‘Sì alla giornata informativa obbligatoria anche per le donne, ma da Berna un adeguato indennizzo’

‘Sì alla giornata informativa obbligatoria anche per le donne, ma da Berna un adeguato indennizzo’

Esercito e protezione civile, il governo ticinese favorevole alla proposta messa in consultazione dal Consiglio federale. Tema finanze però da chiarire

Sì all’introduzione di una giornata informativa obbligatoria (anche) per le giovani svizzere sul servizio militare e sulla protezione civile, ma la Confederazione sostenga finanziariamente in maniera adeguata i Cantoni per i relativi costi supplementari. Così il governo ticinese sulla proposta del Consiglio federale di estendere l’obbligo di seguire la giornata informativa, ora sancito per gli uomini, alle donne. Per le quali oggi la partecipazione è facoltativa. E per le quali, a differenza dei giovani connazionali di sesso maschile, il servizio militare resterebbe comunque volontario.

‘Pari opportunità rafforzate’
Il Consiglio di Stato accoglie dunque “positivamente” quanto prospettato da Berna. “Questa iniziativa – scrive Bellinzona all’indirizzo del ministro federale della Difesa Martin Pfister – consente alle partecipanti di acquisire il diritto e il dovere di informarsi in modo approfondito sulla nostra politica di sicurezza, nonché di conoscere le numerose possibilità di impegno e le opportunità di carriera offerte dall’esercito e dalla protezione civile”. In tal modo, rileva il governo cantonale, “lo Stato compie un passo concreto verso una maggiore parità tra donne e uomini, contribuendo al rafforzamento delle pari opportunità”. Non solo. L’introduzione di una giornata informativa obbligatoria per le donne “contribuirà a garantire effettivi a favore del personale dell’esercito e della protezione civile favorendone l’omogeneità”, sottolinea il Consiglio di Stato, osservando che “il presente disegno di legge completa così altre misure attualmente adottate in relazione alle volontà di garantire il necessario effettivo di astretti al servizio”.

‘Onere sproporzionato per i Cantoni’
Nella presa di posizione trasmessa di recente a Berna nel quadro della procedura di consultazione, il governo ticinese affronta anche il capitolo finanziario e al riguardo tiene a evidenziare “l’importanza della collaborazione” tra Confederazione e Cantoni. Sì, perché l’eventuale obbligo anche per le donne di partecipare alla giornata informativa “comporterà dei costi aggiuntivi per i Cantoni”. Ragion per cui Bellinzona propone che la Confederazione “indennizzi in misura adeguata le spese supplementari derivanti dalla formazione”. Per il Consiglio di Stato, il principio dell’indennità “andrebbe fissato in linea di massima a livello di legge”, mentre l’importo “andrebbe disciplinato a livello di ordinanza”. E osserva: “Un’adeguata normativa in materia di indennità coprirebbe quindi i costi supplementari generati dalla Confederazione (esercito e protezione civile sono materie di sua competenza, ndr) secondo il principio della causalità, rafforzerebbe l’accettazione del progetto da parte dei Cantoni e garantirebbe la sicurezza per la pianificazione e per l’esecuzione”. Con l’estensione alle donne dell’obbligo di seguire la giornata informativa vi sarebbe infatti “un raddoppio del numero di partecipanti: a causa della preparazione, dell’attuazione e delle ovvie necessità logistiche ampliate, si prevedono costi supplementari annui pari a circa 3,3 milioni di franchi (costi complessivi stimati in circa 7 milioni di franchi)” sul piano nazionale. “Considerato – prosegue il governo ticinese – come la Confederazione quantifichi i propri costi supplementari annui pari a circa 150’000 franchi, risulta dunque sproporzionato l’onere posto a carico dei Cantoni”.
Insomma, il Consiglio di Stato si dice “favorevole” all’introduzione della giornata informativa obbligatoria anche per le donne, “ritenuto come questa misura rientri nel chiaro interesse della Confederazione, che è in ultima analisi la sola, ed esclusiva, responsabile dell’esercito”. Tornando all’aspetto finanziario, Bellinzona reputa però “inappropriato” – alla luce dei “limitati margini di manovra a livello cantonale”, dell’“elevato onere già derivante da altri compiti imposti dal diritto federale” e del “principio dell’equivalenza fiscale” – che i Cantoni “siano chiamati ad attuare l’estensione della giornata informativa senza un adeguato indennizzo”.
L’estensione alle giovani svizzere dell’obbligo di partecipare alla giornata informativa renderebbe preliminarmente necessaria la modifica della Costituzione federale, tramite votazione popolare. Il nuovo secondo capoverso dell’articolo 59, confezionato da Berna, sarebbe il seguente: “Per le Svizzere il servizio militare è volontario. Sono tenute a partecipare a una manifestazione informativa”. Per il Consiglio federale, come indicato dallo stesso nel comunicare lo scorso novembre l’avvio della consultazione, in caso di accettazione da parte del popolo e dei Cantoni, l’introduzione della giornata informativa obbligatoria per le donne “potrà avvenire il 1° gennaio 2030”.

Ora in Ticino
In Ticino le giornate informative, spiega dal Dipartimento istituzioni il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione (Smpp), il colonnello Smg Ryan Pedevilla, «si svolgono al Centro istruzione della protezione civile a Rivera e a esse sono convocati i cittadini svizzeri maschi che in quell’anno hanno raggiunto la maggiore età». Le giornate, organizzate dalla Smpp, sono più di una e concentrate nel mese di settembre. «Durante questi momenti informativi vengono illustrati ruoli e compiti dell’esercito, del servizio civile e della protezione civile e quindi le varie opportunità che si hanno, nell’ambito della politica di sicurezza della Confederazione, di servire il proprio Paese», ricorda Pedevilla. Nel 2025 le giornate sono state seguite da «1’430 giovani, di cui ottantacinque ragazze, che hanno partecipato a titolo volontario». Le giovani donne, continua Pedevilla, «hanno la possibilità di seguire le giornate insieme ai ragazzi oppure di prendere parte a questi momenti informativi in due sabati e in classi di sole ragazze, con la presenza di ufficiali donne in qualità di relatrici».

Da www.laregione.ch

Mi distraggo? No grazie! La vita vale più di una distrazione

Mi distraggo? No grazie! La vita vale più di una distrazione

Comunicato stampa

Nel mese di gennaio 2026 si è conclusa la prima fase della campagna di prevenzione “Mi distraggo? No grazie!”, promossa nell’ambito del progetto Strade sicure del Dipartimento delle istituzioni, in collaborazione con la Polizia cantonale e le Polizie comunali e con il sostegno del Fondo per la sicurezza stradale. L’iniziativa, avviata il 3 novembre 2025, ha l’obiettivo di richiamare l’attenzione dei conducenti e, più in generale, di tutti gli utenti della strada sui rischi della distrazione e sulle conseguenze che può generare per sé e per gli altri.

La distrazione resta infatti una delle principali cause di sinistri e di situazioni di pericolo sulle strade. L’uso del telefonino per telefonate, messaggi e notifiche, la regolazione del navigatore o delle funzioni del veicolo, così come mangiare, bere o cercare oggetti, sono gesti che possono ridurre drasticamente i tempi di reazione e la capacità di percepire ciò che accade attorno. Anche pochi secondi di disattenzione possono essere sufficienti per trasformare una normale situazione di traffico in un evento grave. 

