Gobbi: “No all’aumento dell’IVA per finanziare l’esercito”

Gobbi: “No all’aumento dell’IVA per finanziare l’esercito”

Sicurezza e finanziamento dell’esercito, Gobbi boccia la proposta del Consiglio federale

Rafforzare la sicurezza nazionale sì, finanziarla attraverso l’IVA no. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi prende posizione sulle proposte in discussione per il finanziamento dell’esercito. Tra le ipotesi avanzate dal Consiglio federale c’è infatti quella di aumentare l’imposta sul valore aggiunto (IVA), soluzione che però solleva interrogativi sul piano dell’equità. «L’IVA è un’imposta che grava su tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla capacità economica», sottolinea Gobbi. «Questo significa che finirebbe per pesare maggiormente su chi ha meno e, a mio avviso, non è lo strumento più adatto per finanziare un compito fondamentale dello Stato come la sicurezza».  Non si tratta dunque solo di una questione tecnica, ma di una scelta che tocca direttamente il rapporto tra Stato e cittadini.

Quando la difesa si finanziava con la “Wehrsteuer”
Il punto, in sostanza, è politico prima ancora che fiscale: chi deve sostenere il costo della sicurezza? E con quale criterio? Per Gobbi «La sicurezza è un bene collettivo e deve essere finanziata in modo equo. Strumenti legati al reddito e alla sostanza permettono una ripartizione più equilibrata degli oneri e rafforzano anche l’accettazione da parte della popolazione». Una posizione che riporta al centro il ruolo dell’imposta federale diretta, storicamente conosciuta come “Wehrsteuer”, l’imposta per la difesa nazionale. Il richiamo non è solo simbolico. La storia svizzera dimostra che nei momenti di maggiore pressione lo Stato ha scelto strumenti fiscali più mirati. Già nel 1915, con il crollo delle entrate doganali e l’aumento delle spese legate alla mobilitazione, fu introdotta quella che veniva chiamata imposta di guerra o contributo di crisi. Nel 1939, con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, nacque l’imposta per la difesa nazionale, che colpiva reddito, sostanza e utili delle imprese. «La nostra storia dimostra che nei momenti decisivi lo Stato ha saputo ricorrere a strumenti più equi», evidenzia Gobbi. «È una tradizione che vale la pena considerare anche oggi».

Sicurezza sì, ma con regole chiare
Accanto al nodo fiscale, il dibattito si estende anche agli strumenti operativi, come la proposta di un fondo per gli investimenti negli armamenti. «Un fondo può offrire maggiore flessibilità», riconosce Gobbi, «ma deve poggiare su regole chiare, su una governance solida e su una definizione precisa degli obiettivi». Infine, emerge un’esigenza trasversale: la trasparenza. «È importante sapere con chiarezza come verranno impiegate le risorse, sia in ambito militare sia in quello civile», afferma Gobbi. «La trasparenza è un presupposto essenziale per mantenere la fiducia dei cittadini».

La vera sfida: convincere, non solo finanziare
In un contesto internazionale sempre più instabile, rafforzare la sicurezza è una necessità condivisa. Ma, come emerge dalla presa di posizione di Gobbi, la vera sfida non è solo trovare le risorse, bensì farlo in modo equo e politicamente sostenibile. Perché, in fondo, la sicurezza non si costruisce solo con i mezzi, ma anche con il consenso.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 5 aprile 2026 del Mattino della domenica 

Visita di cortesia dell’Ambasciatore della Lituania

Visita di cortesia dell’Ambasciatore della Lituania

Comunicato stampa

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha ricevuto oggi a Palazzo delle Orsoline l’Ambasciatore della Lituania Darius Semaška. La visita di cortesia ha permesso di presentare le particolarità del nostro Cantone e di discutere numerosi temi di interesse comune.
La visita di cortesia dell’Ambasciatore Darius Semaška ha permesso di discutere svariati temi di attualità, offrendo l’occasione per un confronto sulle relazioni diplomatiche e commerciali che legano la Confederazione e la Lituania.
Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, accompagnato dal Cancelliere dello Stato Arnoldo Coduri e dal Delegato alle relazioni esterne Francesco Quattrini, ha inoltre colto l’opportunità per condividere con l’Ambasciatore alcune informazioni sulle caratteristiche che contraddistinguono il Ticino e sull’attuale situazione socio-economica, politica e culturale del nostro Cantone.

