Alta tensione tra Italia e Svizzera. Tre domande a Norman Gobbi

Alta tensione tra Italia e Svizzera. Tre domande a Norman Gobbi

Norman Gobbi, lei fu tra Consiglieri di Stato che bloccarono parzialmente i ristorni nel 2011. Quanto siamo effettivamente vicino a un blocco bis quest’anno? Su questo fronte lei ha denunciato l’insensibilità della Confederazione rispetto al Ticino. Eppure abbiamo un Consigliere Federale ticinese. Come si spiega questo atteggiamento? 
“Non sempre per far sentire la voce del Ticino a Berna basta parlare e lanciare i campanelli d’allarme. A volte bisogna picchiare i pugni sul tavolo. Non significa essere ribelli ma richiamare l’attenzione verso la specificità di un Cantone di frontiera come il nostro, che vive quotidianamente dinamiche diverse rispetto al resto del Paese. È vero che abbiamo un Consigliere federale a Berna ma nel Governo si ragiona in ottica nazionale e spesso si prediligono i buoni rapporti istituzionali tra Stati, talvolta a discapito degli interessi dei Cantoni. Nel caso specifico, la “tassa sulla salute” è di fatto un’imposta introdotta dal Governo italiano a carico dei lavoratori frontalieri. Come tale, a nostro modo di vedere, costituisce una violazione da parte di Roma dell’accordo sulla fiscalità. Nel rispetto dei livelli istituzionali, dev’essere il Coniglio federale a sollevare la questione con le autorità italiane. È una delle richieste che rivolgeremo alla Consigliera federale Karin Keller-Sutter che ha accettato – finalmente – la nostra proposta di incontro. Apprezziamo l’apertura al dialogo, ma se questo non produrrà risultati concreti, il Cantone deve valutare tutte le opzioni percorribili. Dubito però che si procederà con il blocco-bis dei ristorni, l’ipotesi più plausibile potrebbe essere una decurtazione”.

Le tensioni tra Italia e Svizzera sono già alle stelle per via di Crans-Montana. Nelle vostre considerazioni state tenendo conto anche di questo aspetto?
“Il dossier dei ristorni e le questioni fiscali sono un tema economico e istituzionale tra Stati. Crans-Montana è un dramma umano e una vicenda giudiziaria. Mescolare i due piani sarebbe un errore. Il Ticino valuta il tema dei ristorni per ciò che è: un problema di equilibrio fiscale e di rispetto degli accordi. Le relazioni tra Svizzera e Italia sono solide, ma devono basarsi sul rispetto reciproco e non possono essere condizionate da una sovrapposizione impropria di dossier”.

A proposito di Crans-Montana. L’ambasciatore italiano a Berna, resta ancora a Roma per volontà del Governo italiano. Lei che idea si è fatto di questa strategia aggressiva da parte dell’Esecutivo guidato da Meloni? E come pensa che dovrebbero reagire le istituzioni politiche e giudiziarie svizzere rispetto alle pretese italiane?
“Il richiamo di un ambasciatore è un gesto gravissimo. Nella prassi diplomatica è uno strumento che viene utilizzato in contesti di conflitto o di rottura profonda delle relazioni tra Stati. Il Governo italiano ha deciso di alzare il livello dello scontro con decisioni ricattatorie, ha scelto la strada della pressione e dell’ingerenza politica, e questo non si può accettare. Il contesto nel quale si inserisce questa scelta, tuttavia, non può essere ignorato: le tensioni bilaterali si sviluppano parallelamente a un acceso dibattito interno in Italia sulla riforma della giustizia. È legittimo interrogarsi sulla coincidenza temporale di questi fattori. Le istituzioni svizzere devono ribadire il principio fondamentale che sta alla base del nostro sistema democratico: la separazione dei poteri. Si tratta di un pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto, che non può essere messo in discussione da pressioni politiche esterne. La Svizzera – che, lo ricordiamo, piange il maggior numero di vittime – è la prima a voler fare piena luce sui fatti e a ricercare verità e giustizia. È dunque doveroso garantire la massima collaborazione nell’ambito degli strumenti previsti dal diritto internazionale, ma con altrettanta fermezza nel tutelare la propria sovranità giuridica e l’autonomia delle proprie istituzioni”.

https://www.liberatv.ch/news/politica-e-potere/1907851/alta-tensione-tra-italia-e-svizzera-tre-domande-a-norman-gobbi

 

Strutture carcerarie: “In atto ogni sforzo per una collocazione adeguata”

Strutture carcerarie: “In atto ogni sforzo per una collocazione adeguata”

Le è stato fornito un quadro aggiornato della situazione di sovraffollamento nelle carceri ticinesi e le sono state illustrate le misure straordinarie adottate per far fronte alla carenza di spazi e per sostenere adeguatamente il personale in una fase caratterizzata da “un’elevata pressione operativa”. La commissione parlamentare di sorveglianza ha incontrato ieri mattina in audizione il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti e il Direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini per fare il punto sulla sovraoccupazione delle prigioni.

La commissione, presieduta dalla deputata dei Verdi Giulia Petralli, “ha potuto constatare come, in un contesto particolarmente complesso, le autorità competenti stiano mettendo in atto ogni sforzo volto a garantire una collocazione adeguata alle persone detenute”. Nella nota l’organo parlamentare esprime inoltre “il pieno riconoscimento e apprezzamento per l’impegno, la professionalità e il senso di responsabilità dimostrati dal personale delle Strutture carcerarie cantonali”. Riunitosi giovedì sera in assemblea (vedi ‘laRegione’ di ieri), il sindacato Vpod ha approvato una risoluzione all’attenzione del Consiglio di Stato, della Direzione delle strutture carcerarie e della stessa commissione parlamentare, formulando nella stessa alcune rivendicazioni. Per il sindacato “vanno rilanciati investimenti coraggiosi del Cantone nelle infrastrutture e nella dotazione di personale”, investimenti che garantiscano nelle carceri “spazi ed effettivi all’altezza dei crescenti bisogni”. Ciò per assicurare condizioni di lavoro adeguate per il personale alle dipendenze delle strutture detentive e condizioni dignitose per chi sta scontando una pena privativa della libertà o si trova in carcerazione preventiva. La Vpod chiede anche “l’esclusione di nuovi programmi di privatizzazione dei servizi penitenziari”. E questo perché ”l’esecuzione della pena costituisce un compito essenziale dello Stato”. Che deve quindi “rimanere in mano pubblica”.

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 28 febbraio 2026 de La Regione

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Sovraffollamento delle strutture carcerarie: «In atto ogni sforzo per una collocazione adeguata»

La Commissione di sorveglianza delle condizioni di detenzione ha incontrato Gobbi, Andreotti e Laffranchini: «Pieno riconoscimento e apprezzamento per l’impegno, la professionalità e il senso di responsabilità dimostrati dal personale»
«Siamo al 100% al carcere penale (La Stampa, ndr.) e sovraffollati al carcere giudiziario (La Farera, ndr.)». A esporre la situazione, due settimane fa, era stato il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini. Oggi la Commissione di sorveglianza delle condizioni di detenzione ha incontrato il consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, la direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e Laffranchini.
Nel corso dell’incontro, la Commissione è stata aggiornata in merito alla delicata situazione di sovraffollamento che interessa le Strutture carcerarie ticinesi, fenomeno che si riscontra peraltro anche a livello nazionale. Sono state illustrate le misure straordinarie adottate per far fronte alla carenza di spazi disponibili e per sostenere adeguatamente il personale in una fase caratterizzata da un’elevata pressione operativa.
«La Commissione ha potuto constatare come, in un contesto particolarmente complesso, le autorità competenti stiano mettendo in atto ogni sforzo volto a garantire una collocazione adeguata alle persone detenute».
La Commissione desidera infine «esprimere il proprio pieno riconoscimento e apprezzamento per l’impegno, la professionalità e il senso di responsabilità dimostrati dal personale delle Strutture carcerarie cantonali». 
 
