‘Più che un rapporto, una cronistoria’

‘Più che un rapporto, una cronistoria’

Da laregione.ch l “Più che un rapporto, quello del Consiglio federale è una cronistoria degli eventi tra Svizzera e Italia e delle loro relazioni”. Così il presidente del Consiglio di stato ticinese Norman Gobbi (Lega) liquida il rapporto pubblicato oggi dall’esecutivo federale e nel quale viene esaminata la situazione del cantone sudalpino.

Interpellato dall’ats, Gobbi afferma che il Consiglio federale “ha preso atto della situazione particolare del Ticino, ma purtroppo lo ha fatto in ritardo”: sarebbe stato più utile analizzare i punti sollevati dal cantone prima della firma dell’accordo sulla doppia imposizione con Roma e non ora. Dire che si è tenuto conto delle richieste del Ticino è “fuorviante”, ha aggiunto il consigliere di Stato: in realtà il rapporto è pieno di buoni propositi ma fornisce poche risposte.

Il rapporto di 23 pagine risponde a un postulato intitolato “Richiesta del Cantone Ticino. Situazione iniziale e prospettiva di sviluppo” presentato dalla Commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati lo scorso febbraio e adottato dalle Camere in giugno. Esso incaricava il Consiglio federale di esporre le misure che ha deciso e deciderà successivamente per trattare i timori e le richieste del Cantone.

In sostanza, il rapporto indica che in materia di frontalieri, doppia imposizione con l’Italia nonché libera circolazione delle persone al Ticino non verrà accordato alcun tipo di statuto speciale. Il governo federale intende proseguire “l’intenso dialogo” con le autorità di Bellinzona per cercare soluzioni soddisfacenti per entrambe le parti. “La situazione nel Cantone Ticino è più critica che in altri Cantoni”, ammette in una nota odierna. Confederazione e Cantone – aggiunge il Consiglio federale – devono continuare a collaborare in maniera stretta per quanto riguarda i provvedimenti da adottare.

(foto: Gabriele Putzu – Ti-Press / Gabriele Putzu)

Operazione DUOMO nel Malcantone, arrestati sei pericolosi rapinatori

Operazione DUOMO nel Malcantone, arrestati sei pericolosi rapinatori

Poco prima delle 7.30 del 16.10.2015 a Castelrotto un’importante operazione della Polizia cantonale ha permesso di assicurare alla giustizia sei malviventi. L’operazione è stata effettuata in collaborazione con la Polizia di Stato italiana, Squadra mobile di Milano, che ha fornito importanti informazioni per fermare i criminali nonché con il Corpo delle Guardie di confine che ha assicurato il presidio delle frontiere. L’obiettivo dei rapinatori, di età compresa tra i 25 ed i 50 anni, tutti residenti all’estero, era un furgone portavalori di una ditta ticinese, che trasportava un ingente quantitativo di denaro. L’inchiesta è coordinata dal Procuratore pubblico Nicola Respini.

L’operazione, in atto da alcuni giorni e pianificata fin nei minimi dettagli, è nata grazie ad un’informazione giunta dalla Polizia di Stato italiana, che da tempo seguiva l’operato dei malviventi con numerosi precedenti penali in Italia per reati violenti legati a rapine. Dei professionisti del crimine, che non avrebbero esitato ad aprire il fuoco pur di raggiungere il loro fine. Da questa mattina erano attesi in Malcantone per rapinare un furgone portavalori. Al fronte ad attenderli numerosi agenti della Polizia cantonale nonché delle Guardie di confine che hanno assicurato la messa in atto di quanto pianificato negli ultimi giorni.

I rapinatori, a bordo di un’Audi, una Bmw e un furgone Fiat Ducato bianco, sono entrati poco dopo le 7.00 da un valico secondario sulla Tresa. Sin da subito sono stati presi in consegna dal dispositivo di polizia fino al fermo a Castelrotto, avvenuto alle 7.20 circa. Un fermo rapido e dinamico che ha permesso in poco istanti, e senza l’uso della forza, di stroncare sul nascere le velleità dei sei pregiudicati. A bordo dei veicoli sono state rinvenute delle armi nonché altro materiale da utilizzare per giungere al loro obiettivo.

Infine, si evidenzia che, ancora una volta, la collaborazione tra le forze dell’ordine operanti in Ticino e con gli inquirenti italiani ha portato ad un ottimo risultato permettendo di arrestare dei pericolosi malviventi attivi a livello transfrontaliero.

