Parte l’era digitale per la Giustizia

Parte l’era digitale per la Giustizia

Oggi a Lucerna si è svolto l’evento che ha segnato l’avvio ufficiale del progetto svizzero Justitia 4.0, che accompagnerà la giustizia elvetica nel futuro digitale. L’accesso alla giustizia diventerà più agevole e più esteso. Un portale centrale ad alto grado di sicurezza consentirà lo scambio elettronico di dati tra le parti coinvolte e le autorità giudiziarie. Gli atti cartacei saranno pertanto sostituiti con dossier elettronici. L’ambiente di lavoro digitale nel settore giudiziario così come l’infrastruttura, saranno ottimizzati.

Sono stati circa 350 i rappresentanti dei promotori del progetto e chi ne sarà interessato che giovedì 14 febbraio 2019 hanno preso parte all’evento di avvio del progetto Justitia 4.0 tenutosi all’Università di Lucerna. I partecipanti – magistrati di ogni ordine, rappresentanti dei ministeri pubblici e funzionari nell’ambito giudiziario e nell’ambito dell’esecuzione delle pene e delle misure nonché consiglieri di stato e rappresentanti dei governi cantonali – hanno preso atto delle peculiarità del progetto assistendo a presentazioni, partecipando a workshop e informandosi presso degli stand informativi. Tra i relatori, Jacqueline Fehr, consigliera di Stato del Canton Zurigo e Ulrich Meyer, presidente del Tribunale federale.

Per il Ticino ha partecipato il consigliere di Stato Norman Gobbi, con un intervento sull’importanza di una Giustizia celere a favore anche del mondo economico. La delegazione ticinese era pure composta dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e diversi magistrati impegnati in questo ambito in rappresentanza delle varie autorità giudiziarie cantonali: Werner Walser, presidente del Consiglio della Magistratura; Mauro Mini, presidente del Tribunale di Appello con la cancelliera Claudia Petralli; Andrea Pagani, Procuratore generale; Maurizio Albisetti, presidente dell’Ufficio del Giudice dei provvedimenti coercitivi; Marco Kraushaar, presidente della Pretura penale; Sarah Stadler, tesoriere dell’Ordine degli avvocati; Silvano Petrini, direttore del Centro sistemi informatici.

Più vicini alla giustizia
Il progetto Justitia 4.0 promuove il cambiamento digitale nel sistema giudiziario svizzero in tutti i settori del diritto (procedura penale, civile e amministrativa). Entro il 2026, tutte le parti coinvolte in procedimenti giudiziari potranno scambiarsi dati per via elettronica con i circa 300 tribunali, i ministeri pubblici e le autorità penitenziarie, su scala cantonale e federale. A tale scopo sarà allestito il portale centrale con un alto grado di sicurezza denominato Justitia.Swiss. Lo scambio giuridico per via elettronica diventerà quindi obbligatorio per gli utenti professionali (in particolare gli avvocati) e per le autorità coinvolte nei procedimenti. Il progetto Justitia 4.0 mira anche a sostituire i dossier cartacei attualmente in uso con i dossier elettronici. L’introduzione dell’obbligo di scambi giuridici per via elettronica e la validità giuridica degli atti elettronici comporterà un adeguamento legislativo che ha già preso avvio sotto l’egida dell’Ufficio federale di giustizia.

Justitia 4.0 è molto di più di un semplice progetto informatico. Con la digitalizzazione occorrerà giocoforza ottimizzare l’ambiente di lavoro dei funzionari coinvolti. L’infrastruttura e i processi dovranno essere rivisti e adeguati: dalla comunicazione elettronica, all’esame dei dossier presso i ministeri pubblici e quindi nei tribunali, fino alla trasmissione dei dati alle autorità penitenziarie e infine ai servizi preposti all’archiviazione.

Grazie a Justitia 4.0 i cittadini potranno beneficiare di un accesso facilitato e più esteso alla giustizia. I dati presenti nel sistema giudiziario saranno in futuro disponibili in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo. La magistratura diventerà più efficiente, i flussi di lavoro saranno più efficaci e le procedure saranno velocizzate.