 
Messaggio sulla Riforma della Giustizia di pace

Messaggio sulla Riforma della Giustizia di pace

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha approvato il Messaggio sulla Riforma della Giustizia di pace. L’obiettivo del Governo è di salvaguardare e rafforzare la storica figura del Giudice di pace ticinese, uno degli Istituti più antichi del Cantone Ticino presente sin dagli albori del nuovo Cantone con l’Atto di Mediazione del 1803. Un rafforzamento che prevede in particolare la chiarificazione dello statuto del Giudice di pace e la ridefinizione dei comprensori e del numero di giudici presenti sul territorio, continuando ad assicurare la formazione e il sostegno ai magistrati popolari. Una figura dell’ordinamento giudiziario cantonale che contribuisce al buon funzionamento della Giustizia ticinese, trattando oltre 7’000 cause all’anno a sgravio della Magistratura ordinaria.

La riforma della Giustizia di pace figura tra gli indirizzi strategici fissati dal Governo in favore della Giustizia ticinese, inserendosi nelle riforme settoriali dell’ordinamento giudiziario cantonale, volte a garantire il buon funzionamento della Giustizia a beneficio della cittadinanza. L’adeguamento dello storico Istituto del Giudice di pace si rende necessario alla luce dell’evoluzione del quadro normativo e delle trasformazioni intervenute nella società ticinese. L’attuale assetto, pur avendo garantito per decenni un servizio importante e capillare, evidenzia oggi limiti strutturali e funzionali che richiedono un intervento legislativo mirato in concomitanza con la scadenza del periodo di elezione decennale al 31 maggio 2029, volto a mantenerne la piena operatività nel contesto contemporaneo.

La riforma proposta dal Governo mira a conseguire un modello di giustizia di prossimità moderno, efficiente, maggiormente professionale e in equilibrio complessivo con il sistema giudiziario cantonale, in grado di rispondere alle esigenze attuali e future della popolazione, assicurando nel contempo la continuità di un servizio pubblico radicato nella tradizione istituzionale del Cantone. Tradizione che proprio per la sua importanza viene mantenuta, confermando la natura laica della figura eletta con votazione popolare. Tra i punti cardine della riforma vi sono la chiarificazione dello statuto del Giudice di pace, basata sul modello del Giudice di pace attivo a tempo parziale a titolo accessorio, fissando nella legge il rispettivo salario, alla stregua dei magistrati dell’ordinamento giudiziario e superando l’attuale sistema retributivo che prevede l’incasso da parte del Giudice di pace delle tasse e spese di giustizia. La riforma persegue dunque un maggior equilibrio lavorativo per i Giudici di pace, al fine di garantire al singolo giudice un numero adeguato di incarti. Un obiettivo che poggia sulla ridefinizione del numero di Giudicature di pace, dalle attuali 38 presenti in ogni Circolo del Cantone alle future 11 Giudicature di pace, in cui opereranno 25 Giudici di pace che tratteranno in media circa 300 incarti ciascuno all’anno. I Giudici di pace che saranno tenuti a seguire una formazione di base giuridica e organizzativa e continua organizzata dallo Stato, che continuerà ad assicurare un adeguato sostegno giuridico e organizzativo per l’esercizio della loro funzione.

Con la riforma il Consiglio di Stato intende mantenere una presenza complessivamente proporzionata delle Giudicature di pace sul territorio cantonale, volta a conferire ai Giudici di pace un numero di incarti adeguato ed equilibrato. Una prossimità intesa, superando il concetto strettamente legato alla vicinanza fisica, nella capacità di meglio rispondere ai bisogni della cittadinanza, rendendo l’Istituto del Giudice di pace più moderno, efficiente e maggiormente professionale, come avvenuto per altre riforme in ambito di Giustizia, evidenziando la riforma delle Autorità di protezione di recente approvata dal Gran Consiglio. Una riforma tesa quindi a salvaguardare la storica figura del Giudice di pace ticinese, rafforzandola anche in vista delle sfide che attendono la Giustizia tutta, come la digitalizzazione dell’attività, permettendo di continuare a garantire l’importante contribuito al buon funzionamento della Giustizia fornito dai Giudici di pace, trattando oltre 7’000 cause all’anno a sgravio della Magistratura ordinaria.

Vallemaggia: il punto sulla ricostruzione

Vallemaggia: il punto sulla ricostruzione

Incontro, oggi, fra le autorità cantonali e il Comune di Cevio – Rispettata la tabella di marcia per il nuovo ponte di Visletto

Nel pomeriggio di oggi, giovedì, sono stati presentati aggiornamenti sulla ricostruzione in Vallemaggia, a quasi due anni dalla tragica alluvione che ha cambiato per sempre anche il territorio della regione. Autorità e tecnici cantonali hanno così fatto il punto della situazione in un incontro col Municipio di Cevio.
L’attenzione si è così focalizzata sul ponte di Visletto, simbolo per tutti della ricostruzione. La tabella di marcia, è stato detto, è rispettata: i 4 piloni provvisori sono stati tutti posati e poggiano su altrettanti pilastri che entrano nel suolo per una ventina di metri. Le opere di carpenteria metallica saranno terminate invece per la fine di marzo.
Ci si chiede, quindi, se l’apertura del ponte non possa in qualche modo essere anticipata. “La tempistica rimane quella: quindi la messa in esercizio per novembre”, risponde al Quotidiano Norman Gobbi. Ma il consigliere di Stato aggiunge che “guardando all’avanzamento dei lavori e discutendo con i tecnici della Divisione delle costruzioni”, si può “magari immaginare che la ditta” risulti “talmente brava, e potrebbe quindi ricevere un bonus”. Un bonus di cui beneficerebbe evidentemente anche l’alta Vallemaggia, che potrebbe così essere “collegata prima in maniera definitiva al resto del cantone”.
Sui lavori in atto per il ponte si è quindi espresso nel dettaglio Diego Rodoni. Come si dovrà procedere? Si tratterà di “sistemare tutta l’area occupata attualmente dal cantiere”, nonché di “demolire l’attuale strada provvisoria” e “smontare il ponte militare” provvisorio, spiega il direttore della Divisione delle costruzioni. Quindi, inizieranno tutti i lavori di sistemazione dell’alveo del fiume Maggia: occorrerà così “rifare le nuove scogliere e la nuova zona golenale” e procedere ad una sistemazione paesaggistica “per ripristinare nella maniera più naturale possibile tutta l’area che è stata” colpita dalle devastazioni del 2024.
Il progetto prevede un ponte a forma di S, lungo 150 metri, la cui realizzazione è veramente molto attesa da tutta la popolazione. Ma il ponte, ovviamente, rappresenta solo una delle tappe della ricostruzione: per il Comune di Cevio ce ne sono altre molto importanti, ad esempio per quanto attiene alla ricucitura della Bavona. Ma proprio la settimana prossima, anticipa Wanda Dadò, 3 team di progettazione presenteranno i loro masterplan per la ricucitura. “Vedremo fra le tre idee, quella che ci convince di più, quella che rispecchierà di più la visione che abbiamo già comunque dato a questo territorio”, rileva la sindaca di Cevio. Quindi, si passerà alla progettazione, che riguarderà tutto l’anno in corso.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Vallemaggia-il-punto-sulla-ricostruzione–3552478.html

Visita di cortesia dell’Ambasciatore del Tagikistan

Visita di cortesia dell’Ambasciatore del Tagikistan

Comunicato stampa

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha ricevuto oggi a Palazzo delle Orsoline Sharaf Sheralizoda, Ambasciatore della Repubblica del Tagikistan accreditato a Berna. La visita di cortesia ha consentito di discutere vari temi di interesse comune e di presentare le particolarità del nostro Cantone.