‘Polizia ticinese’, prossima tappa

‘Polizia ticinese’, prossima tappa

Da LaRegione Ticino, di Andrea Manna l Per il progetto ‘Polizia ticinese’ verrà costituito ‘all’inizio del 2016 un gruppo di lavoro’. Così il governo rispondendo a un’interrogazione del Plr. Gobbi: la parola prima ai tecnici. Il Consiglio di Stato: all’inizio del 2016 costituiremo un apposito gruppo di lavoro

“All’inizio del 2016 costituiremo un apposito gruppo di lavoro per il progetto ‘Polizia ticinese’ ”. Lo fa sapere il governo, rispondendo all’interrogazione inoltrata dal liberale radicale Omar Terraneo qualche giorno dopo l’annuncio di Norman Gobbi , durante l’ultima seduta parlamentare prima della pausa estiva, di ritirare il messaggio governativo favorevole alla proposta di Giorgio Galusero (Plr) di dar vita in Ticino a un solo corpo di polizia. Era lo scorso 24 giugno quando il Gran Consiglio ha affrontato il dossier polizia unica. Due ore di dibattito e poi l’intervento del capo del Dipartimento istituzioni: “Chiedo al parlamento, sentita la discussione e dando seguito alle istanze di chi sostiene il rapporto di maggioranza (sì al messaggio, ndr) e a quelle di chi sostiene il rapporto di minoranza (contrario, ndr), di poter elaborare un progetto di Polizia ticinese, da presentare ancora in questo quadriennio, sul quale voglio lavorare con le Polizie comunali in maniera molto stretta. Ritiro perciò il messaggio sulla mozione Galusero”. Una mossa a sorpresa che aveva innescato l’atto parlamentare di Terraneo, sottoscritto da altri granconsiglieri del suo partito – Bixio Caprara, Franco Celio, Graziano Crugnola e Nicola Pini – e da Germano Mattei di MontagnaViva.

La risposta del governo all’interrogazione è di questi giorni. “Riteniamo, in questo momento, inutile e poco realistico stabilire una tempistica esatta per quanto riguarda la presentazione al parlamento del messaggio” sulla ‘Polizia ticinese’, scrive ancora il Consiglio di Stato. E, ribadendo quanto dichiarato da Gobbi in parlamento, aggiunge: “È comunque nostra intenzione adottare il messaggio entro la fine della presente legislatura”. Ma che cosa si intende per ‘Polizia ticinese’? ‘Polizia ticinese’ uguale polizia unica? «Bisogna partire dal presupposto – dice, interpellato dalla ‘Regione’, il direttore del Dipartimento istituzioni – che al cittadino che sollecita l’intervento della polizia non importa il colore delle mostrine, non gli importa cioè se sul posto arriva una pattuglia della Cantonale o una della Polizia comunale. Quel che conta è che sul luogo di un reato o di un incidente giungano, tempestivamente, agenti di polizia competenti, in grado quindi di assolvere al meglio le mansioni attribuite loro dallo Stato. In ogni caso – puntualizza Gobbi – non c’è un solo modello di polizia unica. Si potrebbe pensare a una condotta unica e a una operatività ‘separata’, lasciando i compiti di polizia locale ai Corpi comunali, anche se questi ultimi hanno già oggi qualche difficoltà nel reclutare personale. Questi e altri gli aspetti che dapprima un gruppo di lavoro tecnico, nel quale saranno rappresentate anche Polizia cantonale e Polizie comunali, e successivamente un gruppo di lavoro politico, valuteranno».

Nel frattempo si va avanti con la LcPol, la Legge sulla collaborazione tra Cantonale e Comunali, che contempla otto regioni di Polizia comunale e altrettanti Comuni polo. Nella risposta all’interrogazione di Terraneo, il governo afferma di nutrire “seri dubbi” che il tema polizia unica, che ha occupato per diverso tempo parlamento e Consiglio di Stato, “abbia concretamente rallentato l’implementazione della LcPol con l’adozione delle convenzioni da parte dei legislativi comunali: siamo infatti informati che sono state piuttosto le questioni finanziarie che hanno rallentato, a volte anche in modo marcato, l’iter procedurale”. Al riguardo “possiamo citare i Comuni facenti parte della Regione I (Mendrisiotto Sud), il cui Comune polo è Chiasso”. Inoltre il capo del Dipartimento istituzioni “non ha mai mancato, non appena ve ne è stata l’occasione, di ribadire, oralmente e per iscritto, che l’implementazione della LcPol non poteva e non doveva essere ritardata dalle discussioni in atto concernenti la polizia unica”.

