Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Dal Corriere del Ticino | L’intervista – Norman Gobbi «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» – Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo

Approfondimento completo su www.cdt.ch

Il Corriere del Ticino ha ricostruito la storia del turco in odore di estremismo espulso qualche mese fa. Oggi è colpito da un divieto d’entrata, ma come ha vissuto questo caso che si trascina ormai dal 2010, quando è entrato in Governo?

«Si è trattato di un caso lungo e complicato che ha visti coinvolti diversi servizi: dall’Ufficio della migrazione alla polizia cantonale che hanno collaborato con la Segreteria di Stato della migrazione, la polizia federale e il Servizio delle attività informative – l’intelligence federale per intenderci. Da una parte non nascondo che, proprio per la pericolosità dello straniero, l’ho vissuto con preoccupazione e apprensione. Ma ho sempre avuto fiducia nell’operato dei miei collaboratori e degli agenti cantonali e federali coinvolti. Per questo motivo ero certo che tutti avrebbero lavorato intensamente e con il massimo impegno, sacrificando pure momenti di festa con i propri famigliari, per riuscire a risolvere il caso e allontanare il personaggio dal nostro territorio proprio per motivi legati alla sicurezza interna. Ancora una volta voglio ringraziare tutti i miei collaboratori coinvolti per aver portato a termine con successo questa delicata operazione».

Le risulta che fosse sorvegliato in incognito 24 ore su 24?

«Si trattava di una persona ritenuta pericolosa pertanto ero a conoscenza del fatto che fosse oggetto di attività di polizia. Anche se sono il capo Dipartimento non conosco però le modalità e le tattiche utilizzate per questo genere di operazione poiché sono, logicamente, esclusiva competenza di chi conduce le indagini».

I contatti tra l’uomo condannato per legami con il terrorismo di matrice islamica già dipendente della Argo 1 e il rifugiato sono appurati. Andava a fargli visita al penitenziario ed è stato lui ad accoglierlo il giorno della scarcerazione. Questi fatti sono noti al Consiglio di Stato?

«A scanso di equivoci e per evitare ulteriori speculazioni, tengo a ricordare che nel nostro Paese vige la separazione dei poteri. Quando la magistratura porta avanti un’inchiesta penale, l’Esecutivo non possiede questo genere di informazioni. Ma su questo ha già riferito in maniera esaustiva il presidente del Consiglio di Stato e mio collega Manuele Bertoli in occasione dell’incontro informativo con i media per riferire delle decisioni che il Governo ha preso la scorsa settimana sul caso Argo 1. In ogni caso per essere chiari: l’inchiesta legata alle attività del reclutatore nel frattempo condannato e l’inchiesta che poi è sfociata nel caso Argo 1, sono due inchieste ben distinte. La prima portata avanti per competenza dal Ministero pubblico della Confederazione e la seconda dal nostro Ministero pubblico».

Insomma emergono sempre ulteriori relazioni tra questi uomini e la vicenda Argo 1. Al cittadino che osserva preoccupato e perplesso, Gobbi come risponde?

«Per ulteriore chiarezza proprio nei confronti di tutti i cittadini ribadisco che le due inchieste sono separate e quindi non è corretto relazionarle ed accostarle l’una all’altra. Se ci chiniamo sulla problematica legata al terrorismo posso ribadire che la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche anche se il rischio zero in questi casi non esiste. Il nostro Paese è piuttosto il luogo dove probabilmente vengono effettuate attività di reclutamento e legate al finanziamento di queste “ignobili” azioni. Ma tengo a sottolineare che non stiamo con le mani in mano. Da una parte ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nella nostra intelligence. E dall’altra a livello politico ci stiamo muovendo. Di recente il Governo ticinese, rispondendo a una consultazione federale, ha infatti chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che spingono alla radicalizzazione. Non da ultimo, la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nell’ambito della campagna “Lies!” indicando ai nostri enti locali, come stabilito dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, di ritenere anticostituzionale questa iniziativa. Il primo «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo modo per sconfiggere le organizzazioni terroristiche è prevenire la radicalizzazione e puntare invece su attività di integrazione. Ci stiamo adoperando per contrastare il terrorismo, la radicalizzazione e continueremo con gli sforzi che abbiamo intrapreso a più livelli».

Sappiamo delle minacce che questo uomo ha rivolto a funzionari e politici. Questo fatto è preoccupante. Senza entrare nel dettaglio di questioni delicate e riservate le chiediamo se sono state prese tutte le misure del caso per proteggere chi ha fatto unicamente il proprio lavoro.

