Verzasca: passo decisivo verso il nuovo comune

Verzasca: passo decisivo verso il nuovo comune

Le aggregazioni favoriscono la progettualità

I processi aggregativi non sono progetti fini a se stessi, ma hanno un chiaro obiettivo: creare comuni solidi per gettare le basi di quello che sarà il Ticino di domani. Uno slancio necessario per ridare vitalità alle diverse regioni del nostro Cantone.
Con questo spirito ho proposto al Consiglio di Stato il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Una riforma ambiziosa realizzata con la Sezione degli enti locali, che serve a fissare gli scenari a cui i nostri Comuni potranno ambire. La ricetta del successo è prediligere le iniziative spontanee che nascono dagli enti locali stessi: un presupposto che ho voluto evidenziare anche nel PCA.
Realtà come Bellinzona ci hanno infatti insegnato che la via maestra che conduce alla creazione di Comuni forti, aggregando realtà già esistenti, consiste nell’affidare ai diretti interessati il compito di promuovere l’iniziativa.
Ed è quello che è successo anche in Valle Verzasca: lo scorso 10 giugno la votazione consultiva ha visto l’adesione compatta di tutti i Comuni coinvolti e complessivamente ha raggiunto l’84% dei consensi. La popolazione ha dunque detto sì al nuovo Comune denominato Verzasca.
Nella seduta settimanale di Consiglio di Stato, è stato approvato il messaggio che propone al Gran Consiglio l’aggregazione dei Comuni di Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e dei territori in valle di Cugnasco-Gerra e di Lavertezzo. L’aiuto finanziario di 18.4 milioni di franchi è stato confermato: esso consentirà al nuovo comune di svilupparsi su basi finanziarie stabili. Questa realtà diverrà operativa nella primavera del 2020 con le Elezioni comunali e la nascita di un comune moderno di quasi 900 abitanti.

Un interlocutore unico per crescere più rapidamente
Un comune deve essere capace di proporre alla popolazione un’ampia paletta di servizi nonché disporre di un forte potere contrattuale verso le istituzioni con le quali si troverà spesso a negoziare. Con il loro voto, i cittadini verzaschesi hanno dimostrato la volontà di rendersi più autonomi. Grazie a una dimensione più rilevante e un’organizzazione più strutturata, ora il Comune dispone di una maggiore capacità decisionale. Queste sono le premesse ideali per la realizzazione in tempi ragionevoli del Piano di sviluppo elaborato dall’Associazione dei Comuni della Valle Verzasca. La nuova realtà comunale dovrà quindi assumere da subito un ruolo propositivo, generando il consenso e lo spirito collaborativo degli attori presenti sul territorio, siano essi pubblici o privati.

Le possibilità di sviluppo e di indotto in Valle
Il compito principale del nuovo Comune sarà di rivitalizzare le prospettive economiche e sociali della regione dopo decenni in cui la perdita di velocità delle Valli è stata evidente a tutti. Sarà fondamentale identificare le opportune misure per incoraggiare lo sviluppo territoriale e demografico, oltre a quello  turistico, agricolo e culturale. L’espansione delle attività economiche consentirà un incremento dell’indotto e di riflesso il Comune disporrà di entrate superiori con la possibilità di nuovi investimenti. Tra gli scenari percorribili, intravvedo per la Valle soprattutto la possibilità di potenziare la sua naturale vocazione turistica puntando sull’imprenditorialità.

Di recente, partecipando ai festeggiamenti per i dieci anni dell’aggregazione Cugnasco-Gerra, ho avuto conferma che, dopo un iniziale periodo di rodaggio, l’attività corrente dei Comuni risulta semplificata. Ho visto una realtà felice, finanziariamente solida, capace di proporre progetti e in cui le decisioni sono state velocizzate. Anche per questo, le autorità comunali non escludono a priori la possibilità di altre fusioni. Sono certo che la stessa cosa accadrà per il nuovo Comune di Verzasca.

Tutti a cena da Norman, il venerdì sera…

Tutti a cena da Norman, il venerdì sera…

Da www.liberatv.ch

Ecco le ghiottonerie che il ministro ha preparato all’Atenaeo del Vino
L’incasso – 18’000 franchi – tutto al SAM di Mendrisio
Guest star della serata, Alessandro Manfré, patron della Locanda Orelli di Bedretto

Che il ministro Norman Gobbi sia un ghiottone non è mistero.
E ne ha ridato prova venerdì sera all’Atenaeo del Vino di Mendrisio proponendo la sua annuale cena gastronomica i cui proventi sono destinati al Servizio autoambulanze cittadino, il SAM.

Ghiotto è il termine perfetto per definire il menu, che si è articolato, dopo un antipasto di prelibatezze leventinesi, in piccoli assaggi di risotto ai funghi freschi, raviolini del plin, maltagliati al ragù di cinghiale e, per finire, gran portata di cosciotti di maiale al forno, con un giusto tocco di anice stellato e di polvere di cacao.

La settantina di partecipanti ha garantito alla fine ben 18’000 franchi di contributo al SAM, consegnati al direttore, Paolo Barro.

Norman Gobbi, che per l’occasione ha indossato un grembiule rossocrociato regalatogli da Andrea Stuppia, scomparso esattamente un anno fa, ha cucinato con lo chef dell’Ateneo, Graziano Petrolo, ma la guest star della serata era Alessandro Manfré, patron della Locanda Orelli di Bedretto. In sala, a coordinare ogni dettaglio e a mescere eccellenti vini, c’era ovviamente il patron dell’Atenaeo, Mirko Rainer, aiutato dalla moglie, Arianna Maugeri, che a Castel San Pietro gestisce l’Osteria Enoteca Cuntitt.

