Oibò: tre controlli radar su quattro sono effettuati dalle Comunali

Oibò: tre controlli radar su quattro sono effettuati dalle Comunali

Ma non era Norman Gobbi lo spietato manovratore degli apparecchi che misurano la velocità?

Le cifre parlano chiaro: i tre quarti dei controlli radar nel nostro Cantone vengono effettuati dalle Polizie comunali; il rimanente quarto dagli agenti della Cantonale. Ma vediamo questi dati, che si riferiscono all’anno scorso. In totale i controlli mobili sono stati 1’615. Gli agenti della Cantonale ne hanno effettuato 427; i Corpi delle Polizie comunali ne hanno svolti 1’188. La modalità con cui sono stati eseguiti: 1’291 con radar, 324 con pistola laser. Per quanto riguarda i radar: 980 sono i controlli degli agenti delle Comunali e 311 quelli della Cantonale. Con il laser sono intervenuti 208 volte gli agenti delle Comunali e 116 volte gli agenti della Cantonale. C’è, come abbiamo detto, un rapporto di uno su quattro negli interventi tra Polizia cantonale e Corpi delle Polizie comunali.
E qui ci salta la mosca al naso: noi credevamo – visto quanto viene comunemente fatto capire alla gente – che i controlli fossero maggiormente effettuati dalla Polizia cantonale, sotto la responsabilità quindi del Consigliere di Stato Norman Gobbi. Anche perché soprattutto in campagna elettorale lo stesso Gobbi veniva sempre associato a questi controlli sulla velocità. E invece scopriamo che sono i Comuni a richiedere ai loro agenti un intervento di questo tipo. Rimaniamo solo ai centri più importanti e andiamo a vedere chi sono i capi dicastero: A Chiasso, Mendrisio, Lugano, Bellinzona e Locarno sono tutti politici del PLR. Però, tutti zitti questi ultimi, intanto c’è Gobbi a fare da parafulmine…
“L’intervento delle Comunali è spesso voluto dai cittadini stessi, che chiedono maggiore sicurezza su tratti di strada considerati pericolosi. È un loro diritto e la Polizia che per prossimità interviene è naturalmente quella comunale” – spiega al Mattino della Domenica il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. È però singolare che nell’opinione pubblica sia sempre il sottoscritto a essere preso di mira per questi controlli. I dati che presentate dimostrano un’altra realtà. Ma ho le spalle abbastanza larghe per sostenere questo peso, anche perché un peso non è”. Ci spieghi… “Non lo è nella misura in cui i controlli radar a livello cantonale vengono inseriti in una strategia coordinata di prevenzione, e anche l’intervento repressivo rientra in questa strategia. Abbiamo un obiettivo unico: far capire agli automobilisti che adottare un comportamento confacente alla guida dà vantaggi a tutti, in primis agli stessi automobilisti”. I risultati ottenuti negli ultimi anni, con una diminuzione di vittime sulle nostre strade, e più in generale di incidenti, è confortante. “Esatto. Ciò dimostra, per rimanere in tema, che stiamo percorrendo la strada giusta e a una velocità corretta. Perché non si vuole esagerare nell’approntare misure repressive, che devono in ultima battuta sempre essere finalizzate al loro scopo principale: la prevenzione”.

Discorso pronunciato in occasione del centenario del Dono Nazionale Svizzero

Discorso pronunciato in occasione del centenario del Dono Nazionale Svizzero

Tenero – 24 maggio 2019

– Fa stato il discorso orale –

Un vero “Dono” svizzero

Gentili signore, egregi signori,

Il nome stesso “Dono Nazionale Svizzero” racchiude in sé la bellezza di una iniziativa che, soprattutto nei primi decenni d’attività, ha dato lustro alla società elvetica, ma che non manca ancora oggi di marcare positivamente la crescita della nostra nazione. E la manifestazione a cui noi oggi partecipiamo – per la quale ringrazio tutti gli organizzatori e in particolare Marco Netzer, vice presidente del Dono e responsabile dei festeggiamenti che si tengono in Ticino, e naturalmente il presidente Werner Merk – ne è un valido esempio.
Nella Svizzera che usciva dal primo conflitto mondiale, con decine di migliaia di cittadini-soldati che avevano sacrificato anche per un lungo periodo le proprie attività – e le proprie famiglie! – per garantire protezione al nostro territorio nazionale, in questa Svizzera in cui le assicurazioni sociali erano ancora “in nuce” e soprattutto l’assicurazione perdita di guadagno –per non parlare dell’AVS- non era ancora contemplata tra le conquiste sociali che poi man mano videro la luce, in questa Svizzera alcuni illuminati uomini del nostro Esercito, e diverse donne, compresero l’importanza di intervenire per risollevare finanziariamente ma non solo le sorti di migliaia di concittadini-soldati.

Come ci ha ricordato il presidente Werner Merk il Dono Nazionale Svizzero affiancò in modo munifico l’azione dell’Esercito per aiutare e sostenere soldati, ex soldati e le loro famiglie. Se immagino il Ticino e questo luogo in particolare 100 anni fa – nel 1919 – vedo una terra in cui l’attività principale è legata all’agricoltura. Vedo gli ingenti lavori iniziati nel corso della Prima Guerra Mondiale per la bonifica del Piano di Magadino e l’incanalamento del fiume Ticino che permisero il recupero di importanti aree da destinare al settore primario. Ma nel 1919 sotto il profilo sociale anche il Ticino viveva le conseguenze negative della Grande Guerra. Un po’ meno che negli altri Cantoni, ma la “spagnola” aveva colpito anche da noi. Politicamente il Governo era dominato dal Partito liberale radicale. Da nemmeno due decenni era nato il Partito Socialista e solo nel 1920, l’anno dopo quindi, sarebbe stato costituito il Partito agrario, per la difesa degli interessi dei contadini.