Cure a domicilio, il governo ticinese tira dritto

Cure a domicilio, il governo ticinese tira dritto

Nonostante 20’000 firme e le pressioni politiche, il Consiglio di Stato mantiene il contributo forfettario – De Rosa: “Inaccettabile” il rifiuto dello Spitex Locarnese e Valli

Il Consiglio di Stato ticinese non fa marcia indietro. Il contributo forfettario sulle cure a domicilio (50 centesimi ogni cinque minuti di prestazione, per un massimo di 15 franchi al giorno) è entrato in vigore oggi, primo aprile, come stabilito. La petizione con 20’000 firme e le richieste di sospensione avanzate da più parti politiche non bastano a cambiare rotta.
Il presidente del Governo Norman Gobbi ha inquadrato la misura come una questione di responsabilità collettiva. «Credo che l’unica soluzione sia quella della responsabilità condivisa: abbiamo più attori, sia nel settore delle cure a domicilio che in quello politico, che devono farsi parte di una soluzione», ha detto.
Il capo del Dipartimento della sanità Raffaele De Rosa ha annunciato due misure di accompagnamento parallele. Come prima linea il “monitoraggio di un eventuale rinuncia alle cure”, ha dichiarato. Secondariamente, un “approfondimento per capire se ci sono persone, cittadini che hanno bisogno di aiuto e come poter permettere alla rete di sostegno sociale di raggiungere queste persone con gli aiuti che il Cantone mette a disposizione”.
Di fronte all’entrata in vigore del provvedimento, alcuni hanno già rinunciato alle cure. “Abbiamo un accordo con Pro Senectute e Pro infirmis, che sono due attori del territorio per raccogliere segnali di questo tipo e capire come intervenire”, ha detto De Rosa.

Una misura per contenere una crescita inarrestabile
La misura mira a rispondere a una crescita della spesa sempre maggiore. I fornitori privati hanno fatturato nel 2023 quasi un milione di ore, con un aumento superiore al 16%. Il costo complessivo è il doppio di quello dei sei servizi pubblici cantonali. “Ne abbiamo un’ottantina (di operatori privati, ndr.) nel nostro cantone a fronte dei sei servizi di assistenza, cure, domicilio pubblici dei comuni e abbiamo all’incirca 600 infermieri indipendenti. E questo ha portato negli anni anche a un’esplosione della spesa sanitaria che ha anche un impatto sui premi di cassa malati”.
C’è chi ha chiesto un mese di tempo per adeguarsi, come nelle Tre Valli, e chi ha detto “no” a farla pagare, come lo Spitex Locarnese e Valli. “Un’uscita francamente totalmente inopportuna e inaccettabile”, ha detto De Rosa, ricordando che il tema è discusso dall’estate scorsa e che gli stessi servizi pubblici avevano espresso adesione in Commissione.
La decisione, formalmente assunta a dicembre, doveva produrre effetti già sul preventivo 2026, ha poi spiegato Gobbi. “Stiamo parlando di una spesa sanitaria che ha un’evoluzione negativa a livello di crescita ben superiore alla media nazionale, ma anche degli altri settori della spesa sanitaria”. In tal senso, la misura è “anche una risposta a quello che è il grido d’allarme dei ticinesi sull’evoluzione negativa dei premi di cassa malati”, ha concluso il presidente del Governo.

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/il-quotidiano?urn=urn:rsi:video:3606516

«Non si tratta di un derby tra Governo e Parlamento»

«Non si tratta di un derby tra Governo e Parlamento»

Il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, a margine della seduta «extra muros» a Brissago, torna sull’applicazione delle iniziative sulle casse malati, il cui messaggio sarà pubblicato tra due settimane «Una risposta concreta, che potrà non fare contenti gli iniziativisti, ma non possiamo fare un salto nel buio»

Dopo le tre visite a Chiasso, Bedretto e Isone – Comuni che simbolicamente rappresentano gli estremi geografici ticinesi – il Consiglio di Stato ieri ha chiuso il cerchio delle sue sedute «extra muros» nel Comune di Brissago, all’interno dello storico Palazzo Branca-Baccalà. Una seduta durante la quale il Governo ha discusso di cure a domicilio, ma non solo. Tra i cantieri più «caldi » c’è ovviamente quello dell’applicazione delle due iniziative popolari sulle casse malati. Tra due settimane, dopo Pasqua, è infatti prevista la pubblicazione del messaggio governativo con il quale sarà dettagliato come l’Esecutivo intende mettere in pratica le due proposte. Il piano del Governo sarà dunque svelato a quel momento, ma sappiamo già ora che l’applicazione sarà parziale, progressiva, e vincolata al reperimento delle coperture finanziarie. In parole povere: senza ulteriori risparmi e ulteriori nuove entrate per finanziare le proposte, le due iniziative non saranno applicabili. Una strategia che, come noto, non è andata giù agli iniziativisti, PS e Lega. Via Monte Boglia vorrebbe un’applicazione integrale e da subito della sua proposta, i socialisti invece non vogliono che l’applicazione della loro iniziativa sia legata al suo finanziamento. Ora, già la scorsa settimana Gobbi aveva ricordato su queste colonne che «purtroppo non stiamo giocando a Monopoli e i soldi non crescono sugli alberi». Un concetto che il presidente del Governo, da noi sollecitato, ha sottolineato anche ieri, al termine della seduta «extra muros ». È preoccupato – abbiamo chiesto a Gobbi – per la reazione molto probabilmente negativa che ci sarà tra i partiti in Parlamento quando presenterete il vostro piano per applicare le iniziative? «Sono preoccupato – ha risposto – dalla non conoscenza della nostra Costituzione cantonale», che all’articolo 34 recita: «Prima di assumere un nuovo compito, il Cantone ne esamina la sopportabilità finanziaria e le modalità di finanziamento ». Anche perché, ricorda, se il piano d’applicazione non verrà fatto «in maniera ordinata e pianificata, diventerebbe un disastro finanziario». Un concetto, quello della sostenibilità finanziaria di nuovi compiti, «presente nella Costituzione, votata dal popolo, così come le due iniziative». Occorre dunque avere «questo senso di responsabilità collettivo. Perché non è un derby tra Governo e Parlamento, oppure tra singoli partiti, ma una risposta che dobbiamo dare come mondo politico ai bisogni della popolazione». Il piano del Governo, quindi, «sarà una risposta concreta alle due iniziative, che potrà non fare contenti gli iniziativisti, perché vogliono tutto e subito, ma non possiamo fare un salto nel buio senza avere una rete di protezione. Rete di protezione che si chiama garanzia di finanziamento ».

