Dubbi sui metodi di calcolo

Dubbi sui metodi di calcolo

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 21 agosto 2018 delle Cronache regionali RSI
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Dubbi-sui-metodi-di-calcolo-10797434.html

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 21 agosto 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10797464

Il capo della Sezione della circolazione non è completamente d’accordo con le ipotesi fatte da Mister Prezzi: “I metodi di calcoli e i modelli utilizzati sono un pochino dubbi”. Secondo Cristiano Canova l’unica tassa per cui il Ticino è sopra la media federale è quella per il collaudo e le tariffe hanno una differenza di circa 3-4 franchi per detentore all’anno.

Le tasse di circolazione in Ticino sono tra le più care in Svizzera, come rivelato dall’indagine svolta dal sorvegliante dei prezzi.
Gli automobilisti pagano il 59% in più rispetto all’indice di copertura dei costi.
Canova sostiene che è necessario chiarire i principi con cui sono imputate le spese contabili che incidono sui rendiconti delle sezioni cantonali.

Alcuni cantoni hanno ridotto le tasse mentre altri, come i Grigioni, dopo aver discusso la questione in Gran Consiglio hanno deciso di mantenere inalterate le tariffe. “La strada non è finita e si deve continuare ad abbassare fino al 100% della copertura dei costi”, ha ribadito Mister Prezzi.

 

Sanzionati 42 hooligans

Sanzionati 42 hooligans

Intervista all’interno delle Cronache regionali della RSI di lunedì 20 agosto 2018
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Sanzionati-42-hooligans-10793336.html

Intervista all’interno dell’edizione di lunedì 20 agosto 2018 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10794587

Le autorità hanno identificato vari tifosi al centro degli scontri durante il match Ambrì-Losanna dello scorso gennaio alla Valascia. La polizia cantonale ha reso noto lunedì che una sanzione amministrativa è stata inflitta a 37 persone in relazione ai tumulti scoppiati dopo l’incontro di hockey su ghiaccio tra Ambrì-Piotta e Losanna, del 14 gennaio 2018 alla Valascia.
La misura, rilevano le autorità, è prevista dal Concordato contro la violenza durante le manifestazioni sportive. Altri cinque tifosi, di nazionalità tedesca, saranno oggetto di provvedimenti simili nelle prossime settimane.

Godersi lo sport in sicurezza: è questo l’obiettivo che voglio raggiungere con i servizi del mio Dipartimento. Per questo motivo a luglio ho ribadito a club e Comuni l’intenzione di voler attuare misure come l’utilizzo di sistemi per identificare i tifosi nel settore ospiti durante le partite di hockey.
 Oggi le persone coinvolte nei disordini alla Valascia di inizio anno sono state sanzionate dal profilo amministrativo. Chi disturba l’ordine pubblico creando caos e pericolo in un momento di condivisione non può e non deve rimanere impunito. Come la maggior parte dei ticinesi voglio vivere gli eventi sportivi in serenità, insieme alla mia famiglia e agli amanti dei nostri sport!

Il preciso “lavoro d’inchiesta degli inquirenti della polizia cantonale ha perciò permesso di identificare e sanzionare, complessivamente, 42 persone, tra chi faceva parte della tifoseria locale e appartenenti a quella losannese”.
Parallelamente, si rileva, va avanti l’inchiesta penale “nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con diverse responsabilità ai disordini”. Le ipotesi di reato evocate sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamenti, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 21 agosto 2018 de La Regione

Valascia, multe a 42 tifosi
Avevano provocato disordini lo scorso 14 gennaio

I tifosi facinorosi sono stati multati. È il primo provvedimento intrapreso nei confronti degli autori dei disordini provocati a margine dell’incontro di disco su ghiaccio nella partita tra Hcap e Hc Losanna dello scorso 14 gennaio alla Valascia.
Lo comunica la Polizia cantonale, precisando che la sanzione è prevista dal Concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Dopo le prime 37 persone, altre cinque di nazionalità tedesca saranno oggetto di analoghe misure nelle prossime settimane. Sono dunque 42, in totale, le persone appartenenti alla tifoseria locale e a quella losannese identificate e sanzionate amministrativamente. Parallelamente prosegue l’inchiesta penale nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con varie responsabilità ai disordini. Le ipotesi di reato sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamento, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.
Il lavoro d’identificazione dei facinorosi è stato lungo e ha richiesto la visione di numerosi filmati.