Proprio qui a Tenero il Dono Nazionale Svizzero ha scritto una grande pagina. Una pagina che continua a tutt’oggi. E mi riferisco alla nascita della “Fondazione stabilimento di cura Tenero”. Eravamo nel 1921 e su sollecitazioni del colonnello Carl Hauser, medico capo dell’Esercito, il Dono Nazionale Svizzero, nato due anni prima, acconsentì a istituire una fondazione autonoma incaricata di creare e amministrare un istituto di cura e di riqualifica professionale per soldati affetti da malattie non troppo debilitanti e dolorose, la cui guarigione sarebbe potuta avvenire attraverso un’attività regolare e adeguata in un’azienda agricola. Il preventivo dell’opera era stato fissato in 525mila franchi, dei quali 300mila sarebbero stati versati dal Dono Nazionale Svizzero a condizione che la Confederazione versasse il restante importo.Ciò che avvenne. La ricerca del terreno idoneo su cui ospitare lo stabilimento infine si indirizzò proprio qui a Tenero, sul delta del fiume Verzasca. Le condizioni climatiche favorevoli, una natura incontaminata – bei tempi! – e il costo contenuto dei terreni – bei tempi!! – avevano convinto il DNS a concretizzare l’opzione Tenero. Senza poi dimenticare la vicinanza con la clinica militare federale di Novaggio, attraverso la quale poteva avvenire il passaggio tra cura acuta e ripresa lavorativa. Tutto questo vasto terreno- il Dono Nazionale Svizzero divenne proprietario di ben 51 ettari, 35 dei quali di coltivo e 16 ettari di incolto – su cui oggi sorge questo gioiello dedicato ai giovani sportivi di tutta la Svizzera e che risponde al nome di Centro sportivo Nazionale di Tenero – ha avuto origine dalla presenza, avviata quasi 100 anni fa, di uno stabilimento di cura a favore dei militi svizzeri, che venivano curati e reinseriti nella professione attraverso il lavoro in una grande fattoria. Una fattoria che venne data in gestione nel 1922 ad Albert Feitknecht, contadino proveniente dal Canton Berna, che assieme alla moglie Martha riuscì a far crescere sia dal punto di vista agricolo, sia per quanto riguarda il lavoro di reinserimento, la fattoria, diventata per tutti la “Cura”. In dieci anni qui a Tenero vennero seguiti 1’396 pazienti militari, di questi 1’073 lasciarono lo stabilimento guariti al termine di un soggiorno di cura della durata media di 92 giorni. E tutto questo poté essere realizzato proprio grazie al sostegno del Dono Nazionale Svizzero.
Nei decenni successivi la Cura ebbe momenti altalenanti per quanto riguarda le presenze. Un picco fu raggiunto ancora negli anni della Seconda Guerra Mondiale: tra il 1940 e il 1945 Tenero accolse ben 3’732 pazienti-militari.
Poi l’evoluzione della nostra società fece in modo che questa benemerita iniziativa si trasformasse.
Bisogna dire che un piccolo colpo affinché la “Cura” venisse in un certo modo sminuita nella sua originaria destinazione lo diede anche il Governo ticinese. Si era nel 1959 e con l’introduzione dell’Assicurazione invalidità Tenero avrebbe potuto diventare – nei desideri della Fondazione – un Centro cantonale di recupero degli invalidi militari e civili. Il Consiglio di Stato preferì invece privilegiare la destinazione di Stabio. Se quel passo fu, assieme ad altri, decisivo per chiudere l’esperienza di cura a favore dei militari qui a Tenero – ma la fattoria proseguì nella parte agricola ancora per anni e sempre sotto i Feitknecht, il figlio Rodolfo con la moglie Elisabetta – quel passo divenne però altrettanto decisivo per dare inizio a qualcosa di grande e che vediamo davanti ai nostri occhi. Se questi terreni non fossero stati di proprietà del Dono Nazionale Svizzero credo che difficilmente si sarebbe sviluppato questo fiore all’occhiello, costituito dal Centro sportivo nazionale. Quindi grande merito va dato a questa istituzione centenaria.
E sono contento di portare il mio personale ringraziamento e quello dell’attuale Consiglio di Stato ticinese a voi, caro presidente Merk e vice presidente Netzer e a tutti gli ospiti qui presenti. Il Dono Nazionale Svizzero continua però ad adempiere il suo scopo originario anche ai giorni nostri. Risulta infatti essere l’ente che finanziariamente sostiene in modo più cospicuo il Servizio Sociale dell’esercito. Quel servizio che – mutatis mutandi – ha ripreso negli ultimi decenni gli scopi originari che 100 anni fa spinsero a creare il Dono Nazionale Svizzero.
Un sostegno quello del Servizio Sociale dell’esercito a cui tutti i nostri militi, soprattutto i giovani che partecipano alla scuola reclute, possono accedere, per risolvere problemi d’ordine finanziario e di gestione personale. Senza dimenticare il sostegno che viene dato per la Lavanderia del soldato di Münsingen, il Dono contribuisce a mantener viva l’identità elvetica fondata sulla sussidiarietà, sul federalismo e sulla solidarietà.
È una fiamma che dovrebbe animare ogni cittadino svizzero e il vostro operato e ciò che ha rappresentato in questi 100 anni dovrebbero davvero essere portati a mo’ di esempio. Il Dono nazionale svizzero è decisamente l’emblema della sussidiarietà: davanti a un problema – anche grande come quello che si verificò al termine della Prima Guerra Mondiale – alcune persone hanno voluto impegnarsi a fondo per dare una risposta a questo problema.
Senza aspettare l’aiuto dello Stato, ma chiamando a sostegno altre persone che avrebbero potuto portare il loro contributo.
L’appello lanciato da pochi ha saputo raggiungere tanta altra gente. Ed è così che la prima colletta voluta da queste persone ha raccolto in Svizzera la cifra stratosferica – per quei tempi – di 8 milioni di franchi!!!
Soldi che divennero benzina per alimentare la macchina della solidarietà, ossia della vicinanza ai problemi dei concittadini e quindi della soluzione ai loro problemi.
Tra parentesi: emblematico è il fatto che questo slancio, questo spirito sia nato da cittadini impegnati nell’esercito a testimonianza del fatto che questa istituzione è un cuore pulsante per la nostra Nazione e che oggi come ieri contribuisce in maniera decisiva a rendere sempre migliore la nostra Patria. E questo – permettetemelo di dirlo – alla faccia di chi la vorrebbe abolire o impoverire. Sull’onda di questo spirito che va a cogliere l’essenza del nostro essere svizzeri, il Dono Nazionale contribuisce a sostenere in modo mirato alcune iniziative.
Come ticinese è doveroso e bello qui ricordare, ultimo tra altri aiuti, il finanziamento della piccola funicolare che permette ai visitatori di accedere al Sasso Gottardo. Una fortezza-emblema del nostro passato, la cui riscoperta ci dà la possibilità di capire chi siamo stati, quanta importanza abbia avuto il massiccio del San Gottardo per la storia della Svizzera e quale ruolo decisivo abbia infine avuto e ha il nostro Esercito per dare sostanze alle scelte politiche di neutralità e di libertà. Il Grazie diventa quindi doveroso, anche per il contributo alla Rivista militare svizzera di lingua italiana, distribuita a tutti gli ufficiali e sottufficiali della Svizzera italiana, che pure contribuisce a rafforzare questo spirito.
E anche per questo evento celebrativo dei 100 anni del Dono Nazionale Svizzero con la scelta di suddividerlo in tre precisi e separati momenti per toccare le tre regioni linguistiche. Una celebrazione che ci permetterà, dopo questi discorsi, di vedere e ascoltare la messa in scena dell’opera di Gaetano Donizetti dal titolo “Betly” a cura del direttore Igor Longato. Un grazie al Maestro Longato per aver con tutta la sua equipe non solo “riscoperto” questa opera, ma per la cura che è stata dedicata a tutti i dettagli, come avremo modo di apprezzare tra poco. Non una scelta casuale, non un’idea casuale quella del responsabile per la tappa ticinese dei festeggiamenti del centenario Marco Netzer, sostenuta con entusiasmo da parte del Consiglio del Dono. Per due motivi: il primo perché tale opera è ambientata in Svizzera e ha tra i protagonisti principali un sergente dell’esercito svizzero.
Il secondo perché ha permesso a distanza di tanti anni di recuperare un’opera musicale che ebbe grande diffusione al momento della sua composizione, ma che poi cadde in disuso.
Sarà un ulteriore merito da ascrivere a questo centenario: la conoscenza del compositore bergamasco che ebbe tante affinità con la Svizzera.
Concludo questo mio intervento per ribadire la fierezza di ricordare in quanto svizzero, in quanto ticinese, in quanto militare la benemerita attività portata avanti in cento anni dal Dono Nazionale Svizzero.
Sono sicuro che il Dono, oltre ad aver sostenuto centinaia di migliaia di soldati, possa rappresentare anche in futuro non solo un aiuto concreto, ma pure un esempio e un modello a cui ispirarsi per avere anche in futuro una Svizzera libera, forte e neutrale!
Grazie

