Circonvallazione Agno-Bioggio

Circonvallazione Agno-Bioggio

Il Cantone ha fatto il punto sul progetto dopo un incontro con il DATEC – Gobbi: “La novità è stata data dal DATEC, che ha aperto al finanziamento di grandi opere per i piani di agglomerato” 

Il Cantone, sulla circonvallazione Agno-Bioggio, sta pensando di “procedere a tappe”. Lo ha comunicato martedì il Dipartimento del territorio ticinese in una conferenza stampa per fare il punto sul progetto dopo un incontro con il DATEC. La variante presentata nel giugno del 2025, e avversato dai Comuni del Malcantone, prevedeva un tracciato interamente in superficie (dopo la rinuncia per motivi finanziari alla parte sotterranea), per un costo di 338 milioni di franchi. Quel messaggio viene ora ritirato.
A Palazzo delle Orsoline a Bellinzona era presenti per l’occasione il consigliere di Stato incaricato della divisione delle costruzioni Norman Gobbi, il direttore del Dipartimento del territorio Claudio Zali ed il direttore della divisione delle costruzioni Diego Rodoni.
“La principale novità è stata data dal DATEC, che ha aperto al finanziamento di grandi opere per i piani di agglomerato”, ha premesso Gobbi. “E per il mese di giugno è attesa una valutazione sui piani di agglomerato che potranno essere finanziati da Berna”, ha aggiunto.
“L’apertura in una linea teorica di un finanziamento da parte di Berna ci pone di fronte ad un bivio. Sta maturando una riflessione: l’ipotesi è quella di procedere a tappe. L’idea è quella di contenere al massimo i costi di una prima tappa. Con la prospettiva di realizzare più avanti, una seconda tappa (dalla Piodella di Muzzano al Vallone di Agno, .ndr), che è quella più interessante per tutti”, ha poi precisato Zali.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Zali-%E2%80%9CL%E2%80%99ipotesi-%C3%A8-quella-di-procedere-a-tappe%E2%80%9D–3495043.html

****

Si aggira prima Bioggio, poi Agno

La Circonvallazione Agno-Bioggio (Cab) sarà scorporata e realizzata in tappe. Lo ha deciso il Dipartimento del territorio (Dt), dopo aver incontrato a Berna il 20 gennaio due rappresentanti del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (Datec). Si congela quindi il messaggio licenziato nel giugno del 2025, che potrebbe venir ritirato e poi riscritto oppure semplicemente integrato. Il Consiglio di Stato presenterà questo nuovo messaggio entro la fine dell’anno e riguarderà unicamente la tappa 1 dell’opera, ovvero l’aggiramento del nucleo di Bioggio. Questo progetto, assieme a una valutazione più generica sulla tappa 2 – l’aggiramento di Agno, la parte più controversa – verrà poi inserito per una richiesta di finanziamento nel Programma di agglomerato del Luganese di sesta generazione (Pal6).

Valutazioni sul Pal5 cruciali
Questo in estrema sintesi il contenuto dell’infopoint convocato a Palazzo delle Orsoline da Claudio Zali e Norman Gobbi per aggiornare sul tribolato iter dell’attesa opera, attesa da decenni e che dovrebbe contribuire a ridurre il traffico nel Malcantone. Una conferenza stampa convocata dopo aver incontrato la Delegazione delle autorità, ovvero i rappresentanti dei Comuni (Agno, Bioggio, Muzzano, Lugano) e della Commissione regionale dei trasporti del Luganese. «La principale novità scaturita dall’incontro con il Datec è l’apertura sul finanziamento di grandi opere d’agglomerato. Questo cambiamento di paradigma, non indifferente – ha spiegato Gobbi – è dovuto alla maturità che i programmi d’agglomerato stanno raggiungendo in Svizzera. Questo è evidentemente positivo, ma a fronte di un deficit informativo: non sono ancora chiare le regole di approvazione, si sa solo che devono essere virtuosi e di qualità. Entro giugno avremo le valutazioni sul Pal5, da queste capiremo come impostare il Pal6».

‘La mentalità a Lugano deve cambiare’
«È un’apertura in linea teorica ad alcuni progetti – smorza Zali –, la concorrenza con quaranta programmi di agglomerato sarà molto agguerrita e per essere finanziati sarà necessario rientrare sul podio nel confronto con gli altri. Se dalle valutazioni sul Pal5 uscirà una sufficienza o peggio, è difficile pensare che riusciremo a diventare i primi della classe con il Pal6. È chiaro che occorre un cambio di mentalità, in una città che boccia le zone 30, che non vuole rinunciare al traffico veicolare sul lungolago e che dà un peso così forte al trasporto su gomma». La frecciatina del consigliere è chiaramente rivolta alla Città di Lugano. In una situazione di tale incertezza è stato dunque deciso di scorporare il progetto. Un’ipotesi che, a nostra domanda lo scorso giugno – quando era già emerso il malcontento di Agno per una variante integralmente a cielo aperto –, il direttore del Dt aveva escluso, spiegando che non avrebbe risposto agli obiettivi principali del progetto, ossia sgravare il nucleo di Agno dal traffico. «Qualunque sia il destino della parte più costosa (quella di Agno, dalla Piodella al Vallone, ndr), riteniamo corretto proseguire con la parte settentrionale, meno problematica».

Costi contenuti per la fase 1
A settembre erano state agendate delle serate pubbliche e una votazione consultiva. Questa procedura non verrà riproposta, proprio perché la parte di Bioggio è ritenuta meno divisiva. «Ai Municipi è stato chiesto di esprimersi nuovamente», ha tuttavia precisato Gobbi, aggiungendo che già durante l’incontro odierno i Comuni hanno chiesto delucidazioni e garanzie. Agno in particolare. «Le preoccupazioni locali sono comprensibili, ma la Confederazione entrerebbe in materia solo valutando entrambe le tappe. Quindi abbiamo dato questa garanzia e non ci deve essere la preoccupazione che si voglia fare solo la prima». La procedura scelta, hanno spiegato i due consiglieri di Stato leghisti, sarebbe vantaggiosa anche dal profilo finanziario, in quanto un primo credito per la Cab è stato già approvato nel 2011 e per realizzare la prima tappa – sostanzialmente costruire una strada che costeggi aeroporto e fiume e in zona Piodella si ricongiunga con la Cantonale – sarebbe sufficiente aggiornare i costi. Il messaggio attualmente, ricordiamo, stima in quasi 338 milioni i costi per la Cab, interamente a carico di Cantone e Comuni, ma pur sempre meno degli oltre 500 milioni che verrebbe a costare la parte interrata.

