Il 2018 della Sezione reati contro il patrimonio.

Il 2018 della Sezione reati contro il patrimonio.

Comunicato stampa

I reati patrimoniali nel 2018 sono diminuiti del 5% passando dai 8’479 del 2017 ai 8’037 dello scorso anno. In leggera crescita i furti (esclusi quelli di veicoli) che hanno raggiunto quota 3’685 (+2%) e in particolare quelli con scasso (1’159, +4%), una novità, considerata la positiva tendenza in atto dal 2013. Nello specifico fronte dei furti con scasso nelle abitazioni, passati dai 598 del 2017,
minimo storico, ai 678 del 2018, va sottolineato come l’attività di due bande nel periodo aprile/maggio/giugno abbia causato un significativo aumento dei casi.
Grazie agli accertamenti e ai dispositivi messi in atto a seguito delle inchieste, il tutto è stato interrotto e arginato evitando un aumento ancora più importante.
Il 33% dei furti con scasso nelle abitazioni sono tuttavia solo tentati.

L’attività della Sezione Reati contro il patrimonio (RCP) della Polizia cantonale si è concentrata nel contrastare autori di furti con scasso. In questo specifico settore, vi è alla base l’analisi dei fenomeni secondo un approccio “predittivo” delle zone e dei momenti a rischio. Negli ultimi sei anni in Ticino si è assistito a un netto calo del fenomeno.

I furti nelle abitazioni rappresentano il fulcro dell’attività di contrasto vista l’assoluta importanza che riveste il domicilio privato e la sua inviolabilità. Tra le numerose inchieste si segnala quella relativa a una banda composta prevalentemente da cittadini albanesi attivi nella prima parte del 2018. Malviventi che, grazie a un complice residente in Ticino, hanno trovato un alloggio sicuro quale base operativa. Complessivamente sono stati chiariti 41 furti con scasso per un ammontare di circa 300’000 franchi. Sei invece le persone arrestate o colpite da mandato di cattura. Pur registrando una flessione, il fenomeno delle bande di scassinatori nomadi è sempre presente. In quest’ambito hanno pure agito, forzando o sottraendo casseforti dove presenti, spostandosi con motociclette di grossa cilindrata con applicate targhe false. Ai 21 autori identificati sono ascrivibili non meno di 75 furti per un ammontare di 450’000 franchi. È stata pure sgominata una banda di scassinatori rumeni, attiva in più paesi, specializzata in colpi ai danni di gioiellerie annesse a centri commerciali. La banda, formata di regola da 4/5 elementi, agiva in modo rapido e coordinato. In poco meno di tre minuti forzavano l’entrata principale e, armati di mazze, sfondavano le vetrine d’esposizione asportando i valori. Contro i sette malviventi identificati sono stati spiccati mandati di cattura internazionali. La refurtiva e i danni per le 4 gioiellerie colpite ammontano a oltre 400’000 franchi. Nei primi mesi dell’anno è stata portata a termine un’importante operazione congiunta tra Polizia cantonale, Carabinieri, Guardie di confine e Polizia comunale di Chiasso, con l’arresto in flagranza di 12 cittadini italiani per un tentato furto a danno di una società di portavalori di Chiasso. Per i 18 componenti della banda sono stati spiccati mandati di cattura internazionali alfine dell’estradizione. Diciassette di loro sono già stati estradati e 15 già giudicati. A fine novembre, una prima in Ticino, sono stati effettuati 2 furti con scasso mediante esplosivo ad altrettanti bancomat, a Coldrerio e ad Arzo. Un modus operandi conosciuto da diversi anni in Romandia e soprattutto in Italia dove gli autori di origine moldava impiegano gas acetilene, incolore ed estremamente infiammabile, procurando pure danni molto rilevanti alle strutture. Le sponde del Ceresio e del Verbano sono state interessate da una lunga serie di furti di motori fuoribordo, con un picco a fine estate, cessati solo con l’arresto di uno degli autori e l’identificazione di altri due componenti della banda, tutti cittadini ucraini. Si ritiene che gli oltre 80 motori sottratti siano stati rivenduti in Est Europa. Infine, una serie di furti e vandalismi di madonnine e altri simboli sacri ha toccato il Mendrisiotto. I tre giovani autori sono stati denunciati al Ministero pubblico.