****

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 27 maggio 2019 de La Regione

Dono nazionale svizzero al Cst per il centenario

Quest’anno il Dono nazionale svizzero celebra il suo centenario. Il secondo evento nell’ambito delle manifestazioni per la celebrazione del giubileo si è tenuto al Centro sportivo di Tenero. Tra i circa 250 ospiti presenti anche il consigliere federale Ignazio Cassis e il consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi. Non è stato un caso che la celebrazione si sia tenuta al Cst: il Dono nazionale svizzero e il centro sportivo sono uniti da uno stretto legame. Nel 1921 il consiglio di fondazione del Dono nazionale aveva deciso di autorizzare un credito per l’acquisizione di una proprietà a Tenero. Qui doveva sorgere un istituto di cura e di riqualificazione professionale per pazienti militari affetti da malattie polmonari. La “cura” fu infine attiva fino al 1961. Dopo la sua chiusura furono ideati progetti per la costruzione di un centro sportivo nazionale sull’area. Il consiglio di fondazione acconsentì alla vendita del terreno. Il Centro sportivo fu infine inaugurato ufficialmente nel 1985.

Il terzo e ultimo evento per la celebrazione del giubileo si svolgerà il 6 giugno a Yverdon-les-Bains.

Il Tenente Colonnello Manuel Rigozzi è il nuovo presidente della Società Ticinese degli Ufficiali

Il Tenente Colonnello Manuel Rigozzi è il nuovo presidente della Società Ticinese degli Ufficiali

Da www.tio.ch
 
All’assemblea sono intervenuti anche il Capo dell’esercito Comandante di corpo Philippe Rebord e il presidente della Società Svizzera degli Ufficiali Stefan Holenstein

Il Ten Col SMG (tenente colonnello di stato maggiore generale) Manuel Rigozzi è stato designato per acclamazione nuovo presidente della Società Ticinese degli ufficiali (STU) in occasione dell’assemblea generale, tenutasi questa mattina a Locarno. Succede al Col Marco Lucchini, che nel suo discorso di commiato ha ricordato i momenti salienti dell’ultimo anno, sottolineando i numerosi eventi che l’hanno caratterizzato e «il costante impegno dell’ufficialità ticinese a difesa e promozione dei valori che fanno la forza del sistema elvetico».

Il presidente della Società Svizzera degli Ufficiali (SSU) Col SMG Stefan Holenstein, esprimendosi in italiano, ha salutato positivamente l’arrivo per la prima volta di una donna alla testa del Dipartimento della Difesa, della Protezione della Popolazione e dello Sport. Di fronte alle scelte urgenti e prioritarie che attendono il settore – a cominciare dal nuovo aereo da combattimento e dal rinnovo dell’armamento terra-aria – Holenstein ha invitato la politica a compiere uno sforzo ulteriore, non facendo mancare i mezzi finanziari necessari. Ma ha anche assicurato l’appoggio della SSU ai passi fin qui compiuti: «ora bisogna continuare risoluti, per salvare il nostro esercito di milizia».

Il consigliere di Stato Norman Gobbi, dopo aver espresso la sua posizione contraria alla nuova legge sulle armi, si è soffermato sull’incoraggiante presenza femminile alle Giornate informative sull’esercito; sugli impegni di rinnovamento e consolidamento che attendono le infrastrutture militari in Ticino; sul problema dell’italianità e delle lingue, con le difficoltà crescenti che si incontrano nell’inserire i giovani ticinesi in molti percorsi di formazione specialistici.

Piatto forte dell’assemblea è stata la relazione del Capo dell’esercito cdt di C (comandante di corpo) Philippe Rebord, che ha fatto il punto sui problemi d’attualità. Ha manifestato soddisfazione per la scelta del Consiglio Federale di destinare 8 miliardi (attingendo la budget orinario) all’aviazione e alla difesa terra-aria. Ha parlato di una «dimostrazione di fiducia della politica. Ora si tratta di salvaguardare il “pacchetto completo” sul cammino che lo attende». Tra le minacce ha evidenziato quella dei “cyberattacchi”. Una prima risposta è stata nell’avvio, «con successo», delle scuole reclute specializzate. «Ma bisognerà fare di più. Anche sul fronte delle riforme si sono compiuti passi avanti (attuazione dell’Ulteriore Sviluppo dell’Esercito, USEs), con l’aumento della prontezza, la migliore istruzione dei quadri, il completamento dell’equipaggiamento per le formazioni di impiego, la regionalizzazione di reparti e corsi».
Spina nel fianco rimane la questione del Servizio Civile, «che sottrae un numero crescente di giovani già incorporati. La revisione della legge è necessaria e urgente. La battaglia si annuncia difficile, anche perché è molto più facile “vendere” il servizio civile, con la sua immagine di utilità diretta e i vantaggi che porta al singolo (tempi, luoghi, modalità di svolgimento praticamente “a scelta”). È chiaro che servire lontano da casa, con i disagi della vita sul terreno, è una prospettiva molto meno allettante. Ma questo è e rimane un servizio essenziale per la sicurezza della collettività». E per la sicurezza, ha detto Rebord, «non esiste alcun servizio sostitutivo».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 20 maggio 2019 de La Regione

Manuel Rigozzi presidente della Stu
Lo ha eletto per acclamazione l’assemblea generale della Società ticinese degli ufficiali

La Società ticinese degli ufficiali (Stu) ha un nuovo presidente. È il tenente colonnello Manuel Rigozzi, che è stato designato alla carica per acclamazione dall’assemblea generale della Stu che ha avuto luogo sabato a Locarno.
Succede al colonnello Marco Lucchini, che durante il suo discorso di commiato ha ricordato, si legge in una nota diffusa dalla Stu, “i numerosi eventi che hanno caratterizzato l’ultimo anno, sottolineando il costante impegno dell’ufficialità ticinese a difesa e promozione dei valori che fanno la forza del sistema elvetico”. Numerosi gli ospiti, tra cui il presidente della Società svizzera degli ufficiali, il colonnello Stefan Holenstein. Il quale, di fronte alle scelte urgenti “che attendono il settore – a cominciare dal nuovo aereo da combattimento e dal rinnovo dell’armamento terra-aria – ha invitato la politica a compiere uno sforzo ulteriore, non facendo mancare i mezzi finanziari necessari”. Da Holenstein anche soddisfazione per l’arrivo di Viola Amherd alla testa del Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport. Presente pure il Capo dell’esercito, Philippe Rebord, il quale “ha manifestato soddisfazione per la scelta del Consiglio federale di destinare otto miliardi all’aviazione e alla difesa terra-aria. Una dimostrazione di fiducia della politica”. Ma ci sono anche minacce nuove, dalle quali occorre difendersi. E Rebord fa riferimento ai cyberattacchi: “Una prima risposta è stata nell’avvio, con successo, delle scuole reclute specializzate. Ma bisognerà fare di più”. Resta una “spina nel fianco” però, quella del servizio civile. “Sottrae un numero crescente di giovani già incorporati. La revisione della legge è necessaria e urgente”, rileva Rebord. “È chiaro che servire lontano da casa, con i disagi della vita sul terreno, è una prospettiva molto meno allettante. Ma l’esercito è e rimane un servizio essenziale per la sicurezza della collettività. E per la sicurezza non esiste alcun piano B”. Il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi si è dal canto suo soffermato “sulla presenza femminile alle Giornate informative, sul miglioramento delle infrastrutture in Ticino e sull’italianità e le lingue, con le difficoltà crescenti che si incontrano nell’inserire i giovani ticinesi in molti percorsi di formazione specialistici”.