Tutti remano nella stessa direzione
Nel quadro del progetto Justitia 4.0, la Confederazione e i Cantoni, così come il potere giudiziario e quello esecutivo, remano nella stessa direzione. Oltre ai tribunali cantonali e federali, sono coinvolti attivamente le direzioni cantonali di giustizia, la Conferenza dei procuratori della Svizzera, l’Ordine svizzero degli avvocati, l’Ufficio federale di giustizia e il Ministero pubblico della Confederazione. Il progetto è condotto da un piccolo team di esperti che può contare su vari gruppi di lavoro composti da rappresentanti delle organizzazioni interessate provenienti da tutta la Svizzera.

Entro il 2022 saranno realizzati diversi progetti pilota per testare quanto prima la funzionalità e la facilità d’uso delle varie componenti del futuro sistema che sarà operativo presso tutti gli uffici cantonali e federali entro il 2026.

“Si è sposato per non perdere il permesso”: espulso

“Si è sposato per non perdere il permesso”: espulso

Un cittadino centroamericano era riuscito a evitare l’espulsione già in due occasioni. Ora dovrà lasciare la Svizzera

Il Tribunale federale (TF) ha recentemente confermato l’espulsione di un cittadino dominicano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni (DI) aveva negato il rinnovo del permesso di dimora dopo la fine del suo secondo matrimonio. Per lui, si legge nella sentenza del TF, non si tratta del primo provvedimento in tal senso.

Dopo aver soggiornato illegalmente in Svizzera dal 24 settembre 2003 al 5 agosto 2004 l’uomo era stato condannato a una pena detentiva di 15 giorni, sospesi condizionalmente con un periodo di prova di 2 anni e l’allora Ufficio federale della migrazione (ora Segreteria di Stato della migrazione) aveva emesso nei suoi confronti anche un divieto di entrata per un periodo di due anni. L’allontanamento era stato evitato una prima volta grazie al matrimonio, celebrato a fine 2004, con una cittadina elvetica che gli aveva consentito di beneficiare di un permesso di dimora, rinnovatogli un’ultima volta fino al 10 giugno 2009.

Dopo avere cessato la vita in comune, l’uomo aveva sollecitato un ulteriore rinnovo, ma la sua domanda era stata respinta fino in ultima istanza, con sentenza del TF del 20 giugno 2011. Poche settimane dopo il divorzio dalla prima moglie, il 18 agosto 2011, l’uomo si era risposato con una connazionale, titolare di un permesso di domicilio. Grazie a questa nuova unione aveva beneficiato di nuovi permessi di dimora che gli sono stati rinnovati annualmente fino al 17 agosto 2015. Il loro ’idillio’ era però finito nell’estate del 2016. Interrogata dalla Polizia cantonale in merito alla situazione matrimoniale, la dona aveva (tra l’altro) dichiarato di avere iniziato a convivere con il marito dopo il matrimonio, di avere convissuto fino al 18 novembre 2013 e di voler divorziare. Sentito a sua volta, il marito aveva indicato di avere conosciuto la moglie nel 2005, di averle proposto di sposarlo anche perché avrebbe dovuto lasciare la Svizzera, di aver vissuto con lei sino alla sottoscrizione di un ulteriore contratto di locazione, nel 2014, e che dopo il suo trasferimento ognuno aveva provveduto al proprio sostentamento in modo autonomo.

Preso atto di ciò, con decisione del 4 febbraio 2016 la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni del Cantone Ticino gli aveva negato il rinnovo del permesso di dimora, assegnandogli un termine per lasciare la Svizzera. Tale provvedimento era stato confermato su ricorso sia dal Consiglio di Stato che dal Tribunale amministrativo (il 17 settembre 2018). Il matrimonio tra i due è stato sciolto per divorzio a fine ottobre 2016.

