Divieto d’entrata per il rom che dice di “aver rubato ai ricchi svizzeri”

Divieto d’entrata per il rom che dice di “aver rubato ai ricchi svizzeri”

Da www.cdt.ch

Il capo del Dipartimento delle istituzioni risponde alle polemiche sulle dichiarazioni dell’uomo la cui moglie ha augurato una pallottola in testa a Salvini
«Ho rubato agli svizzeri, loro sono ricchi». L’affermazione, pronunciata da un rom la cui moglie aveva augurato una pallottola in testa al Ministro degli interni italiano Matteo Salvini, è balzata agli onori della cronaca nelle scorse ore.
A fare il punto sul caso, ora, è il capo del Dipartimento delle istituzioni ticinese Norman Gobbi, che su Facebook scrive: «Molti di voi in questi giorni mi hanno sollecitato su questo filmato, in cui un capoclan rom dice di “aver rubato ai ricchi svizzeri”, mentre la moglie augura una pallottola al Ministro degli interni Matteo Salvini. Il rom è noto e si è già beccato un divieto d’entrata in Svizzera; stiamo facendo ulteriori chiarimenti, anche coi colleghi d’oltre Gottardo, e se del caso la nostra Polizia cantonale si metterà in contatto con i colleghi italiani». La situazione, è quindi subito stata esamintata dalle autorità. «Fiero – aggiunge Gobbi – che dal 2012 il Ticino non accoglie più carovane di nomadi stranieri e che perseguiamo regolarmente i rom che compiono reati sul nostro territorio provenendo dai campi illegali in Lombardia e Piemonte, come quello gestito dal “novello Robin Hood” e dalla sua “signora”. Per un Ticino sicuro e accogliente».

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Da www.tio.ch

Divieto d’entrata in Svizzera per il marito della “zingaraccia” di Salvini
Norman Gobbi chiarisce che il rom che si è vantato di avere «truffato gli svizzeri che hanno soldi» è «noto». Sono in corso ulteriori chiarimenti anche oltre Gottardo.

Si è vantato in televisione di avere «truffato gli svizzeri» e di avere portato i soldi in Italia per dare un futuro migliore ai suoi figli.
Stiamo parlando del rom che vive in un campo nomadi alla periferia di Milano, in via Monte Bisbino, marito di quella che Matteo Salvini ha definito «zingaraccia».
Su di lui ha preso ora posizione Norman Gobbi che su Facebook, dopo essere stato sollecitato da molti, ha scritto: «Il rom è noto e si è già beccato un divieto d’entrata in Svizzera». Il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha inoltre aggiunto: «Stiamo facendo ulteriori chiarimenti, anche coi colleghi d’oltre Gottardo, e se del caso la nostra Polizia cantonale si metterà in contatto con i colleghi italiani».
La vicenda tiene banco ormai da giorni in Italia. La donna era stata intervistata dal Giornale e aveva detto: «A Salvini andrebbe tirato un proiettile in testa».
Il ministro dell’Interno aveva replicato durante un’intervista rilasciata a Sky Tg24 e poi con un tweet: «Ma vi par normale che una zingara a Milano dica “A Salvini andrebbe tirata una pallottola in testa”? Stai buona, zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa».
E “la zingaraccia” è stata trovata e intervistata da “Stasera Italia”, programma di Rete4. Nel campo rom abusivo alla periferia nord di Milano le baracche hanno lasciato il posto alle case a due piani. «Servirebbe un proiettile, sì, l’ho detto – ha confermato senza esitazione la donna -. Io mi sento minacciata. Salvini ce l’ha con gli zingari». Dopo avere mostrato la sua villetta, con interni sfarzosi e decorazioni dorate, ha raccontato: «Rubavo, certo, rubavo. Tutto quello che mi capitava. Ho combattuto tutta la mia vita affinché i miei figli non finiscano nello stesso modo. Ci ho messo quattro anni per costruire questa casa. Per i miei figli».
La casa si trova su terreni non edificabili ed è stata costruita senza avere ricevuto alcun permesso. Quella e le altre abitazioni dovrebbero essere rase al suolo secondo la Lega. «Lui ci vuole proprio sterminare. In ogni campo in cui è entrato ha abbattuto tutto – ha aggiunto la donna, agli arresti domiciliari da quasi sette anni -. Dove finiscono i miei figli? Andare a rubare? Per forza».
Davanti alla telecamera si è espresso poi anche il marito: «Voglio un condono. Se vieni a buttare la mia casa mi do fuoco con una tanica di benzina». E poi la stoccata: «Ho rubato per questa casa, per fare crescere i miei figli. Sono stato in carcere. Per furto, per truffa. Ma non ho truffato gli italiani. Ho truffato gli stranieri, in Svizzera, perché hanno i soldi. E ho portato qui i soldi».
Anche Norman Gobbi, quindi, si è affidato al canale social per una risposta: «Fiero che dal 2012 il Ticino non accoglie più carovane di nomadi stranieri e che perseguiamo regolarmente i rom che compiono reati sul nostro territorio provenendo dai campi illegali in Lombardia e Piemonte, come quello gestito dal “novello Robin Hood” e dalla sua “signora”. Per un Ticino sicuro e accogliente».

