L’ARP diventerà cantonale

L’ARP diventerà cantonale

Da www.rsi.ch/news

Presentato il messaggio sulla riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione in Ticino
Il Dipartimento delle istituzioni ha dato avvio lunedì alla consultazione sulla riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione (ARP). Il nuovo modello organizzativo si basa sulla “cantonalizzazione” delle ARP, che sono 16, quindi sul passaggio delle competenze sul loro funzionamento dai comuni al cantone. Il messaggio prevede l’istituzione di una nuova autorità giudiziaria, specializzata nel diritto di protezione, le nuove Preture di protezione.
Una proposta – si legge nella nota – che “permette di meglio ossequiare il vincolo di specializzazione dell’autorità di protezione sancito dal diritto federale, per il quale l’autorità deve disporre di competenze interdisciplinari in altri ambiti oltre al diritto quali ad esempio il lavoro sociale, la psicologia o la pedagogia e il campo medico”.
L’istituzione delle nuove Preture di protezione presenti sull’intero territorio cantonale è sancita nella Costituzione cantonale e nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. Le modifiche costituzionali, se approvate da parte del Gran Consiglio, dovranno quindi essere avallate in votazione popolare.
La nuova autorità sarà composta da circa 90 unità di lavoro a tempo pieno presenti in varie sedi collocate sul territorio. L’onere supplementare a carico del cantone è stimato in 13,4 milioni di franchi. Si stima che le Preture di protezione potrebbero entrare in vigore nel 2024.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/LARP-diventer%C3%A0-cantonale-13794253.html

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Da www.rsi.ch/ilquotidiano

https://rsi.ch/play/tv/redirect/detail/13797868 La riforma delle autorità di protezione

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Da www.ticinonews.ch

Dalle ARP a nuove Preture di protezione
Il DI avvia oggi la consultazione sulla riorganizzazione delle Autorità di protezione, che prevede il passaggio delle competenze dai Comuni al Cantone

Il Consiglio di Stato ha autorizzato il Dipartimento delle istituzioni a porre in consultazione il Messaggio di aggiornamento relativo alla riorganizzazione delle Autorità di protezione (ARP), il quale prevede l’istituzione di una nuova Autorità giudiziaria specializzata nel diritto di protezione: le nuove Preture di protezione. Questa riorganizzazione rappresenta un tassello essenziale nella riforma della Giustizia cantonale. La procedura di consultazione, interamente in forma digitale, sarà aperta fino al 31 marzo 2021 e coinvolgerà circa 200 attori interessati dalla riorganizzazione (partiti, gruppi e movimenti politici presenti in Gran Consiglio, Comuni, Autorità giudiziarie, Autorità amministrative, Ordini, Associazioni ed enti, ecc.).

Cosa prevede il nuovo modello organizzativo
In Ticino vi sono attualmente 16 Autorità regionali di protezione presenti sul territorio – evoluzione delle Delegazioni tutorie comunali e delle Commissioni tutorie regionali – di natura amministrativa e con un’organizzazione comunale-intercomunale. La riorganizzazione oggetto del progetto prevede come detto l’istituzione di nuove Preture di protezione. Il nuovo modello organizzativo si basa sulla “cantonalizzazione” delle Autorità di protezione, con il passaggio delle competenze sul loro funzionamento dai Comuni al Cantone, e sulla “giudiziarizzazione” del sistema mediante una nuova Autorità giudiziaria. L’indirizzo proposto, si legge nella nota stampa del DI, “permette di meglio ossequiare il vincolo di specializzazione dell’Autorità di protezione sancito dal diritto federale, per il quale l’Autorità deve disporre di competenze interdisciplinari in altri ambiti oltre al diritto quali ad esempio il lavoro sociale, la psicologia o la pedagogia e il campo medico”. La riorganizzazione proposta mira quindi a “migliorare il funzionamento dell’Autorità chiamata a giudicare in questo settore sensibile e delicato della nostra società”.

Se c’è l’ok del Parlamento, la parola passa ai cittadini
L’istituzione delle nuove Preture di protezione presenti sull’intero territorio cantonale è sancita nella Costituzione cantonale e nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. Le modifiche costituzionali, se la riforma troverà l’approvazione da parte del Gran Consiglio, dovranno quindi essere avallate in votazione popolare.

