Dipartimento delle istituzioni: nuove regole per l’accesso agli sportelli

Dipartimento delle istituzioni: nuove regole per l’accesso agli sportelli

Comunicato stampa 

Il Dipartimento delle istituzioni, tenuto conto della situazione epidemiologica particolare e della necessità di garantire una migliore lotta alla diffusione del virus nonché una maggiore tutela della salute pubblica, informa che a partire da mercoledì 20 gennaio 2021 tutti gli sportelli accessibili all’utenza che fanno riferimento al DI continueranno a essere aperti, ma solo su appuntamento. La misura resterà in vigore almeno sino al 5 febbraio 2021.  

In particolare, analogamente a quanto già predisposto per gli sportelli della Sezione della circolazione di Camorino, l’apertura su appuntamento riguarda gli uffici dei registri, l’ufficio del registro fondiario federale, l’ufficio del registro di commercio, l’autorità di prima istanza LAFE, gli uffici di esecuzione, gli uffici dei fallimenti e l’ufficio dell’incasso e delle pene alternative. I servizi online già in essere sono garantiti (estratti in generale, documenti giustificativi, ecc.) come pure le pratiche evase per posta (istanze, richieste, ecc). Non sarà possibile la consegna di documenti brevi manu, senza appuntamento.  
Pure gli sportelli dell’Ufficio dello stato civile della Sezione della popolazione sono accessibili unicamente su appuntamento. Si rammenta anche in questo caso la possibilità di evadere le procedure tramite i servizi online. Le informazioni all’utente saranno fornite esclusivamente via e-mail, tramite il servizio di posta tradizionale oppure telefonicamente.    

Violenza da brivido, giovani molto tesi

Violenza da brivido, giovani molto tesi

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 19 gennaio 2021 de La Regione

Tre interventi al giorno della polizia solo la punta dell’iceberg.
Le strategie del Cantone.

Terapia obbligatoria e bracciale ai violenti
Ogni due settimane una donna viene uccisa in Svizzera tra le mura domestiche. Cifre allarmanti che purtroppo non rendono giustizia alla reale piaga della violenza domestica: la polizia interviene in Ticino in media ben tre volte al giorno. Gli agenti, nel 2019, hanno allontanato dal contesto familiare ben 183 uomini. In qualche raro caso ad alzare le mani sono le donne, ma di regola a subire botte, insulti, umiliazioni, minacce, violenze sessuali sono madri, mogli, compagne, sorelle. La violenza coniugale uccide più del tabacco e della strada. “Sono cifre elevate, eppure stiamo parlando solo della punta dell’iceberg di una violenza davvero molto più diffusa, a emergere attraverso i dati di polizia sono di regola circa un terzo dei casi effettivi”, spiega Chiara Orelli Vassere. Da poco meno di un anno è la coordinatrice istituzionale per la violenza domestica al Dipartimento delle istituzioni e sta lavorando a un piano di azione cantonale.

L’obiettivo è individuare un ventaglio di misure per prevenire, sensibilizzare e contrastare questa piaga sociale a più livelli, attraverso un lavoro collettivo, creando una rete coesa e funzionale che sappia dare risposte tempestive e adeguate. La prima fase di mappatura quantitativa e qualitativa della problematica è quasi terminata. C’è insomma una prima fotografia per definire reali bisogni ed effettive necessità di intervento. Molto è stato fatto, non si parte certo da zero, molto si deve ancora fare.

Più formazione per individuare le vittime
Emergono diverse piste, poi andranno fatte delle scelte: “La formazione specifica, ad esempio, è importante. Soprattutto i punti di primo contatto con le vittime, decisivi per l’individuazione del maltrattamento e la sua successiva sanzione (ad esempio in ambito sanitario, ma anche giudiziario) devono saper riconoscere i segnali di una violenza che non di rado è anche, o esclusivamente, psicologica; occorrerà verificare l’adeguatezza di protocolli di presa a carico, pensare a figure formate e di riferimento per la tematica all’interno delle strutture. Ne stiamo discutendo con un gruppo di esperti in cui ci sono rappresentati anche i medici di famiglia e dell’Ente ospedaliero cantonale e della composita realtà della giustizia”, precisa Orelli.

Più giovani sotto stress
Altro punto, le statistiche. “Sarà utile avere dati condivisi tra i vari attori, affiancando ai dati oggi disponibili quelli deducibili dall’importante lavoro svolto ad esempio dai consultori familiari, da Telefono amico, dal 147 di Pro Juventute, da ulteriori fonti”. “Anche i giovani saranno al centro della nostra attenzione”, aggiunge Orelli. Proprio i giovani, durante questa seconda ondata pandemica stanno mostrando una maggiore insofferenza. “Registriamo un aumento dei casi di conflittualità in famiglia che coinvolgono i giovani, sia tra genitori e figli, sia nelle giovani coppie, dove emergono situazioni di sopraffazione e prevaricazione. Gli osservatori territoriali segnalano con una certa frequenza situazioni di controllo ossessivo, ad esempio del cellulare e degli spostamenti del partner, che rischiano di degenerare ed esplodere in violenze. Per contrastare questa tendenza sarebbero opportune ad esempio azioni di sensibilizzazione a scuola su modelli di relazione senza violenza. Una sorta di contronarrazione da proporre a contrasto di modelli relazionali violenti spesso veicolati da vettori culturali diffusi tra i giovanissimi”.
Il focus ovviamente sarà anche sulle vittime, se la presa a carico in urgenza è spesso efficace, per Orelli, andrebbe rafforzato un percorso che continui nel tempo, una volta superata la prima fase emergenziale.

Il nuovo piano entro l’autunno
Insomma davvero tanta carne al fuoco. Un piano articolato sta prendendo corpo, un passo dovuto per attuare la Convenzione di Istanbul (dal 2018 Svizzera è in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa su prevenzione e lotta contro la violenza sulle donne e violenza domestica). Gli obiettivi sono quattro: prevenire, proteggere le vittime, perseguire gli autori, avere politiche coordinate. “Per l’autunno contiamo di presentare al Governo un piano cantonale con misure concrete, sostenibili, condivise e in sintonia sul piano nazionale”, stima Frida Andreotti, responsabile della Divisione giustizia.

