Bilancio della Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento

Bilancio della Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento

Comunicato stampa

Dopo un anno di attività, la Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento è stata sollecitata in 15 casi che hanno richiesto un’attenta valutazione. Il Dipartimento delle istituzioni traccia un bilancio positivo delle misure attuate dalla Piattaforma di prevenzione e dal portale stopradicalizzazione.ch. Oltre a una gestione confidenziale, mirata e individuale delle situazioni in legame con un processo di radicalizzazione, la Piattaforma cantonale ha avviato un progetto pilota di prevenzione rivolto ai docenti del Centro professionale e tecnico (CPT) di Trevano, con l’obiettivo di estenderlo nel corso di quest’anno ad altri importanti ambiti che si occupano di formazione o che sono in contatto con giovani e persone fragili. Per il 2020, la Piattaforma di prevenzione della radicalizzazione ed estremismo violento ha ricevuto il sostegno della Confederazione nell’ambito del Piano d’azione nazionale (PAN) per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento.

La Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione coinvolge tre dipartimenti, DI, DECS e DSS, ed è stata sviluppata con l’obiettivo di prevenire le vulnerabilità che possono spingere una persona a essere attirata da ideologie o movimenti che giustificano una forma di violenza per perseguire i propri fini.
Allo scopo di fornire informazioni specialistiche per rispondere a inquietudini e interrogativi di cittadine e cittadini, ma anche aiutare docenti, funzionari, professionisti interpellati da questioni attinenti alla radicalizzazione a matrice violenta, il Cantone ha aperto nel novembre 2018 il portale stopradicalizzazione.ch (modulo di contatto: stopradicalizzazione@ti.ch) e una permanenza telefonica (+41 79 953 46 82).
È importante ricordare che la Piattaforma è un dispositivo a carattere preventivo composto da figure professionali attive in campo educativo, sociale, giuridico e presso la Magistratura dei minorenni, che collaborano nella gestione confidenziale dei casi di sospetta radicalizzazione e di estremismo e nella promozione di progetti di prevenzione. Tra questi una formazione pilota proposta in collaborazione con il DECS e la Divisione della formazione professionale ai docenti del CPT di Trevano si occupa in particolare della sensibilizzazione e della formazione del personale insegnante e sarà estesa dal 2020-2021 ad altre sedi. Inoltre due pubblicazioni sul tema della radicalizzazione con consigli rivolti alla popolazione e ai genitori, nonché un video, sono consultabili sul sito stopradicalizzazione.ch.
Dal novembre 2018, il portale stopradicalizzazione e la helpline hanno ricevuto 15 segnalazioni, riassunte in 8 situazioni diverse. La maggioranza delle situazioni riguardava il fenomeno dell’estremismo di destra e in alcuni casi erano legate all’islam radicale. Le segnalazioni provengono principalmente da privati.
Nel merito si osserva come questi casi coinvolgano perlopiù giovani adulti e di sesso maschile. Solo in un caso la segnalazione ha costituito un pericolo concreto e seguendo il principio di precauzione ha dovuto essere segnalato alla polizia.
Inoltre, in questo anno di attività, un’intensa rete di contatti con operatori, professionisti, associazioni e istituzioni attive sul territorio è stata intrecciata grazie all’ottima collaborazione interdipartimentale e con la Città di Lugano.
La prevenzione di ogni forma di radicalizzazione politica e religiosa è un obiettivo importante per il Cantone. È indispensabile poter continuare a sviluppare un dispositivo basato sulla prevenzione in ogni ordine, sociale ed educativo, allo scopo di consentire un riconoscimento precoce dei segnali di radicalizzazione prima che la persona possa adottare comportamenti violenti.  

Pretura di Lugano, Sezione 6: nominato il Pretore aggiunto supplente

Pretura di Lugano, Sezione 6: nominato il Pretore aggiunto supplente

Comunicato stampa

Questo pomeriggio l’avv. Gilles Fasola ha dichiarato fedeltà alla Costituzione e alle leggi, assumendo, a partire dal 14 febbraio e sino al 31 maggio 2020, la carica di Pretore aggiunto supplente del Distretto di Lugano, Sezione 6. La cerimonia, svoltasi al Palazzo delle Orsoline a Bellinzona, è stata presieduta dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, con la partecipazione della Direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti, del Cancelliere, Arnoldo Coduri, del Presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser, della Pretore Sara Cimarolli, della Cancelliera del Tribunale d’appello, Claudia Petralli e del Giudice della prima Camera civile del Tribunale d’appello, Luca Grisanti.

La nomina da parte del Consiglio di Stato del Pretore aggiunto supplente si è resa necessaria dopo la nomina, avvenuta nel dicembre scorso, della Pretore aggiunto Sara Cimarolli alla funzione di Pretore del Distretto di Lugano, Sezione 6. Tenuto conto della situazione, la Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio ha richiesto la nomina temporanea da parte del Governo di un Pretore aggiunto supplente, in ragione dei tempi lunghi per indire un concorso e per procedere alla nomina da parte del Gran Consiglio di un Pretore aggiunto. Ciò considerando pure l’elezione generale decennale dei Pretori e dei Pretori aggiunti che dovrebbe tenersi nel corso della sessione parlamentare di marzo 2020, con entrata in funzione prevista al 1° giugno 2020.

La Pretore del Distretto di Lugano, Sezione 6, ha individuato il vicecancelliere del Tribunale d’appello, avv. Gilles Fasola, attivo presso la prima Camera civile, quale persona idonea a ricoprire la funzione di Pretore aggiunto supplente fino al 31 maggio 2020. La disponibilità nel segno della collaborazione dimostrata dal Presidente della prima Camera civile del Tribunale d’appello, giudice Giorgio Bernasconi, ha permesso di completare l’organico della Pretura di Lugano, Sezione 6. Nel medesimo tempo, per sopperire alla partenza dell’avv. Fasola dalla prima Camera civile del Tribunale d’appello, è stato riconosciuto un adeguato aumento nella percentuale di lavoro a una vicecancelliera già attiva presso la Camera in questione, così da non vanificare gli importanti sforzi compiuti per ridurre le giacenze di casi.

Con l’entrata in servizio del Pretore aggiunto Gilles Fasola –viene così garantita la funzionalità della Sezione 6 della Pretura luganese.

Il Consiglio di Stato tiene a ringraziare l’avv. Fasola per aver accettato questa sfida professionale e il Tribunale di appello, prima Camera civile, per l’apprezzata disponibilità in favore dell’amministrazione della giustizia.

Nella foto: da sinistra Norman Gobbi e Gilles Fasola.

