Settore dei registri: una struttura adeguata alle necessità

Settore dei registri: una struttura adeguata alle necessità

Portata a termine un’altra importante riorganizzazione

La capacità di rinnovarsi e innovarsi è fondamentale per un Dipartimento che auspico reattivo e sempre vicino ai bisogni della popolazione. L’Amministrazione cantonale deve facilitare la vita ai cittadini, riducendo la burocrazia e i tempi di risposta.
Per questo motivo, negli anni ho concordato con i miei funzionari dirigenti l’avvio di numerose riorganizzazioni interne per snellire i processi lavorativi con l’introduzione di moderni strumenti di lavoro. Si tratta di individuare delle soluzioni attuabili in tempi ragionevoli, con modalità semplici e, se possibile, mettendo in pratica le misure di risparmio previste dal Governo.
L’introduzione di un numero maggiore di servizi online e il ricorso alle nuove tecnologie informatiche, che consentono la crescita della produttività attraverso l’automatizzazione, hanno permesso lo spostamento di alcuni collaboratori in settori in cui la criticità è più elevata. Questo significa che il numero di dipendenti non è diminuito, ma che è stato trovato loro un impiego più funzionale.
Nelle ultime settimane, con la concretizzazione della nuova struttura, è stata portata a compimento la riorganizzazione del settore dei registri della Divisione della giustizia. Sono particolarmente soddisfatto della nascita della Sezione dei registri, che sarà gerarchicamente subordinata alla Divisione della giustizia diretta dall’avvocato Frida Andreotti.
Una Sezione che esisteva già in passato e che è stato deciso di riproporre anche per uniformare la gestione delle prassi e limitare il potere d’apprezzamento dei vari Uffici. A richieste simili devono corrispondere risposte univoche a cittadini e professionisti del settore.
Ricordo che la Divisione incorpora, oltre alla Sezione dei registri, il settore esecutivo e fallimentare e il settore dell’esecuzione delle pene e delle misure. Inoltre, questa Divisione riveste anche l’importante ruolo di contatto tra il Potere esecutivo e la Magistratura.

La nuova organizzazione del settore dei registri
Alla nuova Sezione dei registri, che entrerà in funzione dal 1° dicembre 2018 e che conta una cinquantina di collaboratori, competerà la direzione dello specifico settore, composto dagli Uffici del registro fondiario distrettuali, dall’Ufficio del registro di commercio, dall’Ufficio del registro fondiario federale e dalla nuova Autorità cantonale unica di I. istanza in materia della Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero (LAFE).
La direzione è stata affidata all’avvocato Simone Albisetti, mentre l’avvocato Andrea Carri assumerà la presidenza della LAFE. Due nomine decise dal Governo questa settimana. L’avvocato Claudia Adami e l’avvocato Elisa Quadri Parravicini dirigeranno gli Uffici distrettuali del Sopraceneri rispettivamente del Sottoceneri. L’avvocato Andrea Porrini e il Signor Valerio Salvi sono stati confermati alla guida dell’Ufficio del registro di commercio e dell’Ufficio del registro fondiario federale.

Mi complimento con le persone che sono state nominate in settimana dal Consiglio di Stato e con tutti i funzionari dirigenti che compongono la nuova Sezione. Un ringraziamento particolare va pure alle collaboratrici e ai collaboratori del settore dei registri che hanno partecipato attivamente a un processo sicuramente non semplice. Quelli che abbiamo compiuto rappresentano ulteriori passi concreti che vanno nella direzione auspicata e che, una volta di più, confermano con i fatti la volontà di attuare in tempi ragionevolmente brevi progetti di riorganizzazione che – come ho detto in apertura – ritengo prioritari.

«Ottenere la cittadinanza è un privilegio, occorre meritarlo»

«Ottenere la cittadinanza è un privilegio, occorre meritarlo»

Intervista all’interno dell’edizione di sabato 13 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

La nuova legge sulla cittadinanza ha introdotto paletti più stretti per ottenere il passaporto. Al leghista chiediamo se ritiene per caso che in precedenza diventare rossocrociati era fin troppo facile?
«Vediamola sotto un’altra prospettiva: ottenere la cittadinanza svizzera è un privilegio, non si tratta di un diritto acquisito e deve essere concesso solo alle persone davvero motivate e idonee. Per questo motivo quando il Ticino si è adeguato alla normativa federale abbiamo deciso di fare chiarezza sui criteri che portavano all’ottenimento del passaporto rossocrociato. Ovviamente da leghista ho accolto positivamente alcune proposte. Ad esempio il fatto che ora il richiedente deve fare suoi alcuni principi culturali imprescindibili come il rispetto dell’uguaglianza tra donna e uomo; d’altra parte coloro che non sono disposti ad abbracciare le basi della nostra cultura difficilmente riusciranno a integrarsi veramente».