La visita di cortesia dell’Ambasciatore Sharaf Sheralizoda ha permesso di discutere vari temi di attualità, offrendo l’occasione per un confronto sulle relazioni diplomatiche e commerciali che legano la Confederazione e il Tagikistan.
Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha inoltre colto l’opportunità per condividere con l’Ambasciatore alcune informazioni sulle caratteristiche che contraddistinguono il Ticino e sull’attuale situazione socio-economica, politica e culturale del nostro Cantone.

“Pronti a congelare i ristorni. Si fa prima ad avere un appuntamento con Giorgetti che con Keller-Sutter”

“Pronti a congelare i ristorni. Si fa prima ad avere un appuntamento con Giorgetti che con Keller-Sutter”

Gobbi tuona contro Berna: “Se vogliono mantenere buoni rapporti con l’Italia, compensino loro il mancato pagamento”

“Avanti tutta amici miei!”. Il Ticino è pronto, nel caso, a congelare almeno parzialmente i ristorni dei frontalieri. «E se Berna è così intenzionata a mantenere buoni rapporti con l’Italia, ci pensi lei a compensare il mancato pagamento», afferma serafico il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi davanti alla stampa, a margine del consueto incontro con la Deputazione ticinese alle Camere federali che precede la sessione primaverile. Perché va bene tutto – tassa sulla salute, Zone economiche speciali, ammortamenti minori sui macchinari rispetto ai Paesi Ue – ma ora basta: «Vogliamo evitare quanto vissuto in passato, cioè che l’inerzia bernese venga pagata dai ticinesi – spara ancora Gobbi –. Non significa essere un Cantone ribelle né cerchiamo di rompere la collegialità confederale, ma purtroppo quando si parla di rapporti tra Svizzera e Italia a Berna e Roma dicono che è tutto ok, ma quando si passa al Ticino le prospettive cambiano non poco». Senza dimenticare che «quando si parla di rapporti Berna-Parigi o Berna-Berlino, si agitano tutti di più sotto la Cupola e in tutta l’Amministrazione federale, e siamo un po’ stanchi: siamo un cantone in forte difficoltà sociale, sono dati evidenziati da ogni statistica ma sui quali dobbiamo continuamente richiamare l’attenzione». E, quando gli si chiede se sia più facile parlare con Berna o Roma, la risposta è secca e con un sorriso non guascone, ma molto tirato: «Diciamo che è più facile avere un appuntamento con il ministro dell’Economia italiano Giorgetti che con Karin Keller-Sutter, che si è attivata solo quando abbiamo cominciato ad alzare un po’ la voce». Conferma questa, per Gobbi, che «per richiamare l’attenzione a volte serve andare sopra le righe istituzionali elvetiche». Meno formalità, più muscoli belli tesi.

‘Diamo seguito alla mozione, dall’Italia misure unilaterali’
Perché «le criticità di misure unilaterali prese dall’Italia emergono sempre più, e hanno un impatto forte sulla nostra realtà economica. Sono tanti elementi che vanno a irrigidire i rapporti tra la nostra realtà e quella italiana. Per Berna è importante avere buoni rapporti», concede Gobbi. Ma c’è un limite a tutto. E difatti, il governo cantonale è pronto «a dare seguito alla mozione che ci chiede di intervenire con Berna sulla questione ristorni». Questo perché «se c’è un cambio di approccio fiscale da parte italiana, è un cambio che richiede la revisione di quanto oggi in vigore. Il Ticino – ricorda Gobbi – versa oltre 100 milioni di franchi l’anno di ristorni, cifre importanti perché è importante il numero di frontalieri attivi qui, ma ci sono delle soluzioni ipotizzabili». Che vanno dal più irrealizzabile blocco totale dei ristorni, alla via «più percorribile», quella di un congelamento parziale «per sbloccare la discussione come è già stato fatto in passato per l’Accordo fiscale, anche alla luce del comportamento delle autorità italiane che cercano di sfuggire nel dare una chiara lettura a quanto adottato».

Perequazione, qualcosa si muove
Su un altro dossier pesante, quello della perequazione intercantonale, a velocità pachidermica qualcosa invece si muove. Abbastanza? Si vedrà, intanto «si è conclusa la consultazione promossa per la modifica dell’Ordinanza che accoglie quanto chiedevamo da tempo: adeguare la ponderazione delle entrate fiscali dei frontalieri, una disparità che colpisce il Ticino perché sono persone che guadagnano qui ma non spendono qui e non contribuiscono al benessere del nostro cantone». Una maggioranza di Cantoni favorevoli a questo cambio sembra delinearsi, anche se «c’è una fetta di contrari». Il conto è fatto: «Per il Ticino sarebbero 9 milioni di franchi». Una goccia nell’oceano di un Piano finanziario che fa tremare i polsi, ma sempre meglio una goccia di un pugno di arida sabbia. Perché vada tutto nel migliore dei modi, l’impegno c’è: «Noi abbiamo programmato un incontro con Keller-Sutter, mentre la Deputazione incontrerà Ignazio Cassis».

Da www.laregione.ch

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I ristorni? «Per essere ascoltati occorre andare sopra le righe»

A margine del tradizionale incontro con la Deputazione ticinese alle Camere federali, il presidente del Governo Norman Gobbi è tornato sull’ipotesi, sempre più probabile, di una decurtazione dei ristorni: «Quando si parla di Parigi o Berlino tutti si agitano di più, il Consiglio di Stato è stanco di questa situazione»

A volte per farsi ascoltare da Berna occorre essere un po’ sopra le righe. Potremmo riassumere così il senso delle dichiarazioni del presidente del Consiglio di Stato, Norman Gobbi, formulate oggi in occasione del tradizionale incontro con la Deputazione ticinese alle Camere federali in vista dell’imminente sessione parlamentare. Già, perché durante l’incontro si è sì parlato di «classici» temi federali, come la perequazione intercantonale (presto potrebbero esserci novità favorevoli al Ticino in merito al computo dei redditi frontalieri), oppure i sempre crescenti costi della salute (con un paio di iniziative cantonale che saranno trattate dal Parlamento durante la sessione). Ma si è parlato anche, visto il momento storico, dei rapporti con la vicina Italia. Con, sullo sfondo, l’ipotesi evocata da più parti di una decurtazione dei ristorni da parte ticinese quale «contro-mossa» a diverse misure protezionistiche proposte dalle autorità italiane. E con il presidente del Governo a non lesinare critiche, in particolare nei confronti della Berna federale, rea di non ascoltare abbastanza i campanelli d’allarme lanciati da Sud delle Alpi.