“Il ruolo di chi governa i Comuni cambierà nei prossimi anni”

“Il ruolo di chi governa i Comuni cambierà nei prossimi anni”

Da www.mattinonline.ch

A Lugano, ma anche altrove, l’allestimento delle liste elettorali è stato caratterizzato da litigi e diatribe in praticamente tutti i partiti, chi più chi meno.

Un altro aspetto critico emerso in queste settimane è stata la difficoltà, e anche qui il problema sembra essere trasversale ai partiti, di reperire persone interessate a candidarsi, tanto che il deputato Massimiliano Robbiani ha recentemente proposto di ridurre il numero di consiglieri comunali quale soluzione al problema.

Questa litigiosità fra i partiti e l’apparente mancanza di interesse della popolazione a impegnarsi in politica sono solo un caso di queste elezioni o sono invece il segno di un malessere più profondo? Ne abbiamo parlato con il Consigliere di Stato Norman Gobbi, a cui abbiamo anche chiesto quale importanza hanno queste elezioni per il canton Ticino, al di là dei temi e delle problematiche che toccano i singoli comuni.

Signor Gobbi, la presentazione delle liste, in diversi comuni, è coincisa con litigi e diatribe attorno ai candidati da presentare alle elezioni comunali. Si tratta di un caso o è invece il segno di un malessere più profondo?
Anch’io ho potuto osservare, da esterno, le discussioni avvenute in alcuni Comuni, Lugano in primis, e all’interno di alcuni partiti al momento della scelta dei candidati. Non so se vi sia stato anche un elemento di spettacolarizzazione da parte dei media su alcune decisioni adottate dalle sezioni di partito. Mi auguro che al di là di questi problemi interni a prevalere vi sia sempre e comunque il bene per il Comune, l’istituzione più vicina e più importante per i cittadini. Comuni che hanno bisogno gente motivata, responsabile e cosciente del ruolo che avrà nei cambiamenti da apportare per il buon funzionamento degli enti locali.

Difficoltà a trovare persone disposte a candidarsi: una situazione che viviamo ormai da alcuni quadrienni in una forma più o meno marcata, in questo e quel partito. Teme per il futuro democratico dei Comuni?
Per il momento sono ancora positivo sul futuro dei Comuni e sulla possibilità di trovare sempre gente motivata a portarne avanti le sorti. Dico questo pensando che in lista per i Municipi e per i Consigli comunali ci sono globalmente ancora migliaia di persone. In Ticino il ruolo di chi governa i Comuni andrà mutando nei prossimi anni, tenuto conto delle riforme che si stanno portando avanti. L’obiettivo è di rendere sempre più centrale il Comune. Se ciò avverrà, anche l’interesse di persone con capacità e visioni a favore dei cittadini dovrebbe necessariamente crescere.

Queste elezioni che importanza rivestono per il Ticino e in particolare per i rapporti tra Comuni e Cantone?
Come detto nella precedente risposta, siamo in una fase di revisione dei compiti tra Cantone e Comuni, nonché di un nuovo assetto funzionale del Comune stesso. I futuri politici chiamati a guidare i Comuni dovranno continuare questo dialogo – che personalmente vorrei sempre più intenso e sempre più costruttivo – con il Cantone, sempre con l’obiettivo di migliorare i servizi e le risposte ai bisogni di tutti i cittadini. Per questo sono elezioni molto importanti, come tutte le elezioni, per il futuro del nostro Cantone.

E per la Lega dei Ticinesi?
Si tratta di un momento privilegiato di confronto con la gente. Il nostro movimento predilige il contatto diretto, soluzioni concrete. Operando in un ambito più ristretto come quello comunale spero che si riesca a intercettare le aspirazioni e la fiducia degli elettori. Occorre però darsi da fare, perché niente ci verrà regalato a prescindere…

In molti Comuni la Lega si presenta congiunta con l’UDC: è una conferma di un percorso parallelo – non ugualitario – che io reputo fruttuoso nell’ottica di far crescere le nostre comunità locali e di riflesso anche tutto il Cantone. Lega e UDC hanno valori comuni, ma anche progetti e visioni differenziate. L’unione di queste due forze politiche potrà, come detto, migliorare il benessere dei nostri concittadini.

Decio Cavallini, la missione di un capo

Decio Cavallini, la missione di un capo

Intervista all’interno dell’edizione di giovedì 13 febbraio 2020 de La Regione

Alla testa dei Reparti speciali, dello Stato Maggiore, della Gendarmeria. Per Decio Cavallini è arrivata la pensione. “La Polizia cantonale è stata per me una ragione di vita”.
«In dicembre ho fatto il giro dei posti di polizia per salutare i miei collaboratori. Ho incontrato tanta gente, stretto parecchie mani, ho guardato negli occhi molte persone… alcuni colleghi si sono messi a piangere… non avrei mai immaginato… e allora mi sono detto… ‘ho fatto il mio dovere… missione compiuta’». L’emozione ha il sopravvento, anche in chi non te lo aspetti. Perché Decio Cavallini è uno tutto d’un pezzo. Un decisionista, lo definiscono. Di certo, un’istituzione nell’istituzione, la Polizia cantonale. Che ha servito per trentacinque anni. «Ho servito soprattutto i cittadini, contribuendo a garantire la loro sicurezza», puntualizza. Ha lavorato sotto sei comandanti: Giorgio Lepri, Mauro Dell’Ambrogio, Saverio Wermelinger, Franco Ballabio, Romano Piazzini e Matteo Cocchi. Dal 2007 al 2019 è stato, con il grado di tenente colonnello, a capo della Gendarmeria (ora guidata dal maggiore Marco Zambetti), l’unità della Cantonale cui competono il primo intervento e il mantenimento dell’ordine pubblico. Bellinzonese, sessantacinque primavere il prossimo 6 giugno, Cavallini è in pensione dalla fine dello scorso anno. «Se fosse stato possibile, sarei rimasto in polizia per altri cinque anni – dichiara alla ‘Regione’–. Ho la fortuna di essere ancora in salute. Mi alzo la mattina con la voglia di indossare la divisa. Ma ho fatto il mio tempo ed è giusto che mi faccia da parte. Per me servire lo Stato è stata una ragione di vita, non esagero. E ho affrontato tutte le sfide professionali nella Cantonale con dedizione, senza badare a feste e orari».

