Da www.cdt.ch
A un anno dagli scontri alla Valascia Norman Gobbi fa il punto sui nuovi sistemi di controllo richiesti entro fine stagione – «L’alternativa è una maggiore partecipazione ai costi di sicurezza assunti dal Cantone»
Da www.cdt.ch
A un anno dagli scontri alla Valascia Norman Gobbi fa il punto sui nuovi sistemi di controllo richiesti entro fine stagione – «L’alternativa è una maggiore partecipazione ai costi di sicurezza assunti dal Cantone»
Comunicato stampa
Ha preso ufficialmente avvio “Montagne sicure” il progetto di sensibilizzazione del Dipartimento delle istituzioni. La nuova campagna di prevenzione – che si aggiunge a “Strade sicure” e “Acque sicure” – ha lo scopo di sensibilizzare coloro che, indipendentemente dalla stagione, trascorrono il loro tempo libero o praticano delle attività in montagna.
Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, accompagnato dal Portavoce della Polizia cantonale Renato Pizolli e dal Direttore ad interim di Ticino Turismo Kaspar Weber, ha presentato questa mattina in una conferenza stampa che ha avuto luogo sulle piste da sci del comprensorio di Airolo la nuova campagna di sensibilizzazione del Dipartimento delle istituzioni “Montagne sicure”.
Come ha spiegato il Consigliere di Stato Norman Gobbi il progetto è nato in seguito a una serie di incidenti gravi avvenuti sulle montagne del Cantone. Il Dipartimento delle istituzioni, grazie alla collaborazione del Dipartimento del territorio diretto da Claudio Zali, all’Agenzia turistica ticinese e alla Sezione ticinese di Soccorso alpino svizzero, ha pertanto esteso anche alle attività in montagna le campagne di prevenzione che già vengono promosse per rendere sicure le strade e le acque del Ticino.
Il responsabile del progetto Renato Pizolli ha dal canto suo illustrato il messaggio che si intende divulgare attraverso la campagna che inaugura il progetto “Montagne sicure”, rivolta agli escursionisti che nel periodo invernale vorranno effettuare gite in montagna. Affinché la montagna sia sempre un piacere si deve infatti porre l’accento sulla sicurezza. Sicurezza che passa attraverso la preparazione fisica, il materiale adeguato e la conoscenza dei luoghi, delle condizioni della neve e metereologiche.
Il progetto nel 2019 svilupperà ulteriori campagne previste per il periodo estivo e autunnale, ponendo l’accento sulle particolarità stagionali.
Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito internet www.ti.ch/montagnesicure.
Da rsi.ch/news
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11225493
Da www.rsi.ch/news
Ambrì e Lugano sollecitati a rispettare l’obbligo di messa in funzione dei dispositivi per identificare i tifosi ospiti
Le società sportive ticinesi d’élité sono state richiamate dal cantone che reclama l’introduzione delle misure contro la violenza negli stadi. In particolare gli hockey club Ambrì-Piotta e Lugano non hanno fatto nessun progresso nell’introduzione dei dispositivi elettronici in grado di identificare i tifosi ospiti come previsto dal piano antihooligan.
La lettera di sollecito dopo le comunicazioni della scorsa estate è stata inviata ai dirigenti ma pure alle autorità comunali mercoledì, il giorno dopo che il ministero pubblico ha emesso i 39 decreti d’accusa per gli scontri della Valascia dello scorso gennaio. I sistemi avrebbero dovuto essere realtà entro il prossimo marzo. Un termine che ora viene prorogato alla fine del campionato.
Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi vuole che HCL e HCAP adottino il sistema in uso alla pista di Zugo. Il consiglio di amministrazione dei bianconeri tornerà a breve ad analizzare le richieste del cantone. Lo stesso faranno i vertici biancoblù. Da parte sua il consigliere di Stato si dice certo che ora troveranno riscontro “le regolari rassicurazioni da parte dei club in merito all’impegno a favore di misure efficaci contro la violenza nello sport”.