Revocato il permesso a un giovane dipendente dagli aiuti sociali

Revocato il permesso a un giovane dipendente dagli aiuti sociali

Da www.ticinonews.ch

Il Tram ha respinto il ricorso di un giovane italiano che dovrà lasciare il Ticino dopo 3 anni di battaglia legale

Nulla da fare per un 25enne cittadino italiano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni aveva revocato il permesso di dimora nel luglio di 3 anni fa. La decisione era stata presa in quanto il suo sostentamento “era garantito dal versamento di prestazioni assistenziali erogate dall’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento (USSI)”. Lo scorso 23 maggio il Tribunale cantonale amministrativo (TRAM) ha respinto il suo ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato del 21 dicembre 2016, che aveva dato ragione alle autorità cantonali.

Al giovane, giunto in Svizzera nel 5 luglio 2006 e residente presso la madre, beneficiaria di una rendita d’invalidità con prestazioni complementari, non è bastato l’aver rinunciato a percepire aiuti sociali come pure l’aver intrapreso un nuovo percorso formativo (circostanza, stando alla Corte, “non provata”).

Da settembre 2016 il sostentamento del 25enne – che aveva accumulato un debito complessivo nei confronti dello Stato di fr. 9’192.85 – è assicurato dalla rendita d’invalidità della madre. Entrambi, ha concluso la Corte cantonale, riescono a coprire il loro fabbisogno mensile ma “ciò non sarebbe possibile senza l’erogazione delle suddette prestazioni, che contribuiscono in maniera preponderante al sostentamento del nucleo familiare”. Per il TRAM tale fattore è determinante per l’esito della vertenza in quanto, secondo la giurisprudenza, “laddove, nell’ambito dell’applicazione dell’Accordo di libera circolazione, se l’interessato deve richiedere l’aiuto sociale o le prestazioni complementari il diritto di soggiorno non sussiste più al punto che possono essere intraprese misure volte a mettere fine al soggiorno”. Il ricorso è stato dunque respinto e l’ultima parola spetterà eventualmente al Tribunale federale (TF).

Medico del traffico, si raddoppia

Medico del traffico, si raddoppia

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 5 agosto 2019 de La Regione

Da settembre in Ticino saranno due. Il secondo verrà messo a disposizione dal Curml di Losanna.

La soluzione transitoria individuata dal Dipartimento istituzioni con il Centro universitario romando.

Oggi ce n’è uno: la dottoressa Mariangela De Cesare. Presto ce ne saranno due. Due medici del traffico in Ticino. Il secondo specialista – attivo dal 1° settembre – verrà messo a disposizione dal Curml, il Centro universitario romando di medicina legale, sede a Losanna, con cui il Dipartimento istituzioni sta valutando la fattibilità dell’annunciato Istituto ticinese di medicina legale. Un secondo specialista che si esprimerà anche in italiano.

Il raddoppio è stato deciso dallo stesso Dipartimento ed è stato possibile proprio grazie ai contatti, e ai buoni rapporti, avviati con il Curml in vista della realizzazione – alla quale il Consiglio di Stato ha dato luce verde quest’inverno – del citato istituto, che ospiterà pure il servizio di medicina del traffico, venendo così ‘cantonalizzato’. Il raddoppio è stato voluto anche per dare una risposta concreta e nell’immediato a quegli atti parlamentari – l’ultimo in ordine di tempo è a firma Udc – piuttosto critici sull’operato del finora unico medico del traffico di livello 4 autorizzato in Ticino (De Cesare), segnatamente per le tariffe ritenute assai salate. E più in generale su una figura che è comunque contemplata dalla legge federale in seguito al giro di vite di alcuni anni fa in materia di circolazione stradale con l’adozione a Berna delle disposizioni di ‘Via Sicura’: in presenza di gravi infrazioni, l’idoneità alla guida deve essere verificata da un medico (del traffico) riconosciuto dalla Ssml, la Società svizzera per la medicina legale.