Purtroppo si sa che violenza chiama violenza. I danni sono esponenziali. Quanti minori assistono impotenti e rischiano di assorbire una cultura della violenza che li segnerà per la vita, trasformandoli, magari, in adulti che menano le mani. Gli effetti a cascata sono enormi. Infatti Confederazione e Cantoni sono corsi ai ripari con una serie di interventi.

Sul piano federale si profila ad esempio una misura per accrescere la difesa delle vittime: l’applicazione del bracciale (o cavigliera) per la sorveglianza elettronica a distanza dell’autore di violenza domestica. Scatterà dal 1° gennaio 2022. “Si valuteranno con i partner della rete, in primis l’Autorità che dovrà prendere le decisioni, i criteri sia per una sorveglianza attiva con la possibilità di intervento immediato in caso di urgenza, sia passiva, con verifiche posticipate, del rispetto delle interdizioni imposte, ritenuto che l’applicazione della sorveglianza elettronica va adeguatamente preparata sia con la vittime che con l’autore”, spiega Siva Steiner, responsabile dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che dal 2011 assicura sostegno e consulenza in materia di violenza domestica e dal 2014 gestisce camere d’emergenza per chi, dopo aver agito con violenza, viene allontanato dal proprio domicilio dalla polizia.

Le novità in ambito giuridico non sono finite. Da luglio scorso, grazie a nuove disposizioni del Codice penale svizzero la decisione sulla prosecuzione del procedimento non dipende più esclusivamente dalla volontà della vittima, come era in precedenza. Altra importante novità. Sempre da luglio scorso, il procuratore pubblico può ordinare – sospendendo il procedimento per 6 mesi – la partecipazione dell’imputato (in caso di lesioni semplici, minacce) a un programma di prevenzione alla violenza. “Fino ad ora dal Ministero pubblico non abbiamo ancora ricevuto nessun mandato, tenuto conto che va prevista una procedura che prende del tempo dall’apertura del procedimento”, precisa Steiner. Il suo servizio è pronto e ben rodato: nel 2019, ha preso contatto con 106 persone segnalate dalla polizia; dopo il primo colloquio ne ha seguite 91. “L’obbligo è un buon strumento per garantire un contatto con la persona sotto procedimento. La sfida è trasformare questa costrizione in opportunità per riconoscere e possibilmente modificare comportamenti violenti”. Sei mesi non sono certo tanti per cambiare atteggiamenti radicati magari da decenni.

C’è chi ce la fa e chi ci ricasca
“Sono però sufficienti per porre le basi di un cambiamento, proponendo sostegni e strumenti per rinunciare alla violenza”. Concretamente vengono proposti quattro programmi, di cui uno con un approccio cognitivo comportamentale: “Sono 12 incontri di gruppo, a frequenza quindicinale, spalmati su sei mesi, dove si discute di violenza domestica da vari punti di vista, dalle sue cause alle sue conseguenze, affrontando dinamiche, aspetti sociali e culturali, aiutando le persone a gestire le emozioni, la rabbia. Alla fine del percorso è prevista una valutazione per il Ministero pubblico. Vediamo situazioni davvero molto diverse e usiamo strategie differenziate in collaborazione con altri partner. Chi riconosce di avere un problema e vuole cambiare può seguire ad esempio un percorso terapeutico con uno specialista esterno. Altri necessitano aiuti specializzati per risolvere situazioni di dipendenza o problematiche sociali”. L’esperto non vuole parlare di profili, ma di fattori di rischio personali (tendenza all’impulsività, disturbi psichici, dipendenze … ) e/o ambientali (problemi economici, relazionali, familiari, sociali…) che inducono le persone a scegliere la violenza come risposta ai conflitti in famiglia. La sfida è motivare le persone a cambiare, trovando nuovi strumenti. Ma quanto sono efficaci questi approcci, si evitano le recidive? Steiner precisa che non ci sono statistiche in Ticino. Per alcuni il sostegno funziona e mostrano via via comportamenti differenti, altri invece vengono risegnalati dalla polizia al suo servizio: “Soprattutto in momenti di crisi, vecchi schemi di comportamento possono riapparire”, conclude Steiner.

“Chiesti più controlli alle frontiere”

“Chiesti più controlli alle frontiere”

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 18 gennaio 2021 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/13762840

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Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 19 gennaio 2021 del Corriere del Ticino

Controlli al confine Il Ticino non molla
Il Consiglio di Stato scrive a Berna e chiede di presidiare la frontiera con l’Italia Chiesti anche test rapidi per chi rientra in Svizzera da viaggi all’estero e la chiusura dei valichi secondari
Norman Gobbi: «Abbiamo constatato un aumento del traffico in entrata per motivi non legati al lavoro»

Nelle fasi iniziali della pandemia, ormai quasi un anno fa, la strategia di chiudere le frontiere è risultata molto efficace nel ridurre la diffusione del coronavirus. Nel momento in cui il virus si stava diffondendo inesorabilmente, quasi tutti i Paesi europei hanno scelto di chiudere i confini non solo alle regioni con focolai, ma anche a tutte le altre nazioni. In piena seconda ondata, però, questa strategia non è per il momento stata applicata e, come prevedibile, il tema dei controlli alla frontiera è tornato d’attualità anche alle nostre latitudini. Questa richiesta, lo ricordiamo, è stata avanzata dalle autorità cantonali già il 4 novembre e il 21 dicembre scorsi ma le sollecitazioni sono rimaste lettera morta. E ora, alla luce dei focolai di variante inglese sul territorio cantonale, con la campagna vaccinale in pieno svolgimento e il «semi-confinamento» deciso dal consiglio federale, nella giornata di domenica l’Esecutivo cantonale si è nuovamente rivolto a Berna rinnovando la richiesta di introdurre controlli sistematici e di chiudere i valichi minori (prevedendo però delle fasce orarie di eccezione in particolare per i valichi maggiormente utilizzati dai lavoratori del settore sanitario). Nella missiva, il Governo ha pure ribadito la propria preoccupazione per la situazione alla frontiera con l’Italia e ha avanzato la proposta di sottoporre sistematicamente a test rapidi i viaggiatori che rientrano in Svizzera da viaggi all’estero, in particolare da aree a rischio, anche europee.

