Ticino sotto la lente

Ticino sotto la lente

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 10 ottobre 2018 de La Regione

Infiltrazioni mafiose, Nando Dalla Chiesa: “La vicinanza con la Lombardia espone maggiormente”. Dopo l’interpellanza di Romano sulle inchieste coordinate da Berna, parla lo specialista italiano.

Non è certo passata inosservata la recente interpellanza al Consiglio federale del deputato al Nazionale del Ppd Marco Romano. Le critiche ticinesi alla decisione, nel 2016, della Polizia federale di centralizzare a Berna il coordinamento delle inchieste sulle mafie, oltre che sul terrorismo, trovano infatti appoggio anche da parte di un noto specialista italiano: Fernando (Nando) Dalla Chiesa, figlio del generale dei carabinieri Carlo Alberto, ucciso da Cosa nostra nel 1982. “Se fossi responsabile in Svizzera metterei innanzitutto il Ticino sotto la lente”, afferma in un’intervista, pubblicata ieri dal quotidiano romando “Le Temps”, il fondatore e direttore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli Studi di Milano. Lo farebbe, spiega Nando Dalla Chiesa, perché “il Ticino è chiaramente più esposto degli altri cantoni alle mafie italiane e straniere basate nel Nord dell’Italia, a causa della sua frontiera con la Lombardia, la lingua e i contatti sul posto”. Dalla Chiesa mette in guardia: dalla Lombardia premono non soltanto le mafie italiane, ’ndrangheta in primis, ma anche quelle estere: albanese (“dominante sul mercato degli stupefacenti”), rumena (specializzata nei furti con scasso), cinese (concentrata sui giochi d’azzardo e le contraffazioni) e ancora russa, nigeriana, nordafricana, sudamericana, che hanno scelto la regione di confine come centro nevralgico delle loro attività. “Per il momento – dice Dalla Chiesa – le inchieste condotte in Italia sul crimine organizzato straniero non risalgono alla Svizzera, contrariamente a quelle concernenti la ’ndrangheta o Cosa nostra. Ma la globalizzazione delle mafie è un processo in corso”. Difficile prevedere se queste mafie possano presto emergere anche in Ticino, aggiunge Dalla Chiesa, il cui Osservatorio ha da poco pubblicato il suo “Quarto rapporto sulle aree settentrionali” destinato alla Commissione parlamentare antimafia italiana. Dipende anche da “come il problema sarà impugnato in Italia dal nuovo governo, e con quali effetti”. Quel che è certo è che la Svizzera è “interessante”: “Possiede grandi quantità di liquidità e membri delle comunità interessate vi si sono già stabiliti. Lo è pure per il riciclaggio del denaro sporco”. Secondo il professore, attualmente “il pericolo del terrorismo è esagerato”, mentre “quello delle mafie è minimizzato”. Nando Dalla Chiesa lancia anche una critica alle autorità svizzere. Esse “collaborano con i loro omologhi italiani. Soltanto, i nostri investigatori sono estremamente ben preparati per affrontare il problema, il che non è sempre il caso da voi in Svizzera. Questo può essere frustrante per i nostri esperti”.

Per Gobbi bilancio in chiaroscuro. Pasi: le inchieste vanno coordinate dove sono commessi i reati spia.

