Coronavirus: Tessiner Staatsrat setzt Bundesrat unter Druck

Coronavirus: Tessiner Staatsrat setzt Bundesrat unter Druck

Das Tessin wird ungeduldig. In einem Brief an den Bundesrat fordert der Regierungsrat eine Ausstiegsstrategie aus den Massnahmen gegen das Coronavirus.

Das Wichtigste in Kürze
– Das Tessin will seine Massnahmen gegen das Coronavirus lockern dürfen.
– Die Lage sei stabil genug, argumentiert der Regierungsrat, die Leute seien müde.
– Der Bundesrat wurde in einem Brief gebeten, «regionale Unterschiede» zu beachten.

Am Mittwochabend verschickte der Tessiner Regierungsrat einen Brief, adressiert an den Bundesrat. Es seien «regionale Unterschiede» betont worden, so Regierungspräsident Norman Gobbi zum «Corriere del Ticino». Konkret wolle das Tessin, dass die Landesregierung eine Ausstiegsstrategie aus dem Lockdown evaluiere.

«Grosses Ungleichgewicht» zwischen Tessin und Lombardei
Die Fallzahlen im italienischsprachigen Kanton hätten sich auf einem tiefen Niveau stabilisiert, so der Regierungsrat. Ebenso sei der Druck auf die Spitäler massiv gesunken. «In dieser Situation wird es schwierig, weiterhin Anstrengungen von der Bevölkerung zu verlangen», so Gobbi. Man verspüre eine zunehmende Müdigkeit.

Im Grenzgebiet zum Tessin, der Lombardei, sei das Leben fast wieder zur Normalität zurückgekehrt. Das sei «ein grosses Ungleichgewicht», meint der «Lega»-Politiker.

Tessin hat Coronavirus «unter Kontrolle»
Wegen der Mutationen des Coronavirus macht sich Gobbi aber keine Sorgen: «Die Situation ist unter Kontrolle.» Zwar sei ein Anstieg der Varianten zu verzeichnen, aber die globalen Fälle blieben stabil. Auch die fortgeschrittene Impfung der gefährdeten Personengruppe spreche für leichte Lockerungen.

«Im Moment bitten wir lediglich darum, dass die Bundesbehörde die Situation der Jugendlichen sorgfältig prüft», so der Staatsratspräsident. Beispielsweise könnte das Tessin sportliche Aktivitäten im Freien und in der Halle wieder zulassen. Oder Freizeit- und Kulturangebote öffnen. Von Restaurants und Bars sei im Brief nicht die Rede gewesen.

https://www.nau.ch/politik/bundeshaus/coronavirus-tessiner-staatsrat-setzt-bundesrat-unter-druck-65869531

Da www.nau.ch

Bellinzona ha più fretta di Berna

Bellinzona ha più fretta di Berna

Puntare su test e autonomie locali.
Chiesta la riapertura anticipata per bar, ristoranti, cinema e teatri. Anche Coira spinge.

Datevi una mossa. È questo il senso della presa di posizione inviata dal Consiglio di Stato all’esecutivo federale. Consultato sugli allentamenti previsti da Berna – dal 1° marzo potrebbero riaprire negozi, musei, zoo, giardini botanici e impianti sportivi all’aperto –, il governo ticinese li ha sì condivisi, ma li ha anche definiti “troppo prudenti sia nei tempi che nei contenuti”. Per questo ha chiesto “fermamente” di anticipare la seconda tappa di riaperture al 22 marzo e di includervi anche ristoranti, bar, cinema e teatri. Quanto necessario, insomma, per ‘salvare’ dal lockdown le vacanze pasquali (dal 2 all’11 aprile). «Nonostante la presenza della variante inglese, più contagiosa, e un ritorno a una mobilità interna piuttosto sostenuta, il dato sui contagi nell’ultima settimana risulta il più basso da ottobre», ci spiega il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. «Questo ci rende ottimisti circa la possibilità di riaprire adeguando gli allentamenti ogni due-tre settimane, cosa che sappiamo già essere possibile dopo l’esperienza della scorsa primavera». Naturalmente, spiega Gobbi, «non si tratta di tornare alla piena libertà pre-Covid, ma di muoversi con la massima prudenza». Berna aveva proposto di riaprire solo le terrazze dei ristoranti, e solo dal primo aprile. Una soluzione limitante e discriminatoria, secondo la presa di posizione del Consiglio di Stato. Soprattutto, nota Gobbi, «è fondamentale dare una prospettiva a settori come quello della ristorazione che rischiano altrimenti di subire oltre cento giorni di chiusura consecutivi, con prevedibili conseguenze economiche e sul morale».

A proposito di terrazze, è di sabato la decisione di prolungare fino al 15 marzo l’accessibilità di quelle degli impianti sciistici: almeno fino a quel giorno ci si potrà ancora sedere per consumare il proprio pasto da asporto, pur in numero massimo di quattro persone per tavolo e con l’obbligo di mantenere le giuste distanze. Un’eccezione, questa, che il capo del Dipartimento federale dell’interno Alain Berset aveva definito “contraria al diritto” e a sua volta discriminatoria. Gobbi dissente: «Si tratta di contesti particolari, all’aria aperta e facilmente controllabili. Imporre di disperdersi a consumare i pasti in situazioni precarie mette a dura prova una popolazione già stanca, che comprensibilmente fatica a percepire la logica di certi divieti. D’altronde, vorrei vedere se il consigliere federale quando va a sciare si siede nella neve per mangiarsi il suo panino e bere la sua Rivella».

Tornando al messaggio rivolto a Berna, oltre alle riaperture anticipate al 22 marzo per bar e ristoranti, almeno in orario diurno, si chiede che lo stesso sia possibile per “cinema, teatri e strutture sportive e ricreative all’interno, pur con limiti di capienza”, e di pianificare già non solo una seconda, ma anche una terza fase di allentamento. Ben vengano la riapertura dei negozi e l’innalzamento a 15 del numero di persone che possono riunirsi all’aperto, ma si vorrebbe anche aumentare a 10 il numero di persone che possono ritrovarsi al chiuso. Infine si chiede di elevare da 18 a 20 anni il limite di età per consentire il ritorno a tutte le attività sportive e culturali, mentre “scetticismo è espresso sull’opportunità di riaprire anche le competizioni”. Dal primo marzo si vorrebbe anche consentire lo sport all’aperto senza contatto fisico a gruppi fino a 15 persone, e fino a 5 al chiuso. Il tutto, ovviamente, “con la riserva che la situazione rimanga stabile”.

Intanto anche Coira ritiene “troppo unilaterali e troppo lenti” i provvedimenti previsti dalla Confederazione. Il governo retico chiede che venga lasciata maggiore libertà ai Cantoni, specie a quelli che come i Grigioni si impegnano attivamente nell’esecuzione di test a tappeto. “Oltre alle misure restrittive”, si legge in una presa di posizione, “svolgere test in maniera attiva e preventiva rappresenta un’alternativa valida che deve trovare un riscontro positivo quando si tratta di decidere allentamenti”. Quanto alla ristorazione, si chiede che almeno all’esterno venga consentita già a partire dal primo marzo. Se ciò non fosse possibile, allora si domanda che almeno i take away possano mettere a disposizione posti a sedere al loro esterno. Anche per cinema e teatri viene invocata una riapertura (con mascherine) già dall’inizio del mese prossimo.