E le sfide sono state tante.
Direi proprio di sì. Sono entrato in polizia il 1° dicembre 1984. Lavoravo come elettrotecnico e a un certo punto decisi di cambiare mestiere. Volevo diventare istruttore militare, ma all’epoca vi era il blocco del personale in seno alla Confederazione. Partecipai quindi a un concorso per ufficiale della Polizia cantonale, destinato ai Reparti speciali. Venni assunto. Sono rimasto nei Reparti speciali, in veste di ufficiale aggiunto responsabile, fino al 2003, dirigendo, tra il 1999 e il 2001, anche la Gendarmeria del Sopraceneri. Nei primi anni della mia carriera il caso Baragiola, al quale ho lavorato anch’io, mi ha permesso di allacciare importanti contatti con i colleghi italiani dell’anti-terrorismo e dunque di crescere professionalmente. Sono stato poi capo dello Stato maggiore, occupandomi fra l’altro della pianificazione e della condotta delle operazioni. Sempre quale responsabile dello Stato maggiore ho pure diretto la Scuola di polizia, riorganizzando la formazione in vista dell’introduzione del certificato federale. Nel 2007 sono stato nominato alla testa di tutta la Gendarmeria. Nel 2011 e per alcuni mesi ho svolto, con il collega Flavio Varini, la funzione di comandante della Polizia cantonale, dopo le dimissioni di Piazzini e nell’attesa della designazione del suo successore.

Decio Cavallini, com’è cambiata la criminalità nei trentacinque anni che ha trascorso nella Cantonale?
Quella violenta è diminuita. Ho cominciato a lavorare in polizia quando in Ticino si facevano molte rapine a mano armata, talvolta con sequestro di persone, e si sparava. Sparavano i delinquenti, sparavamo noi. Gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso sono stati molto problematici dal punto di vista della sicurezza. C’erano le bande dei torinesi e dei bergamaschi. Gente pronta a tutto. Come quella volta a Locarno durante la rapina a una gioielleria: un malvivente non esitò a sparare contro un gendarme, ferendolo gravemente, che era riuscito a penetrare nel locale. Di rapine ne abbiamo anche oggi, ma non c’è paragone, per quantità e qualità dei colpi, con quanto avveniva quarant’anni fa. Se pensiamo anche ai furti, la situazione è notevolmente migliorata e per un insieme di fattori: la maggior presenza della polizia sul territorio, le sue campagne di sensibilizzazione, l’aumento dei controlli, una popolazione più attenta, le case più sicure. Tutto questo ovviamente è il frutto di una costante attività di prevenzione e repressione da parte delle forze dell’ordine. Le antenne sono, devono essere, sempre alzate.

Si pensi del resto a un fenomeno degli ultimi tempi: gli assalti con esplosivo ai bancomat.
In questo caso abbiamo a che fare con bande criminali internazionali, che agiscono dove sanno di poter racimolare un bottino consistente. Ora, a differenza di quelli in funzione in altri Paesi, i nostri bancomat mettono a disposizione parecchia liquidità. Col tempo però la gente pagherà sempre di più con la carta o con gli smartphone. Grazie alla sua notevole capacità di adattamento, la criminalità troverà nuovi sistemi per fare soldi. E a quel punto sarà fondamentale per le forze di polizia individuare tempestivamente sul piano investigativo le necessarie contromisure. Una sfida non da poco. Ma oggi intravedo altre emergenze, altre priorità.

Quali?
La criminalità finanziaria e gli stupefacenti: due ambiti che giustificano ampiamente un potenziamento, urgente, della Procura e mi auguro che la politica si muova di conseguenza. Un’altra emergenza è il traffico veicolare. Abbiamo sì meno incidenti, meno morti e feriti di un tempo. Ma in Ticino strade e autostrada sono sempre più intasate. Il che si traduce in un accresciuto impiego di mezzi e agenti di polizia per cercare di rendere scorrevole la circolazione. Mi preoccupano inoltre le infiltrazioni mafiose.

Al riguardo il Consiglio federale ha varato un piano nazionale contro la criminalità organizzata. Non arriva forse in ritardo?
L’importante è che questo piano sia arrivato e che al suo allestimento abbia collaborato, con la Polizia federale, la Polizia cantonale ticinese. A quest’ultima l’esperienza non manca sicuramente. Cito per esempio le inchieste Grave e Igres nonché gli arresti in Ticino di latitanti con ruoli di primo piano in organizzazioni criminali italiane di stampo mafioso. Erano gli anni Novanta. In seguito la competenza del perseguimento del reato di organizzazione criminale è passata agli organi inquirenti federali. Attualmente la ’ndrangheta è l’associazione mafiosa più potente a livello internazionale. In Ticino, e non solo qui, agisce nell’ombra. Per ora non spara, per non destare allarme sociale e innescare la dura reazione dello Stato. Continua così a riciclare e a trafficare in armi e droga. È però questo agire in maniera silenziosa che rende la mafia in generale particolarmente pericolosa, potendo insinuarsi fra l’altro nei settori dell’economia legale compromettendone i meccanismi, a danno di tutta la collettività. Occorre allora che anche i cittadini e chi opera nell’economia legale segnalino per tempo alle forze dell’ordine situazioni anomale, sospette. Poi però bisogna indagare, approfondire. E le inchieste penali le fanno investigatori e magistrati, dunque persone.

Si spieghi meglio.
Per contrastare il crimine organizzato non sono sufficienti le sole leggi. Centrali sono coloro chiamati ad applicarle. E l’ho capito molto bene quando ho avuto la fortuna di conoscere Falcone, Caselli e altri magistrati italiani, dovendomi occupare, quale responsabile del competente servizio della Polizia cantonale, anche della sicurezza di giudici e capi di Stato stranieri quando venivano in Ticino. Oggi ho la sensazione che gli inquirenti federali siano un po’ lontani dal territorio e dalle sue dinamiche. È per questo che il ruolo della Polizia cantonale è fondamentale e forse bisognerebbe destinare maggiori risorse al suo nucleo di intelligence.

Poliziotti che indagano e poliziotti indagati. Rispondendo lo scorso ottobre a un’interrogazione parlamentare, il Consiglio di Stato ha scritto che negli ultimi quindici anni ci sono stati 799 agenti imputati (‘sia della Cantonale che delle singole polcomunali’): al 2 ottobre 2019 erano stati emessi dalla Procura 386 non luoghi a procedere, 81 abbandoni, 4 atti d’accusa e 42 decreti d’accusa. Quasi 800 agenti indagati in quindici anni: troppi?
Da un profilo puramente statistico no, alla luce dei 15mila interventi in media all’anno per urgenze o operazione di mantenimento dell’ordine, cui si aggiungono le varie inchieste della Polizia giudiziaria. La sola Gendarmeria tratta annualmente 40mila pratiche in generale. Nella formazione degli aspiranti poliziotti si pone l’accento anche sull’etica e la deontologia. La Polizia cantonale è la prima a denunciare all’autorità giudiziaria i comportamenti penalmente rilevanti dei propri collaboratori e ad adottare provvedimenti disciplinari. Di collaboratori la Cantonale ne conta oltre settecento: sarebbe una pia illusione pretendere che tutto funzioni senza inconvenienti. I cittadini chiedono giustamente un comportamento esemplare da parte dei poliziotti. Nessun abuso di autorità. Ma i poliziotti – che spesso devono decidere in una manciata di secondi – chiedono rispetto per il loro lavoro. Da tempo sollecitano un inasprimento delle sanzioni penali per chi usa violenza fisica e verbale nei confronti dei funzionari dello Stato. Essere bersaglio di insulti, sputi o pesanti minacce quando sei chiamato a mantenere l’ordine in un dopo partita non è impresa facile. Mi creda.

