Sicurezza stradale, al via la campagna di prevenzione «Distratti mai!»

Sicurezza stradale, al via la campagna di prevenzione «Distratti mai!»

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Gli incidenti stradali provocati da disattenzione sono in costante crescita, soprattutto a causa dell’utilizzo durante la guida, purtroppo sempre più diffuso, dei telefonini di nuova generazione. Il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale – in collaborazione con tutte le Polizie comunali – hanno perciò avviato la campagna di prevenzione «Distratti mai!» che durerà fino alla fine del mese di marzo del 2018, nell’ambito del programma di prevenzione «Strade sicure».

Dopo una prima campagna promossa nel 2016, principalmente rivolta agli automobilisti e all’uso dei telefonini di ultima generazione alla guida, quest’autunno il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di avviare un nuovo sforzo di prevenzione: l’azione denominata «Distratti mai!» intende infatti sensibilizzare tutti gli utenti della strada – automobilisti, motociclisti, scooteristi, ciclisti e pedoni – sui pericoli legati all’uso del telefonino durante gli spostamenti sulle nostre strade.

Alcune cifre chiariscono l’esigenza di questo intervento. Nel 2016 sulle strade ticinesi si sono verificati 3’990 incidenti della circolazione, un quinto dei quali è stato causato da disattenzione al volante o alla guida di un altro mezzo di trasporto (come ad esempio in sella a una bicicletta). Molto spesso all’origine di questi eventi vi è un utilizzo scorretto dello smartphone. Anche le statistiche della Polizia cantonale mostrano che questo comportamento rappresenta la seconda causa di violazione del codice stradale: se nel 2015 le multe emesse erano già quasi 4’000, i dati del primo semestre 2017 fanno registrare un ulteriore aumento del 10%. Oltre ai conducenti di mezzi a quattro o due ruote – ciclisti compresi, con ben quattro incidenti registrati nel 2016 – sono sempre più numerosi anche i pedoni che si mettono in pericolo perché camminano concentrati sul piccolo schermo: in 12 casi, lo scorso anno, la loro disattenzione ha provocato un incidente della circolazione.

La campagna di sensibilizzazione «Distratti mai!» promossa dal Dipartimento delle istituzioni e dalla Polizia cantonale – in collaborazione con tutte le Polizie comunali – prevede pertanto una serie di misure informative e interventi sul territorio. L’intento è di responsabilizzare tutte le categorie di utenti della strada, informando sui rischi che una condotta poco avveduta può creare per se stessi e per gli altri. La campagna di sensibilizzazione si concentra sui giovani tra i 18 e i 24 anni che registrano un tasso superiore alla media di infrazioni legate alla disattenzione.

Il materiale informativo è disponibile sul sito internet www.ti.ch/strade-sicure.

Il Dipartimento delle istituzioni prosegue in questo modo le azioni intraprese per sensibilizzare e responsabilizzare gli utenti della strada sui comportamenti da assumere quando si circola sulla rete stradale cantonale, nell’ottica di prevenire e ridurre il numero di incidenti.

Cyber, quando diventiamo zombie a nostra insaputa

Cyber, quando diventiamo zombie a nostra insaputa

Dal Giornale del Popolo | world trade center Norman Gobbi, Peter Regli e Angelo Consoli

Anche Internet, dove si crea ma nulla si distrugge, ha una memoria illimitata. Così si apre la via alla manipolazione dell’uomo. Senza bisogno di sangue, se si prende il «cuore».

Il dibattito sulla Cybercriminalità che si è svolto nell’ambito dell’Assemblea del 25° del World Trade Center (in parte già commentata nell’edizione di ieri), è stato animato da Prisca Dindo (Corriere del Ticino) e ha visto la partecipazione di Norman Gobbi, consigliere di Stato, Peter Regli, già capo del Servizio informazioni della Confederazione e Angelo Consoli, docente SUPSI.

