ha dovuto conciliare gli impegni professionali con quelli derivanti dall’allestimento dello studio. Cosa non facile. Tuttavia lo ripeto: quale coordinatore avrei dovuto sollecitare un’evasione più celere del mandato, organizzando fra l’altro un numero maggiore di riunioni. È stata una lunga gestazione. Troppo lunga. Il che potrebbe aver inciso negativamente su determinate proposte dello studio: probabilmente ci siamo concentrati più del dovuto su determinati punti e meno su altri che avrebbero però meritato altrettanta attenzione. Ma quello che mi ha amareggiato, e mi amareggia, è stato il venir meno a un dato momento di una certa collegialità nel gruppo di lavoro.

Si spieghi meglio.
Discussioni, confronti non sono ovviamente mancati al nostro interno. Ovviamente, perché le sensibilità su un tema importante e delicato come la sicurezza pubblica erano diverse. L’incarico ricevuto dal Consiglio di Stato era però chiaro: formulare delle proposte per ottimizzare l’attività di polizia sul nostro territorio, partendo dalla situazione istituzionale vigente, ovvero dalla presenza di una Polizia cantonale e di più corpi di polizia comunali. Il progetto va, reputo, in questa direzione. Ed è il progetto uscito dal gruppo di lavoro. Quando però è partita la consultazione si sono palesate pubblicamente voci piuttosto critiche nei confronti dello studio provenienti dall’interno del gruppo. Mi riferisco all’Associazione delle polizie comunali, il cui presidente era ed è tra i componenti della commissione da me coordinata. E mi è sinceramente dispiaciuto, anche perché all’esterno queste voci critiche sono state percepite come una mancanza di condivisione unanime, o come una condivisione solo parziale, del progetto da parte del gruppo di lavoro che lo aveva allestito.

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 30 gennaio 2026 de La Regione

Il collegamento A2 A13 forse realizzato solo nel 2055

Il collegamento A2 A13 forse realizzato solo nel 2055

PoLuMe e A2-A13, Gobbi: ‘Ribadiremo l’importanza di entrambe le opere’

Per il Consiglio federale il potenziamento dell’autostrada Lugano sud-Mendrisio, il PoLuMe, e il collegamento autostradale tra Bellinzona e Locarno, l’A2-A13, non possono avanzare di pari passi. Prima uno, poi l’altro. Secondo l’Esecutivo nazionale la precedenza va data al progetto nel Sottoceneri (da realizzare entro il 2045) e poi a quello nel Sopraceneri (orizzonte 2055). Ma la Confederazione mette in chiaro che c’è la possibilità di “scambiare” i due progetti e fare avanzare prima l’A2-A13 e poi il PoLuMe. Molto dipenderà dall’esito della consultazione al via questa estate. Ovvero da quella che sarà la posizione ticinese.
«In questo contesto ribadiremo l’importanza di entrambe le opere nelle sedi opportune, evidenziando come siano entrambe assolutamente prioritarie e strategiche per il Canton Ticino», afferma il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. Anche perché, ricorda Gobbi, «nello studio del Politecnico, entrambi i progetti sono stati confermati come priorità 1. La necessità di dover dare una precedenza all’uno rispetto all’altro non è finora stata tematizzata. Ciò detto, si tratta di opere di interesse nazionale finanziate dalla Confederazione. Prendiamo atto di quanto comunicato oggi da Berna. Il Consiglio di Stato si attiverà presso il competente ufficio federale, responsabile del prosieguo e dell’attuazione dei progetti».
Nei documenti presentati e durante la conferenza a Berna non è stato fatto riferimento a, completamento di AlpTransit a sud di Lugano. «Come già sottolineato a più riprese – continua il presidente del governo ticinese – il completamento a sud rimane per il Ticino una necessità assoluta, in particolare nell’ottica di portare a compimento un’opera di interesse nazionale e internazionale. Migliorare il collegamento con le regioni a nord e a sud rafforza la posizione della Svizzera e del Ticino come luoghi di produzione e sviluppo. Da questo punto di vista, le infrastrutture rappresentano un fattore determinante di competitività territoriale che la Svizzera e il Ticino devono continuare a rafforzare e sviluppare».Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 29 gennaio 2026 de La Regione

Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Luce verde (senza contrari) del parlamento alla riforma delle autorità di protezione. Da chiarire però logistica, personale amministrativo e servizi d’appoggio

Con 79 voti favorevoli (e nessun contrario) il Gran Consiglio approva la riorganizzazione del settore tutele e curatele. Ancora però da chiarire logistica e numero dei funzionari amministrativi.

Se nella consultazione popolare del 30 ottobre 2022 l’introduzione nella Costituzione cantonale del modello giudiziario proposta da governo e parlamento era stata approvata da quasi il 78% (!) dei votanti, ieri il sì del Gran Consiglio agli aspetti organizzativi e finanziari di quel modello è stato altrettanto netto. Settantanove deputati (quattro gli astenuti e soprattutto nessun contrario) hanno condiviso il rapporto uscito dalla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ e compiuto così un ulteriore passo verso l’attuazione di quella che, come evidenziato a più riprese in aula, è tra le riforme importanti se non la più importante delle ultime tre legislature. Ovvero, la riforma delle Autorità di protezione. Con l’istituzione, come chiesto dal Consiglio di Stato nel messaggio del 2021, di autorità giudiziarie. Le Preture di protezione (quattro e relative sezioni). Dove collegi giudicanti, composti da magistrati (pretori di protezione o pretori aggiunti) e specialisti in ambito psicologico/pedagogico e nel campo del lavoro sociale stabiliranno le misure di protezione per adulti e minori vulnerabili, fragili. Diversi e delicati i provvedimenti. Delicati perché incidono e incideranno sui diritti e le libertà fondamentali dei destinatari. Tra i provvedimenti che entreranno in considerazione: tutele, curatele, collocamenti, privazione dell’autorità parentale, regolamentazione dei diritti di visita, ricoveri a scopo di assistenza… Una volta operative (quando ancora non si sa, si confida comunque in tempi brevi), le Preture di protezione prenderanno il posto delle Autorità regionali di protezione (attualmente le Arp sono sedici), del cui funzionamento e dei cui costi sono competenti i Comuni. In altre parole si passerà dal vigente sistema amministrativo a quello giudiziario, ‘cantonalizzato’. Il tutto allo scopo di migliorare la qualità delle decisioni e di rispondere alle esigenze di specializzazione poste dal Codice civile svizzero.

