Quando è l’agente a violare la legge

Quando è l’agente a violare la legge

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 agosto 2019 del Corriere del Ticino

Norman Gobbi: non dimentichiamo i casi degli agenti poi prosciolti
Dimitri Bossalini: ad aumentare, semmai, è stata la violenza contro i funzionari
Paolo Bernasconi: la polizia è sana, ma è giusto che le persone restino vigili sul tema

Fanno discutere i poliziotti finiti al centro di inchieste penali e processi – L’autorità e gli interrogativi dei cittadini.
C’è il rischio che questi casi intacchino la fiducia verso le forze dell’ordine?
Gobbi: «Il Corpo è sano, non violento»

«Con che coraggio lei multa i normali cittadini?». Questa domanda retorica – pronunciata settimana scorsa in aula dal procuratore pubblico Arturo Garzoni durante il processo nei confronti dell’ex agente della Comunale di Lugano accusato di favoreggiamento – ben riassume il sentimento di una parte dei cittadini di fronte alle notizie emerse in questi ultimi mesi riguardanti poliziotti al centro di inchieste penali. Un tema che ha tra l’altro recentemente spinto il granconsigliere Matteo Quadranti a presentare un’interrogazione in cui chiede al Governo di fornire una statistica dei reati commessi da agenti di polizia negli ultimi 15 anni. Una statistica che aiuterà a rispondere alla domanda che qualcuno in questi giorni si sta ponendo: c’è un problema in polizia (indipendente che sia la Cantonale o le Comunali, anche perché a ben guardare i casi sembrano essere equamente ripartiti)? Il caso dell’ex agente di Lugano – tra l’altro assunto per un breve periodo come vicecomandante a Collina d’Oro – è solo uno di quelli emersi nell’ultimo periodo. Trentottenne, non aveva segnalato il fatto di essere venuto a conoscenza che una minorenne (con cui aveva una relazione sentimentale) guidava l’auto senza patente. Il 14 agosto si è invece saputo che tre agenti della Cantonale sono stati raggiunti da un decreto d’accusa (sequestro di persona e abuso di autorità) per aver ammanettato nel 2017 un richiedente l’asilo a una doccia della Protezione civile di Camorino. Una settimana prima tre agenti della Comunale di Biasca erano stati condannati – non essendosi opposti al decreto – per abuso di autorità, favoreggiamento e violazione della Legge federale sulla caccia. Il 5 agosto un agente della Cantonale è stato sospeso – e messo sotto inchiesta – in quanto sospettato di aver sottratto alcune pistole oggetto di sequestro giudiziario. Casi a cui si può aggiungere la condanna (in Appello, risalente al 24 giugno) di un agente della Comunale di Lugano che prese a calci e pugni – nel 2016 – una persona sotto gli occhi delle telecamere della centrale di via Beltramina. E poi – in questo caso l’inchiesta ha portato il 16 luglio a due decreti d’accusa – ci sono i due poliziotti (uno della Malcantone Est e uno della Malcantone Ovest) che «graziarono» un collega della Cantonale durante un controllo alcolemico. In aprile un agente di Mendrisio è stato pizzicato mentre viaggiava a 151 all’ora (il limite era 80) nel Canton Uri. Senza dimenticare il caso – risalente alla fine del 2018 – della poliziotta della Cantonale indagata per alcune truffe a danno delle assicurazioni, o quello dell’agente che finì in una scarpata a Ronco Sopra Ascona e se ne andò senza avvisare. E c’è anche stato il caso dell’agente con simpatie naziste (poi promosso tra mille polemiche). Comprensibile, mettendo questi casi uno in fila all’altro, che ci si ponga delle domande, anche se una cosa va puntualizzata. È vero che sono notizie emerse (o riemerse) recentemente, ma non significa che i fatti siano accaduti in breve sequenza. Di fatto si parla di accuse risalenti in alcuni casi perfino al 2015. Abbiamo chiesto un parere al Consigliere di Stato Norman Gobbi. Il ministro non ha dubbi: il Corpo della polizia cantonale è sano. «Occorre dire – ci spiega – che oltre a questi episodi ce ne sono anche diversi in cui le accuse sono cadute attraverso un decreto d’abbandono o un proscioglimento. Non abbiamo una polizia violenta. Si rafforzerà comunque la sensibilizzazione sulla proporzionalità degli interventi. E parlando di proporzionalità mi viene in mente il caso di Brissago e penso a come il nostro gendarme abbia passato quell’anno e mezzo trascorso (a un certo punto era indagato per omicidio intenzionale per aver sparato ad un asilante che, armato di coltelli, era andato in escandescenza, n.d.r.) prima di vedersi completamente scagionato. Per evitare situazioni come quella prodottasi a Camorino, abbiamo recentemente introdotto la base legale per la custodia di polizia, ora però sub iudice al Tribunale federale». Gobbi poi ribadisce: «Il corpo è sano». Per il Consigliere di Stato bisogna comunque «tenere alta l’attenzione, anche per quanto riguarda il reclutamento». E il fatto che sia aumentata l’importanza degli esami psicologici è molto importante per evitare di arruolare aspiranti agenti che poi potrebbero creare problemi. «Lasciatemi sottolineare – continua Gobbi – che riceviamo anche molte email e lettere di ringraziamento da parte dell’utenza. Persone che ci ringraziano per la cortesia e l’attenzione che le nostre pattuglie dimostrano».