Un onere supplementare per il Cantone di 13,4 milioni
In termini di risorse umane, la nuova Autorità giudiziaria sarà composta da circa 90 unità di lavoro a tempo pieno, presenti in varie sedi e sottosedi collocate sul territorio, di modo da garantire la prossimità. Dal punto di vista finanziario, l’onere netto supplementare a carico del Cantone è stimato in 13.4 milioni di franchi. L’importo è contemplato nella riforma “Ticino 2020”, nell’ottica della sua neutralizzazione nel computo globale dell’onere finanziario tra i due livelli istituzionali.

Se approvate, le Preture di protezione potranno vedere la luce nel 2024
Riguardo alle tempistiche di entrata in funzione della nuova Autorità giudiziaria, tenuto conto del superamento delle varie tappe istituzionali e dell’ampia portata della riforma, si stima che le Preture di protezione potrebbero entrare in vigore nel 2024.

https://www.ticinonews.ch/ticino/dalle-arp-a-nuove-preture-di-protezione-BD3764928

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Da www.tio.ch

Una “rivoluzione” per le ARP
La riorganizzazione passa dalla “cantonalizzazione” e dalla “giudiziarizzazione”
Il Governo ticinese ha avviato la consultazione per il relativo progetto

Le autorità regionali di protezione (ARP) si preparano a cambiare. Il Governo cantonale ha infatti avviato la consultazione sul messaggio riguardante la loro riorganizzazione. Una riorganizzazione che si inserisce nella più ampia riforma della giustizia cantonale. «Una giustizia che sarà al passo coi tempi» ha ricordato oggi Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni.
«Il tassello delle ARP è un tassello centrale di questa riforma della giustizia cantonale» ha detto ancora Gobbi. «I bisogni non riguardano più l’orfano o l’anziano, ma questioni più fragili e complesse». Si tratta di un’autorità che prende 11’000 decisioni all’anno, ha spiegato Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia. E ha annunciato che la riorganizzazione passa dalla «cantonalizzazione», dalla «giudiziarizzazione», dalla «specializzazione» e dalla creazione del sistema «Preture di famiglia».
Tra gli obiettivi si conta un miglioramento nella trattazione dei casi da parte di specialisti e in tempi adeguati. E un’uniformazione dell’organizzazione, delle procedure e delle prassi, mantenendo la presenza sul territorio. «Le autorità saranno efficienti, efficaci e moderne» come ha detto Andreotti.
La riorganizzazione – In Ticino sono attualmente presenti sedici autorità regionali di protezione, di natura amministrativa e con un’organizzazione comunale-intercomunale. La riorganizzazione prevede l’istituzione di una nuova autorità giudiziaria specializzata nel diritto di protezione, le nuove preture di protezione.
Il nuovo modello organizzativo si basa quindi principalmente sulla “cantonalizzazione” delle autorità di protezione, con il passaggio delle competenze sul loro funzionamento dai Comuni al Cantone, e sulla “giudiziarizzazione” del sistema mediante una nuova autorità giudiziaria. «La via giudiziaria è la naturale evoluzione di questo settore» ha sottolineato Andreotti, spiegando che si tratta di un’autorità giudiziaria «disgiunta dalle preture».
La “giudiziarizzazione” è considerata particolarmente importante, in quanto nel nostro cantone le autorità sono confrontate anche con molte situazioni transfrontaliere. «Le autorità si confrontano quindi con tribunali al di là del confine» ha spiegato Gobbi.
Per quanto riguarda il sistema “Preture di famiglia”, si tratta di un sistema astratto di modalità di organizzazione. «Il diritto di famiglia – ha spiegato la direttrice della Divisione della giustizia – viene deciso non solo nell’ambito dell’operato delle ARP ma anche dalle preture, questo sistema farà dialogare ARP e preture nel contesto della presa di decisione».
Novanta posti di lavoro – In termini di risorse umane, la nuova autorità giudiziaria sarà composta da circa novanta unità di lavoro a tempo pieno (oggi sono un’ottantina), presenti in varie sedi e sottosedi collocate sul territorio, di modo da garantire la prossimità. Dal punto di vista finanziario, l’onere netto supplementare a carico del Cantone è stimato in 13,4 milioni di franchi. L’importo è contemplato nella riforma “Ticino 2020”, nell’ottica della sua neutralizzazione nel computo globale dell’onere finanziario tra i due livelli istituzionali.
L’istituzione di questo modello è sancito nella Costituzione cantonale e nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. Se la riforma troverà l’approvazione da parte del Gran Consiglio, dovrà quindi poi essere avallata in votazione popolare.
Si stima che le preture di protezione potrebbero entrare in vigore nel 2024. Nel frattempo la procedura di consultazione – che avviene interamente in forma digitale – parte oggi e termina il 31 marzo 2021, e coinvolge circa 200 attori interessati dalla riorganizzazione.