 

 

La donna è (anche) leader

La donna è (anche) leader

Articolo pubblicato su Azione – Settimanale di informazione e cultura della Cooperativa Migros Ticino

Un simposio voluto dal Dipartimento delle istituzioni ha riunito otto donne che ricoprono funzioni dirigenziali in aziende pubbliche e private per condividere le loro esperienze in un mondo del lavoro in cui la donna fatica ancora ad accedere a ruoli decisionali: abbiamo raccolto le riflessioni di due di loro

Nel mondo del lavoro persistono differenze di genere. La più eclatante si riferisce alle retribuzioni: i salari delle donne in Svizzera sono ancora più bassi di quelli degli uomini. Ma ci sono differenze più sottili e meno misurabili, che possono determinare o meglio ostacolare la carriera di una donna soprattutto nell’ottenimento di ruoli dirigenziali. Così, nonostante le donne oggi abbiano certamente la possibilità, le capacità e le competenze per ricoprire posizioni di rilievo in aziende pubbliche e private, la loro presenza in ruoli decisionali è ancora scarsa. Ma essere leader donna di un’azienda è possibile? E quali sono le difficoltà che le donne ai nostri giorni incontrano nell’ottenere ruoli dirigenziali? Sull’argomento hanno dibattuto lo scorso 13 marzo otto donne invitate al simposio organizzato dal Dipartimento delle istituzioni sul tema «Leadership al femminile». Tra loro c’erano anche Monica Duca Widmer, direttrice di EcoRisana SA, presidente del Consiglio di amministrazione di Migros Ticino e presidente del Consiglio dell’USI, e Rosy Croce, responsabile del Dipartimento risorse umane e membro di Direzione di Migros Ticino oltre che membro di HR Ticino. Le abbiamo intervistate.

Qual è il vostro bilancio del simposio organizzato lo scorso marzo dal Dipartimento delle istituzioni? Quali sono gli aspetti più interessanti emersi?
MDW: Il bilancio è sicuramente positivo, in quanto si è voluto sottolineare l’esigenza di avere una rappresentanza equilibrata tra donne e uomini anche a livello dirigenziale, sia nel settore pubblico che in quello privato. È stata una serata vivace, ricca di spunti e di nuove interessanti conoscenze. Questo non può placare però la delusione che ancora oggi, a 50 anni dall’introduzione del voto alle donne e in una società dove le donne possono accedere senza problemi a studi superiori, la questione vada ancora discussa. Le donne in posti dirigenziali sono sempre ancora meno del 20% e oltretutto – a parità di qualifiche e prestazioni – percepiscono di regola salari del 20% inferiori a quelli degli uomini: una situazione che purtroppo muta solo troppo lentamente.

RC: È stata una serata molto interessante ed arricchente sia dal punto di vista degli scambi di esperienze, sia per aver potuto dare un contributo alla sensibilizzazione sul tema.
Oltre ad aver conosciuto persone molto valide che ricoprono ruoli di rilievo nella nostra economia sia in realtà aziendali pubbliche sia in quelle private, ho potuto constatare che vi sono alcuni denominatori comuni: ognuna delle donne presenti ha dimostrato di aver raggiunto tali traguardi perché, oltre a possedere le competenze necessarie e indiscusse, ha dimostrato di avere una grande tenacia, impegno e determinazione nel raggiungere i propri obiettivi.

A vostro avviso oggi in Ticino sono garantite le condizioni che permettono alle donne di raggiungere ruoli dirigenziali? Oppure ci sono ancora degli ostacoli? In quali ambiti si potrebbe migliorare?
MDW: Come confermato anche nel corso della serata, per le donne senza impegni familiari grandi ostacoli – fatto salvo la questione salariale – non ci sono. Per le donne con famiglia, con figli e parenti da accudire, le possibilità si riducono invece drasticamente: molti uomini, ma anche molte donne non condividono le scelte delle «donne in carriera» e quindi non vedono la necessità di andare loro incontro con orari di lavoro flessibili, job sharing, asili nidi e doposcuola a costi proporzionali al reddito. L’ostacolo maggiore è quindi di tipo culturale. Personalmente non mi permetterei mai di giudicare chi fa scelte diverse dalle mie e lungi da me l’idea che tutte le donne debbano lavorare: ognuno dovrebbe però poter essere libero di scegliere di fare quello che crede meglio per sé stesso e per la sua famiglia. Vi sono ancora molti ostacoli pratici per la conciliabilità lavoro e famiglia e le iniziative sono ancora insufficienti per togliere veramente quegli ostacoli che impediscono a molte donne di fare carriera. Vedo però con grande piacere che le nuove generazioni hanno una visione diversa della coppia e tendono a scegliere una ripartizione dei compiti non una divisione dei ruoli. Ciò lascia ben sperare per il futuro, quel futuro che 40 anni fa mi illudevo di potere vivere io stessa e che ora spero non sia troppo futuro, ma abbastanza vicino al presente…

RC: Constato che sono stati fatti molti passi in avanti in questi anni. Grazie a una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro e a una integrazione dell’uomo nella condivisione dei compiti familiari in via di miglioramento. Persistono, tuttavia, stereotipi di genere, che condizionano la carriera e la vita professionale delle donne, dettate soprattutto dal contesto in generale: freni culturali. La donna è per cultura la figura che deve occuparsi della cura dei figli, della gestione della casa e delle incombenze familiari. Le condizioni di lavoro offerte all’interno delle organizzazioni, attraverso modelli di lavoro e di sviluppo di carriera penalizzano l’accesso della donna a ruoli manageriali. Il contesto sociale correlato al mondo del lavoro, inoltre, esclude la donna, che non è nel circuito lavorativo, dal fare networking (l’occasione a partecipare ad eventi, incontri, riunioni). Tutti elementi determinanti per favorire l’accesso della donna in posizioni dirigenziali.
È positivo però che di questi argomenti si parli sempre più spesso e ci sia consapevolezza unita alla volontà di progredire. È importante mostrare esempi pratici di successo per influenzare la nostra cultura.

Le donne hanno maggiori difficoltà nei ruoli di leadership rispetto ai colleghi uomini? Per quali motivi?
MDW: No, non penso proprio vi siano difficoltà maggiori: difficoltà possono averle sia gli uomini che le donne. Vi sono delle differenze, dettate dal genere, ma attenzione a non creare nuovi stereotipi. Di regola le donne sono più propense a valorizzare le differenze (e non solo quelle di genere), hanno una capacità di ascolto maggiore e sono propense a difendere le proprie idee anche in minoranza, ma vi sono uomini con questo profilo e donne che assolutamente agiscono in modo diverso. Non si può generalizzare. L’importante è che ognuno di noi si senta a proprio agio e conduca come ritiene sia opportuno, senza lasciarsi influenzare troppo da modelli preconfezionati e da stereotipi.

