10 nuovi assistenti di Polizia

10 nuovi assistenti di Polizia

La Sala del Consiglio Comunale di Locarno ha ospitato oggi la cerimonia di consegna dei diplomi ai partecipanti alla Scuola cantonale di assistenti di polizia.

La nuova figura professionale – introdotta con la modifica di legge approvata dal Parlamento nell’aprile 2014 – risponde a un’esigenza segnalata dai Comuni, e permette di aumentare forze al lavoro sul territorio, a garanzia di una maggiore sicurezza del nostro Cantone e di tutti i cittadini.
Il Presidente del Consiglio di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha salutato con orgoglio i 10 nuovi assistenti che, da oggi, diventeranno un nuovo punto di riferimento per la popolazione, la quale li distinguerà visivamente grazie ad uniformi diverse da quelle degli agenti di polizia.

Nell’ambito della circolazione stradale, gli assistenti di polizia possono effettuare controlli del traffico in movimento, così come si occupano di constatare le multe disciplinari e le contravvenzioni in procedura ordinaria. Il loro mansionario prevede inoltre la vigilanza in materia di estrazione delle lotterie, applicazione della Legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione e della Legge sui campeggi.

Gli assistenti di polizia non sono armati poiché, con il loro lavoro, non vanno a sostituire quello degli agenti; il loro ruolo è di supportare l’operato della Polizia cantonale e delle Polizie comunali, permettendo a queste ultime di concentrarsi sui compiti legati alla sicurezza di prossimità. Una figura che consente dunque di migliorare l’efficienza e l’efficacia dell’operato delle forze dell’ordine attive sul territorio, a beneficio di un’accresciuta sicurezza. Una figura la cui esigenza è stata segnalata dagli Enti locali e subito recepita dal Cantone, a dimostrazione di quanto la proficua collaborazione istituzionale in questo ambito sia fondamentale alfine di perseguire i comuni obiettivi in materia di sicurezza e di ordine pubblico.

Terrorismo e Ticino: ecco la situazione ad oggi

Terrorismo e Ticino: ecco la situazione ad oggi

Oggi ho risposto all’interpellanza “II Ticino è al sicuro dalle minacce del terrorismo?” del deputato Giorgio Galusero, facendo il punto alla situazione sul fronte della minaccia per il nostro Cantone. Di seguito il testo.


Interpellanza 11 dicembre 2015
II Ticino è al sicuro dalle minacce del terrorismo?

Signor deputato, con la presente, rispondiamo alle domande da lei poste nella summenzionata interpellanza come segue:

1. Vi sono persone in Ticino che hanno manifestato simpatie nei confronti del sedicente Stato islamico o che hanno raggiunto la Siria per arruolarsi nell’Isis?

La situazione è costantemente monitorata e i casi che possono risultare problematici per la sicurezza sono approfonditi con attenzione dalla Polizia cantonale, in collaborazione con l’autorità federale responsabile per la protezione dello Stato (Servizio delle attività informative della Confederazione – SIC), organo competente anche per la comunicazione d’informazioni in merito al terrorismo.
Va precisato che in base alle informazioni e ai casi verificati, il sedicente Stato islamico ha bisogno non solo di combattenti, ma anche di scienziati, informatici, insegnanti, infermieri e medici. La propaganda di ISIS promette una società giusta e prospera per la quale vale la pena di combattere e morire. 7 dei 40 cosiddetti jihadisti dalla Svizzera sono morti (secondo un dato “non confermato”, dei 71 casi sarebbero anche 13 decessi).
La Task-Force anti-terrorismo della Confederazione, in breve Tetra, si occupa di circa 70 casi specifici, persone legate ai viaggi a fini terroristici e le relative azioni di finanziamento e sostegno, ma non solo. Il gruppo di lavoro è composto dal già citato SIC, i Cantoni, l’Ufficio federale di polizia (fedpol) e la Procura Federale.
A titolo di esempio per i casi trattati dall’autorità cantonale ticinese in collaborazione con le citate autorità federali, ricordiamo il recente allontanamento del cittadino marocchino Khachia Oussama che si è espresso in maniera esplicita a favore dello Stato Islamico, segnatamente con una copiosa ed intensa attività nei social media volta sia alla diffusione virale di materiale propagandistico pro ISIS che all’espressione delle sue propensioni anti-occidentali, come pure alla manifestazione della sua intolleranza religiosa vicina all’ideologia jihadista, spingendosi addirittura ad esternare pareri di assenso a proposito delle azioni terroristiche relative agli attentati di Parigi nel mese di gennaio 2015.