‘Mi sono sempre assunto la responsabilità delle mie decisioni’
3 ottobre 1992: un gruppo di detenuti armati evade dal penitenziario cantonale della Stampa. La loro fuga in auto dura poco. Muoiono due reclusi e un agente di custodia complice, raggiunti dai colpi sparati dai reparti speciali della Polizia cantonale appostati ad alcune centinaia di metri dal carcere. A dirigere il dispositivo di agenti c’era lei. Cavallini, cosa ricorda di quella mattina?

Tutto. Avevamo appreso di un’evasione imminente. Ma le indagini non avevano avuto esito. Organizzammo quindi un dispositivo per sorvegliare a distanza il carcere durante le ore notturne. Per un mese circa non accadde nulla. Fino a quel sabato mattina. Eravamo comunque pronti. Giunte le auto con a bordo i detenuti in prossimità del posto di blocco, intimammo l’alt. Ma ingranarono la retromarcia, cercando di investire degli agenti. Avevano granate e altre armi. Aprimmo il fuoco. Ci furono dei morti, ma non potevamo agire diversamente. Quei detenuti erano pericolosi, avevano gravi precedenti. Una delle menti della fuga era un ex terrorista italiano di Prima Linea. Aveva ucciso un anziano passante mentre evadeva da un carcere italiano. Lo arrestammo in Ticino: con altri si stava recando in Svizzera interna per far evadere delle persone.

Per i fatti della Stampa la polizia venne penalmente scagionata nel 1993, nel ’97 arrivò anche l’assoluzione amministrativa. Come visse quei quattro anni?
Una persona mi fu molto vicina in quel periodo: l’allora vicecomandante Ivan Bernasconi. Sì, un periodo difficile per me, ma ero io il responsabile di quell’operazione. E io mi sono sempre assunto la responsabilità delle decisioni che prendevo e che i miei uomini eseguivano. Come per la manifestazione sul ponte-diga di Melide.

Passo del Lucomagno: auto e camper travolti da una valanga (ma è un’esercitazione)

Passo del Lucomagno: auto e camper travolti da una valanga (ma è un’esercitazione)

Comunicato stampa

L’allarme è scattato con una telefonata al 117 alle ore 18.55 ieri sera, mercoledì. Un automobilista che stava percorrendo il passo del Lucomagno ha visto davanti a sé la carreggiata invasa da una valanga. Immediatamente la polizia ha avvertito tutti gli enti interessati. Sono partiti i soccorsi, perché sotto la valanga era sicura la presenza di almeno una vettura. Per fortuna tutto si è risolto al meglio: si trattava di un’esercitazione.

Con lo scopo di testare la prontezza d’intervento a seguito di un avvenimento lungo la strada del Passo del Lucomagno la Pro Lucomagno, responsabile per la gestione della strada nel periodo invernale, ha proposto ieri, mercoledì 12 febbraio dalle 18.00 alle 23.30, un esercizio di salvataggio in scala 1:1. L’operazione ha coinvolto i partner della protezione della popolazione e conseguentemente le strutture di condotta e il personale preposto al salvataggio. Questi ultimi hanno dovuto operare in uno scenario che prevedeva, appunto, la caduta di una valanga lungo la strada del Passo, con il coinvolgimento di un’auto e di un camper.L’esercizio, diretto da un quadro superiore della Polizia cantonale in stretta collaborazione con il Servizio della protezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni, ha visto l’impiego di un’ottantina di soccorritori provenienti dagli Enti partner della protezione della popolazione, oltre che di figuranti (messi a disposizione della Scuola Svizzera di Sci Blenio, per simulare i passeggeri dei veicoli) per rendere il tutto verosimile.
In particolare hanno collaborato: la Polizia cantonale, i corpi pompieri di Biasca e di Blenio, i servizi d’autoambulanza, l’organizzazione di protezione civile delle Tre Valli, il soccorso alpino svizzero, la REGA, la Pro Lucomagno con il proprio personale del servizio tecnico e il Centro di sci nordico di Campra (aspetti logistici).  

Grazie allo scenario predisposto si è potuto testare l’attivazione della catena d’allarme e allenare il coordinamento, così come la condotta di un dispositivo d’urgenza al fronte, denominato SMEPI (Stato maggiore degli enti di primo intervento). La direzione d’esercizio ha messo l’accento sulle modalità (tecnico/tattiche) di intervento e sulle capacità di condotta, quali elementi fondamentali per riuscire ad affrontare questo genere di situazioni.  

L’esercitazione, organizzata nell’ambito delle attività della Commissione dell’istruzione della protezione della popolazione (CT istr PP), ha avuto un riscontro molto positivo e ha permesso d’identificare alcuni spunti di miglioramento che verranno ora elaborati e conseguentemente implementati.

Nominata l’Aggiunta alla Direzione della Divisione della giustizia

Nominata l’Aggiunta alla Direzione della Divisione della giustizia

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha nominato oggi la signora Monica Bucci quale Aggiunta presso la Direzione della Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni. Affiancherà la Direttrice della Divisione, avv. Frida Andreotti.

Monica Bucci, attuale Capoarea della gestione amministrativa della Sezione delle risorse umane del Dipartimento delle finanze e dell’economia, è laureata in psicologia del lavoro e delle organizzazioni con un diploma di studi superiori in psicologia del lavoro e perfezionamenti post-laurea in valutazione e sviluppo delle risorse umane, diritto del lavoro, conduzione e direzione del personale nonché mediazione. Ha iniziato la sua attività presso l’Amministrazione cantonale nel 2001 quale collaboratrice scientifica presso la Sezione delle risorse umane occupandosi in particolare di consulenza e organizzazione, progetti e formazione. Dal 2008 ha assunto la funzione di Capoarea sempre presso la Sezione delle risorse umane, occupandosi di pianificare, coordinare e controllare la gestione dei rapporti d’impiego dell’Amministrazione cantonale, selezione del personale, formazione, sviluppando nel contempo dei progetti ad hoc volti a migliorare la politica del personale.