In attesa di Berna
Ora, un altro fronte «caldo», in questi ultimi mesi, è stato sicuramente quello dei rapporti con l’Italia, ma anche quelli con Berna. Con Gobbi che negli scorsi mesi non ha escluso che il Ticino possa prendere contromisure concrete (si pensi alla decurtazione dei ristorni, ma non solo) per farsi sentire nei confronti della Confederazione. A che punto siamo? Ancora Gobbi: «Tutto dipenderà dalle risposte che giungeranno da Berna sulla modifica dell’ordinanza sulla perequazione intercantonale », afferma. Il Ticino, infatti, ha sollecitato un cambiamento, affinché il «peso» dei frontalieri non danneggi il Cantone anche su questo fronte. Un cambiamento che dovrebbe fruttare alle casse del Ticino circa 9 milioni in più. «Una piccola risposta, che rappresenterebbe però un segnale politico importante (ndr. da parte di Berna) di attenzione e rispetto nei confronti del Ticino ». Un cantone «che contribuisce molto alla coesione nazionale, svolgendo compiti d’interesse nazionale», che secondo il presidente del Governo «non vanno dati per scontati », anche perché in Ticino «abbiamo costi socio-economici importanti che con le risorse attuali faremo sempre più fatica ad affrontare». Se non arriveranno quei 9 milioni, dunque, il Ticino prenderà contromisure? «Sarà la conseguenza di un’azione che dovremo intraprendere per ritematizzare il ruolo del Ticino all’interno della Confederazione ».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 2 aprile 2026 del Corriere del Ticino

Bando di concorso aspiranti 2027

Bando di concorso aspiranti 2027

Comunicato stampa

La Polizia cantonale comunica che oggi è stato pubblicato sul Foglio ufficiale il bando di concorso per l’assunzione di nuovi/e aspiranti gendarmi e per la Polizia cantonale, di nuovi/e aspiranti ispettori/trici di Polizia giudiziaria per la Polizia cantonale e di nuovi/e aspiranti agenti per le polizie comunali di Bellinzona, Chiasso, Losone, Locarno, Lugano e Mendrisio.
I candidati e le candidate ammessi/e seguiranno la Scuola di polizia a partire dal 01.03.2027.
Il percorso formativo che conduce all’Esame professionale per il conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia prevede un primo anno quale aspirante presso la Scuola di polizia del V circondario (SCP) e un secondo anno in qualità di gendarme/agente/ispettore(-trice) in formazione presso i Corpi di appartenenza.
Come di consueto, per accedere a questa formazione biennale l’idoneità dei candidati e delle candidate sarà verificata attraverso un processo di selezione. La decisione sull’assunzione degli e delle aspiranti giungerà al più tardi entro tre mesi prima dell’inizio della formazione.
Le candidature vanno inoltrate entro il 29.04.2026 (fa stato il timbro postale). Il 17.04.2026 dalle 19 alle 22 si terrà una serata informativa presso l’Auditorium della Scuola Cantonale di Commercio in viale Stefano Franscini 32 a Bellinzona.
Il bando di concorso, le modalità di iscrizione ai test fisici e i formulari possono essere consultati/scaricati dal sito internet della Polizia cantonale al seguente indirizzo: www.ti.ch/scuoladipolizia

«Una casa comune per il mondo ICT e digitale»

«Una casa comune per il mondo ICT e digitale»

ATED si trasforma in associazione mantello, avviando «una nuova era per la rappresentanza del settore digitale ticinese».

Un cambiamento «epocale, atteso e auspicato negli anni» oggi diventa realtà: l’assemblea del 26 marzo segna una data storica per ATED – Associazione Ticinese Evoluzione Digitale, che evolve ufficialmente in associazione mantello nel campo digital e tech. Un passaggio che va ben oltre un aggiornamento statutario «e che rappresenta una nuova visione della rappresentanza del mondo tecnologico ticinese. La trasformazione è stata presentata in conferenza stampa con emozione e orgoglio, a coronamento di un percorso lungo 55 anni».

