Gobbi: «Io ho solo un piano A: lavorare per il Ticino e per i ticinesi»

Gobbi: «Io ho solo un piano A: lavorare per il Ticino e per i ticinesi»

In questi giorni il dibattito politico si è concentrato sulle prospettive elettorali dell’area di destra e sugli equilibri interni alla Lega dei Ticinesi. 
Alcune recenti interviste del consigliere di Stato Claudio Zali hanno riaperto la discussione sul futuro assetto dei dipartimenti cantonali e sulle strategie in vista delle prossime scadenze elettorali, alimentando interrogativi anche sul rapporto con l’UDC.
In questo contesto abbiamo chiesto al consigliere di Stato Norman Gobbi come interpreta queste prese di posizione e quali scenari si profilano.
 
Oggi Claudio Zali ha parlato di un piano B: Ha detto che, se uno di voi due non ce la facesse, andrebbe a Berna al Consiglio degli Stati. Cosa ne pensa?
«Io ho unicamente un piano A, nel senso che mi sto dedicando e voglio continuare a dedicarmi al Ticino e soprattutto ai ticinesi, in un periodo storico non facile in cui di prevedibile non c’è nulla».
 
Sappiamo che è difficile che la Lega faccia un raddoppio. L’uscita fatta ieri da Claudio Zali, che ha detto «meno radar», può essere letta come una gomitata nei suoi confronti?
«Di gomitate ne girano tante. Io dico sempre che la politica è un po’ come l’hockey su ghiaccio: quando si vogliono dare i colpi bisogna essere anche capaci di prenderli, altrimenti si finisce sul podio di chi è capace di picchiare ma non di ricevere. Credo che in definitiva l’obiettivo sia quello di ognuno di posizionarsi, ma penso soprattutto che ci sia un’area politica che deve essere rappresentata in Consiglio di Stato, visto che il Canton Ticino, quando si tratta di Europa e immigrazione, vota sempre a destra».

C’è anche la questione dell’arrocchino. Zali ha anche detto «Se venissi rieletto vorrei tornare al territorio». Dopo tutta la fatica fatta per convincere il Consiglio di Stato si fa dietrofront così?
«Bisogna chiederlo a lui. L’intenzione credo sia comunque quella di dare un cambiamento in generale, anche per avere nuovi stimoli, così come abbiamo avuto in questi mesi da luglio a oggi, ma in particolar modo da settembre, quando il cambio parziale di competenze è stato attuato».

Lei tornerebbe indietro?
«Io sto bene al DI, come starei bene anche al DT. Credo che ognuno possa dare di più. Nel DI, le cose funzionano operativamente all’interno. Penso che si possa migliorare in generale l’amministrazione dello Stato, tant’è che il progetto di semplificazione e miglioramento dei rapporti con i partner esterni è un obiettivo strategico su cui dovremo lavorare davvero: prima come dipartimento per fornire gli strumenti, ma poi come tutto il Consiglio di Stato. L’amministrazione cantonale oggi è un po’ lenta e il mondo sta andando molto più veloce».

Molti ritengono che questa ricandidatura di Zali sia la pietra tombale dell’alleanza con l’UDC. Lei pensa che ci sia ancora una speranza per correre insieme?
«Questo dipende da chi deve decidere. Non è Claudio Zali, non è Norman Gobbi, ma sono le varie assemblee e i vari gremi, sia della Lega sia dell’UDC, che devono decidere. Si tratta comunque di scelte strategiche. Come detto, c’è un’area politica importante in Canton Ticino, ma anche rilevante nell’interesse del sistema svizzero, visto che da Lugano — che è l’unica città importante della Svizzera governata a destra — al governo del Canton Ticino, fino alla rappresentanza alle Camere federali, c’è un interesse di area che è significativo. Le sfide dei prossimi anni, soprattutto sui rapporti con l’Unione Europea ma anche sulla migrazione e sull’impatto che l’immigrazione ha sul nostro territorio, richiederanno davvero di lavorare assieme nell’interesse dei ticinesi».

Come sono i rapporti tra lei e Claudio Zali dopo le dichiarazioni di oggi?
«Lo sapevo, non è arrivato un fulmine a ciel sereno. Ero informato, quindi sicuramente non sono saltato giù dal letto stamattina leggendo la notizia».

https://www.ticinonews.ch/ticino/gobbi-io-ho-solo-un-piano-a-lavorare-per-il-ticino-e-per-i-ticinesi-429843

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Gobbi: “Ho in testa solo un piano A: servire il Ticino e i ticinesi”
Il Direttore del DI commenta al Radiogiornale l’intervista nella quale Claudio Zali conferma la sua ricandidatura e parla di alleanze e piani B: “L’obiettivo sarà comunque quello di riconfermare due seggi”

Torniamo all’intervista concessa a laRegione dal consigliere di Stato leghista Claudio Zali in cui annuncia la volontà di ricandidarsi alle Cantonali del 2027, chiedendo al movimento di lasciar perdere l’alleanza con l’UDC. Un’intervista che ha subito generato reazioni. Il Radiogiornale ha raccolto a Palazzo delle Orsoline quella dell’altro consigliere leghista, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Oggi il suo collega Claudio Zali ha ufficializzato la sua ricandidatura e ha, da una parte, quasi lasciato intendere che si dà quasi per scontata la possibilità che la Lega non faccia due seggi in Consiglio di Stato. Ha parlato di Piano B dove, B per Berna, il seggio al Consiglio degli Stati: se uno di voi due non venisse rieletto potrebbe ambire a quello come premio di consolazione. Le chiedo se è d’accordo con questa lettura e cosa ha pensato questa mattina quando ha letto l’articolo?
“Questa sua lettura – premette Gobbi al Radiogiornale – dimostra come siamo differenti. Io in questo momento ho in testa solo il piano A, che è quello di servire il Ticino e soprattutto i ticinesi, in un periodo storico non facile. Quindi questo è il mio piano principale. Tendenzialmente i piani B li considero solo dopo”.

I derby all’interno di una lista spesso portano forza, attenzione mediatica e voti. Le chiedo: sarà il caso? Ieri Claudio Zali ha annunciato che la polizia effettuerà meno controlli radar. Questo può essere visto come un distacco da come Norman Gobbi gestiva la polizia?
“Ognuno – prosegue Norman Gobbi – gioca le sue carte. Ma poi a parlare saranno i fatti. Io credo che l’obiettivo sarà comunque quello di riconfermare due seggi. E questo, indipendentemente dalle alleanze. Credo che il Ticino è comunque un cantone di destra. E penso che questa dimensione debba essere presente – anzi, ben presente – in Consiglio di Stato”.