Il dibattito
Non è solo «importante», è anzi «fondamentale». Non usa giri di parole il presidente della ‘Giustizia e diritti’, nonché correlatore del rapporto unico, Alessandro Mazzoleni nel riferirsi alla riforma. «Nel campo della giustizia – rimarca il leghista – rappresenta il tassello più importante non solo di questa legislatura, ma anche di diverse precedenti, sia per la portata organizzativa sia per le conseguenze dirette sulle persone più fragili». Ma, mette in guardia, «il lavoro non è ancora concluso. Rimangono infatti da definire importanti aspetti procedurali e soprattutto sarà necessario potenziare anche tutti quei servizi di appoggio all’autorità di protezione. È infatti inutile adottare decisioni corrette e tempestive se poi non disponiamo di servizi altrettanto performanti in grado di attuarle efficacemente».
Gli fa eco per il Centro la correlatrice Sabrina Gendotti. «Si tratta – evidenzia a sua volta – della riforma del potere giudiziario in Ticino più importante, forse l’unica, degli ultimi quindici anni». Una revisione, va sottolineato, che concerne un ambito particolarmente delicato, vale a dire la tutela dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità. L’obiettivo della riorganizzazione, ricorda quindi la centrista, «era ed è migliorare la risposta dello Stato in un settore che incide direttamente sui diritti fondamentali». Necessario, poi, fare riferimento ad alcune cifre emblematiche. «Oggi le Arp – indica – prendono ogni anno circa 12mila decisioni. A fine 2024 risultavano in essere oltre 6’500 misure di protezione riguardanti più di 5’700 adulti e 1’700 minori». Un tema, insomma, che riguarda molti cittadini, ma che ha richiesto diversi anni per arrivare a questo punto. «Già nel 2022 – rievoca a proposito del primo rapporto commissionale, quello che ha portato il popolo a esprimersi sull’adozione del modello giudiziario – la ‘Giustizia e diritti’ aveva messo in luce limiti strutturali evidenti dell’attuale sistema. La ‘cantonalizzazione’ delle competenze permetterà di uniformare organizzazione e procedura, eliminare disparità di trattamento legate al domicilio e rafforzare l’autorevolezza dell’istituzione, anche nei rapporti con le autorità estere». Per Gendotti, sono tre i grandi cantieri che restano aperti. Quello logistico, «dato che il governo deve ancora individuare tutte le sedi adeguate alle Preture di protezione». Quello legato alla legge di procedura, «il cui messaggio è stato emanato lo scorso ottobre ed è ora al vaglio della nostra sottocommissione Protezione». E quello del potenziamento dei servizi d’appoggio, «senza i quali le decisioni delle Preture di protezione non potranno essere eseguite». Si lancia nelle figure retoriche la correlatrice Simona Genini, che interviene anche a nome del Plr: «Se l’insieme delle leggi di questo Paese fosse un corpo umano, con questa discussione ci troveremmo proprio al centro del petto, dove hanno sede gli organi vitali. Se fosse una città, saremmo sulla piazza della cattedrale». E spiega: «Ci sono davvero pochissimi settori di attività dello Stato che entrano così profondamente nella sfera privata delle persone e che per questo motivo operano sul filo sottile che separa l’intervento legittimo dall’invasione indebita». Non solo. «Ci muoviamo – aggiunge – nel mezzo del tema della fragilità umana. Bilanciare tutto ciò è difficile. Per chiunque condivida la prospettiva liberale è chiarissimo che non c’è scelta che debba essere ponderata con più attenzione di quella che porta lo Stato a limitare la libertà delle persone di scegliere per sé stesse». Essenziale, dice la deputata, «la volontà di voler mantenere una prossimità fisica alla cittadinanza con la presenza delle quattro nuove Preture (e sezioni, ndr) in otto città del cantone è tra l’altro da salutare positivamente. Questa scelta porta con sé il vantaggio della coordinazione e dell’uniformità delle decisioni: avere la certezza che esista un solo modo di procedere per tutto il territorio ticinese porta benefici evidenti per la cittadinanza, prima fra tutti la garanzia di non essere esposti a fluttuazioni legate a sensibilità di singoli. La probabilità di ottenere decisioni eque e rapide non sarà più questione di fortuna, né dipenderà dal Comune di residenza».
Anche per la correlatrice socialista Daria Lepori si tratta di «un passo in avanti significativo» volto a «riorganizzare un settore in cui entrano in gioco la libertà personale, l’autonomia privata e la vita familiare». Una riorganizzazione, sottolinea, che «presto o tardi toccherà probabilmente anche molti di noi qui presenti». Lepori volge poi lo sguardo ai Comuni, ai quali, «ce ne rendiamo conto, è richiesto uno sforzo importante, in quanto dovranno continuare a farsi carico dei costi per il periodo transitorio di due anni». L’auspicio è dunque «che il Cantone operi con la massima trasparenza durante questo delicato periodo. Oltre alla fase di transizione, i Comuni avranno ancora un ruolo fondamentale da svolgere nella loro qualità di autorità di prossimità. Un ruolo che andrà valorizzato dal Cantone, mantenendo un flusso di informazioni tra i Comuni e le nuove Preture di protezione». Da non dimenticare, rileva la socialista, il fatto che «l’attuazione della riforma non può prescindere dal contesto attuale. Nel corso degli anni le necessità di protezione sono infatti aumentate, ma gli strumenti a disposizione sono via via diminuiti». Dal canto suo, la correlatrice dell’Udc Roberta Soldati guarda già avanti, insistendo soprattutto sulla sostanza. Tre i punti cruciali. Il primo: «Il nuovo collegio giudicante dovrà permettere di ottenere delle decisioni più celeri e di qualità. Ma anche di evitare il conferimento, così come avviene oggi, di numerosi mandati a professionisti esterni per l’allestimento di perizie che, come sappiamo, richiedono tempi biblici a scapito dell’utenza, nonché ingenti costi a carico delle parti e dello Stato». Il secondo: «I membri del collegio giudicante saranno nominati dal Gran Consiglio. Considerato il delicato campo di attività, la procedura di selezione dovrà essere maggiormente articolata». Il terzo: «La Commissione amministrativa delle Preture di protezione dovrà fungere da reale organo di coordinamento per assicurare che ci sia una vera prassi univoca su tutto il territorio cantonale. Confidiamo che nel regolamento di attuazione vengano codificati alcuni aspetti essenziali, come un servizio di picchetto e l’esigenza che nel collegio giudicante sia garantita la presenza di entrambi i sessi (come richiesto peraltro anche da Agna, l’Associazione genitori nell’accudimento, ndr)».
Non ha dubbi neanche il correlatore dei Verdi Marco Noi, «proprio perché si sente il bisogno di un rigore formale riconoscibile sia dalla nostra cittadinanza, sia a livello internazionale. Sarà importante mantenere la collaborazione con le figure del territorio che già ora contribuiscono ad accogliere e sostenere coloro che sono in situazione di vulnerabilità». Non sono mancati gli interventi a titolo personale. Per il capogruppo socialista Ivo Durisch, «non si può pensare di implementare una riforma senza disporre del personale necessario all’interno dell’Amministrazione pubblica». Maura Mossi Nembrini (Più Donne): «Rispetto a dieci anni fa si registra un significativo aumento delle misure di protezione destinate sia ai minorenni sia alla popolazione adulta. In tal senso auspichiamo la promozione di uno strumento: il mandato precauzionale». Recita il Codice civile: “Chi ha l’esercizio dei diritti civili può incaricare una persona fisica o giuridica di provvedere alla cura della propria persona o dei propri interessi patrimoniali o di rappresentarlo nelle relazioni giuridiche, nel caso in cui divenga incapace di discernimento”.
I due consiglieri di Stato leghisti Claudio Zali e Norman Gobbi, corresponsabili dopo l’arrocchino in governo dei dipartimenti Istituzioni e Territorio, hanno rinunciato a intervenire. Muti. «Peccato», si è rammaricata Tamara Merlo di Più Donne: «Avremmo voluto avere delle indicazioni sugli aspetti logistici legati alla riforma e sui tempi per la sua attuazione». E anche sulla quantificazione del personale amministrativo necessario.