«Stiamo predisponendo, nel Bellinzonese, i locali dove lavorerà lo specialista messoci a disposizione dal Curml», dice alla ‘Regione’ Norman Gobbi. Dal prossimo mese, prosegue il direttore del Dipartimento istituzioni, «i conducenti obbligati dalla Sezione della circolazione a sottoporsi a una perizia sulla loro idoneità alla guida potranno così farsi esaminare da questo medico del traffico anziché dalla dottoressa De Cesare. Ricordo che di principio c’è la possibilità di scegliere i medici del traffico. Anche di altri cantoni. Una possibilità cui però i ticinesi solitamente rinunciano per motivi linguistici». Una soluzione transitoria, quella prospettata dal consigliere di Stato, in attesa dell’Istituto cantonale di medicina legale. Che dovrebbe entrare in funzione «a metà del 2020» e che permetterà la ‘statalizzazione’ anche del medico del traffico.

La sentenza del Tribunale cantonale

Ai piani alti del Dipartimento non è intanto passata inosservata la recente sentenza con la quale il Tribunale cantonale amministrativo ha in pratica smontato la perizia stilata da De Cesare su una conducente che viaggiando a luci spente e sbandando era stata fermata per un controllo dalla polizia: era al volante in stato di ebrietà. Il referto del medico del traffico “non risulta poggiare su un impianto sufficientemente solido e attendibile”, annotano fra l’altro i giudici nelle diciassette pagine del verdetto, datato 18 luglio, che accoglie parzialmente il ricorso dell’automobilista, patrocinata dall’avvocato Tuto Rossi, la quale su ordine della Sezione della circolazione (Dipartimento istituzioni) si è sottoposta all’esame peritale. La perizia “non risulta inoltre sufficientemente intelligibile e motivata”, rincara il Tram. “L’analisi del capello – aggiunge – costituisce per contro un serio indizio d’inidoneità (alla guida, ndr.): occorre quindi che la situazione dell’insorgente”, cioè della conducente, “venga ulteriormente approfondita, in particolare procedendo all’assunzione di un’ulteriore nuova perizia, da affidare a un altro specialista in possesso del titolo di medico del traffico Ssml”. Ergo: gli atti “vanno retrocessi al governo, affinché si pronunci nuovamente, previa nuova istruttoria”. Al Consiglio di Stato la donna si era rivolta impugnando la revoca della patente disposta dalla Sezione della circolazione sulla scorta della perizia di De Cesare, autorizzata nel 2015 dalla medesima Sezione a operare in veste di medico del traffico. Niente da fare: contestazioni dell’automobilista respinte. Di qui il suo ricorso al Tribunale amministrativo. Che di recente ha deliberato, rinviando il dossier all’esecutivo: serve un altro esame peritale. «È assolutamente importante – riprende Gobbi – che le perizie siano allestite, e qui richiamo le parole dei giudici, in maniera solida e attendibile. Parliamo infatti di referti su cui si fondano provvedimenti della Sezione della circolazione, quale il ritiro a tempo indeterminato della patente, fortemente restrittivi della libertà di spostamento». Come Dipartimento, rileva il consigliere di Stato, «ci siamo tuttavia mossi mesi prima del verdetto giudiziario, decidendo di avvalerci nel campo delle perizie anche della collaborazione del Curml di Losanna». Non è da escludere che possa essere lo specialista messo a disposizione dal Centro universitario romando a redigere pure la perizia bis sull’automobilista alla quale il Tram ha parzialmente accolto il ricorso.