«Ovviamente i collaboratori che hanno ricevuto questo genere di intimidazioni, a dipendenza della loro gravità e del coinvolgimento nel caso, hanno ricevuto supporto e protezione dalle forze dell’ordine. Momenti non facili, soprattutto a livello umano e personale. Per questo motivo la loro sicurezza e quella delle loro famiglie era la priorità. Va anche detto che quello delle minacce a politici e funzionari è un fenomeno in aumento, ma non per forza è legato a personaggi pericolosi come quello di cui stiamo parlando. E si tratta anche di un tema al quale non sono indifferente. Infatti, dedicherò il prossimo incontro con i miei funzionari dirigenti a questo argomento, spiegando come agisce la polizia cantonale nelle situazioni di persone minacciate personalmente nel loro ambito professionale. In questo senso il comandante, prendendo spunto dalle esperienze delle polizie degli altri cantoni, ha istituito all’interno del corpo un nuovo servizio per la presa a carico proprio di questi casi. Considerati i primi incoraggianti risultati, intendiamo sviluppare ulteriormente questa unità e intendo portare il tema delle minacce contro gli impiegati statali sul tavolo del Governo con lo scopo di estendere quanto fatto dal mio Dipartimento a tutta l’Amministrazione cantonale nonché per sensibilizzare maggiormente anche i Comuni».

Quando il 39.enne è stato espulso dal nostro territorio, ha tirato un sospiro di sollievo?

«Si, senza ombra di dubbio. Per i miei collaboratori coinvolti nella vicenda, ma soprattutto e principalmente per tutti noi cittadini ticinesi. È stato un esempio di buona collaborazione tra autorità cantonali e federali, che dimostra ed evidenzia l’impegno e la professionalità di chi lavora per tutelare la nostra sicurezza».

Come possiamo essere certi che costui oggi sia davvero in Turchia e non possa avvicinarsi nuovamente al Ticino?

«Su di lui pende un divieto di entrata in Svizzera e ed è pure segnalato alle autorità federali. Se dovesse ripresentarsi sul nostro territorio verrebbe immediatamente espulso e rispedito nel suo Paese d’origine. E poi come responsabile della sicurezza ma soprattutto come cittadino ho piena fiducia nell’operato delle nostre forze dell’ordine».

Brissago, “siamo scossi”

Brissago, “siamo scossi”

Da RSI.ch | Asilante ucciso, il comandante Cocchi: “Niente grilletti facili”. Il capo delle istituzioni Gobbi: “Sostegno all’agente”. I primi elementi emersi sul fatto di sangue

Video, foto e audio nell’articolo: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Brissago-siamo-scossi-9638290.html

“Siamo scossi per quanto successo a Brissago”, ha detto Matteo Cocchi, comandante della polizia cantonale ticinese, in apertura della conferenza stampa di sabato presso la sede di Noranco, indetta in seguito al fatto di sangue avvenuto nella notte a Brissago e costato la vita a un asilante, un 38enne dello Sri Lanka, rimasto ucciso dallo sparo di un agente.

“Fiducia agli agenti e al corpo di polizia. Dobbiamo essere pronti a reagire in situazioni di questo tipo. I nostri agenti decidono in poco tempo. E qui la situazione è stata portata avanti secondo le nostre direttive”, ha aggiunto. Cocchi ha pure precisato che l’allarme era stato lanciato da altri asilanti dello Sri Lanka. “C’era un litigio in corso e gli agenti, al telefono, non avevano capito cosa stava succedendo. Dopo aver valutato la situazione, una volta giunti sul posto, sono entrati nello stabile, che ospita una decina di persone in attesa del permesso di soggiorno”.

“Sostengo pubblicamente tutti gli uomini della polizia cantonale, massima vicinanza e sostegno all’agente coinvolto” ha detto, da parte sua, il capo del dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che difende l’operato del poliziotto che ha esploso due o tre colpi d’arma da fuoco (questo dettaglio è ancora da chiarire). L’agente non è stato sospeso e — sulla formazione delle reclute — il “ministro” non ha dubbi: “È adeguata, include situazioni di questo tipo”.

I primi elementi emersi sul fatto di sangue

I due agenti sono stati interrogati questa mattina davanti al procuratore pubblico Moreno Capella. Il poliziotto che ha sparato – un appuntato di 28 anni e 5 di servizio, difeso dall’avvocato Brenno Canevascini, ha raccontato che l’unica parte visibile del corpo dell’aggressore era quella superiore. Le gambe – solitamente la prima cosa a cui mirare – erano coperte dalla balaustra che da sulle scale. Nei confronti dell’agente, al momento, l’ipotesi di reato è di omicidio intenzionale con dolo eventuale. Non ci sono però gli estremi per l’arresto. Lui sostiene di aver agito per legittima difesa e per difendere terze persone.