Al capitolo furti di veicolo (776, di cui 601 biciclette), nel 2018 vi è stata una forte diminuzione pari al 25% rispetto al 2017. A queste cifre vanno tuttavia aggiunte le denunce di veicoli immatricolati in Ticino ma sottratti all’estero. I furti di autovetture, in particolare, sono stati 19 in Ticino, 83 in Italia e 10 in altri paesi europei. Le biciclette elettriche e di alta gamma, dato il loro prezzo elevato, sono divenute una refurtiva ambita. Sono stati identificati e denunciati per furto una decina di cittadini stranieri sia provenienti dall’estero sia residenti nel Locarnese, per un bottino complessivo di 460’000 franchi. L’ottantina di biciclette sottratte, una volta smontate, sono state spedite via posta e rivendute in Spagna.

In ambito di opere d’arte, le inchieste sono spesso legate a rogatorie internazionali. In parte riguardano beni culturali autentici, non di rado trafugati, in parte il mondo del falso. In un caso, nell’operazione di compra-vendita di un dipinto di ingente valore, autenticato in Ticino da parte di professionisti del settore, all’acquirente è stato consegnato un falso.

Le truffe di prossimità permangono un fenomeno importante e i fermi in questo settore sono facilitati dalla celere segnalazione della popolazione, favorita a sua volta da un’efficace sensibilizzazione tramite i media. Quelle compiute a danno di anziani hanno fatto registrare ancora alcune vittime. Le strategie attuate dalle organizzazioni che delinquono in questo settore si modificano negli anni quale risposta all’azione di contrasto delle autorità. L’utilizzo di taxi, italiani o svizzeri, per la consegna del denaro alfine di evitare l’invio di un complice è stata ostacolata grazie a controlli e a un’informazione mirata ai tassisti. Agli anziani si proponeva di recarsi in Italia e più precisamente nella zona di Como per procedere con la consegna dei soldi. Solo in 3 occasioni le vittime hanno consegnato del denaro, per un ammontare di 118’000 franchi a fronte di 210 tentativi accertati (chiamate telefoniche). In 8 occasioni è stata sventata la truffa poco prima della consegna di valori, per un totale di quasi 500’000 franchi, e con l’arresto di due autori.

Il fenomeno del rip-deal, che può anche sfociare in furto o rapina, si è ripresentato con una certa frequenza alle nostre latitudini. Si segnalano i primi casi di frode effettuati utilizzando quale metodo di pagamento una cripto-valuta. Gli episodi denunciati, tra consumati e tentati, sono stati 16, per un bottino totale di 470’000 franchi. Quelli sventati in Ticino e nel resto della Svizzera hanno permesso di recuperare oltre 500’000 franchi. Sono stati effettuati 8 arresti.

Sul fronte della clonazione di carte di credito (skimming) si registra un’attenuazione del fenomeno. Non sono comunque mancati i fermi, in particolare l’arresto sulla fascia di confine di un cittadino rumeno nella cui vettura è stata trovata l’attrezzatura necessaria per compiere il reato, oltre a un documento contenente i dati di numerose vittime residenti all’estero.

‘Sicuri, come in un cantone rurale’

‘Sicuri, come in un cantone rurale’

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 26 marzo 2019 de La Regione

In Ticino anche nel 2018 diminuiti i reati ai sensi del Codice penale.
Legge stranieri: infrazioni giù
Polcantonale, il bilancio 2018. Lieve aumento dei furti con scasso: ‘Ma il trend rimane al ribasso’.

