Sicurezza: sempre più poliziotti

Sicurezza: sempre più poliziotti

Fra Cantone e Comuni, in Ticino ci sono 1.067 agenti – In Svizzera 18.700

I corpi di polizia in Svizzera continuano ad aumentare gli effettivi.
Annualmente vengono creati in media 200 nuovi impieghi e a livello nazionale si contano circa 18.700 poliziotti.

Tre quarti degli agenti sono alle dipendenze dei Cantoni e un quinto a quelle dei Comuni. A inizio 2018 queste due categorie raggiungevano un totale di 18.200 unità, 1.100 in più rispetto a cinque anni fa. A queste si aggiungono 460 posti a tempo pieno dell’Ufficio federale di polizia (Fedpol). Nel 2017 gli effettivi cantonali e comunali sono cresciuti di 205 unità, si evince dai nuovi dati forniti dalla Conferenza dei comandanti delle polizie cantonali.

Secondo questa statistica, oltre la metà dell’incremento va attribuito al Canton Ticino, che può contare su 1.067 posti, contro i 944 dell’anno scorso. Un aumento di 123 agenti in un anno comunque è poco verosimile.
Anche lo stesso direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi è perplesso. «Ogni anno formiamo 40 nuovi agenti. Non vedo come sia possibile un incremento tre volte superiore. Immagino che le polizie comunali non abbiano aggiornato regolarmente i dati sui loro effettivi, per cui da un anno all’altro risulta uno scarto molto ampio. In Ticino c’è stato un aumento degli effettivi delle comunali anche in seguito alla Legge sulla collaborazione fra le polizie, che obbliga i Comuni a disporre di un servizio di polizia locale o condiviso».

Aumenti si sono registrati anche a Ginevra (+31), Uri (+17) e Vaud (+16). Con oltre 4.000 effettivi Zurigo rimane ad ogni modo il Cantone che può contare sul corpo di polizia più grande. Seguono Berna e Vaud, poi Ginevra, Ticino e Argovia. Poiché la crescita di agenti è andata grosso modo di pari passo con quella della popolazione, la densità della presenza di polizia è rimasta stabile. Secondo la CDCGP, è presente un poliziotto ogni 453 abitanti.

Fra un cantone e l’altro esistono però notevoli differenze. In Ticino si trova un agente ogni 287 e 332 abitanti, ad Argovia e Turgovia ce n’è uno ogni 700 persone. In alcuni cantoni bisogna tener conto dei maggiori compiti legati alla criminalità dovuta alla vicinanza con le frontiere.

Il Consiglio di Stato in visita nel Canton Grigioni

Il Consiglio di Stato in visita nel Canton Grigioni

Il Consiglio di Stato si è recato oggi in visita in Mesolcina, rispondendo a un invito del Governo del Canton Grigioni.
L’incontro fra Esecutivi ha consentito di discutere svariati argomenti politici di interesse comune ed è iniziato con la visita ad una realtà imprenditoriale innovativa.
Il Consiglio di Stato, guidato dal Presidente Manuele Bertoli e accompagnato dal Cancelliere dello Stato Arnoldo Coduri, è stato ricevuto oggi a Lostallo da una delegazione del Governo grigionese – il Presidente Mario Cavigelli, il vicepresidente Jon Domenic Parolini, e i Consiglieri di Stato Martin Jäger e Christian Rathgeb – accompagnata dal Cancelliere Daniel Spadin e dall’addetto alle relazioni esterne Carlo Crameri.
Durante la riunione politica che ha occupato la prima parte dell’incontro, i due Esecutivi si sono confrontati su numerose tematiche di interesse comune; fra queste il Programma d’agglomerato di quarta generazione del Bellinzonese, la situazione delle «società fittizie» in Mesolcina, la mobilità nella zona industriale di San Vittore e alcune misure per la promozione della lingua e della cultura italiana in Svizzera. La discussione ha toccato anche questioni relative al programma di politica regionale «San Gottardo 2020», le prospettive legate al risanamento della galleria autostradale del San Gottardo e il progetto di nuovo stabilimento industriale delle FFS.
All’arrivo in Mesolcina i due Governi sono stati salutati dal sindaco di Lostallo Nicola Giudicetti, dal vicesindaco Andrea Peduzzi e da Samuele Censi, Presidente della regione Moesa, e hanno visitato la sede della Swiss Alpine Fish AG, impresa locale che ha creato il primo allevamento indoor di salmoni in Svizzera. L’incontro si è poi concluso con un pranzo conviviale.
Al comunicato sono allegate alcune immagini dell’incontro, liberamente pubblicabili dai media con l’indicazione «Cancelleria dello Stato del Cantone dei Grigioni».