“Spin doctor” della serata – alla quale erano presenti tra gli altri Matteo Pelli, il sindaco di Bioggo, Eolo Alberti, il produttore di vini Feliciano Gialdi – sono stati, dietro le quinte ma nemmeno tanto, il sindaco di Vico Morcote, Giona Pifferi, e il presidente della Sagra del Borgo di Mendrisio, Massimo ‘Max’ Tettamanti.

Radicalizzazione, la miglior offensiva sta nel collaborare

Radicalizzazione, la miglior offensiva sta nel collaborare

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 14 settembre del Corriere del Ticino

Per il direttore delle Istituzioni è indispensabile fare squadra

Il problema del sovraffollamento delle carceri è annoso. Per cercare di risolverlo si sta valutando di convertire il carcere di Torricella-Taverne in una struttura per detenute. A che punto siamo?
«L’ipotesi sul tavolo è quella di adibire lo stabile di Torricella a un carcere femminile, ma solo per le pene di breve durata. Attualmente il Canton Ticino non dispone di una struttura per l’esecuzione della pena dedicata alle detenute donne e di conseguenza stiamo cercando una soluzione a breve termine. Per questo motivo sono stati avviati i contatti con il Comune di Torricella che ci ha confermato la propria disponibilità a dare vita al progetto. Una buona notizia che ci permette di avanzare con gli approfondimenti di carattere logistico e finanziario che dovrebbero giungere nel corso della primavera del prossimo anno».

Per ragioni di contenimento della spesa, da un progetto iniziale di 142 milioni di franchi per ristrutturare il carcere penale della Stampa si è però scesi a un budget di 35 milioni. Significa che sulla sicurezza si può tagliare?
«Assolutamente no. Per una ragione di contenimento dei costi e delle risorse a suo tempo proposi di rinunciare alla realizzazione di un nuovo stabile, optando per una ristrutturazione delle strutture esistenti. Il Governo si è impegnato per risanare le finanze cantonali, chiedendo un sacrificio anche ai cittadini, pertanto non ho ritenuto rispettoso nei loro confronti portare avanti il progetto di allora per la costruzione di un carcere ex novo».

Ma a che punto siamo con il progetto di ristrutturazione della Stampa?
«Abbiamo individuato tramite il direttore della struttura una serie di misure che intendiamo attuare nel breve termine e che consentiranno di gestire al meglio la popolazione carceraria. Nel lungo termine il Governo ha invece deciso di incaricare la Sezione della logistica di presentare una valutazione su ubicazioni alternative per l’edificazione di un nuovo stabile».

Di recente si è parlato dell’allontanamento dal territorio svizzero di una persona pericolosa e vicina agli ambienti terroristici. Il direttore delle strutture carcerarie ci ha confermato che il problema della radicalizzazione ha toccato anche il Ticino. Cosa può fare la politica per far fronte a queste situazioni?
«Per far fronte a questo genere di minaccia la miglior risposta che possiamo dare è collaborare: grazie allo scambio di informazioni possiamo infatti favorire il lavoro di intelligence tra le forze dell’ordine. Questo sul territorio. All’interno del carcere bisogna puntare, oltre che sull’attività di prevenzione, soprattutto su quella di formazione, perché gli agenti di custodia devono disporre degli strumenti utili all’identificazione del processo di radicalizzazione. La priorità infatti sta nell’individuare i segnali di una possibile radicalizzazione e non nella sua successiva gestione. In questo senso per acquisire le competenze necessarie è stata avviata una collaborazione proficua con la Facoltà di teologia dell’USI per la formazione del personale in tema di religione. Inoltre sono state proposte alcune giornate di approfondimento dal Centro svizzero per la formazione del personale penitenziario, incentrate sul tema della diversità e della cultura islamica».

I 50 anni della Stampa

I 50 anni della Stampa

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 14 settembre 2018 del Corriere del Ticino

«Basta un’evasione e l’intero sistema è fallito»

Intervista a tutto campo con il direttore Stefano Laffranchini: la gestione dei carcerati, il rischio corruzione e quella casetta dell’amore per i detenuti

Il penitenziario della Stampa compie 50 anni. Inaugurata nell’agosto del 1968, la struttura è stata messa a dura prova negli ultimi anni: se nel 2016 in Ticino le giornate di incarcerazione sono state 82 mila, nel 2017 sono salite a 87 mila. Ma com’è cambiata nel tempo la gestione dei detenuti e soprattutto, qual è lo stato di salute delle nostre carceri? 

Qual è lo stato di salute delle carceri ticinesi?
«In generale buono: nel 1968 la Stampa è stata costruita in maniera intelligente, con piani e sezioni indipendenti. Una modalità che ci consente di gestire al meglio la popolazione carceraria. D’altra parte però abbiamo un problema di posti, come pure di obsolescenza della struttura. Ma ci stiamo lavorando».

Il problema del sovraffollamento è annoso. Ma sono i criminali che crescono o è la durata delle pene che si allunga?
«Direi che il sistema è diventato più performante. Basta leggere la cronaca di tutti i giorni: è raro che gli autori di un crimine non vengano presi. Accanto a questa maggiore efficienza dell’apparato di sicurezza occorre però considerare che almeno l’80% della popolazione carceraria in Ticino è straniera. E questo significa che difficilmente potrà beneficiare della liberazione condizionale. Mi spiego meglio: per poterne usufruire il detenuto non deve in particolare presentare un rischio di fuga. Evidentemente, se non ha legami sul territorio è difficile che venga concessa. Di conseguenza i detenuti che devono scontare l’intera pena alla Stampa sono la maggior parte, incidendo così sull’occupazione».