Ecco, dunque lei non chiude la porta all’UDC? O capisco male?
“Deciderà l’assemblea. La competenza – conclude Gobbi – non né di Claudio Zali, né di Norman Gobbi. Sta all’assemblea della Lega dei ticinesi decidere sulle alleanze e sulle candidature”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Gobbi-%E2%80%9CHo-in-testa-solo-un-piano-A-servire-il-Ticino-e-i-ticinesi%E2%80%9D–3619566.html

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Servizio all’interno dell’edizione di martedì 24 marzo 2026 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3620523

PRU: una rete capillare per le emergenze in Ticino

PRU: una rete capillare per le emergenze in Ticino

Predisposti 160 Punti di raccolta d’urgenza per la popolazione in caso di situazione straordinaria

Dal 1° gennaio 2026 il Ticino dispone di una rete capillare di Punti di raccolta d’urgenza (PRU), attivabili in caso di eventi straordinari per fornire informazioni e prima assistenza alla popolazione. Si chiamano PRU – Punti di raccolta d’urgenza – e rappresentano un nuovo tassello nel sistema di protezione della popolazione ticinese.  «Durante le situazioni eccezionali i normali canali di comunicazione possono risultare compromessi o funzionare solo parzialmente», spiega il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «Per questo è importante avere un luogo fisico, vicino a strutture pubbliche conosciute, dove le persone possano recarsi per ricevere informazioni affidabili e una prima assistenza».

Attivi solo in caso di situazione straordinaria
I PRU in Ticino sono 160 e non sono operativi tutto l’anno. Vengono attivati solo in caso di emergenza, su decisione delle autorità Comunali o Cantonali. La loro apertura viene comunicata tramite la piattaforma Alertswiss (www.alertswiss.ch), i canali ufficiali delle autorità e attraverso i media. Potrebbero entrare in funzione in caso di blackout prolungati, catastrofi naturali o altre situazioni che interrompono le normali vie di comunicazione.  «Il principio alla base di questa iniziativa è semplice», continua Gobbi. «Non inventiamo nulla di nuovo. In un certo senso riprendiamo un sistema “di una volta”, aggiornandolo con gli strumenti tecnici necessari per affrontare le situazioni di oggi: un PRU è un’antenna sul territorio, un posto sicuro dove la popolazione può sapere cosa fare quando si verifica una crisi».

Il caso della Vallemaggia
Proprio alcuni eventi recenti hanno dimostrato quanto sia importante poter contare su punti di riferimento distribuiti sul territorio. «L’alluvione che ha colpito la Vallemaggia nel giugno del 2024 – ricorda Gobbi – ha evidenziato la necessità di disporre di una rete capillare capace di raggiungere rapidamente la popolazione. Il crollo del ponte di Visletto ha interrotto il collegamento stradale e gli approvvigionamenti. In questi momenti le persone devono sapere che esiste un luogo sicuro dove ricevere informazioni e un primo aiuto».  

Informazioni, coordinamento e prima assistenza
In caso di situazione straordinaria, i PRU costituiscono il punto informativo ufficiale dove poter ottenere notizie aggiornate sull’emergenza in corso. A partire dal 1° luglio 2026 si potranno inoltre effettuare chiamate d’emergenza anche nel caso di interruzioni delle telecomunicazioni attraverso telefoni cellulari, la rete telefonica e internet. Altri possibili impieghi di questi nuovi punti sono la distribuzione di materiale di prima necessità, come acqua o mascherine igieniche. Il loro utilizzo sarà funzionale alla tipologia di crisi che si presenta.

Dalle centrali nucleari del Canton Argovia al federalismo
Il concetto dei Punti di raccolta d’urgenza nasce nel Canton Argovia, dove la presenza di diverse centrali nucleari ha portato le autorità a sviluppare una rete capillare di luoghi fisici in grado di informare rapidamente la popolazione in caso di necessità. L’esperienza argoviese si è dimostrata efficace ed è stata successivamente ripresa dall’Ufficio federale della protezione della popolazione, che ha deciso di estendere il modello a tutta la Svizzera, portando alla creazione di oltre 2’900 punti di raccolta d’urgenza sul territorio nazionale. «La Confederazione definisce il quadro legale e le linee guida», sottolinea Gobbi. «Il Cantone mette a disposizione il materiale e coordina l’attuazione, mentre i Comuni attivano e gestiscono i punti sul territorio. È un esempio concreto di come funziona il federalismo svizzero».

Il ruolo operativo dei Comuni
La prontezza operativa e la gestione dei PRU, come detto, sono garantite dai Comuni. «Ogni punto di raccolta dispone di almeno un responsabile comunale incaricato di fornire le informazioni ufficiali, gestire le chiamate di emergenza e coordinare le prime attività di supporto alle persone», spiega il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Ryan Pedevilla. Il luogo è identificato da una segnaletica dedicata ed è dotato di strumenti operativi, tra cui le radio POLYCOM, che assicurano le comunicazioni anche in caso di interruzione delle reti tradizionali.

Il caso di Monteceneri
La distribuzione dei PRU tiene conto delle caratteristiche del territorio. Alcuni Comuni, soprattutto quelli di grandi dimensioni, dispongono di diversi punti di raccolta. È il caso di Monteceneri, dove negli scorsi giorni si è svolta la Conferenza stampa di presentazione. «Il nostro Comune è composto da cinque quartieri distinti», ha spiegato il segretario comunale Curzio Sasselli. «Per garantire a tutti i cittadini di raggiungere rapidamente un punto di riferimento abbiamo quindi creato quattro PRU». Una rete che rafforza il sistema di gestione delle emergenze e che, come sottolinea Gobbi, rappresenta «un ulteriore tassello a favore della sicurezza della popolazione». Ora, conclude il direttore del Dipartimento delle istituzioni, «è importante che ogni cittadino si informi su dove si trova il punto di raccolta d’urgenza più vicino al proprio domicilio. La responsabilità individuale rimane un principio cardine del nostro sistema di sicurezza». La posizione geografica di tutti i Punti di raccolta d’urgenza è consultabile online sul sito www.ti.ch/pru o sul geoportale della Confederazione.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 22 marzo 2026 de Il Mattino della domenica