“Strade sicure” e Nez Rouge presenti a Carnevale

“Strade sicure” e Nez Rouge presenti a Carnevale

Il Dipartimento delle istituzioni informa che per l’imminente edizione del Carnevale Rabadan di Bellinzona proseguirà la collaborazione con Nez Rouge. Nell’ambito del programma cantonale di prevenzione “Strade sicure”, l’offerta per coloro che desiderano vivere le serate di carnevale senza l’ansia di dover condurre il proprio veicolo al rientro, verrà intensificata. Nelle serate di giovedì 8, venerdì 9, sabato 10 e martedì 13 febbraio – dalle ore 23.30 alle 06.00 – sono state confermate le due postazioni in partenza dalla Città del Carnevale e dalla Stazione FFS di Lugano.

Ormai da numerose edizioni, la Società Rabadan concede a tutti i partecipanti alla manifestazione la possibilità di raggiungere Bellinzona e di rincasare in sicurezza con i mezzi pubblici. I pass e il braccialetto Rabadan sono validi quali titolo di trasporto su treni e bus in tutto il perimetro di validità dell’abbonamento Arcobaleno secondo le indicazione contenute nei vari supporti informativi.

In questo contesto si inserisce l’apprezzata collaborazione con Nez Rouge nell’ambito del programma di promozione della sicurezza stradale. Con questa proposta, coloro che non se la sentono di rientrare a casa al volante, possono decidere di farsi accompagnare da un volontario dell’associazione partendo da Bellinzona o da Lugano (zona “Park and Rail”) dopo una prima parte di viaggio in treno.

Per godere di questo servizio proposto con la massima discrezione, è necessario scaricare l’”App” gratuita o semplicemente chiamare lo 0800 802 208. Per tutte le sere è opportuno calcolare circa 20-30 minuti di attesa prima del rientro, che da quest’anno sarà possibile già a partire dalle ore 23.30.

Oltre a “Strade sicure”, lo scorso dicembre è stata lanciata una campagna di prevenzione stradale supplementare con uno slogan assai eloquente: “Se bevi non guidi!”. Nel periodo dei carnevali si nota un aumento del consumo di alcolici e le statistiche sugli incidenti mostrano un significativo incremento della proporzione di incidenti legati all’alcool proprio in coincidenza dei differenti carnevali. Per ricondurre questo fenomeno, il Dipartimento delle istituzioni invita i partecipanti ad un atteggiamento più responsabile, con la designazione di una persona che rinuncerà all’alcool per guidare al rientro o affidandosi al servizio accompagnato di Nez Rouge o utilizzando i mezzi pubblici.

Il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale ricordano infine che non è consentito di mettersi alla guida con vestiti di carnevale che possono compromettere la visuale e l’udito e non consentono di allacciare la cintura di sicurezza. La padronanza del veicolo deve sempre essere assicurata; chi infrange queste regole può essere sanzionato con una multa o, nei casi più gravi, il ritiro della patente.

Il servizio di Nez Rouge sarà pure presente alla Stranociada di Locarno venerdì 9 febbraio e durante il Carnevale Orpenagin di Tesserete le sere di venerdì 16 e sabato 17 febbraio.

Ticino: se dietro al bancone siede la mafia

Ticino: se dietro al bancone siede la mafia

Articolo apparso nell’edizione di mercoledì 7 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

L’operazione «Stige» ha riportato sotto i riflettori i sospetti legami tra la ristorazione di casa nostra e la ’ndrangheta Suter: «Ci si chiede come certi locali riescano a sopravvivere» – Gobbi: «Ma chi parla di omertà è parte del problema»

Ai banconi e ai tavoli dei ristoranti ticinesi siede anche la mafia? L’interrogativo è tornato di stretta attualità, dopo che negli scorsi giorni il quotidiano «Le Temps» aveva riferito dell’operazione antimafia denominata «Stige» e – alla luce delle indagini condotte dalla Procura di Catanzaro – degli interessi della malavita anche per la ristorazione a sud delle Alpi. Con il titolo «l’ombra della mafia nei bar ticinesi» sullo sfondo, si parlava in effetti di un milione di bottiglie di vino vendute in Svizzera e in particolare a locali di Lugano e Chiasso. Locali, questi, che sarebbero legati a doppio filo alla cosca della ‘ndrangheta Farao-Marincola. E a riferirne, sabato sul Corriere del Ticino, era stato anche l’editoriale di Giovanni Mariconda. «Sono preoccupato come tutti, perché la consapevolezza che il fenomeno sia più ampio di quanto percepito c’è ed è reale» sottolinea da parte sua il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato. In tal senso, conferma il consigliere di Stato, «le antenne di polizia e magistratura restano alzate su tutto il territorio». Detto questo, trattandosi nella maggior parte di riciclaggio di denaro estero, «si dà soprattutto seguito a segnalazioni che, per competenza, spettano alla Confederazione e vanno quindi sottoposte a procedure più strutturate». Per Gobbi la questione va però affrontata «senza fare troppi allarmismi. Parliamo di anomalie e investimenti sospetti in qualche modo circoscrivibili e per i quali c’è un’attenzione accresciuta».