Quando si parla di sicurezza delle carceri il pensiero corre agli agenti di custodia. Come siamo messi in termini di effettivi?
«In generale, posso affermare che grazie alla spinta del capo Dipartimento, recentemente il Consiglio di Stato ha deciso di rivedere il numero degli agenti verso l’alto. All’ultimo concorso aperto, per 14 posti liberi si sono candidati in 102. Quindi direi che l’interesse per la professione c’è».

Ci racconta che carcere ha trovato al suo arrivo?
«Dal 2014, anno della mia entrata un funzione, gli interventi sono stati molti: ad esempio, in termini organizzativi sono stati rivisti l’organigramma e i flussi di lavoro. Allo stesso tempo, sono stati creati nuovi servizi come quello del trasporto dei detenuti o di intervento in caso di carcerati problematici. Insomma, non siamo rimasti con le mani in mano».

Torniamo ai 50 anni della Stampa. In mezzo secolo, com’è cambiata la gestione dei detenuti?
«È cambiata tantissimo. Basta solo pensare che una volta c’erano solo due sezioni: una per i detenuti recidivi e una per quelli alla prima incarcerazione. Oggigiorno, questa separazione ha lasciato spazio a un altro tipo di suddivisione che avviene anche dal profilo etnico e culturale dei detenuti. Mentre per quel che concerne il reato commesso non vi sono suddivisioni. Questo, ad eccezione degli autori di reati contro l’integrità sessuale, raggruppati in un’unica sezione».

Restiamo sui detenuti, come si svolge una giornata-tipo per un carcerato?
«È molto semplice: in un giorno infrasettimanale il detenuto si sveglia alle 7 e dopo la colazione viene messo al lavoro per 3 ore. Al termine, hanno 45 minuti di tempo libero prima del pranzo in cella. E il pomeriggio si riprende: 3 ore di lavoro e 45 minuti di tempo libero prima della cena. Solo che la sera c’è la possibilità di mangiare in cella o, a gruppi di 15, di cenare in una piccola cucina in compagnia. Mentre alle 21 scatta la chiusura in cella. Rispettivamente, nei festivi al posto delle ore di lavoro i detenuti hanno delle ore libere dove possono andare in palestra o svolgere altre attività».

Ma in media quanto costa la detenzione di un uomo in un anno?
«Il costo è di circa 270 franchi a detenuto. Una cifra questa leggermente inferiore agli altri cantoni, anzitutto considerando il costo differente relativo alle risorse umano, per rapporto ad altri cantoni svizzeri, come accade spesso in altre professioni».

In settimana i detenuti lavorano quindi sei ore al giorno. Che tipo di attività svolgono?
«Innanzitutto va detto che l’obiettivo è il reinserimento sociale del detenuto. Per rispondere alla sua domanda invece, come possibilità di lavoro abbiamo una falegnameria, una legatoria, una stamperia, assembliamo dei giocattoli e stampiamo le targhe per le automobili immatricolate in Ticino. Ma non solo. Accanto a queste mansioni abbiamo i laboratori di servizi interni: ovvero cucina, lavanderia e stireria. Inoltre sui piani sono occupati 12 detenuti che, in gergo, vengono chiamati gli “scopini” e si occupano delle pulizie come pure dell’ordine – inteso non come sicurezza ma dal profilo della gestione delle telefonate e via dicendo – del piano».

Ma come viene vista la figura dello scopino che, pur essendo un detenuto, ha questo tipo di controllo?
«Come una figura autorevole e rispettata. A dispetto del termine che può sembrare riduttivo, si tratta di un posto di responsabilità».

Quanti sono i carcerati che lavorano alla Stampa? Ricevono un compenso?
«All’incirca lavorano in 130 e vengono remunerati con al massimo 3,50 franchi all’ora. Al giorno, guadagnano dunque fino a 33 franchi di cui 8 vengono trattenuti per il loro sostentamento. Bisogna capire che nel contesto delle strutture carcerarie dal profilo oggettivo 8 franchi sono pochi ma, da un punto di vista soggettivo, è una somma importante. Insomma, è un gesto educativo. Inoltre, dell’importo totale il 15% viene bloccato fino alla scarcerazione del detenuto mentre il 20% è utilizzato per pagare eventuali spese mediche non coperte dalla LaMal. Quello che rimane è a disposizione del detenuto che può utilizzarlo come aiuto alla famiglia, per acquisti nel nostro negozietto interno oppure ancora per telefonare a casa. Allo stesso tempo, sempre in un’ottica di responsabilizzazione, se il detenuto vuole la televisione la paga. Un franco al giorno».

La domanda qui sorge spontanea. Che tipo di film possono guardare i detenuti?
«Partendo dal presupposto che la missione del carcere è la risocializzazione teniamo evidentemente sotto controllo la situazione ponendo una serie di limitazioni. Di principio è vietata la visione di filmati pornografici. Senza voler essere moralisti a tutti i costi bisogna considerare che vi sono persone in detenzione per aver commesso aggressioni sulle donne e questo genere di filmati non aiutano il percorso rieducativo».