Norman Gobbi, consigliere di Stato e capo del Dipartimento delle istituzioni, ha messo in risalto, rispetto al problema della cyber-security, il problema di salvaguadare la ricerca e lo sviluppo delle imprese, sia contro la pirateria, sia nel possibile blocco di progetti strategici delle imprese. In Ticino – ha detto – abbiamo 60-70 casi aperti oggi nei reati informatici. Pochi? Tanti? E sono tutti? Anche perché vi è un certo pudore a rendere noto di esser stati oggetto di attacchi informatici. Come già accade nei reati patrimoniali, perché diamo l’impressione di non essere stati pronti a parare il colpo. Sul piano dell’economia finanziaria, vi sono poi una trentina di casi per un importo di circa 10 milioni. Oggi in Ticino si assiste ad un minor numero di reati comuni, ma ad uno più elevato per i reati «moderni» ha detto Gobbi, che vertono sull’informazione (o disinformazione) e sulla gestione dei patrimoni. Questo serve ad «accendere la lampadina» e ad accrescere la corazza. Ma se sul piano individuale si può mettere la luce che illumina ad un arrivo indesiderato, lo stesso non avviene nei reati informatici. Tanto più che la Svizzera è una piazza assai «interessante». Ad esempio con i bitcoin, uno strumento agile che lascia poche tracce. Dunque occhio alla Ricerca e Sviluppo e ai nuovi prodotti. Anche perché per la bici si può mettere il lucchetto, ma il web non ha confini nel mondo. E se il reato non è ideato e commesso nel territorio svizzero, come uscirne? Aggiungendo che «il poliziotto è un passo indietro» rispetto alla libertà di movimento dei malintenzionati. Ecco dunque la necessità di mettere in comune le difese per essere sempre al passo coi tempi, ha concluso Gobbi.

Peter Regli, già capo del Servizio informazioni della Svizzera, ha commentato come oggi la scena politica sia percorsa da personaggi inquietanti. Il mondo non è mai stato così insicuro e il Cyber ne è solo un elemento. Anche il terrorismo, la migrazione, il salafismo (una minoranza molto perfida finanziata dall’Arabia Saudita, ha detto) si nutrono di «intelligence», istigando ordigni tipo «coltello o auto», perché secondo loro la democrazia è contro l’Islam. Il Cyber gioca un ruolo importante e qui l’attaccante è avanti di tre passi. Interviene nelle elezioni, col compito di interferire, paralizzare, distruggere. Che succede se per quattro giorni non funziona l’elettricità? Sono le infrastrutture critiche. È una guerra ibrida. Trump si nutre di notizie Fox, poi scrive il sui twit col suo Basic Instinct. Cinque ore dopo dice il contrario, causa un «casino» e si perde la fiducia. Insomma, il Cyber è solo un elemento del caos.

Allora, quo vadis? Secondo Angelo Consoli, la tecnologia è solo un mezzo. Oggi se vuoi far male, lo fai su scala mondiale. Una macchina infetta può far danni a tutti. E
ognuno ha la sua macchina in tasca (il telefonino). E noi siamo gli zombie. Qualcuno magari ci ha messo un baco che si attiva a comando. La privacy non esiste più. Un malaware ha infettato 30 milioni di computer e per il 2022 vi saranno 14,5 trilioni di connessioni. Tra l’altro, il 97% degli attacchi ha una componente umana. Per comodità o sbadataggine non siamo stati attenti. E il social media aumenta l’insicurezza perché si può manipolare l’umano e l’ego diventa «posseduto». Gulp. Oibò.

Il Governo approva il credito di 3,3 milioni di franchi per la prima fase della strategia informatica della Polizia cantonale

Il Governo approva il credito di 3,3 milioni di franchi per la prima fase della strategia informatica della Polizia cantonale

Comunicato stampa del Consiglio di Stato |

Il Consiglio di Stato ha approvato il messaggio che propone al Parlamento di stanziare un credito da 3,3 milioni di franchi per attuare la strategia informatica della Polizia cantonale: sarà così possibile concretizzare un primo pacchetto di misure per l’aggiornamento tecnologico delle forze dell’ordine, e completare il progetto strategico «Visione 2019» che consentirà alla Polizia cantonale di affrontare con gli strumenti adeguati le sfide in ambito di sicurezza che si presenteranno nei prossimi anni.