I numeri del settore digitale – Quella «che si può definire una vera e propria rivoluzione» nasce dai profondi cambiamenti del settore». Nel 1971, anno di fondazione di ATED, gli operatori del comparto erano poche decine. Oggi in Ticino si contano oltre 16’000 professionisti ICT, che diventano circa 18’000 includendo media e marketing digitale. Nel tempo si è passati dagli elaboratori di dati ai tecnici informatici, fino ad arrivare a un panorama che oggi comprende oltre 200 professioni ICT. «Non si tratta più solamente di un settore, ma di un intero ecosistema – sottolinea il presidente Luca Mauriello – Oggi in Svizzera circa una persona su dieci lavora nel digitale: un dato che richiede una nuova forma di rappresentanza».
 
«Le associazioni di categoria: una risposta verticale ai bisogni» – Fino a oggi, questo ecosistema non disponeva di una rappresentanza strutturata capace di ascoltare, comprendere e tradurre i bisogni delle diverse professioni. Da qui nasce la scelta di ATED di diventare associazione mantello:una “casa comune” per il mondo digitale, dove professionisti e aziende possano sentirsi rappresentati, tutelati e valorizzati. «Vogliamo creare uno spazio in cui tutte queste professioni possano riconoscersi e trovare un punto di riferimento», afferma la direttrice Cristina Giotto Boggia. Il nuovo assetto prevede la nascita di quattro associazioni di categoria: APICT, Associazione Professioni ICT Ticino, presieduta da Luca Mauriello, con l’obiettivo di avviare tra i tanti progetti anche uno studio di fattibilità per un albo professionale ICT. Cyber Ticino, presieduta da Alan Vananti, focalizzata sulla cyber sicurezza . Digital Ticino, guidata da Cristina Giotto Boggia, dedicata allo sviluppo della digitalizzazione. DPO Ticino, presieduta da Siro Migliavacca, centrata sui temi di data protection e privacy. «L’albo professionale sarà uno strumento fondamentale per definire competenze e requisiti di accesso al settore – evidenzia Mauriello – Oggi mancano riferimenti chiari su cosa significhi realmente lavorare nel mondo ICT». Le quattro associazioni opereranno in modo coordinato, con ambiti distinti ma fortemente interconnessi.
 
Le finalità dell’associazione mantello – La nuova ATED si pone il macro obiettivo della rappresentanza istituzionale. «Diventare una voce autorevole a supporto di politica, istituzioni, parti sociali e commissioni tecniche. Oggi il settore ICT soffre infatti di una criticità evidente:la mancanza di una rappresentanza competente e riconosciuta, in grado di interpretare un ambito complesso e in continua evoluzione. ATED intende colmare questo vuoto, contribuendo attivamente alla definizione di condizioni quadro per il settore, attrattività delle professioni digitali, sviluppo delle competenze e politiche formative. L’associazione è già attiva nella formazione con percorsi federali (APF) in ambiti strategici come Cyber Security, Digital Collaboration, Business AI e Multimedia Content Creation».
 
Sensibilizzazione e cultura digitale – Un secondo obiettivo fondamentale è la diffusione della cultura digitale. I dati mostrano infatti una forte discrepanza tra competenze avanzate e competenze di base:quasi un terzo della popolazione non possiede competenze digitali sufficienti. Temi come digitalizzazione, intelligenza artificiale, cyber sicurezza e protezione dei dati risultano ancora poco compresi, rendendo necessaria un’azione strutturata di sensibilizzazione.
 
Il sostegno delle istituzioni – Il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, impossibilitato a partecipare, ha inviato un videomessaggio: «Il fatto che ATED abbia scelto di affrontare nuove sfide ed evolversi in un’associazione mantello, capace di riunire tutti i professionisti del settore digitale, rappresenta una scelta strategica. Così come è strategica la volontà del Consiglio di Stato di promuovere la trasformazione digitale del Cantone. L’auspicio è che il Gran Consiglio possa presto raccogliere questo indirizzo e tradurlo in una strategia concreta ed efficace».
 
Uno sguardo al futuro – Con questa evoluzione, «ATED rafforza il proprio ruolo di punto di riferimento per il territorio, rappresentando centinaia di soci e migliaia di professionisti. Una trasformazione che segna l’inizio di una nuova fase:più strutturata, più rappresentativa e più vicina ai bisogni reali del mondo digitale. Una casa comune per un settore che oggi è, a tutti gli effetti, un ecosistema».
 
Il diritto di sentirsi sicuri, anche tra le mura di casa

Il diritto di sentirsi sicuri, anche tra le mura di casa

Le statistiche federali registrano una diminuzione complessiva di reati, accompagnata da un incremento delle fattispecie più gravi

«La violenza domestica è un fenomeno preoccupante e trasversale che deve stimolare una riflessione a fronte delle conseguenze negative che ha sull’intera società». Con queste parole il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi pone al centro dell’attenzione una delle sfide più delicate e complesse. Reati che si consumano spesso nel silenzio delle mura di casa e che il Cantone sta affrontando con una strategia a 360 gradi. Una realtà che in molti casi si intreccia anche con dinamiche di violenza di genere, rendendo il fenomeno ancora più delicato da affrontare.