2. Quale è il livello di minaccia terroristica in Ticino?

Il grado di minaccia in Ticino è in linea con la situazione Svizzera in quanto dalla fine del 2014, il livello di rischio è giudicato elevato ed è aumentato leggermente dall’inizio di novembre 2015 in ragione d’indizi relativi all’ulteriore pianificazione di attentati nei paesi limitrofi alla Svizzera.
Nel suo recente rapporto, Tetra avverte di un “leggero aumento” rispetto alla precedente relazione nel febbraio minaccia terroristica. Da un lato, i rimpatriati dalla jihad in Svizzera potrebbero progettare un attacco contro rappresentanze diplomatiche su suolo elvetico dei Paesi impegnati nella coalizione anti-ISIS. D’altro lato, gli attacchi potrebbero essere pianificati da persone radicalizzate – mai state in Siria o in Iraq – sempre contro obiettivi stranieri su suolo elvetico, oppure obiettivi di altro tipo.
Il Ticino non si discosta da questa valutazione, soprattutto essendo un asse di transito privilegiato tra il sud e il nord Europa, così come la porta d’entrata a meridione per la Confederazione.
La situazione in materia di sicurezza è costantemente analizzata dagli organi preposti della Polizia cantonale in stretta collaborazione con i partner competenti di Confederazione e Cantoni. Secondo l’evolversi della situazione e le conseguenti analisi vengono adottate, di volta in volta delle misure puntuali e con scopi ben precisi, come ad esempio il rafforzamento della presenza sul territorio messo in atto nelle ultime settimane.

3. Intende il Governo attuare o rafforzare le misure di sicurezza nei luoghi ritenuti sensibili?

Il Consiglio di Stato è molto sensibile alla questione e per il tramite degli organi competenti mette in atto tutti i provvedimenti necessari per garantire al meglio la sicurezza pubblica. A tale scopo sono mantenuti stretti contatti con le autorità federali, le quali sono primariamente competenti in questo ambito. È bene evidenziare che le misure di sicurezza vengono adeguate in base alla valutazione della minaccia ad esempio come con il metal detector per l’ultima sessione del Gran Consiglio. Tutte le misure di cui sopra fanno parte di una valutazione generale a livello Svizzero, anche grazie alla coordinazione dello Stato Maggiore di Condotta di Polizia che, da inizio anno e a seguito dei fatti di Parigi, è stato costituito e conta al suo interno rappresentanti di tutte le regioni e di tutti i Corpi di Polizia federali e cantonali.

4. Si prevede di aumentare il grado di formazione degli agenti di Polizia per interventi di questo genere? (a Ginevra un migliaio di poliziotti stanno seguendo una formazione specifica)

Negli scorsi anni tutto il personale di Polizia ha ricevuto una formazione specifica per quanto riguarda casi di AMOK (situazioni di follia omicida), tematica che attualmente è inserita nella formazione di base dei nuovi agenti. Al riguardo sono previsti costanti aggiornamenti che vengono erogati al personale già formato nelle varie sessioni di formazione continua a livello cantonale.
Nell’ambito specifico del contro-terrorismo, il personale di Polizia è stato sensibilizzato e ha a disposizione della documentazione specifica sulle modalità di ricerca e comportamento emanata dalla Conferenza dei Comandanti delle Polizie Cantonali (CCPCS). La Scuola cantonale di polizia riceve, nell’ambito della formazione di base, un’istruzione mirata da parte del Servizio cantonale per la Protezione dello Stato, competente in materia.
Anche nell’ambito della comunicazione e delle possibili richieste che giungono dal Cittadino al personale di Polizia, sono state diffuse delle direttive allo scopo di rassicurare la popolazione ed avere una “unité de doctrine” in questo specifico ambito.

5. È intenzione del Consiglio di Stato di sgravare di compiti burocratici o non ritenuti prioritari la Polizia cantonale affinché possa aumentare il lavoro di “intelligence” e di controllo in questo specifico campo?

L’effettivo del Servizio cantonale di protezione dello Stato è costantemente adeguato in base alle necessità dettate dal livello della minaccia.
Ovviamente la priorità numero uno della Polizia cantonale è l’aspetto operativo, tuttavia affinché tutto l’apparato possa agire al meglio, è necessario che vi sia anche un supporto amministrativo funzionante.
Già ora il Comandante della Polizia cantonale, congiuntamente ai suoi quadri, si assicurano che le risorse siano suddivise in maniera efficiente ed efficace in base ai bisogni e alle priorità dei diversi servizi. Numerosi sono gli ambiti di sicurezza dei quali la Polizia si deve occupare, non sarebbe giusto, né sensato, procedere a potenziamenti univoci che non tengono conto di tutti gli interessi e necessità in campo.
Ne consegue che la Polizia cantonale monitora le minacce di natura diversa che compromettono la sicurezza del nostro territorio in maniera proporzionata, in base alle urgenze e ai rischi riscontrati, adottando poi dispositivi adeguati.
A questo proposito e proprio per poter disporre di maggiore flessibilità da alcuni mesi è attiva la Sezione operativa (SOP) che viene impiegata in base alle necessità puntuali laddove le minacce sono maggiori.
Per poter essere ancora più dinamici e permettere una maggiore celerità d’intervento, fondamentale in situazioni gravi come quelle che hanno colpito la Francia e il Belgio nelle ultime settimane, la Polizia cantonale ha implementato dal mese di marzo un nuovo sistema di aiuto alla condotta. Parallelamente e in collaborazione con il Centro Sistemi informativi del Cantone si stanno valutando dei nuovi e performanti sistemi di allarme per aggiornare quelli attualmente in servizio e che necessitano di essere ammodernati.