Burqua, pochissimi casi

Burqua, pochissimi casi

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 5 agosto 2019 de La Regione

24 infrazioni nel 2018 in Ticino

Nemmeno una multa nel Canton San Gallo, dove il divieto è entrato in vigore a inizio anno; 24 procedure di infrazione avviate nel 2018 in Ticino, dove il medesimo divieto esiste dal primo luglio 2016. È assai magro – stando ai dati pubblicati ieri dal ‘SonntagsBlick’ – il bilancio dell’applicazione delle normative cantonali esistenti sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici, note come ‘leggi antiburqa’. Nei due cantoni che fungono da ‘laboratorio’ nell’attesa di un’eventuale, analoga legge sul piano federale (un’iniziativa popolare è pendente in Parlamento, accompagnata da un controprogetto del Consiglio federale), le donne col burqa vanno cercate col lanternino. Pochissime sin qui quelle che sono state multate. Delle 24 procedure avviate lo scorso anno in Ticino, 11 hanno riguardato tifosi di calcio e di hockey col volto coperto; le restanti 13 prevalentemente turiste originarie dei Paesi arabi, precisa il domenicale. “Per noi era chiaro che non si tratta della quantità delle infrazioni, ma di un principio”, ha dichiarato al ‘SonntagsBlick’ Norman Gobbi, capo del Dipartimento delle istituzioni.

St. Gallen and Ticino: 13 proceedings against burqa-wearers

St. Gallen and Ticino: 13 proceedings against burqa-wearers

Da www.kxan36news.com

St. Gallen and Ticino in Switzerland, so something like experimental laboratories: the first to the cantons, they introduced a concealment prohibition for the public space, women who conceal their face, threaten to buses of several Hundred Swiss francs.

What is in the two cantons already law could soon apply throughout the country. The Federal Burka Initiative calls for a cloaking ban. Critics complain that a nationwide Anti-burqa law is a pure symbol politics. Full Muslim veiled the interior one could count in Switzerland on one Hand.

No buses in St. Gallen

You Have right? New Figures show that so Far, in fact, only a few procedures have been initiated. In the Canton of St. Gallen, where the ban is in place since the beginning of the year, has spoken to the police, no buses.

In the Canton of Ticino, the burqa is ban already for about three years. There have so far been launched in only a single procedure. In the year 2018, the police registered 24 cases. However, eleven of which masked soccer and football fans related to. In the rest of the procedure is likely to be mainly tourists from the Arab region.

It’s more the principle of the thing

Norman Gobbi, the head of Ticino’s Department of home Affairs, justice and police, defended the ban: “for Us, it was clear that it is not the amount of violations, but rather a principle.” The law, the Lega politician, grant a higher level of security and defend at the same time the values of our culture.

One way or the other, the Swiss voting population is expected to decide soon whether the veiling ban is extended to the whole of Switzerland. Although the Federal Council has spoken out against the burqa Initiative and tries to move the initiators with an indirect counter-proposal to the withdrawal of your desire. The proposal of the Federal Council are not required, authorities, representatives and train control in your face, if identification is necessary, but nothing more.

The initiators of the right Egerkinger Committee should thus hardly of their Initiative for an answer.

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Dal SonntagsBlick di domenica 4 agosto 2019 

Das im Tessin und in St.Gallen geltende Verhüllungsverbot für den öffentlichen Raum zeigt laut dem «SonntagsBlick» kaum Wirkung. Im Kanton St.Gallen, wo das Verbot seit Anfang des Jahres gilt, hätten Beamte noch keine einzige Busse ausgesprochen. Und im Tessin, wo das Burkaverbot bereits seit rund drei Jahren in Kraft ist, habe die Polizei im Jahr 2018 lediglich 24 Fälle registriert – wovon elf Verfahren allerdings vermummte Fussball- und Eishockeyfans betroffen hätten. Der Chef des Tessiner Departements für Inneres, Justiz und Polizei, Norman Gobbi, rechtfertigte das Verbot dennoch: «Uns war klar, dass es nicht um die Menge der Verstösse, sondern eher um ein Prinzip geht», sagte er zum «SonntagsBlick». Das Gesetz ermögliche eine höhere Sicherheit und verteidige gleichzeitig die Werte unserer Kultur, so der Lega-Politiker.