Disordini a margine della partita Hcap-Hc Losanna: scattano le misure amministrative

Disordini a margine della partita Hcap-Hc Losanna: scattano le misure amministrative

La Polizia cantonale comunica che, in relazione ai disordini scoppiati a margine dell’incontro di disco su ghiaccio HCAP-HC Losanna del 14 gennaio 2018, 37 persone sono state oggetto di una sanzione amministrativa come previsto dal Concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Altre 5 persone di nazionalità tedesca saranno oggetto di analoghe misure nelle prossime settimane.
Grazie al minuzioso lavoro di inchiesta degli inquirenti della Polizia cantonale, sono dunque 42, in totale, le persone appartenenti alla tifoseria locale e a quella losannese identificate e ora sanzionate amministrativamente. Parallelamente prosegue l’inchiesta penale nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con varie responsabilità ai disordini. Come si ricorderà, le ipotesi di reato sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamento, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.

Neun Gründe, weshalb seine Salami so köstlich schmeckt

Neun Gründe, weshalb seine Salami so köstlich schmeckt

Da www.tagesanzeiger.ch

Der Tessiner Fausto Piccoli produziert eine Rohwurst, die glücklich macht. Wie gelingt ihm das?

Es ist die Wurst, für die manche Vegetarier eine Ausnahme machen: Salami. Diese verführerische, schnittfeste Rohwurst aus Schweine-, Rindfleisch, Bauchspeck und Gewürzen schmeckt unvergleichlich gut – grad wenn sie von ausgewählten Produzenten kommt. In erster Linie auszumachen ist das Aroma von bestem Fleisch. Die Salami zeigt eine zurückhaltende Salzigkeit und im Hintergrund raffiniert pilzige Noten. Mit x-beliebiger Ware, wie sie oft in grossen Lebensmittelläden angeboten wird, hat solches wenig gemein.

Man braucht aber nicht nach Italien zu reisen, um solch Werk ehrenwerter Metzgerskunst zu finden. Schon ganz im Norden des Tessins, genauer in Piotta, in der Salumeria von Fausto Piccoli kann man das Geheimnis einer perfekten Salami ergründen.

Und da stehen wir jetzt an einem sonnigen Morgen im August. Der Metzger und sein Sohn füllen wie jeden Donnerstag rund 100 Kilo gewürztes Fleisch in Rinds- und Schweinsdärme ab, für Salami respektive Salametti. Aus einem Radio plätschert Italo-Pop. Es riecht im Betrieb sehr sauber – ist da womöglich gar ein Hauch von Seife auszumachen? Bloss die Gerätschaften sind ein wenig in die Jahre gekommen.

Was zudem auffällt: Jede Salami, die Fausto Piccoli von Hand mit Schnur geschickt in die richtige, so typische Form bindet, sieht anders aus. Er produziere bewusst verschiedene Grössen, sagt der Metzgermeister: «Jede Familie, die bei uns einkauft, hat andere Bedürfnisse bezüglich Menge.» Die Würste, die er grad in Form bringt, werden später im Untergeschoss erst getrocknet, dann monatelang gereift. Warum schmeckt Piccolis Salami so traumhaft?

1. Fleisch von Hand ausgewählt
Jedes Stück Fleisch, das später, vom Cutter verkleinert, in die Wurst kommt, wird von Fausto Piccoli einzeln von Hand verlesen. Meist stammt das Schweinefleisch aus dem Vierwaldstättersee-Gebiet, also von der anderen Seite der Alpen. Im Herbst, wenn die Säuli des Nachbarn von der Alp herunterkommen, wird vor Ort geschlachtet; auch dieses Fleisch kommt in Piccolis Salami. Mit Glück erwischt man je nach Jahreszeit also sogar ein Zero-Kilometre-Produkt.
Seit je wird für die Spezialität, anders als böse Zungen gern behaupten, nur bestes Fleisch als Basis verwendet. Nicht umsonst erwähnt der Kulinarikjournalist Paul Imhof im «Kulinarischen Erbe der Schweiz» eine alte Tessiner Redensart: «Ciapaa salám da fá lüganig», übersetzt: Aus Salamifleisch (einfache) Luganighe zu machen, ist kopflos.