Rapporti tesi con l’Italia
«Abbiamo evidenziato al Consiglio federale, nelle scorse settimane, criticità che ci sono dal punto di vista di alcune misure unilaterali che l’Italia ha adottato, in particolar modo la tassa sulla salute». Ma non solo: anche l’ipotesi di istituire «zone economiche speciali». Oppure, come evidenziato più tardi dal presidente della Deputazione, Bruno Storni, gli incentivi per acquistare macchinari prodotti nell’UE (che tagliano fuori il mercato elvetico) e che rischiano di «produrre un danno diretto per l’economia ticinese». Insomma, ha proseguito Gobbi, sono «tanti piccoli elementi che vanno a irrigidire i rapporti tra la Svizzera e la Repubblica italiana». Non a caso, ha affermato il presidente dell’Esecutivo cantonale a proposito dell’ipotesi di bloccare i ristorni, «noi vogliamo dare seguito a quanto recentemente introdotto a livello del Parlamento ticinese», ossia la mozione (firmata da esponenti di spicco di PLR, UDC, Centro e Lega) che chiede di attivarsi per sospendere (totalmente o parzialmente) i ristorni. Come dire: il Governo è pronto ad andare in quella direzione. E in questo senso Gobbi ha precisato che la via «più plausibile» è quella di una decurtazione dell’importo, non quella di un blocco totale. «Il Governo – ha spiegato – ritiene sia necessaria da parte della Confederazione un’azione diplomatica e politica nei confronti dell’Italia al fine di affrontare le criticità, perché altrimenti, ancora una volta, le conseguenze le pagherà il Ticino». Un tema, questo, che sicuramente sarà affrontato durante il prossimo incontro tra il Consiglio di Stato e la consigliera federale Karin Keller-Sutter, in programma proprio durante la sessione. E che, come chiarito da Storni, sarà tematizzato anche durante il già previsto incontro tra la Deputazione e il consigliere federale ticinese Ignazio Cassis, agendato martedì prossimo.
Sollecitato dai media, poi, Gobbi è tornato sulla questione dei ristorni. E, come detto, non ha lesinato critiche a Berna. «Vogliamo evitare quanto vissuto in passato, con l’inerzia bernese pagata dai ticinesi. Lo abbiamo fatto in passato. Lo abbiamo sopportato. Ma se la Confederazione vorrà mantenere buoni rapporti con l’Italia, semmai pagherà lei…». Ciò, ha voluto precisare, «non significa essere un cantone ribelle, ma purtroppo quando si parla di rapporti tra Italia e Svizzera, per Berna e Roma va tutto bene, mentre in Ticino la prospettiva cambia». Inoltre, «quando si parla di Parigi o Berlino si agitano tutti di più». E il Governo, di questa situazione, «è un po’ stanco. Le statistiche federali mostrano un cantone in difficoltà sociale. Questo deve essere compreso anche a livello federale. E ogni tanto bisogna richiamare l’attenzione facendo cose un po’ più sopra le righe dal punto di vista istituzionale». Per dirla con una battuta, ha chiosato rispondendo alle domande, «è più facile avere un appuntamento con Giorgetti (ndr. ministro dell’economia italiano) che con Keller-Sutter». Non a caso, ha aggiunto, «l’incontro (ndr. con la consigliera federale) è arrivato solo quando abbiamo iniziato ad alzare un po’ la voce. E ciò conferma quanto detto prima: ogni tanto occorre andare oltre le righe istituzionali elvetiche».

Da www.cdt.ch

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Fra rapporti con l’Italia e costi dei farmaci
Sono i temi che hanno dominato l’incontro di oggi, a Bellinzona, fra il Consiglio di Stato e la deputazione ticinese alle Camere federali

Vari temi sono stati affrontati a Bellinzona oggi, mercoledì, nell’incontro fra la deputazione ticinese alle Camere e il Consiglio di Stato, in vista della prossima sessione di lavori parlamentari a Berna. Ma il dossier che ha attirato maggiormente l’attenzione è dato dai rapporti con l’Italia. L’Esecutivo ticinese ha infatti definito problematica la nuova tassa sulla salute approvata dal Governo di Giorgia Meloni: la considera come una doppia imposizione sui frontalieri, e ciò violerebbe gli attuali accordi fra Svizzera e Italia.

“Si tratta di una questione giuridica”, spiega Norman Gobbi ai microfoni di SEIDISERA, sottolineando che “l’introduzione nella legge italiana di bilancio” di questa tassa “ha cambiato completamente le regole del gioco”. Fino a ieri “abbiamo parlato con la Regione Lombardia”, che è stata la prima a farsi promotrice, “anche per capire determinati meccanismi”. Ora però tali meccanismi sono stati fissati in una legge di bilancio. “Per noi” è quindi “importante segnalare il fatto che questa, a nostro modo di vedere, è una doppia imposizione: cambiando quindi anche il principio, “bisogna mettere tutto in discussione”, rileva il presidente del Consiglio di Stato.

E l’Esecutivo, per far comprendere la posizione ticinese anche al Consiglio federale, è pronto a intervenire sul versante dei ristorni. Lamenta intanto una certa difficoltà nell’ottenere un incontro con la consigliera federale Karin Keller-Sutter, responsabile del Dipartimento federale delle finanze (DFF). “Berna”, afferma Gobbi, “fa più fatica ad ascoltare il Canton Ticino perché” nell’ottica di Palazzo federale “i rapporti con Roma vanno sempre bene”, ma “mi sembra di dire che negli ultimi mesi proprio, proprio così non è”. Se invece fosse stata “Berlino o Parigi” ad assumere una misura di questo genere, “la reazione sarebbe stata molto più forte”.

Quando però una situazione del genere “impatta principalmente sul Canton Ticino, beh, le cose vengono prese un po’ più a conoscenza, senza troppo agitarsi”, argomenta il consigliere di Stato. “Quello che noi chiediamo è rispetto, proprio perché, se nei rapporti economici e finanziari fra Svizzera e Italia è principalmente” il Ticino a portarne le conseguenze, “noi meritiamo rispetto quanto le altre zone e regioni” della Confederazione. Ma all’interno dell’Esecutivo cantonale si è già discusso su come intervenire puntualmente? “Prima di tutto vogliamo sentire la posizione di Keller-Sutter, del suo dipartimento su quest’analisi della situazione, visto che è cambiata completamente rispetto a prima”. Tant’è che “nel giro di pochi giorni ci è stato concesso un appuntamento: cosa che invece, nei mesi scorsi, ci è sempre stata negata”, risponde Gobbi.

Al centro dell’incontro odierno, anche le due iniziative canzonali che puntano alla riduzione dei costi della salute legati ai farmaci e che saranno trattate nella sessione delle Camere che inizierà lunedì. Il Consiglio federale ha già espresso la sua contrarietà, ma la deputazione ticinese cercherà di difenderle. “Cercheremo di fare pressione”, anticipa il consigliere nazionale Bruno Storni, osservando però che la situazione politica non va “nel senso che vogliamo noi di far pressione sui prezzi dei medicamenti”. E questo alla luce della pressione esercitata dagli USA, i quali, invece, vorrebbero che le industrie farmaceutiche aumentassero i prezzi in Europa “per compensare la diminuzione negli Stati Uniti”.

Il dossier è insomma complesso. Ma “sulla questione costi e salute siamo compatti”, afferma il presidente della deputazione ticinese. Una compattezza che occorrerà mantenere anche in vista della nuova ordinanza sulla perequazione finanziaria che potrebbe entrare in vigore già nel 2027, portando al Ticino 9 milioni di franchi in più. Al momento c’è una maggioranza di Cantoni favorevoli, ma non è stata nascosta oggi una certa preoccupazione per possibili cambiamenti.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Fra-rapporti-con-l%E2%80%99Italia-e-costi-dei-farmaci–3549280.html

Il Quotidiano: Blocco ristorni, la deputazione ticinese in pressing
https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3549550

 

 

Donne nell’esercito svizzero, 40 anni di storia

Donne nell’esercito svizzero, 40 anni di storia

Livia Trojani è primo tenente, Sybille Freudweiler-Haab colonnello: due esperienze di una presenza ancora minoritaria, ma in crescita.

Oggi Livia Trojani è primo tenente dell’esercito svizzero. Il suo grado e la sua funzione sono uguali a quelli di altri ufficiali; le armi che ha in dotazione sono le stesse dei suoi commilitoni. “È logico”, si potrebbe pensare. E invece non è così: è il risultato di un lungo percorso.
La presenza femminile per l’esercito affonda le radici nel secolo scorso, tra associazioni e strutture parallele. L’ultima di queste, il servizio complementare femminile (SCF), è rimasto attivo fino al 1986. Da lì, il cambiamento è stato progressivo: prima la trasformazione in servizio militare femminile, poi (nel 1995) la nascita del servizio donne dell’esercito.
Con la riforma Esercito XXI, nessuna funzione è preclusa alle donne: stessa durata di servizio, stesso armamento, stesse missioni all’estero. Un solo elemento distingue ancora il percorso femminile: l’arruolamento, che rimane volontario.