Tornando ai test, “ai Cantoni che dispongono di un buon sistema di monitoraggio occorre permettere di procedere a riaperture in tempi più brevi, in quanto eventuali sviluppi negativi vengono individuati più rapidamente. Inoltre questo incentivo motiverebbe i Cantoni a portare avanti una buona attività di monitoraggio e avrebbe risvolti positivi sulla motivazione della popolazione e dell’economia a partecipare attivamente”. Sempre in riferimento al cosiddetto depistaggio, “il Governo constata con stupore che la strategia della Confederazione non prevede il coinvolgimento di ulteriori misure, tra cui i test preventivi”, ma punta sulle chiusure e su imposizioni che “paiono arbitrarie”, ad esempio “permettere determinate manifestazioni sportive, ma non permettere attività di ristorazione all’aperto”.

Ma i test a tappeto sono davvero una soluzione? Tornando in Ticino, Gobbi invita alla prudenza: «È vero che in alcuni casi possono permettere di fermare subito un eventuale focolaio: lo abbiamo visto procedendo in questo senso alla Scuola media di Morbio Inferiore. Una somministrazione indiscriminata rischia però di creare un falso senso di sicurezza in chi, risultando negativo, potrebbe abbassare la guardia nei comportamenti quotidiani». Quanto alla richiesta di maggiore autonomia cantonale avanzata da Coira, «per noi resta comunque importante mantenere massimo coordinamento e coerenza a livello nazionale. Ciò non toglie che le autorità federali debbano anche prestare attenzione alle specificità locali: nel nostro caso, ad esempio, al paradosso di un lockdown affiancato da regioni italiane come Lombardia e Piemonte, dove ristoranti e bar sono aperti».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 22 febbraio 2021 de La Regione

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Il Ticino vuole accelerare «Locali aperti entro un mese»
Il Consiglio di Stato risponde alla consultazione e chiede tappe di allentamento «più serrate e incisive» Il 22 marzo data chiave per bar e ristoranti – Norman Gobbi: «Cantoni compatti, forse questa volta verremo ascoltati»

La politica dei piccoli passi ipotizzata da Berna per uscire dal semi-confinamento non incontra il pieno sostegno del Ticino, che vorrebbe «tappe più serrate e incisive». Il Consiglio di Stato ticinese ha detto la sua sulla strategia di allentamento delle misure messa in consultazione mercoledì scorso dal Consiglio federale. In sostanza, da Palazzo delle Orsoline si chiede di procedere con un passo più spedito. Secondo l’Esecutivo, infatti, le diverse fasi di riapertura previste sono «sin troppo prudenti, sia nei tempi che nei contenuti». In particolare, se la cautela del Consiglio federale è giudicata «comprensibile alla luce della diffusione delle varianti del virus», è però «fondamentale adeguare le restrizioni secondo il principio di proporzionalità» e dare prospettive ai settori economici.

Soprattutto, il Governo nella sua missiva chiede «fermamente» di anticipare la seconda tappa, con una decisione che abbia effetto al più tardi il 22 marzo. Insomma, una rivalutazione delle misure non più di mese in mese ma ogni due o tre settimane, al termine delle quali si dovrebbe procedere con nuove e progressive riaperture. Secondo il Governo ticinese, infatti, «l’esperienza dimostra come le misure mostrino i loro effetti già dopo due settimane». Appare quindi «doveroso» imprimere «un ritmo più serrato» alle fasi di allentamento, sul modello di quanto fatto la scorsa primavera.

Rispondendo alla consultazione voluta da Berna, che prenderà una posizione definitiva sulla strategia di riapertura il 24 febbraio, il Consiglio di Stato si dice d’accordo con gran parte degli allentamenti previsti. Sì, quindi, ai raduni all’aperto con un massimo di 15 persone, come pure alla riapertura dei negozi, pur con «rigorose limitazioni al numero di clienti ammessi». Il Governo ticinese condivide anche la ripartenza delle attività sportive e culturali per i giovani under 18, suggerendo anzi che si allarghi la possibilità ai ragazzi fino ai 20 anni. «Scetticismo» viene espresso, invece, sulla ripresa delle competizioni. Dal 1. marzo il Consiglio di Stato vorrebbe anche alzare a 10 il numero di persone che possono riunirsi in spazi chiusi, così come permettere l’attività sportiva amatoriale – all’aperto e senza contatto fisico – per gli adulti fino a un massimo di 15 persone e lo sport nelle palestre e nei centri fitness per i gruppetti di 5.

Locali, cinema e palestre
L’accelerazione che l’Esecutivo ticinese vorrebbe è indirizzata in particolare a tre settori: ristorazione, cultura e sport. Nel primo caso si chiede la riapertura «al più tardi il 22 marzo» di bar e ristoranti, che potrebbero lavorare almeno durante il giorno e rispettando i piani di protezione messi in atto fino allo scorso dicembre (consumazione seduti, quattro persone al tavolo e mascherina quando ci si alza). La tempistica, del resto, non è casuale e permetterebbe di «garantire una ripresa almeno parziale dell’attività durante il periodo pasquale». Bocciata nettamente, invece, l’ipotesi di far riaprire i locali che hanno una terrazza esterna. Secondo il Governo si tratta infatti di una proposta «troppo limitativa, difficilmente sostenibile e discriminatoria» nei confronti di bar e ristoranti che non hanno spazi all’aperto. Sul fronte culturale, invece, si vorrebbe anticipare al 22 marzo la riapertura di cinema e teatri. Stessa data ipotizzata anche per le strutture sportive e ricreative all’interno, pur con limiti di capacità. «La popolazione sta vivendo un forte disagio psico-fisico e fa sempre più fatica a sopportare il peso delle restrizioni, quindi urge una risposta dalle autorità e un allentamento più rapido. C’è un bisogno molto diffuso di tornare alla normalità seppure con prudenza», dice il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. «I cittadini – prosegue – stanno manifestando chiaramente di non essere più in grado di sostenere misure troppo rigide, le proteste in Argovia di sabato e il carnevale selvaggio a Einsiedeln lo dimostrano. Da settimane, infatti, la situazione epidemiologica è in costante miglioramento. In Ticino, ad esempio, questa settimana abbiamo registrato il dato più basso di contagi dallo scorso ottobre. Questo significa che il virus è presente, ma che le mutazioni non incidono – per ora – in maniera così importante. Le riaperture previste, non va dimenticato, saranno comunque prudenti, graduali e nel rispetto dei piani di protezione».

