Un Gobbi piccatamente conciliante

Un Gobbi piccatamente conciliante

Nel suo intervento, il direttore del Di Norman Gobbi è stato piccatamente conciliante. La prende larga ribadendo l’ovvio – ma l’ovvio di ’sti tempi va sempre ribadito –: «La giustizia è un valore fondamentale e da salvaguardare, trattandolo con misura e riguardo, rispettando forme e procedure quando se ne discute tra poteri dello Stato. Non va strumentalizzata, perché diventa pericoloso per l’immagine verso la cittadinanza e per la pace sociale». La giustizia, rivendica, «lavora bene e funziona, come attestato anche dal Cdm». Certo, ci mancherebbe, «alcuni ambiti di attività necessitano interventi». Ma qui, e siamo al Gobbi piccato, «dire che la giustizia aspetta da anni riforme è un messaggio profondamente sbagliato, alzare i toni su questo tema lede l’immagine della fiducia dei cittadini nella Magistratura». E a dirlo, concede, «è un politico che, da consigliere di Stato, nel 2015 credeva con entusiasmo giovanile di dover riformare l’organizzazione giudiziaria cantonale con ‘Giustizia 2018’. Obiettivo ambizioso, che ho capito si può raggiungere solo con la condivisione di tutti e tre i poteri e nei tempi necessari». Perché «la fretta non è mai stata buona consigliera». Gobbi, senza alzare la voce né lanciarsi in affronti al Legislativo già visti e sentiti in questa seduta, con pacatezza fa notare che «da più parti si accusa il Dipartimento che da più anni è immobile sul fronte giustizia: non posso accettarlo. È stato fatto molto lavoro, sfociato in tanti messaggi di modifiche puntuali di legge e in altri ambiti come la riforma delle Arp. Non posso neppure accettare – continua Gobbi – accuse di interferenza e ingerenza tra potere esecutivo e giudiziario». Questo dal momento che il Di che dirige «nel nostro sistema è il referente della Magistratura in termini organizzativi, ed è normale che qualche magistrato, pochi, si sia sentito limitato nel suo potere perché non ha potuto riclassificare in funzione più alta la sua segretaria». Ma questo è l’unico sassolino, chiamiamolo così, che Gobbi si leva dalla scarpa. Dopo la fase piccata, si diceva, quella conciliante. Nei limiti della coriacea persona. Perché d’accordo, «sulla richiesta di maggior autonomia finanziaria della Magistratura il sistema si può adattare, richiederà tempo e risorse non solo finanziarie ma anche di personale operativo». Poi, passando al codice etico, «val la pena ricordare che c’è già per tutta l’Amministrazione dello Stato, rispettivamente i magistrati hanno la dichiarazione di fedeltà alle leggi». Quindi, «il governo, preso atto dei correttivi puntuali della risoluzione, si determinerà nei prossimi mesi come richiesto dalla risoluzione stessa. Come direttore del DI, esprimo soddisfazione per l’attenzione posta dal parlamento per la giustizia. Solo con la condivisione dei tre poteri, che porta tempi più lunghi ma maggiore solidità e consenso, i risultati potranno essere positivi. Sarà importante, alla fine di questo dibattito, garantire una visione d’insieme sui vari fronti su cui intervenire tenendo conto delle risorse finanziarie e umane per una giustizia efficace, efficiente e vicina ai cittadini».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 17 ottobre 2024 de La Regione

Giorgio Battaglioni, un protagonista del Ticino

Giorgio Battaglioni, un protagonista del Ticino

Giorgio Battaglioni è stato un funzionario di alto livello dell’Amministrazione cantonale per 35 anni. Non solo per il ruolo assunto: dal 1983 segretario di concetto del Dipartimento della giustizia come si chiamavano allora, e poi direttore della Divisione della giustizia e coordinatore del Dipartimento delle istituzioni per 20 anni. Ma soprattutto per la qualità del lavoro svolto.
Ha ben ragione Luigi Pedrazzini a ricordarlo come uno dei funzionari migliori di cui il Cantone si è avvalso. Con me Giorgio ha collaborato direttamente negli ultimi 5 anni del suo impegno professionale. Avevo di lui un’alta considerazione quale uomo e quale direttore della Divisione. Conosceva l’Amministrazione e il settore della Giustizia come nessun altro.
Il sottoscritto era il quinto consigliere di Stato dal quale dipendeva. Meglio sarebbe dire che io ero il quinto consigliere di Stato a cui lui prestava il suo intelligente servizio. Il fatto poi di aver frequentato il Liceo assieme a mia mamma aveva creato tra noi una sintonia particolare.
Non voglio però essere ipocrita e non voglio quindi dimenticare le frizioni che ebbi con lui negli ultimi periodi.
Erano questioni di scelte sui collaboratori, per esempio. Legittime le sue posizioni, altrettanto legittime quelle del capo Dipartimento. Da qui la decisione, presa di comune intesa, del suo pensionamento prima del termine dei 65 anni. Giorgio Battaglioni è e sarà sempre ricordato come un funzionario meritevole. Di quelli che prospettavano le soluzioni, invece di lamentarsi per le difficoltà che si trovano sul percorso. In tanti lo hanno sottolineato: Giorgio fu decisivo nel far approdare in Ticino la sede del Tribunale penale federale. Anche perché Bellinzona era nel suo cuore.
Era la sua città, era la sua regione e sapeva benissimo che la sede di un tribunale federale poteva portare un grande prestigio alla capitale del Ticino.
Ancora oggi, quando vedo in via Jauch sotto il Palazzo governativo i turisti svizzero tedeschi e romandi scattare fotografie al Tribunale, capisco l’importanza di tale presenza. Una presenza che dà valore al nostro federalismo e di questo Battaglioni ne era ben conscio. Tanto da prospettare al Consiglio di Stato di allora e dunque al Consiglio federale la soluzione di sedi provvisorie, in attesa di una ristrutturazione funzionale delle ex scuole di commercio in viale Franscini.
Si «tagliava la testa al toro» e si dimostrava la capacità del Ticino, allora in competizione con Aarau, sede già designata affrettatamente – dal Consiglio federale, di essere pronto ad accogliere questa nuova entità della Giustizia federale.
La notizia della scomparsa di Giorgio Battaglioni mi rattrista molto, anche perché arrivata dopo un percorso di sofferenza, affrontato con un grande coraggio, determinazione e umiltà. Segni caratteristici di tutta la vita di Giorgio, che lo hanno fatto diventare protagonista della crescita e soprattutto dei cambiamenti di questo Cantone.