https://www.tio.ch/ticino/attualita/1490051/autorita-preture-riorganizzazione-protezione-arp-cantone-organizzazione-giudiziarizzazione

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Verso le Preture di famiglia
Il Dipartimento delle istituzioni ha posto in consultazione il progetto di riforma delle Autorità regionali di protezione L’intenzione è di cantonalizzare le ARP e renderle delle vere e proprie autorità giudiziarie – L’approvazione del progetto passerà dal voto popolare

Dopo anni di lunghe discussioni il Dipartimento delle istituzioni (DI) ha posto in consultazione il messaggio sulla riorganizzazione delle Autorità di protezione. Stiamo parlando delle ARP, ovvero le autorità regionali di protezione, che nel sistema attuale sono di natura amministrativa e hanno un’organizzazione di tipo comunale o intercomunale. Il nuovo progetto di riforma, presentato ieri dal direttore del DI Norman Gobbi e dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, è ambizioso e molto articolato, ma volendo riassumerne al massimo il contenuto esso presenta tre novità. Innanzitutto la «cantonalizzazione» delle autorità di protezione, la cui competenza passerebbe quindi dai Comuni al Cantone. In secondo luogo, il progetto prevede la «giudiziarizzazione» del sistema, con la creazione delle Preture di protezione: le ARP, che come detto oggi sono di natura amministrativa, diverrebbero così delle vere e proprie autorità giudiziarie cantonali. Infine, l’altra novità riguarda la «specializzazione» delle autorità di protezione, che nel nuovo sistema avrebbero un collegio giudicante composto da tre persone: il pretore di protezione (o il pretore di protezione aggiunto) che funge da presidente del collegio, affiancato da due specialisti; di principio uno formato in ambito psicologico o pedagogico e l’altro in ambito di lavoro sociale. Tutti i membri del collegio dovrebbero essere eletti dal Gran Consiglio. Secondo il nuovo assetto organizzativo, le nuove Preture di protezione, assieme (ma in maniera completamente indipendente) alle ‘‘normali’’ Preture, andrebbero così a creare quello che è stato definito il «sistema delle Preture di famiglia».

Criticità e motivazioni
Il tema in questione, come detto, ha spesso fatto discutere in passato. Non a caso, sia Gobbi sia Andreotti hanno entrambi enfatizzato la delicatezza del dossier, in particolare poiché le misure di protezione prese dalle ARP «rappresentano un intervento importante nella sfera dei diritti e delle libertà della persona». Anche nel progetto di riforma il DI non ha voluto nascondere le criticità emerse negli ultimi anni. Tra queste, dal documento viene citato in particolare il fatto che le 16 ARP adempiono al loro vincolo di specializzazione «in maniera dissimile e con un differente grado di specializzazione» sul territorio ticinese. Quindi, come affermato da Gobbi, la «cantonalizzazione» del sistema farà sì che le misure prese dalle nuove Preture di protezione siano omogenee da Chiasso ad Airolo. Ma non solo. Tra le criticità citate nel documento viene pure indicata la «contenuta autorevolezza delle autorità di protezione derivante dalla loro natura amministrativa di tipo comunale o intercomunale». Anche in questo caso, a mente del DI, la «cantonalizzazione» e la «giudiziarizzazione» delle ARP permetterebbero di ovviare a questa problematica. Infine, sempre riguardo alle criticità, viene citato il numero («ritenuto eccessivo») di autorità presenti sul territorio, che come detto attualmente sono sedici. Per questo motivo, nella riorganizzazione sono previste quattro Preture di protezione, tre delle quali formate da più sezioni: la Pretura di protezione del distretto del Mendrisiotto, quelle del distretto di Lugano (con tre sezioni), di Bellinzona (con due sezioni) e di Locarno (anch’essa con due sezioni). A conti fatti, quindi, le entità presenti sul territorio sarebbero otto, la metà di quelle attuali. In totale, nella proposta del DI le nuove Preture di protezione avrebbero a disposizione 90 unità di lavoro a tempo pieno: 4 pretori, 12 pretori aggiunti, 16 membri specialisti, 8 unità per il servizio giuridico e 16 per il servizio rendiconti e infine 32 per il servizio amministrativo. Dal punto di vista finanziario la riorganizzazione avrà un costo maggiore per il Cantone di 13,4 milioni di franchi.