Incontro italo-svizzero in materia di sicurezza transfrontaliera

Incontro italo-svizzero in materia di sicurezza transfrontaliera

Nel corso della giornata odierna il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha incontrato a Milano il Console generale di Svizzera Massimo Baggi nonché alti funzionari italiani e della Confederazione appartenenti a enti preposti alla sicurezza. L’incontro – promosso e organizzato dal Console generale di Svizzera a Milano – ha permesso di riunire per la terza volta le Autorità elvetiche e della vicina penisola operanti nell’ambito della sicurezza che hanno avuto l’occasione di confrontarsi su temi e strategie operative messe in atto da entrambe le parti nell’ambito del coordinamento della lotta alla criminalità transfrontaliera.

Durante la riunione sono stati trattati diversi temi tra cui, in particolare, quello della collaborazione in materia di lotta al terrorismo. Tutti i presenti hanno condiviso l’importanza di dotarsi di un efficiente sistema di scambio di informazioni per poter coordinare le attività in questo ambito.

Inoltre, nel corso della mattinata, è stata pure condivisa la necessità di intensificare la collaborazione da entrambe le parti per far fronte al fenomeno della migrazione, che negli scorsi mesi ha impegnato in modo importante le forze dell’ordine a ridosso della fascia di confine.

Altro tema rilevante emerso è stato quello dell’intensificazione e dell’ottimizzazione della collaborazione interforze sulla fascia di confine avvenuta negli scorsi anni. Prova ne è la recente Operazione DUOMO della Polizia cantonale, effettuata in collaborazione con la Polizia di Stato italiana e le Guardie di confine, che ha portato all’arresto a Castelrotto di sei pericolosi rapinatori.

Infine, è stato pure approfondito l’aspetto della sicurezza nel corso di Expo 2015. A questo proposito il Presidente del Governo Norman Gobbi ha espresso soddisfazione per il dispositivo di sicurezza messo in atto dalle forze dell’ordine italiane che ha permesso di gestire al meglio l’importante afflusso di persone che quotidianamente hanno visitato la manifestazione.

In futuro saranno organizzati con regolarità ulteriori incontri, sia a livello strategico che operativo, tra forze dell’ordine svizzere e italiane, per incentivare e migliorare il dialogo attraverso lo scambio di informazioni. L’obiettivo è quello di coordinare azioni volte a contrastare la criminalità che non conosce confini.

Per la delegazione italiana hanno partecipato Michele Sinigaglia (Vice Questore Vicario di Milano), Vincenzo Coppola (Comandante Interregionale Carabinieri Pastrengo, Milano), Giuseppe Zafarana (Comandante regionale Guardia di finanza per l’Italia nord-occidentale) e Tullio Mastrangelo (Comandante della Polizia locale di Milano). Per la Svizzera, oltre a Norman Gobbi (Presidente del Consiglio di Stato), hanno preso parte all’incontro Pietro Lazzeri (Ministro dell’Ambasciata Svizzera a Roma), Jean-Daniel Pitteloud (Addetto di Polizia federale all’Ambasciata Svizzera a Roma), Massimo Baggi (Console generale di Svizzera a Milano), Elisa Canton (Console generale aggiunto di Svizzera a Milano) e Giovanni Capoferri (Responsabile II Reparto di Gendarmeria di Lugano).

Gobbi: «Ogni cittadino è una sentinella»

Gobbi: «Ogni cittadino è una sentinella»

Da Giornale del popolo / Nicola Mazzi

Il presidente del Consiglio di Stato sottolinea anche che a dipendenza
dell’evolversi della situazione i controlli potranno intensificarsi
oltre che alle frontiere anche all’interno del territorio.

I fatti di Parigi stanno avendo conseguenze anche alle nostre latitudini. Oltre a un maggiore controllo alle frontiere (vedi articolo a lato) vi è stato un incontro tra Guardie di confine e Polizia cantonale per un migliore coordinamento delle operazioni legate alla sicurezza. Proprio da questo fatto siamo partiti per un approfondimento della situazione con il presidente del Governo Norman Gobbi.

Presidente Gobbi cosa ci può dire dell’incontro tra Polizia cantonale e Guardie di confine?

«Se arriva l’ordine da Berna di intensificare i controlli, evidentemente, oltre ad avere un effetto sulle Guardie di confine, implica delle conseguenze anche sul dispositivo della Polizia cantonale. Sul dettaglio non posso ovviamente esprimermi, anche perché i terroristi sono molto attenti alle informazioni fornite dalle autorità; hanno difatti un buon monitoraggio dei media e quindi occorre mantenere un certo riserbo sulle strategie che adottiamo. Il tutto per una maggiore sicurezza delle operazioni. L’incontro di questa mattina conferma comunque l’ottima collaborazione tra le forze dell’ordine presenti sul nostro territorio, collaborazione che in situazioni come questa, viene conseguentemente intensificata».

Il piccolo Ticino può pensare a misure concrete per combattere il terrorismo?