Gobbi: anticorpi contro gli abusi nell’economia

Gobbi: anticorpi contro gli abusi nell’economia

Da Regione Ticino, di Andrea Manna l Per il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi gli illeciti finanziari vanno combattuti «instillando gli anticorpi» nelle varie autorità a contatto con queste realtà. Autorità che devono collaborare, comunicare. Come avviene (cfr. articolo a lato) tra il Ministero pubblico e gli uffici del dipartimento guidato dal ministro leghista. «È un progetto che portiamo avanti da tempo proprio perché – rileva Gobbi – di ‘cavalieri d’industria’ d’oltre confine, o presunti tali, che utilizzano il nostro sistema molto liberale per propri scopi e non per quelli societari, purtroppo ce ne sono». E il progetto va esteso al resto dell’Amministrazione cantonale. «Per individuare per tempo situazioni irregolari – sottolinea il presidente del Consiglio di Stato –, è importante lo scambio di informazioni tra dipartimenti». Sono infatti diversi «i settori dell’Amministrazione a contatto con queste realtà: dall’Ias (Istituto delle assicurazioni sociali del Dss, ndr), ai servizi del Dfe, passando da quelli del Dipartimento del territorio e via dicendo». Una strategia che funziona? «Sì. Anche se ci vorrà un po’ di tempo» per entrare a pieno regime, afferma Gobbi, che in aprile ha introdotto l’obbligo per chi chiede il rilascio oppure il rinnovo di un permesso di dimora o per frontaliere di produrre l’estratto del casellario giudiziale e il Certificato dei carichi pendenti. Un provvedimento che, scoraggiando imprenditori stranieri senza scrupoli, può contribuire ad arginare anche i reati finanziari.

Reati del cui perseguimento si occupa a tempo pieno una parte dei magistrati del Ministero pubblico. Con loro collaborano, nella spesso complessa ricostruzione dei flussi di denaro, gli esperti contabili dell’équipe finanziaria della Procura. Così come, nello svolgimento delle indagini, gli investigatori della Cantonale attivi nella Ref, la sezione Reati economicofinanziari della Polizia giudiziaria. Intanto il numero dei procedimenti penali non diminuisce, anzi. «Siamo oberati di lavoro», assicura il procuratore generale John Noseda. «In giugno – aggiunge – ho segnalato al Consiglio di Stato l’esigenza di un potenziamento della Ref. Alla sezione sono già stati assegnati due analisti in più, ma servono anche ispettori di polizia in grado di condurre le inchieste. Altrimenti sarò costretto ad assumere all’interno del Ministero pubblico altri segretari giudiziari». Perché non agire sul piano legislativo per contrastare con maggior efficacia i reati finanziari? «Personalmente – afferma il pg – non vedo la necessità di modificare le normative federali. Quel che conta è di disporre delle risorse e dei mezzi necessari per applicarle». Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente dell’Associazione svizzera dei magistrati e giudice del Tribunale penale federale Roy Garré . «Sono contrario all’attivismo legislativo quando non ci sono lacune da colmare, perché alla fine rischia anche di creare incertezza nel diritto. Ritengo – prosegue Garré – che lo strumentario normativo vigente sia più che sufficiente. Penso per esempio alle norme sulla criminalità economica o al Codice delle obbligazioni, che è stato attualizzato. L’importante è di non smantellare gli organici di polizia e magistratura, ma semmai di adeguarli perché quanto le leggi prevedono – controlli e sanzioni – possa essere applicato».

La squadra e il festival della riga

La squadra e il festival della riga

Da Corriere del Ticino, di Gianni Righinetti l Ancora pochi giorni e domenica conosceremo i nomi degli otto consiglieri nazionali eletti dai ticinesi per gli anni 2015-2019, mentre per la corsa al Consiglio degli Stati è fortemente probabile che ci voglia il ballottaggio, già in agenda il 15 novembre. Sta per calare il sipario sul secondo appuntamento con le urne di quel trittico che ogni quattro anni scompagina il cantone e fa registrare un’impennata di aperitivi (quelli che una volta si chiamavano comizi), mentre restano intramontabili i santini come pure non va mai in crisi l’ambizione di alcuni candidati che, pur di fronte a una mission impossible, tappezzano il Ticino di cartelloni ammiccanti e promettenti. Ma sognare è sempre legittimo.