Un po’ di strada da fare
Prima di entrare in vigore, però, il progetto dovrà superare ancora diverse tappe istituzionali. La proposta di riorganizzazione è infatti ora stata posta in consultazione a circa 200 attori interessati dalla riforma, i quali avranno tempo fino alla fine del mese di marzo per inviare le proprie osservazioni al DI. Dopodiché sarà ovviamente necessaria l’approvazione della riforma da parte del Gran Consiglio. Ma non solo, visto che andrà a modificare la Costituzione cantonale, il progetto sarà pure posto in votazione popolare. Non va infine dimenticato, e non si tratta di un dettaglio, che come scritto nel documento posto in consultazione la riforma in questione è pure condizionata, «a livello del suo finanziamento, dall’approvazione da parte del Parlamento della riforma “Ticino 2020” e, in via subordinata qualora ciò non dovesse verificarsi, dal perseguimento di una puntuale soluzione» sulla «ripartizione degli oneri tra Cantone e Comuni».

Se tutto andrà liscio, a livello di tempistiche secondo quando riferito da Gobbi l’intenzione è di poter far entrare in funzione le nuove preture di protezione nella seconda metà del 2024.

«In 47 anni 2.000 sedute. Per ricordo, un posacenere»

«In 47 anni 2.000 sedute. Per ricordo, un posacenere»

Intervista a Jole Agostinetti (già responsabile amministrazione Gran Consiglio) pubblicata nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Ha lavorato all’ombra della politica di Palazzo delle Orsoline e nessuno come lei ha conosciuto tanti parlamentari. Jole Agostinetti a Bellinzona era ormai un’istituzione. Ora, dopo 47 anni di servizio, terminando come responsabile della gestione amministrativa dei Servizi del Gran Consiglio, è passata al beneficio della pensione. L’abbiamo intervistata.

Per 47 anni è stata il punto di riferimento per i numerosi parlamentari che (più o meno a lungo) sono stati a Palazzo delle Orsoline. Quali sono stati gli aspetti più arricchenti della sua esperienza?
«Ho avuto la fortuna di conoscere tantissime persone molto diverse tra loro e il fatto di averle potute aiutare nello svolgimento dei loro compiti è stato (e lo è ancora, pur lasciando) un grande piacere. Questo mio lungo percorso lavorativo mi ha donato un enorme bagaglio di esperienza, fiducia in me stessa, nelle mie capacità e mi ha insegnato a guardare sempre avanti. In poche parole, l’essere capitata (nel vero senso della parola) in questo Servizio è stata per me una grande opportunità di crescere».

E quelli che invece non faticherà di certo a dimenticare?
«Devo dire che tutti i deputati al Gran Consiglio mi hanno sempre trattata con rispetto; quindi non ho episodi spiacevoli da dimenticare».

Il suo ruolo neutrale, in un Parlamento di milizia nel quale ogni tanto scoccava una scintilla, è stato complicato da svolgere?
«Sono una persona molto schietta e fin troppo diretta, di conseguenza a volte fatico un po’ a mantenere il mio ruolo neutrale. Credo però di aver sempre trattato tutti allo stesso modo, senza favoritismi o rivalse».

Ha assistito a innumerevoli sedute del Gran Consiglio ricorda quante?
«Forse posso dire che nessuno come me ne ha seguite tante. Il numero esatto non lo so, ma diciamo che sono state circa 2.000».

Cosa è cambiato nel rapporto tra i parlamentari di ieri e quelli di oggi?
«A mio modo di vedere i parlamentari di ieri erano un po’ più pronti al compromesso. Ho l’impressione che le attuali continue critiche siano poco o per niente costruttive. Purtroppo però questo è lo specchio della società di oggi».