Errore di valutazione? Zali: ‘Possibilità che farà fatica a concretizzarsi: è vera gloria?’
Sulla questione ha sollevato diverse perplessità l’Udc, sottolineando che il Dt avrebbe dovuto inserire la Cab nel Pal5 per chiedere una parte dei finanziamenti per la variante più costosa, ritenuta migliore da entrambi i Comuni. Alla luce di questa decisione, non ritiene il Dt di aver fatto un errore di valutazione un anno fa? «La Cab interrata è certamente meritevole – premette Zali –. La prospettiva per questo progetto è di 700 milioni, Berna ci coprirebbe circa il 30%. Rimarrebbe una fattura a carico di Cantone e Comuni che rischia di essere insopportabile, laddove sottoposta a un voto popolare di referendum finanziario obbligatorio. Per rispondere alla domanda: è vera gloria aver ottenuto una teorica possibilità di finanziamento che farà fatica a esplicitarsi nella pratica?».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 11 febbraio 2026 de La Regione

****

Circonvallazione, si cambia
Dopo aver ricevuto, il 20 gennaio, rassicurazioni da Berna su un possibile cofinanziamento dell’opera si procederà passo dopo passo, iniziando dalla tratta Bioggio/Piodella – Gobbi: «C’è stato un importante cambio di paradigma» – Zali: «Sì, ma non sarà scontato farsi sussidiare»

Per la circonvallazione di Agno-Bioggio si procederà a tappe, a partire dal tratto Bioggio– Piodella, così da cercare di ricevere un finanziamento federale. È questa la novità forse più concreta sull’opera infrastrutturale del Malcantone emersa ieri a Bellinzona sulla scorta di un incontro avuto lo scorso 20 gennaio con il segretario generale del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni (DATEC), Yves Bichsel e il vice direttore dell’Ufficio federale dello sviluppo territoriale, Ulrich Seewer. Ad aggiornare la situazione sono stati il presidente del Consiglio di Stato, Norman Gobbi, il direttore del Dipartimento del territorio (DT), Claudio Zali e il direttore della Divisione delle costruzioni del DT, Diego Rodoni. «Quello del DATEC e dell’Ufficio federale dello sviluppo territoriale è un cambio di paradigma non indifferente – ha spiegato Gobbi -; questo perché c’è ora la disponibilità ad entrare in materia di un finanziamento federale per le grandi opere infrastrutturali, che possono essere inserite nei Programmi di agglomerato. Non abbiamo ancora tutti gli elementi tecnici, ma l’apertura c’è ed è positiva».
Una delle prime conseguenze di questo cambio di paradigma è il ritiro del messaggio del DT all’indirizzo del Gran Consiglio – presentato lo scorso giugno – che non prevedeva finanziamenti federali e immaginava la realizzazione della circonvallazione con un tracciato tutto in superficie per un costo di 338 milioni di franchi. Messaggio che aveva cercato di trovare «un compromesso tra le esigenze finanziarie del Cantone sempre più ristrette e le aspettative dei Comuni», ha specificato ieri Zali, senza però trovare, appunto, la convergenza completa tra questi ultimi, dato che favorevole si era detto soltanto Bioggio.

Messaggio entro fine anno
Questa è comunque musica del passato, perché da oggi, come detto, per la circonvallazione (un progetto di cui si parla da decenni) si entra in una nuova fase. «Il primo passo sarà quello di contenere al massimo i costi della prima tappa che si andrà a realizzare con il credito già approvato nel 2011 integrandolo con un credito aggiuntivo di entità ragionevole, di sicuro inferiore ai 100 milioni», ha proseguito il direttore del DT, prima di precisare che per questa prima tratta non contestata, quella tra Bioggio e Piodella, l’intenzione è quella di presentare un messaggio all’attenzione del Gran Consiglio entro la fine dell’anno.
Dal profilo tecnico sarà per questa prima tappa che verrà richiesto un finanziamento federale nell’ambito del sesto Piano di agglomerato del Luganese (PAL). Anche se, ha puntualizzato Rodoni, «nel PAL 6 indicheremo anche quello che vogliamo realizzare successivamente, ovvero la seconda e la terza tappa della circonvallazione », così da presentare un progetto il più possibile organico e strutturato. Guardando indietro, l’esito dell’esame del PAL 5,
che contempla tutta una serie di altre misure e interventi di mobilità, è atteso invece per il mese di giugno di quest’anno. Il PAL, lo ricordiamo, è lo strumento attraverso il quale la regione del Luganese, per il tramite dell’omonima Commissione regionale dei trasporti (CRTL) e del Cantone Ticino, quale ente responsabile della sua attuazione, sottopone alla Confederazione una richiesta di cofinanziamento di misure infrastrutturali nel settore dei trasporti volte a migliorare il quadro complessivo delle condizioni di mobilità all’interno dell’agglomerato.

Coinvolti i Comuni
Oltre ad aver incontrato la stampa per fare il punto della situazione ieri Gobbi e Zalli hanno incontrato nel pomeriggio anche i rappresentanti dei Comuni coinvolti, è stato spiegato. Comuni ai quali, «attraverso i loro Municipi chiederemo di esprimersi anche sulla prima tappa», ha specificato il presidente del Governo. Solo dopo, è stato indicato, verrà allestito il messaggio che sarà presentato entro la fine dell’anno. Di sicuro, oltre a raccogliere le indicazioni dei Comuni coinvolti, ovvero Agno, Bioggio e Muzzano, il DT dovrà anche studiare come portare a termine la prima tappa della circonvallazione dal punto di vista tecnico. «Dovremo fare degli approfondimenti », ha chiarito Rodoni.

Obiettivo salire sul podio
Approfondimenti li dovrà però fare anche la Confederazione, che dovrà decidere se finanziare o meno il primo tratto della circonvallazione, una volta che avrà ricevuto la candidatura del Cantone. « Non sarà semplice arrivare sul podio » . Zali ieri, a margine della conferenza stampa, non si è fatto troppe illusioni. «Bisogna capire che a essere finanziati saranno pochi progetti, questo a fronte di decine di iniziative che arriveranno sul tavolo di Berna ». Sembra di capire che per riuscire nell’intento, il Cantone dovrà dimostrare di aver impostato la sua domanda di finanziamento anche su criteri più ambientali rispetto a quelli attuali. « Occorre un cambio collettivo di mentalità », si è lasciato sfuggire il direttore del DT.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 11 febbraio 2026 del Corriere del Ticino

Carceri ticinesi oltre il limite, un problema ormai strutturale

Carceri ticinesi oltre il limite, un problema ormai strutturale

La Stampa e la Farera non hanno più posti a disposizione e le autorità sono sempre più spesso costrette a trovare soluzioni «alternative» In arrivo il credito sui prefabbricati – A mancare, oltre gli spazi, sono però anche le risorse umane: si aprirà (di nuovo) il concorso per agenti di custodia