RC: Le donne sono diverse fra loro, come lo sono d’altronde gli uomini. Ognuno ha aspirazioni differenti, caratteristiche differenti, ma tutti siamo complementari. La donna, ha uno spiccato senso di responsabilità, di organizzazione e di autonomia professionale, mette energia, impegno e dedizione in ciò che fa ed ha una forte volontà nel portare a termine gli obiettivi. Penso che si possa dire che le donne hanno tutte le carte in regola per avere successo in ruoli di leadership, o meglio le hanno tanto quanto gli uomini.

Nella sua esperienza personale ha avuto difficoltà a conciliare impegni professionali e familiari?
MDW: Chiaramente sì! Con la nascita del primo figlio ho dovuto cambiare lavoro, in quanto la mia attività nell’industria non era più conciliabile con quella di mamma, visto che ero spesso all’estero per lavoro. Ho quindi aperto il mio studio di ingegneria ambientale e costruito un’attività da zero, continuando così a poter esercitare la mia professione, che ancora oggi mi dà tante soddisfazioni. Quando i miei figli erano piccoli non potevo portarli al nido perché non ero un caso sociale, negli anni ’90, non cento anni fa. Oggi la situazione è migliorata e non vieni più condannata se lavori senza averne necessariamente bisogno, perché hai un marito che può da solo mantenere l’intera famiglia.

RC: Ritengo di far parte di una categoria di donne privilegiate. Partendo dalla mia famiglia che ha sempre considerato me e mio fratello a pari livello offrendo ad entrambi la possibilità di studiare e realizzarsi professionalmente, cosa non del tutto scontata negli anni ’70. Mio marito poi mi ha sempre sostenuta sia dal punto di vista personale che famigliare; altra cosa non sempre scontata. Molto spesso, infatti, subentrano rivalità tra ruoli interni alla coppia che limitano le donne e la loro carriera. Non da meno, grazie alle aziende all’avanguardia per le quali ho avuto modo di lavorare, e ai miei superiori che hanno sempre creduto in me. Sono sempre stata valutata in modo equo, in base alla mie competenze, potendo così crescere professionalmente fino ad accedere alla posizione manageriale attuale che ricopro da 13 anni, senza discriminazione.

Spesso si dice che sono le donne stesse a non voler assumere ruoli di responsabilità, che cosa ne pensa?
MDW: Non tutti gli uomini e non tutte le donne lo vogliono, ma ci sono di sicuro donne pronte a farlo e anche donne con famiglia pronte a farlo, malgrado gli sforzi supplementari del conciliare il lavoro con il resto. Se le condizioni quadro miglioreranno anche il numero di donne pronte ad assumere una responsabilità aumenterà.

RC: Per esperienza personale, in qualità di responsabile del Dipartimento risorse umane di Migros Ticino, ho potuto constatare che in molte occasioni il problema esiste effettivamente. Da quali fattori questo sia dettato, è difficile dirlo, penso che si tratti del «dilemma del doppio vincolo», ossia le donne interessate a uno sviluppo di carriera, sono poste davanti al vincolo del proprio ruolo in qualità di responsabile del nucleo famigliare e della ancora poca equa ridistribuzione dei ruoli e compiti in famiglia, che impone alla donna di «sacrificare» la propria carriera a favore della famiglia.

Nell’economia privata sono le singole aziende che al loro interno possono decidere o meno di adottare politiche in favore delle carriere femminili. In questo senso che cosa fa la Cooperativa Migros Ticino?
MDW: La Cooperativa Migros Ticino è donna: sono 917 le donne impiegate sui 1582 collaboratori totali e 14% le donne membri di direzione, 15% le donne quadri medi, ma ben il 42% quelle quadri: le percentuali stanno aumentando dalla base e ci si aspetta quindi degli aumenti anche nei posti dirigenziali. In Consiglio di amministrazione vi sono 3 donne su 7 membri. La Cooperativa Migros Ticino sostiene e promuove un’ampia gamma di misure di politica familiare, fra le quali la conciliabilità tra lavoro e famiglia e opera sulla base di una politica lungimirante.

RC: Il nostro obiettivo è di garantire le pari opportunità a donne e uomini in tutti i settori e livelli dell’azienda. La parità nella vita lavorativa non si limita alla parità salariale, ma si estende anche alla ripartizione dei compiti, all’impostazione delle condizioni di lavoro, alla formazione e al perfezionamento e alla carriera professionale. Anche questi aspetti sono sistematicamente contemplati nel metodo di conduzione M-FEE e nel modello delle competenze su cui poggia, e integrati nello sviluppo del personale. Grazie a questi strumenti le discriminazioni nell’impiego sono di principio e sistematicamente escluse.
La questione delle pari opportunità è al centro dell’attenzione della Direzione. Il Dipartimento risorse umane consiglia i responsabili di linea e effettua un monitoraggio puntuale per verificare che l’applicazione delle direttive sia garantita in tutti gli ambiti. Tutte le collaboratrici e i collaboratori sono informati e sensibilizzati sul tema, sia attraverso il Contratto collettivo di lavoro nazionale (CCLN), regolamenti e documenti informativi, sia durante il corso per nuovi assunti, al quale sono tenuti a partecipare tutti i collaboratori che iniziano la loro attività presso Migros Ticino, e a tutti i corsi Manageriali.

Riflessioni d’inizio quadriennio

Riflessioni d’inizio quadriennio

Dell’apprezzato discorso del presidente del Tribunale d’Appello Mauro Mini durante la cerimonia d’insediamento del Governo per la legislatura 2019-2023 mi ha colpito in modo particolare una parola, un concetto, ripreso più volte: semplificazione. Mini ha voluto individuare una linea direttrice – la semplicità -, chiedendo a noi cinque “governanti” di applicarla nel lavoro che siamo chiamati a svolgere a favore dei cittadini assieme all’amministrazione cantonale.
Faccio pienamente mio questo auspicio, perché sono convinto che mai come oggi (ma il discorso valeva ieri e varrà domani) i Ticinesi si aspettano di ricevere dai servizi dello Stato una mano sicura, ferma, che non tradisce e che garantisce quel che promette. Una mano che in primo luogo dia a tutti la possibilità di avere gli strumenti migliori per lavorare, per crearsi una famiglia, per beneficiare del nostro territorio, rispettandolo. Quelle “condizioni quadro” che sostengono la responsabilità individuale del “fare”. È un obiettivo prioritario e che può essere raggiunto se in primis l’amministrazione cantonale saprà andare “verso” i cittadini e non “contro” i cittadini. Dovrebbe essere una cosa normale e vi garantisco che l’amministrazione agisce con questa finalità. Ma nello stesso tempo sono cosciente che non sempre quanto viene fatto o richiesto è percepito positivamente dai Ticinesi. Non per nulla Mini ha voluto fare questo richiamo. La parola “semplificazione”, che deve venir declinata con la parola “efficacia”, aiuta subito a togliere molti paletti. In questo senso il collegio governativo dovrà operare a partire dalla definizione delle Linee direttive che caratterizzeranno il lavoro del Consiglio di Stato durante tutta la legislatura.

