Puntata di Modem/RSI Rete1
Si discute di come contrastare la presenza della criminalità organizzata in Svizzera
Primo intervento del Direttore del Dipartimento delle istituzioni al minuto 9.00.
Puntata di Modem/RSI Rete1
Si discute di come contrastare la presenza della criminalità organizzata in Svizzera
Primo intervento del Direttore del Dipartimento delle istituzioni al minuto 9.00.
In Ticino si passerà da 16 ARP a 4 preture di protezione – Cantone e Comuni si confrontano sugli aspetti tecnici
Nei prossimi anni in Ticino cambierà radicalmente il settore di tutele e curatele: verrà cantonalizzato e professionalizzato e dalle 16 Autorità regionali di protezione (ARP) attive oggi, si passerà a 4 preture di protezione. Un passaggio di cui si è discusso giovedì mattina a Bellinzona, in un primo incontro tra Cantone e Comuni. Non mancano i nodi da sciogliere.
Il cantiere della riforma
A poco meno di due mesi dal plebiscito parlamentare, il cantiere delle preture di protezione, fa tappa a Bellinzona; in una sala dell’Istituto delle assicurazioni sociali ci si confronta su aspetti tecnico-pratici del nuovo organo giudiziario che si occuperà delle tutele e delle curatele e quindi di temi delicati quali diritto di visita dei figli, collocamenti in istituto e così via. “Sicuramente il dato essenziale è che è stato fatto questo passo importante, adesso si tratta di concretizzare. Qui ci scontriamo un poco con la realtà che dobbiamo affrontare”, dice alle telecamere della RSI Daniele Caverzasio, municipale di Mendrisio. Tra i punti da chiarire “ad esempio c’è la questione personale, c’è la questione di sviluppo software, c’è la questione comunicazione…”.
Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia, sottolinea che “stiamo parlando all’incirca di una quarantina di persone che oggi operano in un ambito di carattere amministrativo, quindi non decidono, non sono i presidenti, non sono i membri permanenti né i delegati comunali… sono le persone che si occupano del segretariato, delle revisioni. Eventuali giuristi potranno, se lo vorranno (perché il presupposto è il loro accordo) passare alla nuova organizzazione futura del Cantone, le preture di protezione”.
Preture che saranno quattro, tutte cantonalizzate. Dovranno perciò garantire uniformità dal punto di vista procedurale ma anche informatico. “Hanno visitato le varie sezioni ARP, si sono resi conto che sono parametri completamente diversi, per cui la gestione degli incarti è il primo atto che si dovrebbe fare, anche se non c’è ancora un sistema informatico, però è una richiesta proprio di un cambio anche metodologico di lavoro e culturale, proprio per facilitare poi la successione dell’implementazione informatica”, spiega Roberta Passardi, municipale di Torricella-Taverne.
Uniformità procedurale e informatica
Andreotti sottolinea che “il fatto di uniformare era proprio uno dei presupposti della riforma, che ha portato poi alla creazione dell’autorità giudiziaria che lavorerà secondo una legge di procedura specifica attualmente al vaglio del Parlamento. Si tratterà, una volta che avrà preso la decisione, anche di dare dei mezzi per poter lavorare in maniera uniforme. Qui penso anche a un sistema di gestione degli incarti unico, che è già stato stabilito e che è in adozione presso la magistratura del Canton Ticino”.
Il nodo del finanziamento
Le preture di protezione saranno realtà tra qualche anno. Nel frattempo si proverà a sciogliere il nodo politico del finanziamento, che si sarebbe dovuto regolare con la oramai “fu” riforma Ticino 2020.
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Un primo incontro sul futuro delle ARP
Riforma delle Autorità regionali (ARP): finanziamento, logistica e personale sono stati al centro della riunione fra il Cantone e i Comuni-sede – Claudio Zali fiducioso sugli aspetti economici, ma il percorso «non sarà breve».
La riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP) – dopo l’ampissimo sostegno ricevuto in Parlamento lo scorso gennaio – ha mosso un primo passo concreto. Ieri mattina, a Bellinzona, i rappresentanti degli attuali Comuni- sede (sedici in tutto) hanno incontrato il responsabile politico del dossier Claudio Zali, la direttrice della Divisione della Giustizia Frida Andreotti e il direttore aggiunto Cristoforo Piattini. Parecchi i temi messi sul tavolo durante la riunione: dal finanziamento al personale, passando per le questioni logistiche della riforma e alcuni aspetti tecnici, come l’implementazione di un nuovo applicativo informatico.
Il percorso
Prima di capire gli sviluppi della prima riunione « postvoto » del Gran Consiglio, è utile fare un piccolo passo indietro per mettere meglio a fuoco il tema. Come detto, nella prima sessione dell’anno il plenum ha approvato il rapporto per la riforma delle ARP, dando seguito a quanto stabilito in votazione dal popolo nel 2022: passare dall’attuale modello amministrativo gestito interamente dai Comuni a un modello giudiziario controllato dal Cantone. E questo per migliorare e controllare più da vicino un settore estremamente sensibile, che pronuncia circa 12 mila decisioni all’anno che toccano direttamente i cittadini. Le ARP, infatti, si occupano di proteggere e seguire sia i minori, sia gli adulti bisognosi di aiuto, decidendo come seguirli e assisterli nella vita quotidiana.