Pareri a confronto
A non usare tanti giri di parole è per contro il presidente di GastroTicino Massimo Suter. «Una certa preoccupazione – riconosce – non va celata. Così come non dobbiamo nasconderci dietro un dito, sapendo che la ristorazione o il commercio al dettaglio sono portati a essere presi di mira da loschi individui. E il perché è presto detto: in questi settori gira velocemente molto contante e non sempre in modo trasparente». Detto altrimenti, prosegue Suter, «la tentazione di sfruttare un ristorante per ripulire il denaro è presente e sarebbe da ipocriti negarlo. Certi articoli o indagini che menzionano il Ticino non mi fanno insomma sobbalzare più di tanto dalla sedia». Dato il contesto, stando al nostro interlocutore le scarse informazioni e la riservatezza su determinate operazioni sospette non devono a loro volta sorprendere. «Che tra il personale di bar e ristoranti regni una certa omertà lo trovo quasi logico, non essendo quella mafiosa la migliore delle compagnie con le quali avere a che fare» afferma Suter. Un atteggiamento, questo, che fa però storcere il naso a Gobbi, chiaro nel replicare a Suter: «Se qualcuno denuncia dell’omertà è parte del problema. E ciò poiché, in qualità di presidente di GastroTicino, dovrebbe essere in prima linea nel combattere determinati fenomeni. Come avvenuto ad esempio nel settore dell’edilizia servono un’assunzione di responsabilità e maggiore senso civico».

Campanelli d’allarme
Il presidente di GastroTicino torna invece sui possibili campanelli d’allarme. «Gli addetti ai lavori – spiega – sanno benissimo come funziona un’azienda nel ramo della ristorazione e di conseguenza quali sono i potenziali margini di guadagno». A fronte di determinate spese e di un’utenza circoscritta, rileva al proposito Suter, «ci si chiede in effetti come alcuni locali riescano a sopravvivere. E il collegamento con la malavita è una spiegazione che non viene esclusa da chi è pratico del mestiere e sa fare due calcoli. Far emergere delle prove concrete, ammette comunque Suter, «non è evidente. Anche perché “in dubio pro reo” e un sentore, per quanto ricorrente, non basta. Dal dubbio alla certezza il confine resta piuttosto ampio». L’appello di Suter a chi opera nella ristorazione è dunque quello «di mantenere gli occhi aperti» e di non esitare a denunciare fattispecie equivoche.
In questo quadro in Ticino l’occhio è puntato sul Sottoceneri, anche perché – rileva il presidente di GastroTicino – «la vocazione finanziaria della regione la espone maggiormente a situazioni di un certo genere». A questo si aggiungono poi le maglie forse troppo larghe della legge. «La facilità con la quale molte società, che si nascondono dietro l’anonimato, posso aprire un locale, fallire, e riaprire poche settimane più tardi è un meccanismo malsano che non aiuta. Un problema che la politca, forse più a livello federale che cantonale, dovrebbe affrontare al più presto. Questi individui, in effetti, non devono poter essere protetti in modo così vistoso. Anche perché a rimetterci alla fine è l’immagine del settore ma soprattutto l’anello debole della catena, ovvero i fornitori locali».

Il Governo concretizza la decisione parlamentare concernente i giudici supplenti del Tribunale di appello

Il Governo concretizza la decisione parlamentare concernente i giudici supplenti del Tribunale di appello

Il Consiglio di Stato ha approvato stamane il messaggio che modifica la Legge sull’organizzazione giudiziaria concernente l’abolizione dei giudici supplenti in materia civile e amministrativa presso il Tribunale di appello, concretizzando in tal modo la decisione concernente i giudici supplenti del Tribunale di appello resa dal Gran Consiglio il 23 gennaio scorso. La modifica della legge sull’organizzazione giudiziaria prevede quindi, come da decisione parlamentare, il mantenimento di 16 giudici supplenti attivi presso il Tribunale penale cantonale e la Corte di appello e di revisione penale e la conseguente abolizione della figura del giudice supplente in ambito civile e amministrativo presso il Tribunale di appello.