Non risulta invece indagato l’altro agente. Il collega di pattuglia, un 46enne patrocinato dall’avvocata Giorgia Maffei, è stato sentito come persona informata sui fatti. Anche i due richiedenti l’asilo che hanno assistito alla scena sono stati ascoltati dagli inquirenti. Forse nelle prossime ore si procederà all’audizione degli altri due agenti che si trovavano a Brissago la notte scorsa. Sono stati ordinati gli esami del sangue del poliziotto sotto inchiesta e della vittima.

Gobbi: “A Berna la sicurezza non conta!”

Gobbi: “A Berna la sicurezza non conta!”

Dal Mattino della domenica | Riaprono i valichi di notte e si negano aumenti di personale alle guardie

Era venerdì scorso, alle porte del weekend, quando il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha appreso dai media (sic!) che a Berna avevano deciso di riaprire durante la notte i valichi secondari di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga. Una settimana dopo il Consiglio federale decide di negare il potenziamento del personale delle Guardie di confine. Il nostro SuperNorman scuote la testa e afferma: “Il mio stupore – ma diciamola bene, la mia indignazione! – è quella della popolazione, che non comprende queste rinunce federali a voler controllare la porta di casa!”.

Quella della chiusura notturna di tre valichi, a titolo sperimentale per sei mesi, è stata una misura proposta dalla politica ticinese, ma soprattutto sostenuta dalla popolazione che vive vicino al confine e infine condivisa con il Governo federale. Terminata alla fine dello scorso mese la fase pilota, senza attendere che le dovute valutazioni arrivassero al Consiglio federale, i valichi sono stati aperti, domenica scorsa.

La reazione del nostro Consigliere non si è fatta attendere: “Questo modo di agire mi sembra una beffa nei confronti della nostra sicurezza! Che fretta c’era di riaprire, per tornare in seguito – forse – a chiudere? A questo punto, mi aspetto che chi da Berna ha preso questa decisione faccia tornare le Guardie a presidiare i valichi”.

E invece, a distanza di una settimana, un secondo segnale negativo per il Ticino: nessun effettivo in più per le Guardie di confine nel nostro Cantone: “Così la fattura la paga il Cantone, che dovrà supplire con i suoi mezzi alla carenza di guardie. Purtroppo a perderci sarà sempre e comunque la popolazione di frontiera, che in questi mesi aveva invece beneficiato della misura”.

In effetti, dati alla mano, possiamo dire che la scelta applicata in questi mesi ha già portato i suoi frutti. Per quanto riguarda i furti con scasso c’è stata infatti un’importante diminuzione dei reati, a livello cantonale di più del 30%, e del 45% per quanto riguarda i furti nelle abitazioni. Una misura che si somma alla regionalizzazione della Polizia, che in questi anni ha riportato gli agenti sul territorio con un forte effetto dissuasivo. Il nostro Consigliere è in effetti soddisfatto: “ci sono stati degli effetti positivi che fanno pensare che la misura non solo sia efficace, ma che vada ampliata anche ad altri valichi”.

Una misura che è stata voluta dai ticinesi. Che, come è stato rivelato dalle valutazioni fatte, ha accresciuto il senso di sicurezza percepito dalla popolazione residente: “Quella dei furti nelle abitazioni è una questione che incide molto su ognuno di noi, poiché la nostra casa è un ambiente nel quale abbiamo il diritto di sentirci protetti, ancora più che in altri luoghi. Chi ha già subito un furto di questo tipo sa bene cosa intendo, e come ministro della sicurezza non vorrei mai che un ticinese si sentisse in pericolo all’interno delle proprie mura domestiche!”.

Anche oltre confine, alla fine, non si sono potuti lamentare. Infatti la misura non ha creato nessun disagio nemmeno al traffico frontaliero, che ha continuato a viaggiare senza disagi di sorta.

Ebbene Berna: come la mettiamo? “Ciò che più m’infastidisce di questa situazione è che questa misura è stata fortemente voluta dalla popolazione residente nella fascia di confine, stufa di dover far fronte al turismo dei furti. Questo è un affronto alla volontà dei ticinesi che devono convivere con le conseguenze dell’apertura dei valichi, che meritano invece di vivere con lo stesso senso di sicurezza sul quale può contare il resto della popolazione del nostro Cantone!” termina seccato Gobbi. Ma la vicenda invece, non finisce qui.

Pompieri di Mendrisio in festa

Pompieri di Mendrisio in festa

Dal Giornale del Popolo | In occasione del 150esimo anniversario, i vigili del fuoco di oggi e di ieri, insieme ai mini-pompieri, hanno sfilato per le strade di Mendrisio. Domani le porte aperte.

