“Fosse per me, li chiuderei già tutti”

“Fosse per me, li chiuderei già tutti”

Da Ticinonews.ch – Norman Gobbi, ai microfoni della Rai, ha chiarito al pubblico italiano i contorni della chiusura dei valichi

Mentre Berna nella giornata odierna ha fornito una risposta ufficiale alle autorità italiane sulla chiusura notturna di tre valichi ticinesi (vedasi SUGGERITI), non si può certamente dire che sui media italiani negli ultimi giorni siano circolate informazioni completamente esatte in merito al provvedimento in fase di test per 6 mesi.

NormanGobbi, invitato quest’oggi ai microfoni di Radio Rai 1 durante la trasmissione “Restate Scomodi” ha quindi provato a fare un po’ di chiarezza, smentendo alcune imprecisazioni trapelate anche a causa di un articolo del Corriere della Sera, criticato dal ministro ticinese. Gobbi ha sottolineato come il Ticino sia la frontiera “più aperta e permeabile” della Svizzera e che la chiusura decisa “riguarda una fascia oraria che non ostacola l’attività lavorativa”.

Ma perché i criminali dovrebbero attraversare durante la notte le frontiere? Il Consigliere di stato, ammettendo che le rapine nei distributori di benzina hanno luogo di giorno, ha però spiegato che “i furti in abitazione, quelli che colpiscono di più nella percezione dei cittadini, avvengono soprattutto di notte”. La misura, secondo Gobbi, si renderebbe sostanzialmente indiscutibile per la situazione di comuni come Astano che “è stato per alcuni anni il luogo con il maggior numero di reati pro-capite, proprio perché a ridosso della frontiera.”

In collegamento telefonico ai microfoni della Rai, vi era anche Domenico Rigazzi, sindaco di Cremenaga, che ha ribadito di “non essere stato informato né dalle autorità italiane, né da quelle svizzere”: “Lo abbiamo appreso dai media, ma ci chiediamo: perché chiudere Cremenaga e non altri valichi minori come Fornasette?”

La risposta del direttore del Dipartimento delle Istituzioni è lapidaria: “Fosse per me, li chiuderei già tutti. Ma questa è una fase di test. Sono stati scelti questi valichi minori perché comunque pochi km più a est o a ovest si può transitare. Non è una chiusura ermetica come invece successo altrove – ha inoltre aggiunto il ministro – Come successo sui confini Francia/Italia, con problemi d’applicazione di Schengen… In quel caso mi sembra che la Farnesina non abbia detto qualcosa.”

Gobbi è tornato inoltre a sottolineare che il contatto con le autorità provinciali e statali c’è stato: “Un anno fa il nostro ministro degli esteri parlò con Gentiloni di questa fase di test.”

Secca infine la risposta alla giornalista che chiedeva spiegazioni sul casellario giudiziale, “chiesto solo agli italiani” secondo alcuni media: “Se lei fosse venuta a chiedermelo, le avrei spiegato che il casellario giudiziale lo chiediamo a tutti i cittadini che vengono a lavorare da noi, di qualsiasi nazionalità”.

Informato come direttore delle Istituzioni

Informato come direttore delle Istituzioni

Inchieste su ISIS e Argo 1: il consigliere di Stato dice la sua su magistratura e politica
Dopo settimane di parole dette e altre non dette, il Corriere del Ticino ha intervistato a tutto campo il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi sulla tormenta che ha investito lui, Paolo Beltraminelli e, di riflesso, il palazzo della politica. Gobbi per la prima volta spiega a che titolo era informato dell’inchiesta sull’uomo alle dipendenze della società di sicurezza Argo 1 accusato di essere un reclutatore dell’ISIS in Ticino. Parla dei rapporti all’interno del Governo, del momento difficile, della separazione dei poteri, delle storie di fantasia, della confusione e delle storie da bar.

I due scandali che hanno colpito il palazzo della politica, sembrano avere incrinato i rapporti all’interno del Consiglio di Stato. Si è passati dalla fiducia al sospetto?
«Assolutamente no. Semmai è il contrario. Da attento osservatore della politica qual è lei, sono sicuro che non faticherà a trovare casi del passato in cui i consiglieri sono stati messi alla gogna per decisioni dello stesso Governo. Noi stiamo invece facendo gioco di squadra per risolvere responsabilmente delle situazioni che devono essere risolte nel rispetto della cittadinanza e delle istituzioni che rappresentiamo. Al nostro interno mi sembra che, nonostante quello che si dica, siamo trasparenti e ognuno è pronto ad assumersi, nei confronti dei colleghi, le proprie responsabilità».

In particolare nelle ultime sedute sarebbero stati sollecitati chiarimenti sulla vicenda dei mandati alla Argo 1 assegnato dal DSS. Vero o falso?
«Ci mancherebbe che non fosse così. In quanto Governo sarebbe sbagliato trarre delle conclusioni prima che questi chiarimenti avvengano, anche con il supporto del Controllo cantonale delle finanze».

A chi ritiene che, anche alla luce della vicenda dei permessi falsi che la tocca in veste di politico responsabile del Dipartimento delle istituzioni, la legislatura sia già compromessa, come replica?
«Siamo a metà legislatura e non vedo come possa essere compromessa. Quelle che lei riporta sono delle speculazioni politiche e rispondono al gioco dell’arena politica, al quale, evidentemente, non mi sottrarrò. Al momento però gestisco questa situazione da membro dell’Esecutivo, collaborando con gli inquirenti e con gli organi di controllo dell’Amministrazione e del Parlamento, per far chiarezza su quanto successo. La mia occupazione quale direttore delle Istituzioni è anche quella di elaborare degli strumenti affinché il rischio del ripetersi di situazioni come quelle che stiamo vivendo abbia a tendere a zero e, naturalmente, favorirne l’introduzione».