La zona rossa lombarda
Da domenica, come noto, la Lombardia è tornata zona rossa, ma nonostante il recente decreto del Governo italiano limiti gli spostamenti tra le regioni italiane (e all’interno delle regioni rosse), non vi è traccia di un divieto agli spostamenti verso gli Stati confinanti. Con tutte le conseguenze del caso. Il Governo è certo: il notevole flusso transfrontaliero, immortalato anche dalle webcam del Cantone nella mattinata di lunedì sulla A2, appare infatti solo parzialmente legato a motivi professionali.
«La nostra è una realtà cantonale con forte permeabilità verso sud e in particolare con la vicina Lombardia», premette il presidente del consiglio di Stato Norman Gobbi, da noi contattato. «Questo fine settimana abbiamo constatato un aumento del traffico in entrata per motivi non legati al lavoro. In Italia vigono restrizioni agli spostamenti più severe e qualcuno ne ha approfittato per uscire di casa e godere di quelle libertà che oltre confine non sono permesse». Da qui, dunque, il nuovo appello a Berna a intervenire, magari decretando la situazione straordinaria come già aveva fatto lo scorso mese di marzo. «Fino ad oggi non abbiamo mai ricevuto risposta», osserva Gobbi. Per il Governo, l’attuale assenza di controlli sistematici rischia di ridurre l’effetto delle misure restrittive e gli sforzi profusi nella campagna di vaccinazione. In questo senso, ribadisce Gobbi, i controlli al confine sono necessari anche e soprattutto dopo il mini-lockdown decretato da Berna e la conseguente richiesta alla cittadinanza di evitare il più possibile i contatti personali.

Non solo turisti
A preoccupare non è però il solo turista d’oltreconfine desideroso di trascorrere un pomeriggio sul Monte Generoso bensì anche chi dal Ticino si reca in Italia a fare la spesa. Una problematica che, sottolinea il presidente dell’Esecutivo, «è stata fatta presente all’Autorità federale». Per il Governo, l’attuale assenza di controlli sistematici rischia di ridurre l’effetto delle misure restrittive e gli sforzi profusi nella campagna di vaccinazione. In questo senso, ribadisce Gobbi, i controlli al confine sono necessari anche e soprattutto dopo il mini-lockdown decretato da Berna e la conseguente richiesta alla cittadinanza di evitare il più possibile i contatti personali.

È così facile passare il confine?
Ma passare il confine è davvero così facile? Tramontata la prima ondata, dal 15 giugno la Svizzera garantisce la libera circolazione all’interno dell’area Schengen. Tradotto, chi volesse andare in Italia deve semplicemente controllare le norme in vigore nel Paese d’entrata. Quindi, nello specifico, districarsi fra i colori delle Regioni italiane e le relative restrizioni. E anche per gli italiani, al di là delle ragioni lavorative, venire in Ticino non è certo un’impresa. Insomma, per il governo ticinese il confine è troppo morbido e permeabile. Un invito a nozze per il coronavirus (e non solo).
«Durante la prima ondata – aveva sottolineato qualche giorno fa la portavoce dell’Amministrazione federale delle dogane (AFD) Donatella Del Vecchio – abbiamo vissuto un periodo di eccezione. Il Consiglio federale aveva dichiarato la situazione straordinaria e poi aveva imposto delle restrizioni alle condizioni di entrata in Svizzera. L’AFD aveva quindi proceduto, oltre ad un controllo sistematico, a indirizzare il traffico unicamente sui valichi maggiori. Dal 15 giugno, questa situazione straordinaria è venuta a cadere ed è stata ripristinata la libera circolazione».
Tradotto, un ticinese che riuscisse (anche sfruttando la pigrizia delle autorità italiane, spesso assenti ai valichi minori) a varcare il confine potrebbe, qualora non incorresse in controlli su territorio italiano, rientrare in Svizzera anche con acquisti e spesa alimentare. Senza incorrere in multe, proprio in virtù della libera circolazione. Certo, vale il solito monito: superata la franchigia, bisogna dichiarare quanto acquistato. Ma vale soprattutto la raccomandazione del Consiglio federale, tuttora in vigore, che invita le persone a non spostarsi se non per motivi strettamente necessari. E la spesa oltre confine, va da sé, non lo è al di là delle restrizioni italiane e nello specifico lombarde. «Durante la situazione straordinaria – conclude Del Vecchio – effettuavamo controlli sistematici mentre ora siamo tornati a farli in base all’analisi dei rischi e a campione. Se prima sanzionavamo il turismo degli acquisti perché era previsto dall’ordinanza COVID-19, dal 15 giugno non possiamo farlo».

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Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 19 gennaio 2021 de La Regione

‘Controlli sistematici alla frontiera’
La lettera è stata inviata ieri
Controlli sistematici alle frontiere e chiusura dei valichi minori con delle fasce orarie di eccezione in particolare per i valichi maggiormente utilizzati dai lavoratori del settore sanitario. È quanto chiesto dal Consiglio di Stato in una lettera al Consiglio federale in cui si esprime preoccupazione per la situazione di frontiera con l’Italia, in particolare per il fatto che il flusso transfrontaliero è legato solo parzialmente a motivazioni lavorative. A preoccupare l’Autorità cantonale, pur in un quadro di miglioramenti dei dati epidemiologici del cantone, è la situazione legata alla presenza accertata della “variante inglese” del virus, che ha comportato il blocco delle visite in case anziani, ospedali e istituti per disabili, e che nella giornata di domenica ha visto porre in quarantena tutti gli allievi e i docenti della scuola media di Morbio Inferiore dopo che nell’istituto sono stati constatati 14 casi di positività, almeno due dei quali riconducibili alla “variante inglese”. A seguito di tali decisioni il Consiglio di Stato ha deciso di introdurre il divieto di attività sportive con contatto fisico e quelle svolte in spazi chiusi di bambini e giovani fino al compimento dei 16 anni in tutto il Mendrisiotto. L’attuale assenza di controlli sistematici, scrive il Consiglio di Stato a Berna, rischia infatti di ridurre l’effetto delle misure restrittive e gli sforzi profusi nella campagna di vaccinazione. Secondo l’esecutivo, oltre ai controlli sistematici alle frontiere e alla chiusura dei valichi minori, sarebbe inoltre auspicabile sottoporre sistematicamente a test rapidi i viaggiatori che rientrano in Svizzera da viaggi all’estero, in particolare da aree a rischio, anche europee.

