Il Tenente Colonnello Manuel Rigozzi è il nuovo presidente della Società Ticinese degli Ufficiali

Il Tenente Colonnello Manuel Rigozzi è il nuovo presidente della Società Ticinese degli Ufficiali

Da www.tio.ch
 
All’assemblea sono intervenuti anche il Capo dell’esercito Comandante di corpo Philippe Rebord e il presidente della Società Svizzera degli Ufficiali Stefan Holenstein

Il Ten Col SMG (tenente colonnello di stato maggiore generale) Manuel Rigozzi è stato designato per acclamazione nuovo presidente della Società Ticinese degli ufficiali (STU) in occasione dell’assemblea generale, tenutasi questa mattina a Locarno. Succede al Col Marco Lucchini, che nel suo discorso di commiato ha ricordato i momenti salienti dell’ultimo anno, sottolineando i numerosi eventi che l’hanno caratterizzato e «il costante impegno dell’ufficialità ticinese a difesa e promozione dei valori che fanno la forza del sistema elvetico».

Il presidente della Società Svizzera degli Ufficiali (SSU) Col SMG Stefan Holenstein, esprimendosi in italiano, ha salutato positivamente l’arrivo per la prima volta di una donna alla testa del Dipartimento della Difesa, della Protezione della Popolazione e dello Sport. Di fronte alle scelte urgenti e prioritarie che attendono il settore – a cominciare dal nuovo aereo da combattimento e dal rinnovo dell’armamento terra-aria – Holenstein ha invitato la politica a compiere uno sforzo ulteriore, non facendo mancare i mezzi finanziari necessari. Ma ha anche assicurato l’appoggio della SSU ai passi fin qui compiuti: «ora bisogna continuare risoluti, per salvare il nostro esercito di milizia».

Il consigliere di Stato Norman Gobbi, dopo aver espresso la sua posizione contraria alla nuova legge sulle armi, si è soffermato sull’incoraggiante presenza femminile alle Giornate informative sull’esercito; sugli impegni di rinnovamento e consolidamento che attendono le infrastrutture militari in Ticino; sul problema dell’italianità e delle lingue, con le difficoltà crescenti che si incontrano nell’inserire i giovani ticinesi in molti percorsi di formazione specialistici.

Piatto forte dell’assemblea è stata la relazione del Capo dell’esercito cdt di C (comandante di corpo) Philippe Rebord, che ha fatto il punto sui problemi d’attualità. Ha manifestato soddisfazione per la scelta del Consiglio Federale di destinare 8 miliardi (attingendo la budget orinario) all’aviazione e alla difesa terra-aria. Ha parlato di una «dimostrazione di fiducia della politica. Ora si tratta di salvaguardare il “pacchetto completo” sul cammino che lo attende». Tra le minacce ha evidenziato quella dei “cyberattacchi”. Una prima risposta è stata nell’avvio, «con successo», delle scuole reclute specializzate. «Ma bisognerà fare di più. Anche sul fronte delle riforme si sono compiuti passi avanti (attuazione dell’Ulteriore Sviluppo dell’Esercito, USEs), con l’aumento della prontezza, la migliore istruzione dei quadri, il completamento dell’equipaggiamento per le formazioni di impiego, la regionalizzazione di reparti e corsi».
Spina nel fianco rimane la questione del Servizio Civile, «che sottrae un numero crescente di giovani già incorporati. La revisione della legge è necessaria e urgente. La battaglia si annuncia difficile, anche perché è molto più facile “vendere” il servizio civile, con la sua immagine di utilità diretta e i vantaggi che porta al singolo (tempi, luoghi, modalità di svolgimento praticamente “a scelta”). È chiaro che servire lontano da casa, con i disagi della vita sul terreno, è una prospettiva molto meno allettante. Ma questo è e rimane un servizio essenziale per la sicurezza della collettività». E per la sicurezza, ha detto Rebord, «non esiste alcun servizio sostitutivo».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 20 maggio 2019 de La Regione

Manuel Rigozzi presidente della Stu
Lo ha eletto per acclamazione l’assemblea generale della Società ticinese degli ufficiali

