Guardie di confine: “Vorremmo parlare, ma non possiamo”

Guardie di confine: “Vorremmo parlare, ma non possiamo”

Da www.ticinonews.ch

Il comandante ad interim della regione IV Silvio Tognetti ha rotto il silenzio spiegando i cambiamenti introdotti nel corpo dopo il trasferimento di Mauro Antonini

Mentre l’inchiesta militare prosegue, oggi il comandante ad interim della Regione IV delle Guardie di confine Silvio Tognetti ha rotto il silenzio. Ai microfoni di TeleTicino ha spiegato i cambiamenti introdotti nel corpo dopo il trasferimento di Mauro Antonini. “Siamo consapevoli che ora in Ticino c’è un problema e delle difficoltà, queste difficoltà sfociano anche nelle certezze tra i collaboratori e nella politica e popolazione. Per noi, per evitare tutto questo è necessaria chiarezza, trasparenza e rapidità nell’ambito dell’inchiesta. Questi sono i motivi che ci devono portare avanti velocemente per togliere ogni dubbio”, commenta Tognetti. Ha parlato oggi per la prima volta Silvio Tognetti, chiamato a dirigere la regione IV delle Guardie di confine dopo il trasferimento del comandante Mauro Antonini nell’ambito delle presunte irregolarità all’interno del corpo. Un’inchiesta su cui non trapela nulla e che sta mettendo in seria difficoltà il corpo. Tanto che in queste settimane al comando sono stati fatti numerosi cambiamenti. Ancora Tognetti: “Abbiamo rafforzato il comando con degli aiuti esterni, abbiamo chiesto e ottenuto da Berna un supporto in questo senso. Quindi abbiamo un ufficiale che ci garantisce un certo tipo di servizio e abbiamo definito nuove persone in nuovi ruoli. Ciò ci permette di essere al 100% operativi e di garantire l’operatività al fronte e la collaborazione anche con le altre forze sul territorio”. Ciò che sta succedendo tra le guardie di confine ticinesi, però, è ancora avvolto dal mistero. Anche perché le notizie ufficiali vengono date con il contagocce. Non è una scelta comunicativa che rischia di essere controproducente.
Oggi, per la prima volta anche il direttore del dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi si è espresso sul tema: “È un periodo non facile per le guardie di confine ma anche per chi operativamente a fronte deve lavorare, perché quando la testa è occupata da pensieri di questo tipo chi è operativo ha qualche pensiero e conseguenza. Come Cantone siamo in stretto contatto con l’autorità federale, con il comando centrale di Berna e con la direzione generale dell’Amm. federale delle dogane, per seguire insieme la situazione e avere risposte che tranquillizzino. Per fortuna la polizia cantonale era, è e sarà comandata dal comandante Cocchi”.

Discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione della Centrale comune di allarme (CECAL)

Discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione della Centrale comune di allarme (CECAL)

18 settembre 2018 – Bellinzona

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori,

Lasciatemi dapprima esprimere la mia soddisfazione personale nel poter essere qui, oggi, all’inaugurazione ufficiale di una struttura che non esito a definire di rilevanza primaria. Una struttura che è nata di fatto nell’ottobre 2012, all’indomani di un concorso a procedura libera per architetto e team di progettisti indetto dalla Sezione della logistica, ma di cui si è cominciato a discutere ben prima. Infatti, il Dipartimento che dirigo ha da subito creduto in questa idea, tanto da affidarla a un capoprogetto (Christian Cattaneo) e a un suo sostituto (Athos Solcà) che ne hanno coordinato passo dopo passo lo sviluppo, dall’idea iniziale all’odierna festosa giornata. E permettetemi di ringraziare anche la Sezione Logistica del DFE, il Centro Sistemi Informativi, gli architetti e le aziende coinvolte a vario titolo nel progetto per la proficua collaborazione. L’opera è dunque stata portata a compimento nel modo e nei tempi previsti e, come tutti possono vedere, il risultato ottenuto è davvero eccellente.

A fine 2008, il DI e il CGCF hanno avviato contatti con l’obiettivo di esplorare la linea da seguire per favorire la creazione di una Centrale d’allarme unica che potesse riunire, oltre ai partner della protezione della popolazione cantonali, anche le Guardie di Confine. I rispettivi enti hanno successivamente confermato l’adesione al principio di approfondire questa opportunità e, dal canto suo, il Governo ha istituito un Gruppo di lavoro per l’allestimento di uno studio di fattibilità e per verificare l’interesse di integrare nella CECAL anche gli altri enti di primo intervento, cosa poi avvenuta. In questo modo, dopo anni di discussioni parlamentari sul nuovo Comando della polizia cantonale, si è privilegiato la politica del fare e del trovare delle soluzioni pragmatiche.

Un’altra data da citare è il 19 ottobre 2011, giorno che ha coinciso con la richiesta di un credito di 1,76 milioni di franchi per la progettazione di un Centro comune di condotta e la ratifica di una Convenzione che regolasse i rapporti tra Cantone e Confederazione per la realizzazione del progetto stesso. Il via libera del Gran Consiglio è arrivato il 13 marzo 2012, ed esattamente un anno dopo la preposta Giuria ha scelto in un lotto di 17 qualificati progetti quello denominato “AL DI LÀ DAL FIUME”, presentato dalla comunità di lavoro composta dagli architetti Luca Pessina di Camorino e Simone Tocchetti di Lugano. Un percorso lineare per un progetto condiviso e universalmente apprezzato.