I dati lo dimostrano: dal 1. gennaio si assiste a una frenata delle richieste. Questo è l’obiettivo o si puntava ad altri scopi?
«Non è tra i compiti dello Stato incentivare le persone a ottenere la cittadinanza svizzera. I Cantoni e i Comuni nei gruppi di lavoro federali hanno sempre avuto le idee in chiaro al riguardo, per questo motivo nella fase di definizione delle nuove norme legislative è stato deciso di comune accordo di non promuovere un’informazione a tappeto spingendo a una corsa per ottenere la cittadinanza elvetica sotto l’egida delle precedenti disposizioni. Sicuramente la definizione di criteri più delineati esclude molti più candidati che invece in passato erano ritenuti idonei. Tra questi figura una delle questioni che mi stava particolarmente a cuore e che abbiamo voluto inserire nel progetto ovvero l’indipendenza economica; in quest’ottica sono evidentemente escluse dalle naturalizzazioni le persone che intendono vivere in assistenza, a carico dello Stato e quindi di tutti i ticinesi».

Come risponde invece alle voci critiche che, soprattutto dalla sinistra, lamentano procedure troppo restrittive?
«Rispondo ricordando i principi del processo democratico che hanno portato all’approvazione del progetto di legge così come in vigore attualmente: a livello federale è stata votata dal Parlamento la modifica legislativa. In seguito è stato il Cantone a dover far propri i principi federali nella propria legge sulla cittadinanza. In Ticino la proposta è stata anche oggetto di una consultazione alle cerchie interessate. È stata quindi data la possibilità a tutti gli attori di dire la propria prima della decisione finale. Probabilmente il clima da campagna elettorale che si respira già in alcuni partiti spinge i diretti interessati a una momentanea perdita della memoria (ndr. ride)».

Il caso di un inglese che a Svitto si è visto rifiutare la richiesta di naturalizzazione perché non conosceva l’origine della raclette aveva fatto discutere. Ma è stata una fattispecie eccezionale o agli stranieri si chiedono conoscenze su temi che, alla fine, anche molti svizzeri ignorano?
«La questione ha tenuto banco a lungo in effetti a livello mediatico e la considererai davvero un caso eccezionale. Ovviamente mi riferisco a quello che avviene in Ticino, dove è prevista una certa attenzione alla preparazione che è proprio una tappa della procedura. In questo senso sono previsti dei momenti formativi grazie a una collaborazione tra i servizi del mio Dipartimento e quello dell’Educazione, la cultura e lo sport. E comunque le naturalizzazioni bisogna meritarsele».

 

Naturalizzazioni: il passaporto ora non tira più

Naturalizzazioni: il passaporto ora non tira più

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 13 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

Netto calo delle domande da parte degli aspiranti rossocrociati in seguito all’introduzione della nuova legge.
Locarno segna il calo maggiore, segue Lugano – La padronanza dell’italiano è diventata un criterio essenziale.