La Società ticinese degli ufficiali (Stu) ha un nuovo presidente. È il tenente colonnello Manuel Rigozzi, che è stato designato alla carica per acclamazione dall’assemblea generale della Stu che ha avuto luogo sabato a Locarno.
Succede al colonnello Marco Lucchini, che durante il suo discorso di commiato ha ricordato, si legge in una nota diffusa dalla Stu, “i numerosi eventi che hanno caratterizzato l’ultimo anno, sottolineando il costante impegno dell’ufficialità ticinese a difesa e promozione dei valori che fanno la forza del sistema elvetico”. Numerosi gli ospiti, tra cui il presidente della Società svizzera degli ufficiali, il colonnello Stefan Holenstein. Il quale, di fronte alle scelte urgenti “che attendono il settore – a cominciare dal nuovo aereo da combattimento e dal rinnovo dell’armamento terra-aria – ha invitato la politica a compiere uno sforzo ulteriore, non facendo mancare i mezzi finanziari necessari”. Da Holenstein anche soddisfazione per l’arrivo di Viola Amherd alla testa del Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport. Presente pure il Capo dell’esercito, Philippe Rebord, il quale “ha manifestato soddisfazione per la scelta del Consiglio federale di destinare otto miliardi all’aviazione e alla difesa terra-aria. Una dimostrazione di fiducia della politica”. Ma ci sono anche minacce nuove, dalle quali occorre difendersi. E Rebord fa riferimento ai cyberattacchi: “Una prima risposta è stata nell’avvio, con successo, delle scuole reclute specializzate. Ma bisognerà fare di più”. Resta una “spina nel fianco” però, quella del servizio civile. “Sottrae un numero crescente di giovani già incorporati. La revisione della legge è necessaria e urgente”, rileva Rebord. “È chiaro che servire lontano da casa, con i disagi della vita sul terreno, è una prospettiva molto meno allettante. Ma l’esercito è e rimane un servizio essenziale per la sicurezza della collettività. E per la sicurezza non esiste alcun piano B”. Il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi si è dal canto suo soffermato “sulla presenza femminile alle Giornate informative, sul miglioramento delle infrastrutture in Ticino e sull’italianità e le lingue, con le difficoltà crescenti che si incontrano nell’inserire i giovani ticinesi in molti percorsi di formazione specialistici”.

 

 

Difesa: partenze a sorpresa nell’esercito

Difesa: partenze a sorpresa nell’esercito

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 5 aprile 2019 del Corriere del Ticino

Il capo Philippe Rebord lascia la carica per motivi di salute – Emerge anche una donna fra i possibili candidati.
Con lui se ne va il responsabile dell’istruzione Baumgartner – Gobbi: «Peccato succeda ora, a riforma iniziata»

Due vertici dell’esercito abbandonano la loro funzione. Il timing non è dei più propizi. Philippe Rebord, capo dell’esercito, ha dato le dimissioni. Lascerà a fine 2019. La sua scelta giunge a sorpresa. La ragione: problemi di salute. Dopo una trombosi a inizio anno, dovrà infatti subire un’operazione all’anca a dicembre. Il 61.enne vallesano aveva ottenuto l’incarico nel 2017 e il suo contratto era stato prorogato oltre il suo pensionamento, fino a fine 2020, per garantire la riorganizzazione dell’esercito (il nome del programma è «Ulteriore sviluppo dell’esercito»), attualmente in corso.
Il fatto che Rebord mantenga la sua posizione ancora fino al 31 dicembre dà la possibilità di scegliere il suo successore in tutta calma, ha affermato la consigliera federale Viola Amherd davanti ai media a Berna. Ora toccherà alla commissione responsabile della scelta del sostituto selezionare possibili candidati. E dovrà trovarli in fretta. Il nuovo e l’uscente capo dell’esercito, ha affermato la titolare del Dipartimento della difesa, dovrebbero già lavorare assieme a partire dall’autunno, in modo da potersi organizzare in un passaggio di testimone senza strappi. I requisiti per la ricerca del sostituto non sono di tipo politico, ha affermato Amherd. Più importanti saranno le cosiddette «soft skills», come ad esempio la capacità di lavorare in team. Competenze che, a detta di Amherd, a Rebord non mancano.

«Ragioni personali»
Amherd ha ringraziato Rebord della buona collaborazione e del lavoro svolto avviando la riforma dell’esercito. La notizia della partenza era stata anticipata giovedì dai giornali dei gruppi editoriali Tamedia e CH Media. A inizio mattinata il Dipartimento della difesa ha poi invitato i giornalisti alla conferenza stampa in cui l’informazione è stata infine confermata.

Di sicuro il successore di Rebord non sarà Daniel Baumgartner, comandante di corpo e capo dell’istruzione. «Per ragioni personali» di cui la consigliera federale ha preferito non dire di più, Baumgartner ha chiesto di ottenere un’altra funzione. Secondo il «Tages-Anzeiger» il quadro sarebbe interessato a un posto di addetto alla difesa a Washington.

Baumgartner era stato coinvolto nello scandalo delle «spese allegre» pagate con il budget dell’esercito nell’ambito di seminari per quadri e che hanno incluso cene costose e voli in elicottero per le compagne dei militari. Per l’accaduto il capo dell’istruzione si era scusato pubblicamente. L’affare avrebbe però macchiato la sua carriera.

Possibili candidati ticinesi?
Da noi contattato, il consigliere di Stato Norman Gobbi, presidente della Conferenza governativa dei direttori cantonali del militare, della protezione civile e dei pompieri, nonché membro della commissione che aveva selezionato Philippe Rebord, trova «peccato che ad andarsene, proprio durante la fase di implementazione della riforma dell’esercito, siano sia il capo dell’esercito sia il capo dell’istruzione». È importante, aggiunge, che il successore di Rebord, che era stato «scelto appositamente per condurre questa delicata fase», mostri di avere «le stesse sensibilità», in particolare «le stesse attenzioni verso i bisogni delle nuove generazioni», in primis per riuscire a far combaciare meglio formazione e servizio militare. Fino a qui, dice Gobbi, la riforma (che mira a incrementare la prontezza dell’esercito, a migliorare l’istruzione e l’equipaggiamento e a rafforzare il radicamento delle forze armate a livello regionale) è avanzata positivamente, senza i tipici «mali d’infanzia» che spesso si osservano nelle prime fasi delle ristrutturazioni di questo tipo.
Ora, con la disdetta di due vertici, si aprono delle possibilità per possibili candidati ticinesi. Il membro del Governo ticinese non vuole fare nomi, ma – afferma – nel nostro cantone «la qualità c’è».
Per i vertici dell’esercito le sfide nei prossimi anni non mancano. Gli effettivi dell’esercito non aumentano, anzi. E sono previste grosse spese per i futuri acquisti di armamenti.