L’importanza della formazione
Simile anche il parere di Dimitri Bossalini, comandante della polizia di Locarno e presidente dell’Associazione delle polizie comunali. «Io ho avuto la fortuna – ci spiega – di lavorare in tre diversi Corpi (a Paradiso, con la polizia del Vedeggio e ora a Locarno) e non ho mai avuto casi di questo tipo. Quello che posso dire è che sia durante la Scuola di polizia che durante il reclutamento, grazie all’introduzione dello psicologo di polizia, il metro di giudizio è migliorato. Abbiamo dei filtri superiori. Ma ad essere aumentata è di certo la violenza verso i funzionari. Poi sui casi, tenendo conto che in Ticino ci sono circa 1.000 agenti, c’è purtroppo chi non si comporta come si deve. Non dovrebbe succedere, è vero, ma i Comandi sono i primi a segnalare queste situazioni. Non c’è alcuna volontà di non farli emergere».

La piramide del controllo
Abbiamo chiesto un parere anche all’avvocato (ed ex procuratore pubblico) Paolo Bernasconi. Anche secondo lui non c’è un problema in polizia («Soprattutto – ci spiega – paragonando situazioni che si vedono all’estero»). «È un mestiere difficile e spesso gli agenti devono intervenire in situazioni (e con persone) problematiche. Percentualmente i casi di mancanze sono pochi, anche se è giusto che le persone si pongano delle domande e pretendano l’assenza totale di errori». Per Bernasconi è importante tenere in considerazione «la piramide del controllo». «Una piramide che ha tre vertici: la Magistratura, lo Stato e dunque i cittadini, e i superiori diretti. La Magistratura deve garantire che non ci sarà impunità. Poi ci sono i cittadini che vedono, controllano e vigilano. Il terzo vertice è rappresentato dai superiori, che devono intervenire quando vedono comportamenti scorretti. Se non lo fanno si rendono corresponsabili».

Pp in più, fine consultazione

Pp in più, fine consultazione

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 14 agosto 2019 de La Regione