Il sovraffollamento delle carceri ticinesi è ormai un tema ricorrente da diversi anni. «Carcere sovraffollato: se la soluzione è ‘creativa’», titolavamo ad esempio un articolo del 2 gennaio 2024, nel quale riportavamo dell’utilizzo delle «cellette» provvisorie della Polizia cantonale per ovviare alla mancanza di posti alla Farera, il carcere giudiziario per le detenzioni preventive. «Cellette» che, rispetto a quelle normali, non garantiscono lo stesso livello di diritti per i detenuti. Proprio in questi giorni, l’utilizzo di queste celle provvisorie (teoricamente omologate ‘solo’ per 72 ore) è tornato al centro dell’attenzione pubblica grazie alla segnalazione dell’avvocata Elisa Travella, dello Studio Nievergelt & Stoehr. L’uomo difeso dalla legale, infatti, è rimasto ben oltre le 72 ore consentite nelle celle di rigore, portando l’avvocata, appunto, a parlare di «condizioni al limite della dignità umana». Una puntuale situazione, ora rientrata, che rende bene l’idea delle conseguenze concrete di un sistema carcerario che ha ormai raggiunto il suo limite. Come confermatoci dalla direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti, da questo punto di vista i dati (aggiornati a ieri mattina) parlano chiaro: il tasso d’occupazione alla Stampa è del 110% (con circa 145 posti disponibili), alla Farera del 107% (con 88 posti). Insomma, le due strutture ticinesi sono già oltre il loro limite. E all’orizzonte, nel breve periodo, non si intravvedono miglioramenti legati a previste scarcerazioni. «Mi risulta essere il caso più lungo che abbiamo avuto, legato a una serie di sfortunate circostanze», afferma Andreotti riguardo all’uomo detenuto nelle «cellette » di polizia per otto giorni. «In ogni caso, la visita medica nelle prime 24 ore viene sempre garantita», rassicura la direttrice, spiegando che «il tema dell’integrità fisica e psichica dei detenuti rimane importantissimo ». Anche se, conferma, «a causa del sovraffollamento alla Farera in casi puntuali bisogna ricorrere a queste soluzioni. Cerchiamo comunque di fare tutto il possibile per garantire condizioni dignitose, malgrado il contesto».

In tutto il Paese
Ora, guardando al di là del caso puntuale, Andreotti rileva che il tema del sovraffollamento non riguarda unicamente il Ticino, ma un po’ tutta la Svizzera, «con un aumento delle carcerazioni del 7% nel 2024 – confermato dal nostro punto di vista anche nel 2025 – e un’occupazione che si aggira attorno al 95%». Non è un caso, da questo punto di vista, che a inizio febbraio una rivolta – che ha coinvolto 32 detenuti per circa 3 ore – sia scoppiata nel carcere Bellechasse a Sugiez (Canton Friburgo). Una protesta, appunto, legata proprio alle condizioni di prigionia. Ma non solo. Sempre la scorsa settimana, anche le autorità retiche hanno parlato di una «situazione tesa» nelle carceri grigionesi, anch’esse ormai prossime al limite strutturale in termini di posti a disposizione. Una problematica diffusa, dunque, che non aiuta certo il Ticino: se anche le carceri del resto del Paese sono sovraffollate, i trasferimenti (che non riguardano però le carcerazioni preventive) diventano ovviamente più difficili.

Alla ricerca di soluzioni
Tornando al contesto ticinese, Andreotti spiega anche quali potrebbero essere le potenziali soluzioni per alleviare un po’ la situazione. Sul corto termine, come abbiamo già avuto modo di riferire lo scorso anno, dovrebbero giungere per il carcere della Stampa i cosiddetti «moduli abitativi-detentivi». Ossia, dei prefabbricati che permetterebbero perlomeno di aggiungere qualche posto al carcere penale. Su questo fronte, spiega Andreotti, «abbiamo già ricevuto il nullaosta dall’Ufficio federale e stiamo dunque preparando la richiesta di credito all’indirizzo del Governo e quindi del Gran Consiglio», che dovrebbe giungere nei prossimi mesi. Per quanto riguarda il carcere giudiziario, invece, la situazione potrebbe migliorare leggermente sul medio termine quando sarà ultimata la sezione femminile, il cui cantiere (come abbiamo riferito nell’edizione di sabato) è nelle fasi finali. Ciò, infatti, permetterà di portare le detenute alla Stampa, liberando qualche posto alla Farera.
Sul lungo (se non lunghissimo) termine, invece, sono ancora nelle fasi preliminari le discussioni per il futuro carcere della Stampa, la cui attuale struttura ha ormai concluso il suo ciclo di vita. Su questo fronte, spiega la direttrice, «la prossima settimana è previsto un incontro con il gruppo di lavoro chiamato a valutare il fabbisogno per le misure terapeutiche stazionarie». Anche per queste misure, infatti, i posti in Svizzera e in Ticino mancano da tempo. E, anche in questo caso, malgrado siano disposte dai giudici non sempre si riesce effettivamente a effettuarle a causa della mancanza di strutture dedicate.

Una questione di risorse
Detto ciò, resta un ultimo tema importante riguardo ai limiti strutturali delle carceri ticinesi: la mancanza, cronica, di nuovi agenti di custodia. Come dire: non è solo una questione di spazi, ma anche di risorse umane. Negli scorsi anni più e più volte sono stati aperti dei concorsi per agenti di custodia. Ma il problema, spiega Andreotti, non è ancora risolto e per questo motivo proprio domani sarà aperto un ulteriore concorso. Il messaggio della direttrice, da questo punto di vista, è chiaro: «Fatevi avanti».

Sotto la lente dei deputati
Del tema del sovraffollamento, va infine detto, si occupa da tempo anche la Commissione (del Gran Consiglio) di sorveglianza delle condizioni di detenzione. Nell’ultimo rapporto, stilato nel maggio dello scorso anno, un intero capitolo era infatti dedicato alla problematica. E, va da sé, anche quest’anno il tema farà capolino nel rapporto annuale della Commissione. «Partecipiamo regolarmente alle riunioni del Consiglio di vigilanza» riguardanti il sovraffollamento, «e il tema ci è dunque noto», spiega la presidente del gremio, la deputata Giulia Petralli (Verdi). Ma, alla luce della problematica, la commissione ha recentemente sollecitato un incontro con la Divisione della giustizia e con il consigliere di Stato Norman Gobbi per fare il punto della situazione. Riunione che, spiega Petralli, «si terrà nelle prossime settimane». Anche se, rileva la presidente, «sappiamo che purtroppo di alternative non ce ne sono molte» e anche che «la Commissione non può fare molto per risolvere la situazione, se non sensibilizzare tutti i colleghi (ndr. del Gran Consiglio) sulla necessità di investire più risorse» nel settore.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 10 febbraio 2026 del Corriere del Ticino

‘Sì alla giornata informativa obbligatoria anche per le donne, ma da Berna un adeguato indennizzo’

‘Sì alla giornata informativa obbligatoria anche per le donne, ma da Berna un adeguato indennizzo’

Esercito e protezione civile, il governo ticinese favorevole alla proposta messa in consultazione dal Consiglio federale. Tema finanze però da chiarire

Sì all’introduzione di una giornata informativa obbligatoria (anche) per le giovani svizzere sul servizio militare e sulla protezione civile, ma la Confederazione sostenga finanziariamente in maniera adeguata i Cantoni per i relativi costi supplementari. Così il governo ticinese sulla proposta del Consiglio federale di estendere l’obbligo di seguire la giornata informativa, ora sancito per gli uomini, alle donne. Per le quali oggi la partecipazione è facoltativa. E per le quali, a differenza dei giovani connazionali di sesso maschile, il servizio militare resterebbe comunque volontario.