I dati delle cancellerie comunali dei principali centri del Cantone parlano chiaro: con l’entrata in vigore il 1. gennaio della nuova Legge sulla cittadinanza ticinese e l’attinenza comunale, le richieste di naturalizzazione hanno subito una brusca frenata. Varata nel febbraio del 2017 dal Consiglio di Stato e approvata a settembre dal Gran Consiglio, la modifica di legge non solo ha introdotto paletti più stretti per gli aspiranti svizzeri, ma ha altresì stabilito un nuovo percorso formativo obbligatorio e uniformato in tutto il Ticino. Un iter, questo, nel quale la padronanza della lingua italiana rappresenta una conditio sine qua non per poter poi accedere all’esame di civica, storia e geografia svizzera e ticinese. Ma torniamo ai dati. Stando alle cifre forniteci dalle cancellerie, nei primi 9 mesi dell’anno le richieste di naturalizzazione hanno subito un decisivo rallentamento, passando ad esempio dalle 103 registrate a Locarno nel 2017, alle 12 ricevute fino a fine settembre. Un calo, questo, che ha interessato tutto il territorio cantonale: se a Mendrisio le domande sono scese da 60 dell’anno scorso alle 15 di settimana scorsa, a Chiasso le statistiche registrano 10 richieste inoltrate da inizio anno a fronte delle 51 ricevute nel 2017. Non fa eccezione neppure Lugano che, se nel 2017 aveva conosciuto un’esplosione di richieste che avevano toccato le 402 unità, a fine settembre contava 350 domande di naturalizzazione. Domande in calo anche a Bellinzona dove – a seguito dell’aggregazione – è tuttavia più difficile fare un paragone con gli anni precedenti. Qui, ci confermano dalla cancelleria, da inizio anno sono giunte 90 richieste a fronte delle 157 registrate nel 2017. Un dato quest’ultimo che comprendeva però unicamente la capitale mentre le 90 richieste pervenute fino ad oggi interessano anche i comuni aggregati. Se per la Turrita è quindi difficile fare un vero e proprio confronto con gli anni scorsi, gli addetti ai lavori non hanno dubbi: al di là delle cifre, la tendenza in atto dall’inizio dell’anno è quella di un netto calo delle richieste di naturalizzazione in tutti i comuni. Comuni che, con l’entrata in vigore della nuova legge, sono stati «sgravati» dal compito di effettuare la verifica delle conoscenze linguistiche e culturali mentre la concessione dell’attinenza comunale e il controllo dell’integrazione del candidato rimangono prerogativa dei legislativi.

Burqa: interverremo con i correttivi

Burqa: interverremo con i correttivi

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 13 ottobre 2018 de La Regione

Tutto da rifare? Assolutamente no. «Prendiamo atto di quanto deciso dal Tribunale federale – risponde Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni – e interverremo con un messaggio puntuale per apporre alla Legge i correttivi richiesti dalla sentenza». Correttivi, appunto. Niente di più. Perché «l’impianto non è stato minimamente messo in discussione».
Quindi la Legge contro la dissimulazione del volto c’è, «e resta assolutamente in vigore – continua Gobbi –. Si tratta di intervenire con delle modifiche alle eccezioni».
Questo perché «sostanzialmente il Tribunale federale sostiene che ci debbano essere maggiori tutele, ad esempio, per chi sfila a una manifestazione sindacale, o chi, magari per la sua attività lavorativa, deve vestirsi con un costume integrale per pubblicizzare un marchio pubblicitario. A questo – rileva il direttore delle Istituzioni – si riduce la sentenza». Sì, ma resta in piedi la questione della gestione dell’ordine pubblico. Ed è lo stesso Gobbi a confermare come «saremo sicuramente attenti a questo aspetto». Fa sentire la sua voce, con un comunicato, anche l’iniziativista Giorgio Ghiringhelli, il quale rivendica come ‘‘il comitato dell’iniziativa non ha nulla da rimproverarsi, e penso di interpretare il pensiero di tutti gli altri membri del comitato dicendo che siamo favorevoli a questo ampliamento delle eccezioni’’. Ma lo sguardo è già volto all’iniziativa federale sullo stesso tema in votazione tra circa un anno: ‘‘Fra le eccezioni che prevede, non ci sono quelle rilevate dal Tf. Penso che dovrebbero entrare nella Legge d’applicazione federale’’.

Sezione dei registri al via

Sezione dei registri al via

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 11 ottobre 2018 de La Regione

Nuova organizzazione attiva dal 1o dicembre. Gli Uffici passeranno da 4 a 2.
Frida Andreotti, Divisione della giustizia: “L’obiettivo è aumentare l’efficienza e allo stesso tempo risparmiare”.