Nel corso delle settimane di campagna la sensibilizzazione è avvenuta in modo capillare attraverso diversi canali, con l’intento di raggiungere pubblici differenti e di incidere sui comportamenti quotidiani che più facilmente portano a “staccare” l’attenzione dalla strada. L’iniziativa ha previsto la presenza di affissioni e materiali informativi sul territorio, la diffusione di flyer e adesivi, nonché la pubblicazione online e sui social di tre filmati che rappresentano situazioni quotidiane vissute da automobilisti e ciclisti. 
Per favorire riconoscimento e consapevolezza, la campagna ha visto l’introduzione del personaggio di fantasia “Mix Distraggo”, appositamente creato per incarnare la distrazione con un approccio ironico ma incisivo. Un quiz interattivo pubblicato sulla pagina dedicata di Strade sicure ha inoltre permesso di mettere alla prova la propria attenzione e conoscenza dei rischi. La campagna è stata ulteriormente sostenuta da contenuti diffusi sui profili ufficiali della Polizia cantonale e dalla distribuzione di volantini informativi presso i posti di polizia e in occasione di controlli preventivi. 

Accanto all’attività di sensibilizzazione, prima e durante il periodo della campagna sono stati effettuati controlli mirati sul territorio. In questo contesto, si è registrato un aumento delle infrazioni di circa l’11% rispetto all’anno precedente. Nel dettaglio, nell’ottobre 2025 sono state elevate 1’154 contravvenzioni, in novembre 378 e in dicembre 408, per un totale di 1’940 contravvenzioni (nel 2024: 1’748). Di queste, 1’867 sono state comminate mediante multe disciplinari (OMD) (nel 2024: 1’656) e 73 con procedura ordinaria, intimata dall’Ufficio giuridico della Sezione della circolazione (nel 2024: 92).

Tra le denunce effettuate figurano diversi comportamenti particolarmente pericolosi. In un caso, un conducente è stato sorpreso mentre guardava un film sul telefono cellulare con il veicolo in movimento; in un altro, un automobilista ha lasciato il voltante con entrambe le mani, in autostrada, per fotografare e filmare il panorama, circolando sulla corsia centrale a una velocità inferiore al minimo consentito. Sono stati infine denunciati un conducente sorpreso mentre effettuava una videochiamata alla guida e un altro intento a leggere documenti mentre era al volante.
La sicurezza stradale è una responsabilità condivisa. Con questa iniziativa, il Dipartimento delle istituzioni, la Polizia cantonale e le Polizie comunali ribadiscono il proprio impegno costante nella
prevenzione e nella promozione di comportamenti responsabili, invitando tutti e tutte a un comportamento attento, responsabile e rispettoso sulle nostre strade, perché la vita vale più di una
distrazione. La campagna proseguirà anche nel 2026 con iniziative puntuali, attività informative e controlli mirati nell’ambito del progetto Strade sicure.

Ulteriori informazioni e i materiali della campagna, incluso il quiz, restano disponibili su www.stradesicure.ch

Roccia nella tempesta

Roccia nella tempesta

Sotto la guida del Consigliere di Stato Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), il Canton Ticino verifica da oltre dieci anni gli estratti del casellario giudiziale di cittadini UE nell’ambito delle domande di permesso di soggiorno o di lavoro frontaliero – sebbene gli accordi bilaterali lo vietino in linea di principio.

Ecco cosa è successo
Secondo un’inchiesta di «Tamedia», il Canton Ticino viola da oltre dieci anni gli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’UE: sebbene le autorità svizzere non possano controllare gli estratti del casellario giudiziale di cittadini UE nell’ambito di richieste di permesso di soggiorno o di lavoro frontaliero senza un sospetto concreto, la “Sonnenstube” della Svizzera, sotto la direzione del responsabile del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), fa esattamente questo – dall’aprile 2015.

Il fattore eroico
Già nel giugno 2015 la Confederazione aveva invitato il Canton Ticino, tramite lettera, a revocare il controllo degli estratti del casellario giudiziale. Anche l’ambasciatore svizzero a Roma è stato convocato presso il Ministero degli Esteri italiano a causa della vicenda.
Nonostante le critiche provenienti da Berna e Roma, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Gobbi resta fermo nella sua posizione: la misura sarebbe una reazione a diversi gravi reati commessi nel Cantone da cittadini italiani con precedenti penali. «Si tratta di una misura adottata per proteggere la popolazione ticinese», ha dichiarato a «Tamedia».
E questo ancora oggi: «Ci consente di effettuare accertamenti approfonditi e di impedire l’ingresso in Svizzera di stranieri con precedenti penali», ha spiegato recentemente Gobbi al «Tagblatt».
Il Cantone intende mantenere la misura fino a quando non sarà disponibile un’«alternativa sostenibile».
Questa alternativa potrebbe arrivare a breve: con un’iniziativa cantonale, il Canton Ticino chiede la legittimazione della propria prassi – la richiesta è attualmente pendente a Berna. Parallelamente, il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) sta valutando se l’ottenimento degli estratti del casellario giudiziale possa essere consentito nell’ambito dell’adesione alla banca dati europea sulla criminalità. Allo stesso tempo, anche il Consiglio federale sta esaminando l’eventualità di un accordo bilaterale con l’Italia.

Come potrebbe perdere lo status di eroe
Norman Gobbi potrebbe ancora cedere alla pressione proveniente da Berna e Bruxelles e revocare anticipatamente la prassi ticinese. Non lo riteniamo probabile: chi resta saldo per oltre un decennio, con ogni probabilità continuerà a esserlo.

Da www.nebelspalter.ch

Sirene d’allarme, prova superata

Sirene d’allarme, prova superata

“La verifica dei dispositivi è importante per essere pronti in caso di emergenza”

Pochi secondi di brivido, uno sguardo all’orologio. Sono le 13.30 del primo mercoledì di febbraio. Tutto nella norma. È un appuntamento fisso fin dagli anni Settanta quello con la prova delle sirene che, anche per il 2026, è stata superata. Come ha fatto sapere l’Ufficio federale della protezione della popolazione, il 99 per cento dei 5’000 dispositivi fissi ha funzionato in modo ineccepibile.
In Ticino mercoledì scorso sono stati attivati i 416 dispositivi di Allarme generale che hanno rotto il silenzio con il loro suono modulato e continuo. Nel pomeriggio è stato anche testato il segnale di allarme acqua nelle zone situate a valle delle dighe.
«Un sistema di allarme è credibile solo se viene controllato con regolarità. – sottolinea Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni – La prova annuale consente di verificare che ogni componente funzioni correttamente e di intervenire prontamente in caso di criticità».

Prova superata in Ticino
Come rende noto la Sezione del militare e della protezione della popolazione, dal primo rapporto intermedio emerge che l’azionamento delle sirene dalle centrali d’allarme si è svolto regolarmente e senza criticità rilevanti. La verifica del funzionamento e dell’efficacia dei dispositivi può pertanto considerarsi superata.
La prova annuale del sistema permette non solo di testare le sirene ma anche di ricordare alla cittadinanza come comportarsi in caso di emergenza. Nell’eventualità di un vero Allarme generale, la popolazione è infatti invitata a seguire tre indicazioni fondamentali: ascoltare la radio, seguire le istruzioni delle autorità e informare i vicini.  
«La sicurezza è un obiettivo condiviso e il risultato di un lavoro costante – precisa Gobbi – Le istituzioni garantiscono infrastrutture affidabili, ma anche la responsabilità individuale, l’attenzione e la consapevolezza dei cittadini fanno parte del sistema di protezione».