‘Pari opportunità rafforzate’
Il Consiglio di Stato accoglie dunque “positivamente” quanto prospettato da Berna. “Questa iniziativa – scrive Bellinzona all’indirizzo del ministro federale della Difesa Martin Pfister – consente alle partecipanti di acquisire il diritto e il dovere di informarsi in modo approfondito sulla nostra politica di sicurezza, nonché di conoscere le numerose possibilità di impegno e le opportunità di carriera offerte dall’esercito e dalla protezione civile”. In tal modo, rileva il governo cantonale, “lo Stato compie un passo concreto verso una maggiore parità tra donne e uomini, contribuendo al rafforzamento delle pari opportunità”. Non solo. L’introduzione di una giornata informativa obbligatoria per le donne “contribuirà a garantire effettivi a favore del personale dell’esercito e della protezione civile favorendone l’omogeneità”, sottolinea il Consiglio di Stato, osservando che “il presente disegno di legge completa così altre misure attualmente adottate in relazione alle volontà di garantire il necessario effettivo di astretti al servizio”.

‘Onere sproporzionato per i Cantoni’
Nella presa di posizione trasmessa di recente a Berna nel quadro della procedura di consultazione, il governo ticinese affronta anche il capitolo finanziario e al riguardo tiene a evidenziare “l’importanza della collaborazione” tra Confederazione e Cantoni. Sì, perché l’eventuale obbligo anche per le donne di partecipare alla giornata informativa “comporterà dei costi aggiuntivi per i Cantoni”. Ragion per cui Bellinzona propone che la Confederazione “indennizzi in misura adeguata le spese supplementari derivanti dalla formazione”. Per il Consiglio di Stato, il principio dell’indennità “andrebbe fissato in linea di massima a livello di legge”, mentre l’importo “andrebbe disciplinato a livello di ordinanza”. E osserva: “Un’adeguata normativa in materia di indennità coprirebbe quindi i costi supplementari generati dalla Confederazione (esercito e protezione civile sono materie di sua competenza, ndr) secondo il principio della causalità, rafforzerebbe l’accettazione del progetto da parte dei Cantoni e garantirebbe la sicurezza per la pianificazione e per l’esecuzione”. Con l’estensione alle donne dell’obbligo di seguire la giornata informativa vi sarebbe infatti “un raddoppio del numero di partecipanti: a causa della preparazione, dell’attuazione e delle ovvie necessità logistiche ampliate, si prevedono costi supplementari annui pari a circa 3,3 milioni di franchi (costi complessivi stimati in circa 7 milioni di franchi)” sul piano nazionale. “Considerato – prosegue il governo ticinese – come la Confederazione quantifichi i propri costi supplementari annui pari a circa 150’000 franchi, risulta dunque sproporzionato l’onere posto a carico dei Cantoni”.
Insomma, il Consiglio di Stato si dice “favorevole” all’introduzione della giornata informativa obbligatoria anche per le donne, “ritenuto come questa misura rientri nel chiaro interesse della Confederazione, che è in ultima analisi la sola, ed esclusiva, responsabile dell’esercito”. Tornando all’aspetto finanziario, Bellinzona reputa però “inappropriato” – alla luce dei “limitati margini di manovra a livello cantonale”, dell’“elevato onere già derivante da altri compiti imposti dal diritto federale” e del “principio dell’equivalenza fiscale” – che i Cantoni “siano chiamati ad attuare l’estensione della giornata informativa senza un adeguato indennizzo”.
L’estensione alle giovani svizzere dell’obbligo di partecipare alla giornata informativa renderebbe preliminarmente necessaria la modifica della Costituzione federale, tramite votazione popolare. Il nuovo secondo capoverso dell’articolo 59, confezionato da Berna, sarebbe il seguente: “Per le Svizzere il servizio militare è volontario. Sono tenute a partecipare a una manifestazione informativa”. Per il Consiglio federale, come indicato dallo stesso nel comunicare lo scorso novembre l’avvio della consultazione, in caso di accettazione da parte del popolo e dei Cantoni, l’introduzione della giornata informativa obbligatoria per le donne “potrà avvenire il 1° gennaio 2030”.

Ora in Ticino
In Ticino le giornate informative, spiega dal Dipartimento istituzioni il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione (Smpp), il colonnello Smg Ryan Pedevilla, «si svolgono al Centro istruzione della protezione civile a Rivera e a esse sono convocati i cittadini svizzeri maschi che in quell’anno hanno raggiunto la maggiore età». Le giornate, organizzate dalla Smpp, sono più di una e concentrate nel mese di settembre. «Durante questi momenti informativi vengono illustrati ruoli e compiti dell’esercito, del servizio civile e della protezione civile e quindi le varie opportunità che si hanno, nell’ambito della politica di sicurezza della Confederazione, di servire il proprio Paese», ricorda Pedevilla. Nel 2025 le giornate sono state seguite da «1’430 giovani, di cui ottantacinque ragazze, che hanno partecipato a titolo volontario». Le giovani donne, continua Pedevilla, «hanno la possibilità di seguire le giornate insieme ai ragazzi oppure di prendere parte a questi momenti informativi in due sabati e in classi di sole ragazze, con la presenza di ufficiali donne in qualità di relatrici».

Da www.laregione.ch

Mi distraggo? No grazie! La vita vale più di una distrazione

Mi distraggo? No grazie! La vita vale più di una distrazione

Comunicato stampa

Nel mese di gennaio 2026 si è conclusa la prima fase della campagna di prevenzione “Mi distraggo? No grazie!”, promossa nell’ambito del progetto Strade sicure del Dipartimento delle istituzioni, in collaborazione con la Polizia cantonale e le Polizie comunali e con il sostegno del Fondo per la sicurezza stradale. L’iniziativa, avviata il 3 novembre 2025, ha l’obiettivo di richiamare l’attenzione dei conducenti e, più in generale, di tutti gli utenti della strada sui rischi della distrazione e sulle conseguenze che può generare per sé e per gli altri.

La distrazione resta infatti una delle principali cause di sinistri e di situazioni di pericolo sulle strade. L’uso del telefonino per telefonate, messaggi e notifiche, la regolazione del navigatore o delle funzioni del veicolo, così come mangiare, bere o cercare oggetti, sono gesti che possono ridurre drasticamente i tempi di reazione e la capacità di percepire ciò che accade attorno. Anche pochi secondi di disattenzione possono essere sufficienti per trasformare una normale situazione di traffico in un evento grave. 