Ricordo di Norman Gobbi pubblicato nell’edizione di mercoledì 16 ottobre 2024 del Corriere del Ticino

‘Il concetto di servizio come collante di esercito e Paese’

‘Il concetto di servizio come collante di esercito e Paese’

La milizia come pilastro portante del nostro Paese. È stato questo il filo conduttore della conferenza dell’Armsi, l’Associazione per la rivista militare Svizzera di lingua italiana, che nel 2024 ha raggiunto i dieci anni di esistenza. «Un traguardo importante, che testimonia anche l’interesse per il nostro lavoro e per quello dell’esercito elvetico», ricorda il colonnello Smg Marco Netzer, presidente dell’Armsi. «Questa piattaforma ha la capacità di tematizzare il nostro esercito e la sua evoluzione», afferma il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. A proposito di evoluzione: «Il nostro esercito ha bisogno di colmare il gap che si è formato negli scorsi anni, quando si è deciso di non investire adeguatamente nelle nostre forze armate. Correggere questa differenza non vuol dire aumentare gli effettivi – precisa il direttore del Di durante la conferenza che si è tenuta al Lac di Lugano – ma garantire le risorse necessarie in caso di necessità. Risorse che in questo momento non ci sono». Gobbi ricorda poi come l’esercito sia uno strumento a difesa del Paese, «i nostri militi sono cittadini da valorizzare e mettere nelle condizioni di operare al meglio, fortunatamente la politica a Berna sembra aver cambiato rotta andando proprio in questa direzione». Al centro della conferenza anche la presentazione del libro ‘La milizia al servizio del Paese’ curato da Moreno Bernasconi e Mattia Annovazzi. «La copertina del libro raffigura due pilastri della Svizzera: un uomo che vota, quindi la nostra democrazia diretta, e un soldato delle forze armate, a ricordarci che il nostro Paese vive in uno stato di neutralità armata», spiega Bernasconi mostrando la copertina del volume, che agli oltre 2’600 abbonati alla rivista è già arrivato a domicilio. «Il titolo indica invece il terzo pilastro, quello su cui poggia il sistema svizzero e che fa da collante a tutto il resto. In particolare – aggiunge Bernasconi – è la parola servizio quella centrale». Proprio intorno al concetto di “servizio”, ma pure alla sua storia e alla sua declinazione nella vita di tutti i giorni, si sviluppa il volume. «La scommessa di questo libro è raccontare in modo rigoroso e non celebrativo quello che Armsi ha fatto in questi dieci anni. Abbiamo voluto farlo andando a fondo da un punto di vista storico e toccando i temi che hanno fatto la storia elvetica». Tra questi: la neutralità, i rifugiati alle frontiere e il pacifismo. Riprende Bernasconi: «Quest’idea di servizio, che è sistemica ed è il collante del Paese, risponde a una concezione di società e di politica che è molto diversa da quella degli Stati che ci stanno intorno. Il nostro è un Paese che parte dal basso, a partire dal sistema politico, fino all’attivismo nelle associazioni. Questo libro cerca di spiegare come funziona questo sistema e se funziona ancora».

‘Dobbiamo decidere in che direzione andare’
A prendere la parola è anche il capo Comando istruzione e sostituto capo dell’esercito Hans-Peter Walser: «L’esercito svizzero non è mai stato pronto allo scoppio di un conflitto, né da un punto di vista dell’addestramento delle truppe, né per quanto riguarda armamenti ed equipaggiamenti». Una tendenza che Walser spera possa essere corretta nei prossimi anni con il sostegno della politica. «Il contesto internazionale è cambiato, l’Europa ha riscoperto la guerra e quindi la difesa è tornata a essere una priorità. Abbiamo però ancora una carenza di finanziamenti e materiale. Il tempo è poco per tornare ad avere un esercito al passo con i tempi». Un chiaro messaggio alla politica. Ma pure alla popolazione: «Quanto sono disponibili i cittadini a restare con l’uniforme addosso per garantire la sicurezza? Questa è la domanda che dobbiamo porci. Perché una buona difesa richiede una formazione più lunga. Va trovato un equilibrio tra questi temi». Tra le proposte, già ventilate in passato e citate anche questa sera a Lugano, quella di estendere il servizio militare o di renderlo obbligatorio anche per le donne.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 16 ottobre 2024 de La Regione