Il 23 gennaio 2018 il Gran Consiglio ha approvato le conclusioni del rapporto di maggioranza della Commissione speciale per la procedura di elezione dei magistrati, parzialmente favorevoli all’iniziativa parlamentare generica del 13 ottobre 2014 di Michela Delcò Petralli e cofirmatari per garantire una giustizia indipendente e imparziale (modifica della LOG).

Tramite il presente messaggio è disposta la conseguente modifica della Legge sull’organizzazione giudiziaria del 10 maggio 2006 (LOG) che prevede il mantenimento di 16 giudici supplenti del Tribunale di appello da destinare in equa misura al Tribunale penale cantonale e alla Corte di appello e di revisione penale (art. 42 cpv. 1 e 5 LOG), abolendo quindi, come richiesto dal Parlamento, la figura del giudice supplente in seno al Tribunale di appello in ambito civile e amministrativo.

Il messaggio è stato oggetto di una rapida consultazione con i Presidenti del Tribunale di appello, della Corte di appello e di revisione penale, del Tribunale penale cantonale, del Consiglio della Magistratura nonché dell’Ordine degli avvocati.

L’urgenza della presentazione del messaggio s’impone visto che i mandati degli attuali giudici supplenti verranno a scadenza al 31 maggio prossimo. Da qui la necessità della trattazione sollecita per garantire dal 1° giugno 2018 la continuità presso il Tribunale penale cantonale e la Corte di appello e di revisione penale.

 

Da Il Quotidiano di martedì 6 febbraio 2018:
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10099283

Carceri: il Ticino in controtendenza

Carceri: il Ticino in controtendenza

Articolo apparso sull’edizione di martedì 6 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

Rispetto al resto della Svizzera si registra un sovraffollamento di detenuti

I cantoni latini ospitano nelle loro strutture un totale di 2.756 detenuti, con un esubero di 187 carcerati. Un dato preoccupante e in controtendenza con quanto riscontrato invece nel resto del paese. Dagli ultimi dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica (UST), in Svizzera il tasso di occupazione carcerario è infatti leggermente calato, attestandosi al 92,5% nel 2017. Si discosta il Ticino che, insieme alla Romandia, ha registrato un tasso di occupazione degli istituti di pena del 107%, registrando la quota più alta tra le regioni svizzere e l’unica che mostra un sovraffollamento. Per far fronte a questa situazione, il direttore delle strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini, ai microfoni della RSI, ha precisato che «a giugno nel carcere penale della Stampa verranno ripristinate 15 celle, a seguito di lavori di ristrutturazione. A medio termine, il Consiglio di Stato ha inoltre approvato l’indirizzo di un masterplan che prevede l’edificazione di due ulteriori sezioni presso la Stampa».

Ampliando di nuovo lo sguardo e se si osservano i dati a livello svizzero, emerge che dal 2013 al 2017 il tasso ha rallentato la sua corsa, scendendo dell’8% . «Ma in alcune prigioni i detenuti sono sempre troppi» ha sottolineato l’UST, con evidente riferimento al Ticino e alla Romandia. La prima della classe è la Svizzera orientale, che può esibire una quota dell’80%, ma anche la parte germanofona ha fatto bene i compiti, fermandosi a un 88%.


Da Il Quotidiano di lunedì 5 febbraio 2018
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10094906


Da Tio.ch di lunedì 5 febbraio 2018

Un mese in lista d’attesa, per entrare in carcere

Il direttore delle carceri Stefano Laffranchini conferma il problema del sovraffollamento alla Stampa.
L’anno scorso un nuovo record.

In Ticino il numero dei detenuti è sproporzionato alle capacità ricettive dei penitenziari. Lo dicono i dati dell’Ufficio federale di statistica, che parlano di un’occupazione del 107%. E lo conferma il direttore delle strutture carcerarie. «Abbiamo un problema innegabile» ammette Stefano Laffranchini, contattato da tio.ch/20minuti: «Negli ultimi anni l’aumento è stato costante e ha raggiunto un nuovo picco l’anno scorso».

Lista d’attesa di un mese – I numeri parlano chiaro: se nel 2016 in Ticino le giornate di incarcerazione sono state 82mila in totale, nel 2017 sono salite a 87mila. L’occupazione media tra Stampa, Farera e Stampino è di 238 detenuti al giorno, con picchi eccezionali (261 il massimo nel 2017) che mettono in difficoltà il personale delle carceri. «Tutto diventa più difficile in questa situazione, si creano più convivenze forzate e quindi più tensione tra i detenuti. Ne consegue un aumento esponenziale del carico di lavoro per le guardie carcerarie» osserva Laffranchini.