Quando il reclutamento non è un dovere
Nei primi due corsi di ripetizione del 2026, su 15’432 militari tra reclute e quadri, 377 erano donne: il 2,4%. Una percentuale in linea con l’anno precedente, quando si attestava al 2,6%. Una presenza ancora minoritaria, ma in lenta e stabile crescita.
Tra le donne, troviamo anche il primo tenente Livia Trojani, ospite a Prima Ora. La scelta non era scontata: “Fino ai vent’anni non ci avevo nemmeno pensato. Poi un’amica è andata a fare la soldata. È la prima volta che mi sono detta: «perché non io?»”. A convincerla, anche il contesto — la voglia di qualcosa di diverso, durante la pandemia — e una domanda più profonda sul ruolo delle donne nella difesa del Paese: “Volevo farmi una mia opinione, anche di me stessa, e mi son detta: «Mi butto e vediamo»”. 
Una strada intrapresa anni prima anche da Sybille Freudweiler-Haab, colonnello. “Sono cresciuta in una famiglia dove fare il servizio militare era completamente normale: mia mamma aveva fatto servizio militare, mio padre, mio fratello…”, spiega. “Ero giovane, era interessante provare qualcosa di nuovo e quindi ho detto «sì», e ho partecipato con grande piacere”.
Non solo hanno deciso di entrare nelle forze armate, ma anche di avanzare. “Mi sono trovata bene nel sistema. Avevo un ruolo, avevo sempre più responsabilità e questo mi faceva sentire bene”, racconta Trojani. “Poi ho incontrato tantissima gente con lingue e origini diverse. Ho visitato la Svizzera”, scoprendo posti piccoli e nascosti, “che adesso conosco benissimo”.

La discriminazione
Il cammino, però, non è privo di ostacoli. La discriminazione esiste, anche se spesso si manifesta in forme sottili. “Non sono cose frontali”, ammette Trojani. “Sono piuttosto commenti, battute che possono sembrare piccole, ma quando le senti ogni giorno hanno comunque un effetto”. A cui si aggiunge la necessità di dimostrare il proprio valore: “Gli uomini ci vedono arrivare da donna, da tenente, si dicono: «vediamo cosa vale». Hanno sentito cose e magari hanno dei pregiudizi”.
Una dinamica confermata da Freudweiler-Haab, che ha vissuto la propria carriera prima dell’era MeToo: “La discriminazione c’è nell’esercito come nella società. L’esercito ne è sempre uno specchio”.
Sul valore aggiunto portato dalle donne, entrambe sono caute ma concordi: uomini e donne pensano in modo complementare. “Hanno un modo diverso di pensare, di reagire, di valutare una situazione: se lavorano insieme il risultato è sempre molto buono”, osserva Freudweiler-Haab. “Spesso non si risponde alla stessa cosa allo stesso modo”, aggiunge Trojani. “Penso che sia un buon indicatore che non si pensa allo stesso modo”.

La giornata informativa
Un nodo rimane aperto: la giornata informativa. Oggi le donne che vogliono informarsi sul servizio militare devono farlo quasi “di nascosto”, osserva Freudweiler-Haab: “Una donna oggi, per partecipare alla giornata informativa, deve chiedere congedo al suo datore di lavoro o alla scuola”.
Una situazione che entrambe vorrebbero cambiare. Per Trojani la risposta è semplice: “Abbiamo tutte il diritto di avere informazioni. Una giornata informativa obbligatoria avrebbe senso già solo per questo”. E non si tratta solo dell’esercito: “C’è anche la protezione civile, che ha la sua utilità nella società”. L’idea non è necessariamente rendere obbligatorio il servizio, ma abbattere la soglia d’accesso all’informazione.

https://www.rsi.ch/info/svizzera/Donne-nell%E2%80%99esercito-svizzero-40-anni-di-storia–3545842.html

(nella foto Livia Trojani)

«Vivere la montagna in sicurezza»: prevenzione valanghe ad Airolo-Pesciüm

«Vivere la montagna in sicurezza»: prevenzione valanghe ad Airolo-Pesciüm

Polizia cantonale e Soccorso Alpino in campo per sensibilizzare sci-escursionisti e ciaspolatori su rischi, formazione e uso dell’Artva.

Vivere la montagna in sicurezza, con la giusta formazione e la giusta esercitazione. È quanto si è cercato di fare con la giornata di prevenzione dei rischi legati alle valanghe, proposta nel quadro della campagna Montagne Sicure ad Airolo-Pesciüm. Sul posto erano presenti Gruppo ricerche e constatazioni della polizia cantonale e Soccorso Alpino Svizzero, per sensibilizzare su rischi e buone pratiche in materia di sci-escursionismo e racchettate. Ticinonews si è recata sul posto per saperne di più. 

La giornata
«È una giornata di prevenzione che effettuiamo periodicamente qui a Pesciüm. Qui c’è una piccola formazione teorica, e poi abbiamo installato un campo d’allenamento che simula i sepolti sotto la neve», ci spiega Stefano Mariani, responsabile del Gruppo ricerche e constatazioni. La seconda fase, di esercitazione pratica, si è svolta nel Centro di formazione sulle valanghe, uno spazio appositamente pensato per questo tipo di esercitazioni. Qui gli interessati hanno potuto sperimentare l’utilizzo dell’Artva, la sonda di rilevamento che viene utilizzata per individuare chi dovesse rimanere sepolto dalle valanghe. «Qui si testa con mano il proprio apparecchio, si simulano dei sepolti con delle piastre. L’utente arriva e cerca queste piastre. Una volta trovato deve sondare, sondando, con tre colpi sulla piastra. La stessa dà poi l’esito della ricerca», ci dice Matteo Umiker, caposoccorso della stazione di Lugano del Soccorso Alpino Svizzero.

Sensibilizzazione
La sensibilizzazione ha un ruolo particolarmente prezioso nel periodo del cambiamento climatico, che può rendere più pericoloso un pendio innevato. A maggior ragione, dal momento che si constata un aumento degli appassionati di sport di montagna. D’altra parte, ci sono diversi accorgimenti che permettono di vivere la montagna in sicurezza. «È fondamentale fare periodicamente corsi di formazione con degli esperti, guide alpine ed associazioni. È anche molto importante avere il materiale adeguato, come anche consultare il bollettino meteo. Del giorno della gita ma anche dei giorni precedenti», spiega ancora Mariani. Gli interessati potranno approfittare della prossima giornata di formazione che si terrà ad Airolo-Pesciüm, prevista il prossimo 8 marzo.

Migranti indisciplinati, sospeso il progetto pilota

Migranti indisciplinati, sospeso il progetto pilota

Congelata la sperimentazione prevista a Pasture per il reparto destinato ai richiedenti l’asilo problematici

Nello sport si dice così: uno a uno, palla al centro. La partita non è ancora finita ma il Ticino ha messo a segno un gol importante. Il progetto pilota voluto dalla Segreteria di Stato della migrazione (SEM), che intendeva istituire un reparto per richiedenti l’asilo problematici al centro di Pasture, è stato congelato. Un risultato che porta la firma dell’azione coordinata del Governo ticinese e delle autorità locali. All’incontro, che si è tenuto mercoledì scorso al Centro federale d’asilo di Chiasso, erano presenti il segretario di Stato della migrazione Vincenzo Mascioli, la direttrice del CFA di Chiasso Micaela Crippa, il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, il direttore del DSS Raffaele De Rosa e i Sindaci di Balerna, Chiasso e Novazzano.