Rispetto a otto, nove anni fa «il Ticino è senz’altro più sicuro e quindi, speriamo, più accogliente». Pur essendo un cantone «fortemente urbanizzato e di confine, attraversato da un importante e trafficato asse di collegamento nord-sud», pur essendo a pochi chilometri «da una delle maggiori aree metropolitane d’Europa (Milano, ndr)», il tasso di reati in Ticino «è oggi paragonabile a quello dei cantoni rurali della Svizzera centrale». Parliamo insomma di numeri piuttosto bassi. Questo però «non è frutto del caso: è il risultato di una serie di misure organizzative e operative attuate in questi anni dal Comando della Polizia cantonale e di strategie politiche decise dal Dipartimento con l’avallo del Consiglio di Stato e del Gran Consiglio». Un Ticino sicuro. Anzi, sempre più sicuro, per dirla con il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi. Anche lo scorso anno sono diminuiti – meno 4 per cento – i reati ai sensi del Codice penale constatati dalla Polcantonale: si conferma così una tendenza in atto dal 2013. In calo rispetto al 2017 anche le violazioni della Legge federale sugli stupefacenti: meno 9 per cento, con la maggior parte delle infrazioni per possesso e consumo di canapa. E in calo pure le violazioni (entrate illegali, attività lavorative senza autorizzazione…) della legge, anch’essa federale, sugli stranieri: la riduzione è addirittura del 17 per cento. Sono alcuni dei dati salienti del bilancio 2018 della Polizia cantonale, illustrati e commentati ieri dal comandante Matteo Cocchi, dal collaboratore scientifico Paolo Bernasconi e dal consigliere di Stato Gobbi, incontrando i media alla Cecal, la Centrale comune d’allarme di recente inaugurazione, realizzata per migliorare coordinamento e tempestività degli interventi d’urgenza. Con riferimento ai reati contemplati dal Codice penale, quelli contro la vita e l’integrità della persona sono scesi in Ticino del 4 per cento. Del 5 i reati contro il patrimonio. Sul fronte delle rapine, sono «praticamente scomparse» quelle commesse a danno dei chioschi annessi ai distributori di benzina, con un numero di colpi nel 2018 «fra i più bassi degli ultimi dieci, quindici anni», ha osservato Bernasconi, responsabile della statistica criminale. Se in generale vi è stata un’ulteriore diminuzione degli illeciti rilevati dalle forze dell’ordine, qualche tipologia di reato ha presentato il segno più. L’anno scorso i furti con scasso sono lievitati del 4 per cento: 1’159, mentre nel 2017 sono stati 1’112. Il dato comunque non incide su un trend che da sei anni vede calare globalmente e in maniera significativa anche questo genere di furti, ha commentato il collaboratore scientifico della Polizia cantonale. Sono aumentate, rispetto al 2017, anche le truffe, in linea con la situazione a livello nazionale (vedi articolo a lato). Per quanto riguarda le vittime, il grosso dei raggiri ha preso di mira gli anziani: «Molte però sono state le truffe tentate». E sono state sventate grazie anche alle campagne di sensibilizzazione e quindi di prevenzione promosse dalla Cantonale, che hanno portato diverse persone a segnalare prontamente alla polizia i tentativi di raggiro dei quali sono state bersaglio. A proposito delle modalità, un buon numero di truffe è stato commesso ricorrendo «all’informatica». Per quel che attiene al controllo della manodopera estera, sono stati denunciati, ha indicato il comandante Cocchi, quarantadue datori di lavoro: il 16 per cento in più per rapporto al 2017. Nei prossimi giorni, con i bilanci dettagliati che verranno forniti dalla Polcantonale, si sapranno i motivi degli esposti: lavoro nero, mancanza dei necessari permessi, usura… Da evidenziare poi la riduzione, pari al 7,7 per cento, del numero di arresti: 857 quelli eseguiti nel2018. E del numero di incidenti della circolazione (3’752 quelli constatati l’anno passato dalla Cantonale): meno 3 per cento. I numeri lo attestano: il grado di sicurezza, oggettiva, cresce in Ticino. «Ma ovviamente non ci si ferma», ha puntualizzato Gobbi. Si investirà maggiormente sulla specializzazione degli agenti e si continuerà a puntare sulla collaborazione con le forze dell’ordine di altri cantoni e di altri Paesi, ha aggiunto Cocchi. Così come con le polizie comunali: una cooperazione con i corpi locali, dediti in particolare alla sicurezza di prossimità, che il progetto ‘Polizia ticinese’ si prefigge, ha ricordato Gobbi, di migliorare ulteriormente, «specificando i ruoli».

 

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 26 marzo 2019 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11580997

Indebitato e in assistenza, via il permesso

Indebitato e in assistenza, via il permesso

Da www.ticinonews.ch

Il Tribunale federale ha confermato la revoca dell’autorizzazione di soggiorno di un cittadino italiano

Negli scorsi giorni il Tribunale federale (TF) aveva annullato la revoca dei permessi di soggiorni di una famiglia francese che versava in una situazione finanziaria disastrosa in quanto tutelata dall’accordo della libera circolazione delle persone (ALC).