Coronavirus: il Governo chiede controlli sistematici alla frontiera

Coronavirus: il Governo chiede controlli sistematici alla frontiera

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha scritto ieri al Consiglio federale esprimendo la propria preoccupazione per la situazione alla frontiera con l’Italia: il notevole flusso transfrontaliero appare infatti solo parzialmente legato a motivi professionali. Il Governo ha rinnovato la richiesta di introdurre controlli sistematici e di chiudere i valichi minori, con delle fasce orarie di eccezione in particolare per i valichi maggiormente utilizzati dai lavoratori del settore sanitario.

Anche se i dati epidemiologici mostrano un miglioramento della situazione nel nostro Cantone, la presenza accertata della nuova «variante inglese» del virus preoccupa le autorità cantonali. Il Dipartimento della sanità e della socialità (DSS) ha introdotto misure di protezione accresciute per le prossime settimane, vietando le visite nelle case per anziani, negli ospedali del settore acuto, nelle strutture di riabilitazione e negli istituti per invalidi. Nella giornata di ieri inoltre, l’Ufficio del medico cantonale del DSS, d’intesa con il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, ha posto in quarantena tutti gli allievi e i docenti della scuola media di Morbio Inferiore. La misura si è resa necessaria dopo che nell’istituto sono stati constatati 13 casi di positività, almeno due dei quali riconducibili alla «variante inglese». A seguito di tali decisioni il Consiglio di Stato ha tempestivamente deciso di introdurre il divieto di attività sportive con contatto fisico e quelle svolte in spazi chiusi di bambini e giovani fino al compimento dei 16 anni in tutto il Mendrisiotto.

Il Consiglio di Stato ha nel frattempo trasmesso una lettera al Consiglio federale, esprimendo nuovamente la propria preoccupazione sulla questione del controllo alle frontiere, tuttora irrisolta: l’attuale assenza di controlli sistematici rischia infatti di ridurre l’effetto delle misure restrittive e gli sforzi profusi nella campagna di vaccinazione.

Poiché il recente decreto del Governo italiano limita gli spostamenti tra le regioni italiane, ma non verso gli stati confinanti, il Governo ticinese ha quindi rinnovato la richiesta alla Confederazione – già formulata il 4 novembre e il 21 dicembre scorsi – di introdurre misure di controllo alla frontiera. È stata inoltre richiesta la chiusura dei valichi minori, prevedendo fasce mattutine e serali di eccezione, in particolare nei valichi più utilizzati dal personale sanitario.

Secondo il Consiglio di Stato sarebbe inoltre auspicabile sottoporre sistematicamente a test rapidi i viaggiatori che rientrano in Svizzera da viaggi all’estero, in particolare da aree a rischio, anche europee.

Sezione della circolazione: sportelli aperti ma solo su appuntamento

Sezione della circolazione: sportelli aperti ma solo su appuntamento

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni, tramite la Sezione della circolazione, informa gli utenti che, considerata la particolare situazione legata al coronavirus, gli sportelli di Camorino rimarranno aperti, ma solo su appuntamento. La misura entra in vigore a partire da mercoledì 20 gennaio 2021 e rimarrà attiva almeno sino a venerdì 5 febbraio 2021 (compresi).
Durante questo periodo è normalmente garantita l’evasione delle pratiche che giungeranno tramite posta, depositate nell’apposita bucalettere collocata all’esterno della sede di Camorino o online. Inoltre per casi di comprovata necessità sarà possibile fissare l’appuntamento per evadere la pratica allo sportello (da richiedere per e-mail o telefonicamente allo 091/814 97 00).
Gli esami di guida e i collaudi si svolgeranno regolarmente.

Sul sito www.ti.ch/circolazione è disponibile lo sportello online con informazioni su pratiche e formulari. Ulteriori cambiamenti dovuti a eventuali provvedimenti restrittivi decisi dalle autorità verranno puntualmente comunicati.

“Sulle vaccinazioni stiamo facendo un grande lavoro”

“Sulle vaccinazioni stiamo facendo un grande lavoro”

Gobbi elogia la struttura e l’organizzazione che ha già permesso di vaccinare più di 8660 persone (66mila a livello svizzero)

Finalmente è arrivato. Anzi: sono arrivati. Stiamo parlano dei vaccini contro la Covid-19 che permetteranno di dare immunità alle persone e quindi di frenare la pandemia del coronavirus.

“In Ticino – afferma il Presidente del Governo Norman Gobbi – stiamo svolgendo, permettetemi di dirlo, un lavoro egregio per condurre una campagna vaccinale sicura e a un ritmo sostenuto. A partire dal 4 gennaio è iniziata la vaccinazione, che ha coinvolto prima i degenti e i sanitari di tutte le case anziani del Cantone. La prima parte di questa campagna è terminata e sarà completata tra tre settimane quando verrà somministrata la seconda dose del vaccino. Dal 12 gennaio, presso il centro della Protezione civile di Rivera a cui si affiancheranno nei prossimi giorni altre due strutture ad Ascona e a Tesserete, è iniziata la vaccinazione a tutti gli over85 che chiedono l’inoculazione del farmaco. Siamo ora già in grado di abbassare la possibilità di prenotare il vaccino agli over80. Mentre nel frattempo è stato omologato il vaccino di Moderna”.

“Giovedì – prosegue il direttore del Dipartimento delle istituzioni – la Confederazione ha annunciato che in Svizzera erano state eseguite 66 mila vaccinazioni. Quel giorno in Ticino erano già state fatte più di 8.660 vaccinazioni. Un gran bel risultato, perché vuol dire che il 15% di tutte le vaccinazioni erano state fatte nel nostro Cantone. Mi sembra giusto sottolineare questi dati, perché vanno a beneficio della nostra popolazione. Dobbiamo quindi ringraziare coloro che concretamente stanno rendendo possibile questa campagna vaccinale. E qui vorrei citare il farmacista cantonale Giovan Maria Zanini del DSS e il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Ryan Pedevilla del DI. Ma anche tutte le loro collaboratrici e collaboratori, nonché tutti i sanitari coinvolti. Senza dimenticare le cancellerie comunali che svolgono – sotto la direzione della Sezione degli enti locali – il grande lavoro di raccolta delle prenotazioni da parte degli anziani (finora) che vogliono farsi vaccinare”.