Dafond (Act): ‘Ma non oltre i due anni’
Con il voto di ieri il Gran Consiglio ha sottoscritto anche la proposta di finanziamento della nuova organizzazione formulata dalla ‘Giustizia e diritti’ nel rapporto. E cioè: l’adozione di “una fase transitoria della durata di due anni in cui i Comuni pagheranno al Cantone i 13’390’000 franchi fino a ora assunti per il funzionamento delle Arp. Dal canto suo il Cantone assumerà transitoriamente la differenza fra i costi attualmente pagati dai Comuni e l’onere annuale netto futuro delle nuove Preture di protezione, compreso il potenziamento parziale dell’Uap (Ufficio dell’aiuto e della protezione, Dipartimento sanità e socialità, ndr) per un totale di 6’210’000 franchi”. Trascorso il periodo transitorio, prosegue il rapporto, il governo “dovrà dunque assumersi integralmente il costo netto della riforma, quantificato in 19’600’000 franchi, neutralizzando lo stesso nella ridefinizione dei flussi con i Comuni. Come farlo è compito del Consiglio di Stato. Non dovrà tuttavia essere oggetto di compensazione l’importo relativo all’adeguamento parziale dell’Uap”. Premette quindi il presidente dell’Associazione dei comuni ticinesi Felice Dafond, contattato dalla ‘Regione’: «Anzitutto è una soluzione che non è stata concordata con l’Act ma che ha elaborato unicamente la ‘Giustizia e diritti’». Ciò detto, «ritengo che la commissione abbia fatto bene a slegare il finanziamento della riforma delle Autorità di protezione da ‘Ticino 2020’: una decisione presa a suo tempo dal governo ma che secondo me non aveva senso. Il periodo transitorio di due anni – aggiunge – ci può stare: deve però essere sin d’ora chiaro che, passata questa fase, il costo della nuova organizzazione deve assumerselo interamente il Cantone e senza altri riversamenti sui Comuni per compensare». Evidenzia ancora: «Come si è osservato e ribadito a più riprese, la riforma delle Arp è importante e urgente. Anche perché quelle attuali sono decisioni amministrative che in quanto tali non vengono riconosciute all’estero. Servono quindi, al più presto, delle autorità giudiziarie, e come per tutte le autorità giudiziarie il loro funzionamento e il loro costo dipendono dal Cantone, non dai Comuni».
Il prossimo step a livello commissionale è il rapporto sulle norme – proposte dal Consiglio di Stato con il messaggio dello scorso ottobre – volte a disciplinare il funzionamento delle Preture di protezione. Settantuno gli articoli elaborati dalla Divisione giustizia del Dipartimento istituzioni con la consulenza dell’ex giudice Franco Lardelli.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 de La Regione

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ARP, è finito il primo tempo

Approvate praticamente all’unanimità dal Parlamento il finanziamento e l’organizzazione delle future Preture di protezione Mazzoleni, presidente della Commissione: «Un passo fondamentale» – Ora bisogna trovare le nuove sedi e definire il quadro legislativo

Il primo tempo della tortuosa e lunga partita della riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP) è concluso. Il Parlamento, senza scossoni, ha approvato praticamente all’unanimità il rapporto della Commissione giustizia e diritti che stabilisce l’organizzazione e il finanziamento del settore. Il primo passo verso un cambio di paradigma – le ARP passeranno da organo amministrativo comunale ad autorità giudiziaria cantonale a tutti gli effetti – così come deciso dal popolo nel 2022 (con un’ampissima maggioranza), è dunque realtà.

I due tronconi
La cantonalizzazione delle attuali Autorità di protezione, che diventeranno delle Pretura al termine dell’iter politico, passa da due tronconi: il primo, quello votato ieri, riguardava l’organizzazione e il finanziamento. Il secondo definirà invece l’effettivo funzionamento delle Preture, e quindi la legge che dettaglierà l’attività delle nuove autorità giudiziarie.
Il primo a prendere la parola in aula è stato Alessandro Mazzoleni, presidente della Commissione e relatore. «Si tratta di una riforma fondamentale », ha sottolineato il leghista. «Una delle più importanti delle ultime Legislature in campo giudiziario», sia per la portata organizzativa del nuovo modello, sia per le conseguenze sulle persone toccate dalla riforma. Mazzoleni, in conclusione, ha ricordato al Parlamento che il lavoro non è ancora concluso. « Rimangono da definire gli aspetti procedurali e soprattutto bisogna esaminare al più presto i servizi di appoggio delle ARP». Perché, ha chiosato, «è inutile approvare riforme se poi non disponiamo di servizi adeguati per eseguirle ». Il riferimento, in questo caso, va al previsto potenziamento dell’Ufficio dell’aiuto e della protezione (UAP), che sostanzialmente esegue e monitora le decisioni emanate dalle ARP. Il Parlamento ha stabilito che serviranno 15 unità a tempo pieno in più, con un costo di 1,7 milioni. Il Governo, invece, avrebbe preferito agire solamente dopo la messa a regime del progetto.

I cantieri aperti
A entrare nei dettagli di questa prima parte di riforma è quindi stata la co-relatrice Sabrina Gendotti (Centro), che ha inizialmente quantificato il numero di decisioni prese ogni anno dalle ARP: circa 12 mila. Negli anni, come ha ricordato, sono però sorti numerosi limiti dell’attuale modello: differenze di prassi, risorse diseguali tra i Comuni, organico non sempre sufficiente. «La riforma permette di passare dalle attuali 16 autorità di competenza comunale a 4 autorità giudiziarie di prima istanza di competenza cantonale », ha osservato. Il tutto, a beneficio dell’uniformità delle competenze, mentre spariranno le disparità di trattamento. Gendotti ha quindi toccato un punto centrale contenuto nel rapporto, ossia il fabbisogno di personale. Nel rapporto appena approvato, viene indicato che il Governo dovrà tenere un approccio parsimonioso, e che si valuterà il fabbisogno due anni dopo l’entrata in vigore delle Preture di protezione. La co-relatrice ha poi ricordato i tre cantieri ancora aperti: quello logistico ( l’Esecutivo deve trovare 4 sedi), quello legislativo (la legge di procedura è al vaglio della Commissione) e il già citato potenziamento della rete.
Da parte sua, la co-relatrice Simona Genini ( PLR) ha evidenziato come le ARP siano legate al delicato tema della fragilità umana. Serve, dunque, grande equilibrio e attenzione da parte di tutti. Fatta questa premessa, la deputata liberale radicale si è concentrata anche sul tema del finanziamento, «uno degli ostacoli » affrontati nel corso dell’iter politico. Il costo della riforma sarà inizialmente suddiviso fra Cantone (circa 13,4 milioni) e Cantone (6,2 milioni). Ma in Commissione, come ha richiamato ancora Genini, è stato trovato un compromesso. Dopo un periodo transitorio di due anni, la riforma verrà resa neutrale per i Comuni a livello finanziario. Sarà infatti il Cantone ad assumersi la totalità dei costi. Di rapporti fra i due livelli istituzionali ha parlato anche un’altra co-relatrice, Daria Lepori. La socialista ha evidenziato che anche in futuro i Comuni svolgeranno un ruolo importante grazie alla loro prossimità. Ora, ha aggiunto, in vista della seconda tappa verso la riforma delle ARP, è necessario proseguire il dialogo fra Governo e Parlamento, «anche perché l’attuazione del progetto non può prescindere da un’analisi della situazione attuale».