Il quadriennio che si è appena inaugurato vedrà in Parlamento la presenza di un maggior numero di deputati rappresentanti di formazioni politiche d’opposizione. È senz’altro un bene che il Legislativo svolga anche il suo ruolo di pungolo nei confronti dell’azione del Consiglio di Stato, oltre a quello di avanzare proposte e di controllare che la macchina statale funzioni correttamente. Sarà “semplice” che ciò avvenga? No, se da una parte (Legislativo) e dall’altra (Esecutivo) interpreteranno i propri differenti ruoli in un’ottica fine a se stessa, magari con uno spirito da campagna elettorale permanente, e non invece per affrontare gli aspetti e i problemi che davvero coinvolgono le cittadine e i cittadini del nostro Cantone. Che sono poi legati, per esempio, alla creazione e alla difesa di posti di lavoro per i residenti, al contenimento delle spese per la cassa malati, a creare comunità locali (i Comuni) in grado di assicurare nella prossimità i servizi ai propri cittadini al miglior costo, o a mettere a disposizione un sistema scolastico di qualità per far crescere i nostri figli, dando loro le migliori opportunità, senza dimenticare la politica fiscale che tocca direttamente le nostre tasche. 

Si apre per Governo e Parlamento una stagione nuova, rispetto a quanto abbiamo dovuto affrontare a inizio legislatura nel 2011 e nel 2015: si partirà con una situazione finanziaria decisamente migliore. Anche in questo caso mi auguro che possa davvero essere più “semplice” fare politica. Ma lo sarà solo nella misura in cui sia in Consiglio di Stato, sia nei partiti e quindi in Parlamento, si riescano a definire priorità condivise da una larga maggioranza, e soprattutto con idee chiare e progetti forti. Non dovessimo riuscire ad approfittare di questa buona congiuntura avremmo davvero buttato alle ortiche una grande occasione. Di tutto questo sono pienamente cosciente ed è per questo che porterò – semplicemente – il mio impegno per cogliere ogni opportunità.

 

Norman Gobbi,

Consigliere di Stato

«Dipartimento poco simpatico, ma ci resto»

«Dipartimento poco simpatico, ma ci resto»

Intervista pubblicata nell’edizione di lunedì 8 aprile 2019 del Corriere del Ticino

«Io il più votato? Un riconoscimento per il lavoro svolto negli ultimi otto anni»

Quattro anni fa aveva dovuto attendere fino all’ultimo per sapere se avrebbe conservato il seggio, e il collegato Claudio Zali l’aveva staccato di diecimila voti. Questa tornata elettorale,invece, per Norman Gobbi si è rivelata essere quasi l’esatto opposto. Una rielezione tranquilla e più preferenziali del collega, il quale forse deve ringraziarlo per essere stato riconfermato. Infatti Gobbi è stato tra i principali fautori dell’unione delle liste con l’UDC per la corsa in Governo, una scelta che ha concesso ai due una rielezione tranquilla.

Dopo Claudio Zali e Marco Borradori, c’è una nuova locomotiva nella Lega?
«Nella Lega tutti sono motrici, più che locomotive. Perché la Lega è uno stato di emozioni di momenti. Evidentemente ci sono momenti in cui va più un tema, o una personalità».

È soddisfatto della sua votazione?
«Mi sono impegnato fortemente in prima persona in questa campagna e i risultati personali li abbiamo lì da vedere. Questo perché credevo fortemente nella congiuzione di liste per il Consiglio di Stato con l’UDC e in questo senso sarebbe stato poco corretto fare una campagna elettorale sottotono, limitandosi a dare per scontata la rielezione. Con l’impegno sono riuscito a raccogliere sostegni dal profondo sud dal Ticino al profondo nord. Credo anche che sia un riconoscimento per il lavoro fatto negli ultimi otto anni sul territorio, malgrado guidi un Dipartimento (ndr. quello delle istituzioni) percepito come poco simpatico, visto che non eroghiamo molti crediti, diamo multe e togliamo permessi. Dall’altra parte però diamo anche un senso di sicurezza e di ordine, e penso che questo elemento sia stato recepito».

Al netto del buon risultato personale, la Lega ha però vissuto un netto calo rispetto a quattro anni fa.
«Nonostante Giuliano Bignasca sia scomparso ormai sei anni fa, la Lega continua continua a essere una forza importante. Magari oggi ha più difficoltà che in passato a trovare il suo modo di essere, che non è più quello di vent’anni fa, né quello di dieci. Ma questo è nello stato delle cose: dobbiamo trovare la nostra forma,e una via è proprio l’alleanza con l’UDC. Mi dispiace comunque un po’ per il risultato di squadra, visto che abbiamo subito una flessione. Flessione marcata da un lato dalla minor partecipazione, e dall’altro dal non aver avuto un vero avversario da combattere per il seggio in Governo. i liberali hanno detto che puntavano al seggio dei socialisti, e per il PS era di conseguenza una battaglia di esistenza. Per il PPD era invece una battaglia interna per cambiare il cavallerizzo che correva per loro. Tutto ciò sommato credo che questo sia stato un po’ un handicap per noi in questa battaglia, visto che sia la rielezione di Claudio che la mia erano date quasi per assodate fin dall’inzione».

L’alleanza con l’UDC ha quindi messo in cassaforte il secondo seggio?
«A mio modo di vedere sì, anche se non abbiamo ancora la controprova numerica. Ma sono convinto che senza questa congiunzione avremmo avuto molte difficoltà in più a ottenere entrambe le riconferme. Congiunzione che per me è naturale, perché l’UDC e la Lega rappresentano un’area politica simile – pur con delle sfumature differenti – e sui temi cari ai ticinesi siamo veramente allineati».

Ci sarà un volto nuovo in Governo all’insediamento di mercoledì: cosa si attende da Raffaele De Rosa?
«Conosco Raffaele ormai da diversi anni. Giocavamo assieme nella squadra di calcio del Gran Consiglio, e siamo parte dello stesso club enogastronomico, che adesso diventerà il più potente del Ticino (ride, ndr.)! Ma alla fine a prevalere sarà la capacità mettersi al tavolo e affrontare temi e problemi per quel che sono, con l’obiettivo di trovare soluzioni nell’interesse del Ticino e dei ticinesi».

Con De Rosa crescono i rappresentati del Sopraceneri in Governo.
«Se guardo i risultati di De Rosa e i miei posso vedere come la barriera del Ceneri – che è una barriera psicologica – pian pianino si sta alzando. Si alzerà completamente con l’apertura del tunnel ferroviario nel 2020 che metterà a un quarto d’ora di distanza il centro di Lugano da quello di Bellinzona. Sono dati che dimostrano come i ticinesi ormai scelgono i loro rappresentanti indipendentemente dal territorio di provenienza. Credo che sia un cambio di mentalità importante per il nostro Cantone».

Nel suo futuro c’è ancora il Dipartimento delle istituzioni o ha voglia di cambiare?
Qualora venissi eletto come più votato del Consiglio di Stato e malgrado, come detto, quello delle istituzioni sia il Dipartimento meno simpatico, chiederei di tenerlo. Fare altrimenti sarebbe ingiusto soprattutto nei confronti dell’elettorato. Ma anche nei confronti dei miei collaboratori, che mi hanno sostenuto in questi ultimi otto anni».