Come ricordava anche lei, ora la Svizzera inizierà ad avere anche il vaccino “svizzero” di Moderna, dopo quello di Pfizer. “È una possibilità in più che darà un’ulteriore accelerazione alla campagna di vaccinazione. Entreranno in scena anche gli studi medici, con una coordinazione comunque sempre affidata al farmacista cantonale e con un ruolo sempre importante dei Comuni. È una sfida importante – e storica!- quella di questa campagna vaccinale. Il Ticino si è dimostrato subito pronto. La rispondenza della gente è ottima. Avanti così: assieme – come si dice – ce la faremo!”, conclude il presidente del Governo Norman Gobbi.

 

 

Coronavirus – Disposizioni in vigore in Canton Ticino

Coronavirus – Disposizioni in vigore in Canton Ticino

Comunicato stampa

Dopo le decisioni del Consiglio federale, il Consiglio di Stato ha proceduto oggi a confermare le disposizioni cantonali in vigore per il periodo fra il 18 gennaio e il 28 febbraio. La pressione sul sistema sanitario rimane ancora a livelli di allerta e la presenza anche in Ticino della variante inglese del virus, più contagiosa, impone prudenza. La campagna di vaccinazione nel nostro Cantone procede nel frattempo a ritmi sostenuti: giovedì sera erano già state vaccinate 8’660 persone.

Il Consiglio di Stato condivide l’analisi delle autorità federali in merito all’attuale situazione epidemiologica a livello nazionale e sui pericoli legati alla diffusione delle nuove varianti. Per questo motivo, ha confermato per il periodo fra il 18 gennaio e il 28 febbraio le disposizioni attualmente in vigore.

Il Governo coglie l’occasione per ribadire la raccomandazione rivolta alle persone particolarmente a rischio, per età o patologie pregresse, di limitare la frequentazione di luoghi con elevata concentrazione di persone, come i negozi di generi alimentari, e di privilegiare la fascia oraria mattutina fino alle 10.00 per gli acquisti. Il Governo ricorda che, in caso di necessità per commissioni, è possibile contattare il proprio Comune. Più in generale si raccomanda di limitare il numero di persone per economia domestica per acquisti nei negozi di beni prima necessità e di utilizzare la mascherina in tutte le situazioni in cui non è possibile mantenere il distanziamento fisico, compresi i veicoli privati su cui viaggiano persone non appartenenti alla stessa economia domestica.

Il Consiglio di Stato considera inoltre molto positivo l’andamento della campagna di vaccinazioni nel nostro Cantone, iniziata nelle case per anziani e fra la popolazione residente a domicilio «over 85», e nel frattempo già estesa alle persone con 80 e più anni: a ieri sera erano già state vaccinate 8’660 persone. Si tratta di un segnale che deve infondere speranza, ma che non assicurerà effetti immediati: le dosi a disposizione sono infatti molto limitate e la campagna di vaccinazione richiederà ancora del tempo. Il Governo invita pertanto tutte le persone «over 80» a prenotare il proprio appuntamento in uno dei centri allestiti, chiamando il numero verde 0800 128 128. Si ricorda inoltre che le persone che non hanno la possibilità di recarsi in uno dei centri possono annunciarsi al proprio Comune segnalando l’interesse per una vaccinazione di prossimità, che sarà resa disponibile grazie alla collaborazione dei medici sul territorio e dei Comuni.

In conclusione, il Governo è consapevole della stanchezza che serpeggia fra la popolazione ticinese, dopo quasi un anno di pandemia e misure restrittive, ma considera fondamentale che tutti aderiscano allo sforzo collettivo di responsabilità che è richiesto a ognuno di noi.

https://www3.ti.ch/COMUNICAZIONI/189725/Flyer%20-%20Misure%2018%20gennaio%2028%20febbraio.pdf

Approvato il messaggio per l’aggregazione di Val Mara

Approvato il messaggio per l’aggregazione di Val Mara

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha approvato il messaggio che propone al Gran Consiglio la costituzione del nuovo Comune di Val Mara formato da Maroggia, Melano e Rovio, che in votazione consultiva avevano accolto a larga maggioranza il progetto aggregativo, con l’esclusione di Arogno, dove a prevalere furono i voti negativi.

Lo scorso 18 ottobre 2020 la cittadinanza di Maroggia, Melano e Rovio ha accolto in votazione consultiva l’aggregazione di Val Mara, con adesioni comprese tra il 63% e il 67%, mentre quella di Arogno l’ha respinta con il 53% di no. Dopo aver ponderato tutti gli elementi sul seguito da dare al progetto e aver sentito gli attori interessati, il 18 novembre 2020 il Consiglio di Stato ha deciso e comunicato che avrebbe proposto al Gran Consiglio l’aggregazione dei tre comuni favorevoli e il conseguente abbandono per Arogno. Questo considerando in particolare la volontà dei cittadini espressa in formale votazione e valutato che per Arogno l’aggregazione costituisce in questo momento ancora prevalentemente un’opportunità piuttosto che una necessità.
Come già fu il caso a Sessa in circostanze per certi versi analoghe, dopo la comunicazione dell’orientamento governativo di escludere Arogno dall’aggregazione, su iniziativa di alcuni cittadini è stata avviata una petizione che chiede di includere Arogno nel Comune di Val Mara. La petizione – che ha raccolto 309 firme – è stata consegnata di recente ed è stata trasmessa al Gran Consiglio.
Con la proposta di aggregazione limitata ai soli comuni che hanno espresso parere favorevole, il Consiglio di Stato mantiene una linea restrittiva in materia di aggregazioni coatte, il che non significa ancora che questa via sia del tutto improponibile o insostenibile nel concreto caso rispetto alle condizioni di legge e alla giurisprudenza del Tribunale federale. Quest’ultimo riserva infatti un certo margine di apprezzamento sulle aggregazioni in via coatta, lasciando uno spazio di giudizio prettamente politico all’Autorità cantonale competente per decretare le aggregazioni, ossia il Gran Consiglio.
Quanto alla tempistica, a Maroggia, Melano e Rovio non si svolgeranno le elezioni previste il prossimo aprile e resteranno in carica gli attuali municipi e consigli comunali, essendo già stato deciso il differimento. Il 18 aprile 2021 andranno invece regolarmente a votare i cittadini di Arogno, comune nel quale la legge non permette il differimento delle elezioni indipendentemente dalle decisioni del Gran Consiglio sul progetto aggregativo.
L’entrata in funzione del nuovo Comune di Val Mara, con l’elezione del Municipio e del Consiglio comunale, avverrà dopo la crescita in giudicato della decisione del Gran Consiglio, entro un anno dalle elezioni generali, riservati eventuali ricorsi. La data delle elezioni verrà stabilita in seguito dal Consiglio di Stato.