No alle logiche partitiche
Roberta Soldati (UDC) ha invece puntato sulle nomine dei futuri pretori. La co-relatrice ha infatti chiesto che il processo di nomina – che spetterà al Gran Consiglio – sia articolato, e richieda ai candidati competenze trasversali, umane e non solo tecniche, proprio perché si va a incidere «sui rapporti familiari e sui diritti fondamentali delle persone». E per attingere a un bacino più ampio, ha osservato, bisognerà uscire dalla logica della ripartizione partitica.
Il co-relatore Marco Noi ( Verdi) ha concluso il dibattito lodando il sostegno politico trasversale alla riforma. Un passo, quello appena compiuto, che tuttavia «non risolve tutte le questioni. Servono una serie di servizi cantonali ma anche sul territorio» affinché le future Preture di protezione funzionino davvero. Dopo il dibattito, a cui non ha partecipato il Governo, il voto –senza storia – del Parlamento. Il primo tempo della lunga riforma delle ARP è terminato. Ora, spazio al secondo, che potrebbe essere altrettanto lungo.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 del Corriere del Ticino

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La riforma delle ARP supera lo scoglio parlamentare
Via libera del Gran Consiglio ma per il passaggio da autorità amministrativa a giudiziaria, di competenza cantonale, il percorso non è finito

La riforma delle ARP, le Autorità regionali di protezione, attesa da quasi 20 anni, passata anche da una votazione popolare nel 2022, ha trovato martedì il via libera del Gran Consiglio ticinese. Il consenso è stato quasi unanime. Si passerà in sintesi da un’autorità amministrativa a una giudiziaria, con la creazione di quattro preture di protezione. La competenza non sarà più comunale ma cantonale e le nomine passeranno dal Parlamento stesso.
Quanto concordato sulla carta ora dovrà essere attuato. Il percorso verso l’operatività è quindi tutt’altro che concluso. “È la seconda tappa di questa importante revisione del settore della protezione del minore e dell’adulto”, come ha ricordato in aula Roberta Soldati (UDC), fra le firmatarie del rapporto commissionale. “La prossima sarà l’adozione della nuova legge sulla procedura che approderà in aula verosimilmente nei prossimi mesi. (…) La riforma non si esaurirà sulla carta mediante l’approvazione di quest’ultimo messaggio, ma dovrà essere inserita in un discorso più ampio già anticipato nel presente rapporto, dove si raccomanda un potenziamento dell’UAP (Ufficio dell’aiuto e della protezione, ndr) e della rete”.
Oltre alla questione procedurale, resta da risolvere anche quella logistica, perché le quattro preture per ora non hanno ancora una sede. In aula non sono giunti chiarimenti dal Consiglio di Stato: né Norman Gobbi né Claudio Zali hanno preso la parola. Si ritiene che perché le preture diventino operative ci dovrebbero volere un paio di anni.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/La-riforma-delle-ARP-supera-lo-scoglio-parlamentare–3459978.html

Pressioni del Governo italiano: a tutto c’è un limite

Pressioni del Governo italiano: a tutto c’è un limite

Il dramma di Crans-Montana è una ferita profonda nel cuore di tutti i Paesi che piangono le proprie vittime. In primis della Svizzera, che ha pagato il prezzo più alto in termini di vite umane. Emozioni forti generano reazioni forti. Ma a tutto c’è un limite.
Da settimane in Italia assistiamo a una campagna mediatica contro la Svizzera. Un conto sono gli attacchi da talk show. Un altro conto è quando un Governo sceglie deliberatamente la strada della pressione e dell’ingerenza politica. A quel punto la critica lascia spazio all’interferenza.
Come uomo che crede nello Stato di diritto e non da ultimo come presidente della Commissione nazionale di diritto penale, sento il dovere di dirlo con chiarezza: in Svizzera la politica non comanda la giustizia, ma la rispetta. La separazione dei poteri è un principio fondamentale del nostro sistema democratico. Giudici e Procuratori pubblici decidono in autonomia, sulla base dei fatti e delle leggi in vigore.
È umanamente comprensibile lo sconcerto di fronte alla notizia della scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti. Ma chi evoca “risposte immediate” e “segnali politici” su un caso giudiziario pretende una cosa sola: che la giustizia smetta di essere indipendente. E questo lo ritengo semplicemente inaccettabile.
C’è un dato di fatto: il sistema svizzero è garantista. È il risultato di scelte legislative precise, culminate con l’entrata in vigore nel 2011 del Codice di procedura penale rivisto. Ma garantismo non significa voltarsi dall’altra parte. La Svizzera vuole la “verità e giustizia” invocata dal Governo italiano più di chiunque altro, non foss’altro che la maggior parte delle vittime sono svizzere. Una verità che emergerà al termine di un percorso che ha le sue regole e le sue dinamiche.
Proprio per questo, alzare il livello dello scontro con decisioni ricattatorie è una deriva pericolosa. È un modo distruttivo di gestire i rapporti fra Paesi vicini e (forse) amici. La collaborazione tra Svizzera e Italia è concreta e fruttuosa, e continuerà ad esserlo anche in futuro. Ma deve basarsi su una condizione irrinunciabile: il rispetto reciproco e in particolar modo il rispetto delle regole giudiziarie.

Opinione di Norman Gobbi pubblicata sui canali social

Rete ferroviaria: il Ticino chiede interventi strutturali

Rete ferroviaria: il Ticino chiede interventi strutturali

Gobbi: «L’asse nord-sud è sotto pressione, servono decisioni rapide»

Il documento che arriverà sul tavolo del Consiglio federale porta la firma di sei cantoni: Basilea Città, Basilea Campagna, Ginevra, Ticino, Vallese e Vaud. Un appello unitario, trasversale alle regioni linguistiche, che solleva una preoccupazione comune:la rete ferroviaria svizzera ha raggiunto i propri limiti di capacità. La risoluzione è stata presentata in occasione del terzo Congresso nazionale delle ferrovie, Bahn26, che si è svolto a Basilea in gennaio. Per il nostro Cantone il documento è stato sottoscritto dal presidente del Consiglio di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che, unitamente ai suoi colleghi, chiede alla Confederazione un deciso potenziamento dell’offerta e delle infrastrutture ferroviarie. «Per il Ticino avere una rete ferroviaria efficiente è una necessità vitale – spiega Gobbi –l’asse nord-sud è la nostra spina dorsale, rappresenta il principale corridoio del traffico ferroviario transalpino di merci e collega i principali poli svizzeri alla regione metropolitana diMilano».