A un paio d’anni dalla centralizzazione a Berna, decisa dalla Polizia federale, del coordinamento delle inchieste sulla criminalità organizzata, il bilancio per quanto concerne il Ticino è in chiaroscuro, stando alle parole del consigliere di Stato Norman Gobbi. “Da un lato è positivo, perché si sono visti miglioramenti sulla capacità di lavorare insieme e dialogare – dice alla ‘Regione’ il direttore del Dipartimento istituzioni –. Dal punto di vista dei risultati, però, non siamo pienamente soddisfatti”. Il motivo è che “mancano quella struttura, quel modus operandi necessari per combattere le organizzazioni criminali. Vale a dire andare fino in fondo su determinate segnalazioni, che anche noi facciamo alle autorità federali”. Detta altrimenti: “Talvolta segnaliamo operazioni un po’ strane, ma poi non vediamo molta voglia di andare fino in fondo”. Secondo Gobbi, la causa però sta nel manico. Cioè nella “mancanza di strumenti legislativi. Per questo abbiamo sempre sostenuto le rivendicazioni del procuratore generale della Confederazione Michael Lauber sul rafforzare determinati punti del Codice penale svizzero”. Soprattutto il “poter classificare, definire meglio le organizzazioni criminali, e dimostrare l’affiliazione dei loro membri, anche in forma passiva”. Di concerto con la possibilità di “eseguire importanti sequestri di beni, finanziari e immobiliari. Finché non gli si tolgono le risorse, per noi diventa difficile contrastarli”, chiosa Gobbi.
La centralizzazione a Berna del coordinamento delle inchieste ha interessato qualche anno fa anche il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc). “Sulla base della mia esperienza di magistrato – afferma, da noi interpellato, Pierluigi Pasi, procuratore federale dal 2003 al 2015 (dal 2004 capo dell’antenna luganese dell’Mpc) –, ho sempre sostenuto che le indagini devono essere condotte e coordinate laddove si manifestano i reati cosiddetti spia, illeciti che possono indicare la presenza su quel territorio dell’attività di un’organizzazione criminale, per esempio piccole estorsioni o incendi dolosi”. Ragion per cui “non posso che condividere le perplessità di Marco Romano e di altri deputati federali”. Per Pasi “bisognerebbe fare un’analisi approfondita – basata su dati oggettivi, anche statistici, e che comprenda tutti gli attori in campo, federali e cantonali – per verificare i livelli di collaborazione e per individuare punti problematici ed eventuali difetti sistemici dell’attuale organizzazione dell’apparato di contrasto, che sembrerebbe non dare i frutti sperati in termini di efficacia. Un’analisi che dovrebbe riguardare pure i risultati di quello che si definisce il contrasto patrimoniale alle organizzazioni criminali”.

Orecchie elettroniche in carcere

Orecchie elettroniche in carcere

Da www.rsi.ch/news
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Orecchie-elettroniche-in-carcere-10958156.html

Il Governo prevede di installare apparecchi per rilevare i cellulari alla Stampa e un impianto per captare le conversazioni alla Farera. La sicurezza, anche nelle carceri ticinesi, passa sempre più dall’elettronica.
Il Consiglio di Stato prevede di dotare il penitenziario della Stampa di un nuovo sistema di rilevazione in grado di scovare i telefoni cellulari che potrebbero aver superato le maglie dei controlli fisici e la Farera di un impianto per captare eventuali conversazioni fra chi si trova in detenzione preventiva.
Le strutture carcerarie, spiega alla RSI il direttore Stefano Laffranchini-Deltorchio, ritengono entrambe le misure necessari ed urgenti per garantire la sicurezza, soprattutto in questo periodo di transizione mentre si ristruttura il carcere cantonale a Lugano-Cadro.
Prossimamente sulla questione dovrà esprimersi il Gran Consiglio, chiamato a concedere un credito aggiuntivo di 10 milioni di franchi per manutenzione e risanamento degli edifici di proprietà della Stato. Per le carceri sono stati chiesti complessivamente 840’000 franchi. Una cifra che, oltre ai nuovi sistemi di sorveglianza, comprende anche l’ampliamento della zona colloqui e della palestra per gli agenti.

Prevenire il terrorismo senza cedere alla paura

Prevenire il terrorismo senza cedere alla paura

Basilare la collaborazione tra le forze di sicurezza e militari

Qualche giorno fa ho avuto il privilegio di ospitare a Bellinzona il Governatore militare di Parigi e Generale di corpo d’armata Bruno Le Ray, uno dei più alti ufficiali dell’Esercito transalpino. L’occasione per questo evento, avvenuto nella sala del Gran Consiglio a Palazzo delle Orsoline, è stato il tradizionale incontro che il Dipartimento delle istituzioni organizza con gli ufficiali e sottufficiali professionisti ticinesi. Un momento di dialogo e di condivisione cui tengo molto, durante il quale le autorità politiche cantonali e militari si confrontano su temi d’attualità che riguardano l’attività dell’Esercito nel nostro Cantone. Grazie all’ottimo lavoro del Capo della Sezione del Militare Ryan Pedevilla e dei suoi più stretti collaboratori, quest’anno abbiamo potuto ascoltare le parole del Generale Bruno Le Ray, che ha descritto in modo chiaro e coinvolgente cosa accadde nel novembre del 2015, il mese degli attacchi terroristici al Bataclan e allo Stade de France e come la Francia ha reagito.