La nuova Aggiunta alla Direttrice Monica Bucci avrà il compito di coadiuvare la Direttrice nella conduzione, nella gestione e nel coordinamento dell’attività interna ed esterna della Divisione della giustizia. La Divisione conta oltre all’Ufficio della direzione, quattro macrosettori di competenza: esecuzione e fallimenti, esecuzione pene e misure, registri e l’amministrazione della giustizia. Sono circa 700 le collaboratrici e i collaboratori che vi fanno capo. Essa è confrontata con sfide di grande portata. Ricordiamo in particolare la riforma della giustizia con le Autorità regionali di protezione (ARP), per la quale si attende nel mese di marzo una decisione del Governo circa gli indirizzi organizzativi, la riorganizzazione della Giustizia di pace entro fine anno, il grande progetto a livello nazionale di digitalizzazione della giustizia Justitia 4.0, il coordinamento della violenza domestica con l’implementazione della Convenzione di Istanbul, la riorganizzazione interna con il riordino delle competenze in ambito esecuzione pene, la realizzazione del nuovo polo della Giustizia a Lugano, il cui messaggio per l’acquisizione dell’ex Banca del Gottardo e la ristrutturazione del Palazzo di Giustizia di Lugano è attualmente al vaglio del Parlamento.

Alla nuova Aggiunta alla Direzione della Divisione della giustizia Monica Bucci il Consiglio di Stato augura buon lavoro nella sua nuova funzione.

Selma e Silvana, due donne della mia vita

Selma e Silvana, due donne della mia vita

Iniziativa editoriale “la mia nonna la ricordo così”
58 personaggi “di casa nostra” del mondo politico, del lavoro, dello sport, dello spettacolo, ecc., hanno risposto all’invito di scrivere i ricordi della propria nonna.
Con questa iniziativa abbiamo voluto dare voce alle nonne, donne comuni che non appaiono nelle liste delle donne famose, ma come protagoniste anonime hanno lasciato delle impronte nei solchi della Storia.

Scrivere delle mie nonne, Selma da parte paterna e Silvana da parte materna, è compiere un lungo balzo nel passato, poiché come molti – immagino – buona parte della mia fanciullezza la passai con loro. Figlio di genitori molto giovani, mia madre aveva appena compiuto 21 anni quando mi mise al mondo e mio papà non ancora 20, le nonne sono state figure molto presenti nei primi anni della mia vita e di conseguenza importanti per tutta la vita, benché da primogenito della nuova generazione ne prendi quasi subito coscienza che loro non saranno “solo” le tue nonne, ma anche quelle dei tuoi fratelli, sorelle e cugini.
Entrambe nate nel 1930, entrambe con uno dei due genitori di origini bernesi, l’una cresciuta ad Airolo e l’altra a Lugano-Besso. I miei ricordi sono – come amo raccontare – frammenti di vita, fatti di emozioni, sensazioni tattili, profumi e colori, che raccogliamo in maniera più o meno ordinata e a cui cerchiamo di dare un senso. I ricordi di nonna Selma e nonna Silvana sono proprio unite dal senso dell’affetto per due figure femminili, il cui solo pensare loro mi emozione e mi fa venire il “groppo” commosso…
Fino agli anni Novanta, le due nonne vissero a nemmeno 200 metri l’una dall’altra nel villaggio di Piotta, dove io passai i miei primi anni di vita. Era quindi facile passare da casa Gobbi a casa Bertolotti, in maniera anche non pianificata. Nonna Selma attiva nell’azienda di famiglia (ristorante, panetteria e negozio) aveva meno tempo da dedicare durante il giorno, mentre nonna Silvana come casalinga poteva occuparsi di me e poi anche di mio fratello (le altre nipoti arrivarono solo 14 anni dopo).
A casa di nonna Silvana posso ricordare i gusti dell’orto curato da mio nonno Angelo, fatti di “curnitt” croccanti che separava dalle estremità sul tavolo di cucina color blu screziato, oppure i colori intensi delle gustose fragole cresciute in quei riquadri di eternit oggi tanto aberrati, ma che poi male non ci han mai fatto. Se penso ad un profumo che mi lega a lei, sicuramente quello del sugo rosso cotto nel pentolino con la passata, il concentrato di pomodori e la salvia, ovviamente dell’orto del nonno. Nonna Silvana era anche la nonna delle vacanze al mare e dei pick-nick; lei, che aveva anche le patenti della moto perché ottenne la patente in quegli anni che le consegnavano unitamente all’ottenimento della licenza di condurre per l’automobile, però non guidava. Erano vacanze organizzate, dove il perfezionismo di nonno Angelo talvolta superava le sue stesse sopportazioni, in cui ci si divertiva, si imparava a nuotare anche con lei, si giocava alla sabbia, a bocce in spiaggia e a carte la sera. Ecco, qui usciva il suo animo competitivo, come in quello delle parole crociate: ci teneva a vincere, anche se il suo occhio benevolo su di noi nipoti accettava qualche giocata a scala 40 non propriamente limpida.
Nonna Selma invece la incontravamo indaffarata nella gestione del negozio o del servizio del ristorante, assieme a nonno Dante. I momenti di incontro erano i pranzi, le cene e le vacanze erano solo quelle di Natale con la chiusura degli esercizi pubblici, nel limite del possibile. Me la ricordo ancora benissimo con il suo “scusà” per il lavoro di un bordeaux intenso e quel profumo di canfora che proveniva dai “vestee” di casa. Un profumo molto presente era quello del pane, visto che sin da piccolo l’aiutavo in bottega e anche nella preparazione dei panini per gli eventi estivi e le partite casalinghe dei BiancoBlù. Teneva molto alla cucina, come d’altronde nonna Silvana,  anche se – vivendo la realtà di un ristorante – la variazione era maggiore e ancora oggi trovo impareggiabile la sua “mozzarella in carrozza”, piatto veloce consumato la sera dopo l’allenamento di hockey. I momenti maggiormente condivisi furono appunto in bottega o a tavola, dove trovavamo “casa” tra il mattino e il pomeriggio scolastico ad Ambrì se mia mamma lavorava e non poteva preparare pranzo.
Le emozioni – che vanno oltre a gusti, colori e profumi – sono quelle di cui solo le nonne che vogliono bene ai loro nipoti sono capaci di regalarci. Uno sguardo basta a farti capire l’amore che provano per te, e con gli stessi occhi dare uno sguardo che – senza aggiungere parole – ti richiama ad un comportamento più appropriato, e pure questo è amore. Posso dire che l’imprinting avuto da loro è stato molto forte. Da un lato con nonna Selma la dedizione per il lavoro e la famiglia, con il sacrificio e talvolta il dolore silente (perse un figlio di soli 4 anni travolto da uno zurighese davanti casa quando la cantonale fungeva da dorsale internazionale), come pure di rinunce per quei viaggi che tanto amava e seguiva in televisione, che solo con l’amica Sandra e mia mamma si concesse dopo i furiosi anni Ottanta. Dall’altro lato con nonna Silvana l’impegno per sociale per la famiglia e le associazioni, come i Samaritani, la Ginnastica o agli spacci della Valascia in cui fu operativa per anni, ma anche la condivisione di momenti di felicità e la necessità di assecondare una famiglia molto sportiva, dovendo anche lei fare molte rinunce.
Nonna Selma ha lasciato solo nonno Dante dopo una breve malattia degenerativa ereditata da papà Victor, ed è morta il 19 settembre 2001. Nonna Silvana da alcune settimane è ospite di una casa anziani della città di Lugano, in quanto la sua salute non le permette più di essere autonoma e sicura a casa con nonno Angelo. Questi i miei brevi ricordi delle mie nonne, due donne importanti della mia vita.