I punti critici della rete ferroviaria
Già oggi, sottolineano i Cantoni nella risoluzione, le infrastrutture ferroviarie sono sottoposte a una pressione crescente: pendolarismo in aumento, traffico merci intenso e una popolazione destinata a crescere ulteriormente. Su molte linee, traffico viaggiatori e merci convivono sugli stessi binari, con inevitabili ripercussioni sulla puntualità e sulla qualità del servizio. «Alla Confederazione chiediamo segnali chiari –precisa Gobbi –priorità definite, tempistiche certe e finanziamenti adeguati. La rete ferroviaria deve essere in grado di rispondere alla crescente domanda. Questo richiede uno sviluppo dell’offerta e delle infrastrutture adeguato alle reali esigenze, senza indugio».

Le richieste del Ticino
Ogni Cantone ha presentato richieste relative alla realizzazione di progetti all’indirizzo del Consiglio federale e, per il Ticino, la priorità è chiara: rafforzare l’asse nord-sud, migliorando capacità e tempi di percorrenza verso Milano, città che rappresenta il vero capolinea dell’asse ferroviario. Le strozzature nei nodi di Bellinzona, Lugano e Mendrisio, così come sul versante italiano, limitano oggi l’efficienza del Tunnel di base del San Gottardo e penalizzano un servizio ferroviario competitivo, nonostante le distanze ridotte. «AlpTransit ha cambiato il volto della mobilità svizzera – afferma il presidente del Governo –ma senza interventi mirati sui nodi e sul versante italiano rischiamo di non sfruttarne appieno il potenziale».

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 25 gennaio 2026 de Il Mattino della domenica

Fallimenti abusivi in Ticino, ogni anno 50 incarti in Procura

Fallimenti abusivi in Ticino, ogni anno 50 incarti in Procura

Dalle aziende “dormienti” ai crediti Covid passando per la sottocapitalizzazione: un’analisi delle vulnerabilità e delle misure adottate per proteggere il territorio e le sue risorse

I fallimenti abusivi danneggiano fortemente il tessuto economico ticinese. Per contrastarli, dal 2019, il Ticino ha un perito contabile – Peter Ranzoni – incaricato di individuare le procedure sospette e segnalarle al Ministero pubblico. E in 6 anni 271 incarti sono già finiti in procura.
Ogni anno una cinquantina di incarti finiscono in procura, su circa 800 casi di fallimenti che conta il Ticino. Il reato più frequente è quello di omissione della contabilità. “Abbiamo casi di omissione perché chi ha messo in piedi l’azienda non ha idea o non è in chiaro su cosa voglia dire tenere la contabilità e i relativi documenti – spiega al Quotidiano Peter Ranzoni –, ma abbiamo anche quelli che, magari a causa di difficoltà finanziarie, cercano di risparmiare preferendo magari pagare i fornitori e lasciando da parte gli oneri amministrativi”.
Il Ticino ha contribuito ad ispirare la modifica della legge federale entrata in vigore un anno fa, che ha anche nel mirino le società dormienti o vuote, aziende che non hanno una vera attività. “Seguendo il denaro si riesce a recuperarlo – spiega da parte sua il direttore del dipartimento Istituzioni Norman Gobbi –, con l’obbiettivo di danneggiare chi vuole abusare dei fallimenti e chi approfitta del sistema molto liberale dell’economia svizzera danneggiando però il nostro territorio. Noi vogliamo quindi proteggere il nostro territorio e, seguendo il denaro, riuscire a recuperarlo a tutela della nostra economia e dei lavoratori dello Stato”.
Anche perché in un fallimento abusivo, anche lo Stato perde: in oneri sociali, AVS o imposte alla fonte. I settori più esposti sono quelli della ristorazione o dell’edilizia e spesso emerge che le imprese erano sottocapitalizzate dall’inizio, e che i 20mila franchi usati per costituire la SAGL se li erano intascati subito gli azionisti. “Oggi con 20 mila franchi di partenza è difficile dare una parvenza di solidità a un’attività aziendale anche piccola – afferma ancora Peter Ranzoni –. Per fare un esempio: è una cifra che non permette nemmeno di comprare un furgone nuovo. Si va quindi o sull’usato o sul leasing, pagando in questo caso acconti e prime rate, ma se poi gli affari non vanno come previsto va a finire che dopo 1-2 anni, finiti i 20mila franchi, il fallimento è quasi inevitabile”.
Con un capitale così risicato i crediti Covid erano stati ben visti, ma anche in questo c’è stato anche chi ne ha approfittato: 81 i casi. La lotta ai fallimenti abusivi non si ferma comunque qui, tanto che si parlava di un potenziamento anche dell’Ufficio dei registri. “Potenziamento non a breve, ma che rientra nella riorganizzazione che permetterà di liberare risorse a favore di questa attività” conclude Norman Gobbi.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Fallimenti-abusivi-in-Ticino-ogni-anno-50-incarti-in-Procura–3448170.html

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Fallimenti abusivi, ecco i casi più frequenti. Ranzoni: «Alcuni reati sono difficili da rilevare»

271 incarti per possibili reati fallimentari. Tanti ne sono stati segnalati al Ministero pubblico negli ultimi 6 anni grazie alla figura del perito contabile. Norman Gobbi: «Il Cantone è stato lungimirante»
 
Aziende che falliscono e fanno saltare fuori abusi e illeciti. Il fenomeno è noto e in aumento anche in Ticino e per questo il Cantone nel 2019 ha istituito una nuova figura a livello svizzero: il perito contabile. Una scelta che sta dando i suoi frutti, ha rilevato oggi in un comunicato il Cantone. «Questo dimostra che il Ticino è lungimirante» commenta a Ticinonews Sera il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi, «abbiamo visto con anticipo il rischio accresciuto di fallimenti in cui ci sono dei danni sull’economia, sui lavoratori, ma anche nei confronti dello Stato. Il perito ha permesso di fare un gioco di squadra tra tutti gli attori, per perseguire questi reati».
 
Gobbi: «Siamo stati i primi, ma non vogliamo fermarci»
E i risultati del lavoro sono positivi. In Ticino tra il 2019 e il 2025 ci sono stati 271 incarti per possibili reati di questo tipo. Guardando avanti, si continua quindi a lavorare con l’obbiettivo di far emergere e perseguire gli abusi, ma anche ridurre nel medio-lungo termine il numero dei fallimenti abusivi. «Potremmo consolarci dicendo che siamo stati i primi, i più bravi, ma vogliamo continuare consolidando queste strutture, per esempioaffiancando altre figure a supporto del perito, perché lo abbiamo visto: il numero di reati riscontrati è elevato».
 