In quel caso il padre aveva accumulato precetti esecutivi per un totale di 1,2 milioni di franchi e attestati di carenza di beni per quasi mezzo milione ma per i supremi giudici losannesi non era abbastanza per giustificare la revoca dei permessi di domicilio e dimora di cui beneficia la famiglia. Citando l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, il TH aveva rammentato che il diritto di rimanere in Svizzera accordato ai cittadini dell’Unione europea può essere limitato soltanto per motivi di ordine, sicurezza e sanità pubblici che vanno interpretati in modo restrittivo.

Altrettanto fortunato, però, non è stato un cittadino italiano domiciliato in Ticino e a carico dell’assistenza pubblica per più di 170’000 franchi. Il 1° dicembre 2004 l’uomo era stato posto a beneficio di un permesso di dimora per svolgere un’attività lucrativa indipendente (gerente di un’edicola) e 5 anni dopo aveva ottenuto un permesso di domicilio. Il 12 dicembre 2014, la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni lo aveva formalmente ammonito siccome dal maggio 2012 dipendeva dall’aiuto sociale e dall’aprile 2012 l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento (USSI) anticipava gli alimenti ai figli, avuti dalla sua ex moglie.

Constatato che era ancora a carico dell’assistenza pubblica, il 12 giugno 2015 la Sezione della popolazione gli aveva revocato il permesso di domicilio di cui disponeva assegnandogli un termine per partire. Tale decisione era stata confermata su ricorso sia dal Consiglio di Stato (4 maggio 2016) che dal Tribunale amministrativo ticinesi (5 marzo 2018). L’uomo si era quindi rivolto al Tribunale federale domandando l’annullamento della revoca del suo permesso di domicilio, lamentando un contrasto con l’ALC.

Il TF ha però ritenuto che il richiamo all’ALC da parte del ricorrente non è lecito in quanto egli ha perso lo statuto di lavoratore autonomo senza più riacquistarlo e, non avendo maturato il diritto alla pensione e non essendo stato colpito da inabilità permanente al lavoro, non può invocare il diritto di rimanere in Svizzera sancito dall’ALC stesso. I giudici hanno infatti concluso che l’uomo non ha mai iniziato un’attività lavorativa pur avendo sottoscritto, nel novembre 2016, un nuovo contratto di locazione per un’edicola.

La sua dipendenza dall’assistenza è stata infine ritenuta “considerevole” mentre la sua permanenza in Svizzera è stata “caratterizzata da anni di inattività così come da una lunga dipendenza dall’aiuto sociale e dall’accumulo di debiti rispettivamente di 61 attestati di carenza beni, quindi da un’integrazione che è tutt’altro che esemplare e riuscita”.

 

Donne, ciascuno faccia la propria parte

Donne, ciascuno faccia la propria parte

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 23 marzo 2019 de La Regione