Ha osservato il cambiamento del costume della politica ticinese: come descriverebbe in poche parole questo mutamento?
«Il modo di fare politica è in continua evoluzione. Credo che una grande svolta l’abbia data l’avvento della Lega dei Ticinesi e soprattutto (la prego di non volermene) il ruolo dei media e dei social sempre più (troppo?) presenti».

L’aula nella quale ha iniziato a lavorare era tutta in legno con addirittura il posacenere (i parlamentari fumavano in aula!). Da fumatrice apprezzava quella realtà, oppure meglio quella odierna che costringe (pandemia a parte) i deputati ad andare in una saletta fumoir?
«Devo purtroppo ammettere che allora apprezzavo quella realtà. Ora (da ex fumatrice, anche se ogni tanto ahimè qualche sigaretta me la concedo ancora), apprezzo molto il fatto di non essere costretta a vivere in un ambiente fumoso. Questo ovviamente vale non solo per quanto riguarda l’aula del Gran Consiglio, ma anche per tutti gli altri ambienti (pubblici e non). Confesso di essermi portata a casa uno dei posacenere di quell’aula smantellata quale ricordo».

Ha lavorato anche con quattro segretari del Gran Consiglio. Quali i ricordi?
«Ho dei bellissimi ricordi degli ex-segretari del Gran Consiglio ai quali devo moltissimo. Il signor Geo Solari (un “classico gentleman inglese”, come mi piaceva definirlo), che mi ha accolta e trattata come una delle sue figlie, pur dandomi sempre del lei, e che mi ha insegnato moltissimo (nei primi mesi, nei ritagli di tempo, mi dava lezioni di civica!) soprattutto il rispetto delle istituzioni».

Poi è arrivato Rodolfo Schnyder…
«“Rodo” mi ha permesso di evolvere e di acquisire tantissime conoscenze, lasciandomi molto spazio nell’organizzazione e nella gestione del mio lavoro. Ricordo con un po’ di nostalgia le nostre innumerevoli e piacevoli “discussioni” sempre costruttive e arricchenti. Poi c’è stato Gionata Buzzini con il quale ho avuto un rapporto breve, ma molto collegiale contraddistinto da molti scambi di opinioni dettati dalle nostre esperienze lavorative molto diverse. Infine, dell’attuale Segretario, Tiziano Veronelli, entrato in carica da poco, posso dire di aver apprezzato la capacità di mediazione nelle sempre più complesse dinamiche istituzionali».

Da poche ore si è lasciata alle spalle una lunga carriera fatta di molti contatti. Ha qualcosa da dire (in maniera collettiva) a tutti i parlamentari che ha conosciuto?
«Ringrazio tutti gli ex-deputati per avermi accettata e rispettata nonostante (o proprio per) il mio carattere un po’ spigoloso, ma sempre ammorbidito dal sorriso, e molto diretto, Ai “nuovi” vorrei dire, sperando che non me ne vogliano, che forse qualche parola in meno e qualche decisione in più farebbero bene al nostro Paese, soprattutto in questo momento così difficile»

Pizolli: Chi sgarra verrà multato «Il tempo del dialogo è finito»

Pizolli: Chi sgarra verrà multato «Il tempo del dialogo è finito»

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Da ieri chi non rispetta le disposizioni sull’obbligo della mascherina e sul limite degli assembramenti potrà essere sanzionato con una multa da 50 fino a 200 franchi
Renato Pizolli avverte: «Per un anno abbiamo puntato sulla sensibilizzazione, ora si cambia»

O la maschera o la multa. Dal primo febbraio la Polizia cantonale e quella comunale potranno sanzionare con una multa disciplinare chi non rispetta le nuove prescrizioni federali in materia di COVID-19.

A livello federale ieri è entrata in vigore la nuova ordinanza COVID-19. Cosa cambia concretamente?
Con questa modifica di legge il Consiglio federale ha voluto assicurarsi un maggiore rispetto dei nuovi provvedimenti contro il coronavirus. Da lunedì primo febbraio, quindi, chi non rispetta le nuove prescrizioni potrà essere sanzionato con una multa disciplinare da 50 fino a 200 franchi.