Una sola voce
Le richieste ticinesi di un’accelerazione si sommano a quelle arrivate negli ultimi giorni dagli altri Cantoni, come Vaud, San Gallo e Grigioni. «Il Consiglio federale – commenta Gobbi -non sempre si è mostrato pronto ad ascoltare il parere dei Cantoni, ma questa volta siamo compatti. Abbiamo sentito i colleghi degli altri Governi cantonali per cercare di tenere una linea comune, ma ovviamente l’ultima parola spetterà mercoledì a Berna». Nella vicina Italia i bar e i ristoranti sono già aperti nelle ore diurne, mentre dal 7 marzo anche la Germania è pronta a riaprire gradualmente. «Forse – conclude il presidente dell’Esecutivo – anche questa pressione dall’esterno, che si somma a quella interna dei Cantoni, porterà il Consiglio federale a rivedere la sua posizione. Un lasso di tempo così lungo non è infatti sostenibile, né per le autorità cantonali chiamate a vigilare, né per la popolazione».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 22 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

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Gobbi: “Insostenibile il mese di attesa”
Intervista al presidente del Governo ticinese, che si esprime sulla strategia di allentamento messa in consultazione dal Consiglio federale

Berna troppo blanda: questa l’opinione del Canton Ticino sulla strategia di riapertura del Consiglio federale. Il Consiglio di Stato chiede alla Confederazione più coraggio.

In passato si accusa Berna di decisioni troppo blande o di non essere incisiva, adesso invece rispondete che è troppo prudente; cos’è cambiato?
“L’andamento dell’epidemia. Nelle ultime settimane i dati sono bassi, questa settimana è addirittura il dato più basso da ottobre. Cosa significa? Beh… che nonostante ci siano le varianti – ed evidentemente creano preoccupazione – il virus non incide in maniera importante sull’evoluzione dei nuovi contagi. Questo permette di guardare alle riaperture con prudenza ma anche con tempi più ristretti, visto che il mese di attesa che indicava il Consiglio federale è per noi insostenibile”.

La data in cui il cantone intende iniziare ad allentare le restrizioni è il 22 marzo, rispetto a quanto proposto da Berna spicca la volontà di riaprire ristoranti e bar al più tardi entro quella data; perché un passo così deciso?
“La Pasqua cade presto quest’anno – agli inizi di aprile – ed aprire solo con le terrazze sarebbe discriminatorio per chi non le ha, rispettivamente sarebbe un danno economico per un settore che è ormai chiuso da tre mesi e a fine marzo sarebbero quasi 100 giorni di chiusura. Chi dopo 100 giorni di chiusura riesce ancora con motivazione a rilanciarsi? Poi c’è anche il bisogno della popolazione di tornare a una certa normalità con tutti i piani di protezione del caso”.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-Insostenibile-il-mese-di-attesa-13846723.html

Da www.rsi.ch/news

Consultazione sugli allentamenti: il Consiglio di Stato chiede tappe più serrate e incisive

Consultazione sugli allentamenti: il Consiglio di Stato chiede tappe più serrate e incisive

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha preso posizione sulla consultazione avviata dal Consiglio federale in merito alla strategia di allentamento delle misure di contenimento della pandemia. Il Governo condivide che dal 1° marzo sia non solo giustificato, ma anche necessario attuare dei primi allentamenti, pur con le incognite legate alle varianti del virus. Le tappe proposte sono giudicate però sin troppo prudenti sia nei tempi che nei contenuti.

Il Consiglio di Stato ha preso posizione nell’ambito della consultazione avviata dal Consiglio federale mercoledì 17 febbraio sulla strategia di allentamenti a tappe e le relative proposte di modifica dell’Ordinanza Covid-19.
In termini generali, il Governo ticinese ritiene che queste tappe dovrebbero essere meno prudenti, più ravvicinate nel tempo e definite sin d’ora anche oltre il 1° aprile.
Evidentemente le diverse fasi di allentamento dovranno essere confermate solo se l’evoluzione epidemiologica continuerà ad essere favorevole, in caso contrario andranno sospese se non addirittura revocate. Uno scenario che nessuno, beninteso, auspica.
La cautela dimostrata dal Consiglio federale è comprensibile alla luce della diffusione delle varianti del virus: il Governo cantonale concorda sulla necessità di scongiurare una nuova ripresa dei contagi ed evitare quindi nuove chiusure, che avrebbero effetti nefasti dal profilo economico e psicologico.
D’altra parte è altresì fondamentale adeguare le restrizioni secondo il principio di proporzionalità, cercando di favorire la condivisione da parte della popolazione e dando delle prospettive ai settori economici interessati, seppur non immediate, graduali e subordinate alla stabilità dei dati epidemiologici.
Gli allentamenti proposti a partire dal 1° marzo sono pertanto condivisi e ritenuti il passo minimo da compiere nelle attuali circostanze, in cui si registra – a livello ticinese e nazionale – un numero di nuovi contagi sotto controllo. Si chiede però fermamente di anticipare la seconda tappa, prevedendo una decisione che abbia effetto al più tardi il 22 marzo. Stessa cadenza per una terza tappa: rivalutazione dopo due-tre settimane per eventuali allentamenti. L’esperienza dimostra come le misure mostrino i loro effetti già dopo due settimane e, pertanto, a mente del Consiglio di Stato, appare doveroso imprimere un ritmo più serrato alle fasi di allentamento, come lo fu durante la scorsa primavera.
Nel merito dei singoli settori interessati dalla modifica dell’Ordinanza, il Consiglio di Stato si pone come segue:

  • assembramenti: il ritorno al limite di 15 persone dal 1° marzo è condiviso;
  • ristorazione: al più tardi il 22 marzo (seconda tappa) si chiede la riapertura dei ristoranti e dei bar almeno nelle ore diurne secondo il piano di protezione conosciuto fino a dicembre (consumazioni solo da seduti, massimo 4 persone per tavolo, mascherina non appena ci si alza dal tavolo, ecc.). Questa tempistica è ritenuta fondamentale per garantire una ripresa almeno parziale dell’attività durante il periodo pasquale. Non è condivisa, invece, la proposta di autorizzare la sola riapertura delle terrazze esterne, perché troppo limitativa, difficilmente sostenibile e discriminatoria nei confronti dei locali privi di spazi all’aria aperta;
  • strutture culturali e sportive: la riapertura dal 1° marzo delle strutture culturali, ricreative e sportive all’aperto, nonché di musei e biblioteche, è condivisa. Si chiede di procedere al più tardi il 22 marzo (seconda tappa) con la riapertura anche di cinema, teatri e strutture sportive e ricreative all’interno, pur con limiti di capienza;
  • negozi: la riapertura dal 1° marzo dei commerci ora chiusi è condivisa, così come lo sono le rigorose limitazioni del numero di clienti ammessi;
  • manifestazioni private: la nuova regola del limite delle 15 persone all’aperto dal 1° marzo è condivisa. Si chiede di anticipare già al 1° marzo l’aumento a 10 persone del limite per i ritrovi negli spazi chiusi;
  • attività giovanili: si condivide l’innalzamento dal 1° marzo dell’età per la pratica di attività sportive e culturali fino a 18 anni, e anzi si suggerisce di portarlo a 20. Scetticismo è espresso invece sull’opportunità di riaprire anche le competizioni.
  • sport per gli adulti: si raccomanda dal 1° marzo di consentire l’attività sportiva amatoriale senza contatto fisico degli adulti all’aperto in gruppi fino a 15 persone e si chiede di consentire la ripresa delle attività anche negli spazi chiusi in gruppi fino a cinque persone.

Da ultimo il Governo cantonale ribadisce la necessità di delineare prospettive anche a lungo termine, con la riserva che la situazione rimanga stabile.