Un sistema utile anche nella vita quotidiana
Il 29 dicembre del 2020 le sirene si attivarono nel comune di 3’000 abitanti di Rorbas nel Canton Zurigo. Accendendo la radio, i residenti hanno scoperto il motivo dell’allarme: l’acqua corrente era stata contaminata e doveva essere fatta bollire prima di essere bevuta. Un caso che ricorda come le sirene non servano solo per scenari estremi come una guerra, ma anche per emergenze concrete e locali che richiedono un’informazione rapida alla popolazione.
La giornata di test è servita anche a verificare la diffusione delle notifiche tramite l’app Alertswiss. In parallelo all’allarme generale, ogni Cantone ha inviato una notifica di livello “Informazione”, che non attiva segnali acustici sugli smartphone, ma consente di testare la corretta ricezione dei messaggi ufficiali. Dal suo lancio nel 2018, l’applicazione è stata installata su oltre 2,3 milioni di dispositivi e viene utilizzata regolarmente dalle autorità per informare la popolazione in caso di eventi rilevanti.
«Le sirene attirano l’attenzione immediata, ma oggi la protezione della popolazione passa anche da strumenti digitali – conclude Gobbi – Alertswiss permette di fornire indicazioni chiare e aggiornate, completando in modo efficace il sistema di allarme tradizionale».

Con GERES, il Ticino modernizza la piattaforma cantonale concernente i dati della popolazione

Con GERES, il Ticino modernizza la piattaforma cantonale concernente i dati della popolazione

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha approvato – su proposta del Dipartimento delle istituzioni – un messaggio che prevede un investimento di 4,2 milioni di franchi per l’adozione di GERES quale nuovo sistema centrale per la raccolta dei dati della popolazione, in sostituzione dell’attuale applicativo Movpop. Già utilizzata da 18 Cantoni, la piattaforma è in continua evoluzione e garantisce standard tecnici adeguati, interoperabilità tra livelli comunale, cantonale e federale e maggiore sicurezza e qualità dei dati. Il progetto rafforza la digitalizzazione dei servizi pubblici e pone le basi per un’Amministrazione più efficiente e orientata alla semplificazione dei processi.
Attraverso il messaggio approvato il 4 febbraio 2026, il Consiglio di Stato dà seguito alla strategia cantonale per la trasformazione digitale investendo nella piattaforma informatica GERES come nuovo sistema centrale per la raccolta, l’armonizzazione e lo scambio dei dati degli Uffici controllo abitanti comunali. L’attuale applicativo Movpop, in uso dal 2000, ha garantito per anni il corretto funzionamento delle attività legate ai registri della popolazione, ma sta raggiungendo il termine del proprio ciclo di vita. Questo passo segna dunque una svolta nella digitalizzazione dei servizi pubblici, garantendo standard tecnici attuali e interoperabilità a livello cantonale, comunale e federale.    

Il Sistema GERES  
Già adottato da 18 Cantoni in Svizzera (16 quali membri della GERES-Community mentre i Cantoni Zurigo e Berna come proprietari dell’applicativo), il sistema GERES rappresenta una soluzione consolidata e condivisa che permette di ripartire i costi di sviluppo e manutenzione, favorire l’evoluzione continua della piattaforma e assicurare un elevato grado di interoperabilità tra i sistemi comunali, cantonali e federali.   La nuova soluzione si configura come un’infrastruttura centrale e interdisciplinare, progettata per supportare numerosi compiti amministrativi e statistici, migliorare la qualità dei dati e consentire una trasmissione più efficiente e tempestiva delle informazioni, in particolare verso le autorità federali. Il progetto prevede uno stanziamento di credito di investimento complessivo di 4,2 milioni di franchi per l’acquisizione della piattaforma, per gli adeguamenti tecnici e per le risorse umane indispensabili affinché sia garantita una transizione ordinata e coerente dal prodotto attualmente in uso.    

I vantaggi di GERES  
L’adozione della piattaforma GERES consentirà al Cantone di:  

  • adeguarsi pienamente agli standard eCH richiesti per lo scambio elettronico dei dati, favorendo l’interoperabilità con i sistemi federali e comunali;
  • ridurre i rischi di obsolescenza tecnologica legati all’attuale banca dati, garantendo continuità, sicurezza e qualità dei dati;
  • creare un’infrastruttura moderna e modulabile, in grado di supportare futuri sviluppi digitali nei processi amministrativi, nelle statistiche e in ulteriori servizi pubblici;
  • alleggerire la pressione sugli investimenti interni attraverso la condivisione di costi di sviluppo e manutenzione con altri Cantoni.    

Sviluppo dell’amministrazione digitale: un passo ulteriore  
Con l’introduzione di GERES, il Cantone Ticino si allinea agli standard federali e consolida il trattamento trasversale dei dati della popolazione, ponendo le basi per un’Amministrazione più efficiente, interoperabile e orientata allo sviluppo di servizi digitali integrati. Il Dipartimento delle istituzioni conferma inoltre la volontà di orientare il proprio operato alla semplificazione delle procedure che coinvolgono cittadini, Comuni, istituzioni pubbliche e private, valorizzando appieno le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie digitali, a beneficio dell’utenza.

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Comunicato stampa

In merito al video diffuso negli ultimi giorni sui social media relativo all’allontanamento non autorizzato di un detenuto dal carcere Lo Stampino, il Dipartimento delle istituzioni, le Strutture Carcerarie e la Polizia cantonale comunicano quanto segue.

Nella tarda serata del 24 gennaio un detenuto, approfittando delle caratteristiche del regime detentivo della Sezione aperta delle Strutture carcerarie cantonali, si è allontanato dall’istituto senza autorizzazione. L’episodio è stato immediatamente rilevato dalle Strutture carcerarie che, con la Divisione della giustizia e la Polizia cantonale, hanno prontamente attivato le procedure previste. Grazie al tempestivo intervento delle forze dell’ordine e al coordinamento con le autorità competenti, il soggetto è stato rintracciato in breve tempo. Il collocamento nella Sezione aperta “Lo Stampino” del carcere è stabilito dal Giudice dei provvedimenti coercitivi in assenza di rischio di fuga e di recidiva, poiché tale soluzione garantisce maggiore libertà di movimento e comporta minori misure di sicurezza. Un detenuto che intende allontanarsi dallo Stampino può farlo senza particolari difficoltà e senza ricorrere a modalità estreme, ad esempio non rispettando le regole previste oppure non rientrando da un congedo o da un’attività lavorativa svolta all’esterno. Va precisato che si tratta di scelte che comportano conseguenze importanti per il detenuto il quale, una volta rintracciato dalle forze dell’ordine, viene ricondotto in carcere dove, oltre a incorrere in una sanzione disciplinare, sconta il resto della pena nella sezione a regime chiuso.

Non verranno rilasciate ulteriori informazioni.

‘Polizia ticinese’, parla il coordinatore della commissione

‘Polizia ticinese’, parla il coordinatore della commissione

“Nel gruppo di lavoro mi sarei aspettato più collegialità”

La consultazione si è conclusa a metà dello scorso ottobre. Quale fine ha fatto il progetto ‘Polizia ticinese’ voluto anni fa dal consigliere di Stato Norman Gobbi per migliorare la collaborazione tra la Cantonale e le polcomunali? «Come Segreteria generale stiamo facendo una sintesi delle prese di posizione pervenute – una settantina, la maggior parte giunta dai Comuni –, che consegneremo nelle prossime settimane al governo. Il quale dovrà decidere se disporre ulteriori approfondimenti, se optare invece per lo statu quo o se riattivare, dopo averlo abbandonato nel 2015 con il ritiro del messaggio favorevole alla mozione Galusero, il dossier polizia unica», dice, interpellato da ‘laRegione’, Luca Filippini.