Il quadro che emerge dalla Statistica criminale di Polizia 2025, pubblicata il 23 marzo dall’Ufficio federale di statistica, è articolato. Nel complesso, il numero dei reati in Svizzera è diminuito dell’1,5%, con un calo del 3,5% di quelli commessi contro il patrimonio. Un segnale incoraggiante, che testimonia l’efficacia del lavoro svolto. Accanto a questi elementi positivi, si conferma però una tendenza che richiede attenzione: i reati violenti gravi sono aumentati dell’8,1%, unitamente a un incremento del 4,4% dei reati legati alla violenza domestica. «Sono dati che ci obbligano a fare i conti con la realtà», sottolinea Gobbi. «La violenza domestica non è un fenomeno marginale: è presente e richiede una risposta concreta e coordinata».

Il Piano d’azione cantonale: una risposta strutturata
In Ticino, la lotta alla violenza domestica si fonda su un approccio strutturato, definito dal Piano cantonale d’azione. Uno strumento che ha permesso di rafforzare in modo concreto le misure di prevenzione, di sostegno alle vittime e di perseguimento degli autori di violenza. Il lavoro è coordinato dalla Divisione della giustizia del DI, in collaborazione con il DSS e il DECS, e si basa su una rete sempre più ampia che coinvolge servizi cantonali, Comuni, enti, associazioni e professionisti attivi sul territorio. Questo approccio integrato consente non solo di intervenire nell’ambito dei singoli casi, ma anche di diffondere informazioni in modo capillare e facilitare l’accesso agli aiuti per chi ne ha bisogno. «La forza del nostro sistema sta nella capacità di fare rete», evidenzia Gobbi. «Solo attraverso una effettiva collaborazione tra tutti gli attori possiamo garantire una presa a carico efficace e tempestiva».

Infermieristica forense: una risposta concreta
Tra le misure più innovative messe in campo dal Dipartimento delle istituzioni vi è lo sviluppo della figura dell’infermiere forense, tassello fondamentale di collegamento tra l’ambito sanitario e la giustizia, in particolare nei casi di violenza sessualizzata e di genere. La scorsa settimana sono stati consegnati i diplomi alle prime professioniste e professionisti che hanno concluso il CAS SUPSI in infermieristica forense. Si tratta di operatori capaci di unire rigore scientifico, sensibilità umana e consapevolezza giuridica nella gestione dei casi di violenza. «L’introduzione di questa figura e della formazione rappresentano una risposta concreta a un bisogno reale», sottolinea Gobbi. «Permette di riconoscere meglio i segnali di violenza, di documentare in modo corretto le lesioni e di accompagnare le vittime nel delicato passaggio tra presa a carico sanitaria e tutela della giustizia». Il percorso formativo rafforza le competenze del personale in un contesto in cui sanità e giustizia sono sempre più chiamate a lavorare insieme. Un risultato reso possibile anche grazie alla presenza dell’Istituto cantonale ticinese di medicina legale, sviluppato sotto la guida della Divisione della giustizia diretta da Frida Andreotti.

Il monitoraggio internazionale: la visita del GREVIO
L’impegno del Cantone si inserisce in un quadro più ampio, che vede la Svizzera coinvolta nell’attuazione della Convenzione di Istanbul, trattato che stabilisce degli standard per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. In questo contesto, lo scorso 11 marzo il Consiglio di Stato ha accolto in Ticino una delegazione del GREVIO, il gruppo indipendente del Consiglio d’Europa incaricato di monitorare i progressi dei Paesi aderenti. Durante la visita, la delegazione ha incontrato rappresentanti delle istituzioni e della società civile attivi nella prevenzione e nel contrasto alla violenza. Il confronto ha permesso di mettere in luce il lavoro svolto in Ticino, sia sul piano della protezione delle vittime sia su quello della prevenzione e della formazione. Da un primo bilancio, il GREVIO ha espresso apprezzamento per i progressi compiuti negli ultimi anni, riconoscendo come l’entrata in vigore della Convenzione abbia contribuito a rafforzare in modo significativo le politiche di contrasto alla violenza.

Un impegno che prosegue
Il rapporto finale del GREVIO, atteso per l’autunno 2026, fornirà ulteriori indicazioni per rafforzare le misure esistenti. Nel frattempo, il lavoro prosegue con determinazione, nella consapevolezza che la lotta alla violenza domestica richiede continuità, competenze e collaborazione. «La sicurezza si costruisce anche così», conclude Gobbi. «Affrontando i problemi senza nasconderli e mettendo in campo strumenti concreti per proteggere le persone più vulnerabili. Ma soprattutto, garantendo ciò che dovrebbe essere naturale e scontato per tutti: sentirsi al sicuro tra le mura di casa».

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 29 marzo 2026 de Il Mattino della domenica

«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

Il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, da novembre 2024 è presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Il 2026, apertosi con il dramma di Crans-Montana, è un anno cruciale per le polizie cantonali: all’orizzonte ci sono infatti il G7 a Évian e la conferenza dell’OSCE a Lugano.