Archiviate e ormai digerite le cantonali di aprile, presto finiranno tra i ricordi pure le federali e verrà avviata la macchina per le comunali di aprile 2016. Ma c’è da credere che non finirà lì perché in Ticino la campagna è permanente e l’attualità, politica o meno, non finisce mai di fornire argomenti che dal dibattito scivolano nello scontro. È però tempo di tracciare il bilancio della campagna d’autunno che ha fatto registrate pochi sussulti. La politica ha vissuto una stagione di confusione e omologazione, a conferma che ormai non c’è più una politica federale e una cantonale, ma tutto si mischia, si interseca, formando una matassa molto ingarbugliata. Se in aprile uno dei temi più gettonati era quello dei rapporti tra il Ticino e Berna, alle federali si è parlato tanto dello stesso argomento, ma sull’asse Berna-Roma, con i protagonisti cantonali a giocare un po’ a freccette con il Consiglio federale e la ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf. Si sono sentite molte critiche, legittime e sostenibili, mentre praticamente nulli sono stati i tentativi per trovare un guizzo, o quella quadratura del cerchio che spetta ai politici individuare per uscire dalle situazioni d’impasse. Il solo a dire ciò che molti ticinesi pensano è stato il presidente del Governo Norman Gobbi, pronto a chiedere l’abbandono del tavolo della trattativa con l’Italia, ma l’Esecutivo ha deciso di non seguirlo ritenendolo un colpo gobbo e bollando le sue dichiarazioni con un semplicismo di moda: «Ha parlato a titolo personale». Lo aveva fatto anche Manuele Bertoli dando eco al «rivotiamo» sul 9 febbraio nel ruolo di presidente, ora parla Gobbi. E domani a chi toccherà? Un Governo di concordanza che parla al singolare è ormai l’ultimo dei paradossi del nostro sistema. 

Per la corsa al Consiglio nazionale, mentre i partiti fanno sfoggio di termini quali fair play, squadra e qualsiasi cosa accada la risposta standard è «nell’interesse del partito», tra i candidati va ormai per la maggiore quello che si potrebbe definire il festival della riga, con molti sgambetti conditi con una buona dose di ipocrisia. Le regole del gioco sono chiare e messe nero su bianco: l’elettore che sceglie la scheda di un partito che ha deciso di schierare otto candidati, occupando tutte le caselle a disposizione, non ha molte alternative. 1) Vota scheda secca. 2) Riga uno o più candidati per assegnare voti preferenziali a candidati di altri partiti scrivendo di suo pugno numero e nome. 3) Riga uno o più candidati per doppiarne altri della stessa lista, attribuendo così un evidente vantaggio competitivo al prescelto. I partiti a gran voce chiedono di non disperdere preferenziali agli avversari, ma ai ticinesi il panachage piace eccome, un po’ per amicizia, stima o semplicemente perché la trasversalità all’interno dei partiti fa sì che, pur trovandosi sotto bandiere diverse, certi politici manifestino un credo molto simile, quando non fotocopia. La rigatura, detta anche «livragazione», è possibile solo per le federali, specificatamente per l’elezione del Consiglio nazionale; l’invito alla rigatura da parte dei candidati a svantaggio degli altri colleghi di lista si è fatto sempre più disinvolto. Un tempo il messaggio lo si faceva circolare in famiglia, tra le cerchie di amici o all’interno delle lobby per premiare i propri rappresentanti. Ma, se è vero che i muri sono fatti per essere abbattuti e le frontiere superate, oggi l’uso della riga viene promosso in gran scioltezza. I social network sono la cassa di risonanza usata in queste elezioni da un buon numero di candidati che si difendono affermando di non sollecitare la rigatura di qualcuno in particolare, bensì di descrivere in maniera asettica e inattaccabile come funziona il sistema di voto. Vero, ma quello che omettono di dire è un’altra semplice realtà. Per avere un reale e fattivo vantaggio non basta cancellare il cosiddetto «candidato riempitivo o alibi», ma il concorrente diretto per l’ambita poltrona. La riga in passato ha fatto vittime illustri ed è stata al centro di regolamenti di conti post elezioni. Anche se tutti parlano di squadra pare evidente che quello della riga sta diventando un festival senza quasi più freni inibitori.

Bellinzonese aggregato: condividere per crescere in serenità

Bellinzonese aggregato: condividere per crescere in serenità

Da Giornale del Popolo l Negli scorsi giorni camminavo per il centro di Bellinzona, quando ho incontrato un amico dei tempi del liceo con la sua giovane famiglia. Essendo nato e cresciuto nella regione, dopo i saluti di rito, la discussione è caduta inevitabilmente sull’aggregazione del Bellinzonese. Manca poco infatti, al 18 ottobre, quando le cittadine e i cittadini di 17 Comuni saranno chiamati ad esprimersi sul progetto aggregativo. Il mio compagno di banco di 20 anni fa è favorevole all’aggregazione e voterà un sì convinto all’aggregazione.

Per lui, residente ad Arbedo, in fondo non cambierà molto, anzi. Collaboratore dell’Amministrazione cantonale si reca in città tutti i giorni per lavoro. Un podista già da adolescente, alla sera dopo il lavoro esce a correre “in Golena” lungo il fiume Ticino entrando di fatto sul territorio della città. “E quando porto a spasso i bambini ci fermiamo sempre al parco giochi della Gerretta” aggiunge. In effetti, già da ora, come tanti altri residenti della regione, usufruisce dei servizi e delle infrastrutture che offre la città di Bellinzona. “Grazie all’aggregazione quindi potremo contare su un’organizzazione più strutturata e forte, continuando a fare la nostra vita come prima”.