Più efficienza e allo stesso tempo risparmiare, l’obiettivo dichiarato. Cinque mesi fa il via libera del Gran Consiglio all’entrata in funzione della nuova organizzazione del settore dei registri. Ieri, con il semaforo verde del Consiglio di Stato, è stato fatto un passo in avanti verso la riorganizzazione in seno alla Divisione della giustizia. La nuova sezione, che a partire dal 1° dicembre sarà diretta dall’avvocato Simone Albisetti, conterà – e qui si arriva alle novità – di due Uffici dei registri (uno per il Sopraceneri, uno per il Sottoceneri) mentre oggi sono quattro. Dai loro responsabili, prima, passavano anche le decisioni in merito alla Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero (Lafe), mentre con la nuova organizzazione saranno demandati all’Autorità cantonale di prima istanza, istituita sempre ieri per decisione del governo. Autorità che avrà come responsabile l’avvocato Andrea Carri. Alla neonata sezione saranno inoltre subordinati gli uffici del registro di commercio e del registro fondiario federale. A queste decisioni si è arrivati per «esigenze organizzative della Divisione della giustizia – spiega a ‘laRegione’ la sua direttrice, Frida Andreotti – e anche per questo motivo abbiamo proposto al Consiglio di Stato di creare la Sezione dei registri». Una sezione che già esisteva in passato e che è stato ritenuto opportuno ricostituire. “Volevamo già riorganizzare il settore perché troppo frammentato – riprende Andreotti –, soprattutto per gestire in modo migliore il problema non da poco delle prassi non uniformi. Nel senso che, a causa del rispettivo potere d’apprezzamento, i vari uffici non davano sempre risposte univoche a fattispecie e richieste simili». Inserito nell’ambito delle misure di risparmio, questo cambiamento «oltre a benefici economici (perché organizzandoci in questo modo riusciamo a sfruttare meglio le varie risorse e le competenze) migliorerà anche l’erogazione del servizio. Almeno questo è il nostro obiettivo”. Già, perché creando una Sezione dei registri unica, con un coordinamento centrale, “si vogliono uniformare maggiormente le prassi e i flussi di lavoro. A trarne beneficio saranno i cittadini-utenti. L’obiettivo – annota ancora la direttrice della Divisione della giustizia– è di lavorare meglio, con la certezza di soddisfare le esigenze di popolazione e professionisti del settore”. Riorganizzazione in corso, quindi, e un’altra decisione è in arrivo. Sì, perché come ricordato dal Dipartimento istituzioni, ‘‘quale ultimo passo in vista dell’entrata in funzione della nuova struttura, nelle prossime settimane il Consiglio di Stato formalizzerà l’istituzione delle Commissioni regionali in materia Lafe’’. Commissioni che saranno allestite d’intesa con le Associazioni, Corporazioni e Federazioni di categoria interessate dall’Autorità unica cantonale istituita ieri e che dovrà vigilare pure sul rispetto della “Lex Koller”, ovvero la norma che dal 1983 limita l’acquisto di fondi da parte di stranieri o di società svizzere sotto controllo estero, o la cui sede si trova all’estero. Questi acquirenti necessitano di un’autorizzazione rilasciata dalla competente Autorità. Da qui l’importanza di creare un ufficio apposito.

Sezione dei registri della Divisione della giustizia: entrata in funzione e nomine di funzionari dirigenti

Sezione dei registri della Divisione della giustizia: entrata in funzione e nomine di funzionari dirigenti

Comunicato stampa

Il 1° dicembre 2018 è stata fissata l’entrata in funzione della nuova Sezione dei registri della Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni. A seguito dell’approvazione, decisa nel mese di maggio scorso da parte del Parlamento, della riorganizzazione di questo importante settore, il Dipartimento delle istituzioni e la Divisione della giustizia stanno concretizzando la nuova struttura e gli ambiti che la compongono. In tale ottica, il Consiglio di Stato, nella seduta odierna, ha proceduto alla nomina del capo della Sezione dei registri e del responsabile della nuova Autorità cantonale unica di I. istanza in materia della Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero (LAFE). Nomine che vanno a completare i tasselli a livello dei funzionari dirigenti del settore.

La Sezione dei registri, come riportato nello schema seguente, sarà gerarchicamente subordinata alla Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni, che conta, oltre al settore dei registri, il settore esecutivo e fallimentare e il settore esecuzione pene e misure, anch’essi in fase di riorganizzazione, senza dimenticare il ruolo essenziale svolto dalla Divisione quale trait d’union tra Potere esecutivo e Magistratura.

Alla Sezione dei registri competerà la direzione del settore, composto dagli Uffici del registro fondiario distrettuali – condotti da due Ufficiali, uno responsabile per il Sottoceneri (Uffici del registro fondiario di Lugano e Mendrisio) e uno per il Sopraceneri (Uffici di Bellinzona e Locarno con le relative agenzie periferiche) –, l’Ufficio del registro di commercio, l’Ufficio del registro fondiario federale e la nuova Autorità cantonale unica di I. istanza in materia della Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero (LAFE).