Conoscersi meglio
Il voto di gennaio ha dato il via libera alla prima parte della riforma, che contiene gli aspetti più tangibili come appunto il finanziamento, le sedi e il sistema di elezione dei magistrati (che spetterà al Gran Consiglio). Il secondo filone, al momento, è nelle mani della commissione, incaricata di allestire un rapporto sulla proposta del Go verno riguardante gli aspetti procedurali della riforma. Detto ciò, cerchiamo di capire meglio i contenuti della riunione di ieri. Una riunione a carattere informativo, con lo scopo di definire quali altri passi compiere nei prossimi mesi.
Non tutto è risolto
« I nodi riguardano il finanziamento, da risolvere con tutti i Comuni, non solo quelli che ospiteranno le future ARP, le risorse umane (che passeranno dagli Enti locali al Cantone, una quarantina di persone, ndr) e la logistica », spiega al Corriere del Ticino Claudio Zali, che si è occupato dell’apertura della riunione. Sul finanziamento, uno degli ostacoli principali dell’iter della riforma appena approvata, il consigliere di Stato si dice fiducioso, anche se una certa preoccupazione non manca visti i deficit di bilancio previsti dallo Stato nei prossimi anni. Il Cantone, scaduti i due anni transitori, dovrà infatti assumersi integralmente i costi della riforma così come stabilito dal Parlamento. Nel frattempo, i Comuni continueranno a pagare i costi finora assunti per il funzionamento delle ARP (circa 13,4 milioni), mentre il Cantone pagherà gli oneri aggiuntivi (pari a circa 6,2 milioni). Una volta entrate in vigore le nuove Preture di protezione, i costi per lo Stato saranno di circa 19,6 milioni all’anno. «Le risorse andranno reperite all’interno del Cantone, ma confido in una soluzione », aggiunge Zali. Per quanto riguarda gli aspetti logistici, invece, le ipotesi sono al vaglio. I Comunisede passeranno da 16 a 4 (saranno con ogni probabilità Mendrisio, Lugano, Locarno e Bellinzona), ma nulla è ancora stato deciso. «Sarebbe troppo bello avere già una soluzione», sorride il consigliere di Stato. «A Lugano, ad esempio, la sede della futura Pretura di protezione dipende da un riassetto complessivo della logistica della giustizia, un tema da anni in sofferenza».
La fotografia
L’obiettivo del Cantone, a questo punto, è anche quello di disporre di una fotografia esatta delle ARP, ad esempio in termini di personale e di logistica. «Il passaggio del personale dei Comuni all’amministrazione dello Stato non è un automatismo», rileva da parte sua Frida Andreotti. Vanno quindi chiarite le questioni contrattuali, quantificando altresì quanti dipendenti vogliono effettivamente cambiare datore di lavoro. Per quanto riguarda gli spazi, come spiega ancora la direttrice della Divisione, una possibilità provvisoria è la locazione di alcune sedi in attesa di trovare una soluzione definitiva. Ad ogni modo il percorso richiederà ancora parecchio tempo. Come rileva ancora Zali, l’approvazione della riforma in Parlamento « è un traguardo, ma anche un punto di partenza. Ci sono ancora numerosi passaggi da compiere. Il percorso non è breve, ma dipende dalla velocità con cui si cammina».
Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 13 marzo 2026 del Corriere del Ticino
Comunicato stampa
Sabato 21 marzo 2026, presso la Sala Polivalente del Campus Est SUPSI, si terrà l’evento di apertura della Settimana contro il razzismo 2026, organizzato dal Servizio per l’integrazione degli stranieri del Dipartimento delle istituzioni. L’incontro inaugura un programma di oltre dieci iniziative che, dal 21 al 29 marzo 2026, animeranno l’intero territorio cantonale.
L’edizione 2026 è dedicata alla gestione della diversità nel mondo del lavoro, con particolare attenzione alle persone con retroterra migratorio. La mattinata inaugurale propone interventi istituzionali, un inquadramento statistico aggiornato, una tavola rotonda con partner sociali e rappresentanti aziendali, quattro workshop tematici dedicati a strumenti operativi per il mondo del lavoro, innovazione tramite un incubatore di start-up, strategie di contrasto alle discriminazioni e lettura dei dati per orientare politiche inclusive. I lavori si concluderanno con una restituzione plenaria e raccomandazioni operative.
Il lavoro come specchio della società: oltre dieci appuntamenti per cambiare prospettiva
La Settimana proseguirà con eventi multidisciplinari su tutto il territorio: lezioni universitarie aperte, incontri pubblici, formazioni per dirigenti e associazioni, biblioteche viventi, progetti partecipativi con studenti dell’Istituto della transizione e del sostegno (ITS) e delle scuole professionali, performance teatrali da Lugano a Locarno fino a Vacallo e molto altro.
Il lavoro rappresenta uno spazio centrale di inclusione o esclusione sociale. In un contesto segnato da trasformazioni demografiche e da una crescente penuria di manodopera in diversi settori, valorizzare il potenziale delle persone con passato migratorio non è solo una questione di garantire equità e costruire spazi di lavoro inclusivi e rispettosi, ma anche una scelta strategica per il futuro economico e sociale del Cantone Ticino.
Dal dialogo alle pratiche: valorizzare la diversità nel lavoro e nella società
La Settimana contro il razzismo 2026 vuole essere un’occasione di confronto capace di tradursi in orientamenti concreti per imprese, istituzioni e società civile. L’obiettivo è rafforzare la collaborazione tra attori economici, partner sociali e mondo formativo, favorendo pratiche organizzative inclusive e politiche basate su esperienze reali. Attraverso momenti di dialogo, formazione e raccomandazioni operative, l’iniziativa invita datori di lavoro, professionisti, studenti e cittadini a riconoscere la diversità come risorsa e responsabilità condivisa. Contrastare il razzismo nel mondo del lavoro significa investire nella coesione sociale, nella competitività economica e nella qualità della convivenza nel Cantone.