Prima di questa modifica non era possibile comminare delle multe per violazioni di misure anti-COVID?
Anche prima era possibile comminare multe, ma bisognava seguire la procedura ordinaria. Un iter molto più complesso e oneroso in termini di tempo che si concludeva davanti al Ministero pubblico. «Con questa modifica di legge invece», spiega il portavoce della Polizia cantonale Renato Pizolli, «viene introdotta la possibilità di sanzionare chi non rispetta i provvedimenti contro il coronavirus attraverso una multa disciplinare. Riscontrare un’infrazione e punirla diventerà quindi molto più semplice. La multa disciplinare infatti non prevede nessun interrogatorio o verbale ma viene comminata dall’agente di polizia. È come una multa di parcheggio, va pagata».

Quali sono le nuove situazioni punibili con una multa disciplinare?
L’ordinanza individua due grandi casistiche. Riguardano l’obbligo della mascherina e il superamento del limite massimo degli assembramenti fissato a cinque. Chi sgarra viene multato. E deve pagare.

Cosa rischiano i refrattari alla mascherina?
Chi non indossa la mascherina rischia una multa di 100 franchi. Può essere multato chi omette di portare la mascherina sui veicoli di trasporto pubblico, nelle stazioni ferroviarie, nelle fermate di linea di tram, autobus, oltre che negli aeroporti, nei mercati o nei negozi.

Chi non rispetta il limite degli assembramenti cosa rischia?
Chi organizza una manifestazione privata, violando il limite di 5 persone, rischia una multa di 200 franchi. Per chi invece vi partecipa la multa è di 100 franchi. Anche chi non rispetta l’obbligo di stare seduti nelle strutture della ristorazione o nei bar riservati agli ospiti di un albergo rischia di pagare 100 franchi di multa. Una sanzione minore – 50 franchi – è invece prevista per chi non rispetta il limite delle 5 persone per gli assembramenti negli spazi pubblici. Il classico esempio è il capannello di persone che si fermano davanti al take-away per consumare il pasto o la bibita. «Situazioni simili ci vengono segnalate spesso», ammette Pizolli. «Ora avremo una base legale per intervenire comminando, laddove serve, delle sanzioni».

Posso organizzare la festa di compleanno, l’aperitivo o la cena con amici?
Solamente se il numero dei partecipanti non supera le cinque persone. Con un numero maggiore si rientra nel caso degli eventi privati con multe da 200 franchi per chi organizza e di 100 franchi per chi vi partecipa.

Ma la polizia potrebbe fare un controllo in un’abitazione?
«Non vogliamo arrivare a tanto, commenta Pizolli. Ma in caso di segnalazione le forze dell’ordine potrebbero anche intervenire. Confidiamo tuttavia nel buon senso e nella responsabilità individuale della popolazione».

In ufficio l’eventuale violazione dell’obbligo dell’uso della mascherina potrebbe venir sanzionato con una multa disciplinare?
No. La sanzione disciplinare di 100 franchi per il mancato uso della mascherina riguarda i mezzi pubblici, così come i mercati e i negozi. Ma non tocca il posto di lavoro. «In questo caso», ci spiega ancora il portavoce della Polizia cantonale, «a fare stato sono i piani di protezione. Un’eventuale sanzione dovrebbe quindi passare attraverso questa procedura. Che è la procedura ordinaria».

Qual è lo scopo di queste multe?
Lo scopo di una sanzione disciplinare immediata per chi non si attiene alle nuove disposizioni è promuovere un maggiore rispetto dei provvedimenti contro il coronavirus nella società e nello stesso tempo sgravare le autorità di perseguimento penale. In questi termini si è espresso il consigliere federale Alain Berset nella conferenza stampa della settimana scorsa, in cui ha presentato la nuova ordinanza COVID-19: «Finora le multe disciplinari erano previste solo durante la situazione straordinaria». Diversi Cantoni, tra cui anche il Ticino, in autunno avevano chiesto il ripristino della situazione straordinaria proprio per snellire le pratiche.