Il 22 ottobre 2018 l’uomo aveva quindi inoltrato dinanzi al TF ma anche in questo caso i giudici di Mon Repos, preso atto della fine del suo matrimonio, gli hanno dato torto. “Va osservato – ha aggiunto la Corte – che per diversi periodi la sua permanenza nel nostro Paese è stata solo tollerata, in attesa della pronuncia sull’effettivo diritto a restare da parte delle autorità”. Il ricorrente dovrà quindi lasciare la Svizzera e farsi carico di 1’000 franchi di spese giudiziarie.

A Lucerna prende avvio Justitia 4.0

A Lucerna prende avvio Justitia 4.0

Comunicato stampa

Giovedì 14 febbraio si terrà a Lucerna l’avvio ufficiale del progetto svizzero Justitia 4.0, volto ad accompagnare la Giustizia elvetica nel futuro digitale. Il Cantone ha partecipato e parteciperà attivamente a tale importante progetto di governo elettronico.
A Lucerna saranno presenti il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, la direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e diversi magistrati impegnati in questo ambito in rappresentanza delle varie autorità giudiziarie cantonali: Werner Walser, presidente del Consiglio della Magistratura; Mauro Mini, presidente del Tribunale di Appello con la cancelliera Claudia Petralli; Andrea Pagani, Procuratore generale; Maurizio Albisetti, presidente dell’Ufficio del Giudice dei provvedimenti coercitivi; Marco Kraushaar, presidente della Pretura penale; Sarah Stadler, tesoriere dell’Ordine degli avvocati; Silvano Petrini, direttore del Centro sistemi informatici.
Il comunicato stampa relativo all’evento verrà inviato giovedì ai mezzi di informazione direttamente dagli organizzatori.

Simposio Leadership al femminile

Simposio Leadership al femminile

Invito

Otto donne con funzioni dirigenziali in mondi spesso riservati ai soli uomini raccontano le loro esperienze.
Una serata pubblica promossa dal Dipartimento delle istituzioni.

Mercoledì 13 marzo 2019 alle ore 20.00
Aula Magna Università della Svizzera italiana
Via Giuseppe Buffi 13
6900 Lugano

Iscrizione entro giovedì 28 febbraio 2019 all’indirizzo: di-comunicazione@ti.ch

www.ti.ch/eventidi

Flyer

 

 

 

La legislazione sulle armi: non serve il diktat dell’UE

La legislazione sulle armi: non serve il diktat dell’UE

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 9 febbraio 2019 del Corriere del Ticino

Le modifiche della Legge federale sulle armi approvate il 28 settembre scorso a Berna dal Parlamento rappresentano uno dei tentativi più evidenti di assecondare il volere di Bruxelles per ottenere ipotetici benefici a favore della Svizzera nei negoziati attualmente in corso. Purtroppo però in questo caso (sarei tentato di scrivere: anche in questo caso) il fine non giustifica i mezzi. Il cambiamento legislativo votato dal Nazionale e dagli Stati tocca in particolare anche la regolamentazione sull’utilizzo del fucile militare a favore di quei cittadini che, terminato il servizio, decidono di continuare a detenere l’arma per uso sportivo. Una pratica che è sempre avvenuta e che viene regolamentata da precise e già restrittive norme, contenute appunto nella Legge federale sulle armi (LArm) del 1999 e nelle relative ordinanze. Oggi si vorrebbe, con procedure che appesantirebbero gravemente la nostra burocrazia, quasi annullare tale possibilità. In nome di che cosa? In nome di una direttiva dell’UE in ottica antiterrorismo, notificata alla Svizzera nel 2017 nell’ambito dell’Accordo di Schengen.