Tra lei e Paolo Beltraminelli i rapporti sono cambiati?
«In questi giorni ho sentito raccontare tante storie di fantasia, tipo che il sottoscritto abbia influenzato la tempistica dell’inchiesta federale con l’unico scopo di danneggiare il presidente del Governo. Chi pensa che questo sia possibile non conosce il funzionamento dello Stato e sottovaluta la sacralità della separazione dei poteri e la piena autonomia della Magistratura. Per tornare alla sua domanda i rapporti fra me e Paolo non sono cambiati: sono collaborativi, cordiali e amichevoli, anche se non abbiamo sempre la stessa opinione».

Ma tra voi cinque cosa è cambiato alla luce degli scandali?
«Ne avremmo fatto volentieri a meno, ma la situazione che stiamo vivendo ci ha coeso nel voler assicurare ai ticinesi uno Stato irreprensibile. Accanto alla gestione degli affari quotidiani, lavoriamo insieme e in modo trasversale per fare in modo che la fiducia del cittadino nelle istituzioni possa essere ristabilita e non più essere compromessa».

Nella vicenda Argo 1 è stato tirato in ballo anche lei, per l’inchiesta aperta nei confronti di quello che sarebbe un reclutatore dell’ISIS in Ticino. Ci fa un breve riassunto delle tappe principali?
«Sulla scorta di evidenze raccolte dall’intelligence della Polizia cantonale il Ministero pubblico della Confederazione, come è noto, ha aperto un procedimento penale nei confronti di un presunto reclutatore dell’ISIS che ha commesso reati ricollegabili al terrorismo. Nell’ambito di questa inchiesta sono emersi degli elementi da essa disgiunti collegati alla ditta Argo 1 e ai suoi vertici, che hanno dato origine in un secondo tempo all’inchiesta cantonale per i reati di usura e di sequestro di persona, di competenza cantonale».

Lei dice che sapeva, seppure non tutto. Ma la vera domanda è: a che titolo lei sapeva?
«Le inchieste per reati collegabili al terrorismo sono facilmente compromettibili, quindi le informazioni sono riservatissime e vanno gestite in maniera attenta. Sono stato informato in virtù del mio ruolo di direttore del Dipartimento delle istituzioni e le informazioni erano di carattere generale. Sapevo unicamente che sul nostro territorio si stava indagando su un possibile reclutatore. Ancora oggi le informazioni di dettaglio non mi sono note, anche perché non sono autorizzato a conoscerle. Gli scambi di informazione fra i vari servizi della Confederazione e i Cantoni rispondono a delle prassi regolamentate».

La separazione dei poteri impone che quello giudiziario debba essere autonomo e indipendente. Allora perché da politico era informato?
«Attorno a questa vicenda c’è un po’ di confusione. Attualmente sono in corso due inchieste. La prima, come le dicevo poco fa, è portata avanti dal Ministero pubblico della Confederazione e concerne un presunto reclutatore dell’ISIS. La seconda è condotta dal Ministero pubblico ticinese e riguarda invece la società Argo 1, per la quale il presunto reclutatore lavorava, e i cui responsabili sono indagati per i reati di usura e di sequestro di persona. Le autorità giudiziarie lavorano nella piena indipendenza. In qualità di Direttore del Dipartimento che ha la responsabilità della sicurezza, seguendo la prassi regolamentata, sono stato unicamente informato che sul nostro territorio si stava indagando su un possibile reclutatore, ma non ero autorizzato a conoscere le informazioni né sull’inchiesta né sulle persone coinvolte».

L’informazione le è giunta tramite canali ufficiali, direttamente dalla procura federale o cantonale, o per effetto della realtà del paese piccolo nel quale la gente mormora? Spesso anche chi non dovrebbe sapere, qualcosa sa.
«Per farle il verso mi verrebbe da dire che chi non deve sapere, normalmente crede di sapere, ma, pur non sapendo, si esprime pubblicamente creando confusione e, spesso, gettando fango sull’operato delle istituzioni che svolgono il loro operato in maniera più che egregia. Sarebbe più proficuo focalizzarsi sul fatto che le verifiche durate mesi siano sempre rimaste tutelate dal segreto e alla fine siamo riusciti a fermare un presunto reclutatore prima che fosse troppo tardi. Ma comprendo che sia una notizia meno allettante di altre. Vengo informato nell’ambito della mia funzione, non certo a seguito di commenti da bar».

Replicando al Caffè ha sollevato il segreto istruttorio. Ma la sua osservazione, dato il suo ruolo politico, non è stata poco pertinente?
«Lo ha detto lei prima. Esiste una separazione netta tra i tre poteri. In queste settimane sembra però che in molti se ne siano dimenticati. Il comandante della Polizia cantonale è stato liberato dal segreto istruttorio direttamente dal procuratore generale John Noseda per poter informare il Consiglio di Stato sul filone ticinese dell’inchiesta in corso. Questo per sottolineare che la Polizia cantonale, sebbene sia uno dei settori di mia competenza, agisce in modo indipendente nello svolgimento delle indagini giudiziarie».

Quando le hanno parlato della Argo 1 per la prima volta quale è stato il suo pensiero, dato che l’autorizzazione ad operare in Ticino non è stata data dal DSS di Beltraminelli ma dalla polizia?
«Nessun pensiero particolare. La polizia, per competenza, ha rilasciato l’autorizzazione a operare sul nostro territorio alla ditta di sicurezza in questione perché rispettava i requisiti richiesti dalla legge. Come ho avuto modo di approfondire a seguito di una domanda formulata dalla deputata Michela Delcò-Petralli in Parlamento, al momento del rilascio dell’autorizzazione le disposizioni in vigore erano rispettate, quindi il dossier è stato gestito nell’ambito delle disposizioni di legge. Illeciti che avvengono dopo l’autorizzazione, una volta constatati, danno eventualmente adito a un’inchiesta e poi alla revoca dell’autorizzazione, come puntualmente avvenuto».