2. Mit Gefühl gewürzt
Die Fleischmasse wird ganz nach Gusto des Metzgers abgeschmeckt: Zwar wiegt Piccoli das Salz genau ab, doch wie viel Knoblauch und Pfeffer er hineingibt, geschieht nach Augenmass. Hat er früher ganze Körner verwendet, nimmt er heute grob geschroteten Pfeffer, weil dies die Kunden lieber mögen. Übrigens komme in die Salami so wenig Salpeter wie nur möglich, «auch Zucker sorgt für die typisch rote Farbe». Schon vor der Reifung erinnert die Masse geschmacklich an Salami, es fehlen aber die komplexen Aromen der Fermentation.

3. Äusserer Darm, bessere Wurst
Verwendet wird stets Naturdarm. Bemerkenswert, wie sich Piccoli diesbezüglich ausdrückt: «Am liebsten ist mir das äusserste Stück – es hat weniger Fett und gibt die besseren Würste.» Solch offene Worte werden bei Grossbetrieben eher vermieden.

4. Merlot macht munter
In 100 Kilo Salamimasse kommen gut drei Liter Wein. Früher habe er italienischen Barbera verwendet, jetzt nehme er Tessiner Merlot, «natürlich keine Topqualität, die trinke ich lieber». Frage jemand nach der verwendeten Sorte, klinge dies einfach besser, gibt Fausto Piccoli zu – für den Geschmack seien die beigefügten Gewürze viel wichtiger.
Fürs ganze Aroma: Die Salami sollte beim Aufschneiden Raumtemperatur haben. Foto: Claudio Bader (13 Photo)

5. Noch mehr Handarbeit
Ob das Abfüllen der Därme, das Abbinden der Salamiwürste und das Einstechen der Haut (beides wird gemacht, damit keine Luft in der Hülle bleibt und die Wurst nicht verdirbt) – all diese Schritte werden bei Piccoli von Hand ausgeführt.

6. Alles hat seine Zeit
Es ist eine altbekannte Weisheit: Gut Ding will Weile haben. In der Metzgerei von Piotta darf eine Salami nach der ersten Trocknung mindestens zwei Monate lang reifen, manchmal auch fast ein halbes Jahr. Bei einer Temperatur von 12 bis 15 Grad und kontrollierter Luftfeuchtigkeit von rund 80 Prozent ent­wickeln die Würste ihr typisches Aroma. Zudem verlieren die ­Salami (und die kleineren Salametti) bis zu 40 Prozent ihres ­Gewichts.

7. Spontane Sporen
Anders als bei Industriesalami, die für das charakteristische weisse Aussehen teilweise künstlich geimpft wird (was die Reifezeit beschleunigt), sind die dafür notwendigen Edelpilzsporen hier im Keller in der Luft vorhanden. Der typische Belag bildet sich also «spontan», was man auch sieht: Er ist merklich ungleichmässig. «Im Januar haben wir manchmal Probleme», sagt Fausto Piccoli, «weil durch die Kälte dann zu wenig Sporen in der Luft sind.» Im Sommer seien dagegen die Fliegen das grösste Problem: «Wir müssen sie an heissen Tagen von den Salami fernhalten, damit sie keine Eier legen.»

8. Pflege im doppelten Wortsinn
Wie angedeutet, sieht man Piccolis Ware an, dass sie in Handarbeit entsteht. Mal sind die Salami kurz und dick, mal eher lang und dünn. Und wenn die Hülle beim sogenannten Stossen mal reisst, greift der Metzgermeister gar zu einem kleinen Stück Darm und pflastert die Wurst mit diesem Blätz zu, er «verarztet» die Salami – das ist echte Liebe zum Produkt. Seine Würste haben im Innern übrigens ein eher grobes Korn; man zählt sie zum Tipo Nostrano (Tipo Milano ist feiner). Bestellt ein Kunde seine Salami vor, wählt der Metzger persönlich eine Wurst aus, die er grad für essbereit hält.

9. Einer der letzten seiner Art
In drei Jahren geht Fausto Piccoli in den Ruhestand. Er macht kein Geheimnis daraus, dass er dann kaum mehr jede Woche hier stehen wird. Ob sein Sohn weitermacht? Das sei offen. Auch das Wissen, dass solch nicht artifiziell produzierte Salami immer seltener wird, ist zweifelsohne Teil des Genusses.