Alcuni dei suoi concittadini, mi dice, sono preoccupati per la perdita d’identità e il peggioramento della qualità di vita. Non accadrà. Le associazioni attive sul territorio, i patriziati, le parrocchie continueranno a svolgere le loro attività come in passato. Non saranno cancellate ma potranno semmai contare su una struttura centrale più forte e più organizzata. Avranno più valore. L’identità non viene definita dalle istituzioni, e questo in qualità di Direttore del Dipartimento delle istituzioni lo so bene. È invece correlata alla voglia, all’impegno dei cittadini di far vivere il territorio. E questo vale per me che vivo in Leventina come per un abitante del quartiere di Rancate a Mendrisio.

Un altro aspetto che il mio amico mi ha fatto presente è il timore che alcuni genitori hanno sull’educazione dei figli. In particolare l’allontanamento della sede scolastica dal domicilio. In realtà i ragazzi frequenteranno la scuola più vicina a casa, senza dover allontanarsi dalla famiglia. Questo non altererà o influenzerà i ritmi famigliari.

È da qualche anno che sono in Consiglio di Stato, e questa non è la prima aggregazione che vivo. In questo caso specifico posso confermare che il progetto è stato studiato e analizzato nel dettaglio, tenendo presente punti di forza e le criticità emerse in altre situazioni: non soltanto dal punto di vista finanziario ma anche sociale e territoriale è stato fatto tutto con la dovuta attenzione.

Sono favorevole all’aggregazione, l’ho ribadito a più riprese. Il mio è un sì convinto. Non perché siedo in Governo e vedo solo le sfaccettature politiche ma perché come padre di famiglia e cittadino di un Comune della Leventina vedo le potenzialità di un’aggregazione. Un’ampia condivisione di valori, in una grande comunità strutturata ed efficiente rispettando e mantenendo le tradizioni e le caratteristiche locali.

Norman Gobbi, Presidente del Consiglio di Stato e direttore DI

«Pena blanda senza effetto rieducativo»

«Pena blanda senza effetto rieducativo»

Da Corriere del Ticino l Via Odescalchi è stata teatro di un grave fatto di sangue. Cosa insegna quest’episodio, a mente del presidente del Governo Norman Gobbi?
«Si è trattato di un reato efferato che sicuramente non fa bene al quartiere ma che permette di vedere come certi individui, quando ricevono condanne blande poi si permettono ancora di puntare un’arma di fuoco contro una persona. È sicuramente da deplorare. Mi riferisco all’italo-brasiliano condannato a sei mesi sospesi per aver travolto un agente di polizia. La pena non ha avuto l’effetto che doveva avere: l’obiettivo è sì sanzionare, ma anche rieducare. In questo caso la rieducazione non c’è stata. Probabilmente la pena non era abbastanza forte in questo senso. Una condanna a sei mesi non permette tra l’altro alle autorità di fare nulla, se non seguire e monitorare il delinquente. Fosse stata di un anno sarebbe stato diverso. Quando ci sono gli estremi per espellere un delinquente – e sono fissati dal Tribunale federale – lo facciamo sistematicamente. Fino a giovedì sera questi estremi non c’erano».

Come si possono spiegare i fatti di giovedì sera a Chiasso?
«Nel quartiere ci sono svariate difficoltà, non solo di ordine pubblico. C’è una concentrazione di problemi legati ai singoli individui che creano insieme un problema più grande, di ordine sociale, che poi ha effetto sull’ordine pubblico e sulla sicurezza».

Come valuta l’azione delle forze dell’ordine?
«Nel dramma c’è comunque soddisfazione per il fatto che nel giro di pochi giorni i cinque protagonisti dell’omicidio sono stati identificati e arrestati. Il lavoro di polizia funziona anche grazie ai mezzi di supporto quali le telecamere, ma pure per le segnalazioni ricevute».

(IMMAGINE RSI.CH)

Bellinzonese aggregato nell’interesse del Ticino

Bellinzonese aggregato nell’interesse del Ticino

Da Corriere del Ticino l Il riequilibrio delle finanze cantonali entro il 2018 è l’obiettivo che il Consiglio di Stato si è dato all’inizio di questa legislatura. Un traguardo ambizioso. Per riuscire a raggiungerlo occorre una coraggiosa e chiara assunzione di responsabilità attorno al tema del risanamento finanziario. Il progetto di aggregazione dei 17 Comuni del Bellinzonese persegue – dal punto di vista cantonale e comunale – anche un miglioramento finanziario globale. Da un lato, grazie a un progetto aggregativo preparato accuratamente e analizzato nel dettaglio, forse come non mai nella storia dei progetti di fusione, le conseguenze finanziarie interne alla futura Città sono state identificate preventivamente, evitando così scossoni post-aggregativi. D’altro lato, una Città rafforzata nella sua struttura economico-finanziaria e ottimizzata nella gestione delle risorse renderà la futura Bellinzona più indipendente dagli aiuti intercomunali e cantonali.