La Sezione dei registri sarà diretta dall’avv. Simone Albisetti, già Ufficiale del registro fondiario di Bellinzona e delle Tre Valli, nominato oggi dal Consiglio di Stato a questa importante funzione, nella quale dovrà occuparsi, oltre che della conduzione e del coordinamento del settore che conta al proprio interno circa 50 collaboratori, anche dei progetti strategici che interessano lo stesso. La conduzione degli Uffici del registro fondiario distrettuali sarà affidata all’avv. Elisa Quadri Parravicini per quanto attiene al Sottoceneri e dall’avv. Claudia Adami per il Sopraceneri, già Ufficiali del registro fondiario di Mendrisio rispettivamente di Locarno. L’Ufficio del registro di commercio continuerà ad essere diretto dall’avv. Andrea Porrini, così come l’Ufficio del registro fondiario federale dal Signor Valerio Salvi. Infine, il Governo, sempre nella seduta odierna, ha nominato il responsabile della nuova Autorità unica cantonale di I. istanza in materia LAFE nella persona dell’avv. Andrea Carri, attuale capo dell’Ufficio di esecuzione del Sottoceneri, comprendente l’Ufficio di esecuzione di Lugano e quello di Mendrisio, il quale vanta, oltre a un’esperienza in campo notarile nel settore privato, una decennale attività quale funzionario dirigente dell’Amministrazione cantonale.

Le nomine decise oggi dal Consiglio di Stato completano i tasselli dal punto di vista dei funzionari dirigenti del settore, permettendo dunque di fissare l’entrata in funzione della Sezione dei registri al 1° dicembre 2018, data che coincide con il pensionamento dell’attuale Ufficiale del registro fondiario di Lugano Signor Arnaldo Caccia, al quale il Governo porge sin d’ora un sentito ringraziamento per l’impegno e la dedizione profusi sull’arco della sua lunga esperienza all’interno dell’Amministrazione cantonale.

Quale ultimo passo in vista dell’entrata in funzione della nuova struttura, nelle prossime settimane il Consiglio di Stato formalizzerà l’istituzione delle Commissioni regionali in materia LAFE, allestite d’intesa con le Associazioni, Corporazioni e Federazioni di categoria interessate dalla costituenda Autorità, coinvolte dalla Divisione della giustizia sin dalle fondamenta del progetto di riorganizzazione del settore dei registri. Una riorganizzazione che permetterà di migliorare l’assetto organizzativo del medesimo, accrescendo l’efficienza e l’efficacia dell’attività svolta a beneficio della qualità del servizio fornito agli addetti ai lavori e alla cittadinanza.

Il Consiglio Stato e per esso il Dipartimento delle istituzioni, formulano i migliori auguri ai neo nominati avv. Simone Albisetti e avv. Andrea Carri per le nuove sfide professionali che li attendono all’interno dell’Amministrazione cantonale e alle Ufficiali del registro fondiario avv. Claudia Adami e avv. Elisa Quadri Parravicini per l’estensione della loro attività. Parimenti ringrazia la Divisione della giustizia e tutti i funzionari del settore dei registri per la disponibilità e il supporto nel contesto della riorganizzazione.

Ticino sotto la lente

Ticino sotto la lente

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 10 ottobre 2018 de La Regione

Infiltrazioni mafiose, Nando Dalla Chiesa: “La vicinanza con la Lombardia espone maggiormente”. Dopo l’interpellanza di Romano sulle inchieste coordinate da Berna, parla lo specialista italiano.