«Ci sono due dimensioni sulle quali lavorare. Per la prima faccio riferimento a un’operazione di polizia avvenuta la scorsa settimana a Merano che ha portato all’arresto di 13 persone implicate nel reclutamento di terroristi. Il fatto che la base di reclutamento si trovasse in un appartamento a Merano, deve farci riflettere. Perché è una citta dina simile alle nostre, con un controllo sociale ancora presente. Ciò dimostra che un sistema di sicurezza deve essere attivato in modo più sensibile. La seconda dimensione sulla quale lavorare riguarda la politica dell’integrazione. Occorre fare in modo che i cittadini stranieri che giungono nel nostro Paese – che siano di prima, seconda, terza o quarta generazione – facciano loro i nostri valori di libertà e democrazia, alfine di scongiurare il rischio di una loro emarginazione dal nostro tessuto socio-culturale. Un aspetto che potrebbe infine implicare pure il reclutamento da parte di organizzazioni terroristiche, come è accaduto di recente a cittadini svizzeri o francesi cresciuti nei nostri paesi che si sono arruolati nell’ISIS. Un rischio che dobbiamo evitare».

E i cittadini che cosa possono fare?

«I cittadini sono le nostre sentinelle sul territorio: se si sentono insicuri o osservano situazioni dubbie, devono riferirsi all’autorità. E quindi chiamare il 117, numero di riferimento nell’ambito delle urgenze. Si tratta comunque di non perdere d’occhio la normalità. È vero, gli attacchi di Parigi hanno dato un segnale molto chiaro sull’obiettivo che i terroristi volevano colpire: è stata un’aggressione al nostro modo di vivere. Ma ciò non deve impedirci di vivere la nostra libertà».

Da più lettori ci arrivano domande sul fatto che alla dogana si aspettavano code di auto che invece non ci sono state. Una sua precisazione in merito potrebbe essere utile. 

«Come indicato in precedenza, la situazione viene monitorata costantemente dalle autorità federali e cantonali competenti. Al momento nel nostro Cantone sono state attuate delle misure preventive di presenza sul territorio, che non implicano ancora disagi visibili alle nostre frontiere in particolare. A dipendenza dell’evolversi della situazione, i controlli potranno essere intensificati sulla frontiera da parte delle Guardie
di confine e sul territorio cantonale dalla nostra Polizia, ciò che potrebbe anche comportare tempi di attesa così come accaduto negli ultimi giorni sul confine con la Francia e i Cantoni romandi».

Secondo lei si deve continuare come fatto finora o dare più spazio alla repressione rispetto all’integrazione?

«Il lavoro del mio Dipartimento, in questi anni, ha sempre posto grande attenzione all’integrazione: dall’arrivo di uno straniero sul nostro territorio alla sua dimora in Ticino. Abbiamo sempre cercato di lavorare sulla condivisione dei nostri principi, lo abbiamo fatto con una pubblicazione di benvenuto con la quale spieghiamo a queste persone quali sono i nostri valori e il nostro modo di vivere, alfine che esse, nel loro processo d’integrazione, li facciano propri. È un aspetto centrale, perché dobbiamo evitare che nascano dei ghetti, piccoli o grandi che siano; forse qualcuno già c’è, ma dobbiamo evitare che si diffondano e che diventino incontrollati come invece può capitare nelle grandi città europee. Un compito che dovrebbe essere facilitato dall’essere una piccola realtà. Ma ci vuole l’impegno di tutti, a cominciare dalle comunità straniere presenti in Ticino che già oggi sono attive in questo senso. Per quanto riguarda il Cantone, ci troviamo in una fase di transizione con la partenza del delegato all’integrazione Francesco Mismirigo. Ma le preoccupazioni appena descritte, assieme al programma d’integrazione della Confederazione e del Cantone, dovranno essere centrali anche in avvenire».

La collaborazione con le altre Polizie degli altri Cantoni sarà intensi ficata?

«Per prima cosa va ricordato che la sicurezza interna nel nostro Paese è di competenza della Polizia e quindi dei vari corpi cantonali. Il livello operativo nazionale viene coordinato dalla Conferenza dei comandanti delle Polizie cantonali svizzere che ha attivato, anche a seguito degli attacchi di inizio anno in Francia, un apposito stato maggiore di condotta di polizia. Questa coordinazione avviene in stretta collaborazione con la Polizia federale, così come anche con il Dipartimento federale della difesa. Una collaborazione tra autorità cantonali e federali che ha quale obiettivo il coordinamento in caso di eventi maggiori, così come la raccolta e la gestione di tutte quelle informazioni potenzialmente sensibili che devono essere condivise tra tutti i partner».

I contatti con il Consiglio federale o i Dipartimenti federali che si occupano di affari esteri o di sicurezza sono potenziati?