Il «pacchetto» sulla Giustizia verrà discusso senza ritardi

Il «pacchetto» sulla Giustizia verrà discusso senza ritardi

Il Gran Consiglio ha accolto l’urgenza sull’iniziativa per dare più poteri al Consiglio della Magistratura
Per Dadò «ci sono state inopportune e strane ingerenze da parte dell’Esecutivo» – Gobbi: «Le formalità contano»

La cosiddetta «lex Ermani» verrà discussa a breve. L’iniziativa presentata da Fiorenzo Dadò (Centro) ha infatti ricevuto la «benedizione» dell’urgenza, così come proposto dalla Commissione giustizia e diritti durante una riunione svoltasi poco prima dell’inizio dei lavori. Oggi, o al più tardi domani, il Parlamento deciderà se apportare delle modifiche alla legge sull’organizzazione giudiziaria (LOG).

Che cosa prevede?
Questo, riassumendo, quanto accolto a larga maggioranza dal Legislativo (servivano i due terzi dei voti favorevoli). Già. Ma che cosa propone l’iniziativa? Essenzialmente, vuole concedere maggiori poteri e strumenti al Consiglio della Magistratura (CdM), l’organo di vigilanza sui magistrati. E tutto questo, come noto, per andare a correggere le falle emerse a più riprese nel caso (non ancora terminato) del Tribunale penale cantonale (TPC). La modifica di legge, nel dettaglio, prevede per il CdM la possibilità di prendere anche misure cautelari – come la sospensione del magistrato interessato – dal momento in cui è stato aperto un procedimento disciplinare (oggi possibile solo dall’apertura di un procedimento penale). Oppure, saranno previste sanzioni più importanti: si va dalla multa fino a tre stipendi lordi, alla destituzione dalla carica di presidente fino al trasferimento in un altro ufficio e, come detto, alla sospensione per 12 mesi (oggi sono tre).

Una lettera indigesta
Dunque, concedere o meno l’urgenza? Secondo Dadò, presidente della Commissione, era un passo obbligato. Anche perché la richiesta di modifica è arrivata direttamente dallo stesso CdM. «Se oggi siamo chiamati a esprimerci sull’urgenza, non è per uno sfizio», ha ricordato il deputato. «Ci è stato chiesto in audizione e tutta la Commissione ha deciso di agire in tal senso». Dadò è quindi tornato a ribadire «la grave crisi istituzionale che colpisce la Magistratura e il ruolo dei tre poteri dello Stato». Ruolo che «dovrebbe essere ben chiaro a tutti sebbene a volte sia travisato, bistrattato e sempre più spesso citato all’occorrenza secondo i propri comodi o, come in questo caso, per i comodi di qualcuno». L’iter dell’iniziativa, secondo Dadò, ha quindi rischiato di subire delle deviazioni inaspettate. E questo sulla base di una lettera inviata alla Commissione dal Governo, in cui si facevano delle osservazioni sulla procedura dell’iniziativa. Una lettera mal vista perlomeno da Dadò, che ha sottolineato «l’inopportuna e strana ingerenza da parte dell’Esecutivo, su richiesta del Dipartimento delle istituzioni, che sembrerebbe interpretare à la carte la legge sul Gran Consiglio». Una questione di divergenza di vedute sulla procedura da seguire. Quindi, il sibillino affondo di Dadò: «Non si vorrebbe che l’origine della coalizione» contraria alla modifica «sia il risultato del timore reverenziale nei confronti di quella rete vassalla in cui opera la lunga mano di chi ha cucinato e servito al Paese questa brodaglia». A Matteo Quadranti (PLR) è in seguito toccato il compito di ribadire la necessità dell’urgenza. Nel ricordare «che la Giustizia ticinese sta vivendo momenti difficili», il deputato ha messo l’accento sulla correttezza della procedura seguita dall’iniziativa. Sì dunque a trattare subito il testo, senza attendere il parere o le controproposte del Consiglio di Stato.

Troppa fretta
Per Alessandro Mazzoleni, invece, la fretta in questi casi è cattiva consigliera e dunque l’urgenza è da scongiurare. «Una modifica legislativa va affrontata con la calma necessaria e tutti i magistrati vanno sentiti. Non vorremmo che sorgano malintesi». Inoltre, ha ricordato ancora il leghista, «il Governo ha il diritto di esprimersi ». In ogni caso, una volta sentiti tutti i pareri, per Mazzoleni è comunque necessario dare più poteri al CdM. Un concetto ripreso anche da Ivo Durisch (PS), il quale però si è detto contrario a scavalcare la procedura. «Va data facoltà all’Esecutivo di esprimersi» sulla questione. Di parere opposto UDC, Verdi, MPS e Verdi liberali, che hanno deciso di appoggiare l’urgenza.