Con l’edificazione dello stabile CECAL, il comparto dell’ex Arsenale ha mutato radicalmente aspetto: esso ha ora assunto, unitamente alle altre attività di supporto (penso ad esempio alla gestione reperti, alla piazza di mobilitazione per i servizi di mantenimento e avvenimenti di forza maggiore, eccetera), una valenza strategica, operativa e organizzativa di rilievo. Sullo sfondo c’è un obiettivo che deve accumunarci tutti: garantire una maggiore collaborazione e comunicazione tra le singole entità in modo da essere ancora più efficienti. E va da sé – quasi inutile ricordarlo – che poter lavorare sotto lo stesso tetto, confrontandosi così nel quotidiano e senza barriere di spazio e di tempo, rappresenta un valore aggiunto che faciliterà i contatti reciproci e, di riflesso, renderà più semplice lo svolgimento delle operazioni.

La nuova Centrale comune di allarme rappresenta dunque un passo avanti per quanto concerne l’efficienza e la prontezza di intervento sul territorio cantonale: sapete bene quanto sia significativo, in un ambito delicato come quello della sicurezza, garantire al cittadino la massima tempestività di intervento. Egli si attende che a un’azione o a una sollecitazione corrisponda una nostra reazione, coordinata, efficace e puntuale. Insomma: da noi il cittadino si aspetta risultati concreti. In questo senso, la situazione precedente, non era ottimale: vista la compresenza a livello cantonale di numerose Centrali d’allarme e Centrali operative, caratterizzate da sistemi indipendenti di condotta, era da considerarsi dispersiva e di non semplice gestione. Ora la lacuna è colmata.

La CECAL ha risolto alcuni problemi: in primis, ha ottimizzato le risorse disponibili; poi, ha reso perfettamente efficiente la catena di trasmissione delle informazioni, azzerando, o perlomeno limitando al massimo, le perdite di tempo e la gestione non performante delle stesse; inoltre, ha creato un solido punto di riferimento del soccorso, e questo a livello cantonale. Infine, ma non certo in ordine di importanza, il Canton Ticino dispone ora di una sede idonea per la gestione coordinata di eventi maggiori e catastrofi. Si tratta quindi di una sede perfettamente in grado di accogliere tutti i partner di primo intervento, il che permetterà anche di migliorare la gestione delle urgenze, offrendo a chi ne fa riferimento i mezzi tecnici adeguati.

Ho già detto di alcuni dei benefici più significativi che questa struttura porta in dote, facendo espresso riferimento al concetto di sicurezza del cittadino. Tengo ancora a evidenziare un tema a me caro, ma sono sicuro che valga lo stesso per voi, ovvero quello della capillare copertura del territorio: grazie alla coabitazione di Polizia cantonale e Corpo delle Guardie di confine nella medesima centrale, sarà possibile coordinare più facilmente la presenza preventiva di forze sul territorio, con interventi di accresciuta qualità. Anche in questo caso, a tutto vantaggio della popolazione.

Non posso quindi che salutare con orgoglio la messa in funzione, che ormai risale a qualche mese fa, del nuovo stabile: è il più moderno in Svizzera per apparecchiature e centralizzazione delle risorse e impiega operatori multidisciplinari appositamente formati. Esso garantisce altresì il perfezionamento di tutti gli interventi, nonché il potenziamento della collaborazione tra gli altri partner di sicurezza presenti sul territorio cantonale.

Un doveroso accenno finale va poi alla recentissima approvazione del messaggio di 6,55 milioni di franchi per aggiornare la rete radio nazionale di sicurezza Polycom, progetto coordinato dall’Ufficio federale della protezione della popolazione. La rete Polycom si inserisce perfettamente nel solco del discorso precedente, quando facevo riferimento alla necessità di far fronte nel modo più efficace ed efficiente alle diversificate sollecitazioni esterne. La società muta, cambia, si trasforma e mette sul tavolo sfide sempre nuove: noi dobbiamo essere pronti al cambiamento – anzi, lo dobbiamo anticipare! – in modo da fornire la giusta risposta alle attuali possibili minacce. Alludo qui al terrorismo, alle infiltrazioni criminali, alla radicalizzazione, così come ai problemi riconducibili all’accresciuta mobilità delle persone.  Ma se la criminalità si sposta sempre più velocemente, la stessa cosa facciamo noi attraverso supporti tecnologici sempre più ottimizzati e all’avanguardia. Se gli altri corrono, noi facciamo altrettanto e di certo non ci facciamo distanziare!

Il livello qualitativo degli scambi di informazioni determina sempre più il confine tra un successo e un insuccesso operativo. Agire in anticipo, leggere le varie situazioni e interpretarle in modo corretto, disporre della migliore tecnologia e di uomini preparati, essere appunto veloci e proattivi… Tutto questo non farà altro che migliorare ulteriormente i nostri già ottimi risultati.

Bellinzona, inaugurata la Centrale comune d’allarme (CECAL)

Bellinzona, inaugurata la Centrale comune d’allarme (CECAL)

Comunicato stampa

Inaugurata