«Personalmente ho contatti regolari. Per esempio giovedì e venerdì ero a Davos per l’incontro con i direttori cantonali dei Dipartimenti di giustizia e polizia e con i consiglieri federali Ueli Maurer e Simonetta Sommaruga. Credo che ogni Cantone debba sentirsi coinvolto in questa situazione. Certo, alcune regioni possono essere potenzialmente più esposte come Ginevra e Vaud con le multinazionali, Basilea con l’industria farmaceutica, Zurigo con la piazza finanziaria, Lucerna con i suoi simboli cattolici o Argovia con le centrali nucleari. Ogni Cantone ha degli obiettivi sensibili e potenzialmente nel mirino di qualche organizzazione terroristica. E ciò deve farci riflettere: nessuno può guardare solo al suo orticello, ma occorre agire tutti insieme per rafforzare la nostra sicurezza. La collaborazione intercantonale è dunque importante, così come quella tra la Svizzera e gli altri Paesi. A questo proposito domani sarò in visita ufficiale a Milano e quello della collaborazione sarà sicuramente un tema di discussione con le autorità italiane».

Operazione DUOMO nel Malcantone, arrestati sei pericolosi rapinatori

Operazione DUOMO nel Malcantone, arrestati sei pericolosi rapinatori

Poco prima delle 7.30 del 16.10.2015 a Castelrotto un’importante operazione della Polizia cantonale ha permesso di assicurare alla giustizia sei malviventi. L’operazione è stata effettuata in collaborazione con la Polizia di Stato italiana, Squadra mobile di Milano, che ha fornito importanti informazioni per fermare i criminali nonché con il Corpo delle Guardie di confine che ha assicurato il presidio delle frontiere. L’obiettivo dei rapinatori, di età compresa tra i 25 ed i 50 anni, tutti residenti all’estero, era un furgone portavalori di una ditta ticinese, che trasportava un ingente quantitativo di denaro. L’inchiesta è coordinata dal Procuratore pubblico Nicola Respini.

L’operazione, in atto da alcuni giorni e pianificata fin nei minimi dettagli, è nata grazie ad un’informazione giunta dalla Polizia di Stato italiana, che da tempo seguiva l’operato dei malviventi con numerosi precedenti penali in Italia per reati violenti legati a rapine. Dei professionisti del crimine, che non avrebbero esitato ad aprire il fuoco pur di raggiungere il loro fine. Da questa mattina erano attesi in Malcantone per rapinare un furgone portavalori. Al fronte ad attenderli numerosi agenti della Polizia cantonale nonché delle Guardie di confine che hanno assicurato la messa in atto di quanto pianificato negli ultimi giorni.

I rapinatori, a bordo di un’Audi, una Bmw e un furgone Fiat Ducato bianco, sono entrati poco dopo le 7.00 da un valico secondario sulla Tresa. Sin da subito sono stati presi in consegna dal dispositivo di polizia fino al fermo a Castelrotto, avvenuto alle 7.20 circa. Un fermo rapido e dinamico che ha permesso in poco istanti, e senza l’uso della forza, di stroncare sul nascere le velleità dei sei pregiudicati. A bordo dei veicoli sono state rinvenute delle armi nonché altro materiale da utilizzare per giungere al loro obiettivo.

Infine, si evidenzia che, ancora una volta, la collaborazione tra le forze dell’ordine operanti in Ticino e con gli inquirenti italiani ha portato ad un ottimo risultato permettendo di arrestare dei pericolosi malviventi attivi a livello transfrontaliero.

‘Polizia ticinese’, prossima tappa

‘Polizia ticinese’, prossima tappa

Da LaRegione Ticino, di Andrea Manna l Per il progetto ‘Polizia ticinese’ verrà costituito ‘all’inizio del 2016 un gruppo di lavoro’. Così il governo rispondendo a un’interrogazione del Plr. Gobbi: la parola prima ai tecnici. Il Consiglio di Stato: all’inizio del 2016 costituiremo un apposito gruppo di lavoro

“All’inizio del 2016 costituiremo un apposito gruppo di lavoro per il progetto ‘Polizia ticinese’ ”. Lo fa sapere il governo, rispondendo all’interrogazione inoltrata dal liberale radicale Omar Terraneo qualche giorno dopo l’annuncio di Norman Gobbi , durante l’ultima seduta parlamentare prima della pausa estiva, di ritirare il messaggio governativo favorevole alla proposta di Giorgio Galusero (Plr) di dar vita in Ticino a un solo corpo di polizia. Era lo scorso 24 giugno quando il Gran Consiglio ha affrontato il dossier polizia unica. Due ore di dibattito e poi l’intervento del capo del Dipartimento istituzioni: “Chiedo al parlamento, sentita la discussione e dando seguito alle istanze di chi sostiene il rapporto di maggioranza (sì al messaggio, ndr) e a quelle di chi sostiene il rapporto di minoranza (contrario, ndr), di poter elaborare un progetto di Polizia ticinese, da presentare ancora in questo quadriennio, sul quale voglio lavorare con le Polizie comunali in maniera molto stretta. Ritiro perciò il messaggio sulla mozione Galusero”. Una mossa a sorpresa che aveva innescato l’atto parlamentare di Terraneo, sottoscritto da altri granconsiglieri del suo partito – Bixio Caprara, Franco Celio, Graziano Crugnola e Nicola Pini – e da Germano Mattei di MontagnaViva.