Documento presto in governo, i tempi dipenderanno però anche dalle osservazioni

Lunedì prossimo si chiuderà la procedura di consultazione avviata intorno alla metà di luglio dal Dipartimento istituzioni sul progetto di messaggio governativo per il potenziamento del Ministero pubblico. Un rafforzamento dell’organico e dell’azione della magistratura inquirente, al quale il Consiglio di Stato ha già espresso un sì di principio, che si intende concretizzare con un procuratore ordinario in più, da destinare alla squadra di pp che indaga sui reati economico-finanziari. Ma anche con l’assegnazione ai segretari giudiziari, dietro autorizzazione del procuratore generale, di competenze decisionali nel penale ‘minore’, e meglio nell’ambito dei procedimenti contravvenzionali (per esempio emanazione di decreti d’accusa o di non luogo). Queste le principali misure prospettate nel documento spedito in consultazione, in cui si stabilisce pure che la Procura “indirizza al Consiglio di Stato, entro un anno dall’approvazione del messaggio da parte del Gran Consiglio, un rapporto in merito alla riorganizzazione del Ministero pubblico, proponendo i necessari adeguamenti legislativi volti a incrementare l’efficienza e l’efficacia dell’autorità giudiziaria e dare riscontro alle criticità emerse”. Il procuratore generale, il presidente del Consiglio della magistratura, i vertici del Tribunale d’appello, della Corte dei reclami penali, del Tribunale penale, della Corte di appello e revisione penale, dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi e della Pretura penale, nonché il Magistrato dei minorenni, il comandante della Polizia cantonale e l’Ordine degli avvocati (Oati): sono i rappresentanti degli uffici giudiziari e gli enti (nel caso dell’Oati) cui il Dipartimento ha sottoposto il progetto di messaggio. Termine della consultazione, lunedì 19. Dopodiché «valuterò, con la direttrice della Divisione giustizia Frida Andreotti, le varie prese di posizione sulle misure proposte, alle quali, ricordo, il Consiglio di Stato ha avuto un approccio positivo – afferma il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi –. È mia intenzione portare già a settembre la bozza di messaggio in governo, per l’approvazione. I tempi chiaramente dipenderanno anche dal contenuto delle osservazioni che scaturiranno dalla consultazione». Varato dall’Esecutivo il messaggio definitivo, la parola andrà al Gran Consiglio, dato che per realizzare il potenziamento occorre modificare la Legge sull’organizzazione giudiziaria: prima di approdare al plenum, il documento sarà esaminato e discusso dalla commissione Giustizia e diritti. Se l’aumento del numero dei magistrati otterrà luce verde, i procuratori passeranno da 21 a 22, pg compreso. Nel Canton Ginevra, anch’esso sede di una piazza finanziaria, sono 44…

Violenza domestica, 53 candidature per il coordinatore

Violenza domestica, 53 candidature per il coordinatore

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 8 agosto 2019 de La Regione

Fra i compiti della nuova figura la gestione di campagne ed eventi finalizzati alla prevenzione.
Andreotti (Divisione giustizia): la nomina da parte del governo? Spero possa avvenire quest’autunno.

Pubblicato il 9 luglio, il concorso è scaduto il 23. E in un paio di settimane le candidature inoltrate sono state ben cinquantatré. È un posto ambito quello di coordinatore/trice per il dossier della violenza domestica in Ticino: una nuova figura dell’Amministrazione, che al Dipartimento istituzioni opererà in seno alla Divisione della giustizia. Con la responsabile di quest’ultima (Frida Andreotti), collaborerà fra l’altro nell’allestimento di un piano di azione cantonale. Un piano, come si spiegava nel bando, per concretizzare e monitorare, con i servizi interessati, i vari progetti volti alla messa in atto della “Convenzione di Istanbul” sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nonché delle leggi federali in materia, in particolare quella che mira a rafforzare la tutela delle vittime, la cui entrata in vigore è prevista per il 1° luglio del prossimo anno. Ma avrà appunto anche altri compiti. Come la partecipazione a commissioni e gruppi di lavoro cantonali e intercantonali. Come la redazione di rapporti e la gestione di campagne di sensibilizzazione.