La decisione odierna del Consiglio di Stato conferma l’importanza di soddisfare le accresciute esigenze della Polizia cantonale in ambito informatico: un passaggio dovuto per consentire alle forze dell’ordine di tutelare la sicurezza di fronte alle nuove minacce e all’accresciuto livello di rischio internazionale – in particolare per quanto riguarda la lotta al terrorismo e la gestione dei flussi migratori. La strategia informatica delineata all’interno del progetto strategico «Visione 2019» e approvata dal Governo nel dicembre del 2014 verrà concretizzata in due momenti distinti con l’intento di assicurare un impiego adeguato, razionale e proficuo delle nuove tecnologie.

Grazie alle misure che saranno introdotte con l’attuazione della prima fase, la Polizia cantonale potrà in particolare contare su un aggiornamento tecnologico che interesserà anche la vita quotidiana degli agenti; il loro equipaggiamento di lavoro sarà infatti a breve arricchito anche da uno smartphone di servizio. La decisione del Governo è stata di optare per uno strumento al passo con lo stato attuale della tecnica, approfittando degli indubbi vantaggi dei nuovi dispositivi. Le forze dell’ordine avranno ad esempio accesso diretto ad applicativi che facilitano il lavoro sul terreno, e potranno comunicare in modo più rapido con i colleghi di altre Polizie; sarà infine aumentato il grado di prontezza degli agenti anche fuori dal servizio, grazie a sistemi di allarme più efficaci che potranno essere attivati in caso di emergenza. Inoltre, sarà anche possibile estendere il sistema informatico ABI per allineare le procedure ticinesi allo standard svizzero.

L’approvazione del credito di 3,3 milioni da parte del Consiglio di Stato è un ulteriore passo avanti per la Polizia cantonale, nell’intento di garantire alla popolazione ticinese più sicurezza sul proprio territorio e, di riflesso, una migliore qualità di vita. Le misure contemplate nella prima fase sono considerate prioritarie dalla Polizia cantonale; una volta concretizzate, saranno seguite da una seconda fase, oggetto di un futuro messaggio del Consiglio di Stato.

Città Giorni decisivi per il nuovo ospedale

Città Giorni decisivi per il nuovo ospedale

Dal Corriere del Ticino | Si confida nel via libera di Armasuisse alla cessione del terreno necessario per l’edificazione alla Saleggina Norman Gobbi: «Attendiamo le condizioni di Berna» – Direttore dell’EOC e sindaco credono nel progetto

Sono giorni decisivi per il futuro ospedale di Bellinzona, che sarà costruito ex novo nella zona della Saleggina, al confine sud col quartiere di Giubiasco. La struttura sostituirà l’attuale San Giovanni con una sede moderna che sia al servizio della medicina regionale per i prossimi 50-100 anni. Il Cantone è in attesa di una risposta di Berna sulla sua disponibilità a cedere il terreno necessario. Se sarà positiva, entro fine anno si dovrebbe poi giungere alla firma di una convenzione per il passaggio di proprietà. I contatti si svolgono tra il Dipartimento delle istituzioni (DI) e Armasuisse (l’Ufficio federale dell’armamento a cui spetta la gestione del patrimonio immobiliare dell’Esercito di cui fa parte il terreno in questione). Come detto si dovrebbe presto fare chiarezza, mentre per la conclusione formale delle trattative ci vorrà ancora qualche settimana. Una comunicazione da parte di Berna era invero attesa già entro la fine dello scorso mese di settembre, ma per motivi di varia natura è slittata.