So geniesst man Salami
Wenn man Salami aufschneidet, sollte sie Raumtemperatur haben, damit sich alle Aromen zeigen. Dazu passen ein schönes Glas Wein – Merlot, was sonst? – und knuspriges Brot, allenfalls Cornichons, wenn es denn unbedingt Gemüse sein soll.

Collina d’oro, e son 50 (anni)

Collina d’oro, e son 50 (anni)

Da www.tio.ch

Celebrazioni per lo storico club: sabato 18, dalle 17.30, Sergio Ermotti, Matteo Pelli, Norman Gobbi e tanti altri scenderanno in campo per sfidare le vecchie glorie

Mezzo secolo di storia, “tra luci e ombre”, è passato. La società calcistica della Collina d’oro è orgogliosa di aver raggiunto questo giubileo. La passione per lo sport del calcio ha coinvolto, coinvolge e ci auguriamo coinvolgerà molte persone e soprattutto non conosce età e sesso sia per chi lo pratica a qualsiasi livello, sia per chi vive la passione a bordo campo, sugli spalti o davanti alla televisione.

La storia di questa società è legata a filo diretto alle persone che hanno reso possibile il raggiungimento di tale traguardo. Nel corso degli anni numerose personalità del calcio regionale, e non solo, si sono succedute nell’aiutare il prima U.S. Gentilino e in seguito F.C Collina d’oro ad arrivare a tale veneranda età.

I presidenti Heinz Schaub (il primo assoluto), Mario Riva, Tullio Calloni, Mirto Balmelli fino all’attuale Sergio Ermotti, Flavio Varisco tuttora responsabile del settore giovanile, il compianto Vito Gottardi bandiera del calcio ticinese e promotore insieme a Giampietro Zappa, Bruno Quadri e Carlo Ortelli, della creazione della scuola calcio in collaborazione con il F.C. Lugano, sono solo alcuni personaggi ai quali la società calcistica sarà eternamente grata.

Per evidenziare tale avvenimento il F.C. Collina d’oro, con il supporto del comitato Balon d’or, ha deciso di organizzare i festeggiamenti durante la seconda edizione del torneo di calcio amatoriale che avrà luogo questo week-end (17-18 agosto 2018). Per l’occasione sabato 18 agosto a partire dalle 17.30, presso lo storico campo campari di Gentilino, è stata organizzata una partita commemorativa che vedrà opposte alcune “vecchie glorie” che hanno vestito la maglia dell’Unione Sportiva Gentilino e una squadra formata da personalità note del nostro cantone tra i quali il presidente attuale del Collina d’oro Sergio Ermotti, il direttore di Teleticino Matteo Pelli e il consigliere di stato Norman Gobbi.

L’incasso del torneo e dei festeggiamenti verrà interamente utilizzato per far crescere il movimento giovanile della Collina. L’obiettivo è quello di continuare a garantire ai giovani calciatori la possibilità di praticare lo sport più bello del mondo e chissà in futuro crescere e trovare un campione di “casa nostra”.

Maggiori dettagli sul torneo e sugli orari della manifestazione si possono trovare sul sito internet www.balondor.ch.

 

«Acque sicure» presente alla Traversata del Lago di Lugano

«Acque sicure» presente alla Traversata del Lago di Lugano

Domenica 19 agosto è previsto un nuovo momento informativo nell’ambito della campagna di prevenzione “Acque sicure”, promossa dal Dipartimento delle istituzioni. L’occasione per attirare l’attenzione dei bagnanti sulle regole da rispettare nei laghi è data dalla Traversata del Lago di Lugano, un evento che vede ogni anno la partecipazione di centinaia di appassionati del nuoto in acque libere.

La manifestazione, che si svolgerà in sicurezza grazie al prezioso servizio di supporto della Polizia lacuale e della Società Svizzera di Salvataggio Sezione Lugano in collaborazione con natanti privati, consentirà di presentare alcune regole fondamentali per coloro che decidono di entrare nei nostri laghi, spesso da soli.