Oltre cinquanta gli/le aspiranti alla carica, d’età compresa tra i 22 e i 58 anni. Per quanto riguarda gli accademici, undici ad esempio hanno una formazione in campo giuridico, venti in quello economico e otto in ambito sociale. La maggioranza delle cinquantatré candidature sono femminili: trentatré. «Il sesso non costituirà un criterio di scelta preferenziale – tiene a precisare Frida Andreotti, interpellata dalla ‘Regione’ –. Nella selezione e nella scelta terremo conto di altri aspetti, fra cui l’interesse dei candidati per il tema, delicato e complesso, della violenza domestica e quindi i motivi per cui hanno concorso, la formazione e le competenze linguistiche, dato che la persona che verrà assunta dovrà anche tenere i contatti con enti di altri cantoni e con la Confederazione e presenziare a riunioni nella Svizzera interna». In seguito a una prima valutazione, basata sulla carta, la direttrice della Divisione giustizia ha individuato «una quindicina di profili che ritengo possano essere presi in considerazione per la funzione». Una quindicina di candidati «che prossimamente verranno convocati per un colloquio, dopodiché decideremo quali sottoporre agli assessment». La nomina da parte del Consiglio di Stato del collaboratore o della collaboratrice scientifico/a che fungerà da coordinatore/trice per il tema della violenza tra le mura di casa? «Spero possa avvenire a ottobre – risponde Andreotti –. Se così sarà, la nuova figura sarà operativa a gennaio o al più tardi a febbraio 2020, considerati gli eventuali termini di disdetta, qualora la scelta dovesse cadere su chi è già professionalmente attivo».

Una figura voluta soprattutto dalla responsabile della Divisione giustizia. «Fisica, verbale, psicologica: la violenza domestica assume diverse forme e le conseguenze possono essere devastanti – sottolinea Andreotti –. Il fenomeno è purtroppo diffuso anche in Ticino, come attestano i dati della polizia. Si agisce sia sul fronte della repressione, sia nel campo della prevenzione, che vede impegnati attori pubblici e privati. Ma, come ho già avuto modo di affermare, oggi non c’è una figura di riferimento istituzionale di coordinamento per questo tema. È una lacuna – continua la direttrice della Divisione – che il Dipartimento delle istituzioni si appresta a colmare con la designazione di una persona chiamata non a fornire consulenza alle vittime oppure agli autori o alle autrici di violenza, compito che viene già svolto da altri settori dello Stato, ma per esempio a promuovere i contatti fra le associazioni attive nella prevenzione e tra queste e gli uffici pubblici, a essere di supporto alla commissione consultiva del Consiglio di Stato per ciò che concerne la violenza domestica, a occuparsi di campagne ed eventi finalizzati alla prevenzione e a elaborare, sempre d’intesa con la sottoscritta, una strategia cantonale in materia».

Seehofers erweiterte Grenzkontrollen

Seehofers erweiterte Grenzkontrollen

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 3 agosto 2019 del Tages Anzeiger

Der deutsche Innenminister Horst Seehofer (CSU) will ein Konzept für einen wirksameren Schutz vor illegaler Migration.

Seit 2015 führt Deutschland an der Grenze zu Österreich verstärkte Kontrollen durch, die Jahr für Jahr verlängert werden. Plant der deutsche Innenminister Horst Seehofer Ähnliches nun an der Grenze zur Schweiz? Diese Frage stellt sich, weil Seehofer dem deutschen Nachrichtenmagazin «Spiegel» gestern sagte, Deutschland habe der illegalen Einwanderung entgegenzuwirken «durch eine erweiterte Schleierfahndung und anlassbezogene, zeitlich befristete Kontrollen auch unmittelbar an der Grenze – auch an der Grenze zur Schweiz». Gemäss dem «Spiegel» will Seehofer bis nächsten Monat ein Konzept vorlegen, wie er der illegalen Migration begegnen will. 2018 seien insgesamt 43000 unerlaubte Einreisen nach Deutschland registriert worden. Viele weitere Migranten seien eingereist, ohne kontrolliert zu werden.
Nach der Tötung eines Kindes im Frankfurter Bahnhof durch einen aus dem Kanton Zürich eingereisten Mann mit Migrationshintergrund wolle Seehofer wieder Kontrollen an der Grenze zwischen beiden Ländern einführen, hatten Medien zuvor berichtet. «Ich werde alles in die Wege leiten, um intelligente Kontrollen an der Grenze vorzunehmen», sagte er.