In questa fase tutti stanno indagando per cercare di capire. Lo sta facendo anche la Sottocommissione di vigilanza e il suo coordinatore Alex Farinelli che ha ipotizzato di andare a sentire anche il procuratore generale John Noseda. Farinelli è andato un po’ lungo o trova che vada bene così?
«Il sentore è che vista la complessità della vicenda ci sia difficoltà a identificare le competenze delle differenti istituzioni dei diversi livelli. Anche in questo caso vige la separazione dei poteri, ma non credo che Alex Farinelli sia andato lungo, per usare le sue parole. Come coordinatore della Sottocommissione, lui è libero di prevedere gli approfondimenti che crede siano necessari per assolvere al suo mandato. Se posso permettermi di formulare un invito a tutti, e non solo a Farinelli, è quello di approfondire prima di rendere pubbliche delle affermazioni. In caso contrario si rischia di generare ulteriore confusione su una vicenda già molto complessa e su cui non si sono risparmiate speculazioni».

Tra l’altro il Controllo cantonale delle finanze ha tirato il freno alla Sottocommissione a proposito del battibecco del 2013 tra lei e il giudice Marco Villa sull’andazzo dei permessi B. Ma di quanto sollevato non si troverebbe traccia: 1-0 per Gobbi nei confronti di Farinelli e compagnia?
«Trovo la questione troppo importante per ridurla ad una partita di hockey (o di qualsiasi altro sport). Spero che chiunque sia coinvolto nei processi istituzionali lo faccia con lo scopo di fare chiarezza per il bene dello Stato. Se così non fosse significherebbe che saremmo già in campagna elettorale e mi sembra ragionevolmente un po’ presto. È comunque mia intenzione chiedere spiegazioni su queste affermazioni così come pure su alcune presunte sentenze del Tribunale federale citate dal PLR in un comunicato stampa a febbraio: al sottoscritto e ai miei servizi non risulta traccia di quanto da loro riportato. Ma se avessero delle indicazioni più precise da darci potrebbe sicuramente essere d’aiuto per fare chiarezza, altrimenti sarebbe solo ulteriore fumo».

Dal Corriere del Ticino del 27 marzo 2017, una mia intervista a cura di Gianni Righinetti

Tra fantapolitica e realtà

Tra fantapolitica e realtà

Una mia opionione pubblicata sul Mattino della Domenica del 26 marzo 2017

Il ministro leghista torna sulle illazioni formulate negli scorsi giorni sul caso Argo 1

“Norman Gobbi, ma lei cosa sapeva del caso Argo1?”, “Davvero ha taciuto informazioni sensibili per danneggiare il suo collega di Governo Beltraminelli?”. Domande che tante persone mi hanno posto negli scorsi giorni. Dubbi sorti dopo che un settimanale ha riportato una tesi complottista, degna di una produzione cinematografia di fantapolitica.
Certo, nel torbido si può anche pescare, ma si rischia pure di affogare. Soprattutto se lo si fa in maniera disordinata, come si sta facendo di questi tempi. Infatti, una cosa va ricordata: la Magistratura sta ancora portando avanti le sue inchieste penali e quindi non a tutti gli interrogativi può esser data risposta. Le illazioni formulate – a mio modo di vedere – hanno quale unica finalità quella di gettare fango sulle istituzioni. Questa settimana ho invitato tutti a prendere un po’ di distanza dagli eventi e analizzare tranquillamente i fatti, senza la foga da bagarre elettorale che non fa mai bene, soprattutto alle istituzioni. I contorni sempre più effimeri della vicenda creano le basi per il caos, nel quale appunto si può approfittare politicamente come cercano di fare taluni, ma nel quale si rischia anche di finir male.

Dobbiamo quindi fare ordine e chiarezza. Partiamo dalle due inchieste, una condotta dal Ministero pubblico della Confederazione e una da quello ticinese. La prima riguarda un presunto reclutatore dell’ISIS, che pertanto ha commesso reati ricollegabili al terrorismo. La seconda riguarda invece la società Argo1, per la quale il presunto reclutatore lavorava, e i cui responsabili sono indagati per i reati di usura e di sequestro di persona. L’unico collegamento tra le due indagini è il presunto reclutatore, nel suo ruolo di dipendente, che però non ha un ruolo nell’inchiesta cantonale. Di tutto ciò io cosa sapevo? Che sul nostro territorio si stava indagando su un possibile reclutatore. Senza avere informazioni di dettaglio, nulla di più.
Dobbiamo infatti comprendere come le inchieste di questo tipo, ossia di lotta al terrorismo e ai suoi sostenitori, siano soggette a un alto rischio di fallimento. Lo abbiamo visto ancora questa settimana, con la riduzione di pena a favore degli iracheni condannati lo scorso anno al Tribunale penale federale per attività a sostegno del terrorismo islamico radicale. Le informazioni sono altamente confidenziali e una fuga di notizia potrebbe minare mesi e mesi di lavoro degli inquirenti. Il semplice fatto che l’intelligence della Polizia cantonale abbia potuto allestire un dossier elaborato lungo mesi di verifiche preliminari, nell’attività cantonale dei servizi segreti per la protezione dello Stato, è sintomo di alta professionalità e di silente e integerrima attività a favore delle istituzioni.