La tranquillità dei laghi, considerati meno impegnativi dei fiumi per l’assenza di mulinelli o innalzamenti improvvisi delle acque, rende questi spazi comunque più insidiosi per la difficoltà nell’intuire i possibili rischi.

Il numero di incidenti e di annegamenti complessivo è diminuito negli ultimi anni. Una tendenza al ribasso favorita anche dalle campagne di sensibilizzazioni promosse dal Dipartimento delle istituzioni. Rispetto al passato, la maggiore criticità è oggi associata ai grandi specchi d’acqua per diversi fattori, tra i quali il sensibile aumento dei bagnanti, rispettivamente la scarsa conoscenza dei rischi legati alla navigazione e dei propri limiti fisici.

Ricordiamo pertanto a coloro che desiderano nuotare nei laghi di prestare particolare attenzione alla propria condizione e preparazione fisica e di sempre segnalare la presenza in acqua con un mezzo di galleggiamento (boe) ben visibile sia di giorno che di notte agli altri utenti del lago, soprattutto alle imbarcazioni a motore. Si consiglia inoltre, ai nuotatori non esperti, di non allontanarsi troppo dalla riva (massimo 150 metri), dovendo mantenere le forze per un rientro senza difficoltà.

Le regole di balneazione più importanti saranno illustrate con uno stand informativo alla manifestazione, dove presenzieranno Marcel Luraschi, membro della Commissione consultiva “Acque sicure” e responsabile della Sezione lacuale della Polizia cantonale, e Tiziano Putelli, pure membro della Commissione e rappresentante del Dipartimento del territorio. Allo stand verranno organizzati dei giochi di sensibilizzazione e distribuiti dei gadget della campagna.

Infine comunichiamo che il presidente della Commissione consultiva “Acque sicure” Boris Donda sarà lo starter ufficiale della 86esima edizione della Traversata del Lago di Lugano.

Sul sito internet www.acquesicure.ch sono indicate le informazioni per una maggiore sicurezza in acqua e da qualche giorno sono consultabili anche alcuni video di sensibilizzazione, mentre su www.traversatalagolugano.ch i dettagli dell’evento.

Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Dal sito rsi.ch, un articolo del 9 agosto 2018

Avrebbe legami con il jihad islamico l’uomo fermato nelle scorse settimane in Ticino durante un controllo – Parla Norman Gobbi

L’articolo completo è disponibile al seguente link: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Sospettato-di-terrorismo-rimpatriato-10763027.html

 

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Gobbi «Quel modello non fa per noi»

Gobbi «Quel modello non fa per noi»

Dal Corriere del Ticino del 10 agosto 2018 – un articolo a cura di Giovanni Galli

Obbligo di servire: il sistema norvegese (esteso a tutti) piace al Governo ma non ai Cantoni
Il capo del DI: «Sarebbe uno choc culturale, un’idea poco sostenibile davanti al popolo»

Complici le difficoltà che stanno incontrando esercito e protezione civile a completare i loro ranghi, il tema dell’obbligo di servire sta tornando d’attualità. Il mese scorso (cfr. CdT del 12 luglio) la Conferenza governativa per gli affari militari, la protezione civile e i pompieri ha esortato il Consiglio federale ad approfondire un modello che prevede di raggruppare protezione e servizio civile. Un modello già scartato a Berna, ma che secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, presidente della Conferenza, è da preferire a quello che sta esaminando attualmente il Dipartimento della difesa e che prevede un obbligo di servire generalizzato, esteso alle donne, come in Norvegia. Secondo il Consiglio federale questa soluzione è innovativa e orientata al futuro. L’obbligo di servizio varrebbe in principio per tutti, ma all’atto pratico non sarebbe sistematico. A svolgere l’uno o l’altro servizio verrebbero chiamate solo le persone effettivamente necessarie. Le forze armate avrebbero la possibilità di selezionare da un ampio bacino, indipendentemente dal sesso, le persone più qualificate e motivate. Il risultato degli approfondimenti dovrebbe essere reso noto a fine 2020.