Sovraffollamento delle carceri, il nodo dei rimpatri

Sovraffollamento delle carceri, il nodo dei rimpatri

La Svizzera supera di gran lunga la media europea – I trasferimenti nei Paesi d’origine sono complessi e i costi elevati con circa 380 franchi al giorno in Ticino

La Svizzera è uno dei Paesi nel continente europeo con più stranieri in carcere. In questa classifica si posiziona dietro a solo tre Paesi molto piccoli. Con il 72% di stranieri, supera di molto nazioni come la Germania, l’Italia e la Francia e la media europea del 25%.
Il trasferimento nel Paese d’origine per espiare la pena, dunque, ritorna un tema d’attualità. “Scontare la pena nel Paese d’origine è sempre la miglior soluzione per reinserire il detenuto nel suo Stato di provenienza. Quindi, a prescindere dal sovraffollamento delle carceri i trasferimenti tramite l’Ufficio federale di giustizia si fanno perché è un atto tra Stati”, spiega ai microfoni del Quotidiano Frida Andreotti, direttrice delle Divisione della giustizia Ticino.
Non solo un problema di sovraffollamento ma anche di costo per la collettività. In Ticino, il costo per detenuto è di 380 franchi al giorno. In un anno sono quasi 140’000 franchi. In casi particolari, come i minorenni, l’importo è ancora più alto.

I trasferimenti dal Ticino
Il Ticino è uno dei cantoni che trasferisce più detenuti con il loro consenso. “Nel corso degli anni abbiamo visto erodere il numero di persone che hanno beneficiato dei trasferimenti nel loro Stato d’origine, passando da 16 persone nel 2017 a 5 quest’anno”, continua Frida Andreotti.
“Ci sono stati casi in cui dei detenuti italiani hanno chiesto di espiare la propria pena nel Paese d’origine” racconta Norman Gobbi, Direttore del dipartimento delle istituzioni. “In passato, il Ticino si era fatto promotore di una richiesta quando c’era il problema con i criminali provenienti dalla Romania. La risposta ricevuta dall’Ufficio federale di giustizia, ma anche dal Dipartimento federale degli affari esteri, è stata negativa perché, in questo momento, non è possibile attuare questo tipo di misure”.
Il Partito liberale radicale queste misure le vorrebbe. Con una mozione chiede al Consiglio di Stato ticinese di fare pressione a Berna per negoziare accordi con gli Stati da cui provengono gli stranieri che hanno commesso reati in Svizzera, in particolare i Paesi del Nord Africa. Con le nazioni europee, una convenzione sul trasferimento esiste già, ma ha dei limiti. “Bisogna capire se il Paese d’origine del detenuto è disposto a prendere a carico il detenuto e capire il consenso del detenuto: alcuni decidono di scontare la pena qua per motivi di strutture, accoglienza e di presa a carico”, spiega Patrick Rusconi, granconsigliere.

Le tempistiche sono rallentate
Le tempistiche si sono allungate. “Soprattutto da parte dell’Italia, che era uno Stato dove venivano trasferiti diversi detenuti” spiega Andreotti. “Inoltre, dobbiamo calcolare che la pena del condannato sia sufficientemente lunga per permettere alle procedure di fare il loro corso: se ci sono stati in cui la lingua non è l’italiano, bisogna procedere a delle traduzioni e ci vuole del tempo. Le procedure richiedono tempo e si possono fare anche quando il detenuto non è d’accordo. Esiste un protocollo e proprio quest’anno abbiamo avviato le prime procedure senza il volere del condannato. Siamo nella fase iniziale, l’esito lo darà l’Ufficio federale di giustizia”.
Quali sono le condizioni per cui si può provare a fare una riammissione? Andreotti racconta che “gli Stati devono aver aderito a questo protocollo addizionale e il condannato deve avere una misura di espulsione o allontanamento dalla Svizzera”.

I rimpatri
I detenuti sono un costo e ogni Cantone paga per le sue carceri. Con il rimpatrio degli stranieri le cose cambiano. “Lo Stato medesimo che si assume l’esecuzione della pena, e decide di farlo, si assume i relativi costi”, aggiunge Andreotti.
Su circa 7’000 detenuti, nel 2004, solo una cinquantina sono stati rimpatriati. Gli accordi esistono, con quasi tutti i Paesi europei, ma spesso i trasferimenti sono solo su richiesta del detenuto e le carceri sono piene anche all’estero. “Con i Paesi extraeuropei è più difficoltoso. Il problema più grande del Ticino sono i detenuti del Maghreb: lì non ci sono degli accordi tra Paesi. Dobbiamo incarcerarli qui fino a espiazione della pena”, aggiunge Rusconi.
Intanto, per contrastare il sovraffollamento delle carceri, una soluzione d’urgenza è quella di mettere a disposizione dei prefabbricati con celle nel terreno della Stampa.

Il prezzo della discriminazione

Il prezzo della discriminazione

Quanto costa alla Svizzera la discriminazione? “Fino a 35 miliardi”

Parte da questo dato la Settimana contro il razzismo 2026, dedicata quest’anno alla gestione della diversità nel mondo del lavoro – In media lo stipendio di uno straniero è del 24% più basso di quello di uno svizzero