Come accade in casi simili, le informazioni erano in mano a chi stava conducendo le indagini preliminari e non erano evidentemente di mia competenza. Le indagini di competenza del Ministero pubblico ticinese sono iniziate solo poco tempo prima che il caso divenisse di dominio pubblico e che il comandante della Polizia cantonale riferisse seduta stante al Governo. Ritengo opportuno precisare che sono a capo di un Dipartimento e membro di un esecutivo cantonale. E in Svizzera, fino a prova contraria, vige la separazione dei poteri. L’attività degli inquirenti, anche se di polizia, non è di mia responsabilità. Lavorano in piena autonomia e non rispondono al sottoscritto come tanti hanno insinuato di recente. Quindi una volta per tutte: no, Norman Gobbi non ha taciuto informazioni sensibili per fare un tiro mancino a Paolo Beltraminelli.

È facile trarre conclusioni quando non si conoscono – o si finge di non ricordare – i meccanismi che regolano lo Stato, del quale anche i parlamentari sono rappresentanti. Qualcuno mi ha anche chiesto se durante le sedute del Governo sono volati gli stracci tra me e il collega Beltraminelli. Quando si chiude la porta della sala del Consiglio di Stato, in effetti nessuno fuori sa cosa accade tra le mura di Palazzo delle Orsoline. Ed è normale per i cittadini porsi delle domande. Ma fa parte del gioco che il Governo non si presti a tentativi di rompere il suo collegiale funzionamento, anche se in molti amerebbero vedere volare stracci, siccome fa notizia e scandalo. Ricordiamoci che in momenti d’instabilità il Consiglio di Stato deve rimanere un punto di riferimento istituzionale, perché incaricato del buon funzionamento dell’Amministrazione cantonale e punto di contatto privilegiato tra cittadini e istituzioni. Lasciamo lavorare gli inquirenti, polizia e magistratura, e attendiamo le verifiche amministrative. Alla fine non ci saranno camion di sabbia, ma misure correttive e chiare responsabilità, che permetteranno di ristabilire la fiducia dei ticinesi. Senza dimenticare che i cittadini hanno il diritto di valutare con severità l’operato di noi politici, eletti dal Popolo.

Der Angeschlagene

Der Angeschlagene

Da Luzerner Zeitung | Norman Gobbi von der Lega ist das Aushängeschild der Rechts-Nationalen im Tessin. Doch die Affäre im Migrationsamt setzt dem ehemaligen SVP-Bundesratskandidaten zu.

Die Frage des Fernsehjournalisten kam direkt und unverblümt: «Haben Sie über einen Rücktritt nachgedacht?» Norman Gobbi, bald 40 Jahre alt, verneinte natürlich, schien aber doch verunsichert. Die Affäre um gefälschte Aufenthaltsbewilligungen, die seit zehn Tagen das Tessin und insbesondere das von ihm geführte Innen- und Justizdepartement erschüttert, hat ganz offensichtlich Spuren hinterlassen.

Gegen elf Personen wird ermittelt, darunter drei Kantonsangestellte sowie eine ehemalige Angestellte des Migrationsamtes. Was anfänglich wie die Verfehlung einzelner Personen erschien, hat sich zu einer politischen Affäre entwickelt, in deren politischem Mittelpunkt just Gobbi steht. Der schwergewichtige Regierungsrat, der gerne mit seiner Leibesfülle kokettiert, scheint ins Wanken geraten zu sein. Wichtige Fragen stehen im Raum: Wie konnte es zu einem solchen Schlendrian im Migrationsamt kommen? Hat der Chef sein Departement im Griff?

Bei der Lega nennen sie ihn «Supernorman»

Es ist die erste veritable Krise in einer Karriere, die bis anhin nur eine Richtung kannte: nach oben. Gobbi wurde bereits im Alter von 22 Jahren in den Grossen Rat gewählt. Er war fasziniert von Giuliano Bignasca, dem legendären und mittlerweile verstorbenen Gründer der Lega. Und dieser erkannte umgekehrt das politische Talent des jungen Mannes aus der Leventina und förderte ihn gezielt. 2010 rückte Gobbi als erklärter EU-Gegner im Nationalrat für den zurückgetretenen Attilio Bignasca nach. Und bei den Kantonswahlen 2011 gelang ihm der Sprung in den Staatsrat – eine Sensation. Im November 2015 schaffte es «Supernorman», wie er bei der Lega genannt wird, zu nationaler Bekanntheit: Die SVP nominierte ihn als offiziellen Bundesratskandidaten auf einem Dreier-Ticket.

Bei der Wahl kam Gobbi nicht sehr weit. Doch er blieb für die Medien ein beliebter Ansprechpartner, denn einige nationale Kernthemen fallen genau in seinen Kompetenzbereich als Polizei- und Justizdirektor des Tessins. Egal ob Flüchtlinge, Migranten, Ausländer, Kriminalität oder Aufenthaltsbewilligungen für Grenzgänger: Gobbi wirkt an vielen aktuellen Brennpunkten; und er sorgt mit manchen Forderungen, etwa dem Schliessen der Grenzen oder dem Einsatz von Militär, für knackige Schlagzeilen. Gobbi ist selbstbewusst und eloquent, und er versteht es, direkt zu kommunizieren. Er ist Staatsmann und Kumpel zugleich. Der zweifache Familienvater ist zum Tessiner Gesicht des rechts-nationalen Denkens geworden. Er mag Donald Trump, lobt dessen Entscheidungsfreude. In Flüchtlings- und Ausländerfragen vertritt er eine harte Linie. Dabei scheut er auch den Konflikt mit Italien und Bundesbern nicht. Dies zeigt die von ihm eingeführte Pflicht zur Vorlage eines Strafregisterauszugs bei der Erteilung von Aufenthalts- und Grenzgängerbewilligungen. «Er mischt sich gerne in die Zuständigkeiten des Bundes ein», kritisiert der ehemalige Staatsanwalt Paolo Bernasconi, einer der erbittertsten Gegner Gobbis. Als kürzlich nach einem Raubüberfall im Malcantone die Grenzübergänge zu Italien geschlossen wurden, hagelte es Proteste aus den italienischen Grenzregionen, weil Tausende von Grenzgängern nicht nach Hause konnten und somit kollektiv «als Geiseln» genommen wurden. Gobbi tat die Kritik mit Verweis auf Sicherheitsaspekte ab. Pikant war aber vor allem seine zusätzliche Bemerkung, wonach die Tessiner wegen der Grenzgänger täglich stundenlang im Stau stünden. Gobbi bewirtschaftet mit solchen Aussagen gekonnt den latenten Anti-Italianismus, der im Tessin ständig spürbar ist. Seinen Wählern gefällts.
In der Affäre um die B-Bewilligungen reagierte Gobbi auch nach diesem Muster, als er erklärte, es sei ein Fehler gewesen, «einen Italiener im Migrationsamt anzustellen» – ein Satz, der geharnischte Reaktionen auslöste. Weil die Einstellung dieses – später eingebürgerten – Italieners vor seinem Amtsantritt erfolgte, wurde die Aussage auch als Angriff auf seinen Vorgänger, CVPRegierungsrat Luigi Pedrazzini, interpretiert. Und dies erklärt wiederum, warum die CVP nun besonders hart mit Gobbi ins Gericht geht, ihn auffordert, einen Schritt zurück zu machen.