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Club-richiamati-dal-cantone-11160651.html
Intervista all’interno delle Cronache regionali della RSI di lunedì 20 agosto 2018
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Sanzionati-42-hooligans-10793336.html
Intervista all’interno dell’edizione di lunedì 20 agosto 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10794587
Le autorità hanno identificato vari tifosi al centro degli scontri durante il match Ambrì-Losanna dello scorso gennaio alla Valascia. La polizia cantonale ha reso noto lunedì che una sanzione amministrativa è stata inflitta a 37 persone in relazione ai tumulti scoppiati dopo l’incontro di hockey su ghiaccio tra Ambrì-Piotta e Losanna, del 14 gennaio 2018 alla Valascia.
La misura, rilevano le autorità, è prevista dal Concordato contro la violenza durante le manifestazioni sportive. Altri cinque tifosi, di nazionalità tedesca, saranno oggetto di provvedimenti simili nelle prossime settimane.
Godersi lo sport in sicurezza: è questo l’obiettivo che voglio raggiungere con i servizi del mio Dipartimento. Per questo motivo a luglio ho ribadito a club e Comuni l’intenzione di voler attuare misure come l’utilizzo di sistemi per identificare i tifosi nel settore ospiti durante le partite di hockey.
Oggi le persone coinvolte nei disordini alla Valascia di inizio anno sono state sanzionate dal profilo amministrativo. Chi disturba l’ordine pubblico creando caos e pericolo in un momento di condivisione non può e non deve rimanere impunito. Come la maggior parte dei ticinesi voglio vivere gli eventi sportivi in serenità, insieme alla mia famiglia e agli amanti dei nostri sport!
Il preciso “lavoro d’inchiesta degli inquirenti della polizia cantonale ha perciò permesso di identificare e sanzionare, complessivamente, 42 persone, tra chi faceva parte della tifoseria locale e appartenenti a quella losannese”.
Parallelamente, si rileva, va avanti l’inchiesta penale “nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con diverse responsabilità ai disordini”. Le ipotesi di reato evocate sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamenti, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.
Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 21 agosto 2018 de La Regione
Valascia, multe a 42 tifosi
Avevano provocato disordini lo scorso 14 gennaio
I tifosi facinorosi sono stati multati. È il primo provvedimento intrapreso nei confronti degli autori dei disordini provocati a margine dell’incontro di disco su ghiaccio nella partita tra Hcap e Hc Losanna dello scorso 14 gennaio alla Valascia.
Lo comunica la Polizia cantonale, precisando che la sanzione è prevista dal Concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Dopo le prime 37 persone, altre cinque di nazionalità tedesca saranno oggetto di analoghe misure nelle prossime settimane. Sono dunque 42, in totale, le persone appartenenti alla tifoseria locale e a quella losannese identificate e sanzionate amministrativamente. Parallelamente prosegue l’inchiesta penale nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con varie responsabilità ai disordini. Le ipotesi di reato sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamento, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.
Il lavoro d’identificazione dei facinorosi è stato lungo e ha richiesto la visione di numerosi filmati.
La Polizia cantonale comunica che, in relazione ai disordini scoppiati a margine dell’incontro di disco su ghiaccio HCAP-HC Losanna del 14 gennaio 2018, 37 persone sono state oggetto di una sanzione amministrativa come previsto dal Concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Altre 5 persone di nazionalità tedesca saranno oggetto di analoghe misure nelle prossime settimane.
Grazie al minuzioso lavoro di inchiesta degli inquirenti della Polizia cantonale, sono dunque 42, in totale, le persone appartenenti alla tifoseria locale e a quella losannese identificate e ora sanzionate amministrativamente. Parallelamente prosegue l’inchiesta penale nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con varie responsabilità ai disordini. Come si ricorderà, le ipotesi di reato sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamento, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.