Le foto: http://www.gdp.ch/ticino-e-regioni/mendrisiotto/pompieri-di-mendrisio-festa-id184648.html

Hanno preso il via ieri sera i festeggiamenti per i 150 anni del Corpo Pompieri Mendrisio con la presentazione del libro “Dalla campana al pager. Una bruciante passione che dura 150 anni” di Gian Maria Pusterla, un libro storico che ripercorre la storia del Corpo.

Oggi, sabato, i festeggiamenti tra la popolazione con una grande sfilata di presentazione del Corpo. Tanti i presenti, davanti ai quali hanno sfilato veicoli d’epoca e attuali, mezzi dei partner di soccorso oltre ai militi attivi, veterani e mini-pompieri. A Mendrisio per festeggiare vi era anche una rappresentanza degli altri Corpi del Cantone e le autorità politiche.

Tra gli ospiti d’onore il capo del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che ha ricordato come “in un secolo e mezzo l’attività pompieristica sia mutata in maniera straordinaria, non solo dal punto di vista degli interventi con i quali siamo confrontati, ma anche a livello logistico e di materiale a disposizione. Come forse sapete, 150 anni fa molti Corpi iniziavano la loro attività operando con abiti propri, prima di poter far capo a una vera e propria uniforme. Per quanto riguardava i veicoli a disposizioni, ci si arrangiava con quanto si trovava, con mezzi che venivano adeguati a seconda delle nuove necessità e dei nuovi interventi ai quali si doveva far fronte. Il movimento pompieristico ticinese entrò in una nuova era nel 1963, quando il Dipartimento delle finanze consegnò ai sei Corpi di I gruppo – Mendrisio, Chiasso, Lugano, Bellinzona, Locarno e Biasca – una nuova autobotte”.

Il consigliere di Stato non ha dimenticato che per esempio “la nuova sede del Centro di Pronto Intervento, inaugurata lo scorso marzo, è la conseguenza della continua evoluzione e del continuo aggiornamento del Corpo Civici Pompieri di Mendrisio, per rispondere con un’adeguata preparazione e formazione dei militi e quindi poter garantire un servizio sempre migliore ai cittadini”. “Ma c’è una cosa della quale non potremmo fare a meno” ha affermato Gobbi, “che non è sostituibile e che è sempre rimasto costante negli anni, che non potrei assolutamente dimenticare in questo mio intervento. Mi riferisco chiaramente al capitale umano. Il pompiere è un esempio di professionalità, dedizione e generosità che non si è mai messo in discussione negli anni, e che tutta la popolazione riconosce”.

Domenica invece dalle ore 9 alle ore 17 presso il centro di pronto intervento porte aperte con visite guidate alla caserma dove sarà possibile visitarne gli spazi, visionare veicoli e materiale allo scopo di comprendere in modo approfondito l’attività pompieristica. Il pranzo (maccheronata) sarà offerto a tutti i presenti mentre durante l’intera giornata sarà in funzione una fornitissima buvette dove gli interessati potranno anche acquistare il libro del 150°.

150° del Corpo Civici Pompieri di Mendrisio

150° del Corpo Civici Pompieri di Mendrisio

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della giornata ufficiale per il 150° del Corpo Civici Pompieri di Mendrisio |

Egregi signori,
Gentili signore,

Vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per avermi invitato a partecipare ai festeggiamenti per i 150 anni del vostro Corpo.

In un secolo e mezzo l’attività pompieristica è mutata in maniera straordinaria, non solo dal punto di vista degli interventi con i quali siamo confrontati, ma anche a livello logistico e di materiale a disposizione. Come forse sapete, 150 anni fa molti Corpi iniziavano la loro attività operando con abiti propri, prima di poter far capo a una vera e propria uniforme. Per quanto riguardava i veicoli a disposizioni, ci si arrangiava con quanto si trovava, con mezzi che venivano adeguati a seconda delle nuove necessità e dei nuovi interventi ai quali si doveva far fronte. Il movimento pompieristico ticinese entrò in una nuova era nel 1963, quando il Dipartimento delle finanze consegnò ai sei Corpi di I gruppo – Mendrisio, Chiasso, Lugano, Bellinzona, Locarno e Biasca – una nuova autobotte.

Un rapporto quello con il Cantone che si è fatto sempre più importante per quanto riguarda la gestione dell’attrezzatura, dei veicoli e dell’equipaggiamento dei Corpi pompieri ticinesi, come pure nella loro istruzione. I pompieri hanno però mantenuto in tutti questi anni un forte radicamento al territorio e ai Comuni di appartenenza. Lo stesso radicamento che con il mio Dipartimento sto cercando di riportare con la regionalizzazione della Polizia cantonale, per poter garantire una maggior vicinanza con la popolazione: proprio in questo penso che i Corpi pompieri siano un ottimo esempio.