“Vorrei iniziare con una domanda apparentemente semplice: quanto costa la discriminazione? La discriminazione nel mondo del lavoro è una perdita di potenziale. Significa persone che non possono sviluppare pienamente le proprie competenze. Persone costrette a lavorare al di sotto delle loro qualifiche, persone ostacolate in modi diversi al momento dell’assunzione, nelle carriere. Vittime anche di disparità salariali non spiegabili”, così Michela Trisconi, delegata cantonale all’integrazione degli stranieri.
In Svizzera la discriminazione può costare fino a 35 miliardi di franchi, secondo la stima della delegata cantonale all’integrazione. E il mondo del lavoro è il contesto in cui avviene, nella maggior parte dei casi, il 52%.
“Io rappresento un settore che esporta oltre l’80%, quindi un settore aperto a livello internazionale, dove questi temi piano piano sono già entrati nei discorsi aziendali. Avremo sempre meno manodopera a disposizione, quindi è necessario veramente potenziare questi discorsi e anche altri”, dice alle telecamere del Quotidiano della RSI Stefano Modenini, direttore dell’Associazione Industrie Ticinesi.
Invecchiamento demografico e calo delle nascite rendono l’integrazione non più solo una scelta ma una necessità per il mercato del lavoro. Un caso virtuoso è l’Ikea, che nel proprio organico di 3’500 dipendenti, conta 103 nazionalità diverse e 310 rifugiati. “Il nostro obiettivo economico è quello di soddisfare la maggior parte delle persone, quindi c’è una forte diversità anche nel nostro gruppo di clienti. E avere una diversità interna significa specchiarci nella società che poi serviamo. E questo ha un beneficio indubbiamente economico”, dice Stefano Santinelli, Employee Experience Manager Ikea. L’integrazione, insomma, è una scelta strategica aziendale. “Viviamo sicuramente i valori nel momento in cui assumiamo le persone dall’esterno. Dopodiché abbiamo un codice di condotta dove tutte le persone della nostra organizzazione vengono formate annualmente. Sulla discriminazione, ad esempio, abbiamo zero tolleranza”.
A dimostrare quanta strada resti da fare un dato su tutti: in media lo stipendio di uno straniero è del 24% più basso di quello di uno svizzero.
“Lavoriamo alacremente per cercare di sensibilizzare da un lato i lavoratori o possibili vittime di razzismo rispetto ai loro diritti e come comportarsi in altre situazioni e come agire. E dall’altra parte cerchiamo di lavorare anche con le associazioni datoriali per cercare di elaborare anche dei documenti che possano portare a una maggior sensibilizzazione nelle aziende rispetto al tema del razzismo e delle discriminazioni razziali”, spiega Igor Cima, segretario sezione Sopraceneri UNIA.

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3612888

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3617706

 

‘Un uomo che ha cambiato la politica italiana, Bossi voleva bene al Ticino’

‘Un uomo che ha cambiato la politica italiana, Bossi voleva bene al Ticino’

Norman Gobbi e Lorenzo Quadri ricordano il fondatore della Lega Nord.
“Con lui un rapporto diretto e franco, a volte ruvido”
 
«La prima volta che incontrai Umberto Bossi fu nel 1996 quando organizzammo una trasferta con la Lega dei Ticinesi. Andammo a vederlo raccogliere l’acqua del Po per proclamare l’indipendenza della Padania». Parte da un ricordo personale il presidente del Consiglio di Stato ticinese Norman Gobbi nel ricordare Umberto Bossi, storico fondatore della Lega Nord scomparso ieri all’età di 84 anni. «Rimasi impressionato dal suo carisma e dalla capacità di coinvolgere le persone. Negli anni il rapporto si è rafforzato, anche grazie a Giuliano Bignasca. Tra Bossi e il Nano c’era una sintonia naturale: un modo di fare diretto, a tratti ruvido, ma sempre autentico. Ricordo diversi momenti conviviali: si stava a tavola, si parlava, si discuteva senza filtri». Un rapporto fatto anche di scambi personali: «Una sera – racconta Gobbi – l’abbiamo portato in un grotto del Locarnese insieme a Giancarlo Giorgetti e Roberto Maroni. Più che un incontro istituzionale, sembrava una riunione tra amici, dove la politica si intrecciava naturalmente con la relazione personale. Bossi è stato una figura dirompente. Ha rotto schemi consolidati e ha cambiato profondamente il modo di fare politica in Italia. Prima di lui, nessuno avrebbe avuto il coraggio di esprimersi con quella chiarezza e quella forza. Il suo è stato un percorso straordinario, con luci e ombre, ma sempre segnato da una forte coerenza. Non ha mai nascosto né i suoi valori né i suoi limiti». C’è poi la politica, e i rapporti non sempre facili tra Svizzera e Italia. «Bossi voleva bene al Ticino, aveva un legame stretto fatto di riconoscenza personale, ma anche di una vicinanza politica e culturale. Con lui i rapporti transfrontalieri si affrontavano senza troppi filtri: si andava subito al punto, con franchezza. Lo raccontano bene certi episodi. Una volta, in piena seduta parlamentare durante le discussioni sui ristorni, mi chiamò e, senza preamboli, mi passò Giulio Tremonti per parlare di fiscovelox. Era il suo modo: diretto, immediato».

«La Lega italiana di oggi non è certo quella di Bossi. Di federalismo non si parla più, e devolution è tornata a essere una parola straniera – rileva il municipale di Lugano e consigliere nazionale Lorenzo Quadri –. La Lega di adesso si è intruppata in un governo che è centralista e che è sovranista solo a parole perché nei fatti è succube dell’Unione europea. Sembra che il principale progetto della Lega italiana sia il ponte sullo Stretto di Messina, che forse con la Padania non c’entra granché. Per non dire poi dell’attuale leader, Matteo Salvini, tra quelli che non hanno perso occasione per infamare la Svizzera dopo il tragico rogo di Crans-Montana a scopo di autopromozione sui social, cosa che Bossi mai avrebbe fatto». Tra il fondatore della Lega dei Ticinesi Giuliano Bignasca e Umberto Bossi, aggiunge Quadri, «c’era uno stretto rapporto: su certe cose vi era unità di vedute, su altre no. Del resto, come dico sempre, “ognuno fa il leghista in casa propria”. Il Nano e Bossi, continua l’esponente dei leghisti ticinesi, “condividevano comunque una visione sovranista, di autonomia dei popoli».

L’11 marzo del 2004 il leader della Lega Nord e ministro per le Riforme venne colpito da un ictus. Bossi rimase ricoverato all’ospedale di Varese sino al 3 maggio, quando improvvisamente lo lasciò. Da allora la sua nuova destinazione fu un mistero. Fino al 19 giugno. Perché quel giorno ‘laRegione’ pubblicò la notizia che Bossi era degente da alcune settimane alla Hildebrand di Brissago. L’allora sessantatreenne politico italiano aveva deciso di affidarsi alle cure della clinica e centro di riabilitazione locarnese, dove era stato ricoverato nel massimo riserbo. Lo stesso giorno in cui il nostro giornale riferì dell’approdo ticinese di Bossi, il numero due della Lega Nord Roberto Maroni, deceduto nel novembre 2022, tentò di smentire lo scoop. “Però, buon per Bossi se fosse ricoverato sul Lago Maggiore, è uno splendido lago che conosco e apprezzo molto. Mi spiace per il giornale svizzero, ma non è così”, aveva dichiarato all’Ansa. ‘laRegione’ riferì invece il vero. Tant’è che il 23 giugno la Hildebrand con una nota stampa confermò la degenza nella struttura di Brissago di Umberto Bossi. Il quale “è sulla via di un progressivo recupero”, scrisse fra l’altro la clinica.