Effetto “cono di bottiglia” – Il problema maggiore è alla Stampa. Qui il numero limitato di posti fa sì che «si crea un effetto “collo di bottiglia” con tempi di attesa di un mese circa, alla Farera, per i detenuti che devono passare dal carcere giudiziario al regime di esecuzione pena anticipata» continua il direttore.

 

 

 

 

Le guardie carcerarie vanno a lezione di islam

Le guardie carcerarie vanno a lezione di islam

Articolo apparso sull’edizione di lunedì 5 febbraio 2018 del Giornale del Popolo

Un corso ad hoc per scorgere i segnali di radicalizzazione tra i detenuti e prevenirla. È quanto avviene nelle nostre carceri, dove dall’anno scorso gli agenti penitenziari sono chiamati a seguire una lezione in cui vengono illustrati i principi cardine del mondo islamico. L’importanza degli imam, le cause della radicalizzazione, ma anche il contesto da cui si sono originati gli attentati di Parigi, Nizza, Londra e Barcellona. «Il progetto è nato due anni fa e dall’anno scorso ha preso avvio l’istruzione delle guardie carcerarie. A differenza di altre Nazioni –in special modo Italia e Francia – al momento non stiamo vivendo il fenomeno della radicalizzazione in Ticino. A fini preventivi, coerentemente al Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento, abbiamo intrapreso questa formazione specifica», spiega il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. «Da noi su 250-260 detenuti, gli islamici praticanti sono 15-20 persone. Pur non essendo pochi la nostra situazione è molto diversa dagli istituti penitenziari del resto d’Europa, dove i detenuti sono migliaia, e dove diventa molto più complicato intercettare fenomeni di radicalizzazione», prosegue.

Come si struttura il progetto?
Ci siamo organizzati in una prima fase con il Centro svizzero di formazione del personale penitenziario, e da quest’anno con la collaborazione della Facoltà di Teologia dell’Università della Svizzera italiana (USI), per fornire una formazione continua di carattere molto pratico, che possa permettere al personale di comprendere la diversità di chi ha di fronte. La gestione ottimale dei detenuti passa innanzitutto dalla comprensione della cultura islamica in generale, non solo di come si svolge un processo di radicalizzazione.

Come funziona nello specifico?
Il corso dura una giornata, durante la quale un docente esterno trasmette alcune nozioni di storia e di cultura islamica, le tradizioni di cui si compone, ma pure i segnali che indicano una possibile radicalizzazione. Dal profilo logistico abbiamo la possibilità di impedire l’estremizzazione, separando gli individui e inserendoli in altri contesti culturali, ma per poterlo fare dobbiamo prima saper leggere i segnali giusti. E questo lo può fare l’agente del penitenziario che lavora a stretto contatto con i detenuti. Per i quadri e i dirigenti esiste invece una formazione impartita dal Centro svizzero di formazione del personale penitenziario.

Come sta andando? Cosa ne pensano gli agenti?
La formazione è stata recepita in maniera molto positiva, i nostri agenti trovano il corso interessante. È chiaro che il fatto che per il momento il Ticino e la Svizzera siano in qualche modo risparmiati dal fenomeno della radicalizzazione in carcere non ci permette di tracciare un bilancio sulla reale efficacia del corso impartito. Evidentemente non possiamo ancora cogliere i frutti tangibili di questa formazione specifica, non essendo confrontati con il problema.

Come vi comportate con i detenuti praticanti? Quanta libertà lasciate?
Noi garantiamo la piena libertà di praticare il culto, purché il loro comportamento sia compatibile con il modello sociale del nostro Paese. Questo significa che se il detenuto vuole digiunare in periodo di Ramadan ha tutto il diritto di poterlo fare, ma il mattino è tenuto a presentarsi sul posto di lavoro come tutti gli altri detenuti. L’esercizio della libertà confessionale deve insomma inserirsi nel contesto sociale in cui ci troviamo.

Teme che in futuro la radicalizzazione interesserà anche le sue strutture?
Il mio timore è che possa avvenire in modo sommerso. Proprio per questa ragione ci stiamo muovendo in maniera preventiva, con questi corsi. Dobbiamo poterci rendere immediatamente conto se insorgono fenomeni di radicalizzazione. Una volta colti i segnali abbiamo gli strumenti necessari per intervenire. Il problema è proprio riuscire a riconoscerli precocemente, non trascurando alcun segno.