Grazie a progetti come quello del Bellinzonese, i nostri Comuni potranno diventare più forti e competenti. Questo consentirà di avere un Ticino più forte, meglio strutturato e pronto ad affrontare le sfide di domani. Il Bellinzonese è la regione centrale del nostro cantone e il primo punto di contatto con la nuova dorsale alpina che avvicinerà il Ticino a Zurigo. Bellinzonese che, in queste settimane, è sotto i riflettori per l’appuntamento del 18 ottobre, data in cui i cittadini dei 17 Comuni coinvolti nell’aggregazione saranno chiamati alle urne per esprimere il loro parere su questo grande progetto. Negli ultimi tempi molti bellinzonesi mi hanno domandato cosa ne penso di questa aggregazione. Cosa voterei se fossi in loro. Per il sottoscritto è chiaro: direi un sì convinto all’aggregazione. Sì all’aggregazione perché solo con l’unione di tutti i Comuni si avrà la forza per guardare al futuro con ottimismo.

Perché questa aggregazione non farà bene solo al Bellinzonese, ma a tutto il Ticino. Si tratta di una scelta coraggiosa, non posso negarlo. La nascita della nuova Bellinzona porterà benefici anche al resto del Ticino. Attualmente si tratta di una delle regioni economicamente più fragili di tutto il nostro cantone. Un Comune più grande, più solido, più strutturato potrà contribuire in modo determinante al riequilibrio delle finanze ticinesi. L’ho spiegato a tanti amici bellinzonesi quando mi hanno detto sconcertati «l’aggregazione ci svuoterà le tasche. Saremo noi cittadini a farne le spese». Il moltiplicatore, diciamolo, non è uno dei fattori attrattivi. Non è nemmeno l’elemento trainante di questa aggregazione, come è stato per altri casi passati. Qui in gioco c’è molto di più. C’è il nostro domani. Il futuro del Ticino e dei ticinesi. La nuova Bellinzona, forte dell’unione, potrà investire, svilupparsi e crescere e diventare il Comune che non deve più dipendere dai contributi cantonali per stare in piedi. Potrà farlo con le proprie gambe. Il termine tecnico che viene utilizzato è «contributo di livellamento»: si tratta dell’importo che i grandi centri, forti e indipendenti, versano a favore di quelli più fragili. In questo momento i grandi centri sottocenerini sono in difficoltà. Non possono più contare sulle risorse di cui disponevano in passato, e questo incide anche sulle finanze cantonali. Grazie alla forza della nuova Bellinzona, il Ticino di domani potrà contare sul supporto di questo importante agglomerato sopracenerino, che farà da leva per il cambio di tendenza.

Dobbiamo cambiare le sorti del nostro cantone. Si tratta di prendere una decisione coraggiosa. Sono convinto che i cittadini toccati dall’aggregazione lo sanno. E diranno con convinzione sì all’aggregazione. Al Comune di domani. Perché con il loro voto getteranno le basi per costruire insieme il futuro, non solo di un grande centro, ma di un intero cantone.

Norman Gobbi, Presidente del Consiglio di Stato e Direttore DIa

“Non è il Bronx, ma servono pene più severe per evitare escalation”

“Non è il Bronx, ma servono pene più severe per evitare escalation”

Da liberatv.ch l Via Odescalchi, “non chiamiamola Bronx”. Gobbi sul delitto di Chiasso: “Se avessimo potuto allontanare l’italo brasiliano, lo avremmo fatto. Servono pene più severe”. Il direttore delle Istituzioni: “La giurisprudenza lega le mani e rende impotenti davanti a personaggi di questo tipo, che, di fronte a pene blande, finiscono col credersi onnipotenti. Il quartiere? Non è una zona calda, i problemi sono più profondi”.