A Brissago andò a trovarlo fra gli altri Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del governo italiano (più volte primo ministro, l’imprenditore e artefice di Forza Italia è morto nel 2023). Era il pomeriggio del 7 settembre (2004). Un martedì. Quella di Berlusconi fu una visita lampo. L’incontro durò circa mezz’ora, dalle 17, in una saletta al quarto piano dell’istituto di cura, indicò ‘laRegione’ nell’edizione del giorno dopo. Nulla però trapelò circa i contenuti di quell’incontro. Ci fu un’altra visita di Berlusconi a Bossi, ancora convalescente a Brissago. Era il 16 novembre. Un vero e proprio summit quella volta. Tre ore. Presenti, riportarono le agenzie di stampa: Bossi, Berlusconi, Roberto Calderoli, Aldo Brancher, Giancarlo Giorgetti. “Con Bossi oggi abbiamo parlato della composizione di governo, e lui ha convenuto con me sulla visione che ho io”, dichiarò Berlusconi al termine della riunione.

Da www.laregione

(Immagine: Ti-Press)

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Umberto Bossi, il ricordo di Norman Gobbi all’interno dell’edizione di venerdì 20 marzo 2026 del Telegiornale RSI

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3611241

 

«La cucina italiana non è un elenco di ricette, ma uno stile di vita»

«La cucina italiana non è un elenco di ricette, ma uno stile di vita»

A La Romantica di Melide conviviale straordinaria della delegazione della Svizzera italiana dell’Accademia della Cucina per celebrare il riconoscimento UNESCO: sala piena, le parole di Petroni sul valore culturale e gli interventi di Gobbi e del console Vanni d’Archirafi sul ruolo della tavola nelle relazioni tra Italia e Svizzera

A La Romantica di Melide, la delegazione della Svizzera italiana dell’Accademia Italiana della Cucina ha riunito accademici, istituzioni e ospiti per una conviviale ecumenica straordinaria dedicata al riconoscimento UNESCO della cucina italiana come Patrimonio immateriale dell’umanità. Più che una semplice celebrazione, un momento di riflessione condivisa sul significato di questo storico traguardo. Una sala gremita – 67 presenti – e un’atmosfera partecipe hanno fatto da cornice a una serata riuscita anche sul piano gastronomico, grazie all’ottimo lavoro dello chef Egidio Iadonisi e della sua brigata.
A dare il tono all’incontro è stato il delegato Emilio Casati, che ha insistito su un punto chiave: «Il riconoscimento non premia ricette celebri. Premia uno stile di vita». Una frase che riassume l’impianto culturale dell’intera candidatura e che Casati ha sviluppato sottolineando come la cucina italiana sia prima di tutto «condivisione, rispetto degli ingredienti, trasmissione dei saperi». Non un sistema statico, ma «una tradizione viva, dinamica, radicata», capace di evolvere mantenendo coerenza.
Nel suo intervento, Casati ha anche richiamato il legame naturale tra Italia e Ticino, parlando di una «cucina di confine, sobria e concreta», fatta di prodotti e gesti condivisi: «Polenta, formaggi d’alpe, salumi, risotti, vini locali: qui la tavola resta un luogo sociale, di incontro e di trasmissione». Un passaggio che ha trovato riscontro nella composizione stessa della sala, dove istituzioni, accademici e rappresentanti del territorio si sono ritrovati attorno allo stesso tavolo.
Il riconoscimento UNESCO, ha ricordato, «riguarda la nostra identità», ma comporta anche una responsabilità: «Tutela della qualità, difesa delle denominazioni, educazione al gusto». Un impegno che l’Accademia, forte di oltre settant’anni di attività, è chiamata oggi a rinnovare.
Al centro della serata anche le parole del presidente dell’Accademia Paolo Petroni, riprese nel corso dell’incontro e nel videomessaggio preparato per l’occasione. Petroni ha voluto riportare l’attenzione sul senso più autentico del riconoscimento: «Il vero significato è eminentemente culturale». Non un risultato da leggere in chiave economica, ma il riconoscimento di un patrimonio fatto di tradizioni, territori e gesti quotidiani. «Un mosaico di infinite tradizioni locali», che trova proprio nella sua varietà la sua forza.
Da qui anche l’invito alle delegazioni a farsi interpreti di questo risultato, celebrandolo insieme alle istituzioni e al mondo diplomatico, come avvenuto nel 5 stelle di Melide.
Non a caso, accanto agli interventi accademici, hanno preso la parola anche il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi e il Console generale d’Italia Uberto Vanni d’Archirafi. Entrambi hanno sottolineato – seppur con accenti diversi – come la cucina possa rappresentare uno strumento concreto di dialogo tra Paesi, in un momento in cui le relazioni tra Italia e Svizzera attraversano fasi diplomatiche complesse. La tavola, in questo senso, diventa spazio neutro e fertile, capace di facilitare incontri e costruire ponti.
Un concetto che attraversa l’intera filosofia dell’Accademia e che, nella pratica della serata, ha trovato una conferma tangibile: convivialità, qualità e contenuto culturale si sono intrecciati senza forzature.
A chiudere, il ringraziamento allo chef Egidio Iadonisi, protagonista silenzioso ma decisivo della riuscita dell’evento. I piatti proposti hanno accompagnato con coerenza il racconto della serata, dimostrando come teoria e pratica possano procedere insieme.
 
Da www.cdt.ch
Violenza contro le donne: il Consiglio d’Europa valuta i progressi di Svizzera e Ticino

Violenza contro le donne: il Consiglio d’Europa valuta i progressi di Svizzera e Ticino

Comunicato stampa

Mercoledì 11 marzo il Consiglio di Stato ha accolto in Ticino una delegazione del Gruppo indipendente di esperte ed esperti sull’azione contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa (GREVIO). L’incontro si è svolto nell’ambito della visita in Svizzera volta al monitoraggio dell’attuazione della Convenzione di Istanbul.