Il segretario generale del Dipartimento istituzioni è il coordinatore del gruppo di lavoro misto – Cantone, Comuni e Associazione polizie comunali ticinesi – che ha allestito lo studio ‘Polizia ticinese’. «Una ridistribuzione dei compiti tra la Polizia cantonale e le polizie comunali per evitare doppioni e rendere più efficace la cooperazione fra la prima e le seconde, a beneficio dei cittadini, mantenendo comunque la competenza dei corpi locali per quanto riguarda la sicurezza di prossimità: questo il mandato assegnatoci dal Consiglio di Stato nel 2020», ricorda Filippini.

Il progetto posto in consultazione ha però raccolto più critiche che consensi. Nel frattempo il gruppo da lei diretto si è riunito?
No. Del resto non avrebbe avuto senso. Noi tecnici il lavoro lo abbiamo fatto, allestendo lo studio. Il prossimo passo spetta al governo, che dovrà prendere una decisione, una decisione politica, alla luce dei pareri emersi dalla consultazione.

Che sono soprattutto negativi.
Vero, seppur con sfumature diverse. C’è chi si dice contrario su tutta la linea, chi in parte e chi chiede di fare ancora degli approfondimenti. In tanti avanzano dubbi sulla neutralità finanziaria della riforma e sul tipo di governance proposto. C’è poi chi contesta l’attribuzione alle polcomunali di alcuni semplici compiti di polizia giudiziaria: una polemica che secondo me non si giustifica. Ma tant’è. Insomma il progetto non ha fatto l’unanimità fra gli enti – Comuni e associazioni – che hanno partecipato alla consultazione. La mia impressione è che in generale si sia restii ai cambiamenti. C’è solo un aspetto ampiamente condiviso: quello di lasciare la responsabilità della sicurezza di prossimità alle polizie comunali. Ma è una magra consolazione, perché il nostro progetto questo aspetto non lo mette in discussione.

Come coordinatore del gruppo di lavoro non ha nulla di cui rimproverarsi?
Avrei potuto imprimere un’accelerazione. Si doveva pedalare di più. Intendiamoci: la commissione, e io per primo, ritiene di aver lavorato in modo serio e approfondito. E rammento che ogni suo membro ha dovuto conciliare gli impegni professionali con quelli derivanti dall’allestimento dello studio. Cosa non facile. Tuttavia lo ripeto: quale coordinatore avrei dovuto sollecitare un’evasione più celere del mandato, organizzando fra l’altro un numero maggiore di riunioni. È stata una lunga gestazione. Troppo lunga. Il che potrebbe aver inciso negativamente su determinate proposte dello studio: probabilmente ci siamo concentrati più del dovuto su determinati punti e meno su altri che avrebbero però meritato altrettanta attenzione. Ma quello che mi ha amareggiato, e mi amareggia, è stato il venir meno a un dato momento di una certa collegialità nel gruppo di lavoro.

Si spieghi meglio.
Discussioni, confronti non sono ovviamente mancati al nostro interno. Ovviamente, perché le sensibilità su un tema importante e delicato come la sicurezza pubblica erano diverse. L’incarico ricevuto dal Consiglio di Stato era però chiaro: formulare delle proposte per ottimizzare l’attività di polizia sul nostro territorio, partendo dalla situazione istituzionale vigente, ovvero dalla presenza di una Polizia cantonale e di più corpi di polizia comunali. Il progetto va, reputo, in questa direzione. Ed è il progetto uscito dal gruppo di lavoro. Quando però è partita la consultazione si sono palesate pubblicamente voci piuttosto critiche nei confronti dello studio provenienti dall’interno del gruppo. Mi riferisco all’Associazione delle polizie comunali, il cui presidente era ed è tra i componenti della commissione da me coordinata. E mi è sinceramente dispiaciuto, anche perché all’esterno queste voci critiche sono state percepite come una mancanza di condivisione unanime, o come una condivisione solo parziale, del progetto da parte del gruppo di lavoro che lo aveva allestito.

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 30 gennaio 2026 de La Regione

Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Luce verde (senza contrari) del parlamento alla riforma delle autorità di protezione. Da chiarire però logistica, personale amministrativo e servizi d’appoggio

Con 79 voti favorevoli (e nessun contrario) il Gran Consiglio approva la riorganizzazione del settore tutele e curatele. Ancora però da chiarire logistica e numero dei funzionari amministrativi.

Se nella consultazione popolare del 30 ottobre 2022 l’introduzione nella Costituzione cantonale del modello giudiziario proposta da governo e parlamento era stata approvata da quasi il 78% (!) dei votanti, ieri il sì del Gran Consiglio agli aspetti organizzativi e finanziari di quel modello è stato altrettanto netto. Settantanove deputati (quattro gli astenuti e soprattutto nessun contrario) hanno condiviso il rapporto uscito dalla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ e compiuto così un ulteriore passo verso l’attuazione di quella che, come evidenziato a più riprese in aula, è tra le riforme importanti se non la più importante delle ultime tre legislature. Ovvero, la riforma delle Autorità di protezione. Con l’istituzione, come chiesto dal Consiglio di Stato nel messaggio del 2021, di autorità giudiziarie. Le Preture di protezione (quattro e relative sezioni). Dove collegi giudicanti, composti da magistrati (pretori di protezione o pretori aggiunti) e specialisti in ambito psicologico/pedagogico e nel campo del lavoro sociale stabiliranno le misure di protezione per adulti e minori vulnerabili, fragili. Diversi e delicati i provvedimenti. Delicati perché incidono e incideranno sui diritti e le libertà fondamentali dei destinatari. Tra i provvedimenti che entreranno in considerazione: tutele, curatele, collocamenti, privazione dell’autorità parentale, regolamentazione dei diritti di visita, ricoveri a scopo di assistenza… Una volta operative (quando ancora non si sa, si confida comunque in tempi brevi), le Preture di protezione prenderanno il posto delle Autorità regionali di protezione (attualmente le Arp sono sedici), del cui funzionamento e dei cui costi sono competenti i Comuni. In altre parole si passerà dal vigente sistema amministrativo a quello giudiziario, ‘cantonalizzato’. Il tutto allo scopo di migliorare la qualità delle decisioni e di rispondere alle esigenze di specializzazione poste dal Codice civile svizzero.