Quarantena dietro le sbarre

Quarantena dietro le sbarre

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 di 20 Minuti

Solo due casi positivi finora nelle carceri ticinesi. Il direttore Laffranchini: «Regole ferree, ma i detenuti dimostrano responsabilità». Anche i positivi finiscono in carcere. Nello scorso mese è capitato due volte: persone arrestate, sottoposte a tampone e risultate infette. Che fare? L’epidemia non blocca la giustizia. Condotti alla Farera, i due malviventi sono stati isolati. La diffusione del virus dietro le sbarre – un rischio da non sottovalutare, come si vede in Italia – finora è stata sventata. «Dall’inizio della pandemia abbiamo adottato protocolli ferrei e questi sono i primi casi» spiega il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. Non male, su oltre 220 detenuti. Nella vicina Lombardia, a metà gennaio erano 228 i positivi nelle carceri: un record in Italia. Non sono mancati gli appelli a vaccinare i detenuti il prima possibile. Che anche in Ticino le carceri siano un ambiente a rischio, è innegabile secondo Laffranchini. «Parliamo di molte persone che condividono uno spazio chiuso, con un Quarantena dietro le sbarre potenziale di diffusione esponenziale». Gli over 60 e con
malattie pregresse sono «decine» tra Stampa, Farera a Stampino, ricorda il direttore. «Non possiamo permetterci di lasciare entrare il virus». Di qui una serie di misure in uscita – i congedi allo Stampino sono stati sospesi – e in entrata. Nel carcere giudiziario della Farera, i nuovi detenuti vengono isolati in gruppi ristretti – due o tre perone – per dieci giorni dopo l’arrivo. «Per mancanza di spazi non possiamo permetterci quarantene singole» spiega Laffranchini. «In questo modo comunque è possibile agire con interventi mirati se necessario». Tutto finora è andato bene. I due detenuti positivi hanno avuto «un decorso tranquillo» e sono nel frattempo guariti. I compagni di cella – per un totale di cinque – sono stati sottoposti a quarantena e non hanno sviluppato sintomi. «A oggi non sono avvenuti contagi all’interno del carcere» tiene a precisare Laffranchini. «I due detenuti in
questione sono stati contagiati all’esterno». La notizia – diffusasi velocemente – non ha generato scene di panico. «La popolazione carceraria è stata sensibilizzata sulle misure preventive, e sta dimostrando grande
autodisciplina e senso di responsabilità» conclude il direttore. «Anche se le limitazioni dovute al Covid pesano senz’altro sull’umore, in persone già private della libertà». 

Il Governo scrive a Berna «Disparità con la Lombardia»

Il Governo scrive a Berna «Disparità con la Lombardia»

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Il Consiglio di Stato chiede l’introduzione di test per i viaggiatori che rientrano in Ticino da oltreconfine e il divieto di recarsi all’estero per fare la spesa o andare al ristorante
Norman Gobbi: «Vogliamo evitare che quello che da noi è vietato venga fatto altrove»

La Lombardia, come quasi tutta l’Italia, è tornata a colorarsi di giallo. Dopo un mese di restrizioni, quindi, i nostri vicini di casa possono tornare a riassaporare un po’ di libertà. Una normalità che ha il sapore di un pranzo al ristorante o di un aperitivo al bar. Gli allentamenti decisi dal Governo italiano hanno però delle conseguenze anche sulla Svizzera, o perlomeno sul Ticino. Da ieri sono infatti cadute le restrizioni per chi intende attraversare il confine. Se prima si poteva sconfinare solo per «comprovate necessità» o per ragioni lavorative, ora chi vuole andare in Lombardia per turismo (compreso quello degli acquisti) o per riabbracciare un familiare può farlo liberamente, a patto di essersi sottoposto, nelle 48 ore antecedenti all’ingresso nella Penisola, a tampone (PCR o rapido) risultato negativo. Così, pagando gli 80 franchi necessari per effettuare un test rapido, niente potrà vietare a un cittadino ticinese di recarsi sabato a Como e fare due passi in centro, pranzare al ristorante e, magari, sulla strada di ritorno fermarsi al supermercato per fare la spesa. Un sabato normale, si direbbe. Perlomeno in epoca pre-COVID.