Una subentrante?
Intanto a Berna ci si azzarda già a fare alcuni nomi di possibili candidati. Tra questi figura quello di Germaine Seewer. Tra i 53 alti ufficiali superiori Seewer (brigadiere al comando della brigata d’aiuto alla condotta) è l’unica donna. Sarebbe la prima a diventare capo dell’esercito svizzero.
Fra gli altri nomi figura quello di Claude Meier, capo dello Stato maggiore dell’esercito, esperto di jet militari (altro tema del momento) e con buoni contatti in Parlamento.
Gli altri nomi sono quelli di Daniel Keller (comandante dell’istruzione superiore dei quadri dell’esercito, capo di Stato maggiore dell’istruzione operativa e sostituto capo comando istruzione), Thomas Süssli (capo della base d’aiuto alla condotta dell’esercito, responsabile per la cyber defence), Melchior Albrecht Stoller (consulente di politica militare di Amherd) , Aldo C. Schellenberg (capo comando operazioni e sostituto capo dell’esercito ed ex comandante delle forze aeree) e Hans-Peter Walser (comandante della divisione territoriale 2).

Nicola Guerini al comando delle forze speciali

Nicola Guerini al comando delle forze speciali

Da www.liberatv.ch

Norman Gobbi: “Una nomina di cui tutti i ticinesi devono essere fieri”
Il ministro: “Quella odierna è un’altra giornata importante per il nostro Cantone, che ha ricevuto l’ennesimo attestato di stima da parte della Confederazione”

“Quella odierna è un’altra giornata importante per il nostro Cantone, che ha ricevuto l’ennesimo attestato di stima da parte della Confederazione”.Con queste parole, pronunciate oggi nella chiesa di Rivera, il direttore del Dipartimento istituzioni, Norman Gobbi, ha sottolineato l’ascesa formale di Nicola Guerini alla testa del Comando delle Forze Speciali dell’Esercito svizzero (CFS).
“Il Ticino, e non solo quello in grigio-verde, può esserne particolarmente fiero! – ha aggiunto il ministro -.
Il Ticino si conferma perciò uno dei pilastri del nostro Esercito. Non siamo numerosissimi, ma riusciamo a produrre con regolarità personalità di elevato spessore, riconosciuta autorevolezza e comprovata preparazione. Mai come nel 2018 – e lo dico con un profondo senso di appagamento personale – l’italianità ha conosciuto una presenza così marcata ai vertici dell’Esercito, cosa che dà lustro al nostro Cantone.
Disponiamo di tanta qualità tecnica e umana, e questo ci viene riconosciuto anche oltre Gottardo, cosa non sempre scontata. Auguro allora a Nicola che possa raggiungere tutti i suoi obiettivi e che continui sulla strada intrapresa anni fa e che si sta dimostrando lastricata di soddisfazioni. Il contesto che ti vedrà impegnato è di assoluto prim’ordine, e questo lo sai anche meglio di me.
Ricordo con piacere come il Governo sia a suo tempo riuscito a mantenere presso la piazza d’armi del Monte Ceneri il CFS, vero fiore all’occhiello del nostro Esercito. Il CFS è in grado di fornire in tutte le situazioni, immediatamente e in modo rapido, con elementi di impiego professionisti, importanti prestazioni a favore delle autorità civili: penso, ad esempio, alla protezione e all’intervento; all’esplorazione speciale e alle azioni dirette a favore delle autorità civili in Svizzera; all’acquisizione di informazioni, consulenza e protezione a favore delle autorità civili all’estero; al soccorso e al rimpatrio di cittadini dall’estero; all’assistenza militare”.
Gobbi ha concluso il suo discorso ringraziando a nome del Consiglio di Stato, l’attuale Comandante, il Colonnello Christoph Fehr, per questi due anni trascorsi a capo del CFS in Ticino”.