“Rafforziamo la coesione nazionale”

“Rafforziamo la coesione nazionale”

Controlli, allentamenti e forza dei Cantoni: gli auspici del presidente del Governo

“Berna avanza su una corda tesa”, era il titolo di un editoriale di giovedì su un quotidiano ticinese. Al centro – ancora e sempre verrebbe da dire – ci sono le decisioni che il Consiglio federale vorrebbe prendere in vista di un allentamento delle misure anti Covid. Con diversi settori economici che reclamano – a ragione! – maggiori aperture. Vedremo che cosa accadrà. Ci sono però anche situazioni più puntuali a cavallo del confine che preoccupano. Se ne fa interprete il presidente del Governo Norman Gobbi. Sentiamolo: “La prima riguarda il focolaio di infezioni in quel di Viggiù, un Comune a poche centinaia di metri dal confine con Stabio e Ligornetto e dove vi sono nel raggio di alcuni chilometri ben tre valichi doganali. Il Governo ticinese ha sempre chiesto a Berna maggiori controlli lungo il confine, proprio perché i rapporti e i flussi transfrontalieri sono intensissimi e sono soprattutto dall’Italia verso la Svizzera. Ma le risposte sono state sinora deludenti. Il focolaio di Viggiù dimostra che le nostre preoccupazioni erano e sono fondate. Occorre una maggior coordinazione con le competenti autorità italiane. E lo dico anche sotto il profilo sanitario. Allo stato attuale, comunque, la limitazione della mobilità delle persone, anche transfrontaliera, rimane uno strumento fondamentale nella gestione della crisi pandemica”.

La seconda criticità nasce invece dalle restrizioni che il Governo tedesco ha posto a chi proviene dalla Cechia e dal Tirolo. Le “precauzioni” prese dall’Austria dopo tale decisione hanno indotto molti conducenti di veicoli pesanti – per evitare imbottigliamenti al Brennero – a scegliere di passare dal Ticino per raggiungere poi la Germania, evitando così di transitare dalla regione del Tirolo. “Anche qui stiamo vivendo sulla nostra pelle (e sulle nostre strade) le conseguenze di un accresciuto transito di veicoli pesanti. Abbiamo quindi immediatamente scritto a Berna di attivarsi verso le autorità tedesche per sbloccare la situazione. Vedremo come andranno le cose”, sottolinea il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Stiamo vivendo giorni delicati nei rapporti tra Cantoni e Berna. Direi anche decisivi per quella che è e sarà la nostra coesione nazionale. Sullo sfondo vi è in primo luogo la preoccupazione d’ordine sanitario a tutela della nostra popolazione, ma parallelamente – e non subordinatamente – vi è pure il futuro di importanti rami della nostra economia. Ma anche la necessità di risollevare la nostra società, da troppo confinata, quasi immobilizzata con conseguenze molto negative sui giovani, ma non solo. Tenuto conto della delicatezza del momento non è il caso di puntare il dito contro il nostro Consiglio federale. La mia speranza è che – in virtù del nostro federalismo – il Governo federale saprà dare la giusta rilevanza a quanto diranno i Cantoni nei prossimi giorni a proposito dei progressivi allentamenti delle chiusure sin qui applicate”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Il focolaio al confine preoccupa il Governo

Il focolaio al confine preoccupa il Governo

A Viggiù, a una manciata di chilometri dalla dogana momò, l’intero paese è risprofondato nel lockdown: scuole chiuse e spostamenti limitati, ma non per i frontalieri
Norman Gobbi: «I test di massa non sono sufficienti, bisogna anche collaborare e controllare la circolazione tra i due Stati»

Scuole chiuse e blocco totale degli spostamenti, ma non per chi si muove per motivi professionali. È quanto prevede il dispositivo scattato mercoledì a Viggiù, il piccolo comune a due passi dal confine con il Mendrisiotto tornato in zona rossa dopo le che autorità cittadine hanno identificato un focolaio in una scuola. Da un’analisi a tappeto, effettuata all’interno dell’istituto su docenti e allievi, sono emersi 14 casi di variante scozzese e un caso di variante inglese. Un numero considerevole che ha spinto le autorità a decretare il lockdown introducendo una serie di limitazioni importanti come, per l’appunto, il blocco totale degli spostamenti. Regole a cui tuttavia sfuggono i lavoratori frontalieri che muniti di autocertificazione possono transitare oltre confine. Al presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, da sempre critico sull’apertura dei valichi minori in periodo di pandemia, abbiamo chiesto che impatto potrebbe avere sul nostro territorio questa decisione.

«Mobilità troppo elevata»
La situazione che si è creata a Viggiù, a una manciata di chilometri dai confini con il Mendrisiotto, preoccupa il Governo cantonale, ci conferma Gobbi. «Prendiamo atto con preoccupazione della nascita di focolai di variante scozzese a pochi chilometri dal confine, soprattutto tenendo in considerazione la mobilità estremamente elevata tra le vicine Province italiane e il Ticino – continua il presidente del CdS – , dovuta in particolare al considerevole numero di lavoratori frontalieri italiani che quotidianamente si recano nel nostro Cantone. Non per niente il Consiglio di Stato ticinese si è più volte rivolto al Consiglio federale chiedendo il rafforzamento dei controlli alla frontiera in coordinazione con le competenti autorità italiane».

Analisi a tappeto ma non solo
Con l’introduzione degli allentamenti in Lombardia a partire dal 1. febbraio, il Cantone ha infatti mandato una richiesta scritta a Berna chiedendo, in aggiunta al divieto di recarsi all’estero per andare al ristorante o a fare la spesa, anche di introdurre l’obbligatorietà di test rapidi alla frontiera per chi entra in Svizzera. Richiesta rimasta però inascoltata. Le analisi a tappeto sono però una delle misure attuate a Viggiù per controllare il propagarsi del virus, ma secondo Gobbi non bastano. «I test di massa sono uno strumento importante e forse decisivo per controllare e limitare lo sviluppo della pandemia. Tuttavia allo stato attuale la limitazione della mobilità delle persone, anche transfrontaliera, rimane uno strumento fondamentale nella gestione della crisi», spiega il consigliere di Stato.

Varianti e pericoli derivanti
Quel che serve ora, sostiene Norman Gobbi, è maggiore omogeneità nella lotta alla COVID dai due lati del confine. «Questi focolai di pandemia con la presenza delle nuove varianti e il confinamento di interi territori mettono ulteriormente in evidenza la necessità di un maggiore coordinamento transfrontaliero tra le competenti autorità sanitarie, volte anche a ridurre l’asimmetria delle misure ai due lati del confine».