Il referendum lanciato dalla Comunità di interessi del tiro svizzero (CIT) presieduta da Luca Filippini e sostenuto dall’UDC svizzera all’indomani del 28 settembre 2018 è riuscito e quindi saremo chiamati a recarci alle urne. Sarà un’ottima possibilità per affrontare il tema e per approfondire una questione importante: la nostra sicurezza. Senza qui voler anticipare talune argomentazioni, ritengo sia indispensabile subito ribadire come la nostra legislazione nel campo del possesso di armi sia – se non la migliore – tra le migliori in Europa. La legge consente all’autorità di sequestrare l’arma al possessore sprovvisto dei requisiti di legge, mediante l’emanazione di una decisione amministrativa subito esecutiva. Una persona perde i requisiti se dà motivo che possa esporre se stessa o gli altri a pericolo, oppure se è condannata per reati che denotano carattere violento o pericoloso, o per crimini o delitti commessi ripetutamente e iscritti nel casellario giudiziale. Non è necessario che i delitti siano in relazione alle Legge federale sulle armi: possono essere di qualsiasi natura. Tenuto conto che a eventuali ricorsi è tolto l’effetto sospensivo, la decisione di sequestro è immediatamente effettiva. Nella pratica succede che sono gli agenti di polizia a recarsi al domicilio della persona e a procedere al sequestro dell’arma. Le nuove norme servirebbero unicamente ad aumentare la burocrazia con il conseguente appesantimento del carico amministrativo per la nostra polizia, senza peraltro alcun riscontro effettivo dal punto di vista pratico della sicurezza.

Una posizione, quest’ultima, che il Governo ticinese aveva messo in evidenza rispondendo nel 2017 a una prima consultazione sull’approvazione e la trasposizione nel diritto elvetico delle direttive UE sulle armi. Il Consiglio di Stato proprio in questi giorni ha poi inviato a Berna il suo parere circa la revisione parziale dell’ordinanza sulle armi, conseguente alle modifiche legislative dell’autunno scorso. E anche in questo caso si ribadisce che «le misure aggiuntive volute dalla direttiva europea non apportano una plusvalenza concreta allo scopo che quest’ultima si è prefissata, ovvero quello di lottare contro il terrorismo e l’utilizzo abusivo delle armi (…). Le ulteriori e aggravanti misure proposte sono un semplice palliativo e non andranno a colpire i veri obiettivi, bensì le persone che oggigiorno agiscono nella legalità. Le armi da fuoco con le quali vengono perpetrati gli attacchi terroristici sono di regola armi acquisite illegalmente, mentre le restrizioni che si vogliono imporre andrebbero a penalizzare solamente i cittadini che detengono o desiderano detenere armi in modo legale».

Se a livello federale l’UDC ha sostenuto il referendum, anche PPD e PLR hanno ammesso che gli inasprimenti votati a Berna e così richiesti dall’UE non servono a nulla. Nessun attentato in Europa è stato commesso con un’arma acquistata legalmente (ambito in cui agisce la legge che si vuole modificare). Si finisce dunque per costruire un castello burocratico inutile, con il pericolo di togliere tempo ed energie agli agenti di polizia, chiamati invece ad assolvere compiti ben più impegnativi e mirati nella lotta al terrorismo. Insomma, il referendum sulla Legge federale sulle armi e la ripresa – automatica – del diritto europeo ci offre un ottimo test per dimostrare la nostra resilienza alle sirene europeiste.

Municipio di Cademario revocato

Municipio di Cademario revocato

 

Da www.rsi.ch/news

Con 158 sì e 110 no i cittadini hanno deciso di destituire l’attuale Esecutivo dopo le recenti polemiche sul sindaco. È la prima volta in Ticino

Il Municipio di Cademario è stato revocato. Lo hanno deciso domenica i cittadini del comune alto malcantonese in votazione popolare, con 158 voti a favore della revoca, 110 contrari, 16 schede bianche e 3 nulle.
Cademario è nella bufera ormai da tempo, almeno da quando lo scorso autunno è stata lanciata una raccolta firme che chiedeva appunto la revoca dell’Esecutivo, con l’appoggio di tutte le forze politiche. In dicembre la raccolta di firme era formalmente riuscita.