Keine stationäre Kontrolle
Freitagnachmittag sah sich das deutsche Innenministerium zur Präzisierung veranlasst. Seehofer plane keine stationären Kontrollen an der Grenze zur Schweiz, hiess es in einem Tweet. Er habe mehrfach darauf hingewiesen, dass die Schleierfahndung in keinem unmittelbaren Zusammenhang mit der Tat am Frankfurter Bahnhof stehe. Der Innenminister beabsichtige eine erweiterte Schleierfahndung an der Grenze – zeitlich befristet und wenn es die Sicherheitslage erfordert. Seehofers Aussagen sorgen hierzulande für Aufsehen. Der Präsident der Sicherheitspolitischen Kommission des Nationalrats, Werner Salzmann (SVP, BE), kann der Verknüpfung zwischen der Tat am Frankfurter Hauptbahnhof und verstärkten Grenzkontrollen Deutschlands keinen Sinn abgewinnen. Salzmann sagt auf Anfrage, die EU solle doch ihre Aussengrenze besser schützen, anstatt Kontrollen zur Schweiz zu verstärken. Der Täter von Frankfurt sei nicht im Schengener Informationssystem ausgeschrieben gewesen. Es entspreche gängiger Praxis, dass ein Flüchtiger aufgrund einer Anzeige wegen häuslicher Gewalt national zur Fahndung ausgeschrieben werde – und nicht international. Zudem hätten konkrete Auffälligkeiten die Polizei zu einer Kontrolle veranlassen müssen. Der Präsident der Sicherheitspolitischen Kommission des Ständerats, Josef Dittli (FDP, UR), sagt, es sei das Recht und die Pflicht jedes Landes, dafür zu sorgen, dass die Einwohner sicher zusammenleben könnten. «Ich würde es aber als diskriminierend empfinden, sollte Deutschland gegenüber der Schweiz spezielle Vorkehrungen treffen, die für die anderen Nachbarländer Deutschlands nicht gelten.» Davon gehe er allerdings nicht aus.

Keine Gesichtserkennung in der Schweiz
Der Tessiner Justiz- und Polizeidirektor Norman Gobbi (Lega) fühlt sich an die Situation von 2015 und 2016 erinnert, als viele Migranten von Italien her die Südgrenze der Schweiz illegal überquerten.
In der Folge verschärfte die deutsche Polizei den Grenzschutz an der Landesgrenze zur Schweiz.
Für Gobbi ist klar, dass die Staaten den Übertritt von Migranten an der Grenze im Griff haben müssen. «Indem Migranten die illegale Einreise verwehrt wird, lassen sich viele Folgeprobleme verhindern», sagt Gobbi.
Eine strikte Migrationspolitik sei besser als eine Politik der offenen Tore.
Was aber meinte Seehofer, als er von «intelligenten Grenzkontrollen» sprach? Sicherheitspolitiker Salzmann hält es für möglich, dass der Deutsche den Ausbau technischer Massnahmen mit Videoüberwachung und Gesichtserkennung vorschlagen wird. Auch für Gobbi ist dies denkbar. Dasselbe habe man im Tessin auch schon diskutiert. In seinem Kanton gebe es stellenweise Videoüberwachung, auch entlang der grünen Grenze, aber keine Gesichtserkennung.

Divieto d’entrata per il rom che dice di “aver rubato ai ricchi svizzeri”

Divieto d’entrata per il rom che dice di “aver rubato ai ricchi svizzeri”