In merito all’eventualità di introdurre anche in Ticino test a tappeto, per arginare il pericolo che si creino situazioni simili, il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi si mostra possibilista. «In caso di necessità i test a tappeto sono già stati utilizzati. Ricordo, per esempio, la situazione alla scuola media di Morbio Inferiore alcuni giorni dopo i casi verificatisi nella casa anziani di Balerna. In condizioni particolari, quindi, potremmo ancora ricorrere a test a tappeto. La speranza ovviamente è che ciò non avvenga».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 19 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

«Troppo tempo tra una tappa e l’altra Il Governo ticinese lo farà presente»

«Troppo tempo tra una tappa e l’altra Il Governo ticinese lo farà presente»

Norman Gobbi e Raffaele De Rosa commentano le decisioni di Berna

Un allentamento graduale, a tappe e senza deroghe ai Cantoni. La via scelta da Berna per uscire dal confinamento passa, o meglio, inizia il 1. marzo con una serie di riaperture alla quale seguirà una seconda tappa il 1. aprile. Una scelta che il Ticino, cantone che proprio la scorsa settimana aveva inviato una lettera a Berna chiedendo di tener conto delle necessità e delle peculiarità regionali – ha accolto non senza qualche criticità. «Da un lato è un approccio molto prudente ma dall’altro non tiene conto di quanto avviene oltreconfine, in particolare nella vicina Penisola», osserva il presidente del Governo Norman Gobbi. «È evidente che se in Lombardia vigono più libertà per la popolazione ticinese diventa più difficile accettare delle misure così restrittive». Per il presidente dell’Esecutivo è «positivo che ci saranno più libertà in ambito commerciale e di tempo libero», mentre per quanto riguarda il settore della ristorazione c’è appunto «una grossa dicotomia con la realtà lombarda». Questo settore dovrà in ogni caso tirare la cinghia almeno fino al 1. aprile, data a patire dalla quale verranno valutati eventuali altri allentamenti. Delle eccezioni – leggasi aperture di bar e ristoranti – non verranno concesse sulla base della situazione epidemiologica dei singoli cantoni. Una decisione – ha specificato Berset – che è stata presa per non creare situazioni di disparità di trattamento tra cantoni. «Dal punto di vista della condotta è ammissibile, ma da quella epidemiologica bisogna tenere presente che il Ticino viaggia a una velocità diversa, con un’evoluzione molto positiva negli ultimi tre giorni. Ciò significa che le varianti non sembrano incidere sulla casistica. In fase di consultazione – spiega Gobbi – , esprimeremo il nostro punto di vista». Un altro aspetto che il Governo affronterà nella sua risposta al Consiglio federale è quello della tempistica. Come detto, si parla di quasi cinque settimane tra la prima e la seconda valutazione sugli allentamenti. Un lasso di tempo che il Consiglio di Stato rivedrebbe anche al ribasso: «Lo faremo presente a Berna», conferma Gobbi. «Va tenuto presente che a marzo la Germania valuterà delle riaperture e per la Svizzera diventerebbe ancora più difficile mantenere delle regole più ferree». Tornando in Ticino, aprile è sinonimo di ripresa della stagione turistica e a questo proposito il presidente del Governo conferma che l’obiettivo «è dare il via a una serie di test per il personale delle strutture ricettive in modo da poter tornare in sicurezza in alberghi e ristoranti almeno per Pasqua».

Dal canto suo, anche il direttore del DSS Raffaele De Rosa sottolinea che gli allentamenti «seguono l’orientamento voluto dal Consiglio di Stato, ossia quello di un’uscita a tappe che tenga conto dell’evoluzione epidemiologica». Nonostante ciò, «possiamo anche dire che la prospettiva tra la prima e la seconda tappa è piuttosto timida e lunga nei tempi perché già dopo 14 giorni si possono vedere gli effetti delle misure». In questo senso, spiega De Rosa, «lasciare un mese di tempo tra una tappa e l’altra appare un po’ eccessivo». Inoltre, anche sui «contenuti degli allentamenti nella seconda tappa c’è stata molta cautela, in particolare per il settore della ristorazione». Ad ogni modo «questa cautela da parte di Berna può essere compresa a fronte dei rischi presenti in questo momento, in particolare riguardo alla diffusione delle nuove varianti, che in Ticino oggi rappresentano il 40% dei nuovi casi, con picchi del 60%. È necessario evitare una terza ondata che potrebbe avere conseguenze nefaste». Riguardo agli allentamenti per le fasce più giovani della popolazione, De Rosa afferma che si «tratta di un passo nella giusta direzione. Questa sensibilità verso i giovani è benvenuta e assolutamente necessaria».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 18 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

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Da Berna una strategia che non scalda il TicinoGobbi: “Non si risponde alle criticità  emerse”.

Le novità  giunte ieri da Berna non scaldano particolarmente il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. Raggiunto dalla “Regione” per un commento, afferma infatti che «da un lato é stata data un’indicazione, ma dall’altro non si risponde alle criticità emerse durante la riunione recente dei governi cantonali. Il Ticino e altri Cantoni si sono espressi criticamente su questa politica molto prudente vista l’evoluzione epidemiologica. Se é vero che questa non é uguale su tutto il territorio, é però vero che c’è una generale volontà  di tornare alla normalità  ritenuto come, anche tenendo conto dei cantoni che hanno un’evoluzione negativa, dal punto di vista sanitario e delle ospedalizzazioni non ci sono ricadute negative. Grazie anche alle vaccinazioni che tutelano le persone maggiormente a rischio». L’aspetto positivo, riprende Gobbi, «é un allentamento nei commerci, per lo sport all’aperto soprattutto a beneficio dei giovani, ma per il cittadino comune e per chi ha un’attività economica gli aiuti di Stato aumentati non andranno mai a sostituire la mancata attività». Resta aperta, ad ogni modo, la questione dei controlli alle frontiere più volte chiesti dal Ticino alla Confederazione ma che per ora restano fermi al palo. «La Svizzera é l’unico Paese che con Italia e Germania non chiede determinati controlli – risponde il direttore del Dipartimento istituzioni -. Chiederemo presto, e ancora, alla Confederazione di essere parte attiva perché é sua competenza tutelarci anche da un eventuale spostamento di traffico dal Brennero al Gottardo, cosa che, non solo dal punto di vista sanitario ma anche ambientale, ci preoccupa».

De Rosa: ‘Tempistica di un mese eccessiva’
Per il direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa «le proposte che vengono messe in consultazione vanno nella direzione di quanto auspicava il Consiglio di Stato, cioè avere una strategia di graduale ritorno alla normalità con un piano di azione a tappe, ponendo un accento particolare verso chi è toccato particolarmente da questa situazione come i giovani». Per De Rosa gli allentamenti proposti «danno una prospettiva», ma a titolo personale afferma che «quella del Consiglio federale è una prospettiva lunga nei tempi, perché la seconda tappa è prevista un mese dopo la prima annunciata per il 1° marzo. Sappiamo che l’efficacia di una misura può già essere valutata dopo due settimane e in questo senso – prosegue il direttore del Dss – la tempistica di un mese mi sembra eccessivamente lunga, oltre che timida nelle proposte».
Nel senso che, specifica, «tenuto conto della situazione epidemiologica attuale, si poteva sperare in qualcosa in più a livello di allentamenti». Detto questo, per De Rosa quanto deciso a Berna «si può però comprendere. È usare prudenza dopo che il Consiglio federale stesso aveva dichiarato apertamente di aver sottovalutato, la scorsa estate, il rischio di una seconda ondata. Fare tutto il possibile per evitare una terza ondata, soprattutto davanti al pericolo delle varianti, è importante». Anche perché la preoccupazione per queste varianti del virus è sempre più marcata. «È una situazione molto difficile e fluida – rileva De Rosa –. Non bisogna né eccedere con la cautela né con l’apertura, c’è il rischio di compromettere quanto di buono abbiamo fatto e i risultati ottenuti a prezzo di notevoli sacrifici da parte della popolazione e dell’economia». Sulle nuove varianti e il loro pericolo De Rosa snocciola i numeri: «A oggi in Ticino abbiamo avuto, in totale, 370 casi di varianti. Mediamente, rappresentano il 40% del totale con picchi che hanno raggiunto anche il 60%. Si diffondono rapidamente, e dobbiamo ricordarci che ciò sta avvenendo con le misure restrittive in vigore. Bisognerà tenere conto di questo rischio, e bisognerà essere pronti a reagire rapidamente».