Restiamo sul tema: come risponderebbe a chi critica i presunti privilegi di cui godrebbero i detenuti?
«Semplice, ho deciso di non rispondere più. Perché la verità è che c’è una percezione bivalente del carcere: da un lato, una fetta dell’opinione pubblica è convinta che vessiamo i detenuti nei modi più disparati. Dall’altro, c’è chi ci vede come un carcere a 5 stelle. In tal senso passo dal dovermi giustificare sul perché nel menu proponiamo cibo vegetariano ma non vegano, urtando magari la sensibilità di qualcuno, al rendere conto del perché una volta all’anno si organizza un piccolo concertino in favore dei detenuti. Insomma, da qualsiasi parte la si guardi, ci sarà sempre qualcuno critico. Alla fine ho quindi deciso di non giustificarmi più. Io devo svolgere il mio lavoro e fare il possibile per favorire il percorso di risocializzazione del detenuto, senza fare sconti nel caso in cui non vengano rispettate le regole».

Vi sono già stati casi di corruzione presso le strutture carcerarie che dirige?
«In generale va detto che c’è stato, e potenzialmente c’è, questo problema anche presso le strutture carcerarie cantonali. Tuttavia ritengo che rispetto ai miei omologhi, e penso in particolar modo alla vicina Penisola, ho un vantaggio: ovvero quello di dirigere una struttura di dimensioni “ridotte” dove il numero di detenuti non supera le 280 unità. C’è quindi un divario importante con le prigioni lombarde dove, invece, si contano 1.500 detenuti. In tal senso va da sé che un numero maggiore di detenuti significa disporre di più personale e di conseguenza conoscere tutti non è semplice. In Ticino, le strutture carcerarie contano 160 collaboratori, mi è dunque molto più facile instaurare un rapporto personale con ciascuno di loro e percepire se c’è qualcosa che non va. Un caso di corruzione, nella storia della Stampa, in effetti c’è stato. I fatti del 1992 – quando alcuni detenuti sono evasi muniti di armi che erano state fornite proprio da un collaboratore – sono ben impressi nella memoria di tutti. Oggi la guardia resta alta per evitare che fatti simili possano succedere nuovamente. Perché basta un’evasione e il sistema carcerario è fallito. Ecco perché non abbassiamo mai la vigilanza. In tal senso, oltre al rapporto di fiducia con i singoli agenti sono state attuate una serie di azioni preventive: penso ad esempio ai controlli a sorpresa sul personale in entrata, sottoscritto compreso».

Cambiamo tema. In 50 anni il crimine è evoluto e oggi si parla sempre di più della radicalizzazione. Quanto la preoccupa il proselitismo nelle carceri?
«Va detto che il carcere è uno specchio del territorio. Il problema della radicalizzazione è molto sentito in Italia e in Francia ma meno, per il momento, in Svizzera e in Ticino. Alla Stampa abbiamo avuto un caso di detenuto radicalizzato, e abbiamo adottato tutte le misure del caso per evitare che influenzasse altri detenuti».

Ad esempio?
«Per ovvie ragioni di sicurezza, non posso esprimermi al riguardo. Di campanelli d’allarme a cui prestare attenzione per combattere il proselitismo ce ne sono ma non sono sempre facilissimi da cogliere. In tal senso, la prossimità degli agenti di custodia è decisiva come pure l’osservazione di piccoli segnali come la banalità di farsi crescere la barba, di chiedere un tappetino per la preghiera o seguire il Ramadan. Evitiamo fraintendimenti: non sto dicendo che tutti i musulmani praticanti sono radicalizzati, semplicemente che ci sono dei piccoli segnali a cui dobbiamo prestare attenzione. Ma a giocare un ruolo sono anche i detenuti stessi che possono segnalare eventuali comportamenti sospetti. In media, il 15% dei detenuti oggi è di fede musulmana».

Ampliando invece lo sguardo, qual è la principale difficoltà nella gestione di un carcere?
«Probabilmente sto per dare la risposta meno prevedibile in assoluto. Ma la difficoltà più grande che ho non è dettata dal carcere in quanto tale ma piuttosto da una questione organizzativa. Il penitenziario cantonale infatti fa parte dell’Amministrazione cantonale e quindi deve sottostare a iter e procedure stabilite, soprattutto per quel che riguarda l’aspetto finanziario. La mia aspettativa al momento di assumere questa carica era quella di essere direttore del carcere con tutta l’autonomia che questo comporta. In altre parole avere un budget all’inizio dell’anno da poter gestire al meglio nel corso dei mesi. Ma così non è. Fortunatamente posso contare sulla sensibilità e l’appoggio del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. A volte però sono davvero sorpreso dei tempi dell’apparato statale per ottenere le risorse materiali di cui necessito per la gestione ottimale della struttura».

Un’ultima domanda: le è già successo che un detenuto si togliesse la vita?
«È capitato una volta in quattro anni. Si tratta di una singola volta che però ha lasciato il segno ma anche sul personale che intrattiene rapporti umani con queste persone. È la cosa peggiore che possa succedere. Non da ultimo perché, in veste di direttore, significa che ho disatteso la mia missione. Ogni decesso, per me, è un fallimento».

Approvato il messaggio per l’aggregazione dei Comuni della Verzasca

Approvato il messaggio per l’aggregazione dei Comuni della Verzasca

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha approvato formalmente l’aggregazione dei Comuni di Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e dei territori in valle di Cugnasco-Gerra e di Lavertezzo che daranno vita a un unico Comune denominato «Verzasca» confermando pure gli aiuti finanziari pari a 18,4 milioni di franchi. Sarà ora il Gran Consiglio ad avere l’ultima parola sulla nascita del nuovo ente locale.