Nel corso delle settimane di campagna la sensibilizzazione è avvenuta in modo capillare attraverso diversi canali, con l’intento di raggiungere pubblici differenti e di incidere sui comportamenti quotidiani che più facilmente portano a “staccare” l’attenzione dalla strada. L’iniziativa ha previsto la presenza di affissioni e materiali informativi sul territorio, la diffusione di flyer e adesivi, nonché la pubblicazione online e sui social di tre filmati che rappresentano situazioni quotidiane vissute da automobilisti e ciclisti. 
Per favorire riconoscimento e consapevolezza, la campagna ha visto l’introduzione del personaggio di fantasia “Mix Distraggo”, appositamente creato per incarnare la distrazione con un approccio ironico ma incisivo. Un quiz interattivo pubblicato sulla pagina dedicata di Strade sicure ha inoltre permesso di mettere alla prova la propria attenzione e conoscenza dei rischi. La campagna è stata ulteriormente sostenuta da contenuti diffusi sui profili ufficiali della Polizia cantonale e dalla distribuzione di volantini informativi presso i posti di polizia e in occasione di controlli preventivi. 

Accanto all’attività di sensibilizzazione, prima e durante il periodo della campagna sono stati effettuati controlli mirati sul territorio. In questo contesto, si è registrato un aumento delle infrazioni di circa l’11% rispetto all’anno precedente. Nel dettaglio, nell’ottobre 2025 sono state elevate 1’154 contravvenzioni, in novembre 378 e in dicembre 408, per un totale di 1’940 contravvenzioni (nel 2024: 1’748). Di queste, 1’867 sono state comminate mediante multe disciplinari (OMD) (nel 2024: 1’656) e 73 con procedura ordinaria, intimata dall’Ufficio giuridico della Sezione della circolazione (nel 2024: 92).

Tra le denunce effettuate figurano diversi comportamenti particolarmente pericolosi. In un caso, un conducente è stato sorpreso mentre guardava un film sul telefono cellulare con il veicolo in movimento; in un altro, un automobilista ha lasciato il voltante con entrambe le mani, in autostrada, per fotografare e filmare il panorama, circolando sulla corsia centrale a una velocità inferiore al minimo consentito. Sono stati infine denunciati un conducente sorpreso mentre effettuava una videochiamata alla guida e un altro intento a leggere documenti mentre era al volante.
La sicurezza stradale è una responsabilità condivisa. Con questa iniziativa, il Dipartimento delle istituzioni, la Polizia cantonale e le Polizie comunali ribadiscono il proprio impegno costante nella
prevenzione e nella promozione di comportamenti responsabili, invitando tutti e tutte a un comportamento attento, responsabile e rispettoso sulle nostre strade, perché la vita vale più di una
distrazione. La campagna proseguirà anche nel 2026 con iniziative puntuali, attività informative e controlli mirati nell’ambito del progetto Strade sicure.

Ulteriori informazioni e i materiali della campagna, incluso il quiz, restano disponibili su www.stradesicure.ch

Roccia nella tempesta

Roccia nella tempesta

Sotto la guida del Consigliere di Stato Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), il Canton Ticino verifica da oltre dieci anni gli estratti del casellario giudiziale di cittadini UE nell’ambito delle domande di permesso di soggiorno o di lavoro frontaliero – sebbene gli accordi bilaterali lo vietino in linea di principio.

Ecco cosa è successo
Secondo un’inchiesta di «Tamedia», il Canton Ticino viola da oltre dieci anni gli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’UE: sebbene le autorità svizzere non possano controllare gli estratti del casellario giudiziale di cittadini UE nell’ambito di richieste di permesso di soggiorno o di lavoro frontaliero senza un sospetto concreto, la “Sonnenstube” della Svizzera, sotto la direzione del responsabile del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), fa esattamente questo – dall’aprile 2015.

Il fattore eroico
Già nel giugno 2015 la Confederazione aveva invitato il Canton Ticino, tramite lettera, a revocare il controllo degli estratti del casellario giudiziale. Anche l’ambasciatore svizzero a Roma è stato convocato presso il Ministero degli Esteri italiano a causa della vicenda.
Nonostante le critiche provenienti da Berna e Roma, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Gobbi resta fermo nella sua posizione: la misura sarebbe una reazione a diversi gravi reati commessi nel Cantone da cittadini italiani con precedenti penali. «Si tratta di una misura adottata per proteggere la popolazione ticinese», ha dichiarato a «Tamedia».
E questo ancora oggi: «Ci consente di effettuare accertamenti approfonditi e di impedire l’ingresso in Svizzera di stranieri con precedenti penali», ha spiegato recentemente Gobbi al «Tagblatt».
Il Cantone intende mantenere la misura fino a quando non sarà disponibile un’«alternativa sostenibile».
Questa alternativa potrebbe arrivare a breve: con un’iniziativa cantonale, il Canton Ticino chiede la legittimazione della propria prassi – la richiesta è attualmente pendente a Berna. Parallelamente, il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) sta valutando se l’ottenimento degli estratti del casellario giudiziale possa essere consentito nell’ambito dell’adesione alla banca dati europea sulla criminalità. Allo stesso tempo, anche il Consiglio federale sta esaminando l’eventualità di un accordo bilaterale con l’Italia.

Come potrebbe perdere lo status di eroe
Norman Gobbi potrebbe ancora cedere alla pressione proveniente da Berna e Bruxelles e revocare anticipatamente la prassi ticinese. Non lo riteniamo probabile: chi resta saldo per oltre un decennio, con ogni probabilità continuerà a esserlo.

Da www.nebelspalter.ch

Sirene d’allarme, prova superata

Sirene d’allarme, prova superata

“La verifica dei dispositivi è importante per essere pronti in caso di emergenza”

Pochi secondi di brivido, uno sguardo all’orologio. Sono le 13.30 del primo mercoledì di febbraio. Tutto nella norma. È un appuntamento fisso fin dagli anni Settanta quello con la prova delle sirene che, anche per il 2026, è stata superata. Come ha fatto sapere l’Ufficio federale della protezione della popolazione, il 99 per cento dei 5’000 dispositivi fissi ha funzionato in modo ineccepibile.
In Ticino mercoledì scorso sono stati attivati i 416 dispositivi di Allarme generale che hanno rotto il silenzio con il loro suono modulato e continuo. Nel pomeriggio è stato anche testato il segnale di allarme acqua nelle zone situate a valle delle dighe.
«Un sistema di allarme è credibile solo se viene controllato con regolarità. – sottolinea Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni – La prova annuale consente di verificare che ogni componente funzioni correttamente e di intervenire prontamente in caso di criticità».