Non farsi cogliere impreparati
Il tema della lotta al terrorismo, che di fatto vede impegnata la Francia dagli anni ’80, ha avuto una netta accelerazione in quella tragica estate, periodo in cui il livello di guardia è stato notevolmente alzato. Le Ray ha fatto riferimento all’Operazione Sentinella (Opération Sentinelle) che tuttora contempla il dispiegamento su Parigi di 10.000 soldati, impegnati sul territorio in permanenza e a rotazione, con scopi persuasivi e dissuasivi. Operazione Sentinella che si fonda sulla collaborazione tra le Forze armate e le Forze di sicurezza interne nella capitale francese. Un principio, quest’ultimo, che – fatte le debite proporzioni – possiamo applicare anche nel nostro contesto. Stiamo infatti attraversando un periodo storico non facile, stretti come siamo nella morsa di problematiche di varia natura che ci coinvolgono più o meno da vicino e più o meno a livello personale. Tra le preoccupazioni che contraddistinguono la società in cui viviamo c’è anche il terrorismo, argomento molto mediatizzato e che entra nelle nostre case quotidianamente. Qualcuno obietterà che in Ticino il terrorismo non esiste, che non dovremmo preoccuparci per qualcosa che non c’è e che le priorità sono ben altre. Da un lato, il nostro Cantone e la Svizzera hanno effettivamente la fortuna di non aver mai vissuto ciò che altre nazioni (alcune molto vicine a noi, come la stessa Francia) hanno dovuto più volte patire. Alle nostre latitudini nessuno si sognerebbe mai di dire che siamo tra gli obiettivi delle organizzazioni terroristiche. D’altro canto, sarebbe alquanto incauto starsene immobili e passivi, correndo il rischio di farci cogliere impreparati nel caso fossimo confrontati con un evento estremo. Niente e nessuno può garantirci la perenne incolumità. Purtroppo, non avremo mai la certezza che attacchi terroristici di portata drammatica non possano toccare anche noi. Non siamo immuni dagli attentati ora, esattamente come non lo eravamo in passato. Dobbiamo pertanto vigilare senza sottovalutare niente e nessuno.

Non cedere all’immotivata paura
Dobbiamo però anche stare molto attenti a non cedere all’immotivata o irrazionale paura, come subdolamente spera chi commette atti vigliacchi e violenti. Proprio in quest’ottica, affinché la prevenzione sia efficace occorre che ognuno degli attori coinvolti collabori in modo proficuo con gli altri, facendo sistema. In questo contesto, le forze di sicurezza e militari ricoprono un ruolo di assoluta rilevanza, del quale non tutti hanno piena consapevolezza. Il loro è spesso un lavoro oscuro, poco appariscente, ma puntiglioso, approfondito e soprattutto redditizio. Se alle nostre latitudini conduciamo una vita sostanzialmente tranquilla, se avvertiamo una sensazione di generalizzata sicurezza, se passeggiamo per strada senza il timore che qualcosa di grave possa accaderci, lo dobbiamo anche a questi professionisti che senza alcun proclama ci guardano le spalle.

Sinergie contro i crac pilotati

Sinergie contro i crac pilotati

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 6 ottobre 2018 de La Regione

Fallimenti e riorganizzazioni del settore, la settimana prossima la Gestione sentirà Gobbi.
Il consigliere di Stato: la proposta di Bourgeois va nella direzione auspicata dal Dipartimento istituzioni.