Per i Cantoni però non è una soluzione. «Per tre motivi», spiega Gobbi. «Innanzitutto è un modello molto distante dalla nostra cultura. Se già oggi è difficile obbligare le donne a partecipare alla giornata informativa, pensiamo cosa comporterebbe un obbligo di prestare servizio “tout court”. Secondo: sarebbe un cambio di cultura estremo, uno choc difficile da superare e poco sostenibile in una votazione popolare. In terzo luogo non risponde alle necessità dei Cantoni. Il modello norvegese prevede ad esempio l’impiego nell’ambito dei pompieri, le cui competenze però in Svizzera sono cantonali e comunali, con una forte componente basata sul volontariato. Quest’ultimo aspetto non deve essere vanificato. Se a questo livello viene introdotto un obbligo di servire, la motivazione non sarebbe la stessa di chi opera quale volontario. I pompieri per primi vedono male un obbligo, perché quella del volontariato è una componente importante tanto quella professionale».

Manca gente

Il modello preferito dai Cantoni è denominato «obbligo di prestare servizio di sicurezza» e, al pari di quello norvegese, faceva parte delle varianti presentate nel 2016 da uno speciale gruppo di lavoro federale. La Conferenza ha già sollecitato due volte senza successo Parmelin a prenderlo ugualmente in considerazione. Dietro questa richiesta c’è un problema concreto. Per garantire l’effettivo di 72 mila militi nella protezione civile andrebbero reclutate ogni anno almeno 6 mila persone. Ma mentre nel 2010 ne venivano arruolate più di 8 mila, nel 2017 il loro numero è sceso a 4.800. Quanto alle forze armate hanno un fabbisogno di incorporazione di 18 mila militi all’anno, una soglia minima che quest’anno potrebbe non essere raggiunta.

Una via di mezzo

«Chiediamo che questo modello venga valutato in parallelo a quello norvegese. Lo consideriamo una via di mezzo tra lo status quo e il cambiamento totale legato al modello preferito dal Consiglio federale. Si tratta di unire servizio civile e protezione civile in una nuova organizzazione strutturata e non armata, denominata “protezione in caso di catastrofe” e che può rispondere ai bisogni della società in caso di emergenze, catastrofi naturali e tecnologiche, eventi bellici. Tale modello permetterebbe di non più disperdere risorse nel servizio civile, che non presta servizio in modo strutturato e che in caso di crisi non è paragonabile ad un’organizzazione di secondo scaglione come la PCi».

Il rapporto del 2016 tuttavia definiva non adeguato il modello caldeggiato dai Cantoni, in quanto configurerebbe una violazione del divieto dei lavori forzati. Un’obiezione che secondo Gobbi non regge. «Nessuno verrebbe mandato nelle cave a lavorare. Gli astretti al servizio verrebbero impiegati in favore della collettività, un po’ come avviene per il servizio civile ma in una struttura organizzata, in grado di rispondere meglio a determinati bisogni e più adatta alle esigenze dei Cantoni. Oggi il Servizio civile non è subordinato ai Cantoni. È una struttura federale nella quale vengono messi a disposizione posti occupati secondo i desiderata dei singoli membri. In un momento di pace va bene, in caso di crisi no». Cosa cambierebbe con il vostro modello per il servizio civile? «Non sarebbe più un mero rispondere ai desiderata individuali ma ad una missione di servizio alla collettività, in maniera strutturata».

Con il modello preferito dai Cantoni si stima che verrebbero considerati abili al servizio 30.400 delle 40 mila persone soggette agli obblighi militari. Queste presterebbero servizio per nove anni dal reclutamento. Gli idonei sarebbero pertanto 260 mila. Per l’esercito l’aumento dell’idoneità significherebbe un effettivo reale di 165 mila unità, mentre le altre 95 mila sarebbero disponibili per la protezione dalle catastrofi. Per i compiti di pubblica utilità del servizio civile resterebbero a disposizione 25 mila persone. «Oggi vediamo assottigliarsi gli effettivi dell’esercito, visto che molti commutano sul servizio civile. L’esercito si è ritrovato costretto a rivedere i suoi criteri di idoneità al servizio, attingendo al “serbatoio” della protezione civile. Il servizio civile non è un organo di sicurezza. Il popolo ha votato per il mantenimento dell’obbligo di servire nell’ambito della sicurezza. Constatiamo invece che il mandato costituzionale non viene correttamente adempiuto».