Discorso pronunciato in occasione del passaggio di Comando delle Forze Speciali (CFS)

Discorso pronunciato in occasione del passaggio di Comando delle Forze Speciali (CFS)

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signori, egregi signore,
Quella odierna è un’altra giornata importante per il nostro Cantone, che ha ricevuto l’ennesimo attestato di stima da parte della Confederazione: siamo infatti qui a salutare formalmente l’arrivo di Nicola Guerini alla testa del Comando delle Forze Speciali dell’Esercito svizzero (CFS). Il Ticino, e non solo quello in grigio-verde, può esserne particolarmente fiero!
La decisione è stata ufficializzata lo scorso settembre e vi ripropongo volentieri ciò che scrissi allora su Facebook, annunciando la notizia: Questa settimana un ticinese è stato designato, con effetto al 1° gennaio 2019, a capo del Comando delle forze speciali dell’Esercito svizzero.
Il colonnello di Stato maggiore generale Nicola Guerini permette così al Ticino di mettersi al petto una terza stella nei comandi specialistici della nostra armata, con il Col SMG Marco Mudry (recentemente nominato a capo del Centro di competenza servizio alpino dell’esercito) e il Col SMG Antonio Spadafora (capo del Centro di competenza del servizio veterinario e degli animali dell’esercito da inizio anno). Concludevo quelle poche righe cariche di orgoglio con un “Avanti così!” che ribadisco anche oggi, al vostro cospetto.
Il Ticino si conferma perciò uno dei pilastri del nostro Esercito. Non siamo numerosissimi, ma riusciamo a produrre con regolarità personalità di elevato spessore, riconosciuta autorevolezza e comprovata preparazione. Mai come nel 2018 – e lo dico con un profondo senso di appagamento personale – l’italianità ha conosciuto una presenza così marcata ai vertici dell’Esercito, cosa che dà lustro al nostro Cantone.
Disponiamo di tanta qualità tecnica e umana, e questo ci viene riconosciuto anche oltre Gottardo, cosa non sempre scontata.
Auguro allora a Nicola che possa raggiungere tutti i suoi obiettivi e che continui sulla strada intrapresa anni fa e che si sta dimostrando lastricata di soddisfazioni. Il contesto che ti vedrà impegnato è di assoluto prim’ordine, e questo lo sai anche meglio di me.
Ricordo con piacere come il Governo sia a suo tempo riuscito a mantenere presso la piazza d’armi del Monte Ceneri il CFS, vero fiore all’occhiello del nostro Esercito. Il CFS è in grado di fornire in tutte le situazioni, immediatamente e in modo rapido, con elementi di impiego professionisti, importanti prestazioni a favore delle autorità civili: penso, ad esempio, alla protezione e all’intervento; all’esplorazione speciale e alle azioni dirette a favore delle autorità civili in Svizzera; all’acquisizione di informazioni, consulenza e protezione a favore delle autorità civili all’estero; al soccorso e al rimpatrio di cittadini dall’estero; all’assistenza militare.
A nome personale e del Consiglio di Stato, tengo anche a ringraziare l’attuale Comandante, il Colonnello SMG Christoph Fehr, per questi due anni trascorsi a capo del CFS, qui in Ticino: abbiamo stabilito un rapporto costruttivo e collaborato ottimamente nell’interesse comune. Auguro anche a te il meglio e di raccogliere sul tuo cammino futuro altre e meritate soddisfazioni!

Recluta umiliata, Rebord dal padre

Recluta umiliata, Rebord dal padre

Da www.rsi.ch/news

Il capo dell’Esercito svizzero in Ticino per incontrare il genitore che aveva denunciato l’episodio di nonnismo a Emmen

A un mese dalla denuncia di presunte vessazioni subite da una recluta ticinese durante la scuola reclute DCA a Emmen, il capo dell’Esercito, Philippe Rebord, mercoledì è venuto personalmente in Ticino dove nel pomeriggio a Locarno ha incontrato il padre del giovane soldato che aveva pubblicamente denunciato l’episodio.
Un incontro dal carattere privato voluto dal comandante di corpo per assicurare la vicinanza e la comprensione da parte dei vertici dell’Esercito svizzero. Sul caso avvenuto a settembre la giustizia militare ha aperto un’indagine preliminare.
Più tardi, verso le 17.00, il Capo dell’Esercito ha incontrato a Palazzo delle Orsoline a Bellinzona il consigliere di Stato Norman Gobbi e Marco Lucchini, presidente della Società ticinese ufficiali, assicurando come l’episodio di Emmen sia un caso isolato e non esista pregiudizio nei confronti dei militi ticinesi.

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11098248

Saluto in occasione della conferenza ARMSI

Saluto in occasione della conferenza ARMSI

“Il ruolo delle forze di sicurezza e militari nella lotta e nella prevenzione al terrorismo”
23 ottobre 2018, LAC Lugano