“Le reazioni del Governo ticinese”

“Le reazioni del Governo ticinese”

Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 13 gennaio 2021 de Il Quotidiano 

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/13748734

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Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 14 gennaio 2021 del Corriere del Ticino

Ora si teme la variante e il flusso dall’Italia

Norman Gobbi commenta le decisioni di Berna: «Salutare che le misure siano omogenee in tutto il Paese, ma potrebbe vanificare il discorso causa-effetto che premia i cantoni virtuosi» Raffaele De Rosa: «Situazione ancora tesa negli ospedali, non potremmo gestire una terza ondata»

Sul fronte cantonale, il Consiglio di Stato ticinese, che negli scorsi giorni aveva formulato le proprie richieste al Consiglio federale in vista delle decisioni comunicate ieri, ha accolto in parte positivamente l’inasprimento delle misure e gli aiuti economici previsti da Berna, ma non senza rimarcare alcune criticità.

Il presidente dell’Esecutivo cantonale Norman Gobbi ha rimarcato che «è salutare il fatto che le misure valgano sull’intero territorio nazionale, evitando discrepanze tra i Cantoni». D’altro canto, però, ciò «potrebbe anche vanificare il discorso causa-effetto; ovvero quel premio agli sforzi fatti, visto che in Ticino oggi stiamo riscontrando una riduzione dei casi positivi e delle ospedalizzazioni, mentre altrove, come in Romandia, vi è un aumento». Anche l’obbligo del telelavoro, per certi versi, potrebbe creare qualche grattacapo. Come verificare che venga rispettato? «Proprio per questo – spiega Gobbi – abbiamo sempre chiesto la forte raccomandazione del telelavoro e non l’obbligo, perché poi diventa difficile controllare se l’eccezione è conforme o meno al diritto». Anche perché, aggiunge, «ci sono dei dipendenti che per svariati motivi comunque vogliono essere fisicamente in ufficio». E sul discorso dei maggiori controlli alla frontiera (richiesta fatta dal Cantone ma non accolta da Berna) Gobbi rimarca che «ci sono Paesi che già oggi chiedono un tampone in entrata, mentre noi non lo facciamo». E visto che le attuali restrizioni si prolungheranno fino al termine di febbraio, Gobbi aggiunge: «Non vorrei che se la Lombardia allentasse le sue misure poi si verificasse un flusso dall’Italia che potrebbe anche vanificare i nostri sforzi e le nostre restrizioni». Infine, a proposito di chiusure, chiediamo a Gobbi se quelle annunciate ieri da Berna non siano un po’ confuse: «È già un miglioramento rispetto alla primavera scorsa, ma è vero che se penso ad una famiglia che sta per avere un figlio, un bene di prima necessità potrebbe essere la cameretta del bimbo. E diventa difficile capire perché non posso andare a ritirare il mobile ordinato. Si tratta quindi di rispondere a un bisogno della popolazione che necessita anche di eccezioni. È sempre più facile scegliere il bianco o il nero rispetto alle gradazioni, ma anche altri Paesi hanno optato per la chiusura delle attività commerciali pur prevedendo un’ampia lista di eccezioni».

Sul fronte sanitario, Raffaele De Rosa, direttore del Dipartimento della sanità e della socialità, ha accolto positivamente le decisioni del Consiglio federale, spiegando di condividere «l’analisi sulla situazione epidemiologica che è stata fatta da Berna». A questo proposito, ha aggiunto, in Ticino «abbiamo una situazione che rimane molto tesa negli ospedali, con molte persone ospedalizzate, e ciò nonostante i miglioramenti osservati in questi giorni. E poi c’è grande incertezza e preoccupazione per le varianti del virus che sono fino al 70% più contagiose». Ma soprattutto, sottolinea De Rosa, «con l’attuale situazione a livello di ospedalizzazioni non saremmo in grado di gestire una terza ondata, che cresce rapidamente, come abbiamo visto ad esempio nel Regno Unito e in Irlanda». Le chiusure, facciamo notare anche al direttore del DSS, sembrano un po’ confuse e poco omogenee: «Condivido questa considerazione. Anche per questo nella nostra presa di posizione avevamo espresso l’importanza di avere chiarezza riguardo a cosa doveva chiudere e cosa poteva rimanere aperto, rispettivamente di poter dare tempo agli imprenditori, alle aziende e ai commerci di pianificare e programmare. E avevamo sempre chiesto anche un sostegno finanziario ai settori toccati».