Sangue nelle vene di Lavizzara

Sangue nelle vene di Lavizzara

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 5 aprile 2019 de La Regione

Norman Gobbi sulla necessità di concretizzare il progetto di collegamento con la Leventina
Il ministro leghista si schiera per la galleria del Sassello: ‘Non possiamo dimenticare l’unica parte di territorio senza sbocchi a Nord’

«Dimenticare la parte di territorio più ampia del cantone – quella valmaggese – che è l’unica senza sbocchi a Nord, secondo me sarebbe ingiusto. È invece auspicabile che questo territorio possa avere più “respiro”, che la sua linfa vitale possa fluire con più facilità». Anche il ministro delle Istituzioni Norman Gobbi si schiera affinché il nuovo progetto di galleria del Sassello, fra Lavizzara e Leventina, non rimanga soltanto un’estemporanea “boutade”. Da leventinese lo fa in una nota diramata unitamente a Barbara Pervangher, municipale per la Lega ad Airolo, e a Marzio Demartini, leghista anch’egli, di Brontallo. Proprio dando conto del pensiero dei “leghisti leventinesi e valmaggesi”, il rilancio del progetto di collegamento montano in galleria promosso dai Comuni di Airolo e Lavizzara, con il sostegno del Dipartimento del territorio, viene “accolto positivamente” dai tre esponenti politici. Un progetto che, ricordano, “da oltre 50 anni giace – come idea e pre-studi – negli archivi cantonali”, ma che “in un’ottica di rilancio dell’Alto Ticino e della mobilità integrata e dell’Alta Valle Maggia e Alta Leventina, esso assume oggi una valenza di coesione interna fortissima. Infatti, se in linea d’aria i due territori distano circa 4 chilometri, di fatto per recarsi da Airolo a Fusio sono oggi necessarie quasi 2 ore di auto. Con un collegamento (tunnel) semplice e poco costoso, a una sola corsia per esempio, si potrebbero ridurre questi tempi a qualche manciata di minuti, permettendo anche ai sottocenerini di raggiungere l’Alta Valle Maggia in autostrada fino ad Airolo e poi via tunnel stradale, riducendo in modo non indifferente traffico e tempi di percorrenza”, scrivono.

‘L’Alta Valle langue’
Contattato dalla “Regione”, Gobbi sottolinea che «la competenza è del Dipartimento del territorio, che ha finora gestito il dossier con i 2 Comuni. Lo ha fatto con un mandato per un’analisi di fattibilità, benché già esistano studi compiuti mezzo secolo fa per quanto riguarda gli aspetti geologici e quelli riguardanti il miglior percorso possibile per ottimizzare i costi». Un lavoro “pionieristico”, quello rievocato da Gobbi, che era stato effettuato dallo studio d’architettura e ingegneria Fratelli Guscetti, che aveva promosso il progetto ed in seguito l’aveva allestito su incarico di Franco Zorzi. «Parlo – prosegue Gobbi – di una semplice vena che permetta di far fluire del sangue vivo in Alta Lavizzara. In Leventina il problema non esiste: siamo fortunatamente connessi alle reti nazionali stradali e alla rete ferroviaria regionale. L’Alta Valle Maggia e la Lavizzara questa fortuna non l’hanno». Tecnicamente parlando, il consigliere di Stato accenna alle opere di premunizione che sarebbero necessarie per uscire dal Lago del Sambuco, ma anche al progetto di innalzamento della diga; questo, per ipotizzare un collegamento a quella fase di cantiere che comprenderà anche uno spostamento della strada che conduce al Naret. E ancora, tornando alla situazione valmaggese: «I dati sullo sviluppo demografico indicano che il Distretto di Vallemaggia è cresciuto, ma lo è grazie all’evoluzione in Bassavalle: ad Avegno-Gordevio e a Maggia. Cevio, la Rovana e la Lavizzara invece languono. Inserisco quindi il collegamento in un discorso di rilancio. Inoltre, a livello di traffico vi sarebbe un miglioramento per chi dalla Leventina vuole recarsi in Alta Valle Maggia, ma anche un alleggerimento – seppur lieve, visto lo scopo del tunnel – sul già sollecitato asse Bellinzona-Locarno».

(Foto: La Regione)

Dimanche, le Tessin devrait résister aux Verts et conforter la Lega

Dimanche, le Tessin devrait résister aux Verts et conforter la Lega

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 4 aprile 2019 di Le Temps

Après Zurich, Lucerne et Bâle-Campagne, les inquiétudes climatiques marqueront-elles les élections du canton italophone? Rien n’est moins sûr. Classe politique et observateurs s’attendent plutôt à ce que le scrutin consacre l’implantation de la Ligue des Tessinois

Lors des élections tessinoises ce dimanche, les Verts profiteront-ils également de la vague qui a déferlé à Zurich, à Lucerne et à Bâle-Campagne en lien avec les revendications environnementales? Rien n’est moins sûr. «Ces préoccupations sont très présentes au Tessin aussi, mais la culture et les comportements de vote sont différents», explique Nicola Schoenenberger, co-coordinateur des Verts tessinois. On ne peut pas faire de pronostics en se basant sur les résultats au nord des Alpes, estime-t-il. «Là, Verts et socialistes sont majoritaires dans de grandes villes et les écologistes sont présents dans les exécutifs cantonaux. Ce n’est pas le cas au Tessin, où nous n’avons encore que 6 députés sur 90 au parlement.»
En revanche, ce qui apparaît clairement pour les élections du 7 avril, c’est la réaffirmation du pouvoir de la Ligue des Tessinois. Les sondages prévoient le statu quo au gouvernement avec la réélection de deux léguistes, un PLR, un PDC et un socialiste. L’alliance scellée avec l’UDC devrait garantir à la Lega deux sièges au Conseil d’Etat pour la troisième législature depuis 2011.

Un électorat très hétérogène
Près de trois décennies après sa fondation comme mouvement d’opposition – anti-frontaliers, anti-establishment et anti-européen – l’institutionnalisation du parti de la droite populiste se renforce. Cofondée en 1991 par l’éloquent Giuliano Bignasca – la voix et le visage de la Lega jusqu’à sa mort, en 2013 – la Ligue des Tessinois est une sorte d’ovni dans la politique suisse.
Dirigée par une poignée de ténors, absente ailleurs qu’au Tessin, elle occupe deux des huit sièges tessinois au Conseil national, avec Lorenzo Quadri et Roberta Pantani, accueillis dans le groupe UDC. «Nous sommes un mouvement cantonal, explique la seconde. Notre priorité est et sera toujours le citoyen tessinois. Nos thèmes et nos combats sont bien connus: le travail, la sécurité, le territoire et l’identité. Nous les développons aussi sur le plan fédéral, sans céder aux diktats de l’UE.»
La Lega est née parce qu’il fallait donner une alternative politique aux Tessinois «qui en avaient assez du pouvoir écrasant des partis traditionnels», poursuit Roberta Pantani, ajoutant que l’électorat léguiste, très hétérogène, ne peut être classé selon les canons politiques classiques. Les objectifs sont les mêmes aujourd’hui qu’hier, mais avec une différence tout de même: «Désormais, avec une majorité relative au gouvernement, nous avons la possibilité réelle de changer les choses.»