La recente nomina dell’Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri (Silvio Bottegal) è il primo. Il secondo, non ancora compiuto, è la designazione del Perito contabile che “fungerà da trait d’union tra l’Ufficio dei fallimenti della Divisione della giustizia e il Ministero pubblico”, come spiegava il Consiglio di Stato esprimendosi in luglio su un atto parlamentare di Matteo Pronzini (Mps).

Due passi con cui il Dipartimento istituzioni intende rispondere “in maniera concreta alle necessità operative e organizzative” del Cantone “dovute all’evoluzione registrata negli ultimi anni”, contrassegnati da “un aumento costante dei fallimenti”. Ma anche rafforzare l’azione di contrasto ai dissesti fraudolenti e ai crac ‘programmati’ da sedicenti imprenditori.
«Il tema della lotta ai fallimenti fraudolenti e a quelli pilotati è complesso e va gestito di concerto con varie autorità, non solo del Dipartimento istituzioni – annota il suo direttore Norman Gobbi –. Importante è accrescere la collaborazione tra gli Uffici e le autorità interessati, nell’ottica di procedure coordinate che perseguano l’obiettivo comune di migliorare la lotta contro questo tipo di fallimenti, che, ricordo, rappresentano comunque una minoranza dei casi». In grado però di provocare danni anche importanti all’economia e alla collettività. Sinergie dunque indispensabili.
Nel quadro di questa collaborazione accresciuta si inserisce – indica ancora Gobbi – una prima misura, quella della nuova funzione di Perito contabile all’interno dell’Ufficio dei fallimenti».
La designazione del perito? «Siamo nella seconda fase di selezione a seguito dei primi colloqui». Una volta operativo, il Perito contabile «si occuperà dell’analisi contabile e finanziaria relativa agli incarti dell’ufficio, predisponendo le eventuali segnalazioni al Ministero pubblico, agevolandone così l’attività inquirente». Ma non basta. Perché «occorrerà anche una trattazione efficace dei dossier e al riguardo sensibilizzeremo il nuovo procuratore generale Andrea Pagani». Sul piano legislativo? «La materia è di competenza federale – rammenta il capo del Dipartimento istituzioni –. Ovviamente il Canton Ticino sostiene in generale le modifiche volte a intensificare la lotta contro questo genere di abusi, che hanno un impatto nefasto sul nostro sistema socio-economico».

Proprio un paio di settimane fa il Consiglio nazionale ha aderito in maniera convinta alla mozione del deputato friburghese del Plr Daniel Bourgeois: mozione, riferiva l’Ats, che chiede di negare per un determinato periodo di tempo alle persone condannate per cattiva gestione o mancato versamento degli oneri sociali l’iscrizione nel registro di commercio nel caso in cui decidano di avviare una nuova attività commerciale. Questa proposta, rileva Gobbi, «va nella direzione auspicata dal Dipartimento, quella cioè di aumentare i controlli nei confronti delle società, una direzione simile a quella richiesta dal recente atto parlamentare del consigliere nazionale Giovanni Merlini. Auspichiamo che il Consiglio federale tenga in debito conto queste pertinenti modifiche legislative nell’adottare il messaggio concernente la modifica della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento, atteso per la fine dell’anno».

Torniamo in Ticino, dove martedì prossimo la Commissione della gestione del Gran Consiglio sentirà Gobbi e la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti. Un’audizione, dice il liberale radicale Giacomo Garzoli, coordinatore della sottocommissione sotto la cui lente c’è la riorganizzazione del settore esecutivo e fallimentare cantonale tratteggiata nel 2017 dal Consiglio di Stato, «che dovrebbe permetterci di capire, come spero, se il messaggio che stiamo esaminando sia ancora attuale o vada rivisto dal governo. E questo alla luce da una parte della nomina del nuovo Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri, dopo la decisione del Dipartimento di ripristinare questa figura, e dall’altra dell’introduzione del Perito contabile».

No al diktat dell’UE che ci disarma!

No al diktat dell’UE che ci disarma!