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Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 18 febbraio 2021 de La Regione

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«Se le misure devono essere supportabili e sopportabili, abbiamo un problema»
Il presidente del Governo si esprime sulle decisioni del Consiglio federale e i “timidi” allentamenti previsti in marzo
«La Lombardia ha un’evoluzione simile alla nostra, eppure lì si può andare a bere il caffè e a pranzare al ristorante. Così è meno comprensibile».

«Se pensiamo alle richieste della società e di alcuni settori, ci sono andati leggeri sugli allentamenti». È questo il commento a caldo del consigliere di Stato Norman Gobbi, a margine della conferenza stampa del consiglio federale. Se le decisioni sono positive per i commerci e per i giovani, «per la vita sociale e gli esercenti diventa più difficile sostenere una situazione di questo tipo, a fronte di un’evoluzione positiva a livello di contagi e ospedalizzazioni». 
Le proposte di Berna per gli allentamenti di marzo resteranno in consultazione fino al 24 febbraio. Ma stando al presidente del Consiglio di Stato, i cantoni sono allineati nella loro visione della situazione. «Venerdì scorso abbiamo avuto la riunione del Comitato direttivo della Conferenza dei governi cantonali, da cui sono emerse voci critiche nei confronti di questo approccio molto prudente, considerata l’evoluzione epidemiologica e la campagna di vaccinazione che ha consentito di mettere al sicuro i più fragili». E se il Governo si fa portavoce della voce della sua popolazione, «dal punto di vista del cittadino è meno comprensibile un prolungamento delle limitazioni alla libertà».
Ma Alain Berset ha già indicato oggi che non è previsto un approccio differenziato per cantoni, perché le varianti del Covid-19 interessano l’intero territorio e anche per «evitare che poi ci si sposti nelle regioni in cui c’è più liberta». Cosa rispondere, allora, alla consultazione di Berna? «Chiederemo di considerare questa evoluzione favorevole della situazione epidemiologica e una differenza di realtà lungo il confine – aggiunge Gobbi -. La Lombardia ha un’evoluzione simile alla nostra, eppure lì si può andare a bere il caffè e a pranzare al ristorante». Stessa situazione, eppure maggiore libertà a pochi chilometri da noi. «Se le misure devono essere supportabili e sopportabili da parte del cittadino, in Ticino in questo momento abbiamo un problema».
Il Governo ticinese a inizio febbraio aveva chiesto a Berna di introdurre limitazioni alla frontiera per contenere la mobilità non essenziale da e per l’Italia, in particolare per fare la spesa o per andare al ristorante. «La nostra lettera è ancora senza risposta – conclude il presidente del Consiglio di Stato -. Ed è evidente che andare dall’altra parte del confine non può essere fatto senza le premunizioni necessarie. Inoltre, tenendo conto di quanto fanno i nostri vicini sui controlli del traffico di transito, segnaleremo all’autorità federale una necessità di intervento per allinearsi con i nostri colleghi austriaci».
 
Da www.tio.ch
 
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“Ci aspettavamo qualcosa in più”
Così il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi a margine delle decisioni del Consiglio federale. “Riapertura immediata ma graduale anche per i ristoranti”
Il Consiglio federale ha svelato le sue carte. Ora i Cantoni sono chiamati a dire la loro. Il Governo ticinese aveva già scritto negli scorsi giorni a Berna per chiedere di attuare degli allentamenti a causa della troppa stanchezza da parte della popolazione. Ad oggi, però, come ha spiegato il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ai colleghi di Teleticino il Ticino non ha ricevuto delle risposte completamente soddisfacenti. “È una risposta parziale, da un lato ai giovani viene dato un feedback positivo ma in generale ci aspettavamo di più soprattutto per la ristorazione”.
Per il presidente Norman Gobbi, bar e ristoranti andavano riaperti “in maniera graduale”. “Non avremmo mai salutato un’apertura senza condizioni. Già prima di Natale avevamo previsto una regolamentazione differenziata”, aggiunge. “Percepiamo la volontà della popolazione di avere un approccio differenziato, capiamo la voglia di tornare a lavorare degli esercenti così come la voglia della popolazione di tornare al ristorante a mangiare. La Pasqua sembra il nuovo termine temporale per la Confederazione, ma ci aspettavamo sicuramente che si facesse qualcosa di più prima”, ha sottolineato.Ora quindi, si attende la consultazione coi Cantoni e la prossima conferenza stampa in programma per mercoledì. “La maggioranza dei cantoni mi sembra di aver percepito che siano critici nei confronti di questo approccio sulle riaperture. Se i grandi cantoni esprimono un parere critico, si potrà avrà avere un’apertura più accelerata ma sempre graduale come prevedeva anche l’approccio ticinese”.
Da www.ticinonews.ch
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Riapriranno negozi, musei e zoo

Il Consiglio federale propone le prime riaperture dal 1° marzo, ristorazione esclusa – Decisione definitiva fra una settimana dopo consultazione

Negozi, musei e zoo potranno aprire i battenti a partire dal 1° marzo, ma non bar e ristoranti: è quanto discusso oggi, mercoledì, dal Consiglio federale, che in conferenza stampa ha esposto le riaperture messe in consultazione fra i cantoni. Una decisione definitiva su questa prima tappa degli allentamenti sarà presa la prossima settimana.
Contagi, ospedalizzazioni e decessi sono in calo, ma, ha avvertito Alain Berset, potrebbero tornare a crescere per effetto delle mutazioni diffuse sul territorio elvetico e “si è vuole evitare un effetto yo-yo, con riaperture seguite da nuove chiusure”. Si è deciso di autorizzare attività dove il rischio di infezione è minore, un “rischio calcolato” ha precisato il ministro dell’interno: nei commerci, nei musei, nelle sale di lettura delle biblioteche e nei giardini zoologici e botanici sarà dunque obbligatoria la mascherina e il numero di persone ammesse sarà limitato per garantire il rispetto delle distanze.
All’esterno sarà nuovamente possibile incontrarsi in gruppi fino a 15 persone. Le istallazioni sportive all’esterno, come campi da calcio, piste del ghiaccio e campi da tennis, saranno pure riaperte, ma per gruppi di cinque persone al massimo alla volta e anche in questo caso con la mascherina. Le competizioni fra adulti restano vietate, tranne quelle professionistiche come finora. E come finora, i giovani potranno approfittare di facilitazioni in ambito culturale e sportivo: l’età massima per usufruirne sarà portata da 16 a 18 anni.
“So che in molti si aspettavano di più e capiamo l’impazienza di commercianti, operatori culturali, sportivi e ristoratori”, ha detto il presidente della Confederazione Guy Parmelin, ma si è optato per un allentamento graduale per non “rendere vani i progressi fatti finora”. Togliere tutte le misure sin da subito “sarebbe stato irrealistico”.
Quello che non cambia: rimane in vigore l’obbligo di lavorare da casa dove possibile e soprattutto resteranno chiusi ristoranti e bar, dove i contatti sono più prolungati. Un ulteriore allentamento sarà poi possibile da aprile se la situazione epidemiologica lo permetterà e se la campagna di vaccinazione che – ha ammesso Berset – avanza più lentamente di quanto si vorrebbe. Si potrebbe allora pensare anche di permettere eventi sportivi o culturali con pubblico limitato e alle terrazze dei ristoranti. Il Consiglio federale non ha voluto stabilire automatismi, ma ha dato alcune indicazioni: ulteriori aperture dipenderanno da un tasso di positività al di sotto del 5%, meno del 25% dei posti in cure intense occupati da pazienti COVID-19 e un tasso di riproduzione inferiore a 1 sull’arco di una settimana. Inoltre, l’incidenza dei contagi su 14 giorni in base alla popolazione dovrà essere, il 24 marzo, inferiore a quella del 1° marzo.