«Aspettiamo che ci pongano le loro condizioni economiche e che facciano le loro valutazioni su quanto proposto», spiega al CdT il consigliere di Stato e direttore del DI Norman Gobbi senza voler al momento aggiungere altro e precisando che di deciso non c’è ancora nulla. In sostanza Berna deve indicare da un lato la sua disponibilità a rinunciare ai terreni della Saleggina, dall’altro a ritenere soddisfacente la soluzione alternativa che le è stata sottoposta, costituita verosimilmente dai terreni circostanti l’ex Infocentro AlpTransit di Pollegio. Una volta ottenuto nero su bianco il via libera di Armasuisse, si tratterà di redigere una convenzione che regoli il passaggio di proprietà dei terreni. Da lì potrà partire la pianificazione della zona. A quel momento si avrà anche un punto fermo per il prosieguo del progetto di rinaturazione del fiume Ticino (la progettazione definitiva è terminata e si trova al vaglio degli uffici cantonali prima di volare a Berna per poi essere pubblicata per la metà del 2018). Quelli del nuovo ospedale e del parco fluviale sono infatti progetti collegati: non solo per vicinanza geografica, ma anche per quanto riguarda lo sviluppo futuro dell’intera zona della Saleggina.

«Una soluzione per 50-100 anni»
«La trattativa si svolge tra il Cantone e la Confederazione – ricorda il direttore dell’Ente ospedaliero cantonale Giorgio Pellanda –. Comunque l’EOC ha da tempo segnalato il proprio interesse a poter disporre di quel terreno che è ampio, pianeggiante, ben collegato, attrezzato per poter essere edificato e messo a disposizione di attività di interesse pubblico». «Abbiamo bisogno di ricostruire l’Ospedale regionale di Bellinzona e valli e il terreno individuato alla Saleggina è ideale per realizzare la struttura a cui stiamo pensando, ovvero un ospedale moderno, funzionale, efficiente e che possa garantire delle prestazioni di qualità per 50-100 anni», aggiunge il direttore. Il San Giovanni è vecchio, continua Pellanda sottolineando però che su quella sede si continua ad investire, anche perché la stessa dovrà essere attiva ancora per diversi anni, almeno fino al trasloco nel nuovo nosocomio, garantendo così la transizione. Dopodiché l’attuale ospedale di Bellinzona verrà chiuso. «Ma fino ad allora vogliamo mantenere un San Giovanni assolutamente efficiente», tiene a evidenziare il direttore dell’EOC. Non si parla però al momento di «ospedale cantonale». Sarà un nuovo ospedale regionale «al quale verrà probabilmente affiancato l’ospedale pediatrico cantonale: ci stiamo lavorando». La rilevanza del progetto è ribadita anche dal sindaco di Bellinzona Mario Branda che spiega: «Le discussioni si trovano a uno stato avanzato e una decisione da parte di Berna è attesa a breve». «Affinché venga liberato lo spazio da destinare al nuovo San Giovanni nella zona della Saleggina – sottolinea il sindaco – occorre fare in modo da un lato che Armasuisse sposti l’attività in un altro comparto, fuori Bellinzona, e dall’altro che si realizzi il trasloco, al Ceneri, dello stand di tiro che si trova in quella stessa area. Quest’ultimo punto riguarda evidentemente anche noi come Città». Quanto conta per voi come Municipio, appunto, questo progetto per un nuovo ospedale nella zona della Saleggina? «È un progetto che era già stato indicato nello studio aggregativo e che consideriamo strategico per il futuro della nostra Città oltre che necessario per garantire uno sviluppo dell’attività medica che l’attuale San Giovanni, per motivi di spazio fisico, a lungo termine non può più garantire. Vogliamo un ospedale pubblico, importante e con un futuro nella nuova Bellinzona», conclude Branda.