Comunicato stampa – https://eu-diktat-nein.ch/

La Comunità di interessi del tiro svizzero (CIT) – che rappresenta 14 differenti associazioni con un totale di quasi 200’000 soci– indice il referendum contro il recepimento della Direttiva UE sulle armi. La modifica della legge vigente, decisa dal Consiglio federale e dalla maggioranza del Parlamento, significa per la Svizzera la fine del tiro come sport di massa. Per la CIT questo è inaccettabile.

Il recepimento della Direttiva UE sulle armi non comporta nessun vantaggio in termini di sicurezza e in compenso a medio termine significa per la Svizzera la fine del tiro come sport di massa. Nel 2005 il Consiglio federale aveva promesso che Schengen non avrebbe comportato alcun inasprimento incisivo della legislazione svizzera sulle armi. Con la modifica di legge recentemente decisa questa promessa viene infranta.

Inasprimenti incisivi della legge
Per non rischiare un conflitto con Bruxelles, il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento sono disposti a sacrificare i diritti dei cittadini svizzeri. Werner Salzmann, Consigliere nazionale UDC e presidente dell’Associazione sportiva di tiro del Canton Berna: «Questo diktat che ci impone di disarmarci è ingiusto, liberticida, inutile, pericoloso e antisvizzero – non ci resta altro da fare che ricorrere al referendum. Il popolo ha il diritto di decidere se voglia lasciarsi imporre leggi insensate e inutili, che vengono promulgate solo a motivo della pressione dall’estero». Assolutamente inaccettabile è poi il fatto che la nuova legge prevede obblighi, come quello della registrazione a posteriori, che alle urne sono già stati respinti esplicitamente: un tale disprezzo della volontà popolare è indegno della nostra democrazia.
Anche se lo ripetono in continuazione: l’applicazione prevista per la Direttiva UE non è pragmatica. Piuttosto si intende creare un mostro burocratico. Infatti con la revisione della legge vengono proibiti l’acquisto e il possesso delle armi semiautomatiche normalmente reperibili in commercio. Chi in futuro volesse tenere queste armi – che verrebbero proibite – dovrebbe fornire subito la prova di averne bisogno. E non si tratta solo di indicare il motivo per cui si vuole acquistare o possedere un’arma: il proprietario dovrebbe eseguire periodicamente esercizi di tiro. Questa è una restrizione massiccia rispetto alla legislazione vigente!
Inoltre la revisione della legge lascia il compito di definire aspetti importanti* a un’ordinanza di esecuzione, che dovrebbe essere elaborata dal Consiglio federale e dall’Amministrazione. A questo riguardo né il Parlamento né il popolo potrebbero obiettare nulla.

L’appartenenza a Schengen non è in pericolo
Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento sostengono che un rifiuto della modifica di legge metterebbe in pericolo l’appartenenza della Svizzera a Schengen. Ma è soltanto la Svizzera a dover decidere se recepire o meno la Direttiva UE sulle armi. La Svizzera può limitarsi semplicemente a constatare che la legislazione vigente soddisfa tutti gli aspetti della Direttiva UE sulle armi e che quindi non occorrono altri adeguamenti.
* Come la differenza fondamentale fra armi leggere e armi corte, come pure le modalità concernenti gli esercizi di tiro obbligatori, la prassi per la confisca e la registrazione a posteriori.


Da www.rsi.ch/news
https://www.rsi.ch/news/svizzera/Armi-no-ai-diktat-dellUE-10951091.html