All’origine della richiesta vi era secondo i firmatari “una mancanza di fiducia, di comunicazione, di trasparenza e collegialità”.
Tra i primi firmatari figuravano quattro dei cinque municipali del comune e la causa del malcontento — anche se mai citata direttamente — sarebbe da ricondurre dal sindaco, Fabio De Bernardis.
Gli abitanti di Cademario saranno chiamati entro tre mesi ad eleggere un nuovo Municipio, verosimilmente in aprile.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Municipio-di-Cademario-revocato-11416431.html

“Pronti!”

“Pronti!”

Per caratterizzare in modo immediato e facilmente memorizzabile la mia campagna, ho scelto uno slogan almeno in apparenza molto semplice: “Pronti!”.

“Pronti!”: il punto esclamativo comunica immediatamente il mio entusiasmo, ma anche quello di chi, in un modo o nell’altro, mi appoggia nella corsa che potrebbe condurmi al terzo mandato in qualità di Consigliere di Stato (la mia famiglia, i miei collaboratori, il mio staff, chi mi gratificherà con il suo voto).

“Pronti!” è declinato al plurale non a caso: il concetto di squadra, di team, di gruppo è per me prioritario. Lo è nella vita professionale come in quella privata, lo è durante una riunione di lavoro come in una serata trascorsa con gli amici. Assieme si può andare lontano, con il sostegno degli altri si possono superare gli ostacoli più alti, attraverso il dialogo con chi ti sta attorno si possono risolvere problemi che sembravano a prima vista irrisolvibili.

“Pronti!” è anche un incitamento ad affrontare con il piglio giusto la battaglia politica, consapevoli che ci saranno anche momenti difficili in cui sarà necessario serrare le fila ed essere ancor più propositivi e solidali.

“Pronti!” perché siamo… pronti, ovvero preparati, affidabili e forgiati dall’esperienza maturata in questi 8 anni. Io e il mio team sappiamo di poter dare ancora molto al nostro meraviglioso Cantone, lavorando sempre nell’ottica di favorire il cittadino. Che è e resta il nostro interlocutore privilegiato.

“Pronti!” in quanto sicuri delle nostre capacità e consapevoli del nostro valore, certi di avere le carte in regola per maritarci il sostegno dei ticinesi. Questo senza essere però supponenti, poiché l’obiettivo dev’essere quello di migliorarsi costantemente.. Quanto abbiamo fatto è lì da vedere e i risultati ottenuti parlano a nostro favore.

“Pronti!” a rispondere alle sollecitazioni cui siamo sottoposti a ogni ora del giorno. Le risposte giuste arrivano però solo da persone preparate, credibili, che non nascondono scheletri negli armadi e che possono parlare guardando dritto negli occhi il loro interlocutore.

“Pronti!” anche nei confronti di chi non la pensa come noi e che ci fa un grande regalo: ci permette di mantenere sempre alta la guardia, senza dare nulla per scontato. L’avversario politico rappresenta uno stimolo vitale!