Lo scorso 10 giugno ha avuto luogo la votazione consultiva che ha visto l’ampia adesione da parte di tutti i Comuni coinvolti nel progetto aggregativo, ottenendo complessivamente l’84% dei consensi.

Il Consiglio di Stato propone quindi l’aggregazione dell’intero territorio della Valle Verzasca che include i Comuni di Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno nonché i territori in valle di Cugnasco-Gerra e di Lavertezzo in un unico Comune denominato Verzasca. Quale risultato dello scorporo dei propri territori siti in Valle nasceranno sul Piano pure i «nuovi» Comuni di Cugnasco-Gerra e Lavertezzo.

Riservata la crescita in giudicato della decisione del Gran Consiglio, l’entrata in funzione del nuovo Comune, con l’elezione del Municipio e del Consiglio comunale, è prevista in parallelo alle elezione comunali generali previste nella primavera del 2020.

 

Giustizia, aria di potenziamento

Giustizia, aria di potenziamento

Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 12 settembre 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10869161


Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 13 settembre 2018 de La Regione

Il governo condivide l’idea di rafforzare il Ministero pubblico con un procuratore straordinario
Vertice ieri mattina fra il Consiglio di Stato e Andrea Pagani, procuratore generale: rafforzare l’Mp non è un costo ma un investimento

Un incontro «franco e trasparente, con informazioni aggiuntive da parte del Ministero pubblico che hanno portato il governo a confrontarsi sul tema di un procuratore pubblico straordinario». Sono le parole con cui ieri, in conferenza stampa a Palazzo delle Orsoline, il ministro delle Istituzioni Norman Gobbi ha lasciato intendere che dati e motivazioni fornite dal procuratore generale Andrea Pagani nel corso dell’incontro con il Consiglio di Stato potrebbero bastare per scendere sulla strada di un potenziamento del Ministero pubblico.
Qualora si decidesse per il rafforzamento, ha aggiunto Pagani, la nuova figura difficilmente verrà assunta a concorso, perché il profilo dei candidati è solitamente troppo “verde” per un impegno simile. «Ci vuole un giurista o un avvocato di “peso” – ha detto il pg – che dal primo giorno possa essere pienamente operativo». «La richiesta di un potenziamento della sezione partiva da una lettera da me scritta all’inizio di giugno.
Il problema, noto, è che la sezione dei reati economico-finanziari ha un numero di procedimenti penali pendenti, in parte fermi, che non permette di ossequiare al principio della celerità».
Oggi, ha proseguito, «con il governo è stato fatto un discorso molto franco e trasparente. Sono particolarmente soddisfatto di quanto è emerso da parte del Consiglio di Stato, che si riserva comunque di verificare e di esaminare un documento da me redatto e che fotografa con dati e considerazioni l’attuale situazione della sezione. Per il governo c’è materia sufficiente. Sono fiducioso per la risposta che si darà non tanto al Ministero pubblico che rappresento, quanto alla popolazione del Canton Ticino».
Secondo Pagani, «una giustizia non celere non è giustizia. Inoltre, un potenziamento del Ministero pubblico non va visto come un costo, ma come un investimento: ci sono milioni sequestrati pendenti da 10-15 anni, che rischiano la prescrizione. Davanti a queste motivazioni, e al sistema di monitoraggio delle entrate e delle pendenze che c’è ora in Ministero pubblico, il governo potrà decidere in serenità».
Per Gobbi «è stato importante, per il governo, prendere atto del chiaro segnale d’indirizzo della direzione del Ministero pubblico sulla gestione operativa del Ministero stesso. Rispetto al passato, emerge una nuova volontà di gestione attiva, per evitare prescrizioni che danneggino l’immagine del funzionamento della giustizia in Ticino. Si tratta di un cambio d’indirizzo da salutare». Pertanto, «guardiamo con più tranquillità alle richieste, che devono essere sostanziate da dati come quelli ottenuti da Pagani. L’obiettivo non è dare “tout court” un procuratore pubblico in più, quanto piuttosto una risorsa per evadere le pendenze che giacciono da tempo, ottenendo chiusure che permettano di contenere i danni, anche magari non con piena soddisfazione di tutte le parti in causa».
La conferma del “nuovo corso” in Ministero pubblico è stata data da Pagani: «Ho segnalato al CdS che la nuova direzione del Ministero si prodiga per fare in modo che ci sia una migliore ridistribuzione dei dossier nell’ufficio. Non sarà più solo il caso, secondo il criterio del picchetto, a determinare l’attribuzione di un procedimento. Questa sarà, invece, il frutto di un lavoro che andrà fatto quotidianamente, tramite un miglior monitoraggio generale».
Interrogato circa la presenza, nel pacchetto di richieste, anche dei 3 segretari giudiziari supplementari evocati qualche mese fa, il Pg ha parlato di priorità: «Prima il pp straordinario, poi il resto, in base alla politica dei piccoli passi che permette di solito di ottenere un consenso allargato». Pagani ha ammesso che per il pp straordinario ci sarebbero già «2-3 nomi» di papabili. In merito infine alla situazione di perenne instabilità all’interno del Ministero pubblico, il Pg ha rilevato che «negli ultimi 7 anni il 66% dei procuratori è cambiato. Quindi molti dossier sono passati di mano. Chi arriva non sa esattamente cos’ha in dotazione. L’ultimo pp entrato in carica è da un mese che legge i dossier per capirlo».