Affäre ist noch lange nicht ausgestanden

Belastend ist die mutmassliche Korruption im Migrationsamt für Gobbi vor allem, Weil sie just einen Verwaltungsbereich betrifft, der ihm besonders am Herzen liegt: Ausländer und Aufenthaltsbewilligungen. Gemäss einem anonymen Brief, der angeblich von drei Angestellten aus dem Migrationsamt geschrieben wurde und dieser Tage über Tessiner
Medien auftauchte, ist die Misere in diesen Amtsstuben schon lange verbreitet. Man habe dies vor Jahren angeprangert, doch nichts sei geschehen. Damit wurde weiter Öl ins Feuer gegossen. Gobbi entgegnet: «Man will nur eine Schlammschlacht anzetteln.»
Die Affäre ist noch lange nicht ausgestanden. «Gobbi ist ein guter Kommunikator, doch nun kommt bei den Leuten die Frage auf, ob er wirklich in der Lage ist, das Departement zu managen», meint der Politologe Oscar Mazzoleni. Das Vertrauen sei irgendwie angekratzt. Die Tessiner Zeitung «La Regione» veröffentlichte eine Karikatur, in der Gobbi von hinten wie ein schmollendes Kind zu sehen ist. Und da sagt er: «Uff, alle sind gegen mich; wenn ich nur denke, dass sie mich im Bundesrat haben wollten!»

Salvini: “In Italia è in atto una sostituzione etnica”

Salvini: “In Italia è in atto una sostituzione etnica”

Da tvsvizzera.it | Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, non ha peli sulla lingua quando si tratta di parlare di immigrazione. L’Italia dovrebbe chiudere le frontiere e fare maggiori controlli. Oggi non si può più parlare di integrazione, afferma Salvini. Sono così tanti gli immigrati in certi quartieri delle grandi città italiane che ormai si deve parlare di “sostituzione etnica”.

Matteo Salvini, Norman Gobbi. Le due facce del leghismo transfrontaliero. Uno, segretario federale della Lega Nord. L’altro, Consigliere di stato del Canton Ticino della Lega dei ticinesi.

Un confronto tra i due politici sull’immigrazione clandestina o illegale lo si è avuto a Milano a margine della presentazione del libro “Immigrazione, tutto quello che dovremmo sapere” di Gian Carlo Blangiardo, Gianandrea Gaiani e Giuseppe Valditara.

L’emergenza immigrazione è nota. Nel 2016 sono stati circa 181mila gli immigrati sbarcati in Italia. In Svizzera le entrate illegali sono state quasi 50mila. Come arginare questo flusso migratorio?

La Lega propone di velocizzare le pratiche per le domande d’asilo ma soprattutto di spostare al di là del Mediterraneo la frontiera. È direttamente nei paesi africani – afferma Salvini – che si dovrebbe stabilire chi ha il diritto di immigrare e chi no. Magari con l’aiuto dell’ONU.

Immigrazione illegale

Su un altro punto Salvini e Gobbi sono d’accordo: la maggior parte degli immigrati che giungono in Europa sono “illegali”. Come ama ricordare Salvini, solo il 5% delle persone che giungono in Italia sono dei veri rifugiati. Un altro 30% ha diritto ad altre forme di protezione temporanea. Ma la maggior parte degli immigrati sono illegali. E come tali vanno chiamati secondo Salvini e Gobbi.

Asse Bruxelles-Berna

Bruxelles per Matteo Salvini non esiste. L’Italia è sotto pressione. Porta d’entrata europea degli immigrati, così come la Grecia, l’Unione europea, secondo Salvini, non ha fatto molto per aiutare l’Italia: Bruxelles è lontana da Roma.

Così come l’Italia lo è per l’Europa, anche il Ticino è la porta d’entrata della Confederazione. Al confine sud della Svizzera la pressione è altrettanto forte. Lo scorso anno dei quasi 50mila immigrati illegali, quasi 35mila sono entrati da Chiasso. Per Norman Gobbi il Ticino è spesso lontano da Berna. Sebbene, per stessa ammissione di Gobbi, la collaborazione con il governo federale è buona.