La risposta del governo all’interrogazione è di questi giorni. “Riteniamo, in questo momento, inutile e poco realistico stabilire una tempistica esatta per quanto riguarda la presentazione al parlamento del messaggio” sulla ‘Polizia ticinese’, scrive ancora il Consiglio di Stato. E, ribadendo quanto dichiarato da Gobbi in parlamento, aggiunge: “È comunque nostra intenzione adottare il messaggio entro la fine della presente legislatura”. Ma che cosa si intende per ‘Polizia ticinese’? ‘Polizia ticinese’ uguale polizia unica? «Bisogna partire dal presupposto – dice, interpellato dalla ‘Regione’, il direttore del Dipartimento istituzioni – che al cittadino che sollecita l’intervento della polizia non importa il colore delle mostrine, non gli importa cioè se sul posto arriva una pattuglia della Cantonale o una della Polizia comunale. Quel che conta è che sul luogo di un reato o di un incidente giungano, tempestivamente, agenti di polizia competenti, in grado quindi di assolvere al meglio le mansioni attribuite loro dallo Stato. In ogni caso – puntualizza Gobbi – non c’è un solo modello di polizia unica. Si potrebbe pensare a una condotta unica e a una operatività ‘separata’, lasciando i compiti di polizia locale ai Corpi comunali, anche se questi ultimi hanno già oggi qualche difficoltà nel reclutare personale. Questi e altri gli aspetti che dapprima un gruppo di lavoro tecnico, nel quale saranno rappresentate anche Polizia cantonale e Polizie comunali, e successivamente un gruppo di lavoro politico, valuteranno».

Nel frattempo si va avanti con la LcPol, la Legge sulla collaborazione tra Cantonale e Comunali, che contempla otto regioni di Polizia comunale e altrettanti Comuni polo. Nella risposta all’interrogazione di Terraneo, il governo afferma di nutrire “seri dubbi” che il tema polizia unica, che ha occupato per diverso tempo parlamento e Consiglio di Stato, “abbia concretamente rallentato l’implementazione della LcPol con l’adozione delle convenzioni da parte dei legislativi comunali: siamo infatti informati che sono state piuttosto le questioni finanziarie che hanno rallentato, a volte anche in modo marcato, l’iter procedurale”. Al riguardo “possiamo citare i Comuni facenti parte della Regione I (Mendrisiotto Sud), il cui Comune polo è Chiasso”. Inoltre il capo del Dipartimento istituzioni “non ha mai mancato, non appena ve ne è stata l’occasione, di ribadire, oralmente e per iscritto, che l’implementazione della LcPol non poteva e non doveva essere ritardata dalle discussioni in atto concernenti la polizia unica”.

Gobbi: anticorpi contro gli abusi nell’economia

Gobbi: anticorpi contro gli abusi nell’economia

Da Regione Ticino, di Andrea Manna l Per il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi gli illeciti finanziari vanno combattuti «instillando gli anticorpi» nelle varie autorità a contatto con queste realtà. Autorità che devono collaborare, comunicare. Come avviene (cfr. articolo a lato) tra il Ministero pubblico e gli uffici del dipartimento guidato dal ministro leghista. «È un progetto che portiamo avanti da tempo proprio perché – rileva Gobbi – di ‘cavalieri d’industria’ d’oltre confine, o presunti tali, che utilizzano il nostro sistema molto liberale per propri scopi e non per quelli societari, purtroppo ce ne sono». E il progetto va esteso al resto dell’Amministrazione cantonale. «Per individuare per tempo situazioni irregolari – sottolinea il presidente del Consiglio di Stato –, è importante lo scambio di informazioni tra dipartimenti». Sono infatti diversi «i settori dell’Amministrazione a contatto con queste realtà: dall’Ias (Istituto delle assicurazioni sociali del Dss, ndr), ai servizi del Dfe, passando da quelli del Dipartimento del territorio e via dicendo». Una strategia che funziona? «Sì. Anche se ci vorrà un po’ di tempo» per entrare a pieno regime, afferma Gobbi, che in aprile ha introdotto l’obbligo per chi chiede il rilascio oppure il rinnovo di un permesso di dimora o per frontaliere di produrre l’estratto del casellario giudiziale e il Certificato dei carichi pendenti. Un provvedimento che, scoraggiando imprenditori stranieri senza scrupoli, può contribuire ad arginare anche i reati finanziari.