Verso un procuratore in più

Verso un procuratore in più

Dalle Cronache regionali RSI
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Verso-un-procuratore-in-pi%C3%B9-10868246.html

Da www.rsi.ch/news

Il Governo ticinese apre all’introduzione di un rinforzo straordinario per smaltire gli arretrati del Ministero pubblico
Il Consiglio di Stato ticinese è “meno scettico” sulla richiesta di nominare un procuratore straordinario al Ministero pubblico, come ha detto il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, al termine di un incontro con il procuratore generale Andrea Pagani. Il confronto ha avuto luogo mercoledì mattina ed è stato definito da entrambi “franco e trasparente”.
L’introduzione di un aiuto supplementare, per cinque anni, sarebbe “una misura d’urgenza” per permettere ai procuratori di svolgere al meglio il loro lavoro perché, per dirla con le parole del PG, “una giustizia che non è celere non è una giustizia”. Il rinforzo si occuperebbe solo degli incarti che riguardano i reati economico-finanziari. Questa sezione, infatti, ha diversi procedimenti penali fermi e che rischiano di cadere in prescrizione.
L’incontro non si è quindi concluso con una vera e propria approvazione della richiesta di potenziamento del Ministero pubblico.
Un potenziamento che tuttavia, afferma Pagani, “non va visto come un costo ma come un investimento”.

 

Da www.ticinonews.ch

Un potenziamento della Magistratura è possibile
Il pg Andrea Pagani ha incontrato il ministro Norman Gobbi. Non si esclude un procuratore straordinario

Sia il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi sia il procuratore generale Andrea Pagani hanno definito “franco e trasparente” il vertice d questa mattina tra Consiglio di Stato e Ministero pubblico.
Punto centrale della discussione, la richiesta della Procura di un procuratore pubblico straordinario per far fronte all’aumento degli incarti pendenti. Pagani ha presentato al direttore del DI dati e motivazioni alla base della richiesta di un potenziamento del Ministero pubblico e in particolare della Sezione reati economici in quanto “ci sono milioni sequestrati pendenti da 10-15 anni, che rischiano la prescrizione”.
“Ci vuole un giurista o un avvocato di peso che dal primo giorno possa essere pienamente operativo”, ha spiegato, escludendo de facto un concorso pubblico per questa eventuale nuova funzione.
Il Governo ha preso atto del chiaro segnale della direzione del Ministero pubblico sulla gestione operativa del Ministero stesso, con una nuova volontà di gestione attiva per evitare prescrizioni che danneggino l’immagine del funzionamento della giustizia – ha commentato il direttore del DI Norman Gobbi – Si tratta di un cambio d’indirizzo da salutare”.
Un mese fa, ricordiamo, Gobbi aveva dichiarato al Corriere del Ticino che “il Consiglio di Stato è molto critico sulla figura del procuratore straordinario, attorno al quale regna forte scetticismo”.
L’ultima parola sul rinforzo temporaneo in seno alla Magistratura spetterà in ogni caso al Gran Consiglio.

Torneo internazionale strutture carcerarie “Memorial Andrea Nimis”

Torneo internazionale strutture carcerarie “Memorial Andrea Nimis”

Sono state 10 le squadre a contendersi domenica il “Memorial Andrea Nimis”, torneo calcistico riservato alla strutture carcerarie. A darsi battaglia sul campo di Sonvico, messo gentilmente a disposizione dalla Città di Lugano, le polizie penitenziarie di Zurigo, Argovia, Realta, San Gallo, Novara, Pavia, Firenze e due compagini del carcere della Stampa.

Al termine di una giornata all’insegna del totale fair-play, a spuntarla è stato il team di Novara, che ha meritatamente conquistato il trofeo sconfiggendo in una combattuta finale il Pavia. Buon risultato anche per le due squadre ticinesi, che hanno chiuso al 6° e al 9° posto.

Il torneo si è svolto con un girone all’italiana, seguito nel pomeriggio dalle finali che hanno stabilito la classifica finale. Buona anche la cornice di pubblico che ha senza dubbio approfittato della bella giornata di fine estate. Da notare, fra l’altro, anche la presenza del consigliere di Stato Norman Gobbi e del direttore delle strutture carcerarie, Stefano Laffranchini, che hanno portato il loro saluto a tutti i giocatori e il loro particolare sostegno alle squadre di casa.

È stata anche una bella occasione di incontro tra colleghi che lavorano in Cantoni e contesti differenti, che hanno avuto modo di confrontarsi non solo sul campo, ma anche fuori, discutendo delle loro rispettive realtà professionali.

L’appuntamento è già fissato per il 2019, quando il torneo, che si disputa ogni anno, si terrà a San Gallo.

 

Fondazione per la collaborazione confederale, Berna – Comunicato stampa

Les 10 ans de la Maison des cantons à Berne – À pied d’oeuvre pour le fédéralisme
La Maison des cantons est devenue une plate-forme de dialogue pour les cantons

Depuis son inauguration en 2008, la Maison des cantons s’est imposée comme centre de compétence intercantonal et plate-forme de dialogue des cantons. Plusieurs représentants des gouvernements cantonaux, invités à un brunch pour les médias, ont tiré un premier bilan positif.