La discriminazione nel mondo del lavoro: dati e tendenze
I dati più recenti, riferiti al 2024, mostrano che oltre la metà delle persone che hanno dichiarato di aver subito discriminazioni razziali in Svizzera ha indicato il mondo del lavoro come ambito principale (52%), sia nella vita professionale quotidiana (43%) sia nella fase di assunzione (24%). Il retroterra migratorio rappresenta un fattore particolarmente rilevante nell’accesso all’impiego: tra i casi di discriminazione nella ricerca di lavoro, il 31% riguarda persone con retroterra migratorio, contro il 10% senza. Questi elementi confermano l’urgenza di promuovere ambienti professionali inclusivi, capaci di riconoscere competenze e talento al di là delle origini.
Rinnovati i sostegni della Confederazione e di Swisslos
Come nelle precedenti, anche l’edizione 2026 della SCR nel Cantone Ticino è ulteriormente valorizzata dal sostegno del Servizio per la lotta al razzismo della Confederazione. A questo contributo si affianca la rinnovata collaborazione con Swisslos che rafforza ulteriormente questa edizione e ne consolida il sostegno istituzionale.
Nascita e sviluppo delle Settimane contro il razzismo
In Svizzera le “Settimane contro il razzismo” sono state introdotte a livello locale all’inizio degli anni 2000, attraverso iniziative cantonali di sensibilizzazione; tra queste, Ginevra ha avviato nel 2006 una propria settimana tematica, ispirandosi a un’esperienza analoga nata in Québec nel 2000. La scelta di organizzare tali eventi attorno al 21 marzo, Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale proclamata dalle Nazioni Unite nel 1966 in memoria della strage di Sharpeville, conferisce all’iniziativa un forte riferimento simbolico e un inquadramento internazionale condiviso da molti Paesi, inclusa la Svizzera.
Comunicato stampa
La Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni ha tenuto oggi una seduta ordinaria – la prima del 2026 e la 76. dalla sua costituzione – alla presenza del Consiglio di Stato, accompagnato dal capo della Sezione enti locali, e dei rappresentanti dei Comuni ticinesi.
La riunione si è aperta con una discussione dedicata alle attese dei Comuni nei confronti del Consiglio di Stato e dell’Amministrazione cantonale. È stato in particolare discusso lo stato di avanzamento del progetto «Polizia ticinese», per il quale nel mese di ottobre del 2025 si è conclusa la fase di consultazione. Il Dipartimento delle istituzioni ha confermato che un rapporto sarà prossimamente trasmesso al Consiglio di Stato.
Il Dipartimento delle istituzioni ha poi informato sui prossimi passi per la riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP), dopo che – lo scorso 27 gennaio – il Gran Consiglio ha approvato le norme relative alla creazione e all’assetto organizzativo delle nuove Preture di protezione. Un primo incontro con i rappresentanti dei Comuni-sede delle attuali ARP è in programma domani, giovedì 12 marzo.
È stata poi fornita una panoramica sull’ultima revisione dell’Ordinanza sulla protezione civile (OPCi) nell’ambito delle costruzioni di protezione, entrata in vigore lo scorso 1. gennaio; le modifiche si basano su un concetto di salvaguardia del valore dei rifugi e degli impianti di protezione. Prossimamente saranno pubblicate, sul Foglio Ufficiale, le zone di valutazione: è stato ricordato che i Comuni che presentano un tasso di copertura inferiore al 100% dovranno intervenire per garantire la presenza delle infrastrutture indispensabili.
Il Dipartimento del territorio ha infine brevemente presentato ai rappresentanti dei Comuni alcune modifiche di legge, relative in particolare ai provvedimenti coercitivi in caso di abusi edilizi e alla manutenzione delle proprietà private oggetto di derelizione.
La prossima seduta della Piattaforma è fissata per mercoledì 3 giugno 2026.
Il consigliere di Stato Norman Gobbi commenta gli esiti dei laboratori al Palexpo dedicati alle aggregazioni «La strada è ancora lunga ma è un primo passo incoraggiante, che offre ai Municipi un elemento concreto su cui riflettere»
«Dal lavoro svolto emerge un’indicazione chiara: tra gli scenari analizzati, quello di un unico Comune è stato ritenuto il più idoneo a sviluppare il potenziale del Locarnese. È un risultato che accolgo con soddisfazione, perché ho sempre creduto nelle aggregazioni comunali come opportunità per rafforzare i territori e migliorare la capacità di progettare il futuro». È con queste parole che il consigliere di Stato Norman Gobbi commenta al Corriere del Ticino i risultati dei due giorni di laboratorio dedicati alle aggregazioni, che si sono conclusi al Palexpo di Locarno sabato pomeriggio.
Più di 170 persone, rappresentative delle sette località coinvolte nelle riflessioni (oltre alla Città, anche Losone, Minusio, Orselina, Tenero, Brione sopra Minusio più Mergoscia) e divise per settori tematici, hanno preso parte a una serie di riflessioni guidate dalla Sezione degli Enti locali. La strada, però, è ancora lunga, sottolinea ancora il titolare del Dipartimento istituzioni, «ma è un primo passo incoraggiante, che offre ai Municipi un elemento concreto su cui riflettere ».