Reati del cui perseguimento si occupa a tempo pieno una parte dei magistrati del Ministero pubblico. Con loro collaborano, nella spesso complessa ricostruzione dei flussi di denaro, gli esperti contabili dell’équipe finanziaria della Procura. Così come, nello svolgimento delle indagini, gli investigatori della Cantonale attivi nella Ref, la sezione Reati economicofinanziari della Polizia giudiziaria. Intanto il numero dei procedimenti penali non diminuisce, anzi. «Siamo oberati di lavoro», assicura il procuratore generale John Noseda. «In giugno – aggiunge – ho segnalato al Consiglio di Stato l’esigenza di un potenziamento della Ref. Alla sezione sono già stati assegnati due analisti in più, ma servono anche ispettori di polizia in grado di condurre le inchieste. Altrimenti sarò costretto ad assumere all’interno del Ministero pubblico altri segretari giudiziari». Perché non agire sul piano legislativo per contrastare con maggior efficacia i reati finanziari? «Personalmente – afferma il pg – non vedo la necessità di modificare le normative federali. Quel che conta è di disporre delle risorse e dei mezzi necessari per applicarle». Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente dell’Associazione svizzera dei magistrati e giudice del Tribunale penale federale Roy Garré . «Sono contrario all’attivismo legislativo quando non ci sono lacune da colmare, perché alla fine rischia anche di creare incertezza nel diritto. Ritengo – prosegue Garré – che lo strumentario normativo vigente sia più che sufficiente. Penso per esempio alle norme sulla criminalità economica o al Codice delle obbligazioni, che è stato attualizzato. L’importante è di non smantellare gli organici di polizia e magistratura, ma semmai di adeguarli perché quanto le leggi prevedono – controlli e sanzioni – possa essere applicato».

«Pena blanda senza effetto rieducativo»

«Pena blanda senza effetto rieducativo»

Da Corriere del Ticino l Via Odescalchi è stata teatro di un grave fatto di sangue. Cosa insegna quest’episodio, a mente del presidente del Governo Norman Gobbi?
«Si è trattato di un reato efferato che sicuramente non fa bene al quartiere ma che permette di vedere come certi individui, quando ricevono condanne blande poi si permettono ancora di puntare un’arma di fuoco contro una persona. È sicuramente da deplorare. Mi riferisco all’italo-brasiliano condannato a sei mesi sospesi per aver travolto un agente di polizia. La pena non ha avuto l’effetto che doveva avere: l’obiettivo è sì sanzionare, ma anche rieducare. In questo caso la rieducazione non c’è stata. Probabilmente la pena non era abbastanza forte in questo senso. Una condanna a sei mesi non permette tra l’altro alle autorità di fare nulla, se non seguire e monitorare il delinquente. Fosse stata di un anno sarebbe stato diverso. Quando ci sono gli estremi per espellere un delinquente – e sono fissati dal Tribunale federale – lo facciamo sistematicamente. Fino a giovedì sera questi estremi non c’erano».

Come si possono spiegare i fatti di giovedì sera a Chiasso?
«Nel quartiere ci sono svariate difficoltà, non solo di ordine pubblico. C’è una concentrazione di problemi legati ai singoli individui che creano insieme un problema più grande, di ordine sociale, che poi ha effetto sull’ordine pubblico e sulla sicurezza».

Come valuta l’azione delle forze dell’ordine?
«Nel dramma c’è comunque soddisfazione per il fatto che nel giro di pochi giorni i cinque protagonisti dell’omicidio sono stati identificati e arrestati. Il lavoro di polizia funziona anche grazie ai mezzi di supporto quali le telecamere, ma pure per le segnalazioni ricevute».

(IMMAGINE RSI.CH)

“Non è il Bronx, ma servono pene più severe per evitare escalation”

“Non è il Bronx, ma servono pene più severe per evitare escalation”

Da liberatv.ch l Via Odescalchi, “non chiamiamola Bronx”. Gobbi sul delitto di Chiasso: “Se avessimo potuto allontanare l’italo brasiliano, lo avremmo fatto. Servono pene più severe”. Il direttore delle Istituzioni: “La giurisprudenza lega le mani e rende impotenti davanti a personaggi di questo tipo, che, di fronte a pene blande, finiscono col credersi onnipotenti. Il quartiere? Non è una zona calda, i problemi sono più profondi”.

Guarda innanzitutto al proverbiale bicchiere mezzo pieno il ministro Norman Gobbi. Contattato da Liberatv, il Direttore delle Istituzioni sottolinea come il lavoro svolto e il dispositivo messo in atto dalle forze dell’ordine (assieme alla presenza delle videocamere di sorveglianza, che hanno dimostrato ancora una volta la loro utilità in queste situazioni) abbia permesso in poche ore di identificare e fermare tutte e cinque le persone coinvolte nella sparatoria di via Odescalchi a Chiasso.
“Questo è senz’altro l’aspetto positivo che possiamo trovare nella negatività di questo evento. Evento che sicuramente avrà delle conseguenze sulle misure di controllo del territorio, e penso qui ai compiti e alle competenze delle forze dell’ordine. Le polizie comunali sono protagoniste nel controllo di prossimità, fondamentale per sapere chi abita e chi si muove sul territorio. Ma il lavoro di squadra con la Cantonale e le guardie di confine si rivela sempre più vitale per garantire la sicurezza. Quanto accaduto resta preoccupante: che a seguito di un diverbio si sia arrivati a sfoderare le pistole, spaventa. Non sono, purtroppo, situazioni da escludere, è già successo in altre parti della Svizzera, ma un simile reato non può lasciare indifferenti”.