Al Monte Ceneri il futuro dell’esercito

Al Monte Ceneri il futuro dell’esercito

Articolo apparso sull’edizione di lunedì 5 febbraio 2018 del Giornale del Popolo

Grande folla, venerdì, nella palestra della caserma del Monte Ceneri. L’occasione era particolare: il rapporto annuale 2018, alla presenza di autorità e alti gradi dell’esercito, che si è tradotto in un’ampia rassegna di passato, presente e futuro del Centro logistico dell’esercito Monte Ceneri (CLEs-MC) in vista dei grandi rinnovamenti che lo attendono nei prossimi anni.
Il Centro, uno dei cinque dell’esercito svizzero, è stato mantenuto con caparbietà in Ticino ed è pronto per affrontare con slancio le prossime sfide, nel suo ruolo di piattaforma logistica dell’esercito a sud delle Alpi e nel settore del massiccio del San Gottardo, con una fondamentale prossimità fisica alle piazze d’armi ticinesi. Se il supporto logistico non è vicino, ha sottolineato il consigliere di Stato Norman Gobbi, tutto diventa molto più complicato e difficile da realizzare. E non si tratta solo di esercitazioni belliche, ma anche di attività d’emergenza come lo sgombero della neve o lo spegnimento d’incendi.
Il Centro logistico, ha spiegato il nuovo direttore Renato Bacciarini, che succede a Fulvio Chinotti (venerdì c’è stato il passaggio ufficiale delle consegne), è una ditta importante, una vera e propria realtà economico-aziendale ben ancorata nel territorio, con quasi 300 collaboratori e sedi di lavoro ubicate in varie regioni. Distribuisce annualmente un indotto di circa 36 milioni di franchi, tra stipendi (circa 28 milioni) e acquisizioni di prestazioni terze. È anche un elemento chiave nell’organizzazione dell’esercito svizzero –sul territorio nazionale ma anche all’estero – sia nell’ambito dell’istruzione che per un possibile impiego. Le professioni offerte e le attività svolte sono ampie e varie; quale azienda formatrice certificata, offre ogni anno anche un importante numero di posti d’apprendistato a favore dei giovani. A livello della logistica, solo per fare qualche esempio, fra le prestazioni fornite nel 2017 nell’ambito della manutenzione più di 2.500 veicoli e rimorchi sono passati nelle officine di Bellinzona, mentre più di 3.500 armi sono transitate nelle officine tecniche generali del Monte Ceneri. E adesso, quali gli scenari per l’immediato futuro? Il punto centrale, sottolineato nel Rapporto annuale di venerdì, è che non si tratta solo di cristallizzare questa struttura esistente a sud delle Alpi, ma di investirvi, e molto, per poter svolgere al meglio tutte le attività necessarie per la sicurezza e la libertà del nostro Paese. Innanzitutto i grossi progetti immobiliari in corso d’esecuzione: il centro di calcolo a nord, con un investimento di circa 150 milioni di franchi, il risanamento delle caserme sulla piazza d’armi a Isone (per circa 50 milioni), la costruzione delle nuove officine, magazzini e garage al Monte Ceneri (circa 35 milioni, tappa 2) con il risanamento dell’ex arsenale (per 11 milioni di franchi). Si è trattato e si tratta – ha spiegato ancora Bacciarini – di accompagnare in qualità di gestori i vari utilizzatori e il proprietario armasuisse nella pianificazione ed esecuzione di tutta questa serie di progetti immobiliari, con risanamenti, rifacimenti, trasformazioni oppure messe in sicurezza o dismissioni. Parlando di cifre annuali, per il solo 2017 nel settore del Centro logistico sono stati investiti 16 milioni di franchi . La cifra per l ’anno 2018 prevede investimenti ulteriori di 17 milioni, a fronte dei sette progetti supplementari tra Uri e Ticino, progetti che magari non hanno una grande risonanza mediatica, ma che sicuramente fanno sì che il lavoro non mancherà così come la conseguente ricaduta economica sul territorio a favore di piccoli e medi imprenditori locali. Andando avanti con lo sguardo negli anni, alla fine del 2019, con un investimento globale di quasi 35 milioni di franchi, verrà consegnata la seconda tappa del nuovo progetto per il futuro quartier generale del Centro logistico, situato sulla piazza d’armi del Ceneri. L’anno scorso, dopo un lungo iter di pianificazione, c’è stata la posa simbolica della prima pietra, e ora il cantiere procede spedito. Tutto dunque porta a guardare con fiducia agli sviluppi del futuro, mentre a conclusione del rapporto annuale c’è anche stata l ’occasione per mettere in evidenza un “gioiellino” che già ora è in funzione al Monte Ceneri: la camera di sicurezza più grande di tutta la Svizzera. L’edificio, ai piedi della piazza d’armi, è stato inaugurato nel 2016 con un investimento di 22 milioni di franchi e vi trovano posto fino a 5.062 palette, grazie alla sua superficie di ben 4mila metri quadrati e 18mila metri cubi. Da questo magazzino ticinese di massima sicurezza si forniscono e si ritirano alla maggior parte delle formazioni il grosso del loro materiale d’istruzione e d’impiego.