Un carcere che ha vinto la prova della radicalizzazione

Un carcere che ha vinto la prova della radicalizzazione

Il penitenziario resta un esempio virtuoso nonostante le sollecitazioni

Iniziamo dai dati nudi e crudi emersi questa settimana: circa 80 persone incarcerate su cento in Ticino l’anno scorso era di nazionalità straniera (per essere precisi l’82% nel carcere Giudiziario della Farera e il 70% al Penitenziario della Stampa). Siamo un Cantone di frontiera, in pratica la porta d’entrata per chi giunge in Svizzera da sud o d’uscita per coloro che lasciano la nostra nazione. La nostra posizione geografica ci mette per forza di cose a confronto con flussi di persone che altri Cantoni non conoscono. E non si può essere ingenui al punto da pensare che tra tutti questi cittadini che entrano ed escono ci siano solo fior di galantuomini.
“E’ proprio per questo motivo che si rende necessario il costante controllo di tutto il territorio cantonale, e delle zone più vicine alla frontiera in particolare, se vogliamo mantenere elevata la sicurezza in Ticino!” afferma Norman Gobbi, Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni. “Sicurezza che è sempre stata e sempre sarà la priorità numero uno della mia attività politica.”
Molte sono state le misure implementate dal Consigliere di Stato leghista per il raggiungimento di questo obiettivo, sostenuto da fatti e cifre che dimostrano chiaramente quanto il Ticino sia diventato e continua a essere sempre più sicuro. Ne è un esempio la ristrutturazione e il potenziamento della Polizia cantonale, oggi in grado di dare risposte immediate ed efficaci ai fenomeni criminali e di agire anche in funzione deterrente; la collaborazione con il Corpo delle Guardie di Confine, senza dimenticare l’introduzione dell’obbligo di presentare il casellario giudiziale nelle richieste di permessi per gli stranieri. Nel corso di queste due legislature i cambiamenti sono stati tangibili.
Ma torniamo ai dati statistici diffusi questa settimana, i quali permettono di approfondire con il Direttore del Dipartimento delle istituzioni la gestione delle nostre strutture carcerarie. “Al Penitenziario vige un sistema rigido di controlli, sicuramente il regime più performante di tutta la Svizzera, il quale permette di evitare possibili problemi in questa struttura chiusa. E ben sappiamo che basta poco per accendere pericolose micce e creare minacce effettive anche ai danni di donne e uomini chiamati a garantire la sicurezza all’interno del carcere”, commenta Norman Gobbi. “I risultati sono ottimi e incoraggianti, anche perché tale fermezza resta comunque rispettosa della persona.”
La massiccia presenza di stranieri tra la popolazione carceraria contribuisce a innalzare il livello di potenziale pericolo. Uno di questi è legato alle varie forme di radicalizzazione (in particolare di matrice islamica) che potrebbero verificarsi e che in altre strutture, per esempio nella Svizzera francese, sono effettivamente avvenute.
“Il lavoro svolto al Penitenziario è davvero efficace, perché vengono messe in atto tutta una serie di misure per evitare l’insorgere di questi fenomeni di radicalizzazione. Fino a oggi, grazie a questi sforzi, siamo sempre riusciti a scongiurare tali pericoli. E questo testimonia la bontà del lavoro svolto giornalmente e puntualmente dalle collaboratrici e dai collaboratori attivi nei vari ambiti della nostre strutture di espiazione di pena.”
Un ruolo importante lo giocano inoltre le misure di occupazione e reinserimento di chi sconta la pena. I detenuti possono lavorare in una falegnameria, in una legatoria, in una stamperia; vi è un reparto d’assemblaggio di giocattoli e vengano stampate le targhe per le vetture immatricolate in Ticino. Senza dimenticare coloro che sono impiegati nei laboratori dei servizi interni: cucina, lavanderia e stireria. “L’obiettivo – conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi – mira al reinserimento del detenuto nella società una volta scontata la pena, per scongiurare i rischi di recidiva”. Da un lato quindi fermezza dei controlli interni sui detenuti, ma dall’altro anche l’impegno verso una loro compiuta riabilitazione.

Prosecuzione del progetto di aggregazione Tresa

Prosecuzione del progetto di aggregazione Tresa

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha deciso che proporrà al Gran Consiglio l’aggregazione tra i Comuni di Croglio, Monteggio e Ponte Tresa, che in votazione consultiva avevano espresso parere favorevole al progetto aggregativo, lasciando per contro cadere l’inclusione di Sessa, dove avevano prevalso i voti negativi. I sostegni cantonali verranno adattati di conseguenza.

Come si ricorderà, lo scorso 25 novembre 2018 si è svolta la votazione consultiva sul progetto di aggregazione tra Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa, accolto nei primi tre comuni e respinto a Sessa, con una maggioranza favorevole complessiva del 54% nel comprensorio. Scartato l’abbandono dell’intero progetto, le ipotesi per il proseguimento rimanevano quelle dell’aggregazione limitata ai soli comuni favorevoli oppure della realizzazione completa, con l’inclusione di Sessa in via coatta.