Avrei auspicato da parte di tutti indistintamente durante la campagna elettorale una maggiore tematizzazione sull’argomento della partecipazione attiva della donna alla vita politica, fruttando al meglio e in modo più convincente il volano costituito dalla ricorrenza dei 50 anni dall’introduzione del suffragio femminile in Ticino. È vero che se ne sta parlando – e bene fanno le Associazioni di categoria che cercano di attirare l’attenzione – ma confidavo potesse esserci un maggior coinvolgimento e adesione su questo importante tema. Non si tratta di essere a favore delle quote rosa, ma di perseguire la convinzione che la nostra società necessita della valorizzazione della donna e delle sue capacità di apportare valore aggiunto. L’ambito politico diventa un plus inte- ressante, come lo è per l’uomo. Ma un più incisivo passo avanti è quello di creare maggiori opportunità nel mondo del lavoro inserendo le donne in funzioni che aprano loro la possibilità di carriera. Oggi, uomini e donne accedono alla formazione nelle stesse modalità e con la stessa parità e le nostre Scuole ci forniscono giovani ben preparate, da cui il mondo del lavoro può attingere e avvalersi a piene mani. Nella costellazione attuale è evidente che la valorizzazione del ruolo della donna deve essere da un lato assunto dalle donne stesse, ma dall’altro anche da coloro – uomini – che rivestono compiti importanti nelle aziende, quasi come una sponsorizzazione. E noi politici? Possiamo e dobbiamo fare la nostra parte. Non per decisione preconcetta, come se ci si adeguasse ciecamente o per una questione di quote, ma per la convinzione che una donna crea un valore aggiunto, una sorta di evoluzione all’interno di un gruppo, anche in ruoli di leader. Personalmente lo costato quotidianamente nel mio Dipartimento. Ed esperienze interessanti sono emerse nel corso di un simposio che ho organizzato proprio sulla “Leadership al femminile”, tenutosi il 13 marzo scorso a Lugano. Ascoltare la comandante della Polizia cantonale di Ginevra, signora Monica Bonfanti, ha permesso una reale osservazione delle competenze distintive. Ma è solo un esempio e ciò che si è sentito quella sera ha messo in luce l’importanza e l’efficacia del lavoro svolto dalle donne a livello dirigenziale, sia all’interno delle istituzioni che nell’economia privata. Sono fiducioso che tutto quanto presentato a Lugano possa aver contribuito a rafforzare la consapevolezza personale sul proprio potenziale alle quasi 200 persone (in gran parte donne) che hanno partecipato. Proprio mercoledì 20 marzo il Governo ha accolto le proposte del mio Dipartimento sulle nomine del nuovo Caposezione della Sezione della Popolazione e del suo aggiunto. Saranno entrambe donne che con le loro competenze, sono convinto, porteranno un grosso contributo nella conduzione di una Sezione di 140 collaboratori, che gestisce e amministra una notevole mole di lavoro in un settore, come quello dello stato civile e dei permessi per gli stranieri, decisamente sensibile. Così il Dipartimento delle istituzioni potrà vantare di non essersi fermato a un’unica donna alla guida di una Divisione (quella della Giustizia), ma di averne scelte due, una alla testa della Sezione e una quale sua vice. In futuro non so che cosa potrà avvenire nel mio Dipartimento. Di sicuro, se sarò riconfermato, posso già sin d’ora dare visibilità che la mia politica sul tema non cambierà: il mercato del lavoro, compresa la stessa amministrazione cantonale, annovera profili di donne lavoratrici interessanti e voglio rafforzare la mia convinzione che il successo organizzativo e quindi quello di una squadra vincente rimarrà quella che un capo avveduto non deve lasciarsi sfuggire la persona giusta per il posto giusto.

In assistenza e con precedenti: non può tornare in Ticino

In assistenza e con precedenti: non può tornare in Ticino

Da www.ticinonews.ch

Dopo la revoca del permesso a causa dei suoi guai con la giustizia, un cittadino italiano ha provato a chiederne uno nuovo. Invano: il TF gli ha dato torto

Nulla da fare per un cittadino italiano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni del Canton Ticino aveva revocato il permesso di dimora nel settembre del 2015 a causa delle due condanne penali a suo carico e della sua dipendenza dalla pubblica assistenza (vedi articolo suggerito).

La decisione, ricordiamo, era stata presa in seguito alla condanna emessa nel 2012 dal Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona per complicità in truffa, denuncia mendace, ripetuto riciclaggio di denaro e istigazione a riciclaggio di denaro (pena detentiva di 2 anni sospesa con la condizionale più la confisca di 20’000 franchi e un risarcimento a favore della Confederazione di 10’000 franchi), a un’altra condanna emessa sempre nel 2012 dal Procuratore pubblico del Canton Ticino per denuncia mendace (pena pecuniaria di 20 aliquote, sospesa condizionalmente, più una multa) e al fatto che dal 2006 al 2015 l’uomo sia stato a carico dell’assistenza pubblica, accumulando un debito nei confronti dello Stato di quasi 190’000 franchi.

Dopo che l’11 gennaio 2016 il Tribunale federale (TF) aveva già respinto un suo ricorso contro la revoca del suo permesso, lo scorso 8 marzo i supremi giudici losannesi hanno respinto un altro gravame, presentato contro la decisione del 30 giugno 2016 della Sezione della popolazione – fondatasi sul preavviso negativo del Medico cantonale e confermata sia dal Consiglio di Stato che dal Tribunale amministrativo cantonale (TRAM) – di rilasciargli un nuovo permesso di dimora per motivi di cura.