Una base di dati oggettivi
«Naturalmente, non bisogna avere l’illusione che questo si traduca automaticamente in un’istanza formale di aggregazione. Il laboratorio non aveva questo obiettivo. Il suo scopo era mettere a disposizione dei Comuni elementi oggettivi di valutazione, legati in particolare alla qualità di vita e allo sviluppo futuro del comprensorio, affinché i Municipi possano ora discutere al loro interno i possibili passi successivi. Resta tuttavia un dato di fondo: il Locarnese non può permettersi di perdere velocità. In Ticino vediamo sempre più spesso come i territori che hanno scelto di aggregarsi riescano a muoversi con maggiore forza e capacità progettuale, soprattutto quando si tratta di sviluppare progetti di portata regionale».
«Stimolare il dibattito»
Ora, il passo successivo spetta agli Esecutivi: «Il Cantone accompagna questo percorso nel pieno rispetto dell’autonomia comunale e senza imporre soluzioni dall’alto. Il nostro obiettivo è continuare a stimolare il dibattito e favorire una riflessione condivisa che aiuti il territorio a individuare le soluzioni più adeguate e sostenibili. Se le realtà locali decideranno di fare questo passo, il Dipartimento delle istituzioni sarà pronto a fare la sua parte». Positivo anche il parere del sindaco di Locarno, Nicola Pini, impegnato in una delle venti squadre all’opera sui dieci «capitoli» individuati dal Cantone per capire il migliore assetto istituzionale nei prossimi dieci o quindici anni: «Dando uno sguardo ai tabelloni e ascoltando la discussione conclusiva, mi è sembrato che alcuni preconcetti verso l’aggregazione si siano attenuati. Non significa che la scelta sia fatta, ma si riconosce che l’idea ha una sua logica e potrebbe portare benefici. Ora bisognerà analizzare tutto nel dettaglio, ma almeno si è arrivati al punto di dire: forse vale la pena pensarci seriamente».
«Una nuova mentalità»
Secondo il timoniere di Palazzo Marcacci, questo singolare appuntamento – che ha coinvolto municipali, consiglieri comunali, ma pure cittadine e cittadini comuni oltre a rappresentati di aziende – ha «inaugurato un nuovo modo di lavorare. Abbiamo affrontato il tema cercando di mettere sul tavolo elementi il più possibile oggettivi, così che la decisione finale, dei Municipi, dei Consigli comunali o, se necessario, della popolazione, possa poggiare su basi solide». Le due sessioni di lavoro sono state concluse da altrettanti momenti conviviali, con un pranzo e una cena a base – per quanto possibile – di prodotti locali.
In arrivo il rapporto
«Condividere un pasto, scambiare due parole davanti a un bicchiere di vino o a un dolce aiuta ad abbattere barriere e incomprensioni, favorendo un dialogo più autentico e la ricerca di soluzioni condivise», evidenzia il caposezione degli Enti locali Marzio Della Santa.
È lui, infine, a illustrare quali saranno le prossime tappe: «Ora raccoglieremo il materiale prodotto e redigeremo un rapporto finale, che consegneremo ai gruppi tecnici e politici che hanno seguito questo progetto. Sarà una sintesi oggettiva, senza giudizi, che proporremo di condividere sia con i partecipanti sia, auspicabilmente, con la popolazione, attraverso momenti informativi dedicati».
Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 9 marzo 2026 del Corriere del Ticino
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Sette comuni del Locarnese a confronto sul futuro
Un laboratorio riunisce politici e gruppi d’interesse della società civile per discutere il futuro istituzionale di una regione che, dice Della Santa, “è in perdita di velocità”
Il Locarnese rimane l’unica regione ticinese frammentata e poco aggregata, ma qualcosa potrebbe cambiare. Sette Comuni stanno prendendo parte a un laboratorio, per confrontarsi sui bisogni e per capire se rimanere soli sia ancora la via più vantaggiosa.
A dialogare sono Locarno, Losone, Minusio, Brione sopra Minusio, Orselina, Tenero-Contra e Mergoscia, che hanno messo a confronto rappresentanti politici, ma anche di gruppi di interesse e della società civile.
Ogni postazione si è dedicata a un target su cui riflettere: giovani, anziani, imprese, villeggianti, per esempio. Imparare a dialogare per rispondere a una domanda di fondo: per garantire il benessere che vogliamo, separati è ancora la via migliore? “È bello aver intavolato una discussione”, dice al microfono del Quotidiano, il sindaco di Locarno, Nicola Pini: “Trovarsi, parlare e mettere sul tavolo degli elementi oggettivi che poi permetteranno ai Municipi, ai Consigli comunali e, in ultima battuta, alla cittadinanza, di decidere con consapevolezza quale sarà il futuro istituzionale della regione”.
Due gli scenari di aggregazione in analisi: uno urbano, l’altro peri-urbano. Minusio è l’unico comune che, per così dire, ha due piedi in due scarpe. Dire che, comunque andrà, Minusio sarà della partita, secondo il sindaco Renato Mondada, “al momento attuale è un po’ prematuro. Dovremo discuterne in Municipio e condividere le nostre riflessioni con i nostri gruppi. Ma, secondo me, il fatto di approfondire due scenari, ci dà degli elementi in più per poi prendere una decisione”.
Domani, sabato, si tireranno le somme, che sfoceranno in un rapporto finale. E se dovesse uscire un “no” all’aggregazione? “L’importante è che durante queste due giornate emergano delle proposte”, risponde Marzio Della Santa, capo della Sezione Enti locali: “Proposte concrete, volte a preservare o ad accrescere il livello di benessere nei prossimi 10-15 anni. Questo sarà già un contenuto forte, che servirà alla politica locale. Detto questo, è pur sempre vero che i Comuni mantengono la loro piena autonomia decisionale. Spetterà ai Municipi decidere se andare, o no, verso un percorso aggregativo. Se però guardiamo gli altri distretti e capoluoghi di tutto il cantone, quella che osserviamo è una perdita di velocità nel Locarnese”.