Il video e l’articolo su tvsvizzera.it: http://www.tvsvizzera.it/tvs/immigrazione-clandestina_salvini—in-italia-è-in-atto-una-sostituzione-etnica-/42961900

Casellario giudiziale, secondo sì da Berna

Casellario giudiziale, secondo sì da Berna

Da liberatv.ch l Casellario giudiziale per i permessi di residenza e lavoro, PPD e Lega esultano per il voto della Commissione diritti politici del Nazionale: “La misura voluta da Gobbi si è dimostrata efficace e non lede la libera circolazione”. E via Monte Boglia attacca PLR e socialisti: “Per loro in Svizzera devono entrare anche i delinquenti”

La Lega: “Questa misura va estesa a livello nazionale: nel senso che tutti i Cantoni devono avere facoltà di introdurre la richiesta sistematica”

BERNA – La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha dato seguito oggi alle due iniziative cantonali ticinesi relative alla richiesta sistematica del casellario giudiziale nell’ambito delle procedure di ottenimento di permessi di lavoro e di residenza. E sul tema si registrano oggi due prese di posizione, da parte del PPD e della Lega.

“La misura introdotta dal Ticino nel 2015 si dimostra efficace. Il PPD saluta favorevolmente la decisione ed evidenzia il ruolo centrale del Partito, come già avvenuto agli Stati, nella creazione della maggioranza commissionale – si legge nella nota dei popolari democratici -. I membri ticinesi della citata commissione – consiglieri nazionali Marco Romano e Roberta Pantani – sono riusciti a costruire una maggioranza risicata grazie ai gruppi PPD e UDC. Ora il Consiglio federale dovrà elaborare una base legale per consolidare la prassi. Secondo il PPD l’ottenimento di un permesso presuppone la presentazione del casellario giudiziale: documento ufficiale largamente diffuso in vari ambiti.

Il PPD ritiene la misura utile ad aumentare la sicurezza interna; la sola autocertificazione si è dimostrata inefficace. La misura è di carattere interno, non lede la libera circolazione e non crea situazioni discriminatorie. Un Cantone ha e deve avere la possibilità di prendere misure atte a garantire il controllo di chi chiede un permesso di lavoro o di residenza. Il PPD respinge tutti gli argomenti che cercano di relativizzare e combattere la misura. La libera circolazione è rispettata e uno Stato sovrano deve tutelare la propria sicurezza interna”.

Anche La Lega dei Ticinesi “prende atto con soddisfazione della decisione della Commissione delle istituzioni politiche a favore delle iniziative cantonali ticinesi. Questa prassi, introdotta in Ticino per volontà del Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi nell’aprile 2015, ha dimostrato la propria efficacia, come confermano le cifre trasmesse dal governo cantonale alla commissione.

Non c’è dunque alcun motivo per abbandonarla, ma va anzi estesa a livello nazionale: nel senso che tutti i Cantoni devono avere facoltà di introdurre la richiesta sistematica. L’autocertificazione dei richiedenti il premesso B o G sui propri precedenti penali si è infatti a più riprese dimostrata insufficiente ed inefficace. Ciò che era ampiamente prevedibile.

Per la Lega dei Ticinesi è in ogni caso evidente che la richiesta sistematica del casellario giudiziale da parte delle autorità ticinesi deve continuare ad oltranza. Ora anche a livello di Camere federali si consolida una maggioranza che dà ragione alla Lega e al Ticino: anche perché la richiesta del casellario è una questione di manifesto buonsenso.

Per l’approvazione nella Commissione delle iniziative cantonali ticinesi pro-casellario è stato determinante il voto dei due esponenti ticinesi Roberta Pantani (Lega) e Marco Romano (PPD): onore al merito. La Lega dei Ticinesi deplora invece che contro il casellario – e quindi contro la sicurezza del nostro Cantone – si sia schierata in blocco non solo la sinistra (la cui opposizione era scontata) ma anche il PLR. Malgrado il capogruppo PLR alle camere federali sia il ticinese Ignazio Cassis. Dopo la deplorevole prestazione del tandem PSS-PLR in materia di affossamento del 9 febbraio, adesso i due partiti fanno il bis. Evidentemente anche per il PLR, come per il PSS, in Svizzera “devono entrare tutti”, delinquenti compresi”.

http://www.liberatv.ch/it/article/34199/casellario-giudiziale-per-i-permessi-di-residenza-e-lavoro-ppd-e-lega-esultano-per-il-voto-della-commissione-diritti-politici-del-nazionale-la-misura-voluta-da-gobbi-si-dimostrata-efficace-e-non-lede-la-libera-circolazione-e-via-monte-boglia-attacca-plr-e-socialisti-per-loro-in-svizzera-devono-entrare-anche-i-delinquenti

Quatre visages clés du populisme helvétique

Quatre visages clés du populisme helvétique

Da Tribune de Genève (tdg.ch) | Trois forces politiques s’en prennent constamment aux élites qui ne respecteraient pas la vraie volonté du peuple. Il s’agit de l’UDC, premier parti suisse, de la Ligue tessinoise et du MCG.

Parler de «populisme», c’est s’avancer sur un terrain miné. Cette formule fourre-tout, collée à certains pour les discréditer d’emblée, est généralement utilisée pour qualifier un parti qui se revendique comme le vrai représentant du peuple face à une élite sourde à la volonté populaire. Ce mouvement a souvent un chef charismatique qui fait «monter la sauce», assure une visibilité publique forte et qui se traduit ensuite par des gains électoraux importants.

A cet aune-là, trois forces politiques peuvent se ranger sous l’étiquette populiste: l’Union démocratique du centre (UDC), la Lega (Ligue des Tessinois) et le Mouvement citoyens genevois (MCG). L’UDC est le mouvement qui a le plus prospéré. Petit parti gouvernemental à la tradition agrarienne et de centre droit, il est devenu la première force politique du pays. Et de loin. Aux dernières élections fédérales en 2015, il frôle la barre des 30% des voix et dispose de deux conseillers fédéraux.