Servizio all’interno dell’edizione di venerdì 13 luglio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10684625
Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 14 luglio 2018 de La Regione
Da Aeschlimann (Hcl) e Lombardi (Hcap) soddisfazione per la scelta di non identificare tutti i tifosi ma solo gli ospiti.
Nessuna schedatura in entrata per i tifosi locali di hockey su ghiaccio e calcio, nessun obbligo per le società di dotarsi di sistemi informatici che registrino alle casse i volti delle persone come inizialmente ventilato. La soluzione tracciata ieri dal Dipartimento istituzioni per evitare che si ripetano incidenti e tafferugli, come quelli accaduti alla Valascia e alla Resega, è ‘soft’ e, per certi versi, pedagogica. Se da una parte le piste di Ambrì Piotta e Hockey Club Lugano dovranno ‘‘attrezzarsi entro marzo 2019 di sistemi per identificare i tifosi dei settori ospiti’’, ai sodalizi sportivi non vengono date direttive particolari su come provvedere. Nessun obbligo dall’alto insomma, nessuna direttiva ‘ad hoc’. «È una soluzione evidentemente di compromesso – annota interpellato dalla ‘Regione’ Norman Gobbi, direttore del Di –, ora starà ai club attivarsi. La nostra decisione è anche un gesto di fiducia nei loro confronti». Fiducia che però dovrà avere riscontri, «perché sennò le prime ipotesi formulate potrebbero tornare in campo». Ma c’è ottimismo, anche perché, rileva Gobbi, «è anche nel loro interesse evitare che le piste vengano viste da parte dei tifosi come luoghi insicuri, e che quindi smettano di vedere le partite dal vivo nonostante la passione». Se situazioni come quelle post Ambrì Piotta-Losanna si dovessero ripetere, insomma, a essere danneggiati in primis sarebbero i club secondo il direttore delle Istituzioni, «perché ciò porterebbe famiglie con bambini, o coloro che amano lo sport, a rimanere distanti dagli stadi creando un danno economico ai club». Il monitoraggio, leggasi identificazione facciale, dei settori ospiti, d’accordo. Ma nel frattempo? «Quello che chiediamo alle società è di sedersi subito a un tavolo assieme alla Polizia cantonale per valutare gli accorgimenti migliori» spiega Gobbi. La decisione del Di è «valutata abbastanza positivamente» da Filippo Lombardi, presidente dell’Hcap, «ma ci riserviamo, negli incontri che terremo nei prossimi mesi, di discutere col Dipartimento e le forze di polizia». Per Lombardi «era importante che non ci fossero controlli per i settori dei nostri tifosi, sia per i costi sia per l’effetto deterrente che avrebbe un provvedimento simile sul venire o meno alla pista a vedere la partita. Constatiamo con piacere che si sia presa una strada diversa».«Si va nella giusta direzione» per Jean-Jacques Aeschlimann, direttore generale dell’Hcl. Vale a dire «quella della collaborazione, perché Gobbi ha accolto alcune delle nostre perplessità. Noi, ovviamente, siamo pronti a fare la nostra parte». Alcuni punti interrogativi certo rimangono, «soprattutto su chi finanzierà il tutto. A inizio agosto avremo una riunione del nostro Cda, e arriveremo agli incontri con istituzioni e Polizia cantonale con una posizione ufficiale». Per Aeschlimann, ad ogni modo, è importante che «il Dipartimento istituzioni abbia mostrato un’apprezzabile capacità di ascolto».