La nuova sede del Centro di Pronto Intervento, inaugurata lo scorso marzo, è la conseguenza della continua evoluzione e del continuo aggiornamento del Corpo Civici Pompieri di Mendrisio, per rispondere con un’adeguata preparazione e formazione dei militi e quindi poter garantire un servizio sempre migliore ai cittadini. Grazie al Centro, gli enti di Pronto intervento, la Polizia comunale e la Polizia cantonale saranno sotto lo stesso tetto, ciò che permetterà di sviluppare sinergie e di rafforzare le collaborazioni nella regione del Mendrisiotto.

Ho parlato fin qui delle migliorie che ci sono state negli anni in tutto ciò che è di supporto all’attività pompieristica, ma c’è una cosa della quale non potremmo fare a meno, che non è sostituibile e che è sempre rimasto costante negli anni, che non potrei assolutamente dimenticare in questo mio intervento. Mi riferisco chiaramente al capitale umano. Il pompiere è un esempio di professionalità, dedizione e generosità che non si è mai messo in discussione negli anni, e che tutta la popolazione riconosce.

La volontà di sacrificare parte del proprio tempo libero dedicandolo al prossimo, a discapito dei propri hobby e della propria famiglia, è una risorsa unica e insostituibile, senza la quale nessun nuovo spazio, nessuna attrezzatura all’avanguardia e nessuna tecnologia all’ultimo grido avrebbe un’utilità. Riuscire a rinnovarsi, a trovare nuove leve disposte a portare avanti un’attività che nel nostro Cantone è soprattutto di volontariato, non è qualcosa che possiamo dare per scontato. Ma è proprio questa particolare vicinanza che il pompiere ha con il cittadino a far sì che ci siano sempre nuovi giovani interessati a questa indispensabile attività.

Il mio augurio di oggi è quello di continuare con la stessa passione che avete messo a favore della vostra attività, in questo che non è solo un traguardo ma anche un nuovo inizio per il vostro Corpo. Il mio discorso è anche un modo per dire grazie a tutti i pompieri che dedicano con sacrificio il loro tempo a favore del prossimo. Grazie!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

“Servono rinforzi alle dogane”

“Servono rinforzi alle dogane”

Da RSI.ch | I cantoni di confine scrivono a Berna. Norman Gobbi critico sulla decisione del Consiglio federale

Il servizio del Quotidiano su: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Servono-rinforzi-alle-dogane-9635542.html

I cantoni di frontiera sono preoccupati per la decisione del Consiglio federale di congelare, per motivi finanziari, il previsto potenziamento delle guardie di confine. Ticino, Basilea città e Campagna, Argovia, Ginevra, Giura, Soletta hanno così deciso di inoltrare una lettera alle commissioni delle finanze e della politica di sicurezza del Consiglio nazionale, nella quale si afferma che un’intensa sorveglianza delle regioni di frontiera è essenziale per garantire la sicurezza interna.

Raggiunto al telefono dalle Cronache della Svizzera italiana, il direttore del Dipartimento delle istituzioni ticinese, Norman Gobbi, non nasconde la sua delusione per questa misura di risparmio: “Avevamo segnali della possibile decisione del Governo di congelare l’aumento degli effettivi. Crediamo, come cantoni di frontiera, che questa decisione non sia una misura a difesa della sicurezza interna…; se la sicurezza lungo il confine non funziona, a dover intervenire sono i cantoni che devono adoperarsi per aumentare i propri effettivi e compensare i mancati rinforzi da parte della Confederazione”.

“È vero che c’è un allentamento della pressione migratoria alle frontiere, però sappiamo che l’attività di passatori e malviventi è comunque costante. Anche nel 2017 il numero di persone fermate dalle forze di polizia sia svizzere, sia italiane è rimasto importante. Non dobbiamo perdere l’obiettivo di garantire la sicurezza ed evitare che lungo il confine ci siano attività criminali”, aggiunge il consigliere di Stato.