Il rispetto della procedura
Nel suo intervento, Norman Gobbi ha innanzitutto tenuto a precisare il senso della lettera inviata in Commissione e citata da Dadò. «Era volta a garantire una procedura corretta dell’iniziativa parlamentare». Non si trattava dunque di «disquisire sull’urgenza o meno dell’oggetto». Il consigliere di Stato ha poi ricordato che l’Esecutivo «non si tira indietro quando bisogna discutere sull’urgenza di una correzione di qualsiasi atto formale». Ricordata da Gobbi, e non a caso, la correzione del decreto legislativo dopo il voto popolare sull’imposta di circolazione. «La correttezza delle procedure è volta a garantire il coinvolgimento di tutti gli attori interessati ». Sarebbe quindi stato utile «sottoporre formalmente il testo dell’iniziativa a chi poi dovrà applicare la modifica legislativa ». E dunque al CdM stesso. «Le formalità, nei rapporti istituzionali, contano. È una forma di rispetto» che garantisce «trasparenza». Il risultato finale, ha ribadito Gobbi, «non è contestato dal Governo, che è attore-spettatore». In sostanza, il direttore del DI ha osservato che – lasciando il tempo a tutti gli attori di esprimersi – sarebbero potute arrivare proposte «ancora più coraggiose» di quelle uscite dalla Commissione.
Il Parlamento, però, ha tirato dritto accogliendo il voto sull’urgenza. Il tema della modifica della LOG, dunque, arriverà oggi o domani in aula. Così come l’altro «ramo» della riforma della Giustizia, il più corposo: una serie di risoluzioni approvate da tutti i gruppi in Commissione e che vanno dall’adozione di un codice etico per la Magistratura, passando dal tema delle nomine dei magistrati, alla creazione di una direzione del Ministero pubblico, fino al ruolo del Consiglio della Magistratura, che dovrebbe essere professionalizzato.

Addio a Giorgio Battaglioni, ‘funzionario d’altri tempi’

Addio a Giorgio Battaglioni, ‘funzionario d’altri tempi’

È scomparso Giorgio Battaglioni, a lungo direttore della Divisione giustizia. Ha contribuito a portare a Bellinzona la sede del Tribunale penale federale

Si è spento domenica l’ex direttore della Divisione giustizia e tra i ‘padri’ del Tribunale penale federale di Bellinzona. Il ricordo degli ex colleghi: ‘Disponibilità e discrezione’.
È scomparso domenica Giorgio Battaglioni, pilastro dell’Amministrazione cantonale per decenni. Nato a Bellinzona nel 1956, avvocato, dal 1983 al 2016 ha svolto la funzione di segretario di concetto dell’allora Dipartimento di giustizia e in seguito è stato direttore della Divisione della giustizia e coordinatore del Dipartimento delle istituzioni.
Proprio il direttore del Di Norman Gobbi, raggiunto da ‘laRegione’ per un ricordo, commenta i cinque anni in cui hanno collaborato: «Poter contare sulla sua grande esperienza all’inizio della mia presenza in Consiglio di Stato alla direzione del Dipartimento delle istituzioni è stato un grande vantaggio. Conosceva il settore della Giustizia e tutto il Di in maniera approfondita – continua Gobbi – e ciò mi ha certamente agevolato nella conduzione del Dipartimento». I ricordi di Gobbi vanno oltre la politica, perché «con lui avevo una conoscenza antecedente alla mia elezione in Consiglio di Stato. Risaliva al mio mandato quale deputato in Gran Consiglio, ma con Giorgio c’era un legame anche “familiare”. Aveva infatti fatto parte delle scuole con mia mamma e ciò ha creato una sintonia particolare».
Per il direttore del Di «il dispiacere per la sua scomparsa è direttamente proporzionato alle sue grandi qualità, di cui il Cantone deve essere riconoscente. E qui cito solo un esempio che si potrebbero fare tra tanti: essere riuscito a convincere la Berna federale, supportando il governo e il direttore del Dipartimento istituzioni di allora Luigi Pedrazzini, ad assegnare al Ticino la sede del Tribunale penale federale. In questi giorni sottolineeremo il ventennale della presenza del Tpf a Bellinzona: a lui dobbiamo dire grazie anche per questo. È un momento triste per me personalmente e per tutto il Dipartimento. Un pensiero di vicinanza ai suoi figli e a tutti i famigliari e amici».

‘Apparteneva alla categoria dei migliori funzionari del nostro Cantone’ 
Anche le parole di parlano di «un ricordo riconoscente per Battaglioni, perché è stato un collaboratore estremamente impegnato e con la capacità di avere visioni dei problemi sempre con uno sguardo completo sull’attività dipartimento». Forse, continua Pedrazzini, «era proprio questa la sua qualità più importante: come consigliere di Stato sapevo che in Battaglioni avevo un collaboratore che conosceva a fondo l’Amministrazione cantonale e un interlocutore importante e affidabile». Battaglioni, rileva il già direttore del Dipartimento istituzioni, «apparteneva alla categoria dei migliori funzionari che il nostro Cantone abbia mai avuto. Si identificavano, lui e altri, fino in fondo nel loro ruolo di servizio allo Stato. I consiglieri di Stato passano, ma i funzionari spesso restano e sono testimoni del cambiamento. Il Ticino ha avuto la fortuna di avere nella sua storia funzionari come Battaglioni». Con il ricordo che, giocoforza, va alla battaglia per avere la sede del Tpf a Bellinzona. «Credo di essere stato il primo a lottare per la necessità di avere il Tpf in Ticino, ho agito e subito trovato in Battaglioni un sostegno importante. Di tante cose che abbiamo fatto insieme, forse la vittoria del Tpf quando tutto lo portava ad Aarau è stata sicuramente la battaglia più importante. Se io rivendico il merito di aver agito immediatamente dopo la decisione di Berna di non volerlo qui da noi, Battaglioni deve essere sempre ringraziato per essere venuto da me già con un progetto di sede in modo da non rendere la nostra rivendicazione fine a se stessa ma già con un progetto e una localizzazione».