La Svizzera figura tra i Paesi che hanno ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Per verificarne l’attuazione, l’organo indipendente incaricato dal Consiglio d’Europa – il GREVIO – effettua periodicamente dei monitoraggi nei diversi Stati aderenti. Nel Canton Ticino l’implementazione della Convenzione viene garantita per il tramite del Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica con un coordinamento dei lavori affidato alla Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni. Completano l’attività in tal senso una serie di strategie cantonali parallele tra cui il Piano d’azione cantonale per le pari opportunità e il Programma cantonale di protezione dei diritti, di prevenzione della violenza e di protezione di bambini e giovani.
Nell’ambito della recente visita in Svizzera, lo scorso 11 marzo una delegazione del GREVIO – ricevuta dal Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, dalla direttrice del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport Marina Carobbio Guscetti e dal direttore del Dipartimento della sanità e della socialità Raffaele De Rosa – ha incontrato oltre alle rappresentanti e ai rappresentanti delle associazioni della Società civile, diversi professionisti istituzionali confrontati al tema della violenza nei confronti delle donne, sessualizzata e di genere. Presenti in particolare, accanto alla Divisione della giustizia – che ha organizzato e coordinato la giornata –, rappresentanti del Servizio per l’aiuto alle vittime di reati, la Polizia cantonale rappresentanti del potere giudiziario civile e penale e delle Autorità di protezione, l’Istituto di medicina legale, l’Ufficio dell’assistenza riabilitativa e la Delegata per le pari opportunità. Oltre che sul tema della protezione rivolta nell’ambito di una procedura penale o civile alle persone toccate da queste forme di violenza, il GREVIO ha posto l’accento sull’attività di prevenzione e di promozione delle pari opportunità proposta nelle scuole, sull’attività di sensibilizzazione della popolazione unitamente a quella di formazione delle professioniste e dei professionisti confrontati a questi delicati temi.

Le iniziative a livello cantonale
La violenza domestica e la violenza di genere sono un grave problema che coinvolge l’insieme della società. Con il raggiungimento degli obiettivi presentati dal Consiglio di Stato nel Piano cantonale d’azione sulla violenza domestica (2021 e 2022) prosegue l’attività volta a prevenire la violenza, sostenere coloro che ne sono colpiti e perseguire le persone che commettono violenza. Nell’attesa della presentazione della nuova strategia nazionale – prevista per la fine del 2026 –molteplici nuove misure sono già state individuate dal Coordinamento istituzionale in ambito violenza domestica della Divisione della giustizia, in collaborazione con la rete di professioniste e professionisti attivi sul territorio. Collaborazioni che negli anni si rafforzano ed estendono vieppiù dai servizi essenziali, ai Comuni ticinesi e anche a enti, associazioni e servizi locali, al fine di garantire una diffusione capillare delle informazioni e soprattutto facilitare l’accesso agli aiuti a chi lo necessita.
Da un primo bilancio della visita, il GREVIO si è rallegrato di aver appreso, in diverse occasioni e pure per il nostro Cantone, che l’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul in Svizzera ha segnato una svolta importante nel contrasto a queste forme di violenza, constatando i notevoli progressi realizzati in tempi brevi, dal 2022 ad oggi, data della precedente visita di controllo. Sulla base delle informazioni raccolte durante la missione, il GREVIO elaborerà una valutazione aggiornata. Il rapporto finale è atteso per l’autunno 2026 e conterrà nuove raccomandazioni rivolte alla Svizzera per rafforzare ulteriormente le politiche di prevenzione e di contrasto alla violenza nei confronti delle donne, sessualizzata e domestica.

Un ticinese a capo del Servizio informazioni militare e del Servizio di protezione preventiva dell’esercito

Un ticinese a capo del Servizio informazioni militare e del Servizio di protezione preventiva dell’esercito

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni prende atto con soddisfazione della nomina da parte del Consiglio federale del colonnello SMG Stefano Trojani a capo del Servizio informazioni militare e del Servizio di protezione preventiva dell’esercito, con contemporanea promozione al grado di brigadiere.

Il colonnello SMG Stefano Trojani ricopre attualmente la funzione di sostituto capo del Servizio informazioni militare e del Servizio di protezione preventiva dell’esercito. Assumerà la nuova funzione il 1° giugno 2026.
In precedenza, il cinquantanovenne ticinese ha collaborato con l’Amministrazione cantonale, in particolare nel 2021, quale capoprogetto per le vaccinazioni di massa e il tracciamento dei contatti nell’ambito della pandemia di COVID-19. Esperto nella gestione di situazioni di crisi, in tale contesto ha fornito un contributo determinante in seno alla Sezione del militare e della protezione della popolazione. Al termine dell’esperienza in Ticino è rientrato nell’esercito, assumendo la funzione di capoprogetto per la sicurezza delle piazze d’armi e proseguendo il proprio percorso professionale fino alla nomina odierna da parte del Consiglio federale.
Al colonnello SMG Stefano Trojani vanno le congratulazioni del Direttore del Dipartimento delle istituzioni, che esprime particolare soddisfazione per la nomina di un ulteriore rappresentante ticinese ai vertici dell’esercito svizzero, contribuendo così a rafforzare la presenza della Svizzera italiana nei ranghi degli alti ufficiali.

Emergenze, predisposti 160 punti di raccolta in Ticino

Emergenze, predisposti 160 punti di raccolta in Ticino

Predisposti da inizio anno, i centri sono destinati a fornire assistenza alla popolazioni in situazioni straordinarie – L’elenco e il luogo dei rifugi sul portale della Confederazione

Da inizio anno sono stati predisposti sul territorio ticinese i punti di raccolta d’urgenza (PRU), destinati a fornire assistenza e informazioni ufficiali in caso di catastrofi o interruzioni dei servizi. Queste zone sicure sono nate dalla collaborazione tra autorità cantonali, Comuni ticinesi e l’Ufficio federale della protezione della popolazione (UFPP).
La rete ticinese conta ora 160 postazioni distribuite nei Comuni, solitamente in prossimità di strutture pubbliche. Questi centri vengono attivati quando i normali canali di comunicazione risultano compromessi, come durante blackout prolungati o eventi naturali estremi. La loro posizione è consultabile sul sito cantonale e sul geoportale della Confederazione.
“Le PRU servono principalmente per garantire la comunicazione d’urgenza con gli enti primo intervento: pompieri, ambulanze o polizia”, ha spiegato Ryan Pedevilla, capo della sezione del militare e della protezione della popolazione. Attraverso i punti di raccolta si avrà “una rete sicura che permetterà di comunicare anche qualora la rete pubblica non fosse garantita”. Qui il riferimento è ai dispositivi radio Polycom, in grado di garantire il collegamento con le autorità anche in assenza di telefonia o internet. La gestione operativa fa capo ai Comuni.
Con questa misura, il Ticino si allinea agli standard di protezione della popolazione già adottati dagli altri Cantoni svizzeri. L’apertura dei PRU sarà annunciata, in caso di necessità, tramite i media, la piattaforma Alertswiss e i canali comunali.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Emergenze-predisposti-160-punti-di-raccolta-in-Ticino–3597408.html