Gobbi: “Un confronto schietto
“È stato un confronto schietto che ha permesso di riattivare il dialogo a seguito di una decisione unilaterale adottata dalla SEM senza nessun tipo di coinvolgimento delle autorità locali e cantonali” ha commentato il presidente Gobbi. Il messaggio del Ticino è stato chiaro: non si possono prendere decisioni con un impatto diretto sul territorio senza un coinvolgimento preventivo. E soprattutto, servono strumenti efficaci sul piano giuridico e operativo per la gestione dei richiedenti l’asilo problematici.

Il precedente di Les Verrières
La richiesta alla SEM di tornare sui suoi passi è rafforzata da un precedente. A inizio maggio 2025 il Comune di Les Verrières (NE), che ospitava sul proprio territorio un centro speciale (CSpec) per l’accoglienza di richiedenti l’asilo particolarmente renitenti, aveva deciso di disdire la convenzione relativa alla gestione. Il Consiglio comunale ha giustificato il provvedimento basandosi soprattutto sul fatto che negli ultimi anni alcuni individui particolarmente problematici avevano provocato svariati danni e assunto comportamenti indecorosi.

Progetto congelato in attesa di garanzie
Ben si comprende dunque la levata di scudi dei tre comuni del Basso Mendrisiotto e del Cantone.  “L’esempio di Les Verrières è emblematico. – sottolinea Gobbi – Il Centro federale è inserito nel territorio del Basso Mendrisiotto e bastano pochi richiedenti l’asilo problematici per avere un grave impatto sulla sicurezza. È un’esigenza già ribadita in più occasioni: servono strumenti giuridicamente solidi per gestire questi casi anche all’esterno della struttura. Separare internamente chi crea problemi, ma lasciarlo uscire con le stesse modalità di chi rispetta le regole, è un pericoloso controsenso”. Proprio di recente sono emersi alcuni episodi preoccupanti: una serie di furti commessi ai danni di un’azienda con sede nelle vicinanze, o ancora una trentina di interventi di Polizia che si sono resi necessari per la gestione di un solo richiedente l’asilo. Per il direttore del Dipartimento delle istituzioni diventa quindi imprescindibile poter disporre di una base giuridica che consenta di applicare provvedimenti disciplinari adeguati e, laddove necessario, misure di contenimento e limitazione della libertà di movimento.

Il Ticino accoglie ma non a discapito della sicurezza
Il congelamento del progetto non chiude il dossier, ma rappresenta un segnale importante. Il Segretario di Stato per la migrazione Vincenzo Mascioli ha parlato di un “incontro produttivo e di una fiducia ristabilita che ha permesso di ripartire da una base comune: la garanzia della sicurezza.” Il Ticino, e il Mendrisiotto in particolare, hanno sempre garantito disponibilità e collaborazione in ambito migratorio ma, per Gobbi, “il dovere di accoglienza non può andare a discapito della sicurezza del territorio.” L’incontro è stato dunque l’occasione per richiamare l’attenzione sulle criticità che il Cantone affronta quotidianamente nel settore dell’asilo. Criticità messe nero su bianco anche in una lettera firmata dal Presidente Gobbi e inviata recentemente al Consigliere federale Beat Jans. Il prossimo appuntamento con la SEM è già stato agendato ed è fissato per fine aprile. La partita non è chiusa, e il secondo tempo sarà decisivo. Ma il messaggio è chiaro: nel campo della sicurezza del proprio territorio, il Ticino vuole giocarsela fino in fondo per tutelare al meglio la cittadinanza.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 22 febbraio 2026 de Il Mattino della domenica

 

 

 

Balerna: stop al centro per migranti problematici a Pasture

Balerna: stop al centro per migranti problematici a Pasture

L’incontro tra la SEM, il Cantone e i rappresentanti di alcuni Comuni del Mendrisiotto ha portato a sospendere il piano per creare un’area separata – Si lavora su modifiche legali per limitare la libertà di movimento

Passo indietro, almeno provvisoriamente, da parte della Segreteria di Stato della migrazione (SEM) che mercoledì mattina, dopo un incontro con il canton Ticino e i rappresentanti di alcuni Comuni del Mendrisiotto, ha annunciato il congelamento del progetto di una sezione separata al centro Pasture di Balerna destinato ai richiedenti asilo problematici.
Il cambiamento di rotta è stato anticipato alla RSI dal consigliere di Stato Norman Gobbi. “Questo incontro ha permesso di riattivare un dialogo che è mancato nell’intenzione loro di creare questo progetto pilota”, ha spiegato il direttore del Dipartimento delle istituzioni. Il progetto è stato congelato in attesa di approfondimenti legali e dell’avvio delle procedure edilizie di competenza comunale.
La preoccupazione principale riguarda la libertà di movimento. “Il centro è federale, ma è inserito in un territorio, quello del Basso Mendrisiotto e del Ticino”, ha sottolineato il consigliere di Stato. “Se all’interno si possono capire le motivazioni di avere un reparto separato, dall’altra parte bisogna tener conto che una volta usciti, questi impattano sul territorio in cui vengono ospitati”.
Un elemento positivo emerso dall’incontro, spiega Norman Gobbi, è la possibile modifica della legge federale per limitare la libertà di movimento dei richiedenti asilo problematici. Attualmente possono muoversi liberamente sul territorio creando disturbo.
I numeri del progetto parlano di meno di dieci posti, ma il problema non è quantitativo. “Una sola persona recentemente ha più volte fatto irruzione in un’azienda vicina al centro rubando direttamente dai furgoni, con dentro anche l’autista”, ha riferito il direttore del DI, citando circa trenta interventi di polizia in due mesi. “Queste persone devono avere un regime chiaro di disciplina ma soprattutto poi di una rapida espulsione”.
Soddisfatto della decisione di congelare il progetto il sindaco di Chiasso Bruno Arrigoni, che ai microfoni della RSI ha tuttavia espresso “la decisione di approfondire la tematica nelle prossime settimane”. Quanto a Balerna, “quello che noi abbiamo sempre contestato era il mantenimento sul territorio in modo duraturo” di persone che “per legge devono invece essere trasferite verso dei centri speciali, che oggi non esistono”, osserva il sindaco Luca Pagani, sottolineando che si tratta di persone che “delinquono sul territorio in modo ripetuto”: l’ultimo caso segnalato a Berna, aggiunge, è quello di “un richiedente l’asilo che ha richiesto più di 30 interventi della polizia”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Balerna-stop-al-centro-per-migranti-problematici-a-Pasture–3522346.html

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Pasture, sospeso il progetto per i migranti indisciplinati

È l’esito dell’incontro di mercoledì mattina a Chiasso. «È un passo nella giusta direzione»
La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha deciso di congelare, almeno temporaneamente, il progetto di una sezione separata per richiedenti asilo problematici al centro Pasture di Balerna. La comunicazione è giunta mercoledì mattina dopo un incontro tra i funzionari federali, le autorità cantonali – rappresentate dai Consiglieri di Stato Norman Gobbi e Raffaele De Rosa – e alcuni Comuni del Mendrisiotto, ovvero Chiasso, Novazzano e Balerna.
Secondo il direttore del Dipartimento delle istituzioni, che aveva anticipato la decisione alla Rsi, l’incontro ha permesso di riaprire un dialogo che era mancato nella fase iniziale del progetto pilota. Il congelamento servirà ad approfondire gli aspetti legali e ad avviare le necessarie procedure edilizie di competenza comunale.
Al centro delle preoccupazioni resta la libertà di movimento. Il centro è federale, ma inserito in un territorio abitato: se all’interno si può comprendere la logica di un reparto separato, all’esterno l’impatto sul territorio rimane un nodo sensibile. Da qui l’ipotesi, emersa come elemento positivo, di una modifica della legge federale per limitare la libertà di movimento dei richiedenti asilo problematici, attualmente liberi di spostarsi sul territorio.
I posti previsti sarebbero meno di dieci, ma il problema non è nei numeri. Gobbi cita una trentina di interventi di polizia in due mesi ed episodi ripetuti di furti in un’azienda vicina, compiuti dallo stesso individuo. «Queste persone devono avere un regime chiaro di disciplina ma soprattutto poi di una rapida espulsione».
Il sindaco di Balerna Luca Pagani, interpellato dal Corriere del Ticino, ritiene che questo sia un passo che va «nella giusta direzione». I tre sindaci dei comuni Momò avevano chiesto di «abbandonare il progetto» ma, al termine di un confronto «schietto e diretto» si è trovata una soluzione intermedia: stop al progetto pilota di sei mesi e valutazione di soluzioni che contemplino la gestione dei migranti indisciplinati anche all’esterno della struttura di Pasture.