Da www.tio.ch

La Legge sulle armi è “antisvizzera”, lanciato un referendum

La Comunità di interessi del tiro svizzero (CIT) ha indetto oggi a Berna un referendum contro il recepimento della Direttiva dell’Unione europea (Ue) sulle armi.
La modifica della legge vigente significherebbe la fine del tiro come sport di massa in Svizzera.
Gli oppositori hanno cercato di far valere le loro ragioni nella maniera più chiara possibile dinanzi ai media: la nuova norma approvata dalle Camere federali è ingiusta, liberticida, inutile, pericolosa e “antisvizzera”.
«Il popolo ha il diritto di decidere se voglia lasciarsi imporre leggi che vengono promulgate solo per pressione dall’estero», ha detto il ticinese Luca Filippini, presidente della CIT. «La CIT rappresenta 14 differenti associazioni. Con quasi 200’000 soci siamo in grado di raccogliere le 50’000 firme necessarie. Siamo preparati e gli argomenti sono a nostro favore», ha aggiunto.
Secondo gli oppositori il recepimento della direttiva europea non comporta nessun vantaggio in termini di sicurezza. Nel 2005 – è stato ricordato – il Consiglio federale aveva promesso che Schengen non avrebbe comportato inasprimenti nella legge sulle armi, ma con le modifiche previste la promessa viene infranta.
Preoccupazioni vengono espresse anche in ottica futura. Il consigliere nazionale Jean-François Rime (UDC/FR), di hobby cacciatore, ha ammesso che ad oggi le nuove norme non sembrano influire sull’attività venatoria. «Sappiamo però che le leggi europee possono improvvisamente cambiare e a quel punto saremmo disposti a seguirle. I cacciatori sono formati e devono passare degli esami, conoscono molto bene le loro armi» e non meritano quindi restrizioni eccessive.
«Se Schengen viene usato come mezzo di pressione per far accettare delle leggi, perde completamente il suo significato», ha detto ancora il deputato friburghese.
L’applicazione della norma – sempre secondo gli oppositori – non è poi affatto pragmatica. Piuttosto, rischia di creare un vero e proprio mostro burocratico, fatto che andrebbe a scapito del lavoro di polizia vero e proprio, con agenti obbligati a un maggior lavoro d’ufficio.
Tutto questo apparato burocratico, che risulterebbe anche costoso, sarebbe oltretutto inutile: la direttiva si prefigge di combattere il terrorismo, ma da quando gli attacchi sono cominciati negli ultimi anni, non ne è mai stato commesso uno con un’arma acquistata legalmente.
Il presidente dell’Associazione sportiva di tiro del Canton Berna e consigliere nazionale Werner Salzmann (UDC/BE) ha dal canto suo sottolineato che la nuova legge prevede obblighi che alle urne sono già stati respinti esplicitamente, come la registrazione a posteriori. A suo dire un tale disprezzo della volontà popolare è indegno della democrazia elvetica.
Gli oppositori ci tengono poi a sottolineare che respingendo la direttiva sulle armi l’appartenenza a Schengen non è in pericolo. La Svizzera può infatti limitarsi a constatare che la legislazione vigente soddisfa tutti gli aspetti della direttiva Ue e che quindi non occorrono adeguamenti. Inoltre, è altamente improbabile che l’accordo venga rescisso per un tema che nel contesto di Schengen non è prioritario.

Protezione della popolazione – Due giorni di formazione

Protezione della popolazione – Due giorni di formazione

Comunicato stampa

Il Bellinzonese ha ospitato mercoledì 3 e giovedì 4 ottobre 2018 due edizioni del corso «SMEPI 18».
Si è trattato di una formazione pratica destinata ai responsabili delle operazioni nelle organizzazioni ticinesi di primo intervento: polizia, pompieri e servizi d’autoambulanza. Le attività si sono alternate tra Monte Carasso, Castione, Camorino e Sant’Antonino.
Da alcuni anni la Commissione tecnica per la formazione nella protezione della popolazione propone moduli di formazione per esercitare le capacità di gestione, coordinamento e risoluzione delle situazioni che vedono entrare in azione lo Stato maggiore degli enti di primo intervento (SMEPI).
L’edizione 2018 prevedeva due giornate di esercitazioni, durante le quali una trentina di operatori hanno avuto la possibilità di consolidare le loro conoscenze grazie ad una serie di applicazioni pratiche.
Per l’occasione sono state preparate quattro simulazioni: un incendio in una fattoria, un’evacuazione di persone nel settore di Monte Carasso-Mornera (compresa la funivia), un problema di ordine pubblico presso un centro commerciale e un cedimento strutturale all’interno di alcuni magazzini di stoccaggio.
I partecipanti hanno avuto così la possibilità di esercitare in modo pratico l’attivazione e il coordinamento di un dispositivo d’urgenza, l’applicazione dei protocolli di condotta unitamente all’assunzione del ruolo di capo dello Stato Maggiore e di responsabili dei servizi chiamati a intervenire sul posto.
Gli aspetti logistici del programma sono stati gestiti dal Corpo civici pompieri di Bellinzona, con la supervisione della Commissione tecnica per la formazione nella protezione della popolazione. Nelle singole piazze di lavoro ci si è pure avvalsi delle competenze dei partner specializzati per le singole simulazioni (proprietari delle infrastrutture, protezione civile, soccorso alpino,…).