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3597954

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Nuovi punti dove andare in caso di emergenza

Cantone e Comuni presentano i 160 PRU (Punti raccolta d’urgenza) che saranno attivati dalle autorità in caso di necessità per fornire informazioni – Norman Gobbi: «Un posto sicuro dove poter ricevere rassicurazioni e una prima assistenza».
Si chiamano Pru – Punti di raccolta d’urgenza – e hanno il compito di fornire un primo appoggio sicuro per ricevere informazioni tempestive e assistenza in caso di situazioni speciali. Dal 1° gennaio di quest’anno in Ticino ne sono presenti 160, distribuiti in maniera capillare su tutto il territorio in modo che la popolazione possa raggiungerli nel più breve tempo possibile dal proprio domicilio. «Durante le situazioni straordinarie i normali canali di comunicazione potrebbero risultare compromessi o non funzionare. Ecco perché è importante avere un punto fisico, in prossimità di strutture pubbliche conosciute, dove la popolazione può recarsi per ricevere tutte le informazioni necessarie per gestire la situazione o altri tipi di assistenza», afferma il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi. «Il principio alla base di questa iniziativa è semplice, non andiamo a inventare nulla di nuovo. Anzi potremmo parlare di riproporre un sistema ‘di una volta’ con gli accorgimenti tecnici necessari per rispondere alle situazioni attuali: un posto dove andare per sapere come comportarsi in situazioni critiche». Continua Gobbi: «Si tratta di un ulteriore tassello a favore della sicurezza. Ora però è importante che la popolazione si informi su dove si trova il punto più vicino a casa sua». Posizione geografica dei Pru che è consultabile sulla pagina www.ti.ch/pru. «Il 100% dei Comuni ha almeno un punto. Siamo completamente pronti e, in caso di bisogno, operativi».
I Pru non saranno in esercizio tutto l’anno, ma verranno attivati solo in caso di crisi o situazione d’emergenza su base comunale, regionale o cantonale a dipendenza del problema. Già, ma in quali casi potrebbero essere attivati? Durante la conferenza stampa di presentazione di questo nuovo servizio sono stati forniti alcuni esempi concreti: i blackout, che tolgono la corrente e mettono in difficoltà alcuni tipi di comunicazione (come quella attraverso la televisione); le siccità o i casi di catastrofe, come la tragica alluvione in Vallemaggia del giugno 2024. «Proprio quel caso – afferma Gobbi – ci ha dimostrato la necessità di avere una rete d’intervento capillare e in grado di raggiungere rapidamente la popolazione. Il crollo del ponte di Visletto ha tagliato il canale delle comunicazioni e di approvvigionamento. La popolazione, in questi casi, ha bisogno di sapere che c’è un posto sicuro dove poter ricevere rassicurazioni e una prima assistenza».

Informazioni, ma non solo
«Ogni Punto avrà almeno un responsabile comunale che si occuperà di fornire le informazioni ufficiali, gestire le chiamate di emergenza e dare aiuto», spiega il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Ryan Pedevilla. L’apertura di un Pru sarà comunicata tramite l’applicazione Alertswiss, i canali ufficiali delle autorità e i media. Ogni punto sarà dotato di cartello di segnalazione, radio Polycom per garantire comunicazioni affidabili tra gli operatori attivi e gilet bianchi per riconoscere le persone a cui rivolgersi. Le postazioni potranno inoltre essere dotate di allacciamento elettrico, registri di controllo abitanti cartaceo e spazi operativi per la centralizzazione di beni di prima necessità. «A gestire i Pru saranno principalmente i responsabili comunali e non la Protezione civile», sottolinea Pedevilla. Un’altra funzione di questi punti può essere quella di “catalizzatore”. Dichiara il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione: «I volontari che si attivano in caso di necessità possono essere convocati e partire dai Pru. In questo modo è garantito un coordinamento efficace». Altri possibili impieghi di questi nuovi punti sono la distribuzione di materiale di prima necessità, come acqua o mascherine igieniche». Insomma, I Pru saranno adattati a dipendenza della situazione e delle necessità che si presentano. Uno strumento in più che va ad aggiungersi alla catena di pronto intervento.

Lo slancio arriva da Argovia
A dare il là all’implementazione dei Punti di raccolta d’urgenza, che sono presenti in tutta la Svizzera con oltre 2’900 sedi, è stato il Canton Argovia. Confrontate con la necessità di disporre di una rete efficace di intervento e informazione, vista la presenza di diverse centrali nucleari, le autorità argoviesi si erano attivate con la Confederazione. L’Ufficio federale della protezione della popolazione ha però deciso di estendere il concetto a tutto il territorio nazionale. «La confederazione fornisce le basi legali e le linee guida, il Cantone garantisce il materiale necessario e l’attuazione, i Comuni attivano e gestiscono i Punti. Un esempio concreto di come funziona il federalismo in Svizzera», riprende Gobbi.

L’esempio di Monteceneri
Cento Comuni, centosessanta Pru. Questo perché, complici anche le fusioni, un Punto solo non basta per un intero comune. Monteceneri, dove si è tenuta la presentazione ai media del nuovo servizio, ne è un esempio. «Abbiamo cinque quartieri indipendenti tra loro. Per garantire a tutti i cittadini di raggiungere facilmente un Pru era quindi necessario averne più di uno. Ne abbiamo quindi creati quattro», dichiara il segretario comunale di Monteceneri Curzio Sasselli. Trovate le ubicazioni si è poi passati al personale. «Attualmente abbiamo otto responsabili comunali, figure trovate all’interno del Comune che hanno seguito la formazione specifica. Un lavoro nel complesso non facile, ma un servizio importante per la popolazione».

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 17 marzo 2026 de La Regione

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Ecco i punti di raccolta d’urgenza Gobbi: «Almeno uno in ogni Comune»

Sono in funzione da gennaio e possono aiutare la popolazione in caso di catastrofe.
Dal primo gennaio 2026 il Ticino dispone di una rete capillare di 160 punti di raccolta d’urgenza ( PRU): è quanto è stato sottolineato dal Dipartimento delle istituzioni durante una conferenza stampa al Centro diurno di Rivera. I siti, distribuiti su tutto il territorio cantonale e attivabili in caso di catastrofi naturali, black-out prolungati come altre emergenze diffuse, permetteranno ai cittadini di ricevere informazioni, assistenza oppure indicazioni operative direttamente da personale formato.