Il TF ha rilevato che le patologie di cui soffriva l’interessato (problemi cardiaci, depressione) potevano senz’altro essere curate in Italia rispettivamente che egli poteva nell’ambito di soggiorni turistici continuare il suo percorso terapeutico nel nostro Paese e fare capo ai suoi medici curanti attuali. “L’Accordo sulla libera circolazione – ha concluso la Corte, dando ragione al TRAM – non trova applicazione nella fattispecie, non potendo il ricorrente richiamarvisi né come lavoratore, né per cercare un impiego, né quale persona che non svolgeva nessuna attività economica né perché avrebbe maturato un diritto alla pensione”. Il ricorrente dovrà infine farsi carico di 500 franchi di spese giudiziarie.

Bilancio intermedio del progetto «Via libera»

Bilancio intermedio del progetto «Via libera»

Comunicato stampa

A quasi un anno dall’entrata in funzione del progetto «Via libera», attuato con l’intento di ridurre i tempi di intervento delle forze dell’ordine in caso di incidenti e panne sulla rete autostradale cantonale, è stato presentato un primo bilancio dal Consigliere di Stato Norman Gobbi, accompagnato dal Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e dal Vicedirettore dell’Ufficio federale delle strade Guido Biaggio. Tra gli effetti positivi riscontrati figurano la riduzione dei disagi al traffico in caso di incidenti o di veicoli in panne nonché un maggior rispetto delle regole della circolazione e dei limiti di velocità grazie alla presenza delle pattuglie.

Dal 2011 al 2017 l’autostrada A2 è stata teatro di una media di circa 150 incidenti all’anno sulla tratta a sud di Rivera: un dato significativo, specialmente in ragione del fatto che una collisione nelle ore di punta provoca spesso il collasso della mobilità in ampie zone del Cantone. Per questo motivo dal 1. maggio 2018 Cantone e Confederazione hanno dato avvio al progetto denominato «Via libera». Dopo undici mesi dall’attuazione del dispositivo, che mira a ridurre i tempi di intervento degli enti di primo soccorso in caso di incidente e di panne sulla tratta a sud del Monte Ceneri, gli enti coinvolti hanno espresso soddisfazione per i primi risultati raggiunti. In particolare il vicedirettore dell’USTRA Guido Biaggio ha indicato che «si intravvedono già alcuni elementi positivi tra cui la riduzione dei disagi al traffico in caso di incidente o di veicoli in panne, il rispetto delle regole della circolazione e dei limiti di velocità grazie alla presenza delle due pattuglie della Polizia cantonale».

Dal canto suo il Direttore del DI Norman Gobbi ha ricordato che «si tratta di un contributo per rendere più sopportabili i problemi del traffico nel nostro Cantone. Un tassello che insieme ad altre misure come le nuove convenzioni per il soccorso stradale e alle campagne di prevenzione contribuisce a migliorare la sicurezza stradale». Il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi ha infine rimarcato come «la presenza delle pattuglie e il coordinamento con gli altri partner coinvolti, insieme all’attuazione di misure tempestive hanno contribuito a migliorare la situazione».

È stato infine ricordato che il bilancio definitivo del progetto «Via libera» verrà stilato al termine del progetto pilota (maggio 2021) sulla base di valutazioni più approfondite e potrebbe essere esteso anche ad altri tratti autostradali di tutta la Confederazione.