Prova superata in Ticino
Come rende noto la Sezione del militare e della protezione della popolazione, dal primo rapporto intermedio emerge che l’azionamento delle sirene dalle centrali d’allarme si è svolto regolarmente e senza criticità rilevanti. La verifica del funzionamento e dell’efficacia dei dispositivi può pertanto considerarsi superata.
La prova annuale del sistema permette non solo di testare le sirene ma anche di ricordare alla cittadinanza come comportarsi in caso di emergenza. Nell’eventualità di un vero Allarme generale, la popolazione è infatti invitata a seguire tre indicazioni fondamentali: ascoltare la radio, seguire le istruzioni delle autorità e informare i vicini.  
«La sicurezza è un obiettivo condiviso e il risultato di un lavoro costante – precisa Gobbi – Le istituzioni garantiscono infrastrutture affidabili, ma anche la responsabilità individuale, l’attenzione e la consapevolezza dei cittadini fanno parte del sistema di protezione».

Un sistema utile anche nella vita quotidiana
Il 29 dicembre del 2020 le sirene si attivarono nel comune di 3’000 abitanti di Rorbas nel Canton Zurigo. Accendendo la radio, i residenti hanno scoperto il motivo dell’allarme: l’acqua corrente era stata contaminata e doveva essere fatta bollire prima di essere bevuta. Un caso che ricorda come le sirene non servano solo per scenari estremi come una guerra, ma anche per emergenze concrete e locali che richiedono un’informazione rapida alla popolazione.
La giornata di test è servita anche a verificare la diffusione delle notifiche tramite l’app Alertswiss. In parallelo all’allarme generale, ogni Cantone ha inviato una notifica di livello “Informazione”, che non attiva segnali acustici sugli smartphone, ma consente di testare la corretta ricezione dei messaggi ufficiali. Dal suo lancio nel 2018, l’applicazione è stata installata su oltre 2,3 milioni di dispositivi e viene utilizzata regolarmente dalle autorità per informare la popolazione in caso di eventi rilevanti.
«Le sirene attirano l’attenzione immediata, ma oggi la protezione della popolazione passa anche da strumenti digitali – conclude Gobbi – Alertswiss permette di fornire indicazioni chiare e aggiornate, completando in modo efficace il sistema di allarme tradizionale».

Con GERES, il Ticino modernizza la piattaforma cantonale concernente i dati della popolazione

Con GERES, il Ticino modernizza la piattaforma cantonale concernente i dati della popolazione

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha approvato – su proposta del Dipartimento delle istituzioni – un messaggio che prevede un investimento di 4,2 milioni di franchi per l’adozione di GERES quale nuovo sistema centrale per la raccolta dei dati della popolazione, in sostituzione dell’attuale applicativo Movpop. Già utilizzata da 18 Cantoni, la piattaforma è in continua evoluzione e garantisce standard tecnici adeguati, interoperabilità tra livelli comunale, cantonale e federale e maggiore sicurezza e qualità dei dati. Il progetto rafforza la digitalizzazione dei servizi pubblici e pone le basi per un’Amministrazione più efficiente e orientata alla semplificazione dei processi.
Attraverso il messaggio approvato il 4 febbraio 2026, il Consiglio di Stato dà seguito alla strategia cantonale per la trasformazione digitale investendo nella piattaforma informatica GERES come nuovo sistema centrale per la raccolta, l’armonizzazione e lo scambio dei dati degli Uffici controllo abitanti comunali. L’attuale applicativo Movpop, in uso dal 2000, ha garantito per anni il corretto funzionamento delle attività legate ai registri della popolazione, ma sta raggiungendo il termine del proprio ciclo di vita. Questo passo segna dunque una svolta nella digitalizzazione dei servizi pubblici, garantendo standard tecnici attuali e interoperabilità a livello cantonale, comunale e federale.    

Il Sistema GERES  
Già adottato da 18 Cantoni in Svizzera (16 quali membri della GERES-Community mentre i Cantoni Zurigo e Berna come proprietari dell’applicativo), il sistema GERES rappresenta una soluzione consolidata e condivisa che permette di ripartire i costi di sviluppo e manutenzione, favorire l’evoluzione continua della piattaforma e assicurare un elevato grado di interoperabilità tra i sistemi comunali, cantonali e federali.   La nuova soluzione si configura come un’infrastruttura centrale e interdisciplinare, progettata per supportare numerosi compiti amministrativi e statistici, migliorare la qualità dei dati e consentire una trasmissione più efficiente e tempestiva delle informazioni, in particolare verso le autorità federali. Il progetto prevede uno stanziamento di credito di investimento complessivo di 4,2 milioni di franchi per l’acquisizione della piattaforma, per gli adeguamenti tecnici e per le risorse umane indispensabili affinché sia garantita una transizione ordinata e coerente dal prodotto attualmente in uso.    

I vantaggi di GERES  
L’adozione della piattaforma GERES consentirà al Cantone di:  

  • adeguarsi pienamente agli standard eCH richiesti per lo scambio elettronico dei dati, favorendo l’interoperabilità con i sistemi federali e comunali;
  • ridurre i rischi di obsolescenza tecnologica legati all’attuale banca dati, garantendo continuità, sicurezza e qualità dei dati;
  • creare un’infrastruttura moderna e modulabile, in grado di supportare futuri sviluppi digitali nei processi amministrativi, nelle statistiche e in ulteriori servizi pubblici;
  • alleggerire la pressione sugli investimenti interni attraverso la condivisione di costi di sviluppo e manutenzione con altri Cantoni.    

Sviluppo dell’amministrazione digitale: un passo ulteriore  
Con l’introduzione di GERES, il Cantone Ticino si allinea agli standard federali e consolida il trattamento trasversale dei dati della popolazione, ponendo le basi per un’Amministrazione più efficiente, interoperabile e orientata allo sviluppo di servizi digitali integrati. Il Dipartimento delle istituzioni conferma inoltre la volontà di orientare il proprio operato alla semplificazione delle procedure che coinvolgono cittadini, Comuni, istituzioni pubbliche e private, valorizzando appieno le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie digitali, a beneficio dell’utenza.

Keine Personenfreizügigkeit für Kriminelle: Dieser Kanton trotzt Brüssel und Bern

Keine Personenfreizügigkeit für Kriminelle: Dieser Kanton trotzt Brüssel und Bern

Die bilateralen Verträge erlauben keinen systematischen Blick in das Strafregister von EU-Bürgern. Ein Kanton tut das trotzdem – weil ein vorbestrafter Italiener eine Bluttat beging.

Christoph Mörgeli wusste es genau. Ohne die «verfehlte Personenfreizügigkeit hätte es eine Katastrophe von Crans-Montana überhaupt nicht gegeben» , schrieb der «Weltwoche»-Journalist. Ohne die bilateralen Verträge, so Mörgeli weiter, hätte sich der vorbestrafte Franzose Jacques Moretti, der Besitzer und Betreiber der Bar Le Constellation, gar nicht in der Schweiz niederlassen dürfen. Hat der frühere Zürcher SVP-Nationalrat recht? Vielleicht. Mehr dazu am Schluss.
Tatsache ist: Seit Einführung des freien Personenverkehrs darf die Schweiz eine allfällige kriminelle Vergangenheit von Personen aus EU/Efta-Ländern nicht mehr systematisch überprüfen. Strafregisterauszüge einfordern dürfen die Behörden nur noch, wenn sie über konkrete Verdachtsmomente verfügen, dass eine Person eine Gefahr für die öffentliche Ordnung und Sicherheit darstellen könnte. Das ist etwa bei Mitgliedern des organisierten Verbrechens, Terroristen, Menschen- und Drogenhändlern der Fall. Ebenso bei Personen, die schwere Delikte gegen Leib und Leben begangen haben.