 

Colpo gobbo a Gobbi

Colpo gobbo a Gobbi

Opinione di Alessandra Noseda* pubblicata nell’edizione di venerdì 5 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

Di fronte alla genialità ci si inchina, evidenziarla è d’obbligo. In questi tempi di precorsa elettorale, di coltelli che si affilano nell’ombra, la preoccupazione dei partiti in corsa è come potersi ben piazzare in Governo, possibilmente facendo fuori il consigliere di Stato degli altri. I dozzinali si servono di attacchi diretti, sferrati in dibattiti pubblici dove la frase «io sarei più bravo/a» si spreca annoiando un pubblico sempre più convinto di rifare le scelte passate. Il genio invece, ed è il recente caso che ha acceso la mia ammirazione, utilizza attacchi subdoli, trasversali, che inducono la vittima a imbozzolarsi da sola scadendo agli occhi dei sostenitori a causa di colpe tanto gravi quanto immaginarie. Il genio prepara l’attacco da lontano, mesi prima, lanciando il sasso e nascondendo la mano talmente bene da far sembrare che il sasso sia sempre stato lì. Vengo ai fatti. Dopo il massacro a Charlie Hebdo, gennaio 2015, quello al negozio kosher ancora gennaio 2015, l’orrore del Bataclan, novembre 2015, la strage di Nizza, luglio 2016, per citarne solo alcuni, un poliziotto ticinese dal suo profilo privato facebook pubblica le foto di Hitler e Mussolini sbottando, in sintesi, che se ci fossero stati «loro», certi assassini terroristi, i maiali, non circolerebbero. Punto. Post di gusto perfido, mai sfiorare il nazifascismo anche se non si comprende come seguaci di regimi storicamente sanguinari e aggravati dalla longevità possano sedere nei governi pontificando di socialità. Il poliziotto per la sua opinione espressa da privato viene condannato e sconta la pena. Pagato il «debito», essendo comunque un bravo poliziotto ottiene una promozione … e qui il genio della nostra storia, che attendeva paziente come un serpente una ghiotta occasione, guizza e morde. Non si sa come, sibila alla comunità israelita che in Ticino si fanno avanzare agenti con simpatie nazifasciste e il passo a fantasticare sulla promozione di un agente che inneggia alle camere a gas è breve e subito fatto: perfino Brunschwig-Graf e la sua Commissione federale contro il razzismo si inalberano, il consigliere di Stato Norman Gobbi viene chiamato alla cassa, deve scusarsi pubblicamente per qualcosa che non è mai esistito, giustificare il suo operato per finire etichettato come «fascista» nell’immaginario collettivo. Felici i media che possono montare uno scandalo. Se questa non è genialità.

* consigliere comunale UDC a Monteceneri

Stranieri in assistenza, in due anni revocati in Ticino 88 permessi di soggiorno e dimora