Contestataires dans le système
On assiste en effet à une phase d’intégration poussée de la Lega, confirme Oscar Mazzoleni, professeur à l’Université de Lausanne (UNIL) et auteur d’un ouvrage sur le régionalisme tessinois*. «Elle a du poids, de l’influence. Elle fait maintenant partie du système. Si la Lega a changé, elle a également transformé le système.»
Le politologue attribue une partie importante de son succès à son hebdomadaire du dimanche. Il Mattino della domenica est lu par 70 000 à 80 000 personnes, sur une population cantonale qui compte 350 000 résidents. «Depuis 1990, cet hebdomadaire mène une campagne politique permanente qui, au fil des ans, a façonné une manière de penser les problèmes et les solutions.»

La Lega a modifié les règles du jeu et imposé aux autres formations politiques une bonne part de son agenda régionaliste, observe Oscar Mazzoleni. «Elle a réussi à inhiber ses adversaires et à faire passer le message selon lequel il est risqué de la combattre en termes de soutien électoral.» Tous prennent pour acquis qu’elle va remporter deux sièges au Conseil d’Etat ce dimanche, note-t-il. «Les autres partis luttent entre eux.»

Affrontement policé
Cette campagne électorale reflète l’évolution de la Ligue des Tessinois, constate-t-il. «Le ton des partis et des candidats a évolué. L’affrontement est moins direct, plus poli que par le passé.» Faute d’un véritable programme électoral, la Lega a axé sa campagne sur la visibilité et la popularité de ses conseillers d’Etat: Norman Gobbi, 42 ans, directeur du Département des institutions, dur à cuire, extraverti et candidat malheureux de l’UDC aux élections fédérales en 2015, et Claudio Zali, 57 ans, chef du Département du territoire, ancien juge, politique atypique, plus réservé, remarqué pour son penchant environnementaliste.

Oscar Mazzoleni note encore que lors de cette campagne, la Lega a moins parlé des frontaliers, qui sont «les électeurs de la Ligue de Matteo Salvini, au pouvoir en Italie et en Lombardie». Autrement dit un «cousin et partenaire avec qui elle essaie de maintenir de bons rapports de voisinage».

 

Curiosità: quei segreti tra le mura di Palazzo

Curiosità: quei segreti tra le mura di Palazzo

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 4 aprile 2019 del Corriere del Ticino

In occasione dell’ultima seduta del Governo abbiamo chiesto ai consiglieri di Stato un aneddoto sul quadriennio.
I malviventi in Italia, la canna fumaria bloccata e quella trasferta in pulmino – Gli auguri tra colleghi per le elezioni.

Con l’ultima seduta del quadriennio, per il Consiglio di Stato si è chiusa una legislatura a tratti logorante. Non sono mancati i dossier spigolosi e le frizioni con il Gran Consiglio. A detta dei cinque consiglieri di Stato, l’Esecutivo si è sempre mosso in modo compatto, facendo squadra anche di fronte alle avversità. Durante i lavori a Palazzo delle Orsoline o in esterna non sono inoltre mancati dei momenti più leggeri. Anzi, di episodi curiosi e divertenti da raccontare ce ne sarebbero diversi. Abbiamo dunque approfittato della riunione conclusiva prima delle elezioni cantonali di domenica per chiedere ai consiglieri di Stato di svelarci un aneddoto della legislatura del quale sin qui erano a conoscenza solo i diretti interessati.

1. C’è un aneddoto o un episodio curioso delle riunioni del Consiglio di Stato che ricorda con piacere?

2. Le elezioni cantonali sono ormai dietro l’angolo, a quale collega vuole fare un augurio?

«Nidvaldo e quel vetro salva-Beltra»

1. L’aneddoto
«Un aneddotto che si può senz’altro sviscerare riguarda la nostra trasferta nel canton Nidvaldo. In quell’occasione a guidare il pulmino dello Stato non fu un autista ma rispettivamente il cancelliere Arnoldo Coduri e il sottoscritto. E ammetto che, parlando con i colleghi, qualche volta finì per distrarmi. Detto questo arrivammo integri al nostro hotel, all’interno del quale è presente una finestra che dà sul precipizio che sta sotto il Bürgenstock. Ebbene a un certo punto il collega Paolo Beltraminelli si mise in ginocchio di fronte a questa finestra e di fronte alla scena non riuscii a trattenermi e gli dissi scherzando: “Beltra, per fortuna che c’è il vetro perché altrimenti rischieresti di ritrovarti qui qualcuno dei tuoi che vuole buttarti di sotto”».

2. L’augurio
«Faccio un augurio a tutti i colleghi, visto che quelli appena trascorsi sono stati 4 anni impegnativi e anche logoranti per certi aspetti. Un quadriennio che però ha anche permesso al Cantone di raggiungere molti risultati, e ciò grazie a una squadra che ha dimostrato di saper funzionare».

Domande ai candidati al Consiglio di Stato

Domande ai candidati al Consiglio di Stato

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 1 aprile 2019 de La Regione

1. Salario minimo: sotto quale importo orario non bisogna scendere?
Il CdS propone un salario minimo differenziato per settore economico (da 18,75 a 19,25 franchi all’ora), in modo da garantire a tutti un importo minimo dignitoso e non ledere il principio della libertà economica. Non vanno poi dimenticate le peculiarità dei vari contratti collettivi e normali.

2. A scuola smartphone sì o smartphone no?
Lo smartphone fa parte della nostra quotidianità e i più giovani non fanno eccezione. Ovviamente, in aula lo smartphone deve restare rigorosamente spento. Ai tempi del Liceo sono stato uno dei primi ad avere un telefonino. Ero un arbitro e dovevo essere rintracciabile. Problemi? Mai.

3. Rotonde o semafori per fluidificare il traffico?
Non si può rispondere in modo categorico. Ogni caso va valutato con attenzione, soppesando aspetti positivi e negativi di una e dell’altra soluzione. Non va mai perso di vista l’obiettivo finale: garantire all’utente il massimo della sicurezza (magari evitando la formazione di colonne).

4. La popolazione invecchia: più case per anziani o più cure a domicilio (Sacd/Spitex)?
Auguro a tutti di poter trascorrere la maggior parte della propria vita in famiglia e a casa. A volte, bisogna però fare i conti con vicissitudini che non lo permettono: le case per anziani, con il loro adeguato servizio, sono senz’altro un’alternativa accettabile.

5. Condivide lo scenario di un Ticino a 27 Comuni? Perché sì? Perché no?
Il mio Dipartimento ha dettagliatamente descritto questo scenario attraverso il Piano comunale delle aggregazioni, che ovviamente sostengo al 100%. Non ci saranno imposizioni dall’alto, ma è evidente a tutti che un Ticino con Comuni più grandi, solidi e strutturati è un Ticino migliore.

6. Se eletto, e potesse scegliere, quale Dipartimento vorrebbe e perché?
In questi 8 anni abbiamo fatto un buon lavoro: cito, ad esempio, i risultati ottenuti in ambito di sicurezza, aggregazioni, digitalizzazione e delocalizzazione. C’è però ancora molto da fare. Vorrei restare al Dipartimento delle istituzioni per mettere la mia esperienza al servizio del cittadino.