Guarda innanzitutto al proverbiale bicchiere mezzo pieno il ministro Norman Gobbi. Contattato da Liberatv, il Direttore delle Istituzioni sottolinea come il lavoro svolto e il dispositivo messo in atto dalle forze dell’ordine (assieme alla presenza delle videocamere di sorveglianza, che hanno dimostrato ancora una volta la loro utilità in queste situazioni) abbia permesso in poche ore di identificare e fermare tutte e cinque le persone coinvolte nella sparatoria di via Odescalchi a Chiasso.
“Questo è senz’altro l’aspetto positivo che possiamo trovare nella negatività di questo evento. Evento che sicuramente avrà delle conseguenze sulle misure di controllo del territorio, e penso qui ai compiti e alle competenze delle forze dell’ordine. Le polizie comunali sono protagoniste nel controllo di prossimità, fondamentale per sapere chi abita e chi si muove sul territorio. Ma il lavoro di squadra con la Cantonale e le guardie di confine si rivela sempre più vitale per garantire la sicurezza. Quanto accaduto resta preoccupante: che a seguito di un diverbio si sia arrivati a sfoderare le pistole, spaventa. Non sono, purtroppo, situazioni da escludere, è già successo in altre parti della Svizzera, ma un simile reato non può lasciare indifferenti”.

Sgomento e preoccupazione, certo. Ma della vicenda, oltre alla sua ferocia, colpiscono soprattutto due fattori. Gobbi, cominciamo dal primo: fra i killer, a giocare il ruolo da protagonista sembra esser stato il 26enne italo brasiliano. Volto già noto alle forze dell’ordine e assurto agli onori della cronaca per aver investito un agente di Paradiso, eppure libero con sei mesi di pena sospesa.
“Se avessimo potuto allontanarlo dal nostro Paese, l’avremmo fatto subito. Purtroppo una condanna a soli sei mesi di pena sospesa condizionalmente e altri piccoli reati non sono sufficienti per la revoca del permesso secondo la giurisprudenza del Tribunale federale e questo chiaramente lega le mani alle autorità e rende impotenti davanti a personaggi di questo tipo. Dal suo caso ci rendiamo conto di come reati reputati di lieve entità, e qui siamo andati anche oltre con il fatto di Paradiso, a cui seguono sanzioni blande, qualcuno finisca poi col credersi onnipotente fino, come è accaduto giovedì sera, a fare il passo in più. Un passo che va oltre ogni limite, perché si è arrivati a puntare le armi e premere il grilletto contro altre persone. Qui certamente servono pene più severe e un conseguente mutamento di giurisprudenza in senso più restrittivo da parte del Tribunale federale. Cambiamenti necessari per far fronte a personaggi scaltri che da reati di lieve entità passano a sfoderare la pistola”.

Il secondo fattore è lo stesso quartiere: conosciuto per essere una zona calda, tanto da essersi guadagnato l’appellativo di “Bronx”.
“La vittima poteva abitare lì, come a Novazzano. Il fatto che il quartiere sia stato più volte al centro dei problemi evidentemente è a causa di chi lo frequenta, ma non è che ci sia una zona calda a livello di spaccio. La polizia in questo caso, come fa, avrebbe la facoltà di controllare e quindi debellare queste situazioni. C’è tuttavia una concentrazione, semmai, di persone problematiche. E qui c’è in realtà da porsi la domanda, come fatto dal sindaco Colombo, di come affrontare questa concentrazione di casi sociali, di persone in assistenza che devono “barcamenarsi”, creando tanti piccoli problemi che si condensano dando vita a uno più grande. Dal quartiere vi sono quindi segnali di degrado a livello non di sola sicurezza pubblica, ma sociale. Perciò parlare di Bronx mi sembra esagerato, perché non comprende tutto il problema”.

Se la parte pubblica, ha dichiarato il Municipio di Chiasso, sembra esser stata rivalutata, il problema persiste in quella “privata”, soprattutto nel casermone che va dal civico 12 al 18. Quello, poi, al centro dei grandi casi emersi negli anni. E proprio Colombo, descrivendo la situazione e l’assembramento di casi sociali, invocava un incontro per avere l’aiuto delle autorità cantonali. Il problema è certamente complesso; chi e come può intervenire allora? E il Cantone, arrivati a questo punto, intende fare qualcosa?
“Il problema principale è che è un casermone, come ha detto lei, e il fatto che si trovi in una zona appartata non fa che peggiorarlo. Fossero piccole palazzine sarebbe più facile da gestire. È chiaro che qui serve un lavoro coordinato, proprio nella pratica operativa: la sola polizia o la sola socialità non possono far fronte a queste situazioni. L’azione deve essere fatta su più ambiti: nel migliorare il quartiere, nel gestire questi casi in maniera più continua, nell’evitare che si crei questa concentrazione. Compiti non facili. Importante quindi, come nell’ambito della sicurezza pubblica, il lavoro coordinato tra autorità comunali, cantonali e anche privati cittadini, che hanno tutto l’interesse a vivere in un quartiere tranquillo. È possibile: arrivano begli esempi da altre zone urbane in cui l’attività pubblica è stata affiancata dalla voglia degli abitanti di reagire e migliorare la propria situazione”.