Questo è l’Effetto Nonna!
58 storie, sorrisi e ricordi, e spunti di riflessione, un ritorno al passato, per alcuni non senza un po’ di nostalgia…
Esarito in poco tempo, il libro Effetto Nonna, in collaborazione con Unitas, ora rinasce in forma di audiolibro, con un pensiero rivolto anche a chi ha difficoltà con la vista, agli anziani, e tutti coloro che non trovano mai il tempo per leggere.
Dalla parola scritta alla voce che sa trasmettere emozioni profonde perché …..”rivivere con piacere il passato è viverlo due volte”.
L’iniziativa ha anche un risvolto solidale: il ricavato della vendita del libro andrà in parte a favore di Unitas, e in parte a sostegno di programmi educativi per l’infanzia.
L’audiolibro viene proposto con due supporti: Cd e chiavetta Usb inserita in una penna, così da rispondere alle esigenze diverse (costo fr 25 / 23 Euro)
La chiavetta Usb inserita da 8 Gb può essere utilizzata per caricare altri dati personali.
È possibile avere anche le due cose separatamente, (fr 15 / 14 Euro)

Disponibile in libreria, oppure su ordinazione al nostro segretariato con modulo di contatto. (+ spese di spedizione)

 

“L’Esercito è una grande azienda che fa bene al nostro Cantone”

“L’Esercito è una grande azienda che fa bene al nostro Cantone”

Impegno per garantire la presenza del settore militare in Ticino

È un’azienda dalle grandi dimensioni quella costituita dalla presenza in Ticino dell’esercito svizzero. “Certo – afferma il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Se pensiamo che sono circa 700 i collaboratori/militari professionisti e che la massa salariale globale in Ticino ammonta a circa 66 milioni di franchi si può capire come l’esercito svizzero, se considerato anche in quest’ottica, dia un buon contributo alla nostra economia, senza dimenticare l’indotto che crea. E in questo senso a livello salariale si possono aggiungere tranquillamente altri 30 milioni di franchi. Siamo molto vicini ai 100 milioni: non male davvero come azienda! Inoltre ci sono posti di lavoro, e qui mi riferisco solo per fare un esempio alla RUAG presente soprattutto a Lodrino, con un alto contenuto tecnologico e innovativo. Insomma, posti di lavoro dall’elevato “valore aggiunto”, come si usa dire in queste situazioni”.

Ma l’Esercito qui a sud delle Alpi comporta pure altri punti di forza. “A livello strategico è importante mantenere una presenza forte a sud del massiccio del San Gottardo, nella zona di frontiera con l’Italia e più in generale con l’area mediterranea. L’impegno del Dipartimento delle istituzioni è quello di rafforzare questa presenza, sia per offrire ai giovani ticinesi possibili sbocchi di impiego, sia per garantire una partecipazione attiva e concreta della Terza Svizzera all’interno dell’Esercito. Il Ticino in questo senso ha molto da dare all’Esercito, anche nella costruzione di quella coesione nazionale che porta a mantenere e a rinnovare l’identità della nostra Nazione”, sottolinea Norman Gobbi. “Su questa linea vorrei citare anche i vantaggi che offre una formazione militare all’economia privata. Una crescita dell’individuo che può svilupparsi in maniera sinergica tra il settore militare e il settore civile. Se invece parliamo del significato e dell’importanza dell’Esercito, allora non si può dimenticare come oggi esso si ponga a supporto delle forze dell’ordine. E qui dobbiamo essere ben coscienti che se il nostro livello di sicurezza – anche in Ticino –  ha raggiunto uno standard elevato lo si deve anche alla presenza dell’Esercito. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Per questo ogni azione che tende a indebolire l’Esercito è una picconata al pilastro della nostra sicurezza individuale e collettiva”, conclude il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

I Comuni chiedono autonomia

I Comuni chiedono autonomia

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 5 febbraio 2020 de La Regione

Nell’ambito della riforma ‘Ticino 2020’ gli enti locali più grandi desidererebbero maggiori deleghe Per Norman Gobbi è una richiesta legittima a patto che ci sia più responsabilità da parte di chi è chiamato ad amministrare

I Comuni chiedono più autonomia e non solo di ordine finanziario. È questo in estrema sintesi, il dato saliente emerso durante il secondo simposio sulle relazioni tra il Cantone e i Comuni svoltosi ieri a Lugano e promosso dalla Sezione degli enti locali del Dipartimento delle istituzioni. «Ci sono Comuni che interpretano l’autonomia prettamente dal punto di vista finanziario. Altri, invece, da quello operativo o nell’erogazione di determinati servizi», afferma Norman Gobbi, consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni, intervenuto al convegno luganese. Evento a cui hanno partecipato anche altri tre membri del governo cantonale: Manuele Bertoli (Decs); Raffaele De Rosa (Dss) e Christian Vitta (Dfe). «Ovviamente – ci spiega Gobbi – nel rispetto dei vincoli stabiliti dalle leggi superiori».