La Maison des cantons (MdC) a ouvert ses portes en juin 2008 au 6 de la Speichergasse à Berne. Dix ans après, le bilan est positif : siège de douze conférences des directeurs, de la Conference des gouvernements cantonaux (CdC) et de 16 organisations intercantonales, la MdC a permis de renforcer la collaboration entre les gouvernements cantonaux et de développer le dialogue entre les cantons et la Confédération. « Cette maison est une formidable plate-forme de dialogue, elle facilite la collaboration et la coordination en fédérant en un même lieu le savoir-faire des conférences intercantonales », constate le conseiller d’État Pascal Broulis. Également président de la Fondation ch pour la collaboration confédérale, en charge de l’exploitation de la Maison des cantons, il revient sur le rôle clé joué par la MdC dans la gestion de dossiers majeurs comme la politique européenne et la péréquation financière, et sur le resserrement des liens entre les cantons et les autorités fédérales. Il rappelle enfin les enjeux du fédéralisme, dont l’importance est souvent méconnue, en particulier des jeunes : « Il y a là un territoire à reconquérir et la visibilité de cette Maison des cantons doit nous y aider. »

La MdC ou comment mieux gérer des dossiers politiques complexes
Le regroupement des conférences au sein d’une même maison, c’est aussi la possibilité pour les cantons de mieux gérer des dossiers politiques toujours plus complexes et étroitement liés les uns aux autres, et de parvenir à des positions consolidées. Le président de la Conference suisse des directrices et directeurs cantonaux de la santé (CDS), le président de gouvernement Thomas Heiniger, l’illustre par un exemple : l’introduction d’un financement uniforme des prestations
de santé ne peut se faire sans le respect des principes régissant les finances publiques, le fédéralisme et le droit public. La Maison des cantons permet la convergence des points de vue : « La Maison des cantons doit être davantage qu’une cohabitation de différentes conférences : elle doit être une communauté de travail ».

Autre exemple : la politique sécuritaire. La multitude d’attributions et de compétences ressortissant à la sécurité de notre pays nécessitent une consultation et une coordination permanentes entre les différents échelons institutionnels.
« La Maison des cantons était prédestinée pour servir de plaque tournante et de plate-forme indispensables à la concertation », relève le conseiller d’État Norman Gobbi, président de la Conférence gouvernementale des affaires militaires, de la protection civile et des sapeurs-pompiers (CG MPS), qui souligne que la Conference des directeurs cantonaux de justice et police (CCDJP) et la Conférence des commandants des polices cantonales de Suisse (CCPCS) y ont aussi leur siège.

Une tendance générale à la centralisation
Le conseiller d’État et président de la CdC, Benedikt Würth, estime pour sa part que la MdC continuera de jouer un rôle important pour le fédéralisme. En effet, la centralisation va croissant, les secteurs politiques et les échelons de l’État sont toujours plus étroitement imbriqués: « Les cantons ont toujours travaillé ensemble, mais c’est grâce à cette maison qu’ils ont perfectionné leur collaboration ». Le fédéralisme n’est pas une idéologie, il est simplement l’un des piliers de notre Constitution. Les cantons représentés par leurs conférences ne sont pas des organisations lobbyistes. Le système fédéraliste « comprend aussi la souveraineté et la liberté de décider de s’associer à d’autres cantons pour défendre des intérêts communs. De telles alliances ne se soldent pas par la création de lobbys, réunis au sein de la Maison des cantons. Elles nous permettent de nous acquitter plus efficacement de notre mission de partenaire institutionnel de la Confédération en politiques extérieure et intérieure, ce qui est aussi dans l’intérêt de la Confédération».

La Fondation ch pour la collaboration confédérale est une organisation intercantonale des 26 cantons. Elle promeut la compréhension entre les communautés linguistiques et les cultures du pays, ainsi que la collaboration entre les cantons et avec la Confédération. Elle est dédiée à l’idée du fédéralisme.

Cugnasco-Gerra, celebrati i dieci anni dell’unione

Cugnasco-Gerra, celebrati i dieci anni dell’unione

Da www.ticinonews.ch

Cugnasco-Gerra, celebrati i dieci anni dell’unione
Finanze sane e investimenti importanti contraddistinguono i primi due lustri di vita del Comune sul Piano

L’ampliamento del Centro scolastico, la realizzazione del Centro sportivo sociale intercomunale (portata a termine con la collaborazione di Locarno), la posa della passerella sul fiume Riarena, la ristrutturazione degli spazi amministrativi, l’allestimento di un piano di mobilità scolastica, l’ottenimento del label Città dell’energia e la creazione con Gordola e Lavertezzo della Regione-Energia Sassariente.

Sono solo alcuni dei progetti che hanno contraddistinto i primi dieci anni di vita del Comune di Cugnasco-Gerra, nato il 21 aprile 2008 dall’unione di Cugnasco e Gerra Verzasca. L’anniversario è stato sottolineato domenica con una cerimonia in piazza a Gerra Piano, alla presenza, tra gli altri, dell’ex sindaco Luigi Gnesa, del Consigliere di Stato Norman Gobbi e del capo della sezione Enti locali Marzio della Santa.

