Diamo seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo

Diamo seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo

Dal Mattino della Domenica del 7 febbraio 2016 – SÌ all’iniziativa d’attuazione: per la nostra sicurezza e per il nostro rispetto

C’è molta carne al fuoco il prossimo 28 febbraio. Non penso solamente all’importante votazione sul risanamento del San Gottardo, bensì anche all’iniziativa per l’attuazione dell’espulsione degli stranieri che commettono reati. Per la sicurezza di tutti i cittadini è fondamentale sostenere questa iniziativa: non vogliamo e non possiamo più tollerare sul nostro territorio criminali stranieri, i quali mancano innanzitutto di rispetto al Paese – e di conseguenza al Popolo – che li ha accolti, che li ha dato una casa, un lavoro, un luogo dove vivere. A questo punto del dibattito, infiammatosi nelle ultime settimane, qualche fatto concreto dev’essere evidenziato come merita. Vicende reali, che hanno riempito la cronaca dei nostri media. Come nel caso del cittadino straniero di origine croata che nel 1993 fu condannato per violenza carnale commessa sul nostro territorio. Scontata la pena nel suo Paese, nel 2012 la persona richiese un permesso di soggiorno in Ticino, dove risiedono la moglie e i figli. E quando la richiesta fu respinta dal Dipartimento delle istituzioni – decisione poi confermata sia dal Governo che dal Tribunale cantonale amministrativo – questa persona si rivolse al Tribunale federale, che nel settembre 2014 gli diede ragione, sconfessando le autorità cantonali. Secondo l’Alta corte, il cittadino croato non rappresentava più un pericolo concreto per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (!). Stiamo parlando di violenza carnale, non di un – seppur grave – furto. Un caso che oserei definire eclatante, un caso che non deve più verificarsi, poiché ci sono di mezzo la sicurezza e l’ordine pubblico del nostro territorio e di tutti i cittadini!

Sono questi i motivi per i quali già nel 2010 fui l’unico Consigliere nazionale della Deputazione ticinese a difendere la prima iniziativa lanciata dall’UDC per l’espulsione dei criminali stranieri. La dimostrazione che non mi sbagliavo venne quando il nuovo testo costituzionale fu approvato dal Popolo ticinese e da quello svizzero così come dalla maggioranza dei Cantoni. Peccato che, nonostante la creazione di gruppi di studio e varie consultazioni, nulla si sia mosso a livello normativo, mentre sul nostro il numero di incarcerazioni di stranieri nei penitenziari non ha mai smesso di aumentare. A questo punto, credo quindi sia venuto il momento di dare finalmente seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo, il nostro Sovrano, senza se e senza ma. C’è infatti in gioco la credibilità della nostra democrazia, del nostro sistema di democrazia diretta che rappresenta la nostra forza e, perché no, anche il nostro orgoglio. Al di là delle narrazioni dei contrari a ogni costo, pronti a mettere in gioco pure la volontà popolare – aspetto molto pericoloso – i numeri sono inequivocabili. La Svizzera detiene infatti il poco invidiabile record europeo di detenuti stranieri, che oggi rappresentano il 74% della popolazione carceraria. Una situazione estrema che è addirittura peggiore in Ticino, dove 4 detenuti su 5 sono stranieri.

Questa situazione non è più tollerabile! Grazie all’iniziativa per l’attuazione possiamo raggiungere tre obiettivi: 1) rendere giustizia alla chiara volontà espressa dal Popolo svizzero e ticinese;
2) ridurre, grazie all’effetto deterrente, i reati, e con essi i costi amministrativi della giustizia e quelli per la risocializzazione dei detenuti; 3) non consentire più che stranieri autori di ripetuti atti criminali gravi possano restare nel nostro Paese. Non possiamo più ignorare che la situazione continua a peggiorare sul fronte della sicurezza, e non possiamo più continuare a negare l’applicazione del testo approvato dal Popolo svizzero nel 2010. Per tutte queste ragioni, sostegno fermamente l’iniziativa di applicazione, e il 28 febbraio invito i Ticinesi a votare un «sì» convinto. Per la nostra sicurezza e per il nostro rispetto!

Dal 2010 la situazione è peggiorata

Dal 2010 la situazione è peggiorata

Ticino: quasi l’80% dei detenuti è straniero

Era il lontano 2010 quando fui l’unico Consigliere nazionale della Deputazione ticinese a battermi tenacemente a favore dell’iniziativa popolare per l’espulsione dei criminali stranieri. L’esito delle urne ci diede ragione: infatti, il Popolo ticinese (61.3%) e quello svizzero (52.9%), nonché la maggioranza dei Cantoni (17.5%), approvarono il nuovo testo costituzionale che prevede l’espulsione degli stranieri residenti condannati per atti criminali di una certa gravità. Da allora, nonostante la creazione di gruppi di studio per l’attuazione del testo costituzionale e la consultazione svolta nei partiti e nei Cantoni nel 2012, nulla si è mosso. Anzi no, qualcosa di fatto è accaduto: il numero di incarcerazioni di stranieri nelle strutture carcerarie svizzere è aumentato negli ultimi anni.

L’incremento del numero di stranieri incarcerati, registrato negli ultimi anni, ha continuato, difatti, a consolidarsi e la Svizzera detiene ormai il per nulla invidiabile record europeo di detenuti stranieri: ben il 74%. In Ticino la situazione è ancora peggiore: 4 detenuti su 5 sono stranieri. Dati che, confrontati con quelli europei, evidenziano una forte e allarmante differenza con quanto accade nell’Unione europea, dove si registra una percentuale di detenuti stranieri, marcatamente inferiore, pari al 21%. In Italia circa un terzo dei detenuti registrati sono di origine straniera (in maggioranza nelle detenzioni di breve durata), mentre i due Paesi dell’UE con il tasso più alto sono il Belgio con il 42% e l’Austria con il 46%.