Parola al perito. «C’è di tutto, ma alcuni reati sono difficili da rilevare”
Il ruolo di perito contabile è ricoperto dal 2019 da Peter Ranzoni dell’Ufficio fallimenti. Noi l’abbiamo raggiunto nel suo ufficio per saperne di più sulla sua funzione, chiedendogli in primis quali tipi di reati siano più frequenti. «Premetto che fallire non è di rilevanza penale, ma bisogna chiaramente rispettare le regole imposte dalle leggi» esordisce. Sulla casistica, ammette che «c’è un po’ di tutto: i casi più frequenti sono quelli di omissione della contabilità, vuoi perché l’amministratore è poco al corrente di come tenere la contabilità, vuoi perché quando le cose iniziano ad andare meno bene si può tendere a risparmiare sui costi amministrativi per soddisfare altri oneri…». A ruota segue la cattiva gestione, di che si tratta? «È un tipo di reato molto ampio che raggruppa diversi casi: un esempio tipico è il mancato deposito dei bilanci nei tempi previsti dalla legge». Sono quindi più rari quei casi in cui chi sta fallendo magari sposta i suoi ultimi beni per occultarli. «Sono più rari, ma ci sono. C’è da dire che non è sempre facile per l’Ufficio fallimenti accorgersi di questi tipi di reati, perché ad esempio se di base manca già la contabilità significa che manca uno strumento importante per capire i beni a possesso dell’azienda. Per alcuni si riesce a risalire con i registri pubblici, per altri diventa più difficile».Infine, interpellato sulle sfide, Ranzoni segnala che «fino all’anno scorso non esisteva un divieto (per le persone condannate per reati fallimentari) di proseguire con nuove società. Dal 2025 è invece entrata in vigore una modifica che permette di inserire un blocco che non permette più – dopo una condanna – di figurare come amministratore di una SAGL, ad esempio». E sui diversi casi legati alla vicinanza alla frontiera, «è chiaro che parecchia gente entra dalla zona di confine e fa partire delle attività. A volte è la conoscenza approssimativa degli strumenti giuridici svizzeri che può portare a una sovra-rappresentazione dei fallimenti».
 
Il Ticino in prima linea nella lotta ai fallimenti abusivi

Il Ticino in prima linea nella lotta ai fallimenti abusivi

Comunicato stampa

Il Canton Ticino è da anni attivamente impegnato nella lotta contro i fallimenti abusivi e si conferma all’avanguardia rispetto alle misure recentemente introdotte a livello federale. Dal 2019 opera presso l’Ufficio dei fallimenti una figura specializzata, il perito contabile, con il compito di individuare e contrastare gli abusi. Tra il 2019 e il 2025 sono stati segnalati al Ministero pubblico 271 incarti per possibili reati fallimentari. Un approccio mirato che rafforza la prevenzione e la tutela del tessuto economico cantonale.

Dal 1° gennaio 2025 sono entrate in vigore nuove misure federali per contrastare i fallimenti abusivi, tra cui la modifica parziale dell’articolo 11 della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento (LEF). Si tratta di un importante passo avanti nella prevenzione dei reati di natura penale legati ai fallimenti. Il Ticino, che ha contribuito ad ispirare la modifica legislativa federale, si conferma all’avanguardia in questo ambito. Già da diversi anni, infatti, il Dipartimento delle istituzioni ha scelto di intervenire in modo mirato per contrastare un fenomeno che danneggia profondamente il tessuto economico e sociale.
Da agosto 2019, presso l’Ufficio dei fallimenti della Divisione della giustizia opera una figura professionale innovativa: il perito contabile nell’ambito della lotta contro gli abusi fallimentari. Il suo incarico principale è quello di individuare e contrastare gli abusi fallimentari, in un contesto reso particolarmente complesso anche dalla posizione geografica del Ticino, situato a ridosso del confine. Il perito ricopre inoltre un ruolo chiave di collegamento con le autorità inquirenti.

Un bilancio molto positivo
I risultati di questo nuovo approccio sono concreti. Tra il 2 agosto 2019 e il 31 dicembre 2025 sono stati segnalati al Ministero pubblico 271 incarti per possibili reati fallimentari, un numero nettamente superiore rispetto al passato. Va altresì ricordato che non di rado in una segnalazione sono comprese più ipotesi di reato. Accanto a reati tipicamente legati al fallimento quali l’omissione di contabilità (166 CP), la bancarotta fraudolenta (163 CP) e la cattiva gestione (165 CP), sono state segnalate anche ipotesi di reato al di fuori di questo ambito. La fattispecie più segnalata è l’omissione di contabilità (166 CP), spesso in relazione con altre ipotesi di reato, con 203 casi. Seguono la cattiva gestione (165 CP), con 139 casi, e la bancarotta fraudolenta (163 CP), con 42 casi.
In relazione alle misure introdotte durante la pandemia per sostenere l’economia sono stati segnalati anche 81 casi di Contravvenzione all’ordinanza sui crediti Covid-19. In questi anni di attività il perito si è confrontato con tutte le problematiche legate ai reati fallimentari, dai fallimenti seriali al commercio di società vuote e alla liberazione fittizia del capitale sociale.
In diversi casi è emerso come le imprese fossero sottocapitalizzate fin dall’inizio, in quanto la società era stata acquistata già vuota oppure perché il capitale proprio era stato ritornato agli azionisti subito dopo l’iscrizione della società a registro di commercio. Frequenti anche i casi dove la contabilità non veniva tenuta, oppure aggiornata con mesi di ritardo, così come i casi di inosservanza delle norme previste dal codice delle obbligazioni in merito alla perdita di capitale e di eccedenza di debiti.

Dialogo e collaborazione con i partner
Oltre ai risultati numerici, questa figura ha permesso di rafforzare la collaborazione tra i diversi servizi dell’Amministrazione cantonale, con il Ministero pubblico e con la Polizia cantonale, Sezione Reati Economico Finanziari. La formazione riveste altresì un ruolo importante. In quest’ambito sono state attivate alcune collaborazioni con partner del territorio, quali l’Istituto della formazione continua, nell’ambito del corso di “Autodifesa finanziaria”, e la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI), nell’ambito dei Master of Advanced Studies in “Diritto economico e Business Crime” nonché in “Business Law”.

Obiettivi e prospettive
Lo scopo dell’introduzione di questa nuova figura professionale che esiste dal 2025 in tutti i Cantoni, è duplice: da un lato far emergere e perseguire penalmente gli abusi, dall’altro ridurre nel medio-lungo termine il numero dei fallimenti abusivi, rendendo meno attrattivo l’uso di strutture aziendali per scopi fraudolenti. Il Canton Ticino ha saputo essere all’avanguardia nella lotta ai fallimenti abusivi creando nel 2019 questa nuova posizione professionale presso l’Ufficio dei fallimenti.