https://www.tio.ch/ticino/cronaca/1905473/pasture-sospeso-il-progetto-per-i-migranti-indisciplinati

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Pasture, stop al centro per migranti problematici

Al test pilota del reparto securizzato di Pasture di Balerna-Novazzano per richiedenti l’asilo problematici è stato tirato il freno in partenza. Il progetto della Segreteria di Stato della migrazione (Sem) è stato congelato in favore di un approfondimento e del ripristino di un coinvolgimento che le istituzioni locali (Balerna, Chiasso e Novazzano) e il Cantone accusano essere mancato. È questo l’esito dell’incontro tenutosi al Centro federale d’asilo (Cfa) a Chiasso alla presenza del Segretario di Stato Vincenzo Mascioli, di Micaela Crippa, direttrice del Cfa di Chiasso, dei tre sindaci e del presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi e del suo collega di governo Raffaele De Rosa. La Sem lo definisce “un incontro produttivo”. Finalmente ora si dicono soddisfatte anche le autorità cantonali e comunali. Ad aprile – mese in cui doveva prendere avvio il nuovo modello – è previsto il prossimo incontro. L’obiettivo dichiarato, a livello federale, lo ricordiamo, era quello di sperimentare sul campo la creazione di una “area separata” al pianterreno di Pasture da riservare alle persone che “compromettono” il buon funzionamento delle strutture. Un nuovo “modello di alloggio”, così lo si definisce, immaginato proprio con l’intento, da un lato, di “agevolare la gestione dei Centri”, dall’altro, si chiarisce, di “rendere meno rigido il funzionamento degli ambienti comuni”. Alla ricerca di una formula efficace di convivenza all’interno delle realtà federali d’asilo, la Sem non ha fatto in tempo a dare voce ai suoi piani che sulla proposta, messa nero su bianco in una nota, si scatenava il dibattito. Cantone e Comuni, in estrema sintesi, oltre a lamentare di non essere stati consultati tempestivamente, hanno mal attutito il colpo della chiusura del Centro di Les Verrières, deputato fino a poco tempo fa ad alloggiare chi mostrava comportamenti in contrasto con la sicurezza e l’ordine pubblico, venendo meno alla legislazione vigente.

Un incontro ‘vivace’ durato un paio d’ore
Non nasconde la propria soddisfazione il sindaco di Chiasso Bruno Arrigoni perché si è giunti a un accordo, dopo un incontro durato circa due ore, che lui ha definito «vivace». Il progetto pilota per migranti problematici è stato contestato per il fatto «che qui sulla frontiera c’è già molta pressione. Però si è giunti a una conclusione: approfondire la tematica con anche la costituzione di una task force e per ora l’ipotesi Pasture è rinviata». Una buona notizia per voi? «Sì, la Sem ha compreso le nostre perplessità e ha garantito di non trasferire altri migranti problematici da altri centri a Pasture», risponde Arrigoni. La nota della Sem conferma: “Ricordiamo che il trasferimento di richiedenti l’asilo problematici da altri Cfa o regioni d’asilo a Pasture rimane assolutamente escluso. Questo nuovo concetto di alloggio è una misura operativa che si applica esclusivamente all’interno dei Cfa”. Qual è la criticità principale? «Il fatto che internamente è stata concepita una sezione separata per chi crea problemi, un numero tutto sommato ridotto, tra le 4 e le 6 unità, che però possono uscire dalla struttura – sostiene il sindaco di Chiasso –. Questo, dal nostro punto di vista, è già un primo controsenso ed è un grosso problema noto anche a livello federale e oggetto di almeno un paio di atti parlamentari, perché mancano le basi legali. Una nuova legge dovrebbe essere dibattuta nei prossimi mesi in Parlamento affinché chi non si comporta bene possa essere richiamato o sanzionato in qualche modo. Questo aspetto è stato riconosciuto da ambedue le parti». Per chiarire, Arrigoni cita un caso emblematico capitato di recente: «È successo che la stessa persona sia entrata tre volte a rubare in un’azienda e ogni volta è stata chiamata la polizia che l’ha fermata e riportata al centro di Pasture. Questi episodi vanno a sfavore del 99% di migranti che si comportano bene».

Balerna: ‘Manca coerenza’
«La decisione – lamenta Luca Pagani, sindaco di Balerna – era stata presa unilateralmente. Con questo incontro abbiamo cercato di ripristinare il mancato dialogo e di colmare la lacuna di fiducia che si era creata tra le autorità nei confronti della Sem». A preoccupare le istituzioni comunali «era il mantenimento duraturo sul territorio di persone che per legge dovrebbero essere trasferite in strutture speciali per problemi di ordine pubblico». Strutture che, indica Pagani, «attualmente non esistono, ma che la Legge prevede». In Svizzera «dovrebbero esserci 120 posti a disposizione per i richiedenti l’asilo problematici. Oggi non ce n’è neanche uno». Sono questi, secondo il sindaco, «i problemi che vanno affrontati e a livello nazionale». Nel progetto pilota «manca coerenza: è un controsenso voler separare le persone all’interno per poi lasciarle uscire con la stessa libertà di movimento di chi si comporta bene». Il Mendrisiotto «è una regione accogliente ma è chiaro che ci vogliano delle regole per garantire un’accoglienza che non entri in conflitto con il territorio e la popolazione. Vedremo se troveremo una soluzione condivisa», conclude Pagani. Sulla stessa lunghezza d’onda Sergio Bernasconi, sindaco di Novazzano: «Il nostro messaggio è passato». Bernasconi afferma l’esigenza di «trovare provvedimenti adatti e più incisivi in caso di infrazioni da parte dei richiedenti l’asilo. Se dentro può funzionare come concetto, fuori è il contrario». Altrimenti, aggiunge «sono i Comuni a dover gestire lamentele e preoccupazioni da parte dei cittadini». La chiusura del Centro di Les Verrières «desta preoccupazione. La Legge prevede uno o più centri del genere».