‘La sicurezza? Tra 20 e 30mila franchi a partita’
Se per l’hockey ci sono quindi cambiamenti all’orizzonte, all’Fc Lugano «abbiamo chiesto di attivarsi presso l’Associazione svizzera di calcio per trovare una soluzione sul come evitare disordini prima, durante e dopo le partite a rischio» afferma Norman Gobbi. Niente riconoscimento facciale quindi, né identificazione alle entrate. Con un avviso neanche tanto velato, però. ‘‘Se la situazione non migliorasse – scrive infatti il Dipartimento istituzioni – ci riserveremo di tornare sulla richiesta di dotare anche lo stadio di Cornaredo di un sistema di identificazione dei tifosi nel settore ospiti’’. Di più. ‘‘In assenza di significativi miglioramenti, il Dipartimento potrà decidere di aumentare sensibilmente gli importi a carico dell’Fc Lugano per il mantenimento dell’ordine pubblico in occasione delle partite a rischio’’. Costi già alti, dato che «ogni partita per la sicurezza spendiamo tra i 20 e i 30mila franchi» risponde da noi interpellato Michele Campana, direttore generale dell’Fc Lugano. «Ci invitano a discutere con le autorità e la Swiss football league per individuare possibili miglioramenti al più presto – continua Campana – e noi sicuramente lo faremo. Siamo disposti a rimettere in discussione la situazione attuale, ma penso che non ce ne siano tante di più efficienti, anzi. Però siamo a disposizione».
Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 14 luglio del Corriere del Ticino
Tifosi: il giro di vite soft convince a metà
Il Dipartimento delle istituzioni corregge il tiro e punta a controlli d’identità solo nel settore ospiti delle piste di hockey Ancora scettici i club – Aeschlimann: «Infelice il termine a marzo» – Lombardi: «Disparità di trattamento con il calcio»
Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi lo definisce «un compromesso», le società sportive coinvolte e la Città di Lugano continuano però a storcere il naso. Per arginare gli episodi di violenza negli stadi ticinesi le autorità cantonali ritengono necessari degli interventi, anche infrastrutturali. Ma se alla luce degli scontri avvenuti alla Valascia il 14 gennaio scorso tra gli ultras biancoblù e quelli del Losanna il consigliere di Stato aveva inizialmente proposto l’introduzione di controlli d’identità generalizzati all’entrata di piste e stadi, ieri a Comuni e club è stata annunciata una parziale retromarcia. «È confermata – in particolare – la richiesta che le piste di ghiaccio Valascia e Cornèr Arena siano attrezzate – entro il mese di marzo 2019 – di dispositivi per l’identificazione facciale dei tifosi nel settore ospiti» fanno sapere le Istituzioni. Il provvedimento non riguarderà dunque Curva Sud e Curva Nord e nemmeno il pubblico delle tribune.
Risparmiato dalla misura sarà anche Cornaredo. «È stato chiesto al FC Lugano di attivarsi nei confronti dell’Associazione svizzera di calcio (ASF) per contenere significativamente i disordini a margine delle partite considerate a rischio. Una richiesta analoga sarà inoltrata all’ASF dal Dipartimento, in accordo con il Dicastero sicurezza e spazi urbani della Città di Lugano». Detto ciò, le Istituzioni precisano che se la situazione non migliorasse, «il Dipartimento si riserva di ritornare sulla richiesta di dotare anche lo stadio Cornaredo di un sistema di identificazione dei tifosi nel settore ospiti». Da noi contattato, Gobbi spiega le ragioni alla base di questo giro di vite soft: «Si tratta di un atto di fiducia nei confronti delle società sportive, alle quali è stato richiesto uno sforzo minore rispetto a quanto ipotizzato inizialmente. Una fiducia che dovrà essere confermata nei fatti, altrimenti saranno da rivedere le misure di sicurezza all’interno degli stadi. In ogni caso – aggiunge – si vuole andare nella direzione di una maggiore responsabilizzazione dei club sul fronte della sicurezza. Mi auguro che questa proposta di compromesso possa trovare l’adesione e la comprensione da parte delle società, che penso abbiano capito che sulla sicurezza non si scherza, visti i possibili pericoli che anche una partita considerata tranquilla può causare».