Violenza domestica, «la denuncia non è un salto nel vuoto»

Violenza domestica, «la denuncia non è un salto nel vuoto»

Marina Lang, responsabile del Centro di competenza violenza della Polizia cantonale, commenta i risultati della ricerca della Scuola di scienze criminali dell’Università di Losanna in collaborazione con la Divisione Giustizia ticinese

Quanti responsabili di violenza domestica vengono effettivamente condannati in Ticino? È questa la domanda di partenza della tesi di Master di Federico Bolzani alla Scuola di scienze criminali dell’Università di Losanna. Un lavoro di ri cerca frutto della collaborazione con la Polizia cantonale e la Magistratura, intenzionate ad approfondire l’intero iter procedurale che segue la denuncia. L’analisi riguarda 507 casi registrati tra il 1. gennaio 2022 e il 31 dicembre 2023. Gli obiettivi? Valutare il tasso di archiviazione dei procedimenti e identificare i fattori che influenzano le decisioni giudiziarie.
Ebbene, i risultati mostrano che il 27% dei casi si è concluso con una condanna; nel 14% dei casi non era stata ancora emessa una decisione definitiva al momento della raccolta dei dati; il 59% si è concluso senza una condanna. Dall’analisi di questi ultimi casi, è emerso che nel 19% delle situazioni, il Ministero pubblico ha emesso un decreto di non luogo a procedere (i fatti non costituiscono reato o risultano prescritti), nel 12% dei casi il procuratore ha optato per un decreto di abbandono (archiviazione del procedimento, in particolare quando gli elementi di prova non sono sufficienti per sostenere l’accusa), nel 28% dei casi la procedura è stata sospesa (come previsto dall’art. 55a del Codice penale) e archiviata dopo sei mesi.

Le prove e il procuratore
Sebbene a un primo sguardo la percentuale di condanne (27%, quasi 3 casi su 10) possa apparire bassa, i risultati rivelano un tasso di abbandono inferiore a quello osservato in altri cantoni (20% di condanne a Vaud nel 2012). «Questa differenza – commenta Bolzani – si spiega in particolare con la revisione dell’articolo 55a del Codice penale, secondo cui la sola volontà della vittima (la quale ritira la denuncia, ndr) non è più sufficiente per sospendere il procedimento, occorre anche che tale sospensione contribuisca a stabilizzare o migliorare la sua situazione (la vittima è al sicuro o l’imputato è obbligato a partecipare a un programma di prevenzione della violenza) e tale valutazione spetta al procuratore. Inoltre, negli anni è sicuramente aumentata la sensibilità nei confronti del tema della violenza a opera di partner o ex partner».
L’analisi evidenzia pure tre fattori determinanti che consentono a un procedimento di sfociare in una condanna: la presenza di un referto medico che attesti le violenze, il tipo di violenza subita e l’allontanamento o l’arresto dell’autore da parte della polizia. Elementi oggettivi, «legati alla prospettiva non discrezionale». «Il mio lavoro ha potuto misurare la presenza di violenza fisica grazie alla documentazione presente nei fascicoli, mentre non era possibile avere accesso sistematico a prove di violenze psicologiche», precisa l’autore. «Ma, tra i casi studiati, solo l’8% riguardava esclusivamente violenza psicologica. Nella stragrande maggioranza, questa coesisteva con violenze fisiche. Le vittime non sono comunque prive di tutela: messaggi, e-mail e altre comunicazioni scritte da parte dell’autore diventano prove tangibili e utilizzabili. In assenza di testimoni, entrano in gioco i servizi di aiuto alle vittime che possono indirizzarle verso specialisti (psicologi, medici, avvocati) le cui relazioni potrebbero avere valore probatorio. Anche senza lesioni visibili, denunciare può quindi attivare protezione e strumenti utili».

Gli episodi «invisibili»
A stupire Bolzani, comunque, è il fenomeno della cosiddetta «cifra nera», ovvero i casi che non vengono denunciati. Perché spesso la violenza viene subita in silenzio, soprattutto se arriva dal partner. «La consapevolezza che esista un numero significativo di episodi che restano invisibili è la cosa che mi sorprende di più. Da qui l’importanza delle campagne di sensibilizzazione, che puntano a intercettare queste situazioni sommerse». Nelle conclusioni dell’analisi, viene precisato che la gravità dei fatti, da sola, non garantisce una condanna. Sono soprattutto le prove oggettive (come i referti medici) a svolgere un ruolo centrale nella decisione giudiziaria. E «se la protezione delle vittime è al centro e l’approccio penale è fondamentale, risulta altrettanto importante la presa a carico degli autori per aumentare l’effetto dissuasivo, ma anche per rendere più efficace l’intervento complessivo».

Giocare d’anticipo
A questo proposito, la creazione del Gruppo prevenzione e negoziazione (GPN) della Polizia cantonale ha introdotto dei cambiamenti. Oggi il Ticino dispone di specialisti in grado di individuare, interpretare e gestire i segnali di rischio prima che la violenza degeneri. «Dai primi anni di attività, emergono chiaramente una maggiore capacità di intercettare precocemente le situazioni a rischio (dalle minacce allo stalking), un’importante professionalizzazione degli interventi (caratterizzata da analisi professionali e competenze comunicative), nonché un rafforzato coordinamento interno », spiega Marina Lang, responsabile del Centro di competenza violenza della Polizia cantonale. E i risultati dello studio di Bolzani orientano ulteriormente l’azione operativa. «La violenza non nasce all’improvviso: può avere radici culturali e psicologiche profonde, che oggi affiorano anche nelle fasce di età più giovani. Per questo gli interventi devono partire già dalle scuole. L’attuale campagna nazionale di prevenzione “L’uguaglianza previene la violenza” interviene laddove la violenza ha inizio: nelle disparità di potere, nelle condizioni di dipendenza e nelle norme discriminatorie. Sensibilizza sui primi segnali di allarme, incoraggia a parlare dell’argomento e fornisce informazioni sulle offerte di consulenza e aiuto. L’obiettivo è prevenire. Educazione affettiva, rispetto del consenso, gestione della gelosia e del controllo digitale, sono temi che parlano direttamente ai giovani. Ma non basta. Serve coinvolgere anche famiglie e adulti significativi: insegnare a riconoscere segnali di relazioni tossiche, a non voltarsi dall’altra parte, a trasformare il “non è affar mio” in responsabilità collettiva. Cambiare la cultura significa cambiare lo sguardo: la violenza domestica non è un fatto privato, è un problema sociale».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 19 gennaio 2026 del Corriere del Ticino

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Intervista a Marina Lang, responsabile Centro di competenza violenza della Polizia

Per ottenere aiuto è necessario chiederlo. Come conquistare la fiducia delle vittime?
«La denuncia rappresenta, sul piano formale, la porta d’accesso alla tutela istituzionale; sul piano esperienziale, tuttavia, è spesso percepita come un atto rischioso, esposto e potenzialmente  inefficace. Siamo oggi maggiormente consapevoli che dobbiamo agire, in primo luogo, sul piano della credibilità del sistema. Quando una donna denuncia, deve poter sperimentare fin da subito un intervento coordinato, tempestivo e comprensibile: protezione reale, informazioni chiare su cosa accadrà, accompagnamento nelle fasi successive. In questo senso i risultati dello studio ci spingono a orientare con ancor maggior chiarezza le vittime verso la certificazione medica di eventuali lesioni, così come estendere questa certificazione a ferite psicologiche. È fondamentale poi agire sul piano comunicativo e culturale: spiegando in modo trasparente cosa fa oggi il sistema e cosa è cambiato rispetto al passato. Un altro elemento riguarda la qualità dell’accoglienza: la prima interazione con la Polizia (o le autorità) è decisiva. Sentirsi ascoltate, credute e non giudicate ha un impatto diretto sulla percezione di legittimità dell’intero sistema. Infine, è essenziale ridurre l’isolamento decisionale della vittima: la denuncia non dovrebbe essere vissuta come un salto nel vuoto, ma come un percorso accompagnato. La presenza di reti di sostegno (servizi di aiuto alle vittime, sanitario, consulenza legale) che lavorano in modo integrato con la Polizia permette di spostare il focus dalla singola denuncia alla presa a carico complessiva della situazione»

Concretamente?
«In sintesi, la fiducia non si chiede, ma si costruisce. Attraverso coerenza dell’azione, visibilità delle tutele, qualità relazionale degli interventi e un sistema che dimostri, nei fatti, di saper proteggere chi trova il coraggio di fare il primo passo».