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Servizio pubblicato nell’edizione di giovedì 14 gennaio 2021 de La Regione

Gobbi: altri sacrifici, serve comprensione
Il presidente del governo: restrizioni per ridurre ricoveri e decessi
Sospira. Consapevole, da presidente del Consiglio di Stato, del pesante impatto che potrebbero avere sulla popolazione gli ulteriori sacrifici imposti da Berna per contrastare la diffusione di questo dannato virus e delle sue mutazioni. Dunque, altre restrizioni. Che, riconosce Norman Gobbi, «una parte dei cittadini vivrà male, dato che i contatti sociali si ridurranno ancora. Si spera che questo nuovo giro di vite deciso dal Consiglio federale abbia effetti positivi sul piano della salute pubblica, anche se al termine della crisi sanitaria non tutti i posti di lavoro, nonostante gli aiuti, saranno mantenuti, non tutte le aziende riusciranno a salvarsi ed è un’amara previsione». Uniti ce la faremo… non tutti. Aggiunge il direttore del Dipartimento istituzioni: «Sarebbe stato preferibile attendere un’eventuale ripresa dei contagi prima di introdurre queste misure, è comunque importante capire che servono per abbassare le ospedalizzazioni e il numero di decessi, che servono dunque per proteggere i nostri anziani e le categorie a rischio in generale. Chiediamo pertanto alla popolazione comprensione, di non mollare e di continuare a rispettare le note regole di comportamento».

Di «positivo», rileva Gobbi incontrando i giornalisti a Palazzo delle Orsoline con i colleghi di governo Christian Vitta (Dipartimento finanze ed economia) e Raffaele De Rosa (Dipartimento sanità e socialità) dopo la conferenza stampa del Consiglio federale, c’è che i provvedimenti appena annunciati varranno per l’intera Confederazione. Compreso l’obbligo del telelavoro. Un obbligo che non era piaciuto a Bellinzona, quando nei giorni scorsi si è pronunciato sulle nuove restrizioni prospettate da Berna. Il Consiglio di Stato preferiva che restasse una raccomandazione. «Non vedevamo la necessità di rendere il telelavoro un obbligo, di cui è oltretutto difficile verificarne il rispetto – spiega il capo dell’Esecutiivo ticinese –. Avevamo anche fatto presente che ci sono persone che vogliono operare sul posto di lavoro, per una serie di motivi. Perché riescono a concentrarsi meglio, perché a casa non ci sono le condizioni per lavorare in modo ottimale, proficuo. E su questo tema il Ticino non era solo».

Vitta: aiuti finanziari, accolte le nostre richieste
Quelle prese dal Consiglio federale sui casi di rigore «sono sicuramente decisioni che vanno nella direzione che avevamo richiesto», dichiara alla ‘Regione’ il direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta. In particolare «avevamo chiesto di aumentare gli aiuti sbloccando il fondo di riserva di 750 milioni di franchi, di rendere più chiaro il tema dell’accesso ai casi di rigore per i settori oggetto di chiusura, di prevedere una percentuale un po’ più alta di aiuti a fondo perso. Tutto questo è stato chiarito e ottenuto». Per questi 750 milioni sbloccati non è ancora stata decisa la ripartizione per i Cantoni, continua Vitta. Ma «possiamo già prevedere adesso che supereremo i 75 milioni di franchi già decisi perché la Confederazione ha sbloccato la riserva. Non sappiamo quanto arriverà al Ticino di questa cifra, che inizialmente era prevista come ridistribuzione ai Cantoni a carico della Confederazione. Se viene mantenuto questo principio saranno più soldi da Berna, se chiederanno una partecipazione ai Cantoni si andrà oltre». L’altro ieri la commissione parlamentare della Gestione ha firmato all’unanimità il rapporto favorevole al messaggio del Consiglio di Stato sui casi di rigore, con l’assicurazione di essere pronti a emendarlo di concerto con il Dipartimento finanze ed economia nel caso fossero arrivate ulteriori misure dal Consiglio federale. Cosa che è successa. Quindi i 75,6 milioni di franchi suddivisi in 51,1 milioni federali e 24,5 cantonali aumenteranno, anche se non si sa quando. Di conseguenza andranno posti degli emendamenti sia al messaggio sia al rapporto. Vitta annota come «in questi giorni analizzeremo le modifiche per adeguare, dove necessario, i decreti di legge. La Gestione avrà poi la possibilità di valutarli e recepirli mandandoli avanti come emendamenti al messaggio». In ogni caso, l’approvazione viene ritenuta sicura per la sessione di Gran Consiglio che si inaugurerà lunedì 25 gennaio. E, conclude il direttore del Dfe, «i primi aiuti dovrebbero essere versati nel corso del mese di febbraio».

De Rosa: resta il problema degli assembramenti nei trasporti pubblici
Nuove restrizioni da Berna, anche se i casi positivi al Covid diminuiscono… «Condivido l’analisi del Consiglio federale sulla situazione epidemiologica – afferma il direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa –. Gli ospedali rimangono sotto pressione, nonostante in questi ultimi giorni si sia visto un miglioramento tanto dal profilo dei contagi quanto da quello delle nuove ospedalizzazioni». Meno casi, tuttavia «il numero dei ricoverati resta alto, in particolare nelle cure intense». C’è poi «una grande incertezza sulle varianti, quella inglese e quella sudafricana, del virus, contagiose fino al 70 per cento in più. E anche su questo punto condivido le riflessioni del Consiglio federale: dato l’attuale livello di ospedalizzazioni, non saremmo in grado di gestire e frenare una terza ondata». Esprimendosi sui provvedimenti che Berna aveva proposto e messo in consultazione, ricorda De Rosa, il governo ticinese «si era detto d’accordo con il prolungamento sino a fine febbraio delle misure già in atto, ritenendo inoltre importante avere delle misure uniformi a livello nazionale. Ed è ciò che avvenuto. Quindi da questo punto di vista anche la chiusura di negozi considerati non essenziali in questo particolare momento è una misura che ha senso. Salutiamo positivamente pure il fatto che anche le donne in gravidanza siano state inserite tra le persone a rischio, come avevamo chiesto nella procedura di consultazione. Rinnoviamo comunque ancora l’invito a Berna a rafforzare ulteriormente gli aiuti economici, a monitorare maggiormente la situazione alle frontiere e a ridurre gli assembramenti sui trasporti pubblici. Rafforzamento delle risorse finanziarie, incremento dei controlli alla frontiera, riduzione degli assembramenti sui mezzi di trasporto pubblici sono richieste, peraltro, che sono state sempre al centro delle nostre prese di posizione all’indirizzo del Consiglio federale». E quello dei trasporti, assicura Gobbi, «è un tema che torneremo ad affrontare».