Badaracco: «Il Cantone contribuisca»
Fin qui la visione dipartimentale. Le società tuttavia condividono solo in parte. «Da subito abbiamo garantito la nostra collaborazione, chiedendo però misure adeguate per risolvere un problema che nessuno nega» indica il managing director dell’HC Lugano Jean-Jacques Aeschlimann. In tal senso, aggiunge, «siamo soddisfatti che Gobbi abbia corretto il tiro». La soluzione ora sul tavolo «è una base sulla quale si può discutere, anche se vi sono alcuni aspetti problematici». Quali? «Il termine di fine marzo per attrezzarsi del sistema d’identificazione non è ideale. Probabilmente si sarebbe in pieni playoff ma – a livello operativo – implementare un dispositivo simile creerebbe qualche grattacapo anche a stagione in corso». C’è poi un altro aspetto sul quale Aeschlimann pone l’accento: «Dotarsi di un sistema di controllo facciale rischia di richiedere dei lavori infrastrutturali, anche perché solo un apparecchio non sarebbe sufficiente per gestire centinaia di tifosi. Bisogna dunque capire se la Città di Lugano, proprietaria della pista, è disposta ad assumersi i relativi oneri. Un dispositivo simile costa attorno ai 30.000 franchi». Abbiamo girato direttamente l’interrogativo al responsabile del Dicastero cultura, sport ed eventi Roberto Badaracco: «Sarò molto chiaro: la Città non è disponibile a farsi carico da sola di altri investimenti». In questo quadro Badaracco critica dunque le indicazioni giunte da Bellinzona: «Il Dipartimento impone delle misure, ma vuole che siano gli altri ad assumersene i costi. Così non va bene. Nei prossimi mesi sarà necessario tornare a sedersi attorno a un tavolo e definire una chiave di riparto alla quale partecipi anche il Cantone». E dello stesso avviso si dice anche il presidente dell’Ambrì Piotta Filippo Lombardi: «C’è soddisfazione poiché rispetto ai preannunci ultimativi degli scorsi mesi ora non si avanza un giudizio definitivo e si ragiona su misure applicabili. Siamo pronti al dialogo, ma sicuramente vi sono alcuni punti sui quali bisognerà avviare nuove discussioni. Penso al timing di fine marzo e al finanziamento del sistema di controllo richiesto». Non solo. Lombardi non nasconde la propria «perplessità» per «la disparità di trattamento tra hockey e calcio. E questo quando è appurato che la sicurezza durante i match di calcio comporta delle spese per singolo spettatore di sette volte superiori a quelle hockeistiche». Nonostante il parziale sconto delle Istituzioni, a regnare in casa FC Lugano non è comunque l’entusiasmo. «Non si capisce quale sia l’obiettivo delle autorità: diminuire i costi o aumentare il controllo dei tifosi?» rileva il direttore generale Michele Campana. Per poi aggiungere: «Noi di margini sul piano logistico e strutturale non ne abbiamo. Già oggi per le partite a rischio spendiamo 30.000 franchi in sicurezza. Accoglieremo però l’invito a farci avanti con l’ASF, anche se rimaniamo perplessi sull’utilità di questa mossa. Il motivo? Per l’accoglienza delle tifoserie ospiti l’ASF promuove le trasferte organizzate, con treni speciali e cortei. E ciò proprio per permettere alle forze dell’ordine di monitorare nel suo insieme i tifosi. Ora – se la volontà è questa – si può anche proibire questo genere di organizzazione. Ma mi chiedo se vi sarebbero più vantaggi o svantaggi».
Il Dipartimento delle istituzioni ha comunicato oggi ai Club sportivi e ai Comuni toccati da manifestazioni sportive sottostanti al regime di autorizzazione le proprie decisioni sulle misure di sicurezza a margine delle partite di hockey e di calcio, precisando che la protezione dell’incolumità del pubblico resta la priorità, insieme al contenimento dei costi a carico della collettività. È stata confermata – in particolare – la richiesta che le piste di ghiaccio Valascia e Resega siano attrezzate – entro il mese di marzo 2019 – di dispositivi per l’identificazione facciale dei tifosi nel settore ospiti.
Il Dipartimento delle istituzioni ha preso atto delle osservazioni dei club sportivi ticinesi e dei Comuni coinvolti.