Votando a favore dell’iniziativa d’attuazione possiamo consolidare e migliorare tre aspetti importanti. In primo luogo si potrà dar finalmente seguito alla chiara volontà che il Popolo svizzero e quello ticinese hanno espresso nel 2010: l’esercizio dei diritti politici non deve rimanere un semplice esercizio di stile. In nessun Paese come in Svizzera il Popolo è infatti veramente Sovrano; un principio, un valore, che rappresenta la forza del nostro Paese e che sarebbe pericoloso svuotare di significato, specialmente in un ambito delicato e sensibile come questo. Secondariamente, sarà possibile ridurre i costi relativi all’amministrazione della giustizia e alla risocializzazione dei detenuti; queste spese, grazie all’effetto deterrente e alle conseguenze amministrative (perdita del diritto di soggiornare nel nostro Paese) consentiranno potenzialmente di ridurre i reati gravi e quindi le conseguenti incarcerazioni. Infine, grazie all’iniziativa si potranno evitare i casi in cui stranieri colpevoli di aver commesso in più di un’occasione atti criminali ritenuti gravi non possono essere allontanati dalla Svizzera. Sono situazioni che difficilmente sono comprensibili e ancora tollerabili dai cittadini elvetici. Gli esempi in questo ambito purtroppo non mancano nemmeno in Ticino, dove le decisioni prese dai servizi della migrazione del Dipartimento delle istituzioni e confermate dal Tribunale cantonale amministrativo vengono poi annullate dal Tribunale federale. In questo senso ricordo il caso di un cittadino di origine croata che nel 1993 commise il reato di violenza carnale per il quale fu condannato e in seguito scontò la pena nel suo Paese. Nel 2012 la persona in questione fece domanda per ottenere un permesso di soggiorno in Ticino, dove risiedono la moglie e i figli; richiesta che – per motivi di sicurezza e di ordine pubblico – fu negata dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni. Una decisione in seguito confermata sia dal Consiglio di Stato che dal Tribunale cantonale amministrativo. Il 15 settembre 2014, il Tribunale federale sentenziò invece che il cittadino croato poteva risiedere in Svizzera poiché, secondo l’Alta corte federale, non rappresentava più un pericolo concreto per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, annullando di fatto le decisioni prese in precedenza dalle istanze cantonali.

Concludendo, la situazione dal voto del 2010 è peggiorata, segnando pure un aumento delle incarcerazioni e del numero di detenuti di origine straniera. Le critiche mosse contro l’iniziativa per l’attuazione, soprattutto sul fatto che il testo proposto sia troppo rigido, provengono da coloro che in questi 5 anni non hanno permesso la realizzazione del testo votato e approvato dal Popolo svizzero nel 2010. Sostengo quindi fermamente l’iniziativa, e il 28 febbraio invito tutti i cittadini a votare un sì convinto per riuscire finalmente a concretizzare la chiara volontà espressa nel 2010!
Norman Gobbi, Consigliere di Stato, Airolo

Macroregione alpina, parla Norman Gobbi

Macroregione alpina, parla Norman Gobbi

Da Cdt.ch l Il presidente del Consiglio di Stato è intervenuto in Slovenia a nome della Svizzera nel quadro del progetto che coinvolge sette Nazioni europee

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi è intervenuto oggi a Brdo (Slovenia) alla prima assemblea generale della Strategia per la macroregione alpina (Eusalp), presentando la posizione dei Cantoni elvetici sul nascente progetto di sviluppo economico e sociale che coinvolge sette Nazioni europee e 48 regioni dell’arco alpino.

Il Presidente del Governo ticinese – accompagnato per l’occasione dal Cancelliere dello Stato Giampiero Gianella e dal Delegato per i rapporti transfrontalieri Francesco Quattrini – ha partecipato all’assemblea generale di Eusalp come unico delegato della Conferenza dei Governi dei Cantoni alpini, e ha preso posizione a nome di tutti i 26 Cantoni della Confederazione.

Nel suo intervento, ha anzitutto sottolineato la pertinenza dei tre ambiti di intervento sui quali si basa la Strategia Eusalp: la Crescita economica e l’innovazione, la mobilità e la connettività, e l’ambiente e l’energia. Il Presidente del Consiglio di Stato ha quindi chiesto – a nome dei Cantoni elvetici – che le prossime fasi di elaborazione della strategia accordino un ruolo centrale ai temi dello sviluppo economico e dei collegamenti per il trasporto di merci e persone, con riferimento all’imminente apertura della galleria di base del San Gottardo e all’importanza del completamento dei collegamenti a Nord e a Sud della Svizzera.

È stato inoltre posto l’accento sull’esigenza che le relazioni fra le regioni alpine e le confinanti aree metropolitane siano organizzate in base al principio della solidarietà – in un’ottica di partenariato paritario – e sull’importanza di salvaguardare le competenze dei Cantoni e delle Regioni, secondo le loro specificità.

Per quanto concerne la governanza di Eusalp, Gobbi ha ribadito l’importanza dell’approccio dal basso che pone Paesi, Regioni e Cantoni su un piano di uguaglianza decisionale.

http://www.cdt.ch/ticino/cantone/147487/macroregione-alpina-parla-norman-gobbi

Norman Gobbi: “Il Ticino non può rimanere isolato!”

Dal Mattino della Domenica:San Gottardo: il secondo tunnel è l’unica soluzione

Chiediamoci realmente: cosa succederebbe se il nostro Cantone rimanesse isolato dal resto della Svizzera per 3 anni? Sarebbe una vera e propria catastrofe!”. Inizia così la nostra chiacchierata con il Ministro leghista Norman Gobbi, Presidente del Governo ticinese, che sul risanamento del San Gottardo ha espresso più volte la sua chiara opinione. “Si tratta di mettere al primo posto gli interessi del Ticino. Anch’io, come Leventinese, sono ad esempio preoccupato per il fatto che AlpTransit potrebbe ulteriormente marginalizzare le regioni periferiche del Cantone, ma non per questo non riconosco la bontà del progetto e le ricadute positive che esso avrà sul nostro territorio.” È un Norman Gobbi che ragiona quindi da uomo di Stato, a maggior ragione dopo l’emozionante cavalcata per il Consiglio federale dello scorso anno, nella quale ha potuto toccare con mano come il nostro Cantone è visto nel resto della Svizzera. “Anche se in taluni casi gli altri capiscono le nostre rivendicazioni, non si può certo dire che queste siano veramente comprese”.

Un aspetto determinante, quest’ultimo, specialmente in vista della votazione del prossimo 28 febbraio, che rappresenta un crocevia decisivo per i destini del nostro Cantone. In ballo c’è, infatti, il rischio che il Ticino rimanga isolato dal resto della Svizzera. Ma non finisce qui. Dietro questa votazione c’è pure il rischio di compromettere la coesione nazionale del nostro Paese. “Nella mia campagna federale ho più volte ricordato il ruolo fondamentale che il Ticino, quale minoranza linguistica e culturale, svolge per l’intera Svizzera, evitando una netta contrapposizione tra la Svizzera tedesca e quella romanda”. Un ruolo che senza il San Gottardo verrebbe completamente ridimensionato, se non peggio.