Da www.ticinonews.ch

La notizia che la Germania sta procedendo all’espulsione di un certo numero di cittadini dell’Unione Europea che hanno perso il lavoro e sono a carico dell’assistenza sociale (leggi qui) ha trovato eco anche in Ticino. Il consigliere nazionale Lorenzo Quadri ha infatti inoltrato una mozione al Consiglio Federale chiedendo di “presentare una proposta di legge che preveda che, al più tardi dopo sei mesi trascorsi a carico dell’assistenza sociale, i cittadini UE immigrati in Svizzera da meno di cinque anni siano tenuti a lasciare il paese e non abbiano comunque diritto ad altri aiuti sociali”.
Ma quanti sono stati negli ultimi anni in Ticino i casi di decisioni negative e revoche di permessi di soggiorno per prestazioni assistenziali? Lo abbiamo chiesto al Dipartimento delle istituzioni.
Tecnicamente, spiega il Dipartimento, le decisioni sono da intendere quali decisioni negative emesse sotto forma di revoca, non rinnovo o non rilascio di un permesso, le quali si concretizzano con la fissazione di un termine di partenza.
Veniamo ora ai dati: nel 2017 sono stati revocati 31 permessi B (dimora) e 37 permessi C (domicilio), quindi 60 in totale, mentre quest’anno, fino ad agosto, le revoche sono state rispettivamente 13 e 15 (28 in totale).

Criteri per l’emissione di una decisione negativa (revoca, non rinnovo o non rilascio di un permesso)
Innanzitutto, fanno sapere dal Dipartimento, “è importante distinguere tra permessi rilasciati nell’ambito dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) e quelli nell’ambito della Legge federale sugli stranieri (LStr). Secondariamente, ogni caso va esaminato singolarmente e alla luce del principio di proporzionalità”.
Nel contesto dell’Accordo sulla libera circolazione è necessario considerare lo scopo principale del soggiorno in Svizzera da parte del titolare del permesso di soggiorno e le condizioni a cui esso è subordinato. Se una persona straniera perde la qualità di “lavoratore” (dipendente o indipendente), poiché non svolge più alcuna attività lucrativa e percepisce prestazioni assistenziali, a quel punto l’Ufficio della migrazione può procedere a revocare il permesso di dimora UE/AELS (Associazione europea di libero scambio) a suo tempo rilasciato.

Permessi B (dimora)
I permessi di dimora UE/AELS rilasciati a stranieri che non esercitano un’attività lucrativa in Svizzera sono invece condizionati alla disponibilità dei mezzi finanziari sufficienti al sostentamento autonomo nel nostro Paese da parte del titolare. In questo caso l’eventuale revoca del permesso può avvenire già al momento della sola richiesta di prestazioni assistenziali, nella misura in cui ciò comprova che il requisito principale per cui il permesso è stato accordato (la disponibilità finanziaria necessaria al sostentamento autonomo) è venuto meno.
Sempre nell’ambito dell’ALC va ricordato che i cittadini UE/AELS che non esercitano un’attività lucrativa in Svizzera, possono modificare lo scopo del loro soggiorno e iniziare un’attività lucrativa durante la validità del permesso. Viceversa, per i cittadini sottostanti all’ALC che svolgono un’attività lucrativa, qualora dispongono di sufficienti mezzi finanziari atti al proprio mantenimento, hanno pure la possibilità di cessare il proprio lavoro e continuare a soggiornare senza attività.
Per i cittadini stranieri titolari di un permesso B rilasciato nel contesto della LStr, un’eventuale decisione negativa a seguito di aiuti sociali, dipende dallo scopo per il quale è stato originariamente rilasciato il permesso (per esempio ricongiungimento familiare, caso umanitario, a scopo di lavoro, di studio, ecc.), ritenuto come anche in tale contesto la capacità di mantenersi in modo autonomo gioca un ruolo preponderante.
A differenza di quanto avviene per i cittadini stranieri che sottostanno all’ALC, queste persone straniere di principio non hanno diritto al rilascio e al mantenimento del proprio permesso di soggiorno. Pertanto, la modifica dello scopo del soggiorno può avere per conseguenza la revoca dell’autorizzazione.

Permessi C (domicilio)
Inoltre, per quanto attiene i permessi di domicilio, i quali sono rilasciati nel contesto della LStr indipendentemente dalla nazionalità del titolare, possono essere rimessi in discussione nella misura in cui la persona straniera interessata sia a carico della pubblica assistenza in maniera durevole e considerevole.
Infine, per quanto attiene lo scambio di informazioni tra Autorità della migrazione e l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, quest’ultimo segnala sistematicamente e autonomamente la percezione di aiuti assistenziali da parte di cittadini stranieri.