‘Ha preservato l’immagine della giustizia’
«Ho conosciuto Battaglioni più di quarant’anni fa – ricorda il già consigliere di Stato e, nei vari ruoli, anche direttore del fu Dipartimento di giustizia Renzo Respini –, era un giovane accademico che dopo aver terminato gli studi in Svizzera interna si stava orientando sulle scelte future. Aveva offerte nel privato, prospettive di vario genere, ma ci siamo confrontati e gli ho proposto un impegno nell’Ente pubblico. Gli avevo parlato della Legge sulla pianificazione politica, con il desiderio di coinvolgere maggiormente l’Amministrazione cantonale nella conduzione della cosa pubblica». Questa prospettiva, continua Respini, «aveva appassionato lui e molti altri accademici giovani, proprio con l’obiettivo di contribuire come funzionari, e quindi nel 1983 fu assunto come segretario di concetto del Dipartimento giustizia». Battaglioni era «una persona raffinata, distinta, portata più al ragionamento che alla bagarre, ed è rimasto coerente con tutti i suoi capi dipartimento». E nell’ambito delicatissimo della giustizia, «ha sempre svolto in modo onesto e chiaro i suoi compiti, i suoi ruoli e la sua funzione di collegamento tra magistratura e Consiglio di Stato. Sicuramente anche grazie a queste sue doti la giustizia ha preservato in quegli anni un’immagine bella e pura». Respini ricorda, infine, anche l’impegno di Battaglioni nel sociale in varie fondazioni: «Portando sempre idee e proposte su come realizzarle».

«Giorgio Battaglioni è stato il mio segretario di concetto quando sono arrivato all’allora Dipartimento della giustizia», racconta l’ex consigliere di Stato Pietro Martinelli. «Da lui ho avuto una collaborazione che posso definire eccellente e necessaria, visto che da granconsigliere non mi ero occupato particolarmente del settore giustizia». Tra i tanti dossier affrontati lavorando a stretto contatto, Martinelli ci tiene a ricordare quello legato al sovraffollamento delle carceri. «A quei tempi – ricorda l’ex direttore del Dipartimento giustizia – gli obiettori di coscienza venivano ancora incarcerati. Su suggerimento di John Noseda volevo fare una disposizione che impedisse l’incarcerazione di chi non voleva prestare servizio militare, tema che proprio in quel periodo era sui banchi della politica federale. Grazie alle preziose indicazioni di Battaglioni capii che era assolutamente possibile e giustificabile. Giorgio – conclude Martinelli – rappresentava al meglio quella classe di funzionari pubblici con un alto senso dello Stato, che svolgevano il proprio compito non solo con diligenza ma anche con passione».

A ricordare l’ex funzionario è anche l’avvocato Niccolò Giovanettina, co-fondatore nel 2020 insieme a Battaglioni e alla figlia Camilla dello studio legale che ha sede a Bellinzona. «Giorgio, grazie alla sua esperienza, ha saputo mettere l’entusiasmo e i giusti consigli per dare il là a questa avventura. Negli anni ci ha insegnato quelle che poi erano le sue caratteristiche principali: un’innata propensione alla discrezione, all’umiltà e alla mediazione. Tre qualità sempre più rare al giorno d’oggi che ci ha trasmesso con una gentilezza di carattere che non potrò mai dimenticare».

Una polizia ‘più rapida e precisa’ grazie alla digitalizzazione

Una polizia ‘più rapida e precisa’ grazie alla digitalizzazione

Implementato il nuovo sistema gestionale, che faciliterà il lavoro degli agenti e toglierà ‘un po’ di creatività nei rapporti di polizia’

Un nuovo sistema gestionale – denominato MyAbi – che permetterà alla Polizia cantonale di standardizzare e facilitare il lavoro di agenti e inquirenti. «I poliziotti non dovranno più ricordare tutto a memoria, anche se la testa e il suo metro di giudizio rimangono sempre fondamentali», premette il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi. «L’agente con questo nuovo sistema non dovrà più cercare il formulario giusto tra i 500 a disposizione e sarà guidato nella compilazione dei rapporti di polizia, ci sarà quindi un po’ meno di creatività». Il nuovo gestionale, la cui prima fase di implementazione è stata avviata nel febbraio del 2022, permetterà anche di interfacciarsi con altre banche dati, sia di Polizia cantonale che federale, e di avere procedure il più allineate possibili. «A medio termine puntiamo ad affinare ulteriormente lo scambio di dati a livello intercantonale».