Questo – quello dell’autonomia ‘differenziata’ tra piccoli e grandi Comuni – è solo un aspetto che potrebbe rientrare della complessa riforma istituzionale denominata ‘Ticino 2020’. Infatti, a dispetto della data inserita nel nome, è una riforma che non vedrà la luce entro la fine di quest’anno. «L’obiettivo – continua ancora il consigliere di Stato – è quello di riconoscere sì una maggiore autonomia, sgravando magari alcuni compiti al Cantone, ma responsabilizzando maggiormente gli enti locali». Insomma, l’autonomia bisogna meritarsela indipendentemente dalla stazza comunale. «Pensiamo alle procedure e alla pianificazione edilizia. Negli anni si è concentrato questo compito molto a livello cantonale perché in passato ci sono stati abusi», continua il direttore del Dipartimento delle istituzioni che precisa anche che «l’amministrazione cantonale deve uscire da un ruolo paternalistico». «I Comuni sono cambiati a livello di strutture. ‘Ticino 2020’ intende rafforzare la capacità di azione soprattutto a livello locale, in nome di un principio molto importante: quello della prossimità fra cittadino e le autorità».

Alla vigilia del voto per il rinnovo dei poteri locali il messaggio di Gobbi è quindi quello di avere dei Municipi che – dove c’è una struttura che lo permette – deleghino molto di più all’amministrazione comunale.

Uno dei compiti dei Comuni è quello di garantire la sicurezza. Lugano, per esempio, chiede da tempo maggiore autonomia anche per quanto riguarda l’attività di Polizia. Anche questo aspetto rientra nella futura riforma? «È una delle riflessioni che si stanno facendo con il gruppo ‘Polizia ticinese’. Anche in questo caso la prossimità è diversa da regione a regione e uno dei compiti del Cantone è quello di garantire un elevato livello di sicurezza su tutto il territorio. A costi accessibili, però», risponde Gobbi. Per i Comuni più piccoli e senza agenti si potrebbe delegare un assistente di polizia che diventerebbe una sorta di usciere 2.0.

Le aggregazioni comunali potrebbero però risolvere molti di questi problemi. «Le aggregazioni non sono state pensate per questo scopo. Con i Comuni cerchiamo il dialogo e non imponiamo nulla. Se avessimo calato una riforma dell’alto sarebbe stata ancora più difficile da implementare. Ci sono obiettivi più facilmente raggiungibili perché condivisi, altri che necessitano di più tempo. Iniziamo dai primi in modo da convincere anche i più reticenti ad aderire», conclude Gobbi. A fine giornata sono stati premiati i Comuni di Stabio e Capriasca per due progetti innovativi a favore della cittadinanza.

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Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 5 febbraio 2020 del Corriere del Ticino

I Comuni cercano più autonomia «ma da noi le riforme fanno fatica»

Durante il simposio sui rapporti tra Cantone ed Enti locali, questi ultimi chiedono meno ingerenza da parte di Bellinzona
Secondo Norman Gobbi per il progetto Ticino 2020 «bisogna partire dagli interventi più piccoli e che trovano meno resistenze»

È un tormentone che ormai va avanti da anni e, con l’avvicinarsi a grandi passi dell’appuntamento con le urne per le elezioni comunali, è una tema più che mai scottante. Anzi, per dirla con le parole del sindaco di Lugano, «il tema dei rapporti tra Cantone e Comuni deve essere discusso con urgenza». Proprio così Marco Borradori al Palazzo dei congressi ha aperto i lavori del secondo simposio Cantone-Comuni, una giornata organizzata dalla Sezione degli Enti locali (SEL) in cui numerosi amministratori comunali, e non solo, si sono confrontati tra loro in quattro gruppi di lavoro dedicati allo spinoso tema. E proprio durante i lavori del simposio, per la maggioranza degli amministratori locali presenti, la parola chiave era una sola: «Ai Comuni serve più autonomia».

Durante il suo discorso il sindaco di Lugano ha infatti rimarcato che il «mondo sta cambiando a un ritmo velocissimo e che i rapporti tra Cantone e Comuni dovrebbero evolvere in maniera altrettanto veloce. Ma purtroppo, malgrado la buona volontà, si ha l’impressione che si arrivi sempre un po’ in ritardo». A questo proposito il sindaco della città sul Ceresio ha ricordato l’importanza del progetto Ticino 2020 che, appunto, dovrà ridisegnare i compiti e i flussi finanziari tra i due livelli istituzionali e il cui obiettivo è proprio ridare più autonomia ai Comuni. Un progetto «molto atteso», ha spiegato Borradori, precisando che però «sembra ci sia un certo scetticismo al riguardo». Raggiunto a margine del simposio, il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi ha in parte confermato lo scetticismo citato dal sindaco di Lugano, affermando che «no», il progetto Ticino 2020 non vedrà la luce entro la fine dell’anno. Insomma, rispetto a quanto inizialmente previsto servirà ancora qualche anno per portare a termine l’importante cantiere. Il consigliere di Stato ha precisato che oggi è necessario innanzitutto «trovare dei piccoli successi, ad esempio con la correzione di alcuni flussi finanziari che non sono necessari o poco comprensibili. Perché se invece mettiamo tutti i dossier insieme è più difficile avanzare. È importante partire con quei progetti che hanno meno resistenze, dimostrando che l’approccio è corretto, per poi portare avanti gli altri dossier». Altri cantieri che, sottolinea Gobbi, «richiederanno molto più tempo anche per via di un certo irrigidimento da una parte e dall’altra». Ma non solo, aggiunge il direttore delle Istituzioni: «Bisogna anche tenere conto delle imminenti elezioni comunali; magari i nuovi amministratori non avranno le stesse opinioni». Ad ogni modo secondo Gobbi «tutte le riforme in questo cantone hanno bisogno di più tempo rispetto a quanto preventivato. Da una parte perché siamo molto prudenti e conservatori, ma anche perché vogliamo creare il dialogo, e questo richiede tempo».

Più tranquillità
Tornando al simposio, il capo della Sezione Enti locali Marzio Della Santa nel suo discorso iniziale ha evidenziato che l’obiettivo dell’incontro è «di favorire il dialogo per capire quale sarà il Comune del futuro». E a questo proposito ha anticipato alcune delle risposte date a un sondaggio che verrà pubblicato nelle prossime settimane. Sondaggio dal quale è emerso che i cittadini, nel valutare quali criteri sono più importanti per spostarsi da un Comune all’altro, mettono nelle prime tre posizioni «il costo dell’abitazione, la tranquillità e la qualità del paesaggio e dell’aria». «Non è certo il moltiplicatore a stare nei primi posti», ha fatto notare Della Santa, spiegando poi che la funzione dei comuni in futuro sarà sempre più quella «residenziale» al fine di «migliorare la qualità di vita per i cittadini nel territorio».