In una lettera, le Autorità cantonali hanno quindi precisato le proprie intenzioni, ricordando che il pacchetto di misure proposte intende tutelare in modo più incisivo la stragrande maggioranza dei tifosi, che desiderano assistere alle partite di hockey e calcio in piena sicurezza, accompagnati anche dai propri figli.
Nel dettaglio, il Dipartimento delle istituzioni ha comunicato che:
È confermata la richiesta che gli stadi della Valascia e della Resega siano attrezzati – entro il marzo 2019 – di sistemi per identificare i tifosi nel settore ospiti. Le caratteristiche dei dispositivi dovranno essere definite insieme agli specialisti della Polizia cantonale, e i costi di installazione dovranno essere ripartiti fra i club e i proprietari degli stadi. Questa misura non sarà per contro attuata, per il momento, negli stadi di calcio.
È stato chiesto al FC Lugano di attivarsi nei confronti dell’Associazione svizzera di calcio (ASF) per contenere significativamente i disordini a margine delle partite considerate a rischio. Una richiesta analoga sarà inoltrata all’ASF dal Dipartimento, in accordo con il Dicastero sicurezza e spazi urbani della Città di Lugano. Se la situazione non migliorasse, il Dipartimento si riserva di ritornare sulla richiesta di dotare anche lo stadio di Cornaredo di un sistema di identificazione dei tifosi nel settore ospiti.
I responsabili di tutte le strutture sono stati invitati a voler identificare, unitamente agli specialisti della Polizia cantonale e – per Lugano – della locale polizia cittadina, ulteriori misure di tipo logistico, strutturale e in ambito di videosorveglianza, utili ad aumentare sensibilmente la prevenzione di atti di violenza.
Qualora le misure indicate in precedenza non comportassero dei miglioramenti significativi per quanto attiene l’ordine e la sicurezza all’interno e all’esterno degli stadi, il Dipartimento delle istituzioni si riserva di aumentare sensibilmente gli importi a carico del FC Lugano per il mantenimento dell’ordine pubblico in occasione di partite a rischio.
Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 3 maggio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10426550
Le polemiche per gli episodi violenti dello scorso 14 gennaio alla Valascia hanno occupato ampi spazi sui media. La recente operazione di polizia coordinata dal Ministero pubblico, con il fermo a domicilio degli indagati per necessità d’inchiesta, e le misure da me ipotizzate contro il tifo violento, hanno suscitato un forte malumore in particolare tra le tifoserie organizzate.
Non sono sorpreso, anche se il numero di persone che hanno espresso il loro disappunto è in verità alquanto ridotto. La maggioranza dei cittadini sembra invece aver capito e condiviso il lavoro del Ministero pubblico e le mie preoccupazioni, in qualità di Direttore del Dipartimento delle istituzioni, di fronte all’escalation della violenza. La mia proposta di adottare misure più incisive ha quale obiettivo di consentire al pubblico di partecipare agli eventi sportivi in modo gioioso e spensierato, senza timori per la propria sicurezza.
Con rammarico, ho preso atto che nonostante l’attività di prevenzione e le campagne di sensibilizzazione, esistano tuttora persone che si recano nelle piste di ghiaccio o negli stadi con l’unico obiettivo di provocare problemi d’ordine pubblico, sfidando le forze dell’ordine, mettendo in pericolo l’incolumità degli spettatori e minacciando lo svolgimento regolare dell’evento.
Le nuove misure e l’effetto dissuasivo
Questi fatti non sono più tollerabili e vanno implementate misure più severe che consentano di sanzionare gli autori che danneggiano l’immagine dei club e non da ultimo quella del nostro Cantone. Nel mio ruolo, non posso correre il rischio di lasciare senza protezione il territorio per porre rimedio ai problemi che si verificano durante gli incontri non considerati a rischio. I dispositivi imponenti sono infatti adottati soltanto per gli eventi giudicati ad alto rischio.