Il dibattito
Non è solo «importante», è anzi «fondamentale». Non usa giri di parole il presidente della ‘Giustizia e diritti’, nonché correlatore del rapporto unico, Alessandro Mazzoleni nel riferirsi alla riforma. «Nel campo della giustizia – rimarca il leghista – rappresenta il tassello più importante non solo di questa legislatura, ma anche di diverse precedenti, sia per la portata organizzativa sia per le conseguenze dirette sulle persone più fragili». Ma, mette in guardia, «il lavoro non è ancora concluso. Rimangono infatti da definire importanti aspetti procedurali e soprattutto sarà necessario potenziare anche tutti quei servizi di appoggio all’autorità di protezione. È infatti inutile adottare decisioni corrette e tempestive se poi non disponiamo di servizi altrettanto performanti in grado di attuarle efficacemente».
Gli fa eco per il Centro la correlatrice Sabrina Gendotti. «Si tratta – evidenzia a sua volta – della riforma del potere giudiziario in Ticino più importante, forse l’unica, degli ultimi quindici anni». Una revisione, va sottolineato, che concerne un ambito particolarmente delicato, vale a dire la tutela dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità. L’obiettivo della riorganizzazione, ricorda quindi la centrista, «era ed è migliorare la risposta dello Stato in un settore che incide direttamente sui diritti fondamentali». Necessario, poi, fare riferimento ad alcune cifre emblematiche. «Oggi le Arp – indica – prendono ogni anno circa 12mila decisioni. A fine 2024 risultavano in essere oltre 6’500 misure di protezione riguardanti più di 5’700 adulti e 1’700 minori». Un tema, insomma, che riguarda molti cittadini, ma che ha richiesto diversi anni per arrivare a questo punto. «Già nel 2022 – rievoca a proposito del primo rapporto commissionale, quello che ha portato il popolo a esprimersi sull’adozione del modello giudiziario – la ‘Giustizia e diritti’ aveva messo in luce limiti strutturali evidenti dell’attuale sistema. La ‘cantonalizzazione’ delle competenze permetterà di uniformare organizzazione e procedura, eliminare disparità di trattamento legate al domicilio e rafforzare l’autorevolezza dell’istituzione, anche nei rapporti con le autorità estere». Per Gendotti, sono tre i grandi cantieri che restano aperti. Quello logistico, «dato che il governo deve ancora individuare tutte le sedi adeguate alle Preture di protezione». Quello legato alla legge di procedura, «il cui messaggio è stato emanato lo scorso ottobre ed è ora al vaglio della nostra sottocommissione Protezione». E quello del potenziamento dei servizi d’appoggio, «senza i quali le decisioni delle Preture di protezione non potranno essere eseguite». Si lancia nelle figure retoriche la correlatrice Simona Genini, che interviene anche a nome del Plr: «Se l’insieme delle leggi di questo Paese fosse un corpo umano, con questa discussione ci troveremmo proprio al centro del petto, dove hanno sede gli organi vitali. Se fosse una città, saremmo sulla piazza della cattedrale». E spiega: «Ci sono davvero pochissimi settori di attività dello Stato che entrano così profondamente nella sfera privata delle persone e che per questo motivo operano sul filo sottile che separa l’intervento legittimo dall’invasione indebita». Non solo. «Ci muoviamo – aggiunge – nel mezzo del tema della fragilità umana. Bilanciare tutto ciò è difficile. Per chiunque condivida la prospettiva liberale è chiarissimo che non c’è scelta che debba essere ponderata con più attenzione di quella che porta lo Stato a limitare la libertà delle persone di scegliere per sé stesse». Essenziale, dice la deputata, «la volontà di voler mantenere una prossimità fisica alla cittadinanza con la presenza delle quattro nuove Preture (e sezioni, ndr) in otto città del cantone è tra l’altro da salutare positivamente. Questa scelta porta con sé il vantaggio della coordinazione e dell’uniformità delle decisioni: avere la certezza che esista un solo modo di procedere per tutto il territorio ticinese porta benefici evidenti per la cittadinanza, prima fra tutti la garanzia di non essere esposti a fluttuazioni legate a sensibilità di singoli. La probabilità di ottenere decisioni eque e rapide non sarà più questione di fortuna, né dipenderà dal Comune di residenza».
Anche per la correlatrice socialista Daria Lepori si tratta di «un passo in avanti significativo» volto a «riorganizzare un settore in cui entrano in gioco la libertà personale, l’autonomia privata e la vita familiare». Una riorganizzazione, sottolinea, che «presto o tardi toccherà probabilmente anche molti di noi qui presenti». Lepori volge poi lo sguardo ai Comuni, ai quali, «ce ne rendiamo conto, è richiesto uno sforzo importante, in quanto dovranno continuare a farsi carico dei costi per il periodo transitorio di due anni». L’auspicio è dunque «che il Cantone operi con la massima trasparenza durante questo delicato periodo. Oltre alla fase di transizione, i Comuni avranno ancora un ruolo fondamentale da svolgere nella loro qualità di autorità di prossimità. Un ruolo che andrà valorizzato dal Cantone, mantenendo un flusso di informazioni tra i Comuni e le nuove Preture di protezione». Da non dimenticare, rileva la socialista, il fatto che «l’attuazione della riforma non può prescindere dal contesto attuale. Nel corso degli anni le necessità di protezione sono infatti aumentate, ma gli strumenti a disposizione sono via via diminuiti». Dal canto suo, la correlatrice dell’Udc Roberta Soldati guarda già avanti, insistendo soprattutto sulla sostanza. Tre i punti cruciali. Il primo: «Il nuovo collegio giudicante dovrà permettere di ottenere delle decisioni più celeri e di qualità. Ma anche di evitare il conferimento, così come avviene oggi, di numerosi mandati a professionisti esterni per l’allestimento di perizie che, come sappiamo, richiedono tempi biblici a scapito dell’utenza, nonché ingenti costi a carico delle parti e dello Stato». Il secondo: «I membri del collegio giudicante saranno nominati dal Gran Consiglio. Considerato il delicato campo di attività, la procedura di selezione dovrà essere maggiormente articolata». Il terzo: «La Commissione amministrativa delle Preture di protezione dovrà fungere da reale organo di coordinamento per assicurare che ci sia una vera prassi univoca su tutto il territorio cantonale. Confidiamo che nel regolamento di attuazione vengano codificati alcuni aspetti essenziali, come un servizio di picchetto e l’esigenza che nel collegio giudicante sia garantita la presenza di entrambi i sessi (come richiesto peraltro anche da Agna, l’Associazione genitori nell’accudimento, ndr)».
Non ha dubbi neanche il correlatore dei Verdi Marco Noi, «proprio perché si sente il bisogno di un rigore formale riconoscibile sia dalla nostra cittadinanza, sia a livello internazionale. Sarà importante mantenere la collaborazione con le figure del territorio che già ora contribuiscono ad accogliere e sostenere coloro che sono in situazione di vulnerabilità». Non sono mancati gli interventi a titolo personale. Per il capogruppo socialista Ivo Durisch, «non si può pensare di implementare una riforma senza disporre del personale necessario all’interno dell’Amministrazione pubblica». Maura Mossi Nembrini (Più Donne): «Rispetto a dieci anni fa si registra un significativo aumento delle misure di protezione destinate sia ai minorenni sia alla popolazione adulta. In tal senso auspichiamo la promozione di uno strumento: il mandato precauzionale». Recita il Codice civile: “Chi ha l’esercizio dei diritti civili può incaricare una persona fisica o giuridica di provvedere alla cura della propria persona o dei propri interessi patrimoniali o di rappresentarlo nelle relazioni giuridiche, nel caso in cui divenga incapace di discernimento”.
I due consiglieri di Stato leghisti Claudio Zali e Norman Gobbi, corresponsabili dopo l’arrocchino in governo dei dipartimenti Istituzioni e Territorio, hanno rinunciato a intervenire. Muti. «Peccato», si è rammaricata Tamara Merlo di Più Donne: «Avremmo voluto avere delle indicazioni sugli aspetti logistici legati alla riforma e sui tempi per la sua attuazione». E anche sulla quantificazione del personale amministrativo necessario.