Inoltre, Norman Gobbi si sofferma su un aspetto importante, ovvero l’aumento di capacità, specificando che questo non avverrà. In questo senso, ricorda difatti che “il Ticino si è sempre opposto – e continuerà a farlo – a un aumento di capacità della galleria autostradale del San Gottardo, che , tra l’altro, è pure vietato dalla Costituzione e dalla legge federale. In futuro per aumentare la capacità del tunnel bisognerà lanciare un’iniziativa popolare, raccogliere le firme e vincere la votazione, ottenendo la maggioranza di popolo e Cantoni”. Infine, tiene a precisare sollevare dubbi sulla certezza di questa procedura significa mettere in discussione l’essenza stessa della democrazia diretta elvetica!

Il secondo tunnel è dunque l’unica strada percorribile se vogliamo ancora sperare in un futuro migliore per il nostro Cantone. Perché di questo si tratta: una scelta responsabile per le generazioni future. Una strada che tra l’altro presenta il miglior rapporto costi-benefici, come indicato anche dal Consiglio federale. Ma c’è di più. “Non bisogna sottovalutare gli aspetti legati alla sicurezza. Oggi nella galleria del San Gottardo il rischio di incidenti frontali è purtroppo elevato, come testimoniano tutte le persone che, come me, regolarmente percorrono questo tunnel. Un rischio che, con il secondo tubo, verrebbe finalmente eliminato”. Su questa motivazione, i contrari al risanamento del Gottardo hanno sempre glissato, non rendendosi conto che ci sono in gioco la sicurezza dei cittadini-conducenti e la vita di molte persone. “Il secondo tubo rappresenta quindi l’unica soluzione per il futuro del nostro Cantone – e di riflesso anche della Svizzera – e per la sicurezza della popolazione!” indica Norman Gobbi. Un Norman Gobbi al solito combattivo e pronto a continuare a difendere gli interessi del Ticino, che conclude invitando tutti i Ticinesi a votare SÌ il prossimo 28 febbraio. “Una sfida che dobbiamo vincere insieme per il Ticino!”

Obergrenze in Österreich – das sind die Folgen für die Schweiz

Österreich will die Grenzen für Flüchtlinge dichtmachen. Neue Fluchtrouten würden über die Schweiz führen, sagen Asylexperten. Besonders das Tessin wäre betroffen.

Österreichs Ankündigung, Obergrenzen für Flüchtlinge einführen zu wollen, wirft hohe Wellen. Mehrere Balkanstaaten ziehen mit gleichen oder ähnlichen Massnahmen nach, und die deutsche Kanzlerin Angela Merkel steht unter noch grösserem Zugzwang, die Zahl der Asylsuchenden in ihrem Land zu senken. Diese Entwicklung hat Folgen für die Schweiz. «Wenn es Österreich tatsächlich gelingen würde, die Grenzen dichtzumachen, dann wäre jene im Osten der Schweiz indirekt auch zu», sagt der St. Galler Sicherheits- und Justizdirektor Fredy Fässler (SP).
Sein Kanton verzeichnet seit letztem Herbst eine starke Zunahme Asylsuchender, die über die Balkanroute kommend via Österreich einreisen. Die Botschaft, die einzelne Länder mit der Grenzschliessung sendeten, kämen bei den Flüchtlingen zwar an, aber: «Sie lassen sich dadurch nicht aufhalten – sie werden lediglich ihre Route ändern», so Fässler.

Obergrenze an Unterbringung orientieren

Genau diesen Effekt befürchtet Norman Gobbi. Der Tessiner Sicherheitsdirektor sagt: «Wenn Österreich die Grenzen schliesst, wird sich die Balkanroute weiter westlich nach Italien verschieben. Die Flüchtlinge werden dann wieder vermehrt über das Tessin statt über die Ostschweiz in die Schweiz einreisen.» Weil ab Frühling zusätzlich die Mittelmeerroute häufiger genutzt wird, geht Gobbi davon aus, dass das Tessin innerhalb der Schweiz die Hauptlast der jüngsten asylpolitischen Veränderungen in der EU tragen wird.

«Es ist gefährlich, wenn einzelne Regierungen Tatsachen schaffen»: Michael Lindenbauer, Westeuropa-Chef der UNO-Flüchtlingshilfe, zum Entscheid Österreichs (Audio: Anja Burri, 21. Januar 2016).

Das beurteilt SVP-Migrationspolitiker Heinz Brand ebenso. «Der Entscheid Österreichs wird zu einer Verlagerung der Flüchtlingsströme führen. Davon wird die Schweiz und besonders das Tessin direkt betroffen sein.» Diese neuen Vorzeichen zwängen auch die Schweiz, neue Massnahmen zu erwägen, sagt der Bündner Nationalrat. Die Einführung einer Obergrenze hält Brand indes für nicht umsetzbar, da damit die europäische Menschenrechts- und die Genfer Flüchtlingskonvention verletzt würden. «Wir dürfen den Schutzgedanken für tatsächlich Verfolgte nicht aufgeben, müssen aber den Missbrauch wirksamer bekämpfen.»

Gobbi dagegen sieht darin einen gangbaren Weg für die Schweiz – «es darf keine Tabus mehr geben». Er will keine konkrete Zahl nennen, stellt aber klar, dass die Höhe der Obergrenze nachhaltig und finanziell tragbar sein müsse und nicht weit über einem europaweiten Pro-Kopf-Durchschnitt liegen sollte. Auch andere bürgerliche Politiker sagen, eine Obergrenze müsse unter bestimmten Voraussetzungen eingeführt werden – dann nämlich, wenn ausser Österreich mehrere weitere Länder quantitative Grenzen festlegen und damit völkerrechtliche Verpflichtungen missachten. «Dann müssten wir unser Asylgesetz auf dem Dringlichkeitsweg anpassen. Trotz Begrenzung müssten wir uns aber überlegen, ob wir nicht zumindest Familien und unbegleitete Minderjährige weiterhin einreisen lassen sollten», sagt FDP-Nationalrat Kurt Fluri. Wichtig sei, dass die Diskussion, wie eine Obergrenze in der Schweiz ausgestaltet und durchgesetzt werden könnte, bereits jetzt geführt werde, sagt CVP-Nationalrat Gerhard Pfister.

Grenzkontrollen intensivieren

Brand und Gobbi wollen als Reaktion auf die internationale Entwicklung zudem die Grenzkontrollen neu ausrichten und intensivieren. «Warum sollte die Schweiz das einzige offene Tor in Europa sein, wenn andere Länder das Schengen-Abkommen längst nicht mehr respektieren?», fragt Gobbi. Und Brand kündigt an, dass die SVP weitere Vorstösse zum Thema einreichen werde. In der Wintersession hatte die Partei in einer Sondersession vergeblich systematische Grenzkontrollen gefordert. «Darum werden wir jetzt nicht mehr herumkommen.» Dafür müsse das Personaletat des Grenzwachtkorps nicht aufgestockt, sondern Aufgaben neu verteilt werden, so Brand. Der grüne Nationalrat Balthasar Glättli sagt jedoch, dass weder verstärkte Grenzkontrollen noch eine Obergrenze die Zahl der Asylsuchenden senken würde: «Die Schweiz ist völkerrechtlich verpflichtet, alle eingehenden Gesuche zu prüfen.»

Fässler betont zudem, die Schweiz habe mit der Asylgesetzrevision bereits geeignete Massnahmen ergriffen, um die hohen Gesuchszahlen zu meistern. Beschleunigte Verfahren und konsequente Ausweisungen seien sinnvoller als Grenzabriegelungen, zumal die Schutzquote heute hoch sei. Er plädiert dafür, dass sich die Schweiz stärker vermittelnd in den EU-Gremien einbringe, um eine gesamteuropäische Lösung mit einem Verteilschlüssel zu finden. Denn das und nicht eine Grenzschliessung sei wohl das eigentliche Ziel der österreichischen Aktion: «Es ist ein Hilfeschrei an Europa, dass die Asylproblematik nicht ein paar wenigen Staaten überlassen werden kann.»

«Vieles ist unklar»

Wie eine solche Lösung aussehen soll, diskutieren die europäischen Justiz- und Innenminister am kommenden Montag. Auch Bundesrätin Simonetta Sommaruga wird an den Gesprächen teilnehmen. Heute wollte sie sich nicht zu den österreichischen Plänen äussern. Dazu seien diese zu wenig konkret. Deutlicher wurde SVP-Bundesrat Guy Parmelin: Der Entscheid Österreichs betreffe auch die Schweiz, sagte der Verteidigungsminister nach einem Treffen mit seinem österreichischen Amtskollegen Gerald Klug am WEF. Wie genau, sei zurzeit noch unklar – ein Einfluss auf die Fluchtrouten sei nicht ausgeschlossen.

Das Staatssekretariat für Migration weist darauf hin, dass es sich bislang lediglich um eine Absichtserklärung handle. Vieles sei unklar – nicht einmal Österreich wisse, wie es den «Richtwert» umsetzen wolle und ob dieser konform mit zwingendem Völkerrecht sei, sagt Sprecher Martin Reichlin. Die Schweiz erwarte jedoch, dass sich Österreich ihr gegenüber weiterhin an die völkerrechtlichen Verpflichtungen gemäss Schengen/Dublin halte. «Die Absichtserklärung zeigt erneut deutlich: Mehr denn je braucht es eine gemeinsame europäische Asylpolitik. Unkoordinierte nationale Antworten lösen das Problem nicht, sondern lösen oft negative Kettenreaktionen aus», so Reichlin.

da www.tagesanzeiger.ch del 22 gennaio 2016

Norman Gobbi, il personaggio del 2015 per la RSI

Norman Gobbi, il personaggio del 2015 per la RSI

Ogni anno la RSI fa il bilancio dell’anno appena passato e dei personaggi che l’han caratterizzato, in salsa ticinese. Per il 2015 l’onore del primo posto tocca al sottoscritto, come potete vedere nel video al link sotto. Un onore che senza il vostro appoggio sarebbe stato nullo, quindi a tutti voi va il mio GRAZIE per questo splendido 2015 appena terminato e i migliori auguri di un sereno, felice e proficuo 2016!

http://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/6660271

Terrorismo e Ticino: ecco la situazione ad oggi

Terrorismo e Ticino: ecco la situazione ad oggi

Oggi ho risposto all’interpellanza “II Ticino è al sicuro dalle minacce del terrorismo?” del deputato Giorgio Galusero, facendo il punto alla situazione sul fronte della minaccia per il nostro Cantone. Di seguito il testo.


Interpellanza 11 dicembre 2015
II Ticino è al sicuro dalle minacce del terrorismo?

Signor deputato, con la presente, rispondiamo alle domande da lei poste nella summenzionata interpellanza come segue:

1. Vi sono persone in Ticino che hanno manifestato simpatie nei confronti del sedicente Stato islamico o che hanno raggiunto la Siria per arruolarsi nell’Isis?

La situazione è costantemente monitorata e i casi che possono risultare problematici per la sicurezza sono approfonditi con attenzione dalla Polizia cantonale, in collaborazione con l’autorità federale responsabile per la protezione dello Stato (Servizio delle attività informative della Confederazione – SIC), organo competente anche per la comunicazione d’informazioni in merito al terrorismo.
Va precisato che in base alle informazioni e ai casi verificati, il sedicente Stato islamico ha bisogno non solo di combattenti, ma anche di scienziati, informatici, insegnanti, infermieri e medici. La propaganda di ISIS promette una società giusta e prospera per la quale vale la pena di combattere e morire. 7 dei 40 cosiddetti jihadisti dalla Svizzera sono morti (secondo un dato “non confermato”, dei 71 casi sarebbero anche 13 decessi).
La Task-Force anti-terrorismo della Confederazione, in breve Tetra, si occupa di circa 70 casi specifici, persone legate ai viaggi a fini terroristici e le relative azioni di finanziamento e sostegno, ma non solo. Il gruppo di lavoro è composto dal già citato SIC, i Cantoni, l’Ufficio federale di polizia (fedpol) e la Procura Federale.
A titolo di esempio per i casi trattati dall’autorità cantonale ticinese in collaborazione con le citate autorità federali, ricordiamo il recente allontanamento del cittadino marocchino Khachia Oussama che si è espresso in maniera esplicita a favore dello Stato Islamico, segnatamente con una copiosa ed intensa attività nei social media volta sia alla diffusione virale di materiale propagandistico pro ISIS che all’espressione delle sue propensioni anti-occidentali, come pure alla manifestazione della sua intolleranza religiosa vicina all’ideologia jihadista, spingendosi addirittura ad esternare pareri di assenso a proposito delle azioni terroristiche relative agli attentati di Parigi nel mese di gennaio 2015.

2. Quale è il livello di minaccia terroristica in Ticino?

Il grado di minaccia in Ticino è in linea con la situazione Svizzera in quanto dalla fine del 2014, il livello di rischio è giudicato elevato ed è aumentato leggermente dall’inizio di novembre 2015 in ragione d’indizi relativi all’ulteriore pianificazione di attentati nei paesi limitrofi alla Svizzera.
Nel suo recente rapporto, Tetra avverte di un “leggero aumento” rispetto alla precedente relazione nel febbraio minaccia terroristica. Da un lato, i rimpatriati dalla jihad in Svizzera potrebbero progettare un attacco contro rappresentanze diplomatiche su suolo elvetico dei Paesi impegnati nella coalizione anti-ISIS. D’altro lato, gli attacchi potrebbero essere pianificati da persone radicalizzate – mai state in Siria o in Iraq – sempre contro obiettivi stranieri su suolo elvetico, oppure obiettivi di altro tipo.
Il Ticino non si discosta da questa valutazione, soprattutto essendo un asse di transito privilegiato tra il sud e il nord Europa, così come la porta d’entrata a meridione per la Confederazione.
La situazione in materia di sicurezza è costantemente analizzata dagli organi preposti della Polizia cantonale in stretta collaborazione con i partner competenti di Confederazione e Cantoni. Secondo l’evolversi della situazione e le conseguenti analisi vengono adottate, di volta in volta delle misure puntuali e con scopi ben precisi, come ad esempio il rafforzamento della presenza sul territorio messo in atto nelle ultime settimane.

3. Intende il Governo attuare o rafforzare le misure di sicurezza nei luoghi ritenuti sensibili?

Il Consiglio di Stato è molto sensibile alla questione e per il tramite degli organi competenti mette in atto tutti i provvedimenti necessari per garantire al meglio la sicurezza pubblica. A tale scopo sono mantenuti stretti contatti con le autorità federali, le quali sono primariamente competenti in questo ambito. È bene evidenziare che le misure di sicurezza vengono adeguate in base alla valutazione della minaccia ad esempio come con il metal detector per l’ultima sessione del Gran Consiglio. Tutte le misure di cui sopra fanno parte di una valutazione generale a livello Svizzero, anche grazie alla coordinazione dello Stato Maggiore di Condotta di Polizia che, da inizio anno e a seguito dei fatti di Parigi, è stato costituito e conta al suo interno rappresentanti di tutte le regioni e di tutti i Corpi di Polizia federali e cantonali.

4. Si prevede di aumentare il grado di formazione degli agenti di Polizia per interventi di questo genere? (a Ginevra un migliaio di poliziotti stanno seguendo una formazione specifica)

Negli scorsi anni tutto il personale di Polizia ha ricevuto una formazione specifica per quanto riguarda casi di AMOK (situazioni di follia omicida), tematica che attualmente è inserita nella formazione di base dei nuovi agenti. Al riguardo sono previsti costanti aggiornamenti che vengono erogati al personale già formato nelle varie sessioni di formazione continua a livello cantonale.
Nell’ambito specifico del contro-terrorismo, il personale di Polizia è stato sensibilizzato e ha a disposizione della documentazione specifica sulle modalità di ricerca e comportamento emanata dalla Conferenza dei Comandanti delle Polizie Cantonali (CCPCS). La Scuola cantonale di polizia riceve, nell’ambito della formazione di base, un’istruzione mirata da parte del Servizio cantonale per la Protezione dello Stato, competente in materia.
Anche nell’ambito della comunicazione e delle possibili richieste che giungono dal Cittadino al personale di Polizia, sono state diffuse delle direttive allo scopo di rassicurare la popolazione ed avere una “unité de doctrine” in questo specifico ambito.

5. È intenzione del Consiglio di Stato di sgravare di compiti burocratici o non ritenuti prioritari la Polizia cantonale affinché possa aumentare il lavoro di “intelligence” e di controllo in questo specifico campo?

L’effettivo del Servizio cantonale di protezione dello Stato è costantemente adeguato in base alle necessità dettate dal livello della minaccia.
Ovviamente la priorità numero uno della Polizia cantonale è l’aspetto operativo, tuttavia affinché tutto l’apparato possa agire al meglio, è necessario che vi sia anche un supporto amministrativo funzionante.
Già ora il Comandante della Polizia cantonale, congiuntamente ai suoi quadri, si assicurano che le risorse siano suddivise in maniera efficiente ed efficace in base ai bisogni e alle priorità dei diversi servizi. Numerosi sono gli ambiti di sicurezza dei quali la Polizia si deve occupare, non sarebbe giusto, né sensato, procedere a potenziamenti univoci che non tengono conto di tutti gli interessi e necessità in campo.
Ne consegue che la Polizia cantonale monitora le minacce di natura diversa che compromettono la sicurezza del nostro territorio in maniera proporzionata, in base alle urgenze e ai rischi riscontrati, adottando poi dispositivi adeguati.
A questo proposito e proprio per poter disporre di maggiore flessibilità da alcuni mesi è attiva la Sezione operativa (SOP) che viene impiegata in base alle necessità puntuali laddove le minacce sono maggiori.
Per poter essere ancora più dinamici e permettere una maggiore celerità d’intervento, fondamentale in situazioni gravi come quelle che hanno colpito la Francia e il Belgio nelle ultime settimane, la Polizia cantonale ha implementato dal mese di marzo un nuovo sistema di aiuto alla condotta. Parallelamente e in collaborazione con il Centro Sistemi informativi del Cantone si stanno valutando dei nuovi e performanti sistemi di allarme per aggiornare quelli attualmente in servizio e che necessitano di essere ammodernati.

La moglie «Orgogliosa di te»

La moglie «Orgogliosa di te»

Da Cdt.ch l
BERNA Gli occhi di Elena brillano, mentre il marito Norman si lascia alle spalle Palazzo federale dopo una mattina – lunga un sogno – che entrerà di diritto nell’album dei ricordi più belli della famiglia Gobbi. Sulla Bundesplatz, passate le nuvole e dimenticati i protocolli, si applaude, una volta ancora, il politico, l’uomo, il marito. Fiera e sorridente c’è anche Antonella Bignasca, insieme a Toni Brunner e Christoph Blocher l’artefice di una candidatura ticinese capace di raccogliere consensi come non accadeva da tempo. Assonnati e piazzati nel loro trono, i piccoli Gaia e William hanno la testa altrove, magari in quel Franz Carl Weber visitato il giorno prima. Quello che è certo è che l’affetto di «papone» (ndr. come lo chiamano amorevolmente), consigliere federale o meno, resterà intatto. La sensazione che qualcosa sia cambiato nelle ultime settimane, invece, regna tra i grandi. «Norman ha vissuto un mese importante» ci dice Elena, mentre accompagna il marito a salutare tifosi e amici giunti a sostenerlo. «Cosa ho detto a mio marito dopo il verdetto? Lo conosco e ora va lasciato tranquillo». A caldo, in effetti, è ancora difficile affinare i metri di giudizio. Ma per Elena una cosa è più che certa: «Sono orgogliosa di Norman e del percorso che è stato in grado di compiere. Dall’investitura ufficiale nel ticket UDC, passando per le audizioni e sino ai 50 voti raccolti al primo turno, è stato un crescendo splendido». Un cammino che senza dubbi ha consolidato ulteriormente un già performante 4×4. «Nell’ultimo mese – nota la signora Gobbi – Norman ha gestito alla grande numerose pressioni, e dei media e dell’opinione pubblica. In prospettiva, dunque, è stata un’esperienza che lo fortificherà certamente». Già, il futuro. Elena non avrebbe temuto quello da moglie di uno dei sette saggi. «Sì, saremmo stati pronti a lasciare Nante per trasferirci a Berna» ci confida, mettendo in evidenza anche l’opportunità di una formazione bilingue per i figli. Chi lo sa, forse si tratta di un appuntamento con la storia solamente rimandato. Di certo, per ora, c’è che oggi Gobbi tornerà a ricoprire appieno la carica di presidente del Governo, ma soprattutto che sotto la volta del cupolone rimarrà la sua caratura, quella di un politico capace. Un profilo che, secondo Elena, «avrebbe tutto fuorché sfigurato nella veste di consigliere federale». E mentre lo dice i suoi occhi, per le emozioni ancora vivide nella mente e nel cuore, continuano a brillare.

Massimo Solari

“È ora di riaccendere la fiamma del Ticino”

“È ora di riaccendere la fiamma del Ticino”

Da Cdt.ch l Consigliere di Stato o consigliere federale? Norman Gobbi è a un bivio. Mercoledì mattina l’Assemblea federale deciderà e c’è da scommettere che anche il Ticino resterà qualche ora con il fiato sospeso. Sia quelli che tifano che quelli che gufano. Ma come vive Gobbi l’attesa? Cosa farà nelle prossime ore? È teso o rilassato? E qual è il ruolo della sua famiglia? Il Corriere del Ticino lo ha intervistato a tutto campo nell’edizione cartacea di oggi. Qui un ampio estratto.
La scorsa settimana l’ha trascorsa più a Berna che in Ticino. Ha iniziato a prendere un po’ confidenza con il Palazzo?

«Già prima di affrontare questa candidatura andavo a Berna una o due volte la settimana per impegni da consigliere di Stato. Diciamo che una certa confidenza con la Berna federale l’ho da tempo, anche perché sono stato consigliere nazionale. Non direi quindi che sto facendo una corsa dell’ultimo minuto».

Martedì scorso è stato un giorno di fuoco con le audizioni dei gruppi PLR e PPD. A caldo non ha voluto esprimersi e ora che è trascorso qualche giorno?

«Sono stati incontri cordiali, al di là delle domande critiche che i giornalisti hanno già fatto nelle scorse settimane, mi sono trovato a mio agio. Diciamo che non mi sono sentito sotto tiro, ma giustamente e legittimamente interrogato per capire come un candidato si posiziona, ma anche come si relaziona».

Era teso o è riuscito ad essere spontaneo e rilassato?

«Proprio rilassato non direi, ma ero comunque sereno. Ho voluto ribadire forte e chiaro quanto sia importante il momento per la Svizzera italiana. Dobbiamo tornare ad essere rappresentati nel Consiglio federale perché i 16 anni trascorsi sono il periodo più lungo nell’ultimo secolo di nostra assenza dal Governo federale. Oggi, più che mai, il Ticino sente la necessità di accendere la fiamma dell’amore che ci lega alla Confederazione».

Qual è stata la domanda che l’ha messa maggiormente in difficoltà?

«Le domande in inglese che mi sono state poste dai gruppi PLR e PPD sono state particolari. Credo comunque di aver dimostrato di sapere rispondere alle sollecitazioni anche in una lingua importante, pur non essendo tra quelle nazionali».

E quale situazione è riuscita a strapparle un sorriso o una risata?

«Sempre una domanda in inglese, posta da un membro del PLR che, pur leggendo da un foglio il quesito, ha fatto qualche piccolo errore e gli ho fatto presente (in inglese) che avevamo le medesime difficoltà con questo idioma. L’ho fatto in maniera spontanea e ironica ed è stato un momento di relax con una bella e sana risata da parte di tutti».

Sul fatto che lei sia e si senta leghista, ma che è convinto di rappresentare l’UDC, crede di avere convinto gli interroganti?

«Molti osservatori lo ritengono un mio punto debole. La realtà è che sono candidato ufficiale dell’UDC al Consiglio federale e che il gruppo UDC alle Camere mi ha scelto con 72 voti su 81. Mi sembra sufficiente. Inoltre dal 2003 Lega e UDC collaborano sotto la cupola di Palazzo e sono profondamente uniti da valori come la libertà, l’indipendenza, la sicurezza e il benessere della nostra Patria».

Nella sua permanenza nella capitale quante mani ha stretto? Con quanti parlamentari si è intrattenuto?

«Tanti conosciuti e tanti rincontrati. È stato positivo, anche perché la scelta che fanno deputati (ndr. a scrutinio segreto) è strettamente personale. L’empatia, credo, conti. E non poco».

I suoi detrattori sembrano un po’ stanchi. Forse perché la loro azione per screditarla non pare aver avuto grande eco?

«Non tocca a me giudicare chi mi critica, è una loro libera scelta. Già per le cantonali ero stato criticato e la miglior risposta sono stati i 73.540 voti personali che ho ricevuto. Piuttosto voglio sottolineare il sostegno unanime da parte del Consiglio di Stato e quello dell’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio. Un sostegno che non era dovuto, ma che ho fortemente apprezzato perché da un cappello istituzionale alla mia candidatura. Li ringrazio ancora, come pure ringrazio i tanti cittadini che ormai da settimane mi stanno esprimendo la loro vicinanza».

Per l’occasione ha anche aperto gli album di famiglia. Come mai? In passato era sempre stato molto riservato nel proteggere moglie e figli?

«La separazione tra famiglia e politica c’è ancora. Tengo molto ai miei affetti familiari e li tutelo sempre dalla mia azione politica. Ma è comprensibile che ci fosse un interesse da parte dei media d’oltre San Gottardo verso questa dimensione non nota, per capire chi è l’uomo (non politico) Norman Gobbi. Sono anche il solo padre di famiglia che si candida, quindi con una dimensione familiare compiuta. Insomma, lasciatemelo dire, colui che viene definito da alcuni come l’orco della politica cantonale, non mi sembra sia proprio un diavolo».

In Consiglio di Stato aveva fortemente voluto il Dipartimento delle istituzioni e, nel 2011, evitato quello dell’economia e delle finanze. Ora è proprio la casella che resterebbe scoperta con l’addio di Eveline Widmer-Schlumpf. Oggi se la sentirebbe di assumerne la responsabilità?

«Sono decisioni che vengono prese collegialmente. È noto che ci sono consiglieri federali in carica interessati ad altri dipartimenti. Ogni consigliere federale deve essere pronto ad ogni evenienza».

Domani, martedì 8 dicembre, la sera della vigilia, la cosiddetta notte dei lunghi coltelli, dove la trascorrerà?

«Con i giornalisti, mi verrebbe da dire! Ho difatti una lunga serie di richieste da parte dei media. Dopodiché, trascorrerò la serata con la mia famiglia che mi raggiungerà a Berna per starmi accanto».

A Berna arriverà anche il fan Club di Lega e UDC. Ha organizzato lei?

«No, è stata un’iniziativa spontanea che, ovviamente, mi riempie di gioia e per questo li ringrazio per il loro supporto».

Gianni Righinetti

120 Kilo auf 185 Zentimetern verteilt

120 Kilo auf 185 Zentimetern verteilt

Da Basler Zeitung – Alessandra Paone.

Mit dem Tessiner Lega-Mann Norman Gobbi würde ein wuchtiger Politiker in den Bundesrat gewählt

Gegenüber dem kleinen Bahnhof Ambrì-Piotta an der Via S. Gottardo in Ambrì steht ein grosses, hellgelbes Haus mit einem grossen Garten, darin ein kahler Baum. Am Balkon im zweiten Stock weht eine Tessiner Fahne. Ansonsten regt sich nichts. Vom Betrieb der Zahnarztklinik im Erdgeschoss ist nichts zu merken. Das Haus wirkt verlassen, wie im Übrigen die ganze Gegend am oberen Ende der Leventina, die an diesem grauen, kalten Tag Ende November noch trister erscheint.

In diesem Haus wohnte einst Norman Gobbi mit seiner Mutter. Damals wehte am Balkon noch die Fahne der Lega dei Ticinesi. Franco Celio kann sich noch gut an den jungen Gobbi erinnern. Der Tessiner FDP-Kantonsrat war an der Sekundarschule sein Geschichtslehrer. «Ich sehe ihn noch genau vor mir, wie er gross und schwer die Treppe hochrennt und ‹Nano, Lega!› ruft», erzählt er. Nano (Zwerg), so wurde der 2013 verstorbene Giuliano Bignasca genannt, Gründer der Lega dei Ticinesi und Gobbis politisches Idol. Gobbi sei ein guter und interessierter Schüler gewesen, sagt Celio. Ein leidenschaftlicher Debattierer. Feuer und Flamme für die Lega. «Manche sagen, er habe dank meinem Geschichtsunterricht zur Politik gefunden.»

Heute wohnt Norman Gobbi mit seiner Frau Elena und den beiden Kindern Gaia und William in Nante, einem Weiler, der zur politischen Gemeinde Airolo gehört. Der Bürgermeister von Airolo, Franco Pedrini, ist sein Nachbar und, so scheint es, ein Fan von ihm. Gobbi Bundesrat, das wäre perfekt. Für die Schweiz, das Tessin und die Leventina. Für alle halt. «Wir haben lange genug gewartet. Jetzt ist unser Moment gekommen.»

Flavio Cotti war der letzte Tessiner Bundesrat. Er trat 1999 zurück, seither wartet der Südkanton auf die grosse Gelegenheit, wieder in der Landesregierung vertreten zu sein. Jetzt ist sie da, mit 120 Kilo auf 185 Zentimetern verteilt, grösser denn je. Norman Gobbi, 38 Jahre alt, Legist und kantonaler Regierungspräsident, ist neben dem Zuger Thomas Aeschi und dem Waadtländer Guy Parmelin offizieller SVP-Kandidat für die Bundesratswahl vom 9. Dezember. Die SVP konnte er bereits von sich überzeugen, heute Dienstag wird er sich in den Fraktionshearings auch noch den anderen Parteien empfehlen. Während Gobbi in der Deutsch- und Westschweiz als Aussenseiter betrachtet wird, glauben die Tessiner je länger, je mehr an seine Chance. «Am Anfang
dachte ich, es sei ein Scherz. Natürlich habe ich mich gefreut, aber ich war total überrascht», erzählt Pedrini. Schon bald habe er aber gemerkt, dass es sich nicht um eine Juxkandidatur handelt. «Er scheint sowohl Christoph Blocher als auch Toni Brunner zu gefallen; sie haben ihn ja auch angefragt. Das will doch etwas heissen», sagt Pedrini und nickt bedeutungsvoll.

Durchschnitts-Tessiner will Gobbi

Bevor Gobbi nach der Trennung der Eltern mit seiner Mutter nach Ambrì zog, lebte er in Piotta. Beides sind kleine Dörfer, die mit anderen 13, noch kleineren Dörfern zur politischen Gemeinde Quinto gehören und zusammen auf insgesamt 1200 Einwohner kommen.Jeder kennt jeden, und jeder kennt Norman Gobbi.
Als ich kurz vor Mittag in Airolo in den Bus nach Quinto steige, ist ausser dem Chauffeur niemand da. Später füllt sich der Bus mit Schülern; es wird eng und laut. Das stört den Fahrer überhaupt nicht. Munter und redefreudig gibt er Auskunft. Den Norman, ja den kenne er. Noch besser kenne er aber seinen Vater. Als wir durch Piotta fahren, zeigt er mir das Restaurant, das einst Norman Gobbis Grossvater, Dante Gobbi, geführt hatte. «Sehen Sie dort vorne den Mann, der beim geparkten Auto steht? Das ist Normans Onkel.»

Der Buschauffeur, ein Freisinniger, glaubt, dass der Durchschnitts-Tessiner Gobbis Bundesratskandidatur begrüsst. Auch er, obwohl politisch nicht immer mit ihm einverstanden, könnte sich ihn gut als Magistraten vorstellen. Als Vorsteher des Justiz- und Polizeidepartements greift Gobbi auch mal zu unpopulären Massnahmen, um seinen Kanton vor allem vor der Grenzgängerflut aus dem Nachbarland Italien zu schützen – über 60 000 Italiener arbeiten im Tessin. Derzeit ist jeder vierte Arbeitnehmerm Grenzgänger und jeder zweite Ausländer.

Zur Stärkung des Tessiner Arbeitsmarktes und zum Schutz der einheimischen Arbeitnehmer erhöhte Gobbi die Quellensteuer auf Gemeindeebene von 78 auf 100 Prozent. Anschliessend beschloss er, dass alle Ausländer, die eine Aufenthaltsbewilligung wollen, ein Strafregister vorlegen müssen.

Die Massnahmen lösten in Rom beinahe eine diplomatische Krise aus; in Bern führten sie dazu, dass Bundesrätin Eveline Widmer-Schlumpf Anfang September mit einer Delegation in den Südkanton reiste. Gobbi empfing die Gäste aus der Bundesstadt mit einem Lächeln und wich kein bisschen von seiner Haltung ab. «Manchmal muss man den Leuten auf die Nerven gehen, um etwas zu erreichen», sagte Gobbi der BaZ eine Woche nach dem hohen Besuch. Und kurz nachdem ihn die Tessiner SVP offiziell als Bundesratskandidaten nominiert hatte, sagte er mit breitem Grinsen: «Wenn ich Bundesrat werde, muss bei Problemen nicht gleich eine Delegation ins Tessin reisen. Mit mir sitzt dann eine direkte Ansprechperson in Bern.»

Neben Norman Gobbi steht im Tessin noch ein anderer grosser, schwerer Mann bereit, im «Chalet fédéral» Platz zu nehmen: CVP-Ständerat Filippo Lombardi. Allerdings erhält dieser seine Chance erst bei einem frühzeitigen Rücktritt der CVP-Bundesrätin Doris Leuthard. Und dann auch nur, wenn es ihm gelingt, aussichtsreiche Anwärter wie Pirmin Bischof oder Christophe Darbellay auszustechen.

Für den Buschauffeur wäre auch Lombardi ein valabler Bundesrat, aber eher zu einem späteren Zeitpunkt. «Mit dem aktuellen Flüchtlingsproblem und dem zunehmenden Wunsch der Bevölkerung nach mehr Sicherheit ist Gobbi derzeit wohl der geeignetere Kandidat», sagt er. Ein Bundesrat Lombardi wäre auch für Airolos Gemeindepräsidenten Franco Pedrini durchaus vorstellbar, vor allem weil dieser wie er der CVP angehört. «Eigentlich müsste ich Lombardi die Daumen drücken. Aber wichtig ist, dass wir so rasch als möglich einen guten Bundesrat aus dem Tessin haben, und Norman ist nun mal näher am Ziel», sagt Pedrini. Bei Lombardi komme noch seine Partei mit taktischen Überlegungen erschwerend hinzu. «Bei der Lega wird hingegen nicht taktiert, dort geht es um alles oder nichts.»

Einen Bundesrat um jeden Preis, damit kann der Freisinnige Franco Celio nicht viel anfangen. Anders als die meisten Tessiner ist er der Meinung, dass die Interessen der Kantone am besten durch ihre jeweiligen Parlamentariervertreten werden. Einen Bundesrat aus dem Tessin zu haben, müsse nicht gleich mehr Einfluss bedeuten. Flavio Cotti etwa habe dem Tessin nicht mehr gebracht als ein Bundesrat aus
einem anderen Kanton.

Celio, der Gobbi als Schüler erlebte und der heute als Kantonsrat politisch mit ihm zu tun hat, bezweifelt, dass im Tessin alle hinter seiner Kandidatur stehen. «Wer ihn nur aus den Medien kennt, ist wenig begeistert. Er ist zwar gereift, die populistische Lega-Sprache des Giuliano Bignasca hat er aber nicht verlernt», sagt Celio.

Quinto, Hochburg der Bundesräte

Nach Enrico Celio (1940–1950) und Nello Celio (1966–1973) wäre Gobbi bereits der dritte Bundesrat, der aus einem Dorf der Gemeinde Quinto stammt. «Eine Wahl Gobbis würde den Lokalstolz verstärken», sagt Nicola Petrini, Gemeindeverwalter von Quinto. Quinto, die Hochburg der Bundesräte sozusagen. Aus der Leventina stammte auch Giuseppe Motta. Seine Amtszeit von 28 Jahren (1912–1940) ist die bisher drittlängste aller Bundesräte, fünfmal hatte er das Amt des Bundespräsidenten inne.

Auf der Rückfahrt von Quinto nach Airolo fährt der Bus durch Piotta. Wäre da nicht das Ortsschild, man würde es glatt übersehen. Die Gobbis stammen aus Piotta. Googelt man im Internet das Dorf, kommt immer wieder der Name Gobbi. Norman wird meistens als Persönlichkeit aufgeführt. Um die verschiedenen Familienstämme voneinander zu unterscheiden, gab man ihnen einen Übernamen. Norman Gobbis Familienstamm hiess Vais. Warum, das kann man nicht so genau sagen. Der Historiker Franco Celio vermutet, dass es an dem schlohweissen Haar liegt, das die Gobbis im Alter bekommen. «Gobbis Vater, Onkel und Grossvater, alle haben sie weisse Haare. Norman wird bestimmt auch mal ganz weiss werden.»

Der Bus fährt weiter durch Ambrì, vorbei am hellgelben Haus mit der wehenden Tessiner Fahne. Vorbei an Norman Gobbis Lebensstationen. Die nächste wird vielleicht Bern sein. Doch dort fährt dieser Bus nicht vorbei.