Lì si apre, qui è chiuso
Oggi, invece, le possibilità offerte dalla vicina Penisola cozzano con le misure decretate in Svizzera dal Consiglio federale. Da noi, come sappiamo, fino a fine mese non sarà possibile andare al ristorante, né al bar, e molti negozi resteranno chiusi. Proprio il disequilibrio venutosi a creare dopo le nuove regole entrate in vigore in Italia ha spinto il Consiglio di Stato ticinese a scrivere a Berna per chiedere l’introduzione di contromisure puntuali per scoraggiare il turismo degli acquisti e, più in generale, ridurre gli spostamenti dei ticinesi. Il Governo teme infatti che una maggiore circolazione delle persone lungo la frontiera possa vanificare tutti gli sforzi messi in campo finora per contenere i contagi.

Le richieste
Da Palazzo delle Orsoline è quindi partita ieri una missiva indirizzata al Consiglio federale per chiedere l’introduzione urgente di nuove misure per «limitare la mobilità non essenziale da e per l’Italia». Provvedimenti che – viene sottolineato nella lettera – sono peraltro in linea con le misure già in vigore in alcuni degli Stati limitrofi, come ad esempio l’Italia. L’Esecutivo ticinese avanza una duplice richiesta. Da un lato, il Governo sostiene che bisognerebbe prevedere l’introduzione di test rapidi alla frontiera per i viaggiatori che rientrano in Svizzera o, in alternativa, l’obbligo di presentare un tampone negativo effettuato nelle 48 ore precedenti. Una misura, questa, che varrebbe solo per chi si sposta oltreconfine per motivi non professionali. In aggiunta, il Consiglio di Stato chiede a Berna il ripristino del divieto di recarsi all’estero per fare la spesa o per andare al ristorante, con relativa sanzione per chi trasgredisce la regola. Il provvedimento ricalcherebbe in sostanza quanto avvenuto la scorsa primavera, durante la prima ondata della pandemia, quando il Consiglio federale aveva imposto temporaneamente delle restrizioni alle condizioni di entrata in Svizzera e vietato il turismo degli acquisti. Per chi veniva pizzicato al rientro in Svizzera con la spesa o con compere fatte all’estero la multa era di 100 franchi.

Parità di trattamento
«In sostanza, chiediamo che venga applicato un coordinamento necessario per i territori di confine. Per noi, come cantone di frontiera e con relazioni intense con la Lombardia, è fondamentale tenere d’occhio quanto accade dall’altra parte del confine e, soprattutto, evitare che ciò che da noi non è consentito venga fatto altrove», spiega il presidente del Governo Norman Gobbi. Una questione di equità, secondo Gobbi, così come «di controllo preventivo». «Per noi è essenziale tenere monitorata la situazione ed evitare una disparità di trattamento. Per fare solo un esempio, in Italia i ristoranti sono aperti, benché solo fino alle 18, mentre qui rimangono chiusi del tutto. Ai nostri concittadini chiediamo quindi prudenza e attenzione, anche per evitare il rischio di gettare alle ortiche quanto di buono fatto finora».
Uno dei rischi, evidenzia il presidente del Consiglio di Stato, è che una maggiore circolazione delle persone porti a un aumento dei contagi. «Fortunatamente – prosegue – al momento in Lombardia il numero delle infezioni è relativamente basso, ma già in passato abbiamo visto che se i contagi salgono, le conseguenze sono visibili anche sul nostro territorio». L’obbligo del tampone che l’Italia ha imposto a chi entra, secondo il consigliere di Stato, può sì essere un freno, ma d’altro canto «non ho prove di effettivi controlli da parte delle autorità italiane. Né in frontiera, né sul territorio. Questa misura, quindi, rischia di essere puramente declamatoria».
Quella inviata ieri dal Governo ticinese è la quarta lettera in pochi mesi all’indirizzo delle autorità federali, che finora non hanno mai dato seguito alle richieste. Potrebbe essere diverso questa volta? «So che sono in corso delle riflessioni a livello federale su questo fronte – sottolinea Gobbi – e bisognerà capire se e come Berna deciderà di intervenire. Da parte nostra chiediamo un segnale. Soprattutto perché sappiamo che oltreconfine i controlli sono pressoché assenti. Le multe per il turismo degli acquisti sarebbero quindi un’estrema ratio. Come autorità cantonale ci rivolgiamo alla popolazione chiedendo di essere prudenti, in attesa di capire se la Confederazione potrà trovare soluzioni puntuali, pensate per la nostra realtà».