Dafond (Act): ‘Ma non oltre i due anni’
Con il voto di ieri il Gran Consiglio ha sottoscritto anche la proposta di finanziamento della nuova organizzazione formulata dalla ‘Giustizia e diritti’ nel rapporto. E cioè: l’adozione di “una fase transitoria della durata di due anni in cui i Comuni pagheranno al Cantone i 13’390’000 franchi fino a ora assunti per il funzionamento delle Arp. Dal canto suo il Cantone assumerà transitoriamente la differenza fra i costi attualmente pagati dai Comuni e l’onere annuale netto futuro delle nuove Preture di protezione, compreso il potenziamento parziale dell’Uap (Ufficio dell’aiuto e della protezione, Dipartimento sanità e socialità, ndr) per un totale di 6’210’000 franchi”. Trascorso il periodo transitorio, prosegue il rapporto, il governo “dovrà dunque assumersi integralmente il costo netto della riforma, quantificato in 19’600’000 franchi, neutralizzando lo stesso nella ridefinizione dei flussi con i Comuni. Come farlo è compito del Consiglio di Stato. Non dovrà tuttavia essere oggetto di compensazione l’importo relativo all’adeguamento parziale dell’Uap”. Premette quindi il presidente dell’Associazione dei comuni ticinesi Felice Dafond, contattato dalla ‘Regione’: «Anzitutto è una soluzione che non è stata concordata con l’Act ma che ha elaborato unicamente la ‘Giustizia e diritti’». Ciò detto, «ritengo che la commissione abbia fatto bene a slegare il finanziamento della riforma delle Autorità di protezione da ‘Ticino 2020’: una decisione presa a suo tempo dal governo ma che secondo me non aveva senso. Il periodo transitorio di due anni – aggiunge – ci può stare: deve però essere sin d’ora chiaro che, passata questa fase, il costo della nuova organizzazione deve assumerselo interamente il Cantone e senza altri riversamenti sui Comuni per compensare». Evidenzia ancora: «Come si è osservato e ribadito a più riprese, la riforma delle Arp è importante e urgente. Anche perché quelle attuali sono decisioni amministrative che in quanto tali non vengono riconosciute all’estero. Servono quindi, al più presto, delle autorità giudiziarie, e come per tutte le autorità giudiziarie il loro funzionamento e il loro costo dipendono dal Cantone, non dai Comuni».
Il prossimo step a livello commissionale è il rapporto sulle norme – proposte dal Consiglio di Stato con il messaggio dello scorso ottobre – volte a disciplinare il funzionamento delle Preture di protezione. Settantuno gli articoli elaborati dalla Divisione giustizia del Dipartimento istituzioni con la consulenza dell’ex giudice Franco Lardelli.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 de La Regione

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ARP, è finito il primo tempo

Approvate praticamente all’unanimità dal Parlamento il finanziamento e l’organizzazione delle future Preture di protezione Mazzoleni, presidente della Commissione: «Un passo fondamentale» – Ora bisogna trovare le nuove sedi e definire il quadro legislativo

Il primo tempo della tortuosa e lunga partita della riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP) è concluso. Il Parlamento, senza scossoni, ha approvato praticamente all’unanimità il rapporto della Commissione giustizia e diritti che stabilisce l’organizzazione e il finanziamento del settore. Il primo passo verso un cambio di paradigma – le ARP passeranno da organo amministrativo comunale ad autorità giudiziaria cantonale a tutti gli effetti – così come deciso dal popolo nel 2022 (con un’ampissima maggioranza), è dunque realtà.

I due tronconi
La cantonalizzazione delle attuali Autorità di protezione, che diventeranno delle Pretura al termine dell’iter politico, passa da due tronconi: il primo, quello votato ieri, riguardava l’organizzazione e il finanziamento. Il secondo definirà invece l’effettivo funzionamento delle Preture, e quindi la legge che dettaglierà l’attività delle nuove autorità giudiziarie.
Il primo a prendere la parola in aula è stato Alessandro Mazzoleni, presidente della Commissione e relatore. «Si tratta di una riforma fondamentale », ha sottolineato il leghista. «Una delle più importanti delle ultime Legislature in campo giudiziario», sia per la portata organizzativa del nuovo modello, sia per le conseguenze sulle persone toccate dalla riforma. Mazzoleni, in conclusione, ha ricordato al Parlamento che il lavoro non è ancora concluso. « Rimangono da definire gli aspetti procedurali e soprattutto bisogna esaminare al più presto i servizi di appoggio delle ARP». Perché, ha chiosato, «è inutile approvare riforme se poi non disponiamo di servizi adeguati per eseguirle ». Il riferimento, in questo caso, va al previsto potenziamento dell’Ufficio dell’aiuto e della protezione (UAP), che sostanzialmente esegue e monitora le decisioni emanate dalle ARP. Il Parlamento ha stabilito che serviranno 15 unità a tempo pieno in più, con un costo di 1,7 milioni. Il Governo, invece, avrebbe preferito agire solamente dopo la messa a regime del progetto.

I cantieri aperti
A entrare nei dettagli di questa prima parte di riforma è quindi stata la co-relatrice Sabrina Gendotti (Centro), che ha inizialmente quantificato il numero di decisioni prese ogni anno dalle ARP: circa 12 mila. Negli anni, come ha ricordato, sono però sorti numerosi limiti dell’attuale modello: differenze di prassi, risorse diseguali tra i Comuni, organico non sempre sufficiente. «La riforma permette di passare dalle attuali 16 autorità di competenza comunale a 4 autorità giudiziarie di prima istanza di competenza cantonale », ha osservato. Il tutto, a beneficio dell’uniformità delle competenze, mentre spariranno le disparità di trattamento. Gendotti ha quindi toccato un punto centrale contenuto nel rapporto, ossia il fabbisogno di personale. Nel rapporto appena approvato, viene indicato che il Governo dovrà tenere un approccio parsimonioso, e che si valuterà il fabbisogno due anni dopo l’entrata in vigore delle Preture di protezione. La co-relatrice ha poi ricordato i tre cantieri ancora aperti: quello logistico ( l’Esecutivo deve trovare 4 sedi), quello legislativo (la legge di procedura è al vaglio della Commissione) e il già citato potenziamento della rete.
Da parte sua, la co-relatrice Simona Genini ( PLR) ha evidenziato come le ARP siano legate al delicato tema della fragilità umana. Serve, dunque, grande equilibrio e attenzione da parte di tutti. Fatta questa premessa, la deputata liberale radicale si è concentrata anche sul tema del finanziamento, «uno degli ostacoli » affrontati nel corso dell’iter politico. Il costo della riforma sarà inizialmente suddiviso fra Cantone (circa 13,4 milioni) e Cantone (6,2 milioni). Ma in Commissione, come ha richiamato ancora Genini, è stato trovato un compromesso. Dopo un periodo transitorio di due anni, la riforma verrà resa neutrale per i Comuni a livello finanziario. Sarà infatti il Cantone ad assumersi la totalità dei costi. Di rapporti fra i due livelli istituzionali ha parlato anche un’altra co-relatrice, Daria Lepori. La socialista ha evidenziato che anche in futuro i Comuni svolgeranno un ruolo importante grazie alla loro prossimità. Ora, ha aggiunto, in vista della seconda tappa verso la riforma delle ARP, è necessario proseguire il dialogo fra Governo e Parlamento, «anche perché l’attuazione del progetto non può prescindere da un’analisi della situazione attuale».