Si concentra sull’efficienza organizzativa l’intervento del sostituto comandante Lorenzo Hutter: «Dal punto di vista organizzativo lavorare con un prodotto unico consente di accedere a tutte le informazioni, in passato disseminate su più applicativi, in modo rapido e sicuro». Non solo, «si evitano attività ridondanti. L’inserimento dei dati a inizio processo e su un’unica banca dati permette una ricerca delle informazioni completa e semplice. Questo anche a distanza, attraverso lo smartphone o il tablet, grazie all’applicazione mobile di myAbi». Un esempio concreto: gli agenti riceveranno immediatamente sul cellulare, attraverso una notifica, tutti i dettagli disponibili sull’intervento che stanno compiendo, come la foto di una persona ricercata.

Il nuovo sistema, afferma il capoprogetto della Polizia cantonale Richard Bortoletto, è solo un tassello che apre le porte e ulteriori possibilità, «le informazioni raccolte possono essere facilmente aggregate ed elaborate, fungendo così da preziosa fonte dati per statistiche e analisi interne. In futuro – continua Bortoletto – grazie all’utilizzo e all’esperienza raccolta su myAbi, vi sarà la possibilità di approfondire altri aspetti». Tra questi, aggiunge il capoprogetto, «la creazione di processi lavorativi standardizzati, come ad esempio l’attività di pianificazione e condotta o l’invio di dati di massa a supporti mobili».

Da www.laregione.ch

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Agenti sempre più sull’evento, grazie alla digitalizzazione

Il sistema gestionale della polizia cantonale “GEPOL” ha concluso con successo un biennio di test: il software rende più fluidi ed efficienti i flussi operativi

Dopo due anni di test ha superato l’esame pratico il nuovo sistema gestionale della polizia cantonale “GEPOL”. Si tratta di un software che permetterà agli agenti una gestione più fluida ed efficiente degli eventi e delle procedure.
Tra i passi avanti l’interfacciamento con altre banche dati, sia di polizia, sia cantonali e federali, ma anche la registrazione centralizzata di tutti gli eventi (ad es. incidenti, furti, omicidi), che consente di procedere con la verbalizzazione e la redazione dei verbali tramite maschere preconfigurate e procedure di compilazione predefinite.
Dal punto di vista organizzativo, si legge ancora nel comunicato stampa, lavorare con un prodotto unico consente di accedere a tutte le informazioni, in passato disseminate su più applicativi, in modo rapido e sicuro. Lo strumento sarà utilizzabile anche a distanza (via smartphone o tablet), grazie all’applicazione mobile di myAB.
La gestione digitale apre ulteriori opportunità come fonte per le statistiche e analisi interne.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Agenti-sempre-pi%C3%B9-sull%E2%80%99evento-grazie-alla-digitalizzazione–2281099.html

Progetto GEPOL: conclusa l’implementazione del nuovo gestionale

Progetto GEPOL: conclusa l’implementazione del nuovo gestionale

Comunicato stampa

Con la conclusione del progetto informatico GEPOL (Gestionale di polizia) la Polizia cantonale porta a termine con successo l’importante processo di trasformazione digitale finalizzato all’introduzione di un nuovo gestionale (myABI).
Dopo una prima fase avviata nel febbraio del 2022, si conclude l’implementazione del nuovo gestionale myABI. Questo strumento consente oggi di standardizzare i processi, centralizzare e facilitare l’accesso ai dati, apportando al contempo maggiore sicurezza e un miglioramento del controllo delle pratiche. In questo modo si segna dunque un deciso passo avanti sotto il profilo dell’operatività di agenti e inquirenti. 

Visione strategica
Sul piano strategico l’interfacciamento con altre banche dati, sia di polizia sia cantonali e federali, permette di restare al passo con gli altri Corpi di polizia svizzeri e ottenere delle procedure il più allineate possibili. Sul medio-lungo termine l’obiettivo sarà di ulteriormente affinare lo scambio di dati a livello intercantonale. Inoltre, la registrazione centralizzata di tutti gli eventi (ad es. incidenti, furti, omicidi) consente di procedere con la verbalizzazione e la redazione dei rispettivi verbali tramite maschere preconfigurate e procedure di compilazione predefinite che assicurano un’uniformità in tutti gli ambiti di polizia. Questo semplifica il modo di lavorare, permettendo di aumentare la qualità, ottimizzare il controllo e offrire una maggiore visione d’insieme.
Efficienza organizzativa Dal punto di vista organizzativo lavorare con un prodotto unico consente di accedere a tutte le informazioni, in passato disseminate su più applicativi, in modo rapido e sicuro. Inoltre si evitano attività ridondanti, l’inserimento dei dati ad inizio processo e su un’unica banca dati permette una ricerca delle informazioni completa e semplice. Questo anche a distanza (via smartphone o tablet), grazie all’applicazione mobile di myABI.

Opportunità
La gestione digitale dell’informazione apre ulteriori opportunità: oltre al rafforzamento del monitoraggio e della sicurezza, le informazioni raccolte possono essere facilmente aggregate ed elaborate, fungendo da preziosa fonte dati per statistiche e analisi interne. In futuro, grazie all’utilizzo e all’esperienza cumulata su myABI, vi sarà la possibilità di approfondire altri aspetti della creazione di processi lavorativi standardizzati, come ad esempio l’attività di pianificazione e condotta o l’invio di dati di massa a supporti mobili.

