“Serve un budget di 5 miliardi”

“Serve un budget di 5 miliardi”

I delegati della Società Svizzera degli Ufficiali, riuniti a Locarno, hanno approvato all’unanimità un documento sull’esercito

I delegati della Società Svizzera degli Ufficiali (SSU), riuniti a Locarno, hanno approvato all’unanimità un documento sulla politica di sicurezza e sull’esercito svizzero. La SSU ha ribadito le sue richieste: un budget per l’esercito di 5 miliardi di franchi all’anno, un effettivo pari ad almeno 100.000 militi nonché il mantenimento dell’esercito di milizia sulla base dell’obbligo di leva.

“Dopo quattro anni era necessario adeguare la posizione ufficiale della SSU agli sviluppi e agli avvenimenti attuali”, ha spiegato il brigadiere Denis Froidevaux, presidente della società, citato in un comunicato.

Al parlamento gli ufficiali avanzano una serie di richieste: la decisione di stanziare 5 miliardi all’anno (20 miliardi suddivisi in quattro anni) per il finanziamento dell’esercito deve essere rispettata. L’esercito, afferma la SSU, necessita di un effettivo regolamentare di almeno 100’000 militi con l’opzione di un rapido aumento in caso di pericolo imminente. L’effettivo reale deve essere dunque pari a 140’000 uomini. Occorre poi rinunciare al limite di 5 milioni di giorni di servizio, poiché i giorni di servizio annuali dipendono dalle richieste e dal profilo delle prestazioni.

L’esercito, affermano ancora gli ufficiali, deve essere composto da tre brigate forti e non da due come previsto, poiché un esercito ridotto necessita di maggior flessibilità. I corsi di ripetizione da svolgere devono rimanere sei e la loro durata deve rimanere di tre settimane. Gli ufficiali sostengono anche che l’accesso al servizio civile durante e dopo la scuola reclute deve essere verificato e reso più difficile: “non si può fare cattivo uso del servizio civile per evitare le scomodità del servizio militare”.

Il brigadiere Denis Froidevaux, dopo un mandato di tre anni, è stato riconfermato alla presidenza per acclamazione per un ulteriore anno.

http://www.cdt.ch/ticino/cronaca/126957/serve-un-budget-di-5-miliardi.html

Jihad: «Il livello d’allarme è già alto»

Jihad: «Il livello d’allarme è già alto»

Il capo dei servizi informativi svizzeri Markus Seiler parla di terrorismo e attentati «Da noi decine di spie agiscono sotto copertura – Ci mancano mezzi adeguati». Il terrorismo, i conflitti nel mondo e l’estremismo violento, ma anche lo spionaggio e il furto di dati personali. Sono queste le principali minacce dalle quali il Paese deve proteggersi secondo Markus Seiler, direttore del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). Durante la conferenza «Che cosa minaccia la Svizzera nel 2015?» – organizzata ieri sera a Bellinzona, nell’auditorio di BancaStato, dal Dipartimento delle istituzioni rappresentato dal direttore Norman Gobbi – il capo dei servizi segreti svizzeri ha illustrato le sfide del prossimo futuro.

La relazione ha orbitato intorno al radar di cui si avvale il SIC per monitorare le minacce incombenti. Sul fronte della politica e della difesa, per esempio, i principali timori provengono dalle zone di conflitto in Europa orientale, Africa e nel mondo arabo. E mentre i Paesi emergenti investono sempre più fondi nelle forze militari, il mondo occidentale limita le spese. Il risultato? «Nel giro di cinque anni – ha affermato Seiler – Turchia e Russia disporranno delle forze aeree belliche più efficaci in Europa».

Sul fronte del terrorismo, la minaccia principale è data dallo jihadismo. Gli attacchi a Parigi dello scorso gennaio «non hanno innalzato il nostro livello di allarme perché questo era già molto elevato. A crescere sono invece le persone che dalla Svizzera si spostano all’estero con finalità terroristiche, per un totale di 64 casi registrati. A oggi non ci sono indizi concreti circa possibili attacchi su suolo elvetico, anche se non è possibile azzerare il pericolo di attentati».
Il capo dei servizi segreti ha poi parlato di estremismo violento e proliferazione di armi di distruzione di massa. Uno degli obiettivi del SIC è infatti prevenire che qualunque ente svizzero fornisca sostegno al programma nucleare iraniano, attraverso per esempio la fornitura di attrezzature da laboratorio.
Il capitolo spionaggio – una minaccia comunemente considerata meno pericolosa di altre – ha dato modo a Seiler di presentare alcuni aneddoti, curiosi e preoccupanti allo stesso tempo.

«In Svizzera sono presenti decine di spie che agiscono sotto copertura, spesso diplomatica. Una di queste la conosciamo tutti: Edward Snowden, un tempo attivo a Ginevra. Ma ci sono anche semplici uomini d’affari che possono trafugare informazioni sensibili senza dare nell’occhio». Talvolta in maniera banale e quasi ovvia, per di più. «Immaginate dieci persone che visitano un’azienda svizzera per la prima volta. Uno di loro finge di aver mal di stomaco e chiede del bagno, fa finta di perdersi e ne approfitta per scoprire quanto può sull’azienda. Oppure ipotizzate una conferenza come questa, in cui il relatore indice un’estrazione con premio. Vengono raccolti i biglietti da visita dei presenti, si tira a sorte e, all’uscita, i fortunati riceveranno una bottiglia di vino. Molti di voi si fiderebbero, eppure così facendo avrei raccolto all’istante indirizzi e-mail e telefoni cellulari di buona parte di voi».

La minaccia dello spionaggio riguarda infatti anche i privati, tra furti di dati su Internet e mancanza di privacy, in una costante ricerca di equilibrio tra libertà individuale e sicurezza. «Se adesso ognuno di voi spedisse un’e-mail a casa – ha ammonito Seiler – l’80 per cento di queste farebbe tappa a Londra e Washington per essere registrata e analizzata, prima di giungere a destinazione».
Il SIC non può fare molto di fronte a queste minacce. «Qualche settimana fa Berna ha dato il via libera all’assunzione di sei nuovi collaboratori al fine di fronteggiare la minaccia terroristica, mentre in Francia sono stati annunciati ben 2.860 posti aggiuntivi. Molto semplicemente, non disponiamo di sufficienti mezzi».

Eppure, qualcosa si può fare. «Appoggiare la Nuova legge sulle attività informative (LAIn), che ci fornirà una base legale moderna grazie alla quale potremo affiancare gli altri Stati europei nonché valutare e prevenire le minacce sempre più aggressive che caratterizzano il mondo di oggi» ha concluso Markus Seiler.

Corriere del Ticino, 12 febbraio 2015, di Mattia Bertoldi

Le sfide dei servizi segreti per la sicurezza del nostro Paese

Le sfide dei servizi segreti per la sicurezza del nostro Paese

Le notevoli conoscenze acquisite nel corso della sua esperienza da Markus Seiler, Direttore del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC), hanno reso la conferenza tenutasi ieri sera a Bellinzona presso l’auditorium di BancaStato un’occasione unica per riflettere su questioni di primaria importanza per la sicurezza del nostro Paese. Tengo in questa sede a ringraziare Markus Seiler per aver gentilmente accettato il mio invito e per aver permesso al pubblico in sala di “toccare con mano” le opinioni del più grande esperto in materia a livello svizzero.

Mediante il radar utilizzato dal SIC per illustrare le minacce che potrebbero interessare la Svizzera, l’oratore ha presentato i temi principali relativi alla sicurezza del nostro Paese. Come ha ricordato il capo dei nostri servizi segreti, “la Svizzera non è un’isola”. Nell’ambito degli attacchi terroristici, il livello di minaccia era già alto prima degli attentati di Parigi: la situazione dev’essere costantemente monitorata poiché, anche se al momento non vi sono indizi circa piani concreti, vi è sempre un rischio latente di emulazione o di persone che cercano di approfittare di questo “surriscaldamento”. Nell’epoca moderna, molte minacce derivano anche dalle nuove tecnologie. Markus Seiler ha rimarcato che “internet non è pensato come un luogo sicuro”, ma come uno spazio a rischio, dove si può accedere a un’enorme quantità di informazioni; e quando il capo dei servizi segreti indica che “l’80% delle nostre mail sono registrate e analizzate a Londra e Washington”, ci fa comprendere quanto questo tema riguardi tutti noi da vicino.

In un contesto globale contraddistinto da grande instabilità, il nostro Paese e i suoi servizi devono agire con capacità per salvaguardare la sicurezza della Svizzera e degli svizzeri. Un lavoro coordinato sull’insieme del nostro territorio, a cui anche i Cantoni sono chiamati a partecipare in prima persona. In questo senso, anche la nostra la Polizia cantonale collabora attivamente con i servizi d’informazione, in modo da poter difendere in maniera efficace noi cittadini dalle minacce che caratterizzano questo mondo sempre più complesso.

Norman Gobbi

L’80% delle nostre mail spiate da Londra e Washington

L’80% delle nostre mail spiate da Londra e Washington

Parola del capo degli 007 Markus Seiler, a Bellinzona per parlare di sicurezza. E sul terrorismo avverte: “39 persone partite dalla Svizzera per arruolarsi in Siria”.

“L’80% delle nostre mail, prima di giungere a destinazione, passano da Londra e da Washington dove vengono copiate”. Un’affermazione che sembra rubata da un copione di un film se non fosse di Markus Seiler, il capo degli 007 in Svizzera. Il direttore del Sic, il servizio delle attività informative della Confederazione era oggi, mercoledì 11 febbraio, a Bellinzona per una conferenza sulle sfide attuali e future dei servizi organizzata all’Auditorium di BancaStato dal direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi. Un tema caldo soprattutto dopo le stragi avvenute il mese scorso a Parigi e che verrà presto affrontato dal Parlamento, chiamato a pronunciarsi sulla riforma del settore.

“Occorre dire che la minaccia nel nostro Paese era già alta prima dell’attacco armato orchestrato dai fratelli Kouachi all’interno della redazione di Charlie Hebdo” ha puntualizzato Seiler, mettendo l’accento sul fatto che oggi il diritto alla privacy vigente nel nostro Paese rende molto arduo il lavoro per la Sic. Seiler ha assicurato che non ci sono indizi concreti di piani jihadisti. “Tuttavia il pericolo zero non esiste: per una strage basta l’azione di un individuo isolato e il rischio emulazione dopo attentati come quello parigino è elevato”. Insomma, occorre sempre tenere alta la guardia: “Anche perché finora in Svizzera sono stati registrati 64 casi di persone partite all’estero per arruolarsi nelle compagini del terrore: 39 delle quali verso la Siria e l’Irak”. E prima o poi queste persone potrebbero tornare a casa.

Seiler ha poi proseguito facendo il punto della situazione sullo spionaggio nel nostro Paese: “La presenza di spie è massiccia soprattutto a Ginevra, divenuta una sorta di Eldorado”. E mentre il direttore della Sic pronunciava queste parole, la mente del numeroso pubblico giunto all’auditorium di Bancastato è andata al padre di tutte le spie: Edward Snowden, che nel 2007 lavorò sotto copertura diplomatica per conto della Cia proprio a Ginevra.

http://www.ticinonews.ch/ticino/228082/lrsquo80-delle-nostre-mail-spiate-da-londra-e-washington

Il futuro si decide adesso

Il futuro si decide adesso

Ad un anno dal 9 febbraio. Sul tema immigrazione, la Lega è spesso attaccata. In sostanza, c’è chi le rinfaccia di non aver mantenuto le promesse, lasciando che l’aumento di lavoratori stranieri potesse continuare. Rispondere a tale accusa è molto semplice: non si è potuto bloccare la crescita dei frontalieri perché gli accordi con l’Unione europea, con il sostegno incondizionato di PLR, PS, Verdi e PPD, hanno bloccato ogni tentativo di porre rimedio al fenomeno (che poi parte di questi abbia cambiato idea e si sia allineata al pensiero della Lega poco importa, visto che ormai era già troppo tardi).

Ora il quadro è però radicalmente cambiato. Un anno fa, il Popolo svizzero, ha votato a favore del contingentamento degli stranieri. In particolare grazie al voto determinante dei Ticinesi, si è così realizzato un grande obiettivo: reintrodurre il principio di priorità a favore dei lavoratori svizzeri.

Settimana scorsa, scrivendo su questo tema, ho voluto mettere in guardia il Popolo sui mille stratagemmi che chi ha perso la votazione sta cercando di mettere in pratica per far prevalere la propria volontà.

Il Consigliere federale PLR Burkhalter, ha ad esempio ventilato l’ipotesi di applicare i contingenti, omettendo di dire a chi. In sostanza Burkhalter propone di mettere in pratica l’iniziativa… lasciando le cose come stanno, poiché a Berna si ipotizza di applicare i contingenti unicamente agli stranieri extra-UE come finora! Per il Ticino e il Popolo sarebbe una beffa…

Già in passato le necessità del Ticino sono state sacrificate sull’altare degli interessi economici del resto della Confederazione. Fu il caso nel 1974, quando la Svizzera comprò all’Italia la possibilità di mantenere il segreto bancario concedendo in cambio dei ristorni elevatissimi; ed è stato il caso, nel decennio scorso, quando si negoziarono gli accordi sulla libera circolazione, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ora la storia si ripete: gli interessi economici di certi cantoni, decisamente meno toccati dal fenomeno frontalieri, divergono dai nostri e c’è chi cerca in tutti i modi di ribaltare un verdetto popolare scomodo. In questo modo, per l’ennesima volta fineremmo noi Ticinesi a dover pagare per il benessere degli altri.

È la Confederazione a dover ora dare precise garanzie sulla ferma applicazione della volontà del Popolo, poiché i segnali di fumo e i baci viscidi di Juncker a Sommaruga non fanno presagire nulla di buono. Stando ad un scellerato sondaggio, molti svizzeri sarebbero pronti a rinunciare ad applicare nel suo insieme l’iniziativa pur di mantenere la via bilaterale con l’Unione europea. Dopo la sua pubblicazione il Consigliere di Stato PS Emanuele Bertoli e la Consigliera federale PBD Eveline Widmer-Schlumpf hanno espresso questo stesso parere. Un parere – sottolineo – contrario alla volontà del Popolo.

Non lasciamoci ingannare, il nostro futuro si deciderà a breve. Prima dell’Accordo sulla libera circolazione c’erano solo 30’000 frontalieri e la nostra economia non era in nessun modo minacciata. Reintrodurre i contingenti significa semplicemente tornare ad applicare lo stesso sistema in vigore prima dell’accordo. Senza dimenticare, oltretutto, che il sistema garantisce una flessibilità sufficiente per ammettere i frontalieri laddove vi sia una reale esigenza dell’economia e quando i lavoratori residenti non risultano danneggiati. Qualcuno osa forse affermare che oggi stiamo meglio di quanto stavamo quando l’accordo non era in vigore? Io rispondo no!

È proprio per questo motivo che sia da Bellinzona, sia quando sono a Berna – dove proprio in veste di Consigliere di Stato mi reco frequentemente per rappresentare gli interessi del Ticino e dei Ticinesi – mi batto e continuerò a battermi strenuamente: il mio obiettivo è che le Autorità federali recepiscano i nostri bisogni e lavorino, finalmente, anche per difendere il Ticino e i Ticinesi e non solo quelli dei cantoni economicamente più forti. Non vogliamo uno statuto speciale, bensí un federalismo dinamico anche in materia di immigrazione, che risponda meglio alle difficoltà di un territorio esposto al fattore Italia come il nostro.

Norman Gobbi

9 febbraio, Berna ubbidisca!

9 febbraio, Berna ubbidisca!

Immigrazione di massa : il tempo del le chiacchiere è finito . È passato un anno e ancora c’è chi mette in dubbio le scelte del Popolo! Nei 4 anni che ho passato in Consiglio di Stato ho imparato a districarmi fra i complessi meccanismi che regolano l’attività politica, ho imparato ad anticipare i sotterfugi e i giochi di potere, così da concretizzare pure proposte osteggiate da forze politiche o da lobby avverse.

Alcuni esempi sono l’aumento degli agenti di Polizia (investimento necessario per aumentare ulteriormente la sicurezza e combattere i furti con ancor più efficacia), la razionalizzazione della giustizia, l’aumento dei posti di lavoro nelle Valli e tanti altri temi che per un motivo o per l’altro erano combattuti da determinati gruppi d’interesse. Per quanto riguarda l’attuazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, per la quale mi sono battuto con tutte le mie forze, sono però preoccupato. In questo caso, non siamo confrontati ai consueti subdoli stratagemmi per salvare “cadreghe”, ma a spudorati tentativi di rovesciare una decisione popolare e di far prevalere la volontà della minoranza rispetto a quella della maggioranza.

Davanti a un simile problema non si tratta più di anticipare il gioco sporco degli avversari, ma di difendere la supremazia assoluta della volontà popolare. È inammissibile che, a distanza di un anno, vi siano ancora politici che chiedono di rivotare, è inammissibile che a distanza di un anno vi siano ancora forze politiche che chiedono al Consiglio federale ad applicare una versione light dell’iniziativa, è inammissibile che la volontà popolare sia messa da parte!

Come Consigliere di Stato combatto costantemente contro quest’aberrazione della democrazia: l’ho fatto in passato, lo faccio ora e continuerò a farlo in futuro. Perché la supremazia popolare rimanga il principio base della nostra democrazia, bisogna però che vi sia una reazione compatta di tutti, anche del Popolo. Questo è un momento cruciale, in quanto il legislatore federale sta ultimando il quadro legislativo che tradurrà in pratica l’iniziativa contro l’immigrazione di massa. È quindi adesso che il Ticino deve rimanere compatto e determinato, così da sostenere unanimemente e con vigore la volontà popolare e le proprie rivendicazioni.

Questo è importantissimo, perché l’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa è indispensabile per tornare a gestire l’immigrazione secondo i nostri effettivi bisogni e per liberarci dai diktat dell’Unione europea, a causa dei quali i Cantoni non dispongono più di alcun margine di manovra. Dunque a chi dice “bisogna rivotare” dobbiamo rispondere tutti un chiaro “NO!” senza se e senza ma, perché ol Popolo ha già deciso!

Norman Gobbi
L’INIZIATIVA APPROVATA DAL POPOLO

Impedire all’Unione europea di gestire l’immigrazione nel nostro paese e reintrodurre il sistema per cui l’entrata di lavoratori stranieri nel nostro territorio sia concessa unica- mente quando è dimostrata un effettivo bisogno. Questo è — in sostanza — il principio votato dal Popolo il 9 febbraio 2014. Appena sarà in vigore si tornerà quindi ad applicare il sistema in vigore prima degli accordi bilaterali, quando i frontalieri erano la metà e quando la disoccupazione era nettamente più bassa.

COSA CAMBIERÀ

• Un lavoratore proveniente dall’estero potrà essere assunto solo se non ci sarà nessuno svizzero disponibile.
• Verranno introdotti dei contingenti, ovvero dei tetti massimi al numero di lavoratori stranieri.
• Il numero di frontalieri si abbasserà.
• La pressione sui salari calerà (meno dumping salariale!).
• Meno disoccupazione e meno traffico.

Combattenti europei in Siria­e Irak: un pericolo per noi

Combattenti europei in Siria­e Irak: un pericolo per noi

Lavorare in profondità per consolidare la nostra sicurezza.

La cronaca mon­diale di questa setti­mana è stata stra­volta dalla brutale strage di Parigi e dagli eventi che so­no seguiti che han­no fatto oltre una ventina di morti. La Francia, quinta potenza mondiale a livello militare-strategico, è stata colpita nel suo cuore. Un fatto che solleva diversi dubbi sulla reale ca­pacità di controllare i cosidetti ‘fo­reign fighters’, ossia europei e stranieri residenti in Europa che si recano per combattere nei territori oggetto di conflitti armati in cui l’ISIS è coinvolta, ma non solo. Dubbi più che legittimi, dopo quanto indicato dal ministro degli Interni italiano Angelino Alfano…

Lo scorso 17 dicembre, il ministro francese degli Interni Bernard Caze­neuve ha indicato al Parlamento tran­salpino che il numero di francesi e di stranieri residenti in Francia coinvolti, attivi o che si sono resi nei territori di conflitto in Siria ed in Irak sono circa 1’200: la cifra più alta d’Europa, ma solo al terzo posto se il numero viene riportato in base alla popolazione resi­dente. Infatti, il record va al Paese che più di tutti ha accolto numerosi siriani e migranti provenienti dal Medio Oriente: la Svezia, con oltre 30 com­battenti per milione di abitanti. Il paese scandinavo è seguito da un’altra na­zione che ha spalancato le sue porte alla migrazione da questi territori, il Belgio, con oltre 25 combattenti per milione di residenti. La Francia si situa in terza posizione, evidentemente per la sua importante popolazione resi­dente, con circa 20 combattenti per mi­lione di persone che vi risiedono.

La Svizzera, secondo le recenti indica­zioni, registra 62 persone che si sono recate nei territori di combattimento. Questo ha come indicatore quasi 8 combattenti per milione di abitanti. Una realtà, la nostra, significativa­mente sotto controllo, visto che co­munque il nostro Paese non rientra negli obiettivi primari dei ‘lupi solitari’ jihadisti, così pure negli obiettivi di ISIS. Ciò non deve però far abbassare la guardia, ma al contrario! Occorre es­sere sempre vigili e inoltre rafforzare quanto prima gli strumenti legislativi, in particolare la Legge federale sul ser­vizio informazioni della Confedera­zione (i nostri 007) e la Legge federale sulla sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomuni­cazioni. Oggi la Svizzera non può rac­cogliere informazioni preventive su potenziali persone pericolose per la no­stra sicurezza interna e quella di altri paesi; un’amara eredità dell’affare delle schedature di 25 anni fa che ora do­vremo superare dal punto di vista poli­tico federale, per la nostra sicurezza. Invece, la revisione della Legge sulla sorveglianza delle telecomunicazioni permetterà di verificare anche il traf­fico via social media e app, penso in particolare a Whatsapp e Skype. Gra­zie a questi ulteriori strumenti sarà pos­sibile ridurre il rischio in maniera importante, nella consapevolezza che il rischio zero non potrà tuttavia mai esistere.

Un fatto particolare mi ha però scon­certato: il numero indicato dall’Italia dei suoi ‘foreign fighters’. In Parla­mento e ai media, il ministro Angelino Alfano ha comunicato che la cifra dei combattenti provenienti dall’Italia è di 53 persone, ossia inferiore a quelli re­gistrati in Svizzera. Ciò significa che l’Italia conta 0.8 ‘foreign fighters’ per milione d’abitanti, ossia un decimo ri­spetto a quelli che sarebbero presenti nel nostro Paese! Mi permetterete qual­che fiero dubbio su questo numero, te­nuto anche conto di come la vicina Penisola abbia ormai perso il controllo della sua immigrazione e che le porte del Mediterraneo abbiano portato in Italia un buon numero di migranti anche da questi territori in guerra. E questi fatti, dal punto di vista della no­stra sicurezza, non sono per nulla con­fortanti, giustificando quindi ancor di più un urgente intervento a livello le­gislativo da parte del Parlamento fede­rale nell’adozione delle nuove norme delle due predette leggi. Ma non solo. L’ubicazione del nostro Cantone im­pone l’intensificazione dei controlli, in particolare alla frontiera, attività pre­ventiva di sorveglianza che sicura­mente verrà rafforzata in primis nell’ambito dell’immi- nente svolgi­mento del Word Economic Forum a Davos e successivamente riproposta in occasione dell’Esposizione Universale che si terrà a Milano a partire dal pros­simo maggio, evento che farà confluire a pochi chilometri dalla nostra frontiera oltre 20 milioni di visitatori. Anche la Polizia cantonale, responsabile per la sicurezza su suolo ticinese, si è spesa in questa settimana nella sensibilizza­zione di tutto il personale e degli enti preposti alla sicurezza attivi nel nostro Cantone, in modo da poter intervenire ed anticipare possibili situazioni parti­colari che dovessero presentarsi. Il Cantone e la Confederazione sono quindi vigili nel presidio del nostro ter­ritorio dopo quanto occorso a Parigi. Per la sicurezza di tutti noi.

Norman Gobbi

Wie sicher, wie frei wollen wir sein?

Die kriegsähnlichen Zustände in Paris wühlen die westliche Gesellschaft auf. In der Schweiz wird der Ruf nach mehr Sicherheit laut.

Es war der 3. September, der Didier Burkhalter zum weltweiten Twitter-Star machte. An diesem Tag stellte ein Journalist von «Le Temps» ein Foto ins Netz. Zu sehen war ein Mann, der am Bahnhof Neuenburg auf den Zug wartet und in sein Smartphone tippt. Das Bild zeigte Didier Burkhalter, den Schweizer Bundespräsidenten und Vorsitzenden der OSZE, allein, inmitten von Pendlern. Ohne Bodyguards. 

‘La nuova legge per un efficace lavoro di intelligence’

‘La nuova legge per un efficace lavoro di intelligence’

«Non possiamo certo militarizzare le redazioni e ogni luogo sensibile»: la lotta al terrorismo «passa quindi necessariamente da un performante lavoro di intelligence, sul piano internazionale come su quello nazionale». ll tragico fatto di Parigi «dovrebbe indurre il parlamento federale a sbloccare, finalmente, la Legge sul servizio informazioni».

Intelligence, ma la sicurezza totale non esiste

Intelligence, ma la sicurezza totale non esiste

La strage ad opera di due estremisti islamici avvenuta poche ore fa a Parigi risuona ancora nelle nostre orecchie e le immagini della brutalità offuscano ancora il nostro sguardo, spesso disattento, ma in questo caso scosso dalla terribile imprevedibilità dell’accadimento. Un evento che scuote l’Europa, esattamente come lo fece il massacro del 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera ad opera di estremisti palestinesi.