Da www.cdt.ch

Il capo del Dipartimento delle istituzioni risponde alle polemiche sulle dichiarazioni dell’uomo la cui moglie ha augurato una pallottola in testa a Salvini
«Ho rubato agli svizzeri, loro sono ricchi». L’affermazione, pronunciata da un rom la cui moglie aveva augurato una pallottola in testa al Ministro degli interni italiano Matteo Salvini, è balzata agli onori della cronaca nelle scorse ore.
A fare il punto sul caso, ora, è il capo del Dipartimento delle istituzioni ticinese Norman Gobbi, che su Facebook scrive: «Molti di voi in questi giorni mi hanno sollecitato su questo filmato, in cui un capoclan rom dice di “aver rubato ai ricchi svizzeri”, mentre la moglie augura una pallottola al Ministro degli interni Matteo Salvini. Il rom è noto e si è già beccato un divieto d’entrata in Svizzera; stiamo facendo ulteriori chiarimenti, anche coi colleghi d’oltre Gottardo, e se del caso la nostra Polizia cantonale si metterà in contatto con i colleghi italiani». La situazione, è quindi subito stata esamintata dalle autorità. «Fiero – aggiunge Gobbi – che dal 2012 il Ticino non accoglie più carovane di nomadi stranieri e che perseguiamo regolarmente i rom che compiono reati sul nostro territorio provenendo dai campi illegali in Lombardia e Piemonte, come quello gestito dal “novello Robin Hood” e dalla sua “signora”. Per un Ticino sicuro e accogliente».

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Da www.tio.ch

Divieto d’entrata in Svizzera per il marito della “zingaraccia” di Salvini
Norman Gobbi chiarisce che il rom che si è vantato di avere «truffato gli svizzeri che hanno soldi» è «noto». Sono in corso ulteriori chiarimenti anche oltre Gottardo.

Si è vantato in televisione di avere «truffato gli svizzeri» e di avere portato i soldi in Italia per dare un futuro migliore ai suoi figli.
Stiamo parlando del rom che vive in un campo nomadi alla periferia di Milano, in via Monte Bisbino, marito di quella che Matteo Salvini ha definito «zingaraccia».
Su di lui ha preso ora posizione Norman Gobbi che su Facebook, dopo essere stato sollecitato da molti, ha scritto: «Il rom è noto e si è già beccato un divieto d’entrata in Svizzera». Il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha inoltre aggiunto: «Stiamo facendo ulteriori chiarimenti, anche coi colleghi d’oltre Gottardo, e se del caso la nostra Polizia cantonale si metterà in contatto con i colleghi italiani».
La vicenda tiene banco ormai da giorni in Italia. La donna era stata intervistata dal Giornale e aveva detto: «A Salvini andrebbe tirato un proiettile in testa».
Il ministro dell’Interno aveva replicato durante un’intervista rilasciata a Sky Tg24 e poi con un tweet: «Ma vi par normale che una zingara a Milano dica “A Salvini andrebbe tirata una pallottola in testa”? Stai buona, zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa».
E “la zingaraccia” è stata trovata e intervistata da “Stasera Italia”, programma di Rete4. Nel campo rom abusivo alla periferia nord di Milano le baracche hanno lasciato il posto alle case a due piani. «Servirebbe un proiettile, sì, l’ho detto – ha confermato senza esitazione la donna -. Io mi sento minacciata. Salvini ce l’ha con gli zingari». Dopo avere mostrato la sua villetta, con interni sfarzosi e decorazioni dorate, ha raccontato: «Rubavo, certo, rubavo. Tutto quello che mi capitava. Ho combattuto tutta la mia vita affinché i miei figli non finiscano nello stesso modo. Ci ho messo quattro anni per costruire questa casa. Per i miei figli».
La casa si trova su terreni non edificabili ed è stata costruita senza avere ricevuto alcun permesso. Quella e le altre abitazioni dovrebbero essere rase al suolo secondo la Lega. «Lui ci vuole proprio sterminare. In ogni campo in cui è entrato ha abbattuto tutto – ha aggiunto la donna, agli arresti domiciliari da quasi sette anni -. Dove finiscono i miei figli? Andare a rubare? Per forza».
Davanti alla telecamera si è espresso poi anche il marito: «Voglio un condono. Se vieni a buttare la mia casa mi do fuoco con una tanica di benzina». E poi la stoccata: «Ho rubato per questa casa, per fare crescere i miei figli. Sono stato in carcere. Per furto, per truffa. Ma non ho truffato gli italiani. Ho truffato gli stranieri, in Svizzera, perché hanno i soldi. E ho portato qui i soldi».
Anche Norman Gobbi, quindi, si è affidato al canale social per una risposta: «Fiero che dal 2012 il Ticino non accoglie più carovane di nomadi stranieri e che perseguiamo regolarmente i rom che compiono reati sul nostro territorio provenendo dai campi illegali in Lombardia e Piemonte, come quello gestito dal “novello Robin Hood” e dalla sua “signora”. Per un Ticino sicuro e accogliente».