Da quando è entrato in carica, nel novembre del 2024, a oggi, come è cambiata la situazione e la percezione della sicurezza in Svizzera?
«A livello nazionale non c’è stato un cambiamento radicale della situazione di minaccia. Ma ci sono alcuni temi che sono rimasti prioritari: stiamo cercando di trovare la quadratura del cerchio, anche a livello di basi legali, per quanto riguarda lo scambio di informazioni di polizia tra Cantoni. Oggi, io riesco a ricevere informazioni di polizia da 30 Paesi dello spazio Schengen più velocemente che non tra un Cantone e l’altro. Sono ostacoli che non ci permettono di lavorare in maniera ottimale e ci frenano nell’efficacia e nell’efficienza».

Il Consiglio federale a metà febbraio ha finalmente avviato la consultazione per permettere uno scambio di informazioni tra Cantoni tramite la piattaforma di consultazione di polizia POLAP. L’attuazione, però, non è prevista prima del 2029. Tra le criticità, c’è anche la questione della protezione dei dati. È un problema reale?
«Non si tratta di uno scambio automatico. Dietro ogni ricerca c’è un agente di polizia formato e ogni richiesta è monitorata. È importante sottolineare che lo scambio di informazioni non riguarda la piccola bagatella che una persona ha commesso in altri Cantoni. Si tratta di inchieste rilevanti e di gravi reati. Se una squadra di inquirenti ticinesi sta lavorando su un traffico internazionale di stupefacenti, deve essere in grado di sapere rapidamente se la stessa banda di criminali è attiva anche in altri Cantoni. Oppure se una persona che si vuole stabilire in Ticino ha già alle spalle reati violenti, ad esempio legati alla violenza domestica».

Il 2026 si è aperto in modo tragico con il rogo di Crans-Montana che ha provocato 41 morti e 115 feriti. Che ruolo ha svolto la Conferenza nella gestione di questo dramma?
«La Conferenza non gestisce l’aspetto operativo sul terreno. Però dopo gli attacchi terroristici a Parigi nel 2015 abbiamo migliorato il concetto e i piani di reazione, dotandoci dello Stato maggiore di condotta di polizia. Il suo compito è di supportare nella pianificazione chi ne ha bisogno. Il Canton Vallese nella notte di Capodanno ha immediatamente fatto richiesta per avere specialisti DVI (Disaster Victim Identification, ndr) per l’identificazione delle vittime. La mattina del 1. gennaio, dopo essere stato allarmato dalla mia Centrale operativa, alle 06.15 ero al telefono con un collega vallesano allo scopo di capire cosa avremmo potuto fare a loro supporto e per informarlo della nostra ulteriore disponibilità. Nelle prime ore del mattino il personale richiesto a livello svizzero era già in viaggio per Crans-Montana, compresi quattro specialisti ticinesi. Poi, nei giorni seguenti, c’è stata un’ulteriore richiesta di sostegno per l’organizzazione della cerimonia supportata da un importante numero agenti romandi e ticinesi. Oggi posso dire che il sistema ha funzionato e funziona, anche in caso di crisi improvvise».

Ci sono invece situazioni che possono essere anticipate. A metà giugno ci sarà il G7 a Évian, sul Lago Lemano, poi Lugano ospiterà a inizio dicembre la conferenza ministeriale dell’OSCE. Cosa è emerso finora dalla valutazione dei rischi?
«L’analisi dei rischi è costante e può variare in ogni momento. Abbiamo, per quanto riguarda il Ticino, una cellula che si occupa di monitorare la situazione. Ogni Cantone si occupa della sua situazione interna e abbiamo la possibilità di coordinarci a livello nazionale, anche per il tramite dello Stato maggiore nazionale. I Cantoni Ginevra, Vaud e Vallese sono al lavoro per l’organizzazione e la pianificazione relativa al G7, che si tiene in Francia ma che avrà ripercussioni anche in Svizzera. Oggi, più che un attacco diretto, uno degli elementi più problematici riguarda tutto quanto gira attorno al mondo cyber, compresi attacchi ibridi e spionaggio. Non sono da escludere importanti dimostrazioni sul territorio svizzero, come già avvenne nel 2003. L’OSCE, va ricordato, non conta solo membri europei. Ci potrebbero essere anche rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Israele. C’è chi potrebbe avere interesse a “rovinare la festa”. L’attenzione sarà più elevata, così come la sicurezza. A seguito dell’impiego relativo al G7 potremo poi tirare ulteriori conseguenze per il dispositivo di Lugano».

Nel 2003 Évian aveva già ospitato il G8 (allora c’era anche la Russia) e si erano verificati pesanti scontri a Ginevra e Losanna. L’Esercito potrà schierare da duemila fino a cinquemila militari in servizio d’appoggio. E la polizia?
«Per questioni tattiche non forniremo cifre, ma ci saranno agenti di polizia da tutta la Svizzera. Ogni concordato di polizia, sulla base di una chiave di riparto, sarà chiamato a contribuire. Il Cantone che fa richiesta, però, dovrà mettere a disposizione il numero più alto di agenti. C’è poi un aspetto da tenere conto: già oggi siamo confrontati con attacchi ibridi. La Confederazione e le grosse imprese sono quasi tutti i giorni vittime di tentativi di attacchi informatici. La situazione è completamente cambiata rispetto ad alcuni anni fa».