No alle logiche partitiche
Roberta Soldati (UDC) ha invece puntato sulle nomine dei futuri pretori. La co-relatrice ha infatti chiesto che il processo di nomina – che spetterà al Gran Consiglio – sia articolato, e richieda ai candidati competenze trasversali, umane e non solo tecniche, proprio perché si va a incidere «sui rapporti familiari e sui diritti fondamentali delle persone». E per attingere a un bacino più ampio, ha osservato, bisognerà uscire dalla logica della ripartizione partitica.
Il co-relatore Marco Noi ( Verdi) ha concluso il dibattito lodando il sostegno politico trasversale alla riforma. Un passo, quello appena compiuto, che tuttavia «non risolve tutte le questioni. Servono una serie di servizi cantonali ma anche sul territorio» affinché le future Preture di protezione funzionino davvero. Dopo il dibattito, a cui non ha partecipato il Governo, il voto –senza storia – del Parlamento. Il primo tempo della lunga riforma delle ARP è terminato. Ora, spazio al secondo, che potrebbe essere altrettanto lungo.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 del Corriere del Ticino

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La riforma delle ARP supera lo scoglio parlamentare
Via libera del Gran Consiglio ma per il passaggio da autorità amministrativa a giudiziaria, di competenza cantonale, il percorso non è finito

La riforma delle ARP, le Autorità regionali di protezione, attesa da quasi 20 anni, passata anche da una votazione popolare nel 2022, ha trovato martedì il via libera del Gran Consiglio ticinese. Il consenso è stato quasi unanime. Si passerà in sintesi da un’autorità amministrativa a una giudiziaria, con la creazione di quattro preture di protezione. La competenza non sarà più comunale ma cantonale e le nomine passeranno dal Parlamento stesso.
Quanto concordato sulla carta ora dovrà essere attuato. Il percorso verso l’operatività è quindi tutt’altro che concluso. “È la seconda tappa di questa importante revisione del settore della protezione del minore e dell’adulto”, come ha ricordato in aula Roberta Soldati (UDC), fra le firmatarie del rapporto commissionale. “La prossima sarà l’adozione della nuova legge sulla procedura che approderà in aula verosimilmente nei prossimi mesi. (…) La riforma non si esaurirà sulla carta mediante l’approvazione di quest’ultimo messaggio, ma dovrà essere inserita in un discorso più ampio già anticipato nel presente rapporto, dove si raccomanda un potenziamento dell’UAP (Ufficio dell’aiuto e della protezione, ndr) e della rete”.
Oltre alla questione procedurale, resta da risolvere anche quella logistica, perché le quattro preture per ora non hanno ancora una sede. In aula non sono giunti chiarimenti dal Consiglio di Stato: né Norman Gobbi né Claudio Zali hanno preso la parola. Si ritiene che perché le preture diventino operative ci dovrebbero volere un paio di anni.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/La-riforma-delle-ARP-supera-lo-scoglio-parlamentare–3459978.html

Fallimenti abusivi in Ticino, ogni anno 50 incarti in Procura

Fallimenti abusivi in Ticino, ogni anno 50 incarti in Procura

Dalle aziende “dormienti” ai crediti Covid passando per la sottocapitalizzazione: un’analisi delle vulnerabilità e delle misure adottate per proteggere il territorio e le sue risorse

I fallimenti abusivi danneggiano fortemente il tessuto economico ticinese. Per contrastarli, dal 2019, il Ticino ha un perito contabile – Peter Ranzoni – incaricato di individuare le procedure sospette e segnalarle al Ministero pubblico. E in 6 anni 271 incarti sono già finiti in procura.
Ogni anno una cinquantina di incarti finiscono in procura, su circa 800 casi di fallimenti che conta il Ticino. Il reato più frequente è quello di omissione della contabilità. “Abbiamo casi di omissione perché chi ha messo in piedi l’azienda non ha idea o non è in chiaro su cosa voglia dire tenere la contabilità e i relativi documenti – spiega al Quotidiano Peter Ranzoni –, ma abbiamo anche quelli che, magari a causa di difficoltà finanziarie, cercano di risparmiare preferendo magari pagare i fornitori e lasciando da parte gli oneri amministrativi”.
Il Ticino ha contribuito ad ispirare la modifica della legge federale entrata in vigore un anno fa, che ha anche nel mirino le società dormienti o vuote, aziende che non hanno una vera attività. “Seguendo il denaro si riesce a recuperarlo – spiega da parte sua il direttore del dipartimento Istituzioni Norman Gobbi –, con l’obbiettivo di danneggiare chi vuole abusare dei fallimenti e chi approfitta del sistema molto liberale dell’economia svizzera danneggiando però il nostro territorio. Noi vogliamo quindi proteggere il nostro territorio e, seguendo il denaro, riuscire a recuperarlo a tutela della nostra economia e dei lavoratori dello Stato”.
Anche perché in un fallimento abusivo, anche lo Stato perde: in oneri sociali, AVS o imposte alla fonte. I settori più esposti sono quelli della ristorazione o dell’edilizia e spesso emerge che le imprese erano sottocapitalizzate dall’inizio, e che i 20mila franchi usati per costituire la SAGL se li erano intascati subito gli azionisti. “Oggi con 20 mila franchi di partenza è difficile dare una parvenza di solidità a un’attività aziendale anche piccola – afferma ancora Peter Ranzoni –. Per fare un esempio: è una cifra che non permette nemmeno di comprare un furgone nuovo. Si va quindi o sull’usato o sul leasing, pagando in questo caso acconti e prime rate, ma se poi gli affari non vanno come previsto va a finire che dopo 1-2 anni, finiti i 20mila franchi, il fallimento è quasi inevitabile”.
Con un capitale così risicato i crediti Covid erano stati ben visti, ma anche in questo c’è stato anche chi ne ha approfittato: 81 i casi. La lotta ai fallimenti abusivi non si ferma comunque qui, tanto che si parlava di un potenziamento anche dell’Ufficio dei registri. “Potenziamento non a breve, ma che rientra nella riorganizzazione che permetterà di liberare risorse a favore di questa attività” conclude Norman Gobbi.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Fallimenti-abusivi-in-Ticino-ogni-anno-50-incarti-in-Procura–3448170.html

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Fallimenti abusivi, ecco i casi più frequenti. Ranzoni: «Alcuni reati sono difficili da rilevare»

271 incarti per possibili reati fallimentari. Tanti ne sono stati segnalati al Ministero pubblico negli ultimi 6 anni grazie alla figura del perito contabile. Norman Gobbi: «Il Cantone è stato lungimirante»
 
Aziende che falliscono e fanno saltare fuori abusi e illeciti. Il fenomeno è noto e in aumento anche in Ticino e per questo il Cantone nel 2019 ha istituito una nuova figura a livello svizzero: il perito contabile. Una scelta che sta dando i suoi frutti, ha rilevato oggi in un comunicato il Cantone. «Questo dimostra che il Ticino è lungimirante» commenta a Ticinonews Sera il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi, «abbiamo visto con anticipo il rischio accresciuto di fallimenti in cui ci sono dei danni sull’economia, sui lavoratori, ma anche nei confronti dello Stato. Il perito ha permesso di fare un gioco di squadra tra tutti gli attori, per perseguire questi reati».
 