Cerimonia, a margine della quale il Corriere del Ticino ha colto l’occasione per ripercorrere insieme al sindaco Gianni Nicoli il tragitto effettuato dal Comune dopo l’aggregazione. Aggregazione che ha portato in dono un contributo cantonale di 4 milioni di franchi e “velocizzato i tempi di decisione”, sottolinea Nicoli, ricordando che i due ex Comuni collaboravano già su più fronti, “ma non era evidente mettere tutti d’accordo”.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 10 settembre del Corriere del Ticino

Comuni L’unione ha dato i suoi frutti

Cugnasco-Gerra festeggia i primi dieci anni dell’aggregazione brindando alle finanze sane
Promossi progetti per 23 milioni – Altre fusioni? «Non ne abbiamo bisogno, ma siamo aperti»

L’ampliamento del Centro scolastico, la realizzazione del Centro sportivo sociale intercomunale (portata a termine con la collaborazione di Locarno), la posa della passerella sul fiume Riarena, la ristrutturazione degli spazi amministrativi, l’allestimento di un piano di mobilità scolastica, interventi all’acquedotto e alle sorgenti, l’ottenimento del label Città dell’energia e la creazione con Gordola e Lavertezzo della Regione-Energia Sassariente.
Sono solo alcuni dei progetti che hanno contraddistinto i primi dieci anni di vita del Comune di Cugnasco-Gerra, nato il 21 aprile 2008 dall’unione di Cugnasco e Gerra Verzasca.
L’anniversario è stato sottolineato domenica con una cerimonia in piazza a Gerra Piano, alla presenza, tra gli altri, dell’ex sindaco Luigi Gnesa, del consigliere di Stato Norman Gobbi e del capo della sezione Enti locali Marzio della Santa.
Cerimonia a margine della quale abbiamo colto l’occasione per ripercorrere insieme al sindaco Gianni Nicoli il tragitto effettuato dal Comune dopo l’aggregazione. Aggregazione che ha portato in dono un contributo cantonale di 4 milioni di franchi e «velocizzato i tempi di decisione», sottolinea il sindaco, rammentando che i due ex Comuni collaboravano già su più fronti, «ma non era evidente mettere d’accordo tutti». Passando da due a un solo Municipio «si è arrivati a un’unità d’intenti che ha permesso di accelerare i progetti e portarli a maturazione in questi anni». Quasi 23 i milioni di franchi investiti a livello infrastrutturale, «ma nonostante ciò le finanze del Comune (che conta quasi 3.000 abitanti, che si prevede aumenteranno, visto il fermento edilizio di questi tempi) sono sane e il moltiplicatore è stato mantenuto al 90%». Nicoli plaude quindi al lavoro svolto dall’intera squadra comunale, «motore del paese».

«Sono stati dieci anni impegnativi, ma molto appassionanti – commenta – durante i quali abbiamo vissuto anche un allarme chimico (durato una decina di giorni, era il 2016)». Contaminazione dell’acqua le cui cause «sono ancora oggetto d’inchiesta». Mentre a livello infrastrutturale gli obiettivi, fa sapere il sindaco, sono stati quasi tutti raggiunti, in ambito pianificatorio prosegue la revisione e l’unione dei Piani regolatori di Cugnasco e Gerra. «Si tratta di un progetto importantissimo, che comprende fra l’altro l’allestimento di un piano generale di smaltimento delle acque anche per la frazione di Gerra Piano», sottolinea Nicoli, rivelando che «l’intenzione è di riuscire ad avere entro il 2020-2021 un PR aggiornato e unificato che possa valere per i prossimi venti-trent’anni». Nel frattempo si pensa anche alla riqualifica del nucleo di Gerra Piano con la costruzione ex novo di tre sezioni d’asilo, oggetto di un concorso a due fasi: «La giuria si esprimerà in merito nelle prossime settimane». Altro importante obiettivo è la valorizzazione del comparto di Medoscio (dove vi è l’ex sanatorio) per favorire la quale si è già provveduto a convertirlo a PR in una zona a destinazione turistico-alberghiera e ora «bisogna trovare gli investitori».

Prospettive future
L’aggregazione, lo ricordiamo, è giunta a seguito dell’abbandono nel 2004 del progetto di fusione che comprendeva anche la frazione Gerre di Sotto di Locarno, dopo che la maggior parte dei cittadini lo aveva bocciato in votazione consultiva. Preso atto del verdetto, nel 2005 i Municipi di Cugnasco e Gerra Verzasca hanno ripreso il discorso della fusione, questa volta a due. Fusione che in votazione consultiva nel 2006 ha raccolto il 71% di consensi e che si è concretizzata due anni più tardi con le elezioni. E nell’aprile 2020 dovrebbe (l’ultima parola spetta agli abitanti) vedere la luce il Comune di Verzasca, con l’unione di Brione, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e i territori in valle di Lavertezzo e Cugnasco-Gerra. Che cosa significa per voi la separazione della frazione di valle?, chiediamo a Nicoli, che è anche presidente del Gruppo di accompagnamento del Masterplan Verzasca 2030. «Si tratta di un discorso legato a una visione strategica nell’ottica di una rivalorizzazione della valle e noi non possiamo che appoggiare questo desiderio di unione (evidenziato in votazione consultiva il 10 giugno, ndr) e la volontà di lavorare per la valle». Il distacco della frazione, va detto, per Cugnasco-Gerra «non è un discorso finanziario», ma potrebbe comportare «molto probabilmente un abbassamento della percentuale di case secondarie (oggi più del 22%), oltre a permettere un’ottimizzazione della gestione della squadra di operai nell’attività al piano». E come vedete una fusione con gli altri Comuni dell’agglomerato? «Attualmente non abbiamo bisogno di aggregarci», premette Nicoli, ma «siamo aperti a discutere un’eventuale unione dei Comuni del Piano, ad esempio, con Gordola, Lavertezzo e magari anche Tenero, più il quartiere industriale di Locarno». Altro scenario percorribile potrebbe essere una fusione con Locarno. «Ovviamente – conclude il sindaco – vanno approfonditi i vantaggi e gli svantaggi di una o l’altra ipotesi, fermo restando che in ogni caso è la popolazione a decidere».