Revocato il permesso a un giovane dipendente dagli aiuti sociali

Revocato il permesso a un giovane dipendente dagli aiuti sociali

Da www.ticinonews.ch

Il Tram ha respinto il ricorso di un giovane italiano che dovrà lasciare il Ticino dopo 3 anni di battaglia legale

Nulla da fare per un 25enne cittadino italiano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni aveva revocato il permesso di dimora nel luglio di 3 anni fa. La decisione era stata presa in quanto il suo sostentamento “era garantito dal versamento di prestazioni assistenziali erogate dall’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento (USSI)”. Lo scorso 23 maggio il Tribunale cantonale amministrativo (TRAM) ha respinto il suo ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato del 21 dicembre 2016, che aveva dato ragione alle autorità cantonali.

Al giovane, giunto in Svizzera nel 5 luglio 2006 e residente presso la madre, beneficiaria di una rendita d’invalidità con prestazioni complementari, non è bastato l’aver rinunciato a percepire aiuti sociali come pure l’aver intrapreso un nuovo percorso formativo (circostanza, stando alla Corte, “non provata”).

Da settembre 2016 il sostentamento del 25enne – che aveva accumulato un debito complessivo nei confronti dello Stato di fr. 9’192.85 – è assicurato dalla rendita d’invalidità della madre. Entrambi, ha concluso la Corte cantonale, riescono a coprire il loro fabbisogno mensile ma “ciò non sarebbe possibile senza l’erogazione delle suddette prestazioni, che contribuiscono in maniera preponderante al sostentamento del nucleo familiare”. Per il TRAM tale fattore è determinante per l’esito della vertenza in quanto, secondo la giurisprudenza, “laddove, nell’ambito dell’applicazione dell’Accordo di libera circolazione, se l’interessato deve richiedere l’aiuto sociale o le prestazioni complementari il diritto di soggiorno non sussiste più al punto che possono essere intraprese misure volte a mettere fine al soggiorno”. Il ricorso è stato dunque respinto e l’ultima parola spetterà eventualmente al Tribunale federale (TF).

Medico del traffico, si raddoppia

Medico del traffico, si raddoppia

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 5 agosto 2019 de La Regione

Da settembre in Ticino saranno due. Il secondo verrà messo a disposizione dal Curml di Losanna.

La soluzione transitoria individuata dal Dipartimento istituzioni con il Centro universitario romando.

Oggi ce n’è uno: la dottoressa Mariangela De Cesare. Presto ce ne saranno due. Due medici del traffico in Ticino. Il secondo specialista – attivo dal 1° settembre – verrà messo a disposizione dal Curml, il Centro universitario romando di medicina legale, sede a Losanna, con cui il Dipartimento istituzioni sta valutando la fattibilità dell’annunciato Istituto ticinese di medicina legale. Un secondo specialista che si esprimerà anche in italiano.

Il raddoppio è stato deciso dallo stesso Dipartimento ed è stato possibile proprio grazie ai contatti, e ai buoni rapporti, avviati con il Curml in vista della realizzazione – alla quale il Consiglio di Stato ha dato luce verde quest’inverno – del citato istituto, che ospiterà pure il servizio di medicina del traffico, venendo così ‘cantonalizzato’. Il raddoppio è stato voluto anche per dare una risposta concreta e nell’immediato a quegli atti parlamentari – l’ultimo in ordine di tempo è a firma Udc – piuttosto critici sull’operato del finora unico medico del traffico di livello 4 autorizzato in Ticino (De Cesare), segnatamente per le tariffe ritenute assai salate. E più in generale su una figura che è comunque contemplata dalla legge federale in seguito al giro di vite di alcuni anni fa in materia di circolazione stradale con l’adozione a Berna delle disposizioni di ‘Via Sicura’: in presenza di gravi infrazioni, l’idoneità alla guida deve essere verificata da un medico (del traffico) riconosciuto dalla Ssml, la Società svizzera per la medicina legale.