Si vedranno dunque i risultati di quella che già è stata una sorta di prima prova di aggregazione.
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Si parla di aggregazioni nel Locarnese. Ed è già una notizia
Circa 170 rappresentanti di autorità comunali, società civile e mondo economico di sette comuni partecipano al laboratorio promosso dal Cantone
Il Locarnese può mantenere il suo elevato grado di benessere anche con l’attuale configurazione istituzionale o è davvero arrivato il momento di ridisegnare il territorio attraverso delle aggregazioni? È la domanda di fondo alla quale cercano di dare risposta le circa 170 persone tra rappresentanti delle autorità comunali, della società civile e del mondo economico appartenenti a sette Comuni della regione (Locarno, Losone, Brione sopra Minusio, Orselina, Minusio, Tenero-Contra e Mergoscia) che oggi pomeriggio (e domani mattina) al Palazzetto Fevi di Locarno si sono ritrovate a discutere – e questa è già una notizia – del presente ma soprattutto del futuro, che oggi più che mai potrebbe appunto far rima con aggregazioni.
Norman Gobbi: ‘L’elevata qualità di vita potrebbe non bastare per affrontare le sfide di domani’
«Il fatto che queste persone si siano messe a disposizione e siano qui a parlarne, è forse l’aspetto più positivo – afferma il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi –. Il Locarnese, a differenza delle altre principali regioni del Ticino, non ha ancora messo in atto un’ampia politica aggregativa delle aree urbane e questa potrebbe rivelarsi una criticità nell’affrontare le sfide di oggi e soprattutto essere pronti per quelle di domani. Come è emerso anche in tutti gli incontri con le autorità dei vari Comuni, la qualità di vita qui è molto elevata, ma questa qualità va preservata e in ogni caso da sola potrebbe non bastare, bisogna mettersi in discussione e superare certe paure».
Per provare a dare una “spinta” in questa direzione, è stato quindi avviato un processo partecipativo, scaturito dal dialogo avviato nel corso del 2024 tra il Dipartimento delle istituzioni e i Municipi della regione, a seguito del quale è emersa la disponibilità di alcuni Comuni – si fa notare in particolare l’assenza di Ascona, ma non solo (ad esempio Muralto) – ad approfondire possibili forme di collaborazione istituzionale. Su questa base è partita una fase di pre-studio finalizzata a raccogliere informazioni e valutazioni condivise a supporto delle future decisioni politiche, che va detto spetterà sempre ai vari enti locali prendere, in completa autonomia. Informazioni raccolte in particolare attraverso un sondaggio (bilancio partecipato) sottoposto alla popolazione e alle aziende dei Comuni coinvolti – dal quale è appunto emerso come in generale il grado di soddisfazione per benessere e qualità di vita sia piuttosto elevato – le cui risultanze fungono da punto di partenza proprio per il laboratorio del Fevi. Un cambio quindi di approccio, da parte delle autorità cantonali, rispetto al passato… «Le ultime aggregazioni – spiega ancora Gobbi –, soprattutto nelle città (penso in particolar modo a Bellinzona, dove sembrava impossibile raggiungere questo obiettivo), sono partite dal basso. Il Cantone oltre quindici anni fa aveva già provato a spingere per un’unione urbana (la sponda sinistra della Maggia, nel 2011, ndr) ma era stata bocciata in maniera netta dalla popolazione. Abbiamo quindi cercato di cambiare approccio facendo ragionare assieme le persone e coinvolgendole sin dall’inizio, per far loro capire che il Locarnese rischia di rimanere indietro se non fa un passo nella direzione di un rafforzamento della governance territoriale. Quindi l’auspicio è che se anche questa iniziativa non dovesse portare a passi concreti in ambito aggregativo, possa perlomeno portare questa regione a essere più preparata e strutturata per affrontare il futuro».
Lavoro a gruppi per individuare il miglior scenario
La prima mezza giornata dei lavori, coordinati dalla Sezione degli enti locali, ha visto i partecipanti suddivisi in venti gruppi – dieci per ciascuno dei due scenari aggregativi previsti, quello urbano con Locarno, Losone, Orselina, Brione sopra Minusio, Minusio e quello periurbano con ancora quest’ultimo Comune unito a Mergoscia e Tenero-Contra – in rappresentanza di vari pubblici di riferimento come adulti, anziani, giovani, ma anche villeggianti e aziende dei vari settori. Gruppi chiamati, anche sulla scorta dei risultati del bilancio partecipato, ad analizzare la situazione attuale e identificare le principali sfide e prospettive di sviluppo su un orizzonte temporale di 10-15 anni, in relazione a temi quali ad esempio invecchiamento della popolazione, digitalizzazione, economia, mondo del lavoro, sicurezza, mobilità e via dicendo. Arrivando infine a individuare gli elementi positivi del territorio e quelli che invece rappresentano delle criticità, che verranno riprese nella mattinata di domani, incentrata sull’identificazione delle possibili misure e sulla valutazione dei due assetti istituzionali proposti, con l’obiettivo di individuare il modello più idoneo a sostenere le priorità emerse durante i lavori.