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,
stiamo attraversando un periodo storico non facile, stretti come siamo nella morsa di problematiche di varia natura che ci coinvolgono più o meno da vicino e più o meno a livello personale. La complessità e l’interconnessione sono ormai due costanti della nostra società.
Tra le preoccupazioni che contraddistinguono il mondo in cui viviamo c’è anche il terrorismo, argomento molto mediatizzato e che entra nelle nostre case quotidianamente.
Qualcuno obietterà che in Ticino il terrorismo non esiste, che non dovremmo preoccuparci per qualcosa che non c’è e che le priorità sono ben altre.
Si tratta di un punto di vista piuttosto diffuso, condivisibile però solo in parte. Da un lato, il nostro Cantone e la Svizzera hanno effettivamente la fortuna di non aver mai vissuto ciò che altre nazioni (alcune vicine a noi) hanno dovuto più volte patire. Alle nostre latitudini nessuno si sognerebbe mai di dire che siamo tra gli obiettivi delle organizzazioni terroristiche, anche se nel recente passato ci siamo trovati confrontati con alcuni casi di eco-terrorismo che siamo comunque stati capaci di affrontare nel modo opportuno. D’altro canto, sarebbe alquanto incauto starsene immobili e passivi, correndo il rischio di farci cogliere impreparati nel caso fossimo confrontati con un evento estremo. Niente e nessuno può garantirci la perenne incolumità. Purtroppo, non avremo mai la certezza che attacchi terroristici di portata drammatica non possano toccare anche noi. Non siamo immuni dagli attentati ora, esattamente come non lo eravamo in passato.
Dobbiamo pertanto vigilare. Ma dobbiamo anche stare molto attenti a non cedere all’immotivata o irrazionale paura, come subdolamente spera chi commette atti vigliacchi e violenti.
Proprio in quest’ottica, affinché la prevenzione sia efficace occorre che ognuno degli attori coinvolti collabori in modo proficuo con gli altri, facendo sistema. In questo contesto, le forze di sicurezza civili e militari ricoprono un ruolo di assoluta rilevanza. Non tutti ne hanno totale consapevolezza e questo è un po’ un peccato.
Il loro è spesso un lavoro oscuro, poco appariscente, ma puntiglioso, approfondito e soprattutto redditizio.
Se alle nostre latitudini conduciamo una vita sostanzialmente tranquilla, se avvertiamo una sensazione di generalizzata sicurezza, se passeggiamo per strada senza il timore che qualcosa di grave possa accaderci, lo dobbiamo anche a questi professionisti che senza alcun proclama ci guardano le spalle.
Affrontare la minaccia terroristica vuol dire impegnarsi su più fronti: alludo all’uso repressivo della forza così come alla citata prevenzione e alla sensibilizzazione.
Temi che saranno affrontati stasera da qualificati relatori e da cui, ne sono sicuro, emergerà la centralità della collaborazione tra le forze di sicurezza e quelle militari.
Non mi stancherò mai di ribadirlo: se vogliamo centrare i nostri obiettivi, dobbiamo unire le forze e collaborare in modo attivo e proattivo. Nulla va lasciato al caso e non ci deve essere spazio per l’improvvisazione. In un contesto tanto delicato e che pretende la nostra massima attenzione, occorre agire, mettere sul tavolo idee, essere dinamici.
Tra le misure che il mio Dipartimento ha proposto, e poi realizzato in collaborazione con il DSS e il DECS, c’è un portale per la prevenzione contro la radicalizzazione e gli estremismi violenti in Ticino. Lo stesso è il frutto del lavoro compiuto da una Piattaforma interdisciplinare formata da specialisti operanti nell’Amministrazione, nella Polizia cantonale, in Magistratura e già confrontati professionalmente con il fenomeno della radicalizzazione. Tema, quest’ultimo, sempre d’attualità nella lotta alle organizzazioni terroristiche. Il portale, che presenteremo nel dettaglio nelle prossime settimane, è una delle misure attraverso le quali intendiamo mettere in rete i vari attori della prevenzione in Ticino. Lo scopo è riunire tutte le richieste di informazione e di aiuto alla popolazione, per poi valutarle e predisporre le giuste misure di supporto, dando così vita a un meccanismo virtuoso di causa-effetto.
La minaccia terroristica va affrontata su più fronti e con differenti approcci e da oggi abbiamo a disposizione anche un nuovo valido strumento per ridurre l’esposizione alle intimidazioni e garantire maggiore sicurezza ai cittadini ticinesi.
Non viviamo in un Paese dove imperversa il terrorismo, non siamo soggetti ad attacchi sistematici e non siamo neppure nel mirino dell’estremismo, ma – e lo evidenzio ancora a chiare lettere – non bisogna commettere l’errore di ritenerci invulnerabili né tantomeno al di sopra delle parti.
Pertanto, e concludo, ben venga la collaborazione tra tutti gli enti chiamati a garantire giorno dopo giorno e capillarmente la sicurezza del cittadino, che è poi ciò che ci sta maggiormente a cuore.

Incontro tra il direttore del Dipartimento delle istituzioni e gli ufficiali e sottufficiali professionisti ticinesi

Incontro tra il direttore del Dipartimento delle istituzioni e gli ufficiali e sottufficiali professionisti ticinesi

Comunicato stampa

La sala del Gran Consiglio a Palazzo delle Orsoline a Bellinzona, ha ospitato venerdì il tradizionale incontro tra il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e gli ufficiali e sottufficiali professionisti ticinesi. Si è trattato di un momento di dialogo e di condivisione, nobilitato quest’anno dall’intervento di Bruno Le Ray, Governatore militare di Parigi e Generale di corpo d’armata.