Discorso pronunciato in occasione del 1 agosto a Melide

Discorso pronunciato in occasione del 1 agosto a Melide

– Fa stato il discorso orale –
Ma la nostra Svizzera è tutta un’altra cosa

Ma la nostra Svizzera è tutta un’altra cosa

Opinione pubblicata nell’edizione di martedì 30 luglio 2019 del Corriere del Ticino 

Non c’è come camminare nella regione del San Gottardo – il massiccio che iconicamente rappresenta la Svizzera – per definire con chiarezza alcuni ragionamenti sul futuro del nostro Paese. Ho la fortuna di passare alcuni giorni a casa a Nante in vacanza e quindi di approfittare di queste belle giornate per effettuare escursioni, dopo i primi sei mesi intensi di questo 2019, che hanno portato anche al rinnovo di Governo e Parlamento.
Momenti di distensione, da dedicare alla famiglia e agli amici per recuperare una centralità spesso messa alla prova dal turbine in cui ci si infila facendo con passione questo “mestiere” al servizio della comunità ticinese.
Momenti che aiutano, come detto, a trovare il filo del discorso. E a me qui preme annodare un ragionamento che ritengo vitale per il futuro della Svizzera, anche pensando al 1. Agosto ormai imminente. La riflessione nasce dalla preoccupazione che avverto in maniera forte, dopo quanto avvenuto nel mese di giugno tra il nostro Consiglio federale e l’Unione europea nella trattativa per la definizione dell’accordo istituzionale (o accordo quadro). Da una parte un atteggiamento arrogante (come volevasi dimostrare) dall’altra parte una debolezza estrema in una trattativa che evidenzia la grave difficoltà del nostro Governo a gestire le relazioni con Bruxelles.
Personalmente ritengo che un’eventuale applicazione dell’accordo quadro andrebbe definitivamente abbandonata. Sono ben cosciente delle ripercussioni di un atto del genere, ma sono altrettanto persuaso che adeguare “dinamicamente” la legislazione elvetica a quella dell’UE e accettare l’intervento di un Tribunale esterno per dirimere eventuali discrepanze sarebbe… l’inizio della fine, perché andremmo a perdere il valore su cui si fonda questo nostro straordinario e unico Paese. Parlo della sovranità del nostro popolo, costruita nei secoli, e che già con il Patto del 1291 si concretizzava a favore delle comunità di Uri, Svitto e Untervaldo. Comunità che si impegnavano a sostenersi vicendevolmente contro tutti coloro che potevano intervenire in maniera violenta e autoritaria dall’esterno. E soprattutto bandendo la presenza e l’interferenza di giudici stranieri.
Padroni in casa propria, si potrebbe tradurre in modo semplice e diretto. Da almeno due secoli grazie a questa nostra sovranità siamo riusciti a sviluppare una società che si basa sulla solidarietà e sulla sussidiarietà, volte a difendere i più deboli, ma pure a favorire la crescita economica, a ricercare le opportunità in tutte le sfide che il mondo propone, a considerare la minoranza una ricchezza e la liberà individuale un valore imprescindibile.
In questi mesi in cui il Consiglio federale sta trattando con l’Unione europea mi rendo sempre più conto che ci sia troppo poca coscienza del pericolo che stiamo correndo, applicando questo accordo quadro. Questa mancata coscienza è anche dovuta a una fragilità interna, a una considerazione quasi negativa o comunque a una non comprensione di tutte quelle particolarità che invece hanno reso forte e rendono forte la Svizzera. Il nostro federalismo; la nostra democrazia diretta; l’autonomia dei Cantoni e dei Comuni; il nostro elevato ed elaborato sistema sociale; il nostro Esercito. E la lista potrebbe continuare a lungo.
Dovesse sgretolarsi la radice comune costituita dalla nostra sovranità, crollerebbe tutto l’albero. Non avremmo più quella spinta ideale, e direi genetica, che abbiamo dentro di noi e che ci ha permesso di primeggiare in molti settori nel passato come nel presente. Abbiamo sempre avuto la capacità di trasformare in pregi anche i nostri difetti. Di fare di necessità virtù. Perché la Svizzera non ha mai avuto vita facile.
Le scelte definitive e decisive stanno arrivando. Così come fu con lo Spazio economico europeo, così lo sarà con questo accordo quadro. Siamo a un bivio. Spero che il 1° Agosto contribuisca a far capire a tanta gente che la strada indicata da questo accordo è quella sbagliata e che ci sia – di riflesso – una presa di coscienza forte delle capacità degli svizzeri e della Svizzera senza la necessità di questa Europa, intesa come istituzione politica.