«Questo workshop rappresenta un’occasione unica per riflettere liberi da vincoli sul futuro, da cogliere non chiedendosi cosa un’aggregazione potrebbe portare al proprio Comune, bensì cosa quest’ultimo possa mettere sul piatto a beneficio di tutti» ha sottolineato in apertura il presidente dell’Ente regionale di sviluppo, Giacomo Garzoli. Un’opportunità che ha voluto cogliere appieno Minusio, che ha chiesto di venir incluso (unico Comune) in entrambi gli scenari… «È la dimostrazione che vogliamo affrontare la questione fino in fondo e senza scuse – la spiegazione del sindaco Renato Mondada –. Sono due scenari che comportano dinamiche molto differenti per noi ed è ancora presto per dire se e quale potrebbe essere quello corretto, ma solo essere qui a parlarne, riunendo oltre 170 persone per due mezze giornate per affrontare temi anche storicamente complicati e che in passato hanno portato a fratture, è molto positivo».
Le conclusioni del laboratorio saranno raccolte dagli esperti della Sel in una relazione finale che verrà messa a disposizione delle autorità politiche, le quali avranno così accesso a uno strumento in più per decidere su quale cartina del Locarnese disegnare il proprio futuro.
Da www.laregione.ch
(Immagine: LaRegione)
Il casellario giudiziale, uno strumento a tutela del territorio e della sicurezza pubblica
Lunedì 23 febbraio: una vasta operazione antidroga scattata contemporaneamente in Francia, Italia e Svizzera ha permesso di smantellare un traffico internazionale di cocaina gestito dalla camorra e dalla ‘ndrangheta. Il comunicato stampa diffuso dalle autorità giudiziarie ha spiegato che l’inchiesta è partita dopo una segnalazione degli inquirenti elvetici su un cittadino italiano sospettato di ripulire i capitali delle organizzazioni mafiose. L’uomo in questione – ha riferito la RSI – abitava nei Grigioni, a Roveredo. Il 52enne si era trasferito in Mesolcina nel 2021, dove aveva ottenuto un permesso di dimora. Prima di approdare nel Canton Grigioni, aveva tentato di stabilirsi in Ticino. La Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni gli aveva però negato il rilascio del permesso B, sulla base dei precedenti penali emersi durante la procedura. Un elemento che dimostra l’efficacia degli strumenti di controllo preventivo. «Si tratta di un esempio concreto che dimostra l’importanza di disporre di strumenti di verifica», osserva il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «Senza questi controlli preventivi, le autorità avrebbero minori possibilità di intervenire tempestivamente a tutela della sicurezza del territorio».
Il casellario giudiziale: uno strumento determinante
La criminalità organizzata è un fenomeno che si manifesta con modalità sempre più sofisticate e difficili da individuare e il casellario giudiziale rappresenta uno degli strumenti che hanno un effetto preventivo. Per i cittadini provenienti da Stati terzi (extra UE/AELS), il documento è richiesto nell’ambito della procedura ordinaria di rilascio del permesso. Il Canton Ticino richiede l’estratto del casellario giudiziale ai cittadini comunitari nell’ambito delle procedure di rilascio e rinnovo dei permessi G (frontalieri) e B (dimora). Si tratta di una misura straordinaria adottata dal Consiglio di Stato in attesa di una soluzione strutturale a livello europeo, in particolare l’adesione della Svizzera allo European Criminal Records Information System (ECRIS), tuttora pendente. La richiesta del casellario consente alle autorità di individuare eventuali precedenti penali e, laddove vi siano le condizioni legali, impedire l’entrata in Svizzera di cittadini che hanno dei trascorsi criminali all’estero. «È una procedura che permette di prevenire il rischio di infiltrazioni sul nostro territorio e proteggere la collettività» precisa Gobbi. A questo proposito ricordiamo che nel 2015 il Canton Ticino ha inoltrato due iniziative cantonali a cui l’Assemblea federale ha dato seguito e che restano tuttora pendenti in attesa di attuazione.
Più prevenzione, più protezione
La criminalità organizzata segue l’evoluzione della società. Sono cambiate le modalità operative, oggi meno visibili e sempre più orientate all’utilizzo della tecnologia, che consentono alle organizzazioni criminali di agire in modo discreto, infiltrandosi nei tessuti economici e sociali. L’intensità del fenomeno in Europa, tuttavia, non è diminuita. Il Canton Ticino, per la sua posizione geografica e la sua integrazione economica nel contesto europeo, non è purtroppo immune da questi rischi. Per questo motivo è indispensabile poter contare su strumenti efficaci, inseriti in un quadro coordinato a livello federale e cantonale. In questa direzione si inserisce la strategia nazionale di lotta alla criminalità organizzata adottata dal Consiglio federale il 19 dicembre 2025. Voluta e promossa dal Consigliere federale Beat Jans, capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP), la strategia ridefinisce il contrasto alla criminalità organizzata come un compito che coinvolge l’intero Stato e la società nel suo insieme, e non soltanto le autorità di polizia. Confederazione, Cantoni, Comuni, Ministero pubblico della Confederazione, polizie cantonali e partner internazionali sono chiamati a operare in modo coordinato per rafforzare la capacità di prevenzione, individuazione e repressione delle attività criminali. «La nuova strategia federale è certamente importante. Il dialogo e la collaborazione tra tutti i partner istituzionali sono essenziali ad ogni livello ma a volte non bastano», sottolinea Gobbi. «Proprio perché il fenomeno evolve rapidamente e non sempre le soluzioni arrivano con la necessaria tempestività, il Ticino ha dovuto assumersi la responsabilità di adottare decisioni mirate e misure preventive autonome, nell’ambito delle proprie competenze, per tutelare in modo concreto il territorio e la collettività».
Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 8 marzo 2026 de Il Mattino della domenica
Comunicato stampa
Si è svolto ieri un incontro ufficiale tra una delegazione del Cantone Ticino e una delegazione del Consiglio Provinciale di Girona (Catalogna, Spagna), terminato con la firma di un Protocollo d’intenti per rafforzare il dialogo e la cooperazione tra i due territori in diversi ambiti di interesse comune.
L’incontro, si è svolto a Girona su invito del Consiglio Provinciale, a conferma della volontà delle autorità catalane di rafforzare i rapporti con il Cantone Ticino. L’iniziativa fa seguito al colloquio avvenuto in occasione del Locarno Film Festival tra il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi e il Presidente del Consiglio Provinciale di Girona Miquel Noguer i Planas. La delegazione ticinese era composta dal Presidente Gobbi, dal Delegato alle relazioni esterne Francesco Quattrini e dal Vicesindaco della Città di Locarno Claudio Franscella.
Il Protocollo esprime la volontà di sviluppare una cooperazione nei settori del turismo, dell’innovazione, della sostenibilità, della gestione delle risorse naturali e della formazione. In quest’ottica sono previsti scambi di esperienze e buone pratiche, contatti tra istituzioni accademiche e culturali e iniziative comuni nel turismo sostenibile. Il Protocollo non comporta obblighi giuridicamente vincolanti né impegni finanziari, ma costituisce una base per lo sviluppo progressivo di relazioni istituzionali e per l’eventuale attivazione di progetti di cooperazione nei rispettivi ambiti di competenza.
L’iniziativa si inserisce nel quadro dell’attività di relazioni internazionali sostenuta dal Consiglio di Stato, volta a rafforzare il posizionamento del Cantone Ticino quale interlocutore attivo e affidabile nel contesto europeo e a sviluppare partenariati con regioni che condividono caratteristiche territoriali, economiche e culturali affini.
L’incontro con la «ministra» Karin Keller-Sutter ha lasciato insoddisfatto il Consiglio di Stato – Berna prende tempo sia sulla tassa sulla salute, sia sulla perequazione finanziaria intercantonale – «Ma non intendiamo mollare e stiamo valutando alcune misure più incisive»
Ha lasciato l’amaro in bocca al Governo ticinese l’incontro avvenuto pochi giorni fa a Berna con la consigliera federale Karin Keller-Sutter.
Un faccia a faccia, annunciato in occasione dell’incontro con la Deputazione ticinese alle Camere, che – nelle intenzioni dell’Esecutivo – doveva servire per sensibilizzare il Consiglio federale. Convincerlo a muoversi con un’azione diplomatica e politica nei confronti dell’Italia per affrontare le criticità emerse negli ultimi mesi, in primis la cosiddetta tassa sulla salute. Alla fine, però, le speranze ticinesi si sono rivelate vane.
Come conferma il presidente del Consiglio di Stato, Norman Gobbi, che era presente (in videocollegamento) insieme ai colleghi Claudio Zali e Christian Vitta, «l’incontro non ci ha dato grandi soddisfazioni, anzi». La «ministra» delle finanze, infatti, non solo ha ribadito la posizione già espressa dalla Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali – secondo la quale la tassa sulla salute non violerebbe l’accordo fiscale firmato tra Svizzera e Italia – ma ha anche preso tempo su un altro tema caro al Ticino: la perequazione intercantonale e, in particolare, il computo dei redditi dei frontalieri. «Per quanto riguarda la tassa sulla salute – spiega Gobbi – non ci è stata ancora fornita alcuna analisi giuridica, ma secondo l’interpretazione di Berna allo stato delle informazioni attuali non sarebbe in contrapposizione con l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Un’interpretazione, quella della Confederazione, che non collima affatto con la nostra. Attendiamo quindi di ricevere la loro perizia e le argomentazioni sollevate, in modo da poter poi eventualmente replicare con una controperizia ».
«L’agnello sacrificale»
In tutti i casi, il Governo non intende mollare la presa. «Secondo me, e secondo l’intero Governo cantonale, c’è il rischio che il Ticino sia ancora una volta l’agnello sacrificale. Berna non vuole avere problemi con Roma e finisce per assecondare l’Italia anche su un provvedimento che, a nostro avviso, ha tutte le caratteristiche di un’imposta, e che come tale viola un’intesa sottoscritta tra i due Paesi. Ma, soprattutto, ci sembra evidente che la Confederazione mira ad avere buoni rapporti con tutti i Paesi, a scapito dei Cantoni, che devono pagarne le conseguenze ».