«Stiamo predisponendo, nel Bellinzonese, i locali dove lavorerà lo specialista messoci a disposizione dal Curml», dice alla ‘Regione’ Norman Gobbi. Dal prossimo mese, prosegue il direttore del Dipartimento istituzioni, «i conducenti obbligati dalla Sezione della circolazione a sottoporsi a una perizia sulla loro idoneità alla guida potranno così farsi esaminare da questo medico del traffico anziché dalla dottoressa De Cesare. Ricordo che di principio c’è la possibilità di scegliere i medici del traffico. Anche di altri cantoni. Una possibilità cui però i ticinesi solitamente rinunciano per motivi linguistici». Una soluzione transitoria, quella prospettata dal consigliere di Stato, in attesa dell’Istituto cantonale di medicina legale. Che dovrebbe entrare in funzione «a metà del 2020» e che permetterà la ‘statalizzazione’ anche del medico del traffico.

La sentenza del Tribunale cantonale

Ai piani alti del Dipartimento non è intanto passata inosservata la recente sentenza con la quale il Tribunale cantonale amministrativo ha in pratica smontato la perizia stilata da De Cesare su una conducente che viaggiando a luci spente e sbandando era stata fermata per un controllo dalla polizia: era al volante in stato di ebrietà. Il referto del medico del traffico “non risulta poggiare su un impianto sufficientemente solido e attendibile”, annotano fra l’altro i giudici nelle diciassette pagine del verdetto, datato 18 luglio, che accoglie parzialmente il ricorso dell’automobilista, patrocinata dall’avvocato Tuto Rossi, la quale su ordine della Sezione della circolazione (Dipartimento istituzioni) si è sottoposta all’esame peritale. La perizia “non risulta inoltre sufficientemente intelligibile e motivata”, rincara il Tram. “L’analisi del capello – aggiunge – costituisce per contro un serio indizio d’inidoneità (alla guida, ndr.): occorre quindi che la situazione dell’insorgente”, cioè della conducente, “venga ulteriormente approfondita, in particolare procedendo all’assunzione di un’ulteriore nuova perizia, da affidare a un altro specialista in possesso del titolo di medico del traffico Ssml”. Ergo: gli atti “vanno retrocessi al governo, affinché si pronunci nuovamente, previa nuova istruttoria”. Al Consiglio di Stato la donna si era rivolta impugnando la revoca della patente disposta dalla Sezione della circolazione sulla scorta della perizia di De Cesare, autorizzata nel 2015 dalla medesima Sezione a operare in veste di medico del traffico. Niente da fare: contestazioni dell’automobilista respinte. Di qui il suo ricorso al Tribunale amministrativo. Che di recente ha deliberato, rinviando il dossier all’esecutivo: serve un altro esame peritale. «È assolutamente importante – riprende Gobbi – che le perizie siano allestite, e qui richiamo le parole dei giudici, in maniera solida e attendibile. Parliamo infatti di referti su cui si fondano provvedimenti della Sezione della circolazione, quale il ritiro a tempo indeterminato della patente, fortemente restrittivi della libertà di spostamento». Come Dipartimento, rileva il consigliere di Stato, «ci siamo tuttavia mossi mesi prima del verdetto giudiziario, decidendo di avvalerci nel campo delle perizie anche della collaborazione del Curml di Losanna». Non è da escludere che possa essere lo specialista messo a disposizione dal Centro universitario romando a redigere pure la perizia bis sull’automobilista alla quale il Tram ha parzialmente accolto il ricorso.