Giustizia – In carcere o sorvegliato speciale

Giustizia – In carcere o sorvegliato speciale

Dal Corriere del Ticino | Dal 2018 tornano le pene detentive di breve durata: il braccialetto elettronico permetterà l’espiazione a domicilio Norman Gobbi: «Le sanzioni pecuniarie hanno mancato l’obiettivo» – Timori per il sovraffollamento nelle carceri

Il 1. gennaio 2018 a livello federale entrerà in vigore il nuovo diritto sanzionatorio e il Ticino vuole farsi trovare pronto. Per questo motivo il messaggio licenziato mercoledì dal Governo per adeguare la legislazione cantonale – si legge – «riveste un carattere urgente». Sì perché le modifiche al Codice penale svizzero approvate nel giugno del 2015 dalle Camere federali introducono numerose novità sul piano delle pene e della loro esecuzione. Una riforma che ieri a Bellinzona è stata definita «una parziale marcia indietro», alla luce delle numerose critiche riservate in questi anni al diritto penale corretto nel 2007. «Ci si è resi conto come l’effetto educativo, deterrente e sanzionatorio della pena pecuniaria avesse mancato i suoi obbiettivi, sia verso la persona condannata sia nella percezione della popolazione» ha sottolineato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Da qui la necessità di rimettere mano al Codice penale e di conseguenza alla legge cantonale sull’esecuzione delle pene e delle misure degli adulti (vedi anche la scheda a lato). In che modo? Ripristinando innanzitutto le pene detentive di breve durata (a partire da un minimo di 3 giorni) e «mettendole in concorrenza con quelle pecuniarie, sin qui vincolanti per i periodi d’espiazione da 0 a 6 mesi e che secondo il principio della proporzionalità resteranno comunque di principio prioritarie» ha spiegato il presidente dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi Maurizio Albisetti. Ne scaturirà una contestuale riduzione del limite massimo della pena pecuniaria da 360 a 180 aliquote giornaliere.

Proprio l’autorità presieduta da Albisetti – dopo le sentenze dei tribunali – dovrà decidere se per le persone condannate a pene detentive di breve durata saranno possibili delle forme di esecuzione alternative. A partire dalla sorveglianza tramite braccialetto elettronico (una cavigliera), che dopo essere stata sperimentata in Ticino dal 1999 diventerà a tutti gli effetti una forma d’esecuzione contemplata dal Codice penale. «Finalmente» ha affermato Luisella De Martini, a capo dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (UAR) che sarà chiamato a proporre, applicare e controllare l’esecuzione, preparando il piano di assoggettamento alla sorveglianza elettronica. «Ma saranno necessari dei chiari requisiti» ha precisato De Martini, indicando come la persona condannata dovrà «esercitare un’attività lavorativa di almeno 20 ore settimanali, disporre di un alloggio adeguato, non essere a rischio recidiva o fuga, accettare orari ed eventuali divieti all’uso di alcool e stupefacenti e infine partecipare alle spese di esecuzioni di 15 franchi al giorno». Ossia il costo del noleggio del braccialetto elettronico, nel 2016 testato su una trentina di persone e presente in 9 pezzi nello stock cantonale.

Questa tipologia di sorveglianza – valida per le pene da 20 giorni fino a 1 anno e sfruttabile soprattutto per l’interdizione di aree geografiche – non sarà però l’unica forma alternativa d’espiazione della pena detentiva. Verrà infatti reintrodotto il lavoro di pubblica utilità (non più come sanzione a sé stante) e la semiprigionia. «Con le pene più corte andiamo a toccare la piccola e media criminalità, generata in prevalenza dalle violazioni alle leggi sulla circolazione stradale, sugli stupefacenti e sugli stranieri» ha rilevato Albisetti. Per poi quantificare: «In Svizzera in media le pene pecuniarie sono 95.000, pari all’86% del totale». E se nel 2007, ritoccando il Codice penale, «si era voluto meno carcere per intervenire sul borsellino», ora si va «verso un inasprimento delle regole penali sull’esecuzione delle pene» ha aggiunto Albisetti. Quest’ultimo ha inoltre evidenziato come da gennaio, per i casi di criminalità più gravi, sarà ripristinata l’espulsione giudiziaria dal territorio svizzero. «E i casi – ha notato – potenzialmente possono essere parecchi».

Nel complesso il nuovo diritto sanzionatorio avrà delle conseguenze finanziarie per il Cantone. «È evidente che con il ritorno delle pene detentive di breve durata aumenteranno i detenuti nelle nostre strutture carcerarie» ha dichiarato Gobbi. In questo campo andrà quindi valutato sia un intervento logistico – per aumentare il numero di posti – sia un adeguamento del personale. «La Farera e la Stampa oggi sono già piene, mentre la sezione aperta dello Stampino – dove oggi si eseguono le pene di breve durata – ha ancora una certa capacità». Detto ciò il direttore delle Istituzioni ha chiarito: «Dobbiamo essere pronti ad avere un luogo di decompressione per le strutture attuali». E in merito non è stata esclusa la riattivazione del carcere aperto Naravazz a Torricella.