Tessin winkt nicht blind durch
Ein Kanton sträubt sich dagegen, Aufenthalts- und Grenzgängerbewilligungen quasi blind durchzuwinken. Seit April 2015 verlangt die Tessiner Regierung von EU/Efta-Bürgern flächendeckend einen Strafregisterauszug. Sicherheitsdirektor Norman Gobbi von der Rechtspartei Lega dei Ticinesi reagierte damals auf mehrere schwere Verbrechen, die vorbestrafte Italiener auf Tessiner Boden verübt hatten. So schoss ein Italiener in Losone auf zwei Türken, einen davon traf er tödlich. Als die Migrationsbehörden dem Mann die Aufenthaltsbewilligung erteilt hatten, wussten sie nicht, dass der Täter in Italien zu zwei mehrjährigen Haftstrafen wegen bewaffneten Raubs verurteilt worden war.
Im Tessin stiess die Massnahme auf parteiübergreifende Unterstützung, auch von der damaligen SP-Nationalrätin und heutigen Regierungsrätin Marina Carobbio. Verschnupft reagierte hingegen Bern. Der für die Migration zuständige Staatssekretär Mario Gattiker forderte Gobbi im Juni 2015 in einem Brief dazu auf, die Massnahme zurückzunehmen und sich an die bilateralen Verträge zu halten .
Doch Gobbi blieb hart. Es handle sich um eine vorübergehende Massnahme zum Schutz der Tessiner Bevölkerung, welche die Personenfreizügigkeit in keiner Weise einschränke, antwortete er dem Staatssekretariat für Migration. Zwei Jahre später schien der Kanton Tessin doch noch einzulenken, um ein letztes Hindernis für den Abschluss eines neuen Grenzgänger-Steuerabkommens mit Italien aus dem Weg zu räumen. Der Regierungsrat kündigte an, künftig auf ein System des freiwilligen Vorzeigens von Strafregisterauszügen zu bauen.  Umgesetzt wurde die Ankündigung jedoch nie, weil sich die Alternative als nicht praktikabel herausgestellt habe, wie die Justizdirektion sagt.
Auf Anfrage dieser Zeitung verteidigt Regierungsrat Gobbi das Vorgehen, das den Regeln der Personenfreizügigkeit widerspricht: «Es handelt sich um eine ausserordentliche Massnahme. Das Verlangen von Strafregisterauszügen ermöglicht es uns, vertiefte Abklärungen zu treffen und die Einreise von vorbestraften Ausländern in die Schweiz zu verhindern, sofern die gesetzlichen Voraussetzungen dafür erfüllt sind.» Die Massnahme diene dem Schutz aller Einwohner im Kanton Tessin, Schweizerinnen und Schweizer sowie auch Ausländerinnen und Ausländer. Der Tessin wolle daran festhalten, «bis eine tragfähige Alternative zur Verfügung steht».

Bilaterales Abkommen in Prüfung
Der Bundesrat prüft derzeit, ob ein bilaterales Abkommen mit Italien zum Austausch von Strafregisterauszügen möglich wäre. Den Auftrag dazu erteilt hat das Parlament. Es sorgt sich darum, dass die Mafia hierzulande stärker Fuss fassen könnte.  Parallel dazu strebt die Schweiz den Beitritt zu «Ecris» an. Dabei handelt es sich um ein System, in dem alle Strafregisterdatenbanken der EU-Staaten miteinander verknüpft sind. Der Bundesrat hat jedoch bereits betont, dass das systematische Abfragen von Strafregisterauszügen auch in diesem Kontext unzulässig bleibt.  Immer noch hängig sind zwei Tessiner Standesinitiativen und eine Fraktionsmotion der SVP mit dem Ziel, EU-Bürger auf Herz und Nieren zu prüfen, bevor sie sich in der Schweiz installieren.

https://www.aargauerzeitung.ch/schweiz/personenfreizuegigkeit-kanton-tessin-trotzt-bruessel-und-bern-ld.4113023

Traduzione:

I trattati bilaterali non consentono un controllo sistematico dei casellari giudiziali dei cittadini dell’UE. Un Cantone lo fa comunque – perché un italiano con precedenti penali ha commesso un delitto di sangue.
Christoph Mörgeli lo sapeva bene. Senza la «mal riuscita libera circolazione delle persone non ci sarebbe stata affatto la tragedia di Crans-Montana», ha scritto il giornalista della Weltwoche. Senza i trattati bilaterali, prosegue Mörgeli, il francese con precedenti penali Jacques Moretti, proprietario e gestore del bar Le Constellation, non avrebbe nemmeno potuto stabilirsi in Svizzera. L’ex consigliere nazionale zurighese dell’UDC ha ragione? Forse. Ne parleremo più avanti.
Il fatto è questo: dall’introduzione della libera circolazione delle persone, la Svizzera non può più verificare in modo sistematico un’eventuale passata attività criminale di persone provenienti da Paesi UE/AELS. Le autorità possono richiedere estratti del casellario giudiziale solo se dispongono di indizi concreti che una persona possa costituire una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblici. È il caso, ad esempio, di membri della criminalità organizzata, terroristi, trafficanti di esseri umani o di droga. Lo stesso vale per persone che hanno commesso gravi reati contro l’integrità fisica e la vita.