È ormai tradizione che il direttore del Dipartimento delle istituzioni incontri annualmente gli ufficiali e i sottufficiali professionisti ticinesi. In questa occasione autorità politiche cantonali e militari si confrontano su temi d’attualità che riguardano l’attività dell’Esercito nel nostro Cantone.
Dopo il saluto introduttivo di Ryan Pedevilla, Capo della Sezione del Militare e della Protezione della popolazione, ha preso la parola Norman Gobbi, che ha esposto alla platea composta da un’ottantina di ufficiali e sottufficiali nonché da 12 ufficiali di Polizia i progetti attualmente in atto a favore dell’Esercito, mettendo nel contempo l’accento sull’importanza di difendere e promuovere l’italianità al suo interno. La situazione attuale è in questo senso molto positiva: “Mai come nel 2018 – ha detto infatti il direttore del DI – l’italianità nell’Esercito ha conosciuto una presenza così marcata, cosa che dà lustro al nostro Cantone. Abbiamo tanta qualità e questo ci viene riconosciuto anche oltre Gottardo”. Altri temi toccati nella sua esposizione sono stati il reclutamento (“Ci sono buoni segnali, le statistiche indicano che l’abilità è in aumento”), le infrastrutture logistiche in Ticino (“Si stanno valutando con attenzione opzioni e investimenti”) e il Servizio civile (“Il passaggio dall’Esercito al Servizio civile è ancora troppo attrattivo”).
Guardando al futuro, il direttore ha fatto il punto sull’iter che condurrà all’edificazione del poligono di tiro del Monteceneri: gli elementi fondamentali evocati sono stati l’accettazione del progetto da parte della popolazione, l’investimento, l’impatto fonico ritenuto trascurabile e il recupero di spazi verdi in aree urbane, nella fattispecie Bellinzona e Lugano. La tabella di marcia prevede che la moderna infrastruttura sia a disposizione l’1 gennaio 2025.

Dopo il breve intervento del Comandante della Regione territoriale 3, Brigadiere Lucas Caduff, che ha sottolineato gli ottimi rapporti di collaborazione tra le parti, il testimone è poi passato al Generale Bruno Le Ray. Egli ha dapprima spiegato quali siano il suo ruolo e i suoi compiti in seno all’Esercito francese, facendo particolare riferimento al periodo post attacco terroristico al Bataclan di Parigi. L’altro ufficiale ha quindi approfondito il tema della lotta al terrorismo che di fatto vede impegnata la Francia dagli anni ’80 e che ha avuto una netta accelerazione nella tragica estate 2015, periodo in cui il livello di guardia è stato notevolmente alzato. Le Ray ha fatto riferimento all’Operazione Sentinella (Opération Sentinelle) che tuttora contempla il dispiegamento su Parigi di 10.000 soldati, impegnati sul territorio in permanenza e a rotazione, con scopi persuasivi e dissuasivi. Operazione Sentinella che si fonda sulla collaborazione tra le Forze armate e le Forze di sicurezza interne nella capitale francese. “L’uso della forza militare sul territorio – ha spiegato Le Ray – è stato ed è giustificato da una minaccia militarizzata e la popolazione lo ha accolto favorevolmente”.

A concludere la serata il classico momento conviviale, ulteriore occasione per approfondire la conoscenza dell’illustre ospite francese.

Il ricordo «Quella sera a Parigi fu l’apocalisse»

Il ricordo «Quella sera a Parigi fu l’apocalisse»

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 29 settembre 2018 del Corriere del Ticino

Il governatore militare della capitale francese Bruno Le Ray ha ripercorso gli attentati del 13 novembre 2015 Ospite a Bellinzona, il generale ha difeso i suoi uomini: «Al Bataclan nessuno ci ordinò di fare irruzione»

È in carica dal 1. agosto 2015 e, dopo nemmeno quattro mesi dalla sua entrata in funzione, ha dovuto fare i conti con la barbarie dei fondamentalisti islamici.
Il governatore militare di Parigi, Generale di corpo d’armata Bruno Le Ray ricorda bene la notte del terrore tra il 13 e il 14 novembre, quando una serie di attentati colpì al cuore la capitale francese causando oltre cento vittime.
Le Ray ieri era l’ospite d’onore all’incontro tra il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e gli ufficiali e sottufficiali professionisti.
E il dispositivo antiterrorismo «Sentinelle», creato a seguito dell’assalto alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015, è stato al centro del suo intervento. «Un’operazione inedita, che per contratto può far capo fino a 10.000 uomini» ha rilevato il generale francese ponendo l’accento sulle tre parole chiave del dispositivo: «Proteggere, dissuadere e rassicurare». Questo gruppo operativo, è giusto ricordarlo, è stato però criticato duramente dalla commissione parlamentare d’inchiesta sugli attacchi parigini per essere stato sorpreso dagli attentatori e soprattutto per il mancato intervento attivo al Teatro Bataclan, dove il terrorismo di matrice islamica fece 90 morti. «Mi chiedete del Bataclan? Sì, l’ho vissuto e sono anche stato sentito dalla commissione d’inchiesta. Quella sera ero allo Stade de France, nei pressi del quale è scoppiata la prima bomba. E miei soldati, in quei frangenti, hanno fatto tutto quanto gli agenti della polizia hanno richiesto. Né più né meno». Sulla mancata incursione all’interno del teatro Le Ray ha quindi aggiunto: «Nessuno ha dato e nemmeno pensato un ordine in questo senso. I miei soldati erano in misura di neutralizzare i terroristi qualora fossero usciti dallo stabile. Purtroppo non è stato il caso. Brutalmente, non c’è stato nulla a cui sparare. Detto questo il 13 novembre le forze armate hanno compiuto molteplici missioni, in particolare a supporto della polizia». Impossibile, ha ad ogni modo riconosciuto il generale, attendersi un evento di tale portata. «Non avevamo mai vissuto una cosa simile, con attacchi simultanei in più luoghi. Una situazione apocalittica».
Ospiti nell’aula del Gran Consiglio, gli ufficiali e i sottufficiali hanno sollecitato a più riprese Le Ray sugli attacchi di Parigi e sulle difficoltà operative in un simile contesto. «Di fronte a una fattispecie così straordinaria, quella sera è stato innanzitutto complicato contare su una chiara linea di comando».
Da quel giorno Parigi ha cambiato volto. «Si pensi che nel giro di 24 ore sono stati mobilitati sulla città 1.000 uomini in più». Ma a mutare radicalmente è stata anche la vita dei soldati impiegati nel dispositivo Sentinelle. «Nel 2016 questi uomini sono stati lontani da casa per 200-250 giorni. Paradossalmente le forze militari hanno smesso di esercitarsi per convogliare su Parigi e per affrontare la minaccia terroristica». E la popolazione, ha rilevato Le Ray, ha apprezzato. «Stando a un sondaggio dello scorso marzo il 78% dei francesi approva l’operazione Sentinelle». La sfida «che ci spinge oggi a interrogarci – ha concluso il generale – è come adattare il dispositivo a un contesto mutato in pochi anni».