Importanti nomine nell’Amministrazione cantonale

Importanti nomine nell’Amministrazione cantonale

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha proceduto ad alcune importanti nomine nell’Amministrazione cantonale. L’attuale capo della Sezione della popolazione (SP) del Dipartimento delle istituzioni, Thomas Ferrari, diventerà dal 1. luglio capo Area della Polizia giudiziaria. Il Governo ha quindi scelto Silvia Gada quale nuovo capo della SP, nominando Dunja Valsesia nel ruolo di aggiunto. In sostuzione di Silvia Gada, Roberto Valaperta è stato nominato capo della Sezione della formazione industriale, agraria, artigianale e artistica della Divisione della formazione professionale del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.
Il nuovo capo della Polizia giudiziaria Thomas Ferrari, classe 1977, si è laureato in giurisprudenza all’Università di Zurigo, ottenendo sempre a Zurigo il brevetto di avvocato nel 2004. Tra il 2005 ed il 2016 ha poi maturato un’importante esperienza nel settore bancario. Negli ultimi 3 anni ha coordinato la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione. Esperienze che costituiranno un valore aggiunto nel suo nuovo ruolo, in particolare nell’ambito della lotta alla media e grande criminalità anche nei reati economico-finanziari, sfida sulla quale Dipartimento delle istituzioni, Polizia e Magistratura intendono sempre più concentrare le proprie forze.
Per sostituire Thomas Ferrari alla testa della Sezione della Popolazione, a partire dal 1. luglio, il Consiglio di Stato ha scelto Silvia Gada. La nuova responsabile ha ottenuto il Master professionale in gestione della formazione per dirigente di istituzioni formative dell’Università della Svizzera italiana. Dal 2005 è capo della Sezione della formazione industriale, agraria, artigianale e artistica sotto la Divisione della Formazione professionale del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, e fa parte di numerose Commissioni federali nell’ambito della formazione. Grazie a questa sua esperienza e alla profonda conoscenza del mondo economico, professionale e dei Comuni la Sezione della popolazione potrà ancor meglio interagire con le aziende e gli enti locali. Per sostituire Silvia Gada, il Consiglio di Stato ha scelto Roberto Valaperta, attuale direttore del Centro professionale tecnico di Lugano-Trevano.
Il Consiglio di Stato ha inoltre recentemente riconosciuto la necessità di dotare la Sezione della popolazione – che comprende l’Ufficio dello stato civile e l’Ufficio della migrazione ed occupa oltre 140 collaboratori – di un aggiunto al caposezione. Per svolgere questa funzione è stata scelta l’avv. Dunja Valsesia, attualmente collaboratrice scientifica presso il Settore giuridico dell’Ufficio della migrazione. Diplomata in giurisprudenza all’Università di Zurigo, ha ottenuto il brevetto di avvocato nel 2010 e ha lavorato per l’ufficio giuridico della Polizia cantonale dal 2014 al 2018, prima di passare all’Ufficio della migrazione.
Il Consiglio di Stato formula i migliori auguri ai neo nominati ed esprime i ringraziamenti più sentiti al tenente colonnello Flavio Varini, che passerà al beneficio della pensione il prossimo 1. luglio. Assunto in Polizia cantonale il 1. marzo 1987, ha ricoperto per alcuni anni la funzione di ingegnere capo Servizio prima di essere nominato ufficiale, con la funzione di responsabile dei Servizi tecnici e logistici del corpo. Dal maggio 1993 ha poi assunto la funzione di Delegato di Polizia a Locarno e successivamente anche a Bellinzona, e dall’ottobre 2001 ha diretto la Polizia giudiziaria, ottenendo nel 2012 la promozione al grado di Tenente colonnello.

Un libro per i 50 anni del Carcere della Stampa

Un libro per i 50 anni del Carcere della Stampa

Un libro di 100 pagine per ricordare un giubileo importante, ovvero i 50 anni del carcere della Stampa, che venne inaugurato l’8 agosto 1968. È quanto ha prodotto il Dipartimento delle istituzioni, attraverso il lavoro di Gabriele Botti, membro dello staff del Servizio di comunicazione del Consigliere di Stato Norman Gobbi. Un volume snello, di facile lettura e ricco di riferimenti storici, statistici e giornalistici, che racconta non solo le vicende legate al carcere della Stampa, ma anche il percorso compiuto dalle prigioni ticinesi a partire dall’epoca prebalivale fino a giorni nostri.

Il libro intitolato “#50, il mezzo secolo del Carcere della Stampa” – e stampato proprio dalla tipografia del penitenziario cantonale – è suddiviso in tre parti: la prima è prettamente storica (prende spunto dal volume “Carcere, carcerieri e carcerati” di Sergio Jacomella), la seconda fotografica e la terza di taglio giornalistico, con cinque interviste a cinque personalità che, ricoprendo ognuna uno specifico ruolo, ruotano attorno all’universo carcerario: il Direttore delle Strutture carcerarie cantonali, Stefano Laffranchini (“La Stampa oggi”); la Direttrice della Divisione giustizia, Frida Andreotti (“La Stampa domani”); la Responsabile dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, Luisella Demartini (“Lavorare in carcere”); il Presidente dell’Ufficio del giudici dei provvedimenti coercitivi, Maurizio Albisetti Bernasconi (“Un carcere più aperto?”); il capo d’arte François Orchide (“La mia esperienza”). Il libro è introdotto dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