Le valutazioni del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) sono cruciali per le forze di polizia cantonali. Eppure, negli ultimi anni i servizi segreti complici le riforme interne e la carenza di risorse – hanno attirato le critiche dei Cantoni. Quali strumenti potrebbero far cambiare marcia a questa collaborazione?
«Non è un mio compito dire come deve lavorare il SIC. I servizi di informazione devono analizzare, anticipare e reagire. In passato, è vero, alcune cose non hanno funzionato, ma dall’arrivo del nuovo direttore (Serge Bavaud, dallo scorso novembre, ndr) ci siamo incontrati più volte e le nostre richieste e osservazioni sono state ben recepite. Il passato è passato, ora stiamo andando nella buona direzione ».

Terrorismo, attacchi ibridi, droni. In una recente intervista alla NZZ, la presidente della Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, Karin Kayser- Frutschi, ha detto che oggi troppo spesso non è chiaro di chi sia la responsabilità in caso di attacchi. Chi è che può intervenire in modo rapido e soprattutto con strumenti adeguati?
«Quanto sostiene la presidente è vero, in alcuni casi le responsabilità non sono del tutto definite. In altri invece le competenze sono chiare. Nel caso di un attacco di un drone contro una centrale elettrica, la responsabilità è nella prima fase della polizia del Cantone toccato. Poi, una volta che si capisce di quale tipo di attacco si tratta, la competenza può salire al livello superiore. Se c’è l’utilizzo di esplosivo, il caso passa direttamente al Ministero pubblico della Confederazione. Nell’ambito dei droni, però, il campo è molto vasto e lo sviluppo è costante. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina. Quello che vale oggi, potrebbe non esserlo più domani. L’importante è restare al passo con i tempi con la difesa da questi velivoli, altrimenti si rischia davvero di perdere il treno».

Un altro aspetto che Kayser-Frutschi mette in evidenza è la necessità di specializzarsi. A suo avviso, bisogna abbandonare il modello delle «forze di polizia generaliste ». Nella Svizzera centrale, Nidvaldo si è specializzato nelle operazioni di soccorso in acqua, Obvaldo nel soccorso alpino. Cosa si sta facendo a livello nazionale per aumentare la cooperazione in ambiti specifici?
«Già oggi alcuni Cantoni hanno settori più sviluppati di altri: ad esempio, solo pochi Corpi di polizia hanno tiratori scelti con tutte le competenze. Lo stesso vale per gli artificieri. In caso di indagini particolari che toccano l’utilizzo di esplosivo intervengono gli specialisti della Scientifica di Zurigo. Magari, in futuro, potrebbero esserci centri di competenza nell’ambito di indagini cyber».

In futuro, quindi, ogni Cantone dovrebbe specializzarsi in un ambito diverso?
«Ritengo che lo specialista sia un elemento in più. Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati. Sicuramente ne avremmo bisogno, ma dovranno sempre esserci anche i “generalisti”. Ci saranno sempre incidenti stradali, casi di violenza domestica e furti. Cito questi perché sono i tre elementi di base che vengono testati alla fine dell’iter formativo che porta al brevetto federale di agenti di polizia. A farci crescere sono anche le esercitazioni “multicantonali”, in cui bisogna coordinare le azioni di polizia tra i vari Cantoni. Questo permette anche di seguire standard armonizzati e di avere una formazione di base e continua comune».

Dalla statistica criminale di polizia 2025, pubblicata pochi giorni fa, emerge un aumento del numero dei reati violenti gravi: la violenza domestica e i femminicidi rappresentano un problema. La Conferenza cosa sta facendo per combattere queste forme di reati?
«In questi casi la Conferenza non ha un compito operativo, ma attraverso dei progetti si cerca di creare standard comuni sulla base delle esperienze fatte in altri Cantoni. In Ticino, ad esempio per la gestione delle minacce, è stato creato il Gruppo Prevenzione e Negoziazione, così come il Centro competenza violenza che si occupa anche di violenza domestica. Il nostro Cantone è stato lungimirante anche in altri ambiti: ad esempio per quanto riguarda la prevenzione delle truffe telefoniche. Quanto abbiamo fatto negli ultimi anni è stato ripreso da altri Cantoni. In questo modo si cercano soluzioni comuni, ben consapevoli che alla fine dei conti ogni Cantone è responsabile della propria sicurezza».

Il federalismo, con 26 Cantoni e 26 modi di agire differenti, può rappresentare un problema per la sicurezza interna della Svizzera?
«No, non è un problema se si lavora insieme e si collabora. Ecco, se dobbiamo cambiare una legge ci vuole un po’ più di tempo. Però la collaborazione tra i vari Corpi di polizia è quotidiana e il federalismo non mina di sicuro la sicurezza interna della nostra Confederazione ».