Gobbi e i dossier strategici
Attento spettatore all’intervento di Le Ray, il direttore delle Istituzioni Gobbi in apertura aveva per contro fatto il punto su alcuni importanti cantieri per l’Esercito: dal futuro poligono di tiro coperto del Monte Ceneri – che si mira a mettere in funzione dal 2025 dopo un investimento di 52 milioni» – ai comparti dei Saleggi e di Pollegio per i quali il Cantone ha trattato e sta trattando con Armasuisse. «Un dossier, quest’ultimo, strategico poiché finalizzato a degli investimenti logistici a sud del San Gottardo, penso in particolare a delle nuove caserme» ha spiegato. E se sul piano politico Gobbi ha presentato il progetto di revisione della legge federale sul servizio civile elaborato dalla Conferenza governativa per gli affari militari, guardando al 2017 ha ricordato gli oltre 3.000 militari della «piramide italofona» dell’Esercito: le truppe ticinesi di fanteria (bat fant mont 30), artiglieria (gr art 49), salvataggio (bat salv 3) e difesa contraerea (gr DCA 32). «Ma soprattutto, da quando esiste l’esercito moderno, mai come nel 2018 è importante la presenza di italofoni con una stella sulla spalla e alla testa dei centri di competenza dell’esercito» ha infine sottolineato Gobbi.

Il colonnello Nicola Guerini al comando delle forze speciali dell’Esercito

Il colonnello Nicola Guerini al comando delle forze speciali dell’Esercito

Da www.liberatv.ch

La soddisfazione di Gobbi. E qualche appunto personale sull’uomo.
Un tipo tosto, schivo ma deciso, rigoroso ma non noioso… Ricordando quel lancio coi parà

La notizia l’ha resa nota oggi sul suo profilo Facebook il ministro delle Istituzioni, Norman Gobbi: “Questa settimana un ticinese è stato designato, con effetto al 1° gennaio 2019, a capo del Comando delle forze speciali dell’Esercito svizzero. Il colonnello di Stato maggiore generale Nicola Guerini permette così al Ticino di mettersi al petto una terza stella nei comandi specialistici della nostra armata, con il Col SMG Marco Mudry (recentemente nominato a capo del Centro di competenza servizio alpino dell’esercito) e il Col SMG Antonio Spadafora (capo del Centro di competenza del servizio veterinario e degli animali dell’esercito da inizio anno). Avanti così!”.

Un breve appunto personale, visto che il mio primo e finora unico lancio col paracadute lo devo proprio a Nicola Guerini: l’uomo è di quelli tosti, schivo (vi sfido a trovare una sua foto sui social o sul web) ma deciso, rigoroso ma capace di divertirsi in compagnia. Non un tipo noioso, insomma. Anzi. Ma serio e puntuale, uno che la parola è la parola, insomma. Che se dici che vuoi fare una cosa, la fai, ma sei sempre libero di decidere di non farla.

Gobbi «Quel modello non fa per noi»

Gobbi «Quel modello non fa per noi»

Dal Corriere del Ticino del 10 agosto 2018 – un articolo a cura di Giovanni Galli

Obbligo di servire: il sistema norvegese (esteso a tutti) piace al Governo ma non ai Cantoni
Il capo del DI: «Sarebbe uno choc culturale, un’idea poco sostenibile davanti al popolo»

Complici le difficoltà che stanno incontrando esercito e protezione civile a completare i loro ranghi, il tema dell’obbligo di servire sta tornando d’attualità. Il mese scorso (cfr. CdT del 12 luglio) la Conferenza governativa per gli affari militari, la protezione civile e i pompieri ha esortato il Consiglio federale ad approfondire un modello che prevede di raggruppare protezione e servizio civile. Un modello già scartato a Berna, ma che secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, presidente della Conferenza, è da preferire a quello che sta esaminando attualmente il Dipartimento della difesa e che prevede un obbligo di servire generalizzato, esteso alle donne, come in Norvegia. Secondo il Consiglio federale questa soluzione è innovativa e orientata al futuro. L’obbligo di servizio varrebbe in principio per tutti, ma all’atto pratico non sarebbe sistematico. A svolgere l’uno o l’altro servizio verrebbero chiamate solo le persone effettivamente necessarie. Le forze armate avrebbero la possibilità di selezionare da un ampio bacino, indipendentemente dal sesso, le persone più qualificate e motivate. Il risultato degli approfondimenti dovrebbe essere reso noto a fine 2020.