La transformation de l’UDC en une droite conservatrice musclée a été enclenchée dans les années 90 par son leader Christoph Blocher. Ce dernier, qui reste aujourd’hui chef de la stratégie du parti, apparaît cependant moins sur le devant de la scène. On assiste à la montée en puissance du rédacteur en chef et conseiller national Roger Köppel (voir ci-dessous). Du côté romand, c’est toujours le conseiller d’Etat Oskar Freysinger qui tient le haut du pavé. C’est lui qui a amené le parti à lutter contre l’islamisme.

Alors que l’UDC se positionne clairement à droite sur les questions économiques, la Lega et le MCG ont au contraire une composante sociale très affirmée. Les deux mouvements n’en sont pas au même stade de développement. La Lega, premier parti du Tessin, est devenue incontournable dans son canton et dispose de deux conseillers d’Etat. Le MCG n’a pas pu percer pareillement à Genève même s’il compte désormais un conseiller d’Etat en la personne de Mauro Poggia. Les trois partis se rejoignent essentiellement sur les questions de sécurité, d’identité et de préférence indigène pour l’emploi.

Il faut noter que le populisme n’épargne pas la gauche dure qui, elle, dénonce une élite économique assoiffée de profits au détriment du peuple. En Suisse, son poids politique est nettement plus faible.

Roger Köppel: l’intellectuel
Rédacteur en chef de l’hebdomadaire de la droite nationale et conservatrice la Weltwoche, le Zurichois se démultiplie sur la scène politique depuis qu’il est entré au Conseil national, en 2015. Meilleur élu de Suisse à la Chambre basse, il a reçu d’emblée la responsabilité du dossier européen à l’UDC. La loi d’application de l’initiative «Contre l’immigration de masse», votée en décembre par le parlement, l’a fait sortir de ses gonds. On l’a vu vitupérer dans une vidéo de présentation de son journal tournée au cœur du Palais fédéral pendant la session des Chambres. «Enterrement de la démocratie», «gifle d’une pseudo-élite à la population», «commando suicide du PLR et du PS», s’est écrié ce grand admirateur de Christoph Blocher. Journaliste et politicien de premier plan, il mélange allègrement ses deux casquettes. Très bon orateur, provocateur né, il a le don d’exaspérer la gauche. Il a même réussi à faire sortir la conseillère fédérale Simonetta Sommaruga de la salle du National en la mettant en cause.

Eric Stauffer: le trublion déchu
Il a déboulé comme un chien dans un jeu de quilles sur la scène politique genevoise. Ancien membre du Parti libéral, déçu de l’UDC, il fonde en 2005 le Mouvement citoyens genevois. Il s’inspire alors directement de la Ligue des Tessinois qui cartonnait déjà à l’époque. Le verbe coloré, la dent dure contre les partis en place, il se proclame défenseur du peuple face aux élites. Le positionnement du parti? Ni droite, ni gauche. En fait, il milite à la fois pour un renforcement de la sécurité publique et de la sécurité sociale. Le succès est immédiat au Grand Conseil. Il fait grandir le parti en exploitant une nouvelle cible: les frontaliers. Faute d’alliance de poids et en raison de ses foucades, Eric Stauffer ne réussira jamais à se faire élire au Conseil d’Etat. En 2016, sentant son mouvement lui échapper, il tente un come-back à la présidence. Il échoue pour une voix et démissionne. Depuis, il menace régulièrement de fonder un parti dissident pour se relancer dans l’arène politique.

Norman Gobbi: le chef de police
La Suisse a véritablement découvert Norman Gobbi lorsqu’il a pris à la dernière minute sa carte à l’UDC pour devenir candidat officiel au Conseil fédéral. C’était lors de la succession d’Eveline Widmer-Schlumpf en 2015. Qu’on ne s’y trompe pas. Le Tessinois défend cependant avant tout les intérêts de son parti, la Ligue des Tessinois (La Lega). Diplômé en sciences de la communication, conseiller national pendant un an, il accède au Conseil d’Etat tessinois en 2011 à l’âge de 34 ans. Il dirige le Département des institutions, qui supervise notamment la police et la justice. Très bien réélu, il est désormais une figure de proue de la Lega où il se profile comme protecteur des frontières et rempart contre les travailleurs frontaliers italiens. C’est lui qui exige de ces derniers un extrait du casier judiciaire avant qu’ils ne puissent travailler au Tessin. Sa candidature au Conseil fédéral a coulé suite à une attaque du PS aux Chambres fédérales qui l’a jugé inéligible notamment pour «ses travers racistes».

Oskar Freysinger: le fantasque
Yvan Perrin ayant dû démissionner pour cause de maladie, Oskar Freysinger est le seul conseiller d’Etat UDC romand en exercice. Elu avec un score canon en 2013, il souhaite rempiler en mars 2017. En pleine campagne, il vient de commettre une énorme bourde en mandatant un survivaliste, revendiquant «son côté Waffen SS» dans une vidéo. L’homme a été viré depuis. Toujours en perpétuelle bisbille avec les médias qui le critiquent, le fantasque Freysinger aime régler ses comptes sur son site Internet «Oskar et vous». Depuis qu’il a quitté son poste de conseiller national, il ne joue plus un rôle de premier plan à l’UDC Suisse. Sa fonction ministérielle l’accapare même s’il trouve toujours le temps d’aller répandre la bonne parole de la droite musclée à l’étranger dans des assemblées plus ou moins fréquentables. Un prosélytisme idéologique qui a toujours irrité la direction de l’UDC Suisse. Celle-ci craint tout contact avec des mouvements d’extrême droite en Europe.

(TDG)

Quatre visages clés du populisme helvétique: http://www.tdg.ch/suisse/quatre-visages-cles-populisme-helvetique/story/24381030 (Foto: Keystone/ Laurent Guiraud)

Gobbi: “Un anno straordinario”

Gobbi: “Un anno straordinario”

Dal Mattino della domenica | L’intervista

Norman Gobbi, che anno è stato per lei il 2016?