https://www.rsi.ch/news/svizzera/Riapriranno-negozi-musei-e-zoo-13836991.html

Da www.rsi.ch/news

Sì all’iniziativa anti burqa: “Difendiamo le nostre libertà”

Sì all’iniziativa anti burqa: “Difendiamo le nostre libertà”

Votazione federale del 7 marzo
Presidente, si sta avvicinando la votazione del 7 marzo sull’iniziativa contro la dissimulazione del viso. Ma per ora in Ticino il dibattito langue… “È vero, la gente in queste settimane pensa ad altre cose. Ed è comprensibile che sia così. I problemi legati al coronavirus sono importanti e ci toccano tutti da vicino. Molta gente fa fatica. Alcuni settori economici, come quelli legati alla ristorazione o ai piccoli commerci, sono colpiti duramente. E c’è chi a fine mese – ma già anche all’inizio! – si trova confrontato con difficoltà evidenti”.
Però non possiamo nemmeno lasciar passare in sordina questo voto. “No, perché si tratta di un momento comunque importante della nostra democrazia e del nostro vivere civile. In Ticino per fortuna abbiamo già una legge che vieta di nascondere con indumenti o altro il proprio volto, a parte ovvie e ragionevoli eccezioni. Lo abbiamo deciso già 8 anni fa con la modifica della nostra costituzione cantonale. Anche allora erano in pochi che apertamente sostenevano questa modifica. La Lega invece era convinta della necessità di lanciare un forte segnale a difesa della nostra società contro il pericolo dell’islamizzazione. Ci seguì una forte maggioranza delle e dei ticinesi. Ben il 65,4%! Ora questa impostazione vuole essere traslata sul piano nazionale. Molto bene, dico io. Perché non si tratta di un messaggio di chiusura, come vorrebbero far credere gli oppositori dell’iniziativa. Tutt’altro. Si tratta di avere piena coscienza del funzionamento del nostro stato di diritto, della sua difesa a garanzia della democrazia, oggi e domani”.
Anche questa volta ci stanno mettendo in testa che chi vota sì all’iniziativa sta facendo qualcosa di sbagliato… “È l’esempio classico del “politicamente corretto”. Pur di non fare un presunto torto (tutto ancora da dimostrare se di torto si tratti) è meglio lasciar perdere e tollerare anche azioni che portano – potenzialmente – ad attacchi alla nostra stessa libertà e democrazia. Sappiamo che il niqab o il burqa non sono simboli religiosi. Per questo reputo incoerente sotto il profilo della libertà religiosa chi giustifica questi indumenti che cancellano completamente l’identità di una donna. Siamo chiamati il 7 marzo a dare ancora una volta un messaggio preventivo. E questo non va contro quei cittadini di fede musulmana che accettano – nel segno della convivenza – i nostri usi e costumi, dimostrando da questo lato una vera volontà di integrazione”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
Licenziato il messaggio che propone l’abbandono dell’aggregazione tra Bedano e Gravesano

Licenziato il messaggio che propone l’abbandono dell’aggregazione tra Bedano e Gravesano

Comunicato stampa

Nella sua seduta del 10 febbraio il Consiglio di Stato ha approvato il messaggio con cui propone l’abbandono del progetto di aggregazione tra i comuni di Bedano e di Gravesano, progetto che era stato respinto in votazione consultiva lo scorso 18 ottobre dalla popolazione di Gravesano.

Lo scorso 18 ottobre i cittadini di Bedano e Gravesano sono stati chiamati alle urne per esprimersi in votazione consultiva sul progetto di aggregazione tra i due comuni. L’aggregazione è stata accolta da una maggioranza molto ampia della cittadinanza di Bedano (80% dei votanti), mentre a Gravesano è stata respinta con una prevalenza di voti negativi pari al 55.54%.

Per entrambi i comuni l’aggregazione costituiva un’unione di opportunità e non di necessità; infatti, le due realtà comunali erano e rimangono autonome sia dal profilo finanziario che amministrativo nonché in grado di assolvere i propri compiti istituzionali. In quest’ottica il Governo propone quindi al Parlamento di decretare l’abbandono di questo progetto avviato nel novembre del 2018 con l’istanza aggregativa dei due municipi.

Il Consiglio di Stato ricorda che Bedano e Gravesano fanno parte dello scenario aggregativo “Malcantone Est” proposto dal Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), attualmente al vaglio del Gran Consiglio. Si tratta di uno scenario che prevede la creazione di un comprensorio composto da 11 comuni che si estende territorialmente da Torricella-Taverne lungo la valle del Vedeggio fino ad Agno e copre il retrostante territorio malcantonese. Nel corso dello sviluppo del progetto alcune voci contrarie all’aggregazione ritenevano che si sarebbe potuto procedere con l’unione di un maggior numero di enti locali nella regione. Un aspetto peraltro verificato dai promotori dell’aggregazione a due, ma che non aveva raccolto adesioni in quel momento. Se i comuni della zona lo riterranno, il discorso potrà essere rilanciato nel prossimo futuro.

Sulla proposta di abbandono del progetto aggregativo si esprimerà il Gran Consiglio.

Il Governo scrive a Berna: «La popolazione è stanca»

Il Governo scrive a Berna: «La popolazione è stanca»

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 11 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Con toni smorzati rispetto alla bozza il Consiglio di Stato ticinese ha inviato una lettera al Consiglio federale affinché tenga conto delle necessità e delle peculiarità regionali.
Nessuna richiesta esplicita di aperture.