La collaborazione è fondamentale nel mondo cyber, dove non ci sono confini fisici. Come si può essere più efficaci in questa dimensione? La creazione di una «Polizia postale», come ad esempio in Italia, può essere una soluzione o servono semplicemente regole più severe?
«No, non credo che arriveremo a creare un Corpo apposito a livello nazionale. Sarebbe necessario modificare la Costituzione poiché essa dà l’autonomia ai Cantoni per quanto riguarda la sicurezza interna. Sarà però possibile creare centri di competenza in cui gli specialisti dei vari Cantoni possano lavorare insieme. E uno scambio semplificato di informazioni tra le polizie permetterà anche di migliorare la collaborazione. Avolte il problema è che quando si avviano inchieste, ci si rende presto conto che l’autore non risiede nel nostro Cantone o spesso nemmeno nel nostro Paese. Per questo ci vogliono gli accordi internazionali e il supporto di enti preposti come Interpol ».

Intervista pubblicata nell’edizione di sabato 28 marzo 2026 del Corriere del Ticino

Seduta extra muros del Consiglio di Stato a Brissago

Seduta extra muros del Consiglio di Stato a Brissago

Comunicato stampa

Il Comune di Brissago ospiterà, mercoledì 1. aprile 2026, la riunione settimanale del Consiglio di Stato: si tratta del quarto appuntamento del ciclo di sedute extra muros programmate sul territorio ticinese, durante l’anno presidenziale del Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Dopo le prime tre sedute extra muros organizzate a Chiasso, Bedretto e Isone – Comuni che corrispondono simbolicamente ai punti estremi della geografia ticinese – il Governo completerà questo ciclo riunendosi mercoledì 1. aprile nel Comune di Brissago, all’interno dello storico Palazzo Branca-Baccalà.  
Come noto, l’iniziativa si inserisce nella volontà del Governo cantonale di rafforzare il dialogo e la vicinanza con il territorio e le sue comunità locali, offrendo alla popolazione l’opportunità di incontrare le autorità cantonali e di conoscere più da vicino i meccanismi del federalismo elvetico.  
Al termine della seduta, un momento d’incontro con la popolazione è previsto attorno alle 11.30 nel cortile di Palazzo Branca-Baccalà.

(Immagine: www.brissago.ch)

Il 1° luglio 2026 entra in vigore la legge sulla videosorveglianza pubblica

Il 1° luglio 2026 entra in vigore la legge sulla videosorveglianza pubblica

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha stabilito che il 1° luglio 2026 entrerà in vigore la legge cantonale sulla videosorveglianza pubblica (LViSo), che disciplina l’impiego della videosorveglianza sul demanio pubblico e sui beni amministrativi al fine di garantire la sicurezza, l’ordine pubblico e la gestione della logistica. L’Incaricato cantonale della protezione dei dati mette a disposizione un modello di normativa, cui i soggetti sottoposti alla legge possono fare riferimento per l’elaborazione delle rispettive disposizioni materiali di esecuzione.

La nuova legge sulla videosorveglianza pubblica – adottata dal Gran Consiglio il 12 giugno 2025 – disciplina la materia entro limiti chiari e ben definiti, attribuendo alle diverse modalità di videosorveglianza ambiti di applicazione specifici. In particolare, non è ammesso l’impiego di sistemi invasivi – ossia con monitoraggio a schermo in tempo reale – sul demanio pubblico; quest’ultimo resta pertanto assoggettato unicamente a forme di videosorveglianza di carattere dissuasivo. Pur mantenendo un certo grado di flessibilità e adattabilità in funzione dell’evoluzione delle contingenze di sicurezza e di ordine pubblico (approccio territoriale a lungo termine), essa si distingue dalla videosorveglianza prevista dalla legge sulla polizia, caratterizzata invece da una maggiore invasività, flessibilità e adattabilità (approccio situazionale a breve termine).  
La legge cantonale si applicherà alle corporazioni di diritto pubblico (in particolare, Cantone, Comuni, Patriziati, corporazioni di diritto pubblico delle Chiese riconosciute) e agli enti e alle istituzioni parastatali cantonali e comunali e ai privati che assumono compiti di diritto pubblico.  
I soggetti sottoposti alla nuova legge dovranno garantire la riconoscibilità dei propri sistemi di videosorveglianza e attenersi ai principi generali del diritto, quali la proporzionalità e la finalità.  
Con la nuova legge il Cantone garantisce una certa autonomia legislativa e attuativa ai titolari della videosorveglianza su aspetti quali lo scopo e le modalità di sorveglianza, la tipologia di strumenti di videosorveglianza da utilizzare, il mandato di esecuzione della videosorveglianza, i diritti di accesso alle registrazioni, la durata di conservazione delle immagini e i luoghi soggetti a videosorveglianza.  
L’Incaricato cantonale della protezione dei dati mette a disposizione, sulla propria pagina web, un modello di normativa al quale i titolari di sistemi di videosorveglianza possono fare riferimento per la definizione delle disposizioni materiali di esecuzione della legge.