La Polizia cantonale deve comunque garantire la sicurezza ed è quindi necessario rivedere costantemente il modo di proporsi, scegliendo misure che hanno già dimostrato la loro efficacia in contesti analoghi per l’effetto dissuasivo e per l’identificazione dei colpevoli. Tra queste, sicuramente l’abbinamento di un documento a un biglietto d’entrata e il riconoscimento facciale possono rivelarsi particolarmente utili.
La riduzione delle spese di sicurezza per tutti
L’implementazione di queste soluzioni può certamente infastidire una minoranza, trovando però un vasto consenso tra la popolazione. La Polizia deve continuare con l’attività di prevenzione per isolare pochi esagitati che rovinano gli eventi. Oltre ai danni materiali, spesso sono coinvolte persone che non hanno nessun legame con il tifo violento. Questo rischio tiene distante dalle piste intere famiglie e i loro figli, che preferiscono seguire le partite alla televisione. Qualcosa va inoltre fatto anche per ridurre il rischio di ferimenti nei ranghi delle forze dell’ordine.
Il fenomeno della violenza costa alla collettività ogni stagione delle cifre consistenti: rilevo che gli interventi di polizia sono soltanto in parte a carico dei club sulla base del concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Per il resto i costi, negli ultimi anni di poco inferiori ai tre milioni di franchi, sono totalmente a carico dei contribuenti.
La sicurezza privata è invece a carico dei club, così come le multe delle Federazioni inflitte per comportamenti inaccettabili, che non hanno nulla a che vedere con la passione per la propria squadra.
I soldi che i club devono spendere per la sicurezza, indicativamente attorno al mezzo milione di franchi all’anno, mancano nelle loro casse in particolare per il rafforzamento della squadra e per lo sviluppo del settore giovanile.
Mi preme ribadire a gran voce che il mio unico obiettivo è quello di garantire la sicurezza. Tutti devono avere la possibilità di partecipare agli eventi di aggregazione sportiva senza sentirsi minacciati. Per questo, mi impegnerò per trovare un accordo con le parti per adottare nuove misure già a partire dalla prossima stagione. L’augurio è quello di poter vivere in futuro delle manifestazioni in cui il tifo organizzato sia valorizzato per il suo modo di proporsi positivo, caratterizzato da coreografie e cori a sostegno della propria squadra.
Articolo apparso sull’edizione di mercoledì 21 marzo 2018 de La Regione
Il magistrato inquirente spiega che l’operazione ha peraltro consentito di trovare nelle abitazioni di alcuni indagati un tirapugni, bastoni e fumogeni
«Sembrava un blitz antiterrorismo. Un intervento esagerato e sproporzionato. Più che altro dimostrativo per propagandare misure, come la custodia di polizia, che si vorrebbero introdurre» anche in Ticino. Lo sostiene (vedi ‘laRegione’ di venerdì 16) l’avvocato Costantino Castelli, patrocinatore dei 13 tifosi biancoblù prelevati dagli agenti all’alba di mercoledì 14 nelle rispettive abitazioni, portati in Centrale e interrogati in veste di indagati per le violenze scoppiate il 14 gennaio alla Valascia a margine dell’incontro Hcap-Losanna. Anche Gioventù Biancoblù in un comunicato parla di azione “spropositata viste le accuse di sommossa, travisamento del viso, violenza, lancio di oggetti, legge sugli esplosivi”. Tirato in ballo, il consigliere di Stato Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni, ha negato di aver messo il naso nell’inchiesta. Competenti, ha aggiunto, sono Ministero pubblico e Polizia cantonale.
«Confermo», spiega alla ‘Regione’ il procuratore capo Nicola Respini, titolare delle indagini: «Quanto ho concordato con la polizia poggia sull’attuale Codice di procedura penale e su precise necessità d’inchiesta. Non abbiamo inventato nulla né improvvisato, né si è trattato di un’azione dimostrativa. Semmai preventiva, visto quanto trovato in talune abitazioni. Considerate le circostanze, ritengo che l’intervento non sia stato affatto sproporzionato».