Dialogo e milizia
Prima della tavola rotonda che ha chiuso il simposio, il presidente del Governo Christian Vitta ha dal canto suo evidenziato che, riguardo al progetto Ticino2020, «specialmente in un momento di grandi cambiamenti come questo, il Comune in quanto istituzione più vicina al cittadino è fondamentale». E in questo senso, ha rimarcato Vitta, «è il dialogo tra le parti che rende possibile trovare compromessi». Dal canto suo, il presidente del Gran Consiglio Claudio Franscella, pensando alle prossime elezioni comunali, ha fatto notare che «la politica di milizia fa sempre più fatica». Da più persone durante il simposio è infatti stata fatta notare la difficoltà in queste settimane di «riempire» le liste per le imminenti elezioni comunali. In questo senso Franscella ha ringraziato chi si è messo a disposizione della cosa pubblica, concludendo con una domanda provocatoria «per il prossimo simposio»: «Sarà necessaria una professionalizzazione della politica?».

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Servizio all’interno dell’edizione di martedì 4 febbraio 2020 de Il Quotidiano
Cantone e comuni, chi fa cosa?

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/12702198

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Servizio all’interno dell’edizione di martedì 4 febbraio 2020 del TG di Teleticino
Ripensare il ruolo di municipale

http://teleticino.ch/il-tg/ripensare-il-ruolo-di-municipale-EB2311732

Incredulità Campione

Incredulità Campione

Intervista all’interno dell’edizione di mercoledì 5 febbraio 2020 de La Regione

L’entrata nello spazio doganale europeo dell’enclave sta comportando una serie di criticità che pesano sulla vita quotidiana dei cittadini campionesi che non possono prescindere dalla stretta collaborazione, in termini anche di servizi, con il Ticino e la Confederazione.

Campione d’Italia sta vivendo uno dei suoi momenti più delicati. Dopo la dichiarazione di dissesto finanziario votata dal Consiglio comunale il 6 giugno 2018 e la chiusura, per fallimento, del Casinò ventun giorni dopo, il primo gennaio scorso la volontà unilaterale della penisola di inserire l’enclave in territorio svizzero nello spazio doganale europeo sta facendo affiorare, una ad una, numerose criticità.
Problematiche che ricadono quotidianamente sulla pelle della popolazione campionese che, nell’aprile 2019, le aveva già paventate attraverso una petizione sottoscritta da 1’605 cittadini (su 1’950) con la richiesta di sospendere o revocare la direttiva comunitaria in quanto “rischiava di compromettere e di pregiudicare, in maniera irreparabile, i bisogni di vita primari degli abitanti di Campione”.
Detto e avveratosi puntualmente, oggi i cittadini dell’enclave devono convivere, oltre che con un tessuto economico e sociale compromesso, con una dogana che non hanno voluto. In questo senso il forte legame che da sempre lega il piccolo paese (1,5 km quadrati) al Canton Ticino, sta impegnando commissario, Comitato civico e la Nuova associazione campionese operatori economici, presieduta da Mauro Rubbini, a rendere accorte e consapevoli le istituzioni italiane della necessità di continuare, non solo per posizione geografica ma anche per consuetudine centenaria, a non prescindere dai servizi svizzeri e ticinesi.
Abbiamo parlato dei rapporti fra l’enclave e il Canton Ticino con il consigliere di Stato, Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni.

Campione d’Italia è legato al Ticino da una storia ultracentenaria. Come vive da ‘vicino di casa’ questo momento particolarmente difficile dell’enclave?
Con preoccupazione ma anche con una certa dose di incredulità. Pur partendo dal principio della sovranità italiana sulla gestione del proprio territorio, mi sembra evidente che la modifica dello statuto doganale, oltre a far sorgere numerosi problemi burocratici nell’erogazione dei servizi alla comunità campionese, abbia provocato una ferita nel tessuto sociale dei nostri territori, legati da profondi e storici legami di amicizia e collaborazione.

Nel momento più delicato della storia campionese, ovvero all’entrata dell’enclave nello spazio doganale Ue, lei si è espresso personalmente evocando un’annessione svizzera di Campione d’Italia, peraltro salutata positivamente da buona parte della popolazione campionese. Cosa l’ha portata ad esprimere una dichiarazione così ‘forte’?
Sono un convinto fautore dei processi democratici che tengano in debita considerazione le preoccupazioni e le volontà dei cittadini. In quanto tale, a titolo personale e pur sapendo gli ostacoli giuridici e politici che si frappongono all’ipotesi di una modifica territoriale tra Stati, ho ritenuto fosse importante porre la questione campionese sotto i riflettori, proprio in vista dell’imminente cambio di statuto doganale e dell’inerzia della politica.

Fuori dai denti, crede che un picchetto delle Guardie di confine all’arco di Campione sia una risorsa ‘persa’, che potrebbe essere utilizzata in una forma più efficace in altri ambiti, con costi peraltro non indifferenti? Ripeto, la modifica dello statuto doganale dell’enclave ha prevedibilmente portato e porterà a una maggiore burocrazia e quindi maggiori costi di gestione, che avremmo potuto risparmiarci. Ovviamente la sicurezza è per me da porre al centro, soprattutto in momenti di vuoto istituzionale come quello vissuto ora da Campione.

L’Italia nel cancellare il codice di avviamento postale 6911 della posta o paventare la conclusione di alcuni servizi ticinesi a favore dei campionesi, ha giustificato la decisione sulla scorta di una asserita volontà svizzera. C’è diversamente la possibilità che, su richiesta italiana, la Confederazione e il Canton Ticino continuino ad elargire questi importanti e necessari servizi, mantenendo, ad esempio, sulla scorta di specifico accordo italo-svizzero, per i cittadini di Campione le patenti e le targhe svizzere, come in essere da molti decenni?
La volontà della Svizzera e del Cantone di collaborare in modo solidale con le autorità italiane e campionesi non può venire messa in discussione. Ricordo che il Ticino ha mantenuto l’erogazione dei servizi a Campione malgrado il Comune, in dissesto finanziario, abbia contratto debiti significativi nei confronti del Cantone. I limiti dati nel continuare l’erogazione di determinati servizi dopo il 1° gennaio non sono dipesi dalla volontà della Svizzera bensì dal quadro normativo svizzero e italiano e dalla portata delle richieste italiane.

Ritiene, quale esponente del governo del Canton Ticino, che possano essere precisati e regolamentati alcuni aspetti ‘svizzeri’ della vita dei campionesi sulla base di accordi sottoscritti in via preliminare tra il Comune di Campione e il Canton Ticino in ossequio agli accordi bilaterali del 2011, poi ovviamente da ratificare dai rispettivi governi?
Se il Comune di Campione dovesse richiedere di rivedere determinati accordi con il Cantone non mancheremo certo di entrare in materia e cercare le migliori soluzioni nell’interesse dei nostri rispettivi territori.