‘Occorrono strumenti concreti ed efficaci’
I tre Municipi intravedono, insomma, due violazioni alla LAsi, la Legge dell’asilo. Anche perché, si ricorda, al momento l’articolo 24a della LAsi “prescrive chiaramente il collocamento in Centri speciali, che può essere accompagnato da particolari misure restrittive della libertà di accesso al territorio”. Rispetto alla questione sicurezza, il comunicato della Sem ricorda che la competenza “è della polizia cantonale. La Confederazione sostiene i Cantoni con pattugliamenti all’esterno dei Cfa e con il pagamento di un importo forfettario (forfait di sicurezza) a sostegno del personale di sicurezza e di polizia. La sicurezza della popolazione nei dintorni dei centri federali d’asilo è una questione di fondamentale importanza”. Dal canto suo, il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi parla di «un incontro necessario a seguito di una decisione unilaterale adottata dalla Sem senza il dovuto coinvolgimento delle autorità locali. Il dialogo è stato riattivato, e questo costituisce un elemento importante. Il progetto pilota è stato sospeso e attendiamo ora ulteriori approfondimenti sotto il profilo legislativo. Il confronto ha permesso di esprimere nuovamente con chiarezza le preoccupazioni di Comuni e Cantone e di sottolineare la necessità di disporre di strumenti concreti ed efficaci per la gestione dei richiedenti l’asilo problematici. Più in generale, abbiamo richiamato l’attenzione sulle criticità che il Ticino affronta quotidianamente nel settore dell’asilo».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 19 febbraio 2026 de La Regione

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Sospeso il progetto pilota

Riunite nella cittadina, autorità comunali, cantonali e federali hanno deciso di congelare il test che prevedeva la creazione di un’area separata per i migranti problematici all’interno del Centro federale d’asilo – Ora spazio ad approfondimenti, coinvolgendo i Municipi di Balerna, Chiasso e Novazzano che chiedono un approccio più ampio.

Migranti indisciplinati: tutto da rifare, o quasi. Detto in altre parole: non sarà creata un’area separata per i migranti problematici all’interno del Centro federale d’asilo (CFA) di Pasture. Almeno, non subito come era stato annunciatolo scorso dicembre. Perché il progetto pilota della Segreteria di Stato della migrazione è congelato, come si suol dire in questi casi. È stato deciso ieri mattina a Chiasso, durante l’incontro che vedeva seduti attorno a un tavolo il segretario di Stato della migrazione Vincenzo Mascioli, Michela Crippa, responsabile in seno alla SEM della regione Ticino e Svizzera centrale, i sindaci di Balerna, Chiasso e Novazzano e i consiglieri di Stato Norman Gobbi e Raffaele De Rosa. Un incontro chiesto a gran voce dal Basso Mendrisiotto (e dal Cantone, vedi CdT del 30 dicembre), regione dove la preoccupazioni e reticenze per quanto prospettava la SEM erano emerse immediatamente.

Fiducia da ricostruire
«Il progetto è stato congelato, in attesa di approfondimenti. È un passo nella giusta direzione », riassume ed esordisce il sindaco di Balerna Luca Pagani. La richiesta iniziale avanzata dai tre sindaci, sostenuti dai consiglieri di Stato, ci viene spiegato, è stata di «abbandonare del tutto il progetto». Dopo un confronto «schietto e diretto» – aggiunge Pagani – si è trovato il compromesso: sospendere il test (che doveva durare sei mesi e iniziare in estate) per studiare insieme soluzioni che contemplino anche la gestione all’esterno del centro di Pasture dei richiedenti d’asilo che creano problemi. Abbiamo scritto «insieme » perché una delle critiche mosse alla SEM è stata, sin da subito, l’aver preso una decisione unilaterale senza coinvolgere le autorità locali. Un modo di agire che si cercherà ora di correggere. Un nuovo incontro tra le parti è già stato messo in agenda.
«Alle autorità federali abbiamo voluto far capire che il problema è il mantenimento duraturo sul territorio di persone che per legge andrebbero trasferite verso centri speciali, centri che però non ci sono anche se per legge dovrebbero esistere – prosegue Pagani riferendosi ai richiedenti l’asilo indisciplinati -. Il problema c’è e bisogna risolverlo, negarlo non serve. Se vogliamo risolverlo con il dialogo siamo i primi ad essere felici, altrimenti sarà un muro contro muro». Il sindaco di Balerna in questo caso si riallaccia alla decisione di attuare il progetto pilota a Pasture (così come a Flumenthal), presa senza interpellare i Municipi del Basso Mendrisiotto. Non per niente, non nega ancora Pagani, ieri mattina si è cercato anche di riallacciare dei rapporti che si erano un po’ incrinati: «Abbiamo cercato di riaprire il dialogo che era mancato quando la SEM ha preso una decisione unilaterale senza consultarci. Si è quindi cercato anche di risolvere una crisi di fiducia che era intervenuta tra autorità».

Dentro e fuori dai Centri
Con la decisione presa si volta quindi, per così dire, pagina. Partendo da un foglio bianco su cui, insieme, autorità comunali, cantonali e federali dovranno tratteggiare le misure da attuare per gestire quei migranti che infrangono le regole, dentro e fuori i Centri federali d’asilo. E la gestione della sicurezza all’esterno dei CFA è un punto fondamentale per le autorità locali. Una delle questioni da approfondire è quella dei Centri speciali, ma in generale delle «misure che possono essere prese a tutela del territorio».

Timori e «strumenti concreti»
Le richieste e le rivendicazioni del Basso Mendrisiotto sono state, come anticipato, sostenute dal Consiglio di Stato, rappresentato da Norman Gobbi e Raffaele De Rosa. «L’incontro ha rappresentato un passaggio necessario a seguito di una decisione unilaterale adottata dalla SEM senza il dovuto coinvolgimento delle autorità locali. Il dialogo è stato riattivato, e questo costituisce un elemento importante – reagisce il presidente del Governo Gobbi –. Il progetto pilota è stato sospeso e attendiamo ora ulteriori approfondimenti sotto il profilo legislativo. Il confronto ha permesso di esprimere nuovamente con chiarezza le preoccupazioni di Comuni e Cantone e di sottolineare la necessità di disporre di strumenti concreti ed efficaci per la gestione dei richiedenti l’asilo problematici. Più in generale, abbiamo richiamato l’attenzione sulle criticità che il Ticino affronta quotidianamente nel settore dell’asilo».

La visione della SEM
Il dialogo quindi è riaperto, come conferma anche la stessa SEM, a cui abbiamo chiesto un bilancio dell’incontro di ieri. Le posizioni delle parti sembrano in ogni caso sempre piuttosto lontane. «È stato un incontro produttivo», esordisce il portavoce della SEM Nicolas Cerclé, confermando che sarà seguito da «un secondo incontro alla fine di aprile per discutere nuovamente le prossime fasi del progetto pilota». A rimanere disallineate sembrano in particolare le posizioni sulla gestione della sicurezza fuori dai Centri: «La sicurezza all’esterno dei Centri federali d’asilo è di competenza della polizia cantonale. La Confederazione sostiene i Cantoni con pattugliamenti all’esterno dei CFA e con il pagamento di un importo forfettario (forfait di sicurezza) a sostegno del personale di sicurezza e di polizia. La sicurezza della popolazione nei dintorni dei Centri è una questione di fondamentale importanza per la SEM». Infine una precisazione sulla gestione di chi infrange le regole: «Il trasferimento di richiedenti l’asilo problematici da altri CFA o regioni d’asilo al CFA Pasture rimane assolutamente escluso. Questo nuovo concetto di alloggio è una misura operativa che si applica esclusivamente all’interno dei CFA». Ma questa per Pasture è eventuale musica del futuro.

I dettagli

Il piano annunciato e le reazioni politiche

Sei mesi di prova
La sperimentazione, della durata di sei mesi, implicava, lo ricordiamo, la separazione in una zona distinta del Centro di quei migranti (solo uomini e maggiorenni) che per via del loro comportamento sopra le righe rischiano di compromettere il funzionamento dell’intera sede (ad esempio chi si rende autore di comportamenti violenti nei confronti di altri richiedenti l’asilo e dei collaboratori del Centro o chi si è reso protagonista di atti di vandalismo). A Balerna l’area era prevista all’interno del CFA stesso.

Interrogativi al Governo
Del tema si è interessato anche il mondo politico, ad esempio il Gran Consiglio con un’interrogazione interpartitica sottoscritta da vari eletti del Mendrisiotto (primo firmatario Stefano Tonini) che avevano sottolineato i rischi per la sicurezza e la coesione sociale del mantenere sul territorio i richiedenti l’asilo con profili problematici.