Per i Cantoni però non è una soluzione. «Per tre motivi», spiega Gobbi. «Innanzitutto è un modello molto distante dalla nostra cultura. Se già oggi è difficile obbligare le donne a partecipare alla giornata informativa, pensiamo cosa comporterebbe un obbligo di prestare servizio “tout court”. Secondo: sarebbe un cambio di cultura estremo, uno choc difficile da superare e poco sostenibile in una votazione popolare. In terzo luogo non risponde alle necessità dei Cantoni. Il modello norvegese prevede ad esempio l’impiego nell’ambito dei pompieri, le cui competenze però in Svizzera sono cantonali e comunali, con una forte componente basata sul volontariato. Quest’ultimo aspetto non deve essere vanificato. Se a questo livello viene introdotto un obbligo di servire, la motivazione non sarebbe la stessa di chi opera quale volontario. I pompieri per primi vedono male un obbligo, perché quella del volontariato è una componente importante tanto quella professionale».

Manca gente

Il modello preferito dai Cantoni è denominato «obbligo di prestare servizio di sicurezza» e, al pari di quello norvegese, faceva parte delle varianti presentate nel 2016 da uno speciale gruppo di lavoro federale. La Conferenza ha già sollecitato due volte senza successo Parmelin a prenderlo ugualmente in considerazione. Dietro questa richiesta c’è un problema concreto. Per garantire l’effettivo di 72 mila militi nella protezione civile andrebbero reclutate ogni anno almeno 6 mila persone. Ma mentre nel 2010 ne venivano arruolate più di 8 mila, nel 2017 il loro numero è sceso a 4.800. Quanto alle forze armate hanno un fabbisogno di incorporazione di 18 mila militi all’anno, una soglia minima che quest’anno potrebbe non essere raggiunta.

Una via di mezzo

«Chiediamo che questo modello venga valutato in parallelo a quello norvegese. Lo consideriamo una via di mezzo tra lo status quo e il cambiamento totale legato al modello preferito dal Consiglio federale. Si tratta di unire servizio civile e protezione civile in una nuova organizzazione strutturata e non armata, denominata “protezione in caso di catastrofe” e che può rispondere ai bisogni della società in caso di emergenze, catastrofi naturali e tecnologiche, eventi bellici. Tale modello permetterebbe di non più disperdere risorse nel servizio civile, che non presta servizio in modo strutturato e che in caso di crisi non è paragonabile ad un’organizzazione di secondo scaglione come la PCi».

Il rapporto del 2016 tuttavia definiva non adeguato il modello caldeggiato dai Cantoni, in quanto configurerebbe una violazione del divieto dei lavori forzati. Un’obiezione che secondo Gobbi non regge. «Nessuno verrebbe mandato nelle cave a lavorare. Gli astretti al servizio verrebbero impiegati in favore della collettività, un po’ come avviene per il servizio civile ma in una struttura organizzata, in grado di rispondere meglio a determinati bisogni e più adatta alle esigenze dei Cantoni. Oggi il Servizio civile non è subordinato ai Cantoni. È una struttura federale nella quale vengono messi a disposizione posti occupati secondo i desiderata dei singoli membri. In un momento di pace va bene, in caso di crisi no». Cosa cambierebbe con il vostro modello per il servizio civile? «Non sarebbe più un mero rispondere ai desiderata individuali ma ad una missione di servizio alla collettività, in maniera strutturata».

Con il modello preferito dai Cantoni si stima che verrebbero considerati abili al servizio 30.400 delle 40 mila persone soggette agli obblighi militari. Queste presterebbero servizio per nove anni dal reclutamento. Gli idonei sarebbero pertanto 260 mila. Per l’esercito l’aumento dell’idoneità significherebbe un effettivo reale di 165 mila unità, mentre le altre 95 mila sarebbero disponibili per la protezione dalle catastrofi. Per i compiti di pubblica utilità del servizio civile resterebbero a disposizione 25 mila persone. «Oggi vediamo assottigliarsi gli effettivi dell’esercito, visto che molti commutano sul servizio civile. L’esercito si è ritrovato costretto a rivedere i suoi criteri di idoneità al servizio, attingendo al “serbatoio” della protezione civile. Il servizio civile non è un organo di sicurezza. Il popolo ha votato per il mantenimento dell’obbligo di servire nell’ambito della sicurezza. Constatiamo invece che il mandato costituzionale non viene correttamente adempiuto».