‘Comunicano su chat e WhatsApp’
Da una parte, specifica il magistrato, va considerato l’elevato numero di indagati (17) che gli agenti non hanno potuto fermare al momento dei fatti – perché impegnati a separare le tifoserie e a ristabilire l’ordine – e ai quali si è giunti in base ai filmati: «Quando sono pochi solitamente vengono convocati in polizia inviando loro una lettera. Risultato? Molto spesso, essendo in contatto fra loro e circolando la voce relativa alla convocazione, concordano prima la versione da fornire agli agenti». Che questo accada «è noto e se n’è avuta prova anche in questo frangente: dopo i primi quattro fermi, e diverse ore prima che venisse divulgata la notizia dagli inquirenti tramite comunicato stampa, sulle loro chat e gruppi WhatsApp è iniziata a circolare la notizia». Tanto che uno degli indagati si è reso irreperibile, per poi presentarsi spontaneamente in Centrale. Da qui – sottolinea il procuratore – la necessità d’intervenire con una modalità «tale da evitare il pericolo di collusione e inquinamento delle prove». In tal senso – aggiunge – va recepita anche la perquisizione delle abitazioni: «Volta a ricercare oggetti potenzialmente affini alla violenza negli stadi, ha permesso di scoprire un tirapugni, bastoni e fumogeni». A far discutere è stata anche la decisione di registrare le impronte digitali e prelevare materiale per gli esami del Dna. «Dopo gli scontri del 14 gennaio – risponde il procuratore – sul posto sono rimasti oggetti di vario tipo che le tifoserie hanno scagliato contro gli avversari e gli agenti. C’era di tutto, anche girelli contapersone in metallo lanciati contro la polizia, quindi non per difendersi da un attacco dei tifosi avversari, come qualcuno ha dichiarato. Peraltro una donna lucernese è stata ustionata da un fumogeno. Ora, per stabilire le singole responsabilità e colpe, e formulare le giuste proposte di pena, è necessario sapere con esattezza chi ha fatto cosa e dove. Esercizio non facile, avendo tutti agito a volto coperto. Da qui la necessità di procedere anche con impronte e Dna».
‘Sono stati collaborativi’
L’avvocato Castelli contesta, Gioventù Biancoblù contesta. E i singoli indagati? «Si sono comportati bene, sono stati collaborativi, hanno rinunciato al diritto di farsi assistere da un avvocato, non hanno fatto obiezioni né avanzato lamentele», risponde il pp Respini: «Anche le perquisizioni in casa si sono svolte senza problemi». Quanto ai quattro indagati assenti su 17 (tre si trovavano Oltralpe e uno in ospedale), «i familiari hanno prestato la massima collaborazione fornendo subito i recapiti».
Interpellanza in Consiglio di Stato
Le modalità dell’operazione sono anche oggetto di un’interpellanza inoltrata ieri al Consiglio di Stato dai deputati Sara Beretta Piccoli e Paolo Peduzzi (Ppd e Gg).
“Per quale motivo la polizia ha ritenuto necessario fare irruzione, alle 6 del mattino, in casa delle persone sospettate di partecipazione ai tafferugli?” chiedono i due deputati: “Non era possibile procedere con una semplice convocazione, come è stato fatto con i sospettati non reperiti a casa?”.
Beretta Piccoli e Peduzzi chiedono inoltre se il prelievo del Dna e delle impronte digitali era necessario, quale lo scopo dell’esame e il costo, come pure quello dell’intera operazione. “È vero che le persone convocate, sono state fotografate prima dell’inizio della partita, che secondo le autorità stesse era ritenuta di rischio medio?”, domandano. “Se sì, questa è la normale prassi adottata per le partite a rischio medio? E quale per quelle ad alto rischio?”, si legge nell’interpellanza. “Come mai nella stessa serata nessuno dei tifosi vodesi è stato identificato?”.