Notizie aggiornate e supporto
«Il cento per cento dei comuni ticinesi dispone di centri PRU», ha sottolineato il direttore DI, Norman Gobbi. «Questi luoghi sono un tassello fondamentale per la sicurezza del nostro Cantone». Infatti, in situazioni straordinarie, dalle frane alle interruzioni delle comunicazioni, la popolazione potrà recarsi nei centri per avere notizie aggiornate e supporto. La rete ticinese aderisce a un progetto nazionale promosso dall’Ufficio federale della protezione della popolazione. In questo modo, il Cantone si allinea agli standard già adottati nel resto della Svizzera. In totale, nella Confederazione sono oltre 2.900 i punti previsti. «Non inventiamo nulla di completamente nuovo – ha osservato Gobbi – ma riprendiamo e adattiamo alle esigenze attuali un sistema di sicurezza già esistente ». I siti rappresentano un ulteriore tassello a favore della sicurezza. «Per ora il sistema di allerta prevede sirene d’allarme, AlertSwiss, Radio FM e il dispositivo d’emergenza ICARO. In futuro vorremmo l’introduzione del Cell Broadcast, un sistema con il quale si viene avvisati via telefono con una notifica push», conclude Gobbi. Lo scopo dei centri PRU è quello di diramare informazioni ufficiali, dare e ricevere aiuto. Oltre a questo, l’eventuale apertura dei siti è indicata tramite l’applicazione per smartphone AlertSwiss, canali ufficiali e attraverso i media. Ogni centro di raccolta è dotato dell’apposito cartello di segnalazione e di una radio Polycom: «Quest’ultima garantisce il collegamento con le autorità anche quando i mezzi convenzionali non funzionano», ha ricordato da parte sua Ryan Pedevilla, Capo della sezione del militare e della protezione della popolazione. Per l’aspetto operativo, la responsabilità diretta spetterà ai Comuni, che attiveranno i centri solo quando necessario. «L’apertura avviene in caso di crisi – ha precisato Pedevilla – quando la situazione richiede un contatto diretto con la popolazione». E la Protezione Civile? «Ha compiti differenti, ad esempio in una situazione in cui le antenne per la telefonia mobile hanno bisogno di essere riparate con urgenza, gli sforzi dei militi sarebbero interamente dedicati ad esse», spiega Pedevilla.

Monteceneri fiore all’occhiello
Presente all’incontro con la stampa anche il segretario comunale di Monteceneri, Curzio Sasselli. Il Comune, nato da diverse aggregazioni, è un esempio di come i centri PRU possano essere diffusi sul territorio. Monteceneri, infatti, dispone di ben 4 siti e di 8 responsabili comunali formati. «Abbiamo scelto luoghi facilmente raggiungibili, anche a piedi», ha spiegato Sasselli. E non sempre sarà necessario aprirli tutti: «Se il problema riguarda solo una zona, si attiverà il punto più vicino». Come detto, il Comune dispone di 4 centri, «ma non vi è un minimo o massimo di centri, la decisione spetta ai vari Municipi», aggiunge ancora Pedevilla.
Oltre all’infrastruttura, è stata curata la preparazione del personale e l’informazione alla cittadinanza. «Lo scopo finale è offrire un posto dove trovare informazioni affidabili e un contatto diretto con l’autorità», ha concluso Sasselli.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 17 marzo 2026 del Corriere del Ticino

 

Cocchi: «La gente è sempre più nervosa»

Cocchi: «La gente è sempre più nervosa»

Il comandante della Polizia cantonale, in veste di presidente della CCPCS, commenta la situazione in Svizzera fra sicurezza e criminalità: «In dieci anni è cambiato molto, la gente è più sotto pressione e i social…»

Eventi tragici ed eccezionali, come l’incendio avvenuto a Crans-Montana (VS) o il più recente rogo di un’autopostale a Kerzers (FR), mostrano quanto situazioni improvvise possano mettere sotto pressione non solo il sistema di sicurezza e soccorso, ma anche l’intera società.
A commentare questi casi, in intervista con i quotidiani del gruppo CH Media, è il comandante della polizia ticinese Matteo Cocchi, nella sua veste di presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali (CCPCS).
In casi come questo – con elevati numeri di vittime, ma anche un forte impatto emotivo sulla popolazione – la chiave di volta è la cooperazione intercantonale, a tutti i livelli.
Una sinergia, questa, che diventa sempre più importante anche considerando un contesto – quello svizzero – che con gli anni è mutato, senza addolcirsi: «La gente è più nervosa», spiega Cocchi. Secondo lui, «ci sono più situazioni delicate rispetto a dieci anni fa».
Pur non trattandosi di un aumento uniforme di tutta la criminalità, si registra una crescita della disponibilità alla violenza e dei reati violenti.
Secondo lui, infatti, «le persone si arrabbiano più velocemente e reagiscono in modo più aggressivo».
Questo fenomeno è legato a diversi fattori sociali, tra cui l’aumento della pressione lavorativa e delle tensioni nella vita quotidiana. A ciò si aggiunge, secondo il comandante, un progressivo «indebolimento del rispetto reciproco tra le persone».
Un ruolo importante è svolto anche dai social media. Come spiega Cocchi, «con i social media è diventato molto facile insultare o minacciare qualcuno».
In passato chi voleva offendere o minacciare qualcuno doveva esporsi direttamente, nella pubblica piazza. Oggi, invece, molte persone si sentono più forti dietro uno schermo (e a una tastiera) e agiscono senza percepire immediatamente le conseguenze delle proprie parole. Questo, conferma sempre il ticinese, si traduce in un aumento statistico delle minacce.
Parlando di criminalità la percezione generale può divergere dalla realtà. Per certi versi la Svizzera è più sicura: «I furti negli ultimi anni sono diminuiti».
Tuttavia, altri fenomeni stanno aumentando, in particolare la violenza domestica, la propensione alla violenza e i reati violenti. Cocchi evidenzia che «questa è una tendenza che si è sviluppata soprattutto dopo la pandemia di Covid» e che riguarda l’intera Confederazione, «bisogna fare di più, soprattutto con la prevenzione».

https://www.tio.ch/ticino/attualita/1911451/cocchi-la-gente-e-sempre-piu-nervosa