Sgomento e preoccupazione, certo. Ma della vicenda, oltre alla sua ferocia, colpiscono soprattutto due fattori. Gobbi, cominciamo dal primo: fra i killer, a giocare il ruolo da protagonista sembra esser stato il 26enne italo brasiliano. Volto già noto alle forze dell’ordine e assurto agli onori della cronaca per aver investito un agente di Paradiso, eppure libero con sei mesi di pena sospesa.
“Se avessimo potuto allontanarlo dal nostro Paese, l’avremmo fatto subito. Purtroppo una condanna a soli sei mesi di pena sospesa condizionalmente e altri piccoli reati non sono sufficienti per la revoca del permesso secondo la giurisprudenza del Tribunale federale e questo chiaramente lega le mani alle autorità e rende impotenti davanti a personaggi di questo tipo. Dal suo caso ci rendiamo conto di come reati reputati di lieve entità, e qui siamo andati anche oltre con il fatto di Paradiso, a cui seguono sanzioni blande, qualcuno finisca poi col credersi onnipotente fino, come è accaduto giovedì sera, a fare il passo in più. Un passo che va oltre ogni limite, perché si è arrivati a puntare le armi e premere il grilletto contro altre persone. Qui certamente servono pene più severe e un conseguente mutamento di giurisprudenza in senso più restrittivo da parte del Tribunale federale. Cambiamenti necessari per far fronte a personaggi scaltri che da reati di lieve entità passano a sfoderare la pistola”.

Il secondo fattore è lo stesso quartiere: conosciuto per essere una zona calda, tanto da essersi guadagnato l’appellativo di “Bronx”.
“La vittima poteva abitare lì, come a Novazzano. Il fatto che il quartiere sia stato più volte al centro dei problemi evidentemente è a causa di chi lo frequenta, ma non è che ci sia una zona calda a livello di spaccio. La polizia in questo caso, come fa, avrebbe la facoltà di controllare e quindi debellare queste situazioni. C’è tuttavia una concentrazione, semmai, di persone problematiche. E qui c’è in realtà da porsi la domanda, come fatto dal sindaco Colombo, di come affrontare questa concentrazione di casi sociali, di persone in assistenza che devono “barcamenarsi”, creando tanti piccoli problemi che si condensano dando vita a uno più grande. Dal quartiere vi sono quindi segnali di degrado a livello non di sola sicurezza pubblica, ma sociale. Perciò parlare di Bronx mi sembra esagerato, perché non comprende tutto il problema”.

Se la parte pubblica, ha dichiarato il Municipio di Chiasso, sembra esser stata rivalutata, il problema persiste in quella “privata”, soprattutto nel casermone che va dal civico 12 al 18. Quello, poi, al centro dei grandi casi emersi negli anni. E proprio Colombo, descrivendo la situazione e l’assembramento di casi sociali, invocava un incontro per avere l’aiuto delle autorità cantonali. Il problema è certamente complesso; chi e come può intervenire allora? E il Cantone, arrivati a questo punto, intende fare qualcosa?
“Il problema principale è che è un casermone, come ha detto lei, e il fatto che si trovi in una zona appartata non fa che peggiorarlo. Fossero piccole palazzine sarebbe più facile da gestire. È chiaro che qui serve un lavoro coordinato, proprio nella pratica operativa: la sola polizia o la sola socialità non possono far fronte a queste situazioni. L’azione deve essere fatta su più ambiti: nel migliorare il quartiere, nel gestire questi casi in maniera più continua, nell’evitare che si crei questa concentrazione. Compiti non facili. Importante quindi, come nell’ambito della sicurezza pubblica, il lavoro coordinato tra autorità comunali, cantonali e anche privati cittadini, che hanno tutto l’interesse a vivere in un quartiere tranquillo. È possibile: arrivano begli esempi da altre zone urbane in cui l’attività pubblica è stata affiancata dalla voglia degli abitanti di reagire e migliorare la propria situazione”.

Ma, concretamente, cosa si intende fare?
“Bisognerà sedersi al tavolo e vedere quali strumenti mettere in campo tra le varie autorità per un’azione coordinata a livello sociale e di sicurezza pubblica”.
ibi

http://www.liberatv.ch/articolo/30962/odescalchi-%E2%80%9Cnon-chiamiamola-bronx%E2%80%9D-gobbi-sul-delitto-di-chiasso-%E2%80%9Cse-avessimo-potuto

Calano i furti nel Malcantone

Calano i furti nel Malcantone

Da Cdt.ch l Vertice ad Astano tra autorità cantonali e locali per fare il punto sulla situazione

Negli ultimi mesi sono diminuiti i furti in Malcantone ed è sensibilmente aumentata la sicurezza per i cittadini. Il dato è emerso oggi nel corso dell’incontro informativo tra autorità locali e cantonali, organizzato oggi ad Astano dal gruppo di cittadini che lo scorso aprile aveva lanciato una doppia petizione accompagnata da oltre 5 mila firme per chiedere interventi immediati per garantire più sicurezza e il ripristino dei controlli ai valichi minori, o in alternativa una loro chiusura notturna.

La risposta dello Stato alle preoccupazioni dei cittadini di Astano che rispecchiano quelle di tutto il Cantone, non si è fatta attendere.