Il Ticino non timbra alla cieca
Un Cantone si oppone a concedere quasi automaticamente permessi di soggiorno e per frontalieri. Dall’aprile 2015 il Governo ticinese richiede in modo generalizzato un estratto del casellario giudiziale ai cittadini UE/AELS. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, del partito di destra Lega dei Ticinesi, reagì allora a diversi gravi reati commessi sul suolo ticinese da italiani con precedenti penali. Così, a Losone, un italiano sparò a due turchi, uccidendone uno. Quando le autorità migratorie gli avevano rilasciato il permesso di soggiorno, non sapevano che in Italia l’autore era stato condannato a due pene detentive pluriennali per rapina a mano armata.
In Ticino la misura incontrò un sostegno trasversale ai partiti, anche da parte dell’allora consigliera nazionale socialista e oggi consigliera di Stato Marina Carobbio. Berna, invece, reagì infastidita. Nel giugno 2015 il segretario di Stato competente per la migrazione, Mario Gattiker, chiese a Gobbi, in una lettera, di revocare la misura e di attenersi ai trattati bilaterali.
Gobbi però rimase fermo sulle sue posizioni. Si trattava di una misura temporanea a tutela della popolazione ticinese, che non limitava in alcun modo la libera circolazione delle persone, rispose alla Segreteria di Stato della migrazione. Due anni dopo il Cantone Ticino sembrò infine cedere, per rimuovere un ultimo ostacolo alla conclusione di un nuovo accordo fiscale sui frontalieri con l’Italia. Il Consiglio di Stato annunciò che in futuro si sarebbe fatto affidamento su un sistema di presentazione volontaria degli estratti del casellario giudiziale. Tuttavia, l’annuncio non è mai stato attuato, perché l’alternativa si è rivelata impraticabile, come afferma il Dipartimento di giustizia.
Interpellato da questo giornale, il consigliere di Stato Gobbi difende la procedura, che contrasta con le regole della libera circolazione delle persone: «Si tratta di una misura straordinaria. La richiesta degli estratti del casellario giudiziale ci consente di effettuare verifiche approfondite e di impedire l’ingresso in Svizzera di stranieri con precedenti penali, qualora siano soddisfatte le condizioni legali». La misura serve a proteggere tutti i residenti del Cantone Ticino, svizzere e svizzeri, così come straniere e stranieri. Il Ticino intende mantenerla «fino a quando non sarà disponibile un’alternativa sostenibile».

Accordo bilaterale in esame
Il Consiglio federale sta attualmente esaminando se sia possibile un accordo bilaterale con l’Italia per lo scambio di estratti dei casellari giudiziali. Il mandato in tal senso è stato conferito dal Parlamento, preoccupato che la mafia possa radicarsi maggiormente nel nostro Paese. Parallelamente, la Svizzera punta ad aderire a «Ecris», un sistema che collega tra loro tutte le banche dati dei casellari giudiziali degli Stati dell’UE. Il Consiglio federale ha però già sottolineato che anche in questo contesto il controllo sistematico degli estratti dei casellari giudiziali rimane inammissibile. Restano tuttora pendenti due iniziative cantonali ticinesi e una mozione di gruppo dell’UDC con l’obiettivo di sottoporre i cittadini dell’UE a controlli approfonditi prima che si stabiliscano in Svizzera.

Il presidente Gobbi in visita ai “Trenta”

Il presidente Gobbi in visita ai “Trenta”

Autorità in visita al Battaglione 30: focus sull’impiego di supporto durante il WEF

Temperature rigide e neve sul terreno hanno fatto da cornice alla visita delle autorità al Battaglione fanteria di montagna 30 a Hinterrhein. Un’occasione per offrire una panoramica concreta su addestramento, capacità operative e supporto alle autorità civili con la partecipazione di ex comandanti del “Trenta”, rappresentanti della polizia, delle società militari e dei circoli d’arma ticinesi, oltre a esponenti della società civile.

Sul terreno: autorità e capacità operative
Presente anche il presidente del Consiglio di Stato ticinese e direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che ha partecipato alla visita accanto a diverse autorità militari e istituzionali. Con lui anche il divisionario Maurizio Dattrino, il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione del Canton Ticino Ryan Pedevilla e il capo dell’Ufficio del militare e della protezione civile del Canton Grigioni Pascal Porchet.
La giornata si è svolta con una serie di dimostrazioni operative, dall’impiego dei mortai agli esercizi di tiro di precisione, fino alle prove di tiro in movimento con veicoli blindati. Gli ospiti hanno potuto osservare da vicino l’efficacia dei mezzi e delle procedure di impiego in contesti complessi.

Coordinamento e sicurezza: il “Trenta” al servizio del Paese
Per il comandante del battaglione, il tenente colonnello SMG Tommaso Righenzi, la visita ha assunto un significato ancora più speciale: si è trattato infatti del suo ultimo corso di ripetizione alla guida dei “Trenta”. Nell’occasione, il comandante ha illustrato il ruolo del reparto nell’ambito del servizio svolto a supporto della Polizia cantonale grigionese in occasione del World Economic Forum (WEF), sottolineando l’importanza di una stretta collaborazione tra autorità civili e militari. «La sicurezza, tema sempre più rilevante e dibattuto, è un obiettivo condiviso che si costruisce anche grazie a questa preziosa sinergia – ha commentato il presidente Gobbi. L’impiego a supporto della Polizia cantonale grigionese durante il WEF dimostra quanto sia importante essere pronti e coordinati, in ogni situazione».

Missione e identità del battaglione
Il Battaglione fanteria di montagna 30 ha come missione principale quella di difendere. Nell’attuale corso, il focus è stato rivolto in particolare alla sicurezza e protezione, con una preparazione mirata anche ai compiti di sostegno alle forze di polizia. Negli ultimi anni il reparto ha svolto numerose attività di addestramento, tra cui esercitazioni nel combattimento in località, di giorno e di notte, oltre all’impiego di nuovi armamenti.
Il “Trenta” è inoltre un reparto con una connotazione particolare: è infatti l’unico battaglione di fanteria di lingua madre italiana all’interno dell’Esercito. Un elemento che rafforza l’identità ticinese e italofona del battaglione: per molti militi, dopo la scuola reclute o la formazione quadri, rappresenta anche un’occasione unica per poter parlare italiano con i propri camerati durante il servizio.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 1 febbraio 2026 de Il Mattino della domenica

 

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Comunicato stampa

In merito al video diffuso negli ultimi giorni sui social media relativo all’allontanamento non autorizzato di un detenuto dal carcere Lo Stampino, il Dipartimento delle istituzioni, le Strutture Carcerarie e la Polizia cantonale comunicano quanto segue.

Nella tarda serata del 24 gennaio un detenuto, approfittando delle caratteristiche del regime detentivo della Sezione aperta delle Strutture carcerarie cantonali, si è allontanato dall’istituto senza autorizzazione. L’episodio è stato immediatamente rilevato dalle Strutture carcerarie che, con la Divisione della giustizia e la Polizia cantonale, hanno prontamente attivato le procedure previste. Grazie al tempestivo intervento delle forze dell’ordine e al coordinamento con le autorità competenti, il soggetto è stato rintracciato in breve tempo. Il collocamento nella Sezione aperta “Lo Stampino” del carcere è stabilito dal Giudice dei provvedimenti coercitivi in assenza di rischio di fuga e di recidiva, poiché tale soluzione garantisce maggiore libertà di movimento e comporta minori misure di sicurezza. Un detenuto che intende allontanarsi dallo Stampino può farlo senza particolari difficoltà e senza ricorrere a modalità estreme, ad esempio non rispettando le regole previste oppure non rientrando da un congedo o da un’attività lavorativa svolta all’esterno. Va precisato che si tratta di scelte che comportano conseguenze importanti per il detenuto il quale, una volta rintracciato dalle forze dell’ordine, viene ricondotto in carcere dove, oltre a incorrere in una sanzione disciplinare, sconta il resto della pena nella sezione a regime chiuso.

Non verranno rilasciate ulteriori informazioni.