Cenni storici
Il carcere della Stampa fu inaugurato l’8 agosto 1968 e tutto – si evince dai resoconti di allora – si svolse “nell’ordine e nella disciplina”. Il penitenziario, in ossequio ai dettami del Codice penale, fu suddiviso in quattro padiglioni indipendenti: la prima sezione (carcere giudiziario) disponeva di 48 posti; la seconda (primari) di 30; la terza (recidivi) di 51; la quarta (carcere femminile) di 18. Il primo direttore fu Annibale Rabaglio, che subentrò al dimissionario Piero Poretti. Nel suo mezzo secolo di storia, il penitenziario della Stampa ha avuto sei direttori: Annibale Rabaglio (1968-1983), Giacomo Morellini (1983-1984), Alex Pedrazzini (1984-1987), Armando Ardia (1987-2008), Fabrizio Comandini (2008-2014), Marco Zambetti (2014, ad interim) e Stefano Laffranchini (2014-?). Il credito votato dal Gran Consiglio con Decreti legislativi del 10 settembre 1963 e del 14 aprile 1964 fu di 7 milioni (6,65 per la costruzione, il resto per il terreno); l’opera fu sussidiata dalla Confederazione nella misura di oltre 3 milioni. Pur andando a colmare una evidente lacuna, il carcere non dipanò le nebbie del passato: emersero infatti quasi subito quelli che sarebbero stati i problemi che lo avrebbero accompagnato anche successivamente: l’aumento della popolazione carceraria e la conseguente inadeguatezza degli spazi. Problemi che si devono affrontare ancora oggi, così come è emerso giusto una settimana fa durante la conferenza stampa dedicata al bilancio 2018 delle Strutture carcerarie cantonali. Non è quindi un caso se di nuove strutture carcerarie si parlò già una trentina d’anni fa, quando la Stampa era poco più che maggiorenne. Anzi, a ben guardare è appunto un tema di cui si discute praticamente da sempre e sul quale si dibatte tuttora. Il futuro? Una “nuova Stampa” appare ormai una logica soluzione. Sul dove e sul quando si sta discutendo.

Problemi e contromisure
Scrive il Direttore del DI, Norman Gobbi, nell’introduzione: “In un’assolata giornata di agosto di cinquant’anni fa, così raccontano le cronache giornalistiche di allora, veniva inaugurato il Penitenziario cantonale della Stampa a Cadro. Il primo direttore, Annibale Rabaglio, si trovò a gestire una struttura moderna, attesa da tempo immemore e per molti versi all’avanguardia. Un carcere che nulla aveva a che fare con quanto esisteva prima: il nostro Cantone compì quel giorno un passo avanti nella civiltà. I suoi punti deboli emersero però ben presto e negli ultimi anni le riflessioni sul suo futuro si sono intensificate: da un lato, si intende correggerne i limiti imputabili all’età, dall’altro si cercherà di fornire una risposta almeno parziale al cronico problema della mancanza di spazi e della conseguente sovraoccupazione. Preoccupazioni che il Dipartimento delle istituzioni ha affrontato e affronta attraverso concrete proposte e puntuali soluzioni. Oltre alla sovraoccupazione, altri temi si sono presentati regolarmente nel corso dell’articolata storia delle carceri ticinesi: alludo, ad esempio, all’urgenza di mantenere il giusto equilibrio tra sicurezza, espiazione della pena e reinserimento sociale, così come alle restrizioni derivate da un contesto economico che spesso ha condizionato, se non addirittura compromesso, il cambiamento. Anche la prospettata ristrutturazione del Penitenziario della Stampa non sfugge all’obbligo di ponderare con la massima attenzione ogni investimento. L’ipotesi di un nuovo carcere è stata congelata, ma non accantonata: l’idea resta d’attualità, anche se non sarà per domani. La Stampa ha quindi tagliato un significativo traguardo e lo ha fatto potendo contare sull’apporto di un personale motivato, preparato e competente, che dimostra ogni giorno uno spiccato e costruttivo spirito di appartenenza. A tutti i collaboratori vada il mio sincero ringraziamento”.

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