IL COMMENTO – Norman Gobbi: «Presenza importante a sud delle Alpi»

Sul culmine della strada che attraversa lo storico passo del Monte Ceneri si sta sviluppando la logistica militare del 21mo secolo, con l’edificazione delle nuove strutture del Centro logistico dell’esercito Monte Ceneri (CLEs-MC). Dopo il moderno centro per una gestione moderna del materiale, è in fase di edificazione la nuova officina meccanica per il parco autoveicoli dell’Esercito e il vecchio arsenale in fase di risanamento. Come politico responsabile dei dossier cantonali degli affari militari non posso che guardare con soddisfazione a questi progetti in grado di garantire grosse commesse alle aziende impegnate nella costruzione e di riflesso un indotto locale importante. Il nuovo Centro logistico rappresenta la volontà dell’esercito di confermare la propria presenza a sud delle Alpi con strutture e posti di lavoro pregiati. Esso permette inoltre di supportare, e nel contempo consolidare, anche in futuro la presenza delle truppe in loco, siano esse scuole reclute o formazioni che stanno svolgendo un corso di ripetizione. Operativamente assicura l’approvvigionamento della truppe anche nel caso in cui il Gottardo fosse impraticabile ed è un caposaldo per la procedura di mobilitazione reintrodotta dal 1. gennaio con l’ulteriore sviluppo dell’Esercito. Senza dimenticare, che in caso di necessità nella collaudata collaborazione civile-militare, il Centro logistico è a supporto delle autorità cantonali per i compiti di protezione della popolazione.

Progetto di unica regione di polizia per il Mendrisiotto

Progetto di unica regione di polizia per il Mendrisiotto

Articolo apparso nell’edizione di lunedì 5 febbraio 2018 del Corriere del Ticino 

Negli ultimi giorni la capo dicastero Sicurezza pubblica di Chiasso Sonia Colombo-Regazzoni ha più volte manifestato la sua opinione in merito alla proposta fatta dal mio Dipartimento di creare una regione unica di Polizia per il Distretto di Mendrisio. La sua posizione contiene però delle imprecisioni, che meravigliano poiché la municipale ha partecipato agli incontri della Commissione consultiva sulla sicurezza. In questa commissione il tema è stato affrontato e discusso in modo approfondito. Mi sento pertanto di ribadire che nessuno è stato escluso dalle discussioni in corso in vista della concretizzazione di questa importante modifica dell’assetto di Polizia, semmai era distratto mentre si discuteva del tema. Si tratta quindi di illustrare di nuovo la situazione, in modo da fornire una versione corretta e univoca. Con la richiesta di unire le regioni I e II, si vuole perseguire un solo obiettivo: quello di predisporre un coordinamento più snello che permetta alla Polizia cantonale di fare riferimento ad un unico comune polo e non più due per il Mendrisiotto. Tutte le polizie comunali della regione continueranno a svolgere i loro compiti come fatto finora e le strutture e gli effettivi verranno integralmente mantenuti. Questa decisione consentirà una migliore organizzazione e una collaborazione più proficua con la Polizia cantonale per quanto riguarda le risorse a disposizione per i differenti compiti regionali e sovraregionali. Come evidenziato dalla signora Colombo-Regazzoni, i cambiamenti in atto nella società, tra i quali evidenzio la mobilità delle persone e le possibili infiltrazioni di fenomeni criminali oltre al terrorismo, impongono una sensibilità crescente su questi fenomeni. Eventi recenti hanno dimostrato come le minacce terroristiche possano interessare pure la Svizzera. Anche per questo motivo, gli sforzi di ottimizzazione delle capacità d’intervento e d’azione della Polizia devono essere anteposti alle logiche politiche locali o regionali. In questo senso va letta la volontà del mio Dipartimento di predisporre questo concetto, che consenta un ulteriore miglioramento della presenza di agenti sul territorio favorita da un coordinamento più efficace. Questo nell’interesse della sicurezza che con i miei servizi devo costantemente garantire ai cittadini ticinesi. Per quanto riguarda invece la municipale di Chiasso, le rinnovo la mia disponibilità a fornire tutte le informazioni di cui necessita, senza chiederle per mezzo stampa.