Tra i buchi, nella ramina

Tra i buchi, nella ramina

Questa sera alle 18.00 alle Cronache su Rete 1 e alle 19.30 al Quotidiano su LA1 verrà discussa la problematica della sicurezza al confine con interviste al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, al sindaco di Monteggio Piero Marchesi e al capodicastero sicurezza di Chiasso Sonia Regazzoni-Colombo.

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/12025725

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Viaggio nel tempo, con l’ex comandante delle guardie di confine Fiorenzo Rossinelli, al confine tra Ticino e Italia

Ramina è un termine dialettale. Gli italiani, che l’hanno costruita, la chiamano rete metallica. La sua è una lunga storia, che parte dal 1890, quando venne posato il primo tratto per impedire il contrabbando.
E’ una storia che mette in luce dapprima le vicende che hanno caratterizzato la definizione del confine tra i due stati. Un confine politico – segnato dal 1559 tramite dei cippi tra il Ticino e l’allora ducato di Milano – che si è quasi sempre rivelato fragile e valicabile; già da quando era il confine dell’intero impero romano.
I buchi nella ramina – sia fisici sia mentali – ci sono sempre stati. E ci saranno sempre, favorendo scambi illegali, ma convenienti all’una o all’altra parte. Dei passaggi sui quali molti occhi si sono chiusi. E si chiudono tutt’ora.
Spalloni, bracconieri, contrabbandieri, guardie di finanza e di confine, esercito, esuli politici, migranti e passatori, rapinatori: sono una miriade i personaggi che hanno animato la linea di confine.
Tra loro c’è l’ex comandante delle guardie di confine Fiorenzo Rossinelli, che ha dedicato una vita a sorvegliare la frontiera. Nel 2008 è andato in pensione e si occupa di studi e ricerche sul confine, che presto diventeranno un libro.
Rossinelli è stato ufficiale della Regione IV dal 1976 al 2008. Ha vissuto  il contrabbando industriale, quando attraverso le piste Ho Chi Minh passavano le sigarette e beni di lusso verso Italia e carne e alcolici verso la Svizzera. Poi la grande migrazione, quando la guerra nella ex Jugoslavia spinse verso la frontiera oltre 50’000 profughi. Ed infine il forte afflusso di capitali italiani verso la Svizzera, iniziato già negli anni ’60.
Anche oggi il confine ticinese è sotto pressione e viene considerato un corridoio sensibile, attraversato dall’asse autostradale e ferroviario più importante del paese: clandestini, contrabbando di merci o contanti, sequestri di droga e armi, persone ricercate, merce falsa. I processi di globalizzazione e d’integrazione europea, che con gli accordi bilaterali e di Schengen coinvolgono a pieno anche la Svizzera, hanno portato ad un notevole allentamento della frontiera.
E secondo Rossinelli, “è importante che si faccia rete, non soltanto tra organi di polizia cantonali, comunali guardie di confine, ma anche a livello internazionale”. “Il centro comune italo/svizzero di cooperazione – conclude – è l’elemento determinante per lottare contro la criminalità moderna, in tutti i campi”.

https://www.rsi.ch/news/oltre-la-news/Tra-i-buchi-nella-ramina-12015393.html

Alla Camera dei Cantoni abbia voce tutto il Ticino

Alla Camera dei Cantoni abbia voce tutto il Ticino

Opinione di Battista Ghiggia pubblicata nell’edizione di sabato 27 luglio 2019 del Corriere del Ticino

Il Primo agosto, festa nazionale, è solitamente anche un momento di riflessione sui valori e sul suo futuro del nostro Paese. La Svizzera è sempre più condizionata dalle relazioni e dalle pressioni, per non dire ricatti, di enti esteri e di organismi sovranazionali, i quali, per la loro intrinseca natura, sfuggono al controllo democratico. Partendo da questa constatazione e in vista delle ormai prossime elezioni federali, da cui usciranno i nostri rappresentanti all’Assemblea federale (Consiglio nazionale e Consiglio degli Stati), ritengo importante sottolineare alcuni punti.