Il Tiro Storico del San Gottardo incorona nuovamente la sua Regina

Il Tiro Storico del San Gottardo incorona nuovamente la sua Regina

La 16ª edizione del Tiro Storico del San Gottardo, competizione dedicata alle armi d’ordinanza, ha visto il ritorno trionfale della locarnese Valeria Morandi, che ha conquistato nuovamente il primo posto nella categoria fucile 300m. Nella disciplina della pistola, invece, è stato il bernese Alfred Hostettler a imporsi, in una gara che ha complessivamente coinvolto 720 partecipanti nelle due specialità.

Venerdì 11 e sabato 12 ottobre, il poligono di Airolo ha accolto tiratori e tiratrici provenienti da ogni angolo della Svizzera, pronti a misurarsi in una competizione che, anno dopo anno, celebra l’eccellenza del tiro sportivo. Ben 420 tiratori hanno gareggiato nella categoria fucile 300 metri, mentre 300 hanno partecipato alla competizione con pistola 25 metri, tutti armati di strumenti d’ordinanza.

Nel concorso a squadre del fucile 300m, tra le sezioni ticinesi ha prevalso la Civici Carabinieri di Lugano, grazie alla straordinaria prestazione di Albert Walser, che con una serie perfetta da 75 punti si è aggiudicato anche il prestigioso premio speciale della vetrata. A pari punti (571) ma superati per la miglior serie individuale, i Tiratori del Lucomagno di Ponto Valentino si sono piazzati al secondo posto, seguiti dall’Unione Tiratori del Gottardo, che con 567 punti ha conquistato il terzo rango. A completare la classifica, altre 17 società ticinesi. Tra le sezioni ospiti, il primo posto è andato alla Schützengesellschaft der Stadt Zürich (562 punti), seguita dalla sezione di Lucerna (546) e dalla federazione di Glarona (543), che ha vinto la vetrata riservata alle sezioni ospiti. Anche qui, altre sette società si sono confrontate con entusiasmo.

Nel concorso individuale, Valeria Morandi dell’Unione Tiratori di Locarno ha replicato la sua vittoria del 2021, totalizzando il punteggio massimo di 75 punti e ottenendo i migliori appoggi (95-99). Nella categoria Elite, il migliore è stato Marzio Guscetti dell’Unione Tiratori del Gottardo, anch’egli con il massimo punteggio ma con appoggi inferiori (94-94), che gli sono comunque valsi il premio federale, riservato a chi non lo ha mai vinto in precedenza. La miglior giovane è stata Matìa Tettamanti di Airolo, con 71 punti, mentre tra i veterani si è distinto Roland Spitzbarth della Tiratori delle Sponde di Loco con 74 punti.

Per quanto riguarda la pistola 25m, nel concorso a squadre ticinese ha trionfato La Mendrisiense con 1017 punti, seguita dall’Unione Tiratori del Gottardo di Airolo (1016) e dal Club Pistola Tesserete (982), che ha conquistato il premio speciale di sezione. Nove società ticinesi hanno completato la classifica. Tra le sezioni ospiti, si è confermata la superiorità della Combat League di Aarau-Wildegg, che con 1046 punti ha lasciato il secondo posto alla Schützengesellschaft Liestal (1013) e il terzo alla Pistolenschützen Sarnen (972); il premio speciale è andato al Pistolenklub Aesch, con altre sei società a seguire.

Nella competizione individuale alla pistola, Alfred Hostettler della Combat League di Berna è stato incoronato vincitore con 143 punti su 150. Il miglior tiratore nella categoria Elite è stato l’obvaldese Pirmin Käslin della Pistolenschützen di Sarnen (139), mentre la migliore giovane è risultata la friborghese Lauriane Ambrosini, appartenente a L’Écho de la Combert (130). Tra i veterani, il premio è andato al ticinese Michael Meschini della Tiratori Mairano di Iragna, che ha raggiunto i 139 punti.

Alla premiazione hanno partecipato Renato Steffen, in rappresentanza della Federazione Svizzera Sportiva di Tiro, e Doriano Junghi, presidente della Federazione Ticinese delle Società di Tiro. Il presidente del Tiro Storico, Norman Gobbi, ha espresso il suo profondo ringraziamento ai numerosi partecipanti e, soprattutto, ai volontari, sottolineando come il loro contributo sia fondamentale per la riuscita di eventi sportivi tanto significativi quanto radicati nella tradizione.

Sicurezza: “Ticino terzo Cantone più efficiente”

Sicurezza: “Ticino terzo Cantone più efficiente”

Norman Gobbi presenta il monitoraggio indipendente di PwC e IDHEAP di Losanna

“Si è fatto un gran parlare in queste ultime settimane (a dire il vero il ritornello va avanti da anni ormai) sul numero ritenuto eccessivo di agenti di Polizia in Ticino. Ho sempre risposto che questo numero è commisurato alla realtà ticinese di Cantone di frontiera, con 80mila frontalieri che entrano tutti i giorni sul nostro territorio, e Cantone turistico, con più di 100-120mila ospiti nei mesi da marzo a ottobre. La sicurezza va quindi dimensionata su circa 500’000mila persone, oltre che assicurata alle nostre aziende. In più il Ticino è la Porta Sud della Confederazione con i problemi che ciò comporta per l’immigrazione (richiedenti l’asilo e stranieri illegali, con quest’ultima categoria di persone che raggiunge illegalmente la Svizzera utilizzando ormai quasi esclusivamente questa Porta Sud). Dico che il numero di agenti è proporzionato anche sulla base di studi indipendenti”, afferma il Consigliere di Stato, Norman Gobbi.