Limata e alleggerita rispetto alla prima bozza che chiedeva esplicitamente delle riaperture, la lettera del Consiglio di Stato ticinese è partita ieri in serata. «È una prima entrata in materia di carattere generale in vista delle prossime decisioni del Consiglio federale», ha commentato il presidente Norman Gobbi. Nella missiva il Governo ticinese ha voluto mettere l’accento sulle differenze regionali. «Abbiamo chiesto alla Confederazione di considerare le peculiarità sanitarie del Ticino rispetto al resto della Svizzera, valutando quindi una strategia di uscita dal semiconfinamento». A puntellare le richieste del Governo ticinese ci sono i dati della cellula sanitaria cantonale discussi e aggiornati ieri durante l’incontro con l’Esecutivo. «Il numero dei contagi in Ticino si è stabilizzato a livelli bassi e questo ha ridotto sensibilmente la pressione sul sistema ospedaliero», ha aggiunto Gobbi. Le persone ricoverate in Ticino per coronavirus sono infatti meno di 100. E anche l’occupazione dei reparti di cure intense si attesta su livelli che, secondo il Governo, non destano preoccupazione. «In questa situazione, ha aggiunto il presidente del Governo, diventa difficile continuare a chiedere sforzi alla popolazione. Visto il perdurare da mesi delle limitazioni, iniziamo a percepire una certa stanchezza». Non bastasse, ha fatto notare Gobbi, «a sud delle Alpi c’è un grande squilibrio tra le norme vigenti in Ticino e quelle in Lombardia, dove la vita è tornata quasi alla normalità».

«Situazione sotto controllo»
Aspetti puntuali che il Governo ticinese ha voluto portare all’attenzione del Consiglio federale in vista delle sue decisioni del 17 febbraio. La strada indicata la settimana scorsa da Alain Berset e dal presidente della Confederazione Guy Parmelin è infatti nota e prevede con buona probabilità un sostanziale status quo sulle misure in atto, anche dopo il 28 febbraio. Una posizione per altro confermata anche venerdì durante i colloqui Von Wattenwyl con i partiti di Governo. E che segue le preoccupazioni espresse dalla task force nazionale COVID-19, secondo cui «la variante britannica si diffonde sempre di più». Tanto che secondo gli esperti federali le misure andrebbero «addirittura rafforzate». Un aspetto che allo stato attuale tuttavia non preoccupa il Consiglio di Stato ticinese. «Anche da noi si riscontra un aumento dei casi di mutazione, a fronte però di una sostanziale stabilità dei positivi. La situazione è sotto controllo», commenta ancora Norman Gobbi. «La fascia più a rischio della popolazione è stata vaccinata. E questo è un altro elemento importante da tenere in considerazione per un’analisi dei rischi. Finora abbiamo somministrato circa 30 mila dosi». Anche se a rilento, la campagna insomma procede.

Musica del futuro
In questa lettera, dunque, il Consiglio di Stato ha deciso di non formulare alcuna richiesta esplicita su riaperture e allentamenti, come invece prevedeva la bozza, discussa e rivista nella seduta di ieri. «Queste richieste saranno oggetto di valutazioni future, che seguiranno la settimana prossima nell’ambito delle consultazioni federali», ha spiegato il consigliere di Stato. «Per il momento ci limitiamo a chiedere che l’autorità federale valuti con attenzione la situazione dei giovani, prevedendo l’apertura delle pratiche sportive outdoor e indoor, nonché delle attività culturali e di tempo libero». Nessuna menzione per contro a bar, ristoranti, manifestazioni, assembramenti e incontri privati. Su questi punti – anticipati nella nostra edizione di ieri – il Governo si esprimerà solo quando verrà consultato formalmente. «Queste comunque sono le premesse su cui formuleremo il piano cantonale per un rientro verso la normalità», conclude Gobbi.

«Non facciamoci illusioni»
«Chiediamo chiarezza e un orizzonte temporale preciso», ha commentato dal canto suo il presidente di GastroTicino Massimo Suter che su un eventuale allentamento delle restrizioni non si fa tante illusioni: «Difficilmente Berna andrà in questa direzione». Secondo il presidente di GastroTicino è inoltre poco probabile che Berna conceda ai Cantoni la possibilità di introdurre soluzioni su scala regionale, sulla falsariga di quanto ventilato nella lettera del Consiglio di Stato. «Rischieremmo di trovarci nella situazione di novembre, con i cantoni romandi chiusi e quelli tedeschi aperti. Sarebbe una disparità di trattamento che non ha ragione di essere e che creerebbe ancora più malcontento di quanto già oggi non serpeggi nel settore ». L’apertura a marzo, secondo Suter, sarebbe comunque fondamentale: «È un mese strategico per la ristorazione ticinese. Sarebbe un ottimo inizio per riprenderci dalle sei settimane di shock. Ma come detto non illudiamoci troppo. Da Berna arriverà un altro niet e con questo dovremo fare».

Il Ticino scrive di nuovo a Berna: “C’è stanchezza”

Il Ticino scrive di nuovo a Berna: “C’è stanchezza”

Da www.ticinonews.ch

Il presidente del Governo Norman Gobbi: “È importante la prudenza, ma anche evitare situazioni di stop & go”

Il Consiglio di Stato ticinese ha scritto nuovamente a Berna, segnalando che la popolazione ticinese comincia a essere stanca delle restrizioni e ha chiesto una strategia di uscita dalla crisi. “Questa stanchezza si percepisce su più fronti”, spiega il presidente del Governo Norman Gobbi, intervenuto al Tg di Teleticino. “Nell’ambito del programma che metteranno in consultazione settimana prossima presso i Cantoni abbiamo chiesto all’autorità federale di considerare questa stanchezza. Il pensiero vai ai giovani, che hanno bisogno di valvole di sfogo (sport, tempo libero, cultura), ma anche a quelle attività che potranno essere riammesse visto che in Svizzera c’è un’evoluzione favorevole, anche se non in tutti i Cantoni. Per questo abbiamo chiesto di considerare anche l’aspetto regionale”.

Il paragone con l’Italia
Gobbi ha poi paragonato la situazione ticinese con quella della vicina Italia: “Lombardia e Piemonte hanno una situazione epidemiologica simile a quella del Ticino, ma godono di maggiore libertà, con bar, ristoranti e negozi aperti”, ha rimarcato Gobbi. “È la prima volta che si riscontra questa differenza a favore delle province italiane”.

Berna risponde o no?
Non è la prima volta che il Consiglio di Stato scrive a Berna. Ma l’autorità federale risponde agli appelli ticinesi o restano lettera morta? “Spesso si fa orecchie da mercante. Uno degli elementi evidenti è che ci sono barriere linguistiche e geografiche. Purtroppo abbiamo più relazioni a sud che a nord. Questo impone comunque di guardare una relazione e una situazione che deve essere confortata. Se i ticinesi hanno fatto bene dal punto di vista dei contagi, alla fine gli sforzi devono essere premiati”.

La preoccupazione delle varianti
Gli esperti della Confederazione sono prudenti e hanno messo in guardia sugli allentamenti. C’è infatti preoccupazione per le varianti. La scelta è politica di fronte a queste previsioni? Bisogna dare retta ai medici o rischiare? “È importante la prudenza” risponde il consigliere di Stato. “Non possiamo permetterci di richiudere dopo eventuali allentamenti. Quello che abbiamo segnalato anche alla Confederazione è che dobbiamo evitare una situazione di “stop & go”, che sono logoranti. Se le misure non sono più supportate e sopportate dalla popolazione diventa difficile applicarle”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/il-ticino-scrive-di-nuovo-a-berna-c-e-stanchezza-DY3809306