Non è certo passata inosservata la recente interpellanza al Consiglio federale del deputato al Nazionale del Ppd Marco Romano. Le critiche ticinesi alla decisione, nel 2016, della Polizia federale di centralizzare a Berna il coordinamento delle inchieste sulle mafie, oltre che sul terrorismo, trovano infatti appoggio anche da parte di un noto specialista italiano: Fernando (Nando) Dalla Chiesa, figlio del generale dei carabinieri Carlo Alberto, ucciso da Cosa nostra nel 1982. “Se fossi responsabile in Svizzera metterei innanzitutto il Ticino sotto la lente”, afferma in un’intervista, pubblicata ieri dal quotidiano romando “Le Temps”, il fondatore e direttore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli Studi di Milano. Lo farebbe, spiega Nando Dalla Chiesa, perché “il Ticino è chiaramente più esposto degli altri cantoni alle mafie italiane e straniere basate nel Nord dell’Italia, a causa della sua frontiera con la Lombardia, la lingua e i contatti sul posto”. Dalla Chiesa mette in guardia: dalla Lombardia premono non soltanto le mafie italiane, ’ndrangheta in primis, ma anche quelle estere: albanese (“dominante sul mercato degli stupefacenti”), rumena (specializzata nei furti con scasso), cinese (concentrata sui giochi d’azzardo e le contraffazioni) e ancora russa, nigeriana, nordafricana, sudamericana, che hanno scelto la regione di confine come centro nevralgico delle loro attività. “Per il momento – dice Dalla Chiesa – le inchieste condotte in Italia sul crimine organizzato straniero non risalgono alla Svizzera, contrariamente a quelle concernenti la ’ndrangheta o Cosa nostra. Ma la globalizzazione delle mafie è un processo in corso”. Difficile prevedere se queste mafie possano presto emergere anche in Ticino, aggiunge Dalla Chiesa, il cui Osservatorio ha da poco pubblicato il suo “Quarto rapporto sulle aree settentrionali” destinato alla Commissione parlamentare antimafia italiana. Dipende anche da “come il problema sarà impugnato in Italia dal nuovo governo, e con quali effetti”. Quel che è certo è che la Svizzera è “interessante”: “Possiede grandi quantità di liquidità e membri delle comunità interessate vi si sono già stabiliti. Lo è pure per il riciclaggio del denaro sporco”. Secondo il professore, attualmente “il pericolo del terrorismo è esagerato”, mentre “quello delle mafie è minimizzato”. Nando Dalla Chiesa lancia anche una critica alle autorità svizzere. Esse “collaborano con i loro omologhi italiani. Soltanto, i nostri investigatori sono estremamente ben preparati per affrontare il problema, il che non è sempre il caso da voi in Svizzera. Questo può essere frustrante per i nostri esperti”.

Per Gobbi bilancio in chiaroscuro. Pasi: le inchieste vanno coordinate dove sono commessi i reati spia.

A un paio d’anni dalla centralizzazione a Berna, decisa dalla Polizia federale, del coordinamento delle inchieste sulla criminalità organizzata, il bilancio per quanto concerne il Ticino è in chiaroscuro, stando alle parole del consigliere di Stato Norman Gobbi. “Da un lato è positivo, perché si sono visti miglioramenti sulla capacità di lavorare insieme e dialogare – dice alla ‘Regione’ il direttore del Dipartimento istituzioni –. Dal punto di vista dei risultati, però, non siamo pienamente soddisfatti”. Il motivo è che “mancano quella struttura, quel modus operandi necessari per combattere le organizzazioni criminali. Vale a dire andare fino in fondo su determinate segnalazioni, che anche noi facciamo alle autorità federali”. Detta altrimenti: “Talvolta segnaliamo operazioni un po’ strane, ma poi non vediamo molta voglia di andare fino in fondo”. Secondo Gobbi, la causa però sta nel manico. Cioè nella “mancanza di strumenti legislativi. Per questo abbiamo sempre sostenuto le rivendicazioni del procuratore generale della Confederazione Michael Lauber sul rafforzare determinati punti del Codice penale svizzero”. Soprattutto il “poter classificare, definire meglio le organizzazioni criminali, e dimostrare l’affiliazione dei loro membri, anche in forma passiva”. Di concerto con la possibilità di “eseguire importanti sequestri di beni, finanziari e immobiliari. Finché non gli si tolgono le risorse, per noi diventa difficile contrastarli”, chiosa Gobbi.
La centralizzazione a Berna del coordinamento delle inchieste ha interessato qualche anno fa anche il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc). “Sulla base della mia esperienza di magistrato – afferma, da noi interpellato, Pierluigi Pasi, procuratore federale dal 2003 al 2015 (dal 2004 capo dell’antenna luganese dell’Mpc) –, ho sempre sostenuto che le indagini devono essere condotte e coordinate laddove si manifestano i reati cosiddetti spia, illeciti che possono indicare la presenza su quel territorio dell’attività di un’organizzazione criminale, per esempio piccole estorsioni o incendi dolosi”. Ragion per cui “non posso che condividere le perplessità di Marco Romano e di altri deputati federali”. Per Pasi “bisognerebbe fare un’analisi approfondita – basata su dati oggettivi, anche statistici, e che comprenda tutti gli attori in campo, federali e cantonali – per verificare i livelli di collaborazione e per individuare punti problematici ed eventuali difetti sistemici dell’attuale organizzazione dell’apparato di contrasto, che sembrerebbe non dare i frutti sperati in termini di efficacia. Un’analisi che dovrebbe riguardare pure i risultati di quello che si definisce il contrasto patrimoniale alle organizzazioni criminali”.