Ma a che cosa si riferisce il Direttore del Dipartimento delle istituzioni? Abbiamo approfondito con lui questo discorso. Sentiamolo: “La Società Pricewaterhouse Coopers (PwC) assieme all’Istituto di alti studi in amministrazione pubblica (IDHEAP) di Losanna ha appena pubblicato il quarto monitoraggio sull’efficienza dell’intervento pubblico dei Cantoni. Uno dei cinque settori analizzato è quello dell’ordine e della sicurezza pubblica. Ebbene: in cima alla classifica dei Cantoni più efficienti c’è il Ticino, che raggiunge la terza posizione, dopo Basilea Città e Zurigo. Per noi si tratta di un’attestazione importante, perché ci fa capire che siamo sulla giusta strada. Essere efficienti vuol dire utilizzare correttamente i soldi pubblici. L’efficienza media di tutti i Cantoni si fissa al 72%, mentre il Ticino raggiunge l’82%”, sottolinea il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Quali sono gli aspetti che tiene in considerazione il monitoraggio? “Il campo d’analisi riguarda la Polizia, la sicurezza stradale, l’amministrazione dei tribunali, l’esecuzione delle pene e la giustizia in generale. Il monitoraggio sull’efficienza considera il numero dei crimini registrati dalla polizia, il numero delle condanne e il numero delle persone in detenzione provvisoria. Per i responsabili dello studio questi indicatori coprono gran parte del settore dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica. Una condanna, per esempio, è il risultato di numerose attività compiute dalla polizia, dal ministero pubblico e dai Tribunali. Oppure per ordinare una carcerazione provvisoria bisogna mettere in campo molti sforzi, così come per prevenire un crimine. Molto buona per il nostro Cantone è pure la valutazione degli esperti circa la tenuta media dell’efficienza negli ultimi 10 anni. E qui sono i Cantoni latini di frontiera a raggiungere le migliori “note”: il Ticino è primo e raggiunge un grado di efficienza nell’ordine pubblico e nella sicurezza negli ultimi 10 anni dell’82%, seguito dal Canton Vaud (78%), da Neuchâtel (78%) e dal Canton Ginevra (76%). Sono dati per noi incoraggianti e che approfondiremo, anche per mantenerci costantemente ai vertici di questa classifica. Il lavoro non mancherà di certo, perché nulla è dato per scontato”, conclude il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 13 ottobre 2024 de Il Mattino della domenica

“Chi mischia violenza e sport deve essere emarginato”

“Chi mischia violenza e sport deve essere emarginato”

Dopo gli scontri alla partita di hockey di ieri sera, Norman Gobbi esprime la sua opinione su come isolare i violenti e garantire sicurezza negli stadi. Nel frattempo, le indagini della polizia, supportate dalla videosorveglianza, sono in corso per identificare i responsabili.

Gli episodi di violenza che hanno macchiato l’ultimo incontro di hockey Ambrì-Lugano hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza negli stadi. Nonostante lo sport debba essere un momento di festa e agonismo sano, alcuni individui continuano a portare caos e pericoli all’interno delle strutture sportive. Le forze dell’ordine stanno indagando sull’accaduto, grazie all’ausilio della videosorveglianza, per identificare i responsabili di quest’ultimo episodio di violenza, che ha portato anche a dei danni a delle persone. Di seguito riportiamo l’opinione di Norman Gobbi in merito.

 

“La violenza non deve esserci”
“Diciamo che era fortunatamente da un po’ che non succedeva nulla di grave attorno ad una partita di hockey e questo evidentemente fa dispiacere”, afferma il Consigliere di Stato. “Lo sport è generalmente festa e momento di incontro e agonismo. Magari degli ‘sfottò’, ma la violenza non deve esserci. Purtroppo ieri sera abbiamo visto dei momenti critici, tant’è che ci sono stati anche dei danni gravi a delle persone e a dei beni e questo dimostra come purtroppo il messaggio non sia passato.”

 

Le misure da prendere
“Le misure che poi la polizia dovrà prendere nell’ambito dell’inchiesta identificando gli autori”, aggiunge il Gobbi, “permetterà di punire coloro che si sono macchiati di questi fatti. Quei pochi, perché sono davvero pochi,” precisa, “che vogliono mischiare la violenza allo sport devono essere davvero emarginati. Questo è il mio approccio nell’ottica di garantire quella tranquillità, quella festività, al di là dell’agonismo sportivo a margine delle partite di hockey e di calcio.”

 

Ma come è stato possibile introdurre, sempre che sia effettivamente entrato, un oggetto pirotecnico all’interno dello stadio?
“Questo spetterà all’attività di inchiesta della polizia, sia ad Ambrì come a Lugano la videosorveglianza dentro e attorno agli stadi è stata fortemente accresciuta e questo permetterà di identificare gli autori di questi atti.

https://www.ticinonews.ch/ticino/gobbi-sul-derby-chi-mischia-violenza-e-sport-deve-essere-emarginato-401842