Gobbi: «Siamo stati i primi, ma non vogliamo fermarci»
E i risultati del lavoro sono positivi. In Ticino tra il 2019 e il 2025 ci sono stati 271 incarti per possibili reati di questo tipo. Guardando avanti, si continua quindi a lavorare con l’obbiettivo di far emergere e perseguire gli abusi, ma anche ridurre nel medio-lungo termine il numero dei fallimenti abusivi. «Potremmo consolarci dicendo che siamo stati i primi, i più bravi, ma vogliamo continuare consolidando queste strutture, per esempioaffiancando altre figure a supporto del perito, perché lo abbiamo visto: il numero di reati riscontrati è elevato».
 
Parola al perito. «C’è di tutto, ma alcuni reati sono difficili da rilevare”
Il ruolo di perito contabile è ricoperto dal 2019 da Peter Ranzoni dell’Ufficio fallimenti. Noi l’abbiamo raggiunto nel suo ufficio per saperne di più sulla sua funzione, chiedendogli in primis quali tipi di reati siano più frequenti. «Premetto che fallire non è di rilevanza penale, ma bisogna chiaramente rispettare le regole imposte dalle leggi» esordisce. Sulla casistica, ammette che «c’è un po’ di tutto: i casi più frequenti sono quelli di omissione della contabilità, vuoi perché l’amministratore è poco al corrente di come tenere la contabilità, vuoi perché quando le cose iniziano ad andare meno bene si può tendere a risparmiare sui costi amministrativi per soddisfare altri oneri…». A ruota segue la cattiva gestione, di che si tratta? «È un tipo di reato molto ampio che raggruppa diversi casi: un esempio tipico è il mancato deposito dei bilanci nei tempi previsti dalla legge». Sono quindi più rari quei casi in cui chi sta fallendo magari sposta i suoi ultimi beni per occultarli. «Sono più rari, ma ci sono. C’è da dire che non è sempre facile per l’Ufficio fallimenti accorgersi di questi tipi di reati, perché ad esempio se di base manca già la contabilità significa che manca uno strumento importante per capire i beni a possesso dell’azienda. Per alcuni si riesce a risalire con i registri pubblici, per altri diventa più difficile».Infine, interpellato sulle sfide, Ranzoni segnala che «fino all’anno scorso non esisteva un divieto (per le persone condannate per reati fallimentari) di proseguire con nuove società. Dal 2025 è invece entrata in vigore una modifica che permette di inserire un blocco che non permette più – dopo una condanna – di figurare come amministratore di una SAGL, ad esempio». E sui diversi casi legati alla vicinanza alla frontiera, «è chiaro che parecchia gente entra dalla zona di confine e fa partire delle attività. A volte è la conoscenza approssimativa degli strumenti giuridici svizzeri che può portare a una sovra-rappresentazione dei fallimenti».
 
Il Ticino in prima linea nella lotta ai fallimenti abusivi

Il Ticino in prima linea nella lotta ai fallimenti abusivi

Comunicato stampa

Il Canton Ticino è da anni attivamente impegnato nella lotta contro i fallimenti abusivi e si conferma all’avanguardia rispetto alle misure recentemente introdotte a livello federale. Dal 2019 opera presso l’Ufficio dei fallimenti una figura specializzata, il perito contabile, con il compito di individuare e contrastare gli abusi. Tra il 2019 e il 2025 sono stati segnalati al Ministero pubblico 271 incarti per possibili reati fallimentari. Un approccio mirato che rafforza la prevenzione e la tutela del tessuto economico cantonale.

Dal 1° gennaio 2025 sono entrate in vigore nuove misure federali per contrastare i fallimenti abusivi, tra cui la modifica parziale dell’articolo 11 della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento (LEF). Si tratta di un importante passo avanti nella prevenzione dei reati di natura penale legati ai fallimenti. Il Ticino, che ha contribuito ad ispirare la modifica legislativa federale, si conferma all’avanguardia in questo ambito. Già da diversi anni, infatti, il Dipartimento delle istituzioni ha scelto di intervenire in modo mirato per contrastare un fenomeno che danneggia profondamente il tessuto economico e sociale.
Da agosto 2019, presso l’Ufficio dei fallimenti della Divisione della giustizia opera una figura professionale innovativa: il perito contabile nell’ambito della lotta contro gli abusi fallimentari. Il suo incarico principale è quello di individuare e contrastare gli abusi fallimentari, in un contesto reso particolarmente complesso anche dalla posizione geografica del Ticino, situato a ridosso del confine. Il perito ricopre inoltre un ruolo chiave di collegamento con le autorità inquirenti.

Un bilancio molto positivo
I risultati di questo nuovo approccio sono concreti. Tra il 2 agosto 2019 e il 31 dicembre 2025 sono stati segnalati al Ministero pubblico 271 incarti per possibili reati fallimentari, un numero nettamente superiore rispetto al passato. Va altresì ricordato che non di rado in una segnalazione sono comprese più ipotesi di reato. Accanto a reati tipicamente legati al fallimento quali l’omissione di contabilità (166 CP), la bancarotta fraudolenta (163 CP) e la cattiva gestione (165 CP), sono state segnalate anche ipotesi di reato al di fuori di questo ambito. La fattispecie più segnalata è l’omissione di contabilità (166 CP), spesso in relazione con altre ipotesi di reato, con 203 casi. Seguono la cattiva gestione (165 CP), con 139 casi, e la bancarotta fraudolenta (163 CP), con 42 casi.
In relazione alle misure introdotte durante la pandemia per sostenere l’economia sono stati segnalati anche 81 casi di Contravvenzione all’ordinanza sui crediti Covid-19. In questi anni di attività il perito si è confrontato con tutte le problematiche legate ai reati fallimentari, dai fallimenti seriali al commercio di società vuote e alla liberazione fittizia del capitale sociale.
In diversi casi è emerso come le imprese fossero sottocapitalizzate fin dall’inizio, in quanto la società era stata acquistata già vuota oppure perché il capitale proprio era stato ritornato agli azionisti subito dopo l’iscrizione della società a registro di commercio. Frequenti anche i casi dove la contabilità non veniva tenuta, oppure aggiornata con mesi di ritardo, così come i casi di inosservanza delle norme previste dal codice delle obbligazioni in merito alla perdita di capitale e di eccedenza di debiti.

Dialogo e collaborazione con i partner
Oltre ai risultati numerici, questa figura ha permesso di rafforzare la collaborazione tra i diversi servizi dell’Amministrazione cantonale, con il Ministero pubblico e con la Polizia cantonale, Sezione Reati Economico Finanziari. La formazione riveste altresì un ruolo importante. In quest’ambito sono state attivate alcune collaborazioni con partner del territorio, quali l’Istituto della formazione continua, nell’ambito del corso di “Autodifesa finanziaria”, e la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI), nell’ambito dei Master of Advanced Studies in “Diritto economico e Business Crime” nonché in “Business Law”.

Obiettivi e prospettive
Lo scopo dell’introduzione di questa nuova figura professionale che esiste dal 2025 in tutti i Cantoni, è duplice: da un lato far emergere e perseguire penalmente gli abusi, dall’altro ridurre nel medio-lungo termine il numero dei fallimenti abusivi, rendendo meno attrattivo l’uso di strutture aziendali per scopi fraudolenti. Il Canton Ticino ha saputo essere all’avanguardia nella lotta ai fallimenti abusivi creando nel 2019 questa nuova posizione professionale presso l’Ufficio dei fallimenti.