(Articolo di Spartaco De Bernardi e Simone Berti)

Faido quartier generale dei precetti

Faido quartier generale dei precetti

Da laRegione | Inaugurato il Centro cantonale competente per l’elaborazione di tutte le domande di esecuzione

Centralizzare la gestione delle domande di esecuzione cantonali: dalla loro ricezione sino all’avvio del precetto esecutivo. È ciò che fa il Centro cantonale per i precetti esecutivi, inaugurato ufficialmente ieri a Faido dal Dipartimento delle istituzioni alla presenza del direttore Norman Gobbi, del responsabile cantonale del settore esecutivo Fernando Piccirilli e del capoprogetto dei centri di competenza cantonali Lallo Ruggeri. Realizzato in modo graduale nel corso del 2017 e facendo capo prevalentemente a risorse interne del settore esecutivo, il nuovo stabilimento ubicato in Leventina permette di perfezionare l’attività poiché concentrata in un’unica sede, garantendo un’ottimizzazione delle risorse a disposizione (passate da 12, 6 a 9 unità) con il vantaggio di accrescerne le competenze e la specializzazione. La vecchia struttura prevedeva infatti l’emissione dei precetti da parte delle otto sedi, tra principali e periferiche (queste ultime contraddistinte in futuro da un’apertura parziale), dell’Ufficio di esecuzione. Una forma che secondo il Dipartimento non consentiva una gestione ottimale dell’attività a causa di una dispersione della stessa su più funzionari. Attualmente sono nove i collaboratori impiegati nello stabile di Faido che garantiscono la gestione delle circa 180mila domande annuali, sgravati dalla gestione delle telefonate, della corrispondenza e dalle richieste di esecuzione. Compiti che dal 3 ottobre 2016 svolge il Contact center. Anch’esso collocato a Faido, tramite l’ausilio di sei giovani impiegati e un apprendista favorisce una gestione più efficiente ed efficace dei contatti con gli utenti (il cui numero è soggetto a un considerevole aumento). E a più di un anno dall’inizio dell’attività i risultati sono soddisfacenti: la percentuale delle telefonate evase ha infatti raggiunto la media dell’87%. La centralizzazione dell’attività tramite i due centri, che hanno portato a Faido quindici impiegati quasi tutti domiciliati nelle Tre Valli, è un passo concreto della riorganizzazione del settore esecutivo e fallimentare, avvenuta con l’istituzione nel 2015 di un circondario unico di esecuzione e fallimenti e con l’introduzione dell’innovativo sistema informatico denominato Themis.

(di Giacomo Rizza)

A Faido gli specialisti dei precetti

A Faido gli specialisti dei precetti

Da RSI.ch | Inaugurata lunedì a Faido la nuova struttura che elaborerà e gestirà tutte le domande a livello cantonale

Il servizio del Quotidiano: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Esecuzioni-ecco-nuovo-centro-9671389.html

E’ stato inaugurato ufficialmente lunedì dal consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi il nuovo centro cantonale per l’emissione dei precetti esecutivi di Faido. La struttura avrà il compito di elaborare tutte le domande d’esecuzione cantonali, centralizzate in un solo servizio e s’affianca al contact center dell’Ufficio esecuzione attivo da un anno.

Gobbi ha spiegato che il progetto è stato sviluppato allo scopo di migliorare tangibilmente il servizio offerto all’utenza, ricordando nel contempo che il centro è stato creato in modo graduale durante quest’anno, facendo riferimento a effettivi interni. La centralizzazione ha il duplice vantaggio d’ottimizzare le risorse, accrescendone le competenze e la specializzazione.

Tra l’altro i due centri hanno portato a Faido quindici impieghi, quasi tutti occupati da residenti nelle Tre Valli. I collaboratori della nuova struttura attualmente sono nove. Assicureranno la gestione delle circa 180’000 domande trasmesse ogni anno all’Ufficio d’esecuzione.