Per un primo bilancio della situazione, dopo il voto il Dipartimento delle istituzioni ha incontrato dapprima la Commissione di studio per l’aggregazione e poi il Municipio di Sessa. Inoltre, d’intesa con quest’ultimo e con i rappresentanti locali dei contrari all’aggregazione è stata organizzata una serata destinata alla popolazione di Sessa, per una valutazione delle prospettive del Comune alla luce della costituzione del comune di Tresa. Da questo incontro pubblico è in sostanza emerso che le posizioni favorevoli e contrarie in grandi linee si confermano, in particolare quella del fronte organizzato dei contrari.

In linea con la politica aggregativa cantonale precisata nel PCA, preso atto della volontà espressa dai cittadini di Sessa e ritenuto che per quest’ultimo l’aggregazione costituiva più un’opportunità che una necessità, il Governo ha deciso di orientare la propria proposta verso l’aggregazione limitata a Croglio, Monteggio e Ponte Tresa, escludendo quindi Sessa.

Il Comune di Tresa con Croglio, Monteggio e Ponte Tresa risulta conforme alle condizioni poste dalla Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni (LAggr), in quanto forma senza dubbio un’entità territoriale coerente ed è in grado di rispondere alle aspettative e di attuare le realizzazioni presentate alla popolazione prima della votazione. Inoltre, non risente di alcun pregiudizio finanziario dall’assenza di Sessa e potrebbe avviarsi in un clima disteso e verosimilmente meno laborioso che con un’inclusione forzata, auspicata da una parte ma che la maggioranza non sembra ritenere al momento interessante.

Come a suo tempo anticipato, e come già è stato il caso in precedenza con Bellinzona, in caso di aggregazione ridotta i sostegni cantonali all’aggregazione vengono rivisti, adattandoli alla nuova situazione.
Riguardo gli aiuti all’aggregazione di Tresa limitatamente a Croglio, Monteggio e Ponte Tresa, il Consiglio di Stato proporrà quanto segue:

1,4 milioni di franchi per aiuti alla riorganizzazione amministrativa e/o agli investimenti di sviluppo (per l’aggregazione completa erano previsti 0,7 mio per la riorganizzazione e 1,0 milioni per investimenti);

il riconoscimento dell’applicazione dei tassi massimi di sussidio, fino a concorrenza di un importo massimo di 1,0 milioni di franchi per la realizzazione di nuovi servizi o strutture a carattere sociale, ad esempio un asilo nido e/o un centro diurno per anziani (come per l’aggregazione completa);

sono confermati gli impegni riguardo la pista ciclabile pedonale della Valle della Tresa e la prospettata nuova struttura per la gestione del territorio;

a seguito dell’assenza di Sessa nell’aggregazione, il contributo di livellamento percepito dal nuovo Comune di Tresa risulta sostanzialmente equivalente a quello calcolato separatamente; viene quindi a cadere la necessità di mantenere il calcolo separato, come a suo tempo prospettato.

Il relativo messaggio governativo verrà licenziato nelle prossime settimane.

A «I conti in tasca» sarà protagonista la Legge sulla polizia

A «I conti in tasca» sarà protagonista la Legge sulla polizia

«Sbirri, maledetti eroi» è il titolo de «I conti in tasca» che andrà in onda questa sera alle 20.30 su TeleTicino.
Nella prima mezz’ora della trasmissione si discuterà del libro del presidente degli Amici delle forze di polizia Stefano Piazza e della giornalista Federica Bosco che ha per titolo quello della puntata. Oltre ai due autori al dibattito parteciperà anche il consigliere di Stato Norman Gobbi.
Nella seconda parte della puntata si parlerà quindi della revisione della Legge sulla polizia approvata dal Gran Consiglio. Ne discuteranno Stefano Piazza, il vicepresidente dell’Ordine degli avvocati Gianluca Padlina e l’avvocato e deputata Sabrina Gendotti.