Quale lavoro viene svolto con gli agenti, affinché non sottovalutino (più) determinate situazioni?
«La Polizia cantonale investe nella formazione di base e continua, con moduli specifici dedicati al riconoscimento precoce dei segnali di rischio, e con l’introduzione di protocolli obbligatori che guidano la raccolta delle informazioni e riducono il rischio di valutazioni superficiali. Parallelamente, sono stati definiti flussi operativi chiari e strutturati, che permettono di indirizzare in modo sistematico la gestione dei casi verso specialisti del Servizio violenza domestica interni alla Gendarmeria. La cultura istituzionale è cambiata: la violenza domestica non è più interpretata come una “lite privata”, bensì come un rischio concreto e spesso imprevedibile. Gli agenti che operano in ambito di violenza domestica sono oggi sempre più specializzati e il messaggio operativo è chiaro e univoco: non minimizzare mai».

Dal lavoro di Bolzani emerge che il coordinamento tra istituzioni è essenziale per garantire supporto e ridurre la dipendenza dalla collaborazione della vittima. Che cosa si può fare per migliorare questo aspetto in Ticino?
«Il coordinamento rappresenta il fulcro della protezione moderna. Il Gruppo di accompagnamento in materia di violenza domestica riunisce sotto il cappello della Divisione della giustizia i principali attori attivi in questo ambito. La Legge cantonale sulla prevenzione e il contrasto alla violenza domestica e l’introduzione del numero unico 142 consentiranno di definire un percorso unitario per la vittima, con tempi certi e responsabilità chiaramente ripartite tra Polizia, settore sanitario, servizi di aiuto alle vittime, di sostegno agli autori e Magistratura. L’obiettivo è rafforzare la collaborazione inter-istituzionale per consolidare il senso di protezione percepito dalle vittime e orientare gli autori, al di là dell’eventuale condanna, verso percorsi di sostegno e di aiuto, finalizzati ad accrescere la consapevolezza del proprio agire violento».

Crans-Montana, un dolore condiviso che merita verità e rispetto

Crans-Montana, un dolore condiviso che merita verità e rispetto

Tra le rose bianche deposte sul memoriale di commemorazione delle vittime, una rappresenta il Ticino, la sua vicinanza, la sua mano tesa fin dalle prime ore. A posarla è stato il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, che insieme al Cancelliere dello Stato Arnoldo Coduri si è recato a Martigny nella giornata di lutto nazionale. Una cerimonia solenne, scandita dal rintocco delle campane, da lunghi silenzi e da parole delicate. «Il dolore delle famiglie e il raccoglimento composto di una comunità ferita mi hanno profondamente commosso – ha dichiarato il Presidente – In quel momento si è percepito fino in fondo il peso umano della tragedia e il dovere, per le istituzioni, di essere presenti con rispetto e responsabilità».

I giorni passano, ma il dramma della notte di Capodanno a Crans-Montana continua a suscitare sgomento e incredulità. La perdita di decine di vite umane e le diverse decine di feriti che lottano ancora per la loro sopravvivenza rappresentano un sentimento di lutto condiviso che va ben oltre i confini delle nazioni coinvolte. E mentre la giustizia è chiamata a fare piena luce sull’accaduto, una parte dell’opinione pubblica della vicina penisola ha già espresso la sua sentenza di condanna nei confronti della Svizzera e del suo sistema.

«È naturale che drammi di tale portata generino forti reazioni emotive – osserva Gobbi – ed è altrettanto importante non lasciare spazio alla disinformazione e fare chiarezza».
Il Presidente ricorda come la Svizzera abbia affrontato una delle crisi più gravi degli ultimi anni: «La macchina dei soccorsi è intervenuta tempestivamente, il Consiglio di Stato vallesano ha dichiarato la situazione particolare attivando una serie di collaborazioni intercantonali e internazionali. La priorità assoluta è stata la presa a carico dei pazienti e l’identificazione delle vittime, senza trascurare le famiglie e tutte le persone traumatizzate dall’evento». Parallelamente, sono state avviate e proseguono le indagini giudiziarie per accertare cause e responsabilità. «Questo è l’approccio di uno Stato che prende seriamente la protezione dei suoi cittadini, dei visitatori e dei residenti».

Anche da un punto di vista operativo, il Ticino ha fatto la sua parte, inviando quattro specialisti della Polizia scientifica in Vallese per il supporto nelle operazioni di identificazione delle vittime. Non solo, come spiega Gobbi, il caso ha voluto che due specialisti ticinesi nella gestione di crisi si trovassero già sul posto la notte della tragedia. «Un ringraziamento va alla psicologa della Polizia cantonale Marina Lang che insieme al suo compagno, ufficiale della Polizia, stavano trascorrendo le loro vacanze a Crans-Montana e hanno offerto immediatamente il loro prezioso supporto.»

In questo quadro di responsabilità e collaborazione operativa, Gobbi richiama il valore dei rapporti tra Italia e Svizzera, che va ben oltre le cronache di un singolo evento. «Siamo Paesi vicini non solo geograficamente, ma anche per legami economici, umani e sociali. Le relazioni transfrontaliere, fatte di lavoro, formazione e scambi quotidiani, sostengono migliaia di famiglie. La Svizzera – aggiunge – è un luogo di crescita, di opportunità e di stabilità economica», sottolineando come questa collaborazione si sia concretizzata anche nella gestione dell’emergenza di Crans-Montana. Da qui l’appello finale a non trasformare una tragedia in un’arma politica o mediatica. «Attacchi generalizzati a un intero Paese o la riduzione di una nazione alle cronache di una tragedia rischiano di oscurare una cooperazione proficua, costruita e valorizzata nel tempo». I fatti di Crans-Montana, conclude il Presidente, «richiedono cordoglio, riflessione e ricerca della verità ma non devono diventare un pretesto per mettere in discussione la credibilità delle nostre istituzioni. La Svizzera continuerà a difendere il proprio modello, la propria sovranità e la sicurezza dei propri cittadini e ospiti».

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 18 gennaio 2026 de Il Mattino della domenica