Penitenziario cantonale – da 50 anni alla Stampa

Penitenziario cantonale – da 50 anni alla Stampa

Una mia opinione pubblicata oggi sul Corriere del Ticino

Sono trascorsi 50 anni dall’8 agosto 1968, giorno dell’inaugurazione del Penitenziario cantonale della Stampa a Cadro. Negli ultimi anni non sono mancate le riflessioni sul futuro di una struttura che oggi necessita di un deciso restyling. Da un lato, si intende correggerne i limiti imputabili all’età, dall’altro si cercherà di fornire una risposta almeno parziale al cronico problema della mancanza di spazi e della conseguente sovraoccupazione (sovraffollamento). Preoccupazioni che il Dipartimento delle istituzioni ha fatto sue ormai da diversi anni, proponendo concrete soluzioni. Oltre alla sovraoccupazione, altri temi si sono presentati regolarmente nel corso dell’articolata storia delle carceri ticinesi: alludiamo, ad esempio, all’urgenza di mantenere il giusto equilibrio tra sicurezza, espiazione della pena e reinserimento sociale, così come alle restrizioni derivate da un contesto economico che spesso ha condizionato, se non addirittura compromesso, il cambiamento. Anche la prospettata ristrutturazione del Penitenziario della Stampa non è sfuggita all’obbligo di ponderare con la massima attenzione ogni investimento e per necessità di bilancio si è passati da un progetto di 142 milioni di franchi a uno di poco più di 35. L’intenzione è portare avanti sul corto-medio periodo alcuni importanti interventi puntuali: tra questi, la creazione di una sezione per detenuti con problemi psichiatrici, tossicomani e detenuti pericolosi, nonché la conversione del carcere di Torricella-Taverne in una struttura per detenute con pene da scontare non gravi. L’ipotesi di un nuovo penitenziario non è però stata accantonata: il Consiglio di Stato, con decisione del 4 luglio 2018, ha infatti dato mandato al Dipartimento e alla Sezione logistica di intraprendere una valutazione di ubicazioni alternative per la realizzazione di un nuovo complesso carcerario, sulla base del relativo masterplan. Procedure, modalità e aspetti finanziari vanno ancora valutati nel dettaglio. E non è comunque per domani: si parla di un termine temporale di alcuni decenni.

La Stampa taglia quindi un significativo traguardo e lo fa potendo contare anche sull’apporto di un personale motivato, preparato e competente, con uno spiccato senso di appartenenza. A tutti i collaboratori vada il nostro sincero ringraziamento.

In precedenza, il carcere cantonale sorgeva in piena Lugano e nacque sull’onda dell’esperienza non positiva della Casa di forza di Bellinzona, al Castel Grande. L’inaugurazione risale al 1. luglio 1873 e il primo direttore fu Fulgenzio Chicherio, illuminato avvocato, giurista, sociologo e umanista, che propose una gestione innovativa del carcere imperniata sulla sicurezza e l’esecuzione della pena, certo, ma anche sul rispetto della dignità dell’uomo.

Anche il carcere di Lugano fece il suo tempo e si dovette pensare a una nuova sede. Varie le proposte sul tavolo, ma la risposta si trovava sul piano della Stampa. E una volta tanto, le cose andarono veloci: il 10 settembre 1962 il Gran Consiglio accettò i crediti necessari; il 22 settembre 1964 si pubblicò il concorso per l’appalto delle opere di capomastro; il 1. marzo 1965 partì il cantiere, portato a termine l’11 marzo 1968; l’8 agosto l’inaugurazione. Il progetto era degli architetti Bernasconi, Cavadini, Jäggli. Il credito votato dal Gran Consiglio con decreti legislativi del 10 settembre 1963 e del 14 aprile 1964 fu di 7 milioni di franchi (6,65 per la costruzione, il resto per il terreno); l’opera fu sussidiata dalla Confederazione nella misura di oltre 3 milioni.

Sono passati 50 anni. Ora è tempo di compiere un ulteriore sforzo che permetterà al nostro Cantone di continuare a disporre di una struttura all’avanguardia, in grado di soddisfare opportunamente le esigenze di tutti.

Prossimamente, il Dipartimento delle istituzioni pubblicherà un volumetto che ripercorre la storia del Penitenziario della Stampa attraverso l’evoluzione delle carceri ticinesi, partendo dall’epoca prebalivale – quando a fungere da prigioni erano torri cupe e umidi sotterranei – per arrivare ai giorni nostri.