 

Più agenti e ulteriore diminuzione dei furti

Più agenti e ulteriore diminuzione dei furti

Decisiva la regionalizzazione della Gendarmeria

In Ticino i furti continuano a diminuire. La tendenza al ribasso è confermata dalla Polizia cantonale, in attesa della pubblicazione della statistica federale sulla criminalità prevista per la seconda metà del mese di marzo. Pure la recente operazione “Prevena 17”, effettuata in collaborazione tra la Polizia cantonale, le Polizie comunali, la Polizia dei trasporti e le Guardie di confine per garantire nel periodo natalizio una maggiore presenza di pattuglie nel momento di forte affluenza nei negozi e nei centri commerciali, ha evidenziato una riduzione concreta dei furti con scasso, dei borseggi e dei taccheggi. Sull’arco di una ventina di giorni sono state controllate oltre 1’200 persone e quasi 800 veicoli. I fermi per inchiesta sono stati 12 e 3 persone sono state arrestate.

L’utilità delle campagne di sensibilizzazione
Un trend positivo che ha avuto inizio nel 2014 e che ingloba indistintamente tutte le regioni del Cantone, compreso il Mendrisiotto, in passato colpito ripetutamente da questo tipo di reato. A livello statistico, tutte le categorie di furti sono sensibilmente in calo nell’anno appena terminato: quelli con scasso, quelli senza scasso e quelli commessi nei veicoli.

Per me si tratta di una significativa conferma della qualità del lavoro svolto dal mio Dipartimento, e segnatamente dalla Polizia cantonale, nell’attività quotidiana di prevenzione e repressione e con la realizzazione di convincenti campagne di sensibilizzazione contro i furti (oltre alla giornata sul tema promossa a livello nazionale) e operazioni dissuasive come quella indicata in precedenza. Soprattutto i messaggi trasmessi nelle varie campagne hanno contribuito a rendere consapevole del problema buona parte della popolazione, che ha poi deciso di applicare alcuni semplici accorgimenti, rendendo la propria abitazione più sicura o correggendo dei comportamenti personali a rischio. Una serie di provvedimenti che, con un minimo sforzo, contribuiscono a ridurre notevolmente la minaccia di violazione della propria intimità casalinga e allo stesso tempo diminuiscono la percezione soggettiva del pericolo.

Sono sempre stato un promotore della collaborazione tra le varie forze dell’ordine. Posso affermare con orgoglio che la Legge sulla collaborazione fra la Polizia cantonale e le Polizie comunali (LCPol), entrata in vigore nel mese di settembre del 2015 con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra i due Corpi, ha contribuito in modo rilevante al raggiungimento dei brillanti risultati degli ultimi anni, anche grazie alla  proficua collaborazione con le Guardie di confine.

Un migliore impiego delle risorse sul territorio
Il calo dei furti è riconducibile alle varie misure attuate sul piano organizzativo all’interno del sistema sicurezza cantonale, dove ognuno ricopre una specifica funzione che permette di rispondere alle molteplici sollecitazioni. In particolare, la regionalizzazione della Gendarmeria che, sfruttando le sinergie fra le diverse forze di polizia, consente di impiegare al meglio le risorse nell’interesse di una presenza più capillare e tempestiva sul territorio.

Per quanto riguarda il Mendrisiotto, la riduzione dei furti è stata favorita dalla chiusura notturna a titolo sperimentale per sei mesi di tre valichi, nel frattempo riaperti dal Consiglio federale senza però dare seguito alla richiesta di potenziamento del personale delle Guardie di confine. Una soluzione scaturita da una mozione della collega Roberta Pantani, che ha saputo interpretare la volontà della popolazione e che ha accresciuto il senso di sicurezza nella zona di confine. Proprio per questo motivo vi garantisco il mio impegno nel voler ripristinare quanto prima la situazione favorevole.

Infine, rinnovo a tutti voi l’invito a continuare a svolgere il prezioso ruolo di sentinella sul terreno. Sempre più cittadini informano con precise segnalazioni su situazioni anomale o comportamenti sospetti, agevolando e rendendo spesso più incisivo il lavoro della polizia nell’azione di contrasto e nella prevenzione. E questo, lo ricordo, nell’interesse della collettività.