Modello di calcolo da rivedere
Ma il Ticino rischia di rimanere a bocca asciutta anche sulla perequazione finanziaria intercantonale. Da anni, lo ricordiamo, il Governo lamenta che, nel complesso modello di calcolo che porta a definire quanto spetta a ogni Cantone, sono considerati i redditi dei frontalieri, che secondo l’Esecutivo fanno sembrare il Ticino più ricco della realtà, non considerando i relativi effetti negativi. Qualche mese fa, alla fine, la «ministra» delle finanze Keller-Sutter si era detta disposta a colmare questo svantaggio. Il Consiglio federale aveva quindi proposto di rivedere – almeno in parte – il sistema di sistema di calcolo, che sarebbe dovuto entrare in vigore nel 2027. Peccato che, malgrado l’esito favorevole della consultazione, Berna sembra ora tentennare. «Da quanto ci è stato detto, non sembra esserci la disponibilità a controbilanciare con altre misure una situazione che crea distorsioni», spiega Gobbi. «Nonostante nell’ambito della consultazione una maggioranza ampia di Cantoni si sia detta favorevole a rivedere il metodo di calcolo, Berna si nasconde dietro ad altri gremi. E noi iniziamo a essere stufi di rimanere incastrati in giochi che vanno da San Gallo a Ginevra e che non considerano che in questo Paese c’è anche una parte a Sud delle Alpi. Dei rapporti economici con l’Italia beneficia tutta la Svizzera, ma le conseguenze pratiche e fiscali ricadono unicamente sulle spalle del Ticino». Anche in questo caso, però, il Governo intende tornare alla carica. «Non intendiamo demordere, anche perché l’esito della consultazione è stato chiaro e non è possibile metterlo in discussione a dipendenza di che cosa fa più comodo. Siamo pronti, quindi, ad alzare ulteriormente i toni e, anche, a prendere ulteriori misure». Come? Nel concreto, spiega il presidente dell’Esecutivo, «non c’è solo l’ipotesi di bloccare o decurtare i ristorni, ma soprattutto quella di sospendere la nostra partecipazione dai gremi federali che cercano di assecondare la volontà del Consiglio federale». Nelle prossime settimane, quindi, il Governo valuterà quali passi intraprendere nei confronti di Berna. «Non si tratta di fare i Calimero o i ‘‘piangina’’, come qualcuno dice. Ma di far rispettare ciò che è giusto. È assurdo che, secondo i parametri fiscali della perequazione, il Ticino sia considerato più forte di Friburgo, che riceve all’anno 400 milioni di franchi e che mi sembra tutto fuorché un Cantone in difficoltà. Ricordo che in Ticino abbiamo salari mediani inferiori del 20% rispetto al resto del Paese e un quarto della popolazione a rischio povertà. Possiamo sembrare finanziariamente forti se ci si affida solo al dato delle imposte federali dirette, ma la verità è un’altra. Friburgo ha come vicini di casa Berna e Losanna. Noi, invece, Varese e Como. È ben diverso».
Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 5 marzo 2026 del Corriere del Ticino
Domenica 8 marzo 2026, dalle 9.00 alle 15.00, presso il Centro di formazione sulle valanghe (Avalanche Training Center), si terrà ad Airolo Pesciüm una giornata dedicata alla prevenzione dei rischi legati alle valanghe.
Il Gruppo Ricerche e Costatazioni (GRC) della Polizia cantonale, insieme ad alcuni soccorritori del Soccorso Alpino Ticino (SATI), sarà a disposizione degli interessati per fornire utili consigli e proporre esercitazioni di ricerca di persone utilizzando il kit ARTVA.
Durante la giornata sarà inoltre presente l’unità cinofila del SATI per un momento di formazione: l’occasione per vedere all’opera i cani da valanga e conoscere il loro prezioso contributo nelle operazioni di soccorso.
L’evento è gratuito, non richiede iscrizione ed è organizzato in collaborazione con Valbianca SA.
L’iniziativa rientra nelle attività di sensibilizzazione sul territorio promosse nell’ambito del progetto di prevenzione “Montagne sicure” del Dipartimento delle istituzioni.
Comunicato stampa
La cittadinanza di Aranno, Bioggio, Neggio e Vernate si esprimerà in votazione consultiva domenica 29 novembre 2026 sul progetto di aggregazione che coinvolge i quattro comuni malcantonesi. Il Consiglio di Stato ha infatti approvato il rapporto preparato dall’apposita Commissione di studio e ha fissato la data della consultazione.
La procedura aggregativa è stata avviata nell’autunno 2021 con l’approvazione delle istanze formulate dai quattro municipi e l’istituzione di una Commissione di studio incaricata di presentare una proposta di unione tra Aranno, Bioggio, Neggio e Vernate.
La Commissione ha sottoscritto il proprio rapporto, realizzato con l’accompagnamento di un consulente esterno, nel novembre 2025 per poi trasmetterlo al Consiglio di Stato lo scorso 13 febbraio 2026, accompagnato dai preavvisi favorevoli dei quattro municipi e dei rispettivi consigli comunali (Aranno, Neggio e Vernate all’unanimità, a Bioggio 18 favorevoli, 6 contrari e 4 astenuti).
Il Comune aggregato, che conterà una popolazione di circa 4’100 abitanti, prenderà il nome di “Bioggio” e verrà guidato nella prima legislatura da un Municipio di 7 membri e da un Consiglio comunale composto da 30 persone; successivamente, la composizione degli organi sarà stabilita dal regolamento del nuovo Comune. L’aggregazione consentirà una composizione più equilibrata delle componenti del gettito, in particolare tra persone fisiche e giuridiche, riducendo l’eccesso di dipendenza dall’uno o dall’altro e l’esposizione alle fluttuazioni congiunturali. Il moltiplicatore politico coordinato massimo prospettato nello studio è del 75%.
Il rapporto individua una serie di investimenti strategici e azioni in linea con l’obiettivo di rendere Bioggio un Comune attrattivo per la residenza di nuove famiglie e rispondere alle esigenze dettate dall’evoluzione demografica. Per favorire la nascita del nuovo Comune, il Consiglio di Stato si è impegnato tra l’altro a chiedere al Gran Consiglio un contributo di 0,2 milioni per la riorganizzazione amministrativa e di 0,8 milioni per investimenti di sviluppo.
Come auspicato dalla Commissione di studio, per poter assicurare un’adeguata informazione pubblica la votazione consultiva è stata fissata per domenica 29 novembre 2026, data già riservata per eventuali votazioni federali.