Professionalmente un anno straordinario: dalla vittoria sul risanamento stradale del San Gottardo, all’inaugurazione del tunnel ferroviario di base del San Gottardo, che ha proiettato il Ticino in una nuova dimensione.

Come festeggerà il Natale?

Sarà l’occasione per trascorrere un po’ di tempo a casa con mia moglie Elena, i miei bimbi Gaia e William e i nostri cari.

Cucinerà lei il menù natalizio?

Non ho ancora pensato al menù di Natale, ci penserò il giorno della vigilia quando andrò a fare la spesa. Come spesso succede, mi prenderò il tempo per stare dietro ai for­nelli. La cucina è il luogo in cui mi rilasso ed esprimo la mia creatività.

Ieri i Babbi Natale sono passati in Gran Consiglio, passeranno anche a casa Gobbi? Spero non siano gli stessi che sono passati in Gran Consiglio (ndr i deputati Heinrik Bang e Ivano Lurati), altrimenti rischio di ricevere (almeno da uno di loro) del car­bone.

Cosa regalerebbe a Claudio Zali?

Indeciso tra un’auto elettrica telecomandata e un sorriso (ndr: ride)

Un augurio ai ticinesi?

Un sereno Natale e un 2017 ricco di sor­prese e soddisfazioni. Con il sostegno di tutti i Ticinesi, continueremo a lottare per il no­stro Cantone e la sua splendida gente, sulla strada segnata nel rispetto delle nostre li­bertà e dei nostri diritti.

Cerimonia annuale della Polizia cantonale

Cerimonia annuale della Polizia cantonale

Oggi a Bellinzona, in un clima di collegialità e cordialità, presso il Tribunale penale Federale, si è svolta la cerimonia annuale della Polizia cantonale. Presenti all’evento il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il presidente del Gran Consiglio Fabio Badasci, il sindaco di Bellinzona Mario Branda, e il vice presidente del Tribunale Penale Federale Tito Ponti. È stata l’occasione per salutare, in una cornice istituzionale, chi sull’arco di una vita dedicata alla polizia si appresta a passare al beneficio della pensione. Si è voluto inoltre sottolineare le promozioni all’interno del Corpo, il superamento con successo di corsi di formazione ed è stata pure l’occasione per presentare i nuovi assunti sia uniformati che amministrativi.

Durante gli interventi è stato sottolineato l’impegno profuso da tutti gli appartenenti al Corpo della Polizia cantonale che si trova a dover affrontare costantemente nuovi e impegnativi compiti legati alla sicurezza del cittadino e del territorio. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha espresso la sua gratitudine al Corpo di Polizia che garantisce quotidianamente la sicurezza del territorio e dei cittadini, non solo a livello cantonale, ma anche a livello nazionale, in ragione della nostra specifica posizione geografica. Condizione evidenziata dall’impiego volto a garantire la sicurezza per l’inaugurazione della Galleria di base del San Gottardo. Infatti, prima volta in Svizzera, un operazione di questo genere, che ha visto coinvolti più Cantoni e ha salutato la presenza di importanti capi di Stato, è stata diretta da un unico Capo impiego, il sostituto comandante della Polizia Cantonale Lorenzo Hutter. Ruolo della Polizia che ha assunto maggior centralità in ragione degli importanti flussi migratori con i quali siamo confrontati in questo periodo storico e dove il Ticino si è distinto per capacità, previsione e pianificazione. Il Comandante Cocchi si è complimentato con gli agenti di polizia per il grande impegno dimostrato nell’assolvere gli importanti compiti assegnati sottolineando come il 2016 è stato un anno importante a tutti i livelli, al fronte come al Comando, che ha registrato lusinghieri successi nel contrasto della criminalità, sia cantonale sia transfrontaliera. “La Polizia cantonale ne esce vincente e dimostra la sua efficienza anche al di fuori dei confini cantonali” ha concluso il Comandante.

Italiens No freut Gobbi

Italiens No freut Gobbi

Da Blick.ch | Lega-Staatsrat hofft auf weniger Flüchtlinge – Der Tessiner Staatsrat Norman Gobbi wünscht sich nach der Abstimmung in Italien mehr Einfluss von rechts. Zum Wohle der Schweiz.

Italiens Ministerpräsident Matteo Renzi hat am Sonntag eine grosse Klatsche eingefangen. Die Stimmberechtigten schickten eine von ihm initiierte Verfassungsreform bachab. Grund genug für Renzi, seinen Rücktritt zu verkünden.

Im Tessin ist man über das Abstimmungsresultat nicht unglücklich. Lega-Staatsrat Norman Gobbi hofft nämlich, dass sich nun das Migrationsproblem löst. Gobbi zu BLICK: «Das Nein ist auch ein Signal gegen die Flüchtlingspolitik. Es ging nicht nur um die Verfassungsreform, sondern auch um den Premierminister und seine Politik. Die Linken haben nicht die Interessen des eigenen Landes verfolgt. Zum Beispiel wurde das Problem der Flüchtlinge nicht angepackt.»

Hoffnung auf mehr politischen Einfluss

Gobbi würde eine Politik in Italien begrüssen, die nicht nur die Flüchtlinge aus dem Mittelmeer rettet, sondern den Zustrom aus Afrika eindämmt und die eigenen Grenzen besser kontrolliert.

Nach dem Nein hofft Gobbi, dass Vertreter aus der rechten Lega Nord und der Fünf-Sterne-Bewegung mehr politischen Einfluss bekommen. «Denn so würde die Flüchtlingspolitik endlich angepackt und die Flüchtlingsströme eingedämmt.»