Ma, concretamente, cosa si intende fare?
“Bisognerà sedersi al tavolo e vedere quali strumenti mettere in campo tra le varie autorità per un’azione coordinata a livello sociale e di sicurezza pubblica”.
ibi

http://www.liberatv.ch/articolo/30962/odescalchi-%E2%80%9Cnon-chiamiamola-bronx%E2%80%9D-gobbi-sul-delitto-di-chiasso-%E2%80%9Cse-avessimo-potuto

Quella voglia di cambiare

Quella voglia di cambiare

Da LaRegione Ticino l Perché cambiare, visto che oggi va apparentemente tutto bene? È la domanda che più di un cittadino si è posto e mi ha posto in questi mesi che ci portano ad un evento istituzionale unico. Le cittadine e i cittadini del territorio che va dalla congiunzione tra fiume Ticino e fiume Brenno, sino a metà del Piano di Magadino, decideranno, infatti, il prossimo 18 ottobre se riunirsi in due nuove comunità. Da un lato i Comuni di Iragna, Osogna, Lodrino e Cresciano nel progetto del futuro Comune di Riviera; dall’altro i 17 Comuni del Bellinzonese nel progetto che vuol riunire l’intero agglomerato sotto un unico cappello istituzionale.

Da qualsiasi altura su questo troncone di territorio ticinese il panorama è impagabile. Il territorio che si estende sotto ai nostri occhi in tutto il suo splendore rappresenta il futuro. In Riviera il territorio è molto simile: nuclei definiti, tanto verde e le valli sovrastanti gli abitati a ricordarci la natura rurale di questi territori oggi abitativi e produttivi. Più giù identificare i confini tra i Comuni nella zona urbana risulta difficile, quasi impossibile. Un agglomerato compatto e con un tessuto insediativo uniforme. Il Bellinzonese visto da Sasso Corbaro ha già la conformazione perfetta per diventare il grande centro del nostro Cantone. Potrà esserlo se tutti i cittadini coinvolti sosterranno il progetto aggregativo il prossimo 18 ottobre.

Grazie alle due importanti aggregazioni che toccano la valle del Ticino, il nostro Cantone potrà affrontare con successo a medio-lungo termine le sfide di un territorio rimasto spesso a rimorchio. E appunto, grazie a questi progetti di aggregazione, è giunto il momento di cambiare ruolo e rotta. Da rimorchio, diventare trainanti nella specifica funzione di legante tra Nord e Sud (grazie ad AlpTransit), di centro amministrativo e funzionale del Ticino, di territorio preservato e altamente vivibile. Dall’essere in attesa degli eventi a voler giocare d’anticipo, come fatto ad esempio con la mobilità pubblica che ha rafforzato la coesione interna all’agglomerato, con la ricerca di soluzioni per il futuro nuovo ospedale, o altri progetti che determineranno il destino del Bellinzonese e indirettamente del Ticino tutto. Dall’essere fortemente dipendenti della solidarietà intercomunale ad esserlo meno, e quindi guadagnando in autonomia e orgoglio.

Insieme più forti. È una delle frasi che i sostenitori del progetto ripetono con frequenza ed entusiasmo; una frase che è la missione del cambiamento che attende questo territorio. Non posso che unirmi a loro. Il Consiglio di Stato sostiene il progetto, perché per poter rispondere in modo efficace ai bisogni della popolazione le soluzioni devono essere discusse, decise e realizzate tenendo conto degli interessi di tutta la regione. Bellinzona, la capitale del nostro Cantone, avrà la forza necessaria per essere a tutti gli effetti uno dei poli principali del Ticino. Posto che le spetta di diritto in quanto sede delle istituzioni e che solo l’importanza acquisita grazie a questa fusione potrà confermarle.

Nessun cittadino dei Comuni chiamati ad esprimersi deve avere paura di perdere la propria identità comunale. Non accadrà. L’identità di un Comune non viene cancellata da una fusione. In questo senso giocano un ruolo fondamentale i patriziati, come pure le tante associazioni presenti, che aiuteranno a mantenere viva l’identità tramandata di generazione in generazione e che in molti, nel Bellinzonese e in Riviera, temono venga persa. Le tradizioni e le peculiarità di ogni singolo paese e borgo resteranno vive e contribuiranno a rafforzare il nuovo grande Comune che si creerà dopo l’aggregazione. Mettiamo da parte i timori e prepariamoci insieme, uniti e forti ad affrontare lo sviluppo che toccherà non solo una regione ma tutto il Ticino.

di Norman Gobbi, dir. dip. Istituzioni