 

“Finalmente misure uguali per tutti”

“Finalmente misure uguali per tutti”

Da www.ticinonews.ch
 
 
Il presidente del Governo ticinese Norman Gobbi saluta con favore le decisioni del Consiglio federale, ma mancano risposte sulle frontiere. 
Le ultime misure restrittive annunciate oggi dal Consiglio federale soddisfano in parte il presidente del Consiglio di Stato ticinese Norman Gobbi, che sperava in qualche risposta in più riguardo ai controlli alle frontiere. “Da un lato è da salutare il fatto che vengono applicate misure sull’intero territorio nazionale. Ma rilevo che, a livello nazionale c’è preoccupazione per una ripartenza in quei Cantoni in cui ci sono state delle chiusure (come in Romandia). Questo preoccupa l’autorità federale e sono stati annullati eventi di carattere nazionale e internazionale, come la gara del Lauberhorn di Coppa del Mondo, che hanno probabilmente influito su una percezione di un problema che è più sensibile in Ticino rispetto alla Svizzera tedesca”.

Per quanto riguarda la questione delle frontiere, Gobbi sottolinea che non sono arrivate rassicurazioni: “Altri paesi chiedono a chi proviene dalla Svizzera dei tamponi per certificare che non siano positivi. La Svizzera su questo fronte continua a rimanere silente. Scriveremo ancora una lettera al Consiglio federale, segnalando questa realtà. Inoltre se l’Italia dovesse riaprire prima della fine di febbraio, dovremo fare dei controlli proprio per evitare di vanificare gli sforzi che chiediamo alla nostra popolazione”.

Per quanto riguarda l’obbligo del telelavoro, diventa difficile controllare che venga rispettato. “L’obbligo è formulato, ma se leggiamo come attuarlo diventa una forte raccomandazione (se possibile, dove, come e quando)” spiega Gobbi. “Per questo abbiamo sempre ribadito che la miglior soluzione è la forte raccomandazione: in Ticino è stato fatto e vediamo come in questi giorni vi sia molto meno traffico”. Non sono comunque previsti maggiori controlli. “Non sta tanto alla polizia farlo, ma all’ispettorato del lavoro e alle commissione paritetiche. Ma sta soprattutto al buon senso del datore di lavoro e deii collaboratori rispondere a questa sfida”.

Sui rapporti con il mondo sanitario, che ieri ha inscenato una protesta dimostrativa esponendo sui balconi camici bianchi, Gobbi sottolinea che il dialogo prosegue. “Ci siamo confrontati sui punti di vista, al di là degli appelli. L’autorità politica è al centro di tutti i punti di vista e deve considerarli tutti. Abbiamo cercato di veicolare l’aspetto di cui c’è bisogno: dare fiducia e certezza. La prospettiva del Consiglio federale è comunque un miglioramento: dice cosa vuole fare nelle prossime settimane, dando tempo alle attività commerciali di organizzarsi. Per chi è già oggi in chiusura è una prospettiva lunga e gli aiuti in messi campo non risolveranno tutti i problemi perché purtroppo posti di lavoro o alcune attività non ci saranno più dopo la riapertura”.

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Da www.rsi.ch/news

Ticino e Grigioni “un po’ sorpresi”
Gobbi: “L’evoluzione dei contagi era già positiva”. Caduff: “La logistica degli aiuti sarà una sfida”

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Ticino-e-Grigioni-un-po-sorpresi-13748560.html

I cantoni erano stati consultati sulla possibilità di un inasprimento delle misure contro la pandemia in Svizzera, ma “vista l’evoluzione positiva dei contagi anche a sud delle Alpi, la chiusura dei negozi giunge inattesa”, ha reagito Norman Gobbi alla RSI. Per il presidente del Governo ticinese, “rispetto a fine dicembre c’è perlomeno la prospettiva di un aiuto per la ristorazione” e le altre attività a cui viene imposta la chiusura, anche se i contributi non coprono interamente le perdite. Il preventivo 2021 è in profondo rosso, ma “se la Confederazione aumenterà le sue capacità di intervento per i casi di rigore”, il Cantone seguirà “in proporzione”. Altro aspetto positivo, le misure prese valgono in tutto il paese, non ci sarà una concorrenza intercantonale. Il Ticino ne teme però una internazionale, nell’eventualità di un allentamento delle restrizioni in Lombardia.

Sulla stessa linea di Gobbi anche Marcus Caduff, vicepresidente del Consiglio di Stato grigionese, sia per la relativa sorpresa che per la soddisfazione per gli aiuti, che chiamano comunque in causa anche i cantoni: “Noi siamo pronti, abbiamo la base legale e messo a disposizione 39 milioni di franchi, che però non basteranno mai. L’altra sfida sarà la logistica per distribuire questi aiuti, ci aspettiamo che più di 2’000 aziende chiedano un sostegno finanziario”, ha detto il responsabile del dipartimento dell’economia pubblica e della socialità. Quanto stabilito oggi, mercoledì, dal Governo federale, poi, è “una soluzione per i ristoranti, ma non ancora per alberghi e stazioni invernali”, che Coira non potrà aiutare da sola. Bisognerà quindi bussare nuovamente alla porta di Berna.

E la Confederazione può permettersi di mettere sul piatto altri interventi finanziari, secondo la consigliera agli Stati socialista Marina Carobbio, che nel 2020 ha presieduto la deputazione ticinese alle Camere. “Tutte le misure sanitarie devono essere accompagnate da misure economiche”, afferma in vista della prossima sessione del Parlamento, quando bisognerà discutere – come anticipato da Guy Parmelin – un aumento della somma a disposizione per i casi di rigore. “Mi auguro che non ci sia una bagarre politica”, ha affermato Carobbio, che risponde all’UDC secondo la quale il Governo con le chiusure sta trascinando la Svizzera nella povertà. Gli aiuti ci sono proprio per evitare che la gente si ritrovi nel bisogno, afferma, ricordando come il Consiglio federale si sia presentato in conferenza stampa oggi non con il solo Alain Berset ma anche con i due democentristi Ueli Maurer e Guy Parmelin. Quanto ai mezzi a cui la Confederazione potrà attingere, ha concluso, bisognerà aprire la discussione anche sulle riserve della Banca nazionale.