Nonostante si tenti ultimamente di pilotare strumentalmente la discussione politica principalmente sui temi ambientali, certamente significativi, il nostro Paese a breve termine sarà confrontato con sfide di assoluto rilievo che, a dipendenza di come verranno affrontate, potrebbero portare ad un cambiamento sostanziale anche del nostro assetto istituzionale. Sappiamo bene cosa comporterebbe l’accettazione dell’Accordo quadro istituzionale con l’UE, un trattato capestro che non tocca solo alcuni settori economici, ma, come indica il nome stesso, investe pesantemente le nostre istituzioni, imponendo in diversi ambiti il diritto europeo. In maniera dinamica, afferma senza alcun pudore, per indorare la pillola, l’impaurita maggioranza della classe politica; in realtà questa ripresa è semplicemente e drammaticamente automatica, con tutte le conseguenze del caso. Più in generale, perché in ballo non c’è solo l’Accordo quadro, la Svizzera si troverà di fronte ad un bivio per certi versi esistenziale: difendere e valorizzare le proprie specificità (con federalismo e democrazia diretta in prima linea), la propria sovranità (in parte già erosa in alcuni ambiti) e, in buona sostanza, un modello di società risultato finora vincente; oppure accettare e quindi cedere – lo farebbe anche in questo caso in maniera «dinamica»? -, magari in nome di presunti interessi economici, alle pressioni provenienti dall’estero, omologandosi alle altre nazioni nel grande calderone dell’UE. È fin troppo evidente come questa scelta determinerà il futuro del nostro Paese e allora ecco perché le prossime elezioni federali rivestono un’importanza particolare.

A Berna verrà infatti giocata una partita fondamentale, alla quale il Ticino deve poter partecipare adeguatamente, ossia rappresentando davvero l’espressione della maggioranza dei propri cittadini. Negli ultimi anni la posizione del nostro Cantone nei confronti di tematiche rilevanti come quelle legate ai rapporti con l’estero, in particolare con l’UE, è stata inequivocabilmente di salvaguardia delle nostre prerogative e dei nostri valori, che non vuol dire chiudersi in se stessi, come dimostrato dai successi riscontrati in più settori, da quello economico a quello dell’integrazione. Dal rifiuto dello Spazio economico europeo (SEE), all’accettazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, fino al recente rigetto del diktat disarmista dell’UE, la maggioranza delle cittadine e dei cittadini ticinesi ha detto chiaramente da che parte sta. Purtroppo la voce del Ticino non si è sempre fatta sentire a Berna, dove, in particolare, al Consiglio degli Stati (la Camera alta) la posizione dei due rappresentanti cantonali, esponenti di PLR e PPD, è stata più volte in contrasto con il voto dei ticinesi, assecondando invece le direttive dei rispettivi partiti nazionali. Pensiamo ancora all’Accordo quadro citato, nei confronti dei quali il PSS (partito che ha fra i propri obiettivi strategici l’adesione all’UE), il PLR (che preme per sottoscrivere rapidamente un accordo giudicato addirittura della «ragione») e il PPD (il cui deputato ticinese alla Camera alta è stato determinante in sede commissionale per far approvare un grazioso dono di 1,3 miliardi franchi all’UE) sono tutti favorevoli all’accordo capestro, pur muovendo alcune critiche e avanzando, a mo’ di alibi, qualche richiesta di rinegoziazione che i vertici di Bruxelles hanno già detto di non prendere neppure lontanamente in considerazione.

Qualcuno dimentica intenzionalmente che il Consiglio degli Stati, eletto con il sistema maggioritario, rappresenta i Cantoni (mentre sui temi fondamentali legati ai rapporti con l’UE i deputati ticinesi hanno spesso disatteso questa funzione) e non gli schieramenti politici. Risulta allora assai significativa la recente e congiunta presa di posizione dei due candidati di PLR e PPD, che quest’anno si presentano, bontà loro, in «ticket», nel punto in cui dichiarano solennemente la necessità di rafforzare il centro, aggiungendo che «bisogna battersi intelligentemente e senza paure per far rispettare una Svizzera aperta ma sovrana». Ma di quale centro parlano? Chinare la testa davanti a trattati capestro sarebbe far rispettare una Svizzera aperta ma sovrana? Suvvia, non scherziamo!

Capisco che i due partiti storici vogliano continuare ad occupare i due scranni del Consiglio degli Stati, ma non si possono fare promesse da marinaio smentite dai fatti. Insomma, è più che mai evidente che se il Ticino vuole davvero farsi adeguatamente rappresentare a Berna, in particolare su temi strategici come i rapporti con l’estero, deve cambiare registro. Il prossimo 20 ottobre la palla passa ai cittadini.