Quello delle carceri non sarà ad ogni modo il solo settore sotto pressione. Per l’UAR si stimano già 2 o 3 unità di operatori sociali in più, e andrà anche valutato l’impatto sull’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi al quale – dopo il voto popolare dello scorso febbraio – è stato tolto un giudice, compensato da un collaboratore giurista. Gli effetti del nuovo diritto sanzionatorio e la sua efficacia saranno in tal senso analizzati sull’arco di due anni da un gruppo di lavoro composto dai principali attori implicati nella catena penale.

(Articolo di Massimo Solari)

“Distribuire il Corano va vietato”

“Distribuire il Corano va vietato”

Da RSI.ch | Il Cantone scrive a tutti i comuni invitandoli a rifiutare le manifestazioni dell’organizzazione salafita “Lies”

Il servizio al TG su http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Distribuire-il-Corano-va-vietato-9632797.html

Il Dipartimento delle istituzioni ha scritto negli scorsi giorni a tutti i comuni del Ticino, invitandoli a rifiutare le manifestazioni su suolo pubblico della distribuzione del Corano, la cosiddetta “Dawa street”.

La decisione si basa sulla conclusione raggiunta dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, secondo cui la campagna “Lies!” è anticostituzionale. La CDDGP ha emanato un’informativa fondata su un approfondimento del Servizio delle attività informative della Confederazione in base al quale queste campagne sono accostate ad azioni di radicalizzazione e reclutamento jihadista.

Già il governo di Zurigo si era detto contrario alla distribuzione del Corano nelle strade. Invece il Consiglio federale il 7 settembre scorso ha sostenuto che non ci sono i margini di manovra a livello giuridico per vietare queste manifestazioni. La competenza del divieto però rimane ai comuni. “Tocca a Municipi e comuni vigilare – ci spiega il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi – in questo caso vogliamo dare gli strumenti giuridico per emanare decisioni conformi. Così vogliamo evitare lo scontro tra Città e Cantone andato in scena a Zurigo”.

A livello federale, il Consiglio Nazionale ha accettato il 21 settembre scorso una mozione del consigliere nazionale Walter Wobmann (UDC/SO) che vuole mettere al bando “Lies!” su suolo elvetico. Ora la palla passa agli Stati.

(Articolo e servizio di Mattia Pacella)

Modifica del Codice penale: entrata in vigore del nuovo ordinamento delle sanzioni e adeguamento della legislazione cantonale

Modifica del Codice penale: entrata in vigore del nuovo ordinamento delle sanzioni e adeguamento della legislazione cantonale

Comunicato stampa del Consiglio di Stato |

Il Dipartimento delle istituzioni ha presentato oggi le novità legate all’entrata in vigore al 1° gennaio 2018 del nuovo ordinamento sanzionatorio derivante principalmente dalle modifiche del Codice penale.

In data 19 giugno 2015, le Camere federali hanno approvato la riforma parziale dell’ordinamento delle sanzioni penali di cui al Codice penale, volta ad accrescere l’efficacia e la credibilità del diritto penale. Una riforma, come indicato in Conferenza stampa dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, a seguito delle ripetute critiche mosse anche da parte dei Cantoni, dei parlamentari federali e dagli specialisti del settore nei confronti del diritto penale riveduto nel 2007.

Come spiegato dal Presidente dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi Maurizio Albisetti, punto essenziale della revisione del Codice penale è il ripristino delle pene detentive di breve durata, a partire da un minimo di 3 giorni, con contestuale riduzione del limite massimo della pena pecuniaria da 360 a 180 aliquote giornaliere. La sospensione condizionale parziale della pena pecuniaria è eliminata. È reintrodotto il lavoro di pubblica utilità come forma di esecuzione e non più come sanzione a sé stante ed è introdotta la sorveglianza elettronica della persona condannata quale forma di esecuzione (Electronic Monitoring), dopo anni di sperimentazione di un progetto pilota che ha coinvolto anche il Canton Ticino. L’espulsione giudiziaria dal territorio svizzero, già esistente prima della revisione del Codice penale del 2007, viene reintrodotta come altra misura connessa con la commissione di un reato.

I Cantoni devono adattare la propria legislazione all’entrata in vigore del nuovo diritto sanzionatorio. In questo contesto, la Conferenza latina delle Autorità cantonali competenti in materia di esecuzione delle pene e delle misure, della quale il Ticino è parte, il 30 marzo 2017 ha emanato i Regolamenti concordatari concernenti il nuovo diritto sanzionatorio, la cui entrata in vigore è prevista per il 1° gennaio 2018. I citati regolamenti precisano in particolare le condizioni di applicazione, la procedura e l’attuazione dell’esecuzione delle pene nella forma del lavoro di pubblica utilità, della semiprigionia e sotto sorveglianza elettronica.

Il messaggio di adeguamento della legislazione cantonale prevede delle modifiche della Legge cantonale sull’esecuzione delle pene e delle misure per gli adulti. L’impatto del nuovo ordinamento sanzionatorio avrà effetti sull’attività, in particolare sull’Ufficio dell’assistenza riabilitativa e dell’Ufficio del Giudice dei provvedimenti coercitivi. Il messaggio prevede quindi la costituzione di un apposito gruppo di lavoro teso a valutare, sull’arco di due anni al massimo, l’efficacia degli adeguamenti cantonali al nuovo diritto sanzionatorio, come pure la valutazione dell’attività del predetto ufficio e della citata autorità giudiziaria, estendendo le proprie riflessioni a tutte le Autorità che si occupano del settore esecuzione pene e misure.

Alla conferenza stampa odierna è altresì intervenuta Luisella Demartini-Foglia, capo dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che ha illustrato i principi dell’Electronic Monitoring, nonché la tecnologia della sorveglianza elettronica in uso nel Canton Ticino da inizio anno. È infine stata svolta una dimostrazione pratica dell’uso della cavigliera elettronica dotata di radio frequenza e di geolocalizzazione.

La Divisione della giustizia, l’Istituto di diritto dell’Università della Svizzera italiana e l’Ordine degli avvocati hanno organizzato per il 5 dicembre 2017 alle ore 17.00 presso l’Auditorium USI, Lugano, una formazione specifica sul nuovo diritto sanzionatorio destinata a magistrati, avvocati e a tutti gli interessati. Interverranno il Prof. Dr. Nicolas Queloz, professore ordinario di diritto penale e criminologia all’Università di Friborgo e l’Avv. Blaise Péquignot, segretario generale del Concordato latino sulla detenzione penale degli adulti, del quale il Ticino è membro a titolo parziale. Anche in questa occasione sarà presentata, tramite una dimostrazione pratica, la nuova cavigliera elettronica in uso nel nostro Cantone.

‘Dalle verifiche sui responsabili della ditta nessun motivo per non autorizzarli’

‘Dalle verifiche sui responsabili della ditta nessun motivo per non autorizzarli’

Da laRegione |

Otenys Sa, poi divenuta Argo 1. Con Davide Grillo amministratore unico e Marco Sansonetti responsabile operativo. Sullo sfondo la Legge (cantonale) sulle attività private di investigazione e di sorveglianza. La quale fissa una serie di requisiti per ottenere – dalla Polizia amministrativa della Cantonale e dunque dal Dipartimento istituzioni – l’autorizzazione a operare nel campo della sicurezza appunto come privati. E allora come sono andate le cose con la ditta di Cadenazzo e i suoi vertici, ammessi a esercitare ai sensi della Lapis? Una domanda ricorrente in queste settimane. E che ieri è stata rivolta al governo. Dalle verifiche condotte nel 2013 anche dal Centro italosvizzero di cooperazione di polizia e doganale, ha spiegato il capo del Dipartimento Norman Gobbi, su Grillo «non vi erano informazioni relative a condanne o altro, nemmeno dalla documentazione ottenuta dall’Italia tramite i canali ufficiali». Per quanto riguarda Sansonetti, ha aggiunto Gobbi, «nel 2012, quando ottenne la prima autorizzazione per Rainbow, era tutto in regola e non risultava nulla, nessuna condanna». All’epoca era cittadino italiano. «Nel 2014 quando sono stati verificati i requisiti previsti dalla legge per poter ottenere l’autorizzazione quale agente di sicurezza da Otenys Sa, poi diventata Argo 1, risultava una “notizia di reato per porto di armi o oggetti ad offendere” (testuali parole) risalente al 2009 – ha indicato ancora Gobbi –. L’allora caposervizio aveva deciso di rilasciare l’autorizzazione, in quanto non vi erano sufficienti elementi per negarla». Allorché nel febbraio del 2016 «è stata inoltrata la richiesta di inserire Sansonetti come rappresentante responsabile di Argo 1, lo stesso aveva già ottenuto la cittadinanza svizzera. Tutte le volte – ha proseguito Gobbi – che sono stati verificati i requisiti di Sansonetti non è mai risultato nulla di più e la documentazione presentata era in regola». Questo è quanto, stando alle spiegazioni fornite dal direttore del Dipartimento istituzioni. Peraltro, ha puntualizzato il presidente del governo Manuele Bertoli, il Controllo cantonale delle finanze nel suo rapporto sul mandato Argo 1 non ha mosso alcun rimprovero o critica con riferimento alla Lapis.

(Articolo di Chiara Scapozza e Andrea Manna)