L’ombra del terrorismo sul Ticino

L’ombra del terrorismo sul Ticino

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi ragiona sugli ultimi fatti accaduti a Chiasso

Ad inizio settimana c’è stata una notizia che ci ha scosso ancora una volta. Sto parlando dei sospetti per legami terroristici verso due cittadini tunisini al Centro di registrazione a Chiasso, arrestati lo scorso weekend poco dopo il loro arrivo in Svizzera e messi sotto sicurezza dalle autorità cantonali.

Non è la prima volta che si parla – in un modo o nell’altro – di terrorismo alle nostre latitudini. Anche se sul nostro territorio – fortunatamente – non ci sono ancora stati fatti di sangue di terrorismo di matrice islamica, siamo però stati sollecitati – Ticino e Svizzera – come luogo di reclutamento o di passaggio di potenziali terroristi. Il mese scorso si era infatti parlato di un 18enne marocchino, autore di due accoltellamenti nelle strade di Turku, in Finlandia, che nel 2016 aveva chiesto asilo a Chiasso.

Come dimenticare poi il maxi-blitz di febbraio, che ha portato a una condanna per sostegno ad Al-Qaeda e all’Isis lo scorso agosto al tribunale federale. Un arresto che ha svelato un preoccupante movimento di proselitismo che si espande tra Ticino e Lombardia, complice evidentemente la presenza di una metropoli così estesa come Milano.

Come ripeto spesso, malgrado queste notizie possano portare inquietudine tra i ticinesi, il fatto che questi casi diventino pubblici dimostra come il lavoro d’intelligence da parte del Cantone e la collaborazione con la Confederazione e i partner esteri funzioni e porti misure di protezione attiva verso la nostra comunità. Continuo a ribadire quindi che ho piena fiducia nell’operato dei miei collaboratori coinvolti, e sono certo che questa sia una priorità nella loro missione: scoprire e allontanare dal nostro territorio personaggi che possono mettere in pericolo la nostra sicurezza interna.

Non dobbiamo però allarmarci: la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche, anche se il rischio zero non esiste. Dobbiamo però dimostrare, tramite la nostra attività d’intelligence, che sul nostro territorio non c’è spazio per attività di reclutamento e di preparazione per azioni che possono ferire sì altre nazioni, ma che in fondo feriscono ognuno di noi nel nostro senso di sicurezza e nella nostra percezione di libertà.

A livello politico ci stiamo muovendo, per poter dare ai nostri collaboratori e alla giustizia gli strumenti adatti per affrontare questa nuova – ma ormai sempre più attuale – minaccia. Proprio di recente il Governo del quale faccio parte, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano adepti da radicalizzare.

Non da ultimo, dobbiamo agire anche a livello di prevenzione, creando le basi giuste per far sì che una persona, prima di tutto, non si radicalizzi. Ed è per questo che la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni ticinesi sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nelle piazze, nell’ambito della campagna “Lies!” (dal tedesco “leggi!”). Ho chiesto a tutti i Municipi di respingere queste manifestazioni su suolo pubblico perché quest’organizzazione salafita islamica che predica e distribuisce il Corano per strada, partita dalla Germania, può essere legata ad azioni di radicalizzazione e reclutamento jihadista, ed è stata quindi ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (della quale faccio parte).

Infine, dobbiamo tutti aprire gli occhi, anche coloro che se li sono coperti da soli come una delle tre scimmiette: i controlli effettuati all’entrata del nostro territorio dalle Guardie di confine e dagli organi di Polizia sono essenziali, come pure quelli ancor più approfonditi su chi chiede asilo nella nostra nazione. Ora più che mai siamo coscienti che non possiamo abbassare la guardia e che dobbiamo agire, in maniera coordinata, con tutti i partner coinvolti a livello nazionale e internazionale, contro chi pensa di muoversi indisturbato da nazione a nazione per compiere atti ignobili e fuggire poi lontano. Ricordando loro che da noi i controlli ci sono e gli arresti dello scorso weekend ne sono la testimonianza.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Terrorismo, arresti a Chiasso

Terrorismo, arresti a Chiasso

Da RSI.ch | In manette in due domenica sera al centro per richiedenti l’asilo

Il servizio al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Terrorismo-arresti-a-Chiasso-9645952.html

Due persone sono state arrestate domenica sera al centro per richiedenti l’asilo di Chiasso dalla polizia ticinese su richiesta di quella federale. La notizia, anticipata da Ticinonews, ci è stata confermata dalle forze dell’ordine cantonali. Secondo il portale, si tratterebbe di tunisini e ci sarebbero legami con l’attentato di Marsiglia costato la vita a due giovani donne.

I fermati rappresentavano un potenziale rischio per la sicurezza interna in relazione ad attività terroristiche all’estero, si limita a confermare dal canto suo la fedpol, che parla di presunte simpatie per l’IS ma non si sbilancia sul nesso con l’accoltellamento in Francia. Precisa che verifiche sono in corso per esaminare le misure di carattere amministrative da prendere. Non si tratta di un caso straordinario, spiega: da inizio 2017 sono già stati decisi otto rinvii in patria e decine di divieti di ingresso nel paese.

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Dal Corriere del Ticino | L’intervista – Norman Gobbi «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» – Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo

Approfondimento completo su www.cdt.ch

Il Corriere del Ticino ha ricostruito la storia del turco in odore di estremismo espulso qualche mese fa. Oggi è colpito da un divieto d’entrata, ma come ha vissuto questo caso che si trascina ormai dal 2010, quando è entrato in Governo?

«Si è trattato di un caso lungo e complicato che ha visti coinvolti diversi servizi: dall’Ufficio della migrazione alla polizia cantonale che hanno collaborato con la Segreteria di Stato della migrazione, la polizia federale e il Servizio delle attività informative – l’intelligence federale per intenderci. Da una parte non nascondo che, proprio per la pericolosità dello straniero, l’ho vissuto con preoccupazione e apprensione. Ma ho sempre avuto fiducia nell’operato dei miei collaboratori e degli agenti cantonali e federali coinvolti. Per questo motivo ero certo che tutti avrebbero lavorato intensamente e con il massimo impegno, sacrificando pure momenti di festa con i propri famigliari, per riuscire a risolvere il caso e allontanare il personaggio dal nostro territorio proprio per motivi legati alla sicurezza interna. Ancora una volta voglio ringraziare tutti i miei collaboratori coinvolti per aver portato a termine con successo questa delicata operazione».

Le risulta che fosse sorvegliato in incognito 24 ore su 24?

«Si trattava di una persona ritenuta pericolosa pertanto ero a conoscenza del fatto che fosse oggetto di attività di polizia. Anche se sono il capo Dipartimento non conosco però le modalità e le tattiche utilizzate per questo genere di operazione poiché sono, logicamente, esclusiva competenza di chi conduce le indagini».

I contatti tra l’uomo condannato per legami con il terrorismo di matrice islamica già dipendente della Argo 1 e il rifugiato sono appurati. Andava a fargli visita al penitenziario ed è stato lui ad accoglierlo il giorno della scarcerazione. Questi fatti sono noti al Consiglio di Stato?

«A scanso di equivoci e per evitare ulteriori speculazioni, tengo a ricordare che nel nostro Paese vige la separazione dei poteri. Quando la magistratura porta avanti un’inchiesta penale, l’Esecutivo non possiede questo genere di informazioni. Ma su questo ha già riferito in maniera esaustiva il presidente del Consiglio di Stato e mio collega Manuele Bertoli in occasione dell’incontro informativo con i media per riferire delle decisioni che il Governo ha preso la scorsa settimana sul caso Argo 1. In ogni caso per essere chiari: l’inchiesta legata alle attività del reclutatore nel frattempo condannato e l’inchiesta che poi è sfociata nel caso Argo 1, sono due inchieste ben distinte. La prima portata avanti per competenza dal Ministero pubblico della Confederazione e la seconda dal nostro Ministero pubblico».

Insomma emergono sempre ulteriori relazioni tra questi uomini e la vicenda Argo 1. Al cittadino che osserva preoccupato e perplesso, Gobbi come risponde?

«Per ulteriore chiarezza proprio nei confronti di tutti i cittadini ribadisco che le due inchieste sono separate e quindi non è corretto relazionarle ed accostarle l’una all’altra. Se ci chiniamo sulla problematica legata al terrorismo posso ribadire che la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche anche se il rischio zero in questi casi non esiste. Il nostro Paese è piuttosto il luogo dove probabilmente vengono effettuate attività di reclutamento e legate al finanziamento di queste “ignobili” azioni. Ma tengo a sottolineare che non stiamo con le mani in mano. Da una parte ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nella nostra intelligence. E dall’altra a livello politico ci stiamo muovendo. Di recente il Governo ticinese, rispondendo a una consultazione federale, ha infatti chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che spingono alla radicalizzazione. Non da ultimo, la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nell’ambito della campagna “Lies!” indicando ai nostri enti locali, come stabilito dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, di ritenere anticostituzionale questa iniziativa. Il primo «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo modo per sconfiggere le organizzazioni terroristiche è prevenire la radicalizzazione e puntare invece su attività di integrazione. Ci stiamo adoperando per contrastare il terrorismo, la radicalizzazione e continueremo con gli sforzi che abbiamo intrapreso a più livelli».

Sappiamo delle minacce che questo uomo ha rivolto a funzionari e politici. Questo fatto è preoccupante. Senza entrare nel dettaglio di questioni delicate e riservate le chiediamo se sono state prese tutte le misure del caso per proteggere chi ha fatto unicamente il proprio lavoro.

«Ovviamente i collaboratori che hanno ricevuto questo genere di intimidazioni, a dipendenza della loro gravità e del coinvolgimento nel caso, hanno ricevuto supporto e protezione dalle forze dell’ordine. Momenti non facili, soprattutto a livello umano e personale. Per questo motivo la loro sicurezza e quella delle loro famiglie era la priorità. Va anche detto che quello delle minacce a politici e funzionari è un fenomeno in aumento, ma non per forza è legato a personaggi pericolosi come quello di cui stiamo parlando. E si tratta anche di un tema al quale non sono indifferente. Infatti, dedicherò il prossimo incontro con i miei funzionari dirigenti a questo argomento, spiegando come agisce la polizia cantonale nelle situazioni di persone minacciate personalmente nel loro ambito professionale. In questo senso il comandante, prendendo spunto dalle esperienze delle polizie degli altri cantoni, ha istituito all’interno del corpo un nuovo servizio per la presa a carico proprio di questi casi. Considerati i primi incoraggianti risultati, intendiamo sviluppare ulteriormente questa unità e intendo portare il tema delle minacce contro gli impiegati statali sul tavolo del Governo con lo scopo di estendere quanto fatto dal mio Dipartimento a tutta l’Amministrazione cantonale nonché per sensibilizzare maggiormente anche i Comuni».

Quando il 39.enne è stato espulso dal nostro territorio, ha tirato un sospiro di sollievo?

«Si, senza ombra di dubbio. Per i miei collaboratori coinvolti nella vicenda, ma soprattutto e principalmente per tutti noi cittadini ticinesi. È stato un esempio di buona collaborazione tra autorità cantonali e federali, che dimostra ed evidenzia l’impegno e la professionalità di chi lavora per tutelare la nostra sicurezza».

Come possiamo essere certi che costui oggi sia davvero in Turchia e non possa avvicinarsi nuovamente al Ticino?

«Su di lui pende un divieto di entrata in Svizzera e ed è pure segnalato alle autorità federali. Se dovesse ripresentarsi sul nostro territorio verrebbe immediatamente espulso e rispedito nel suo Paese d’origine. E poi come responsabile della sicurezza ma soprattutto come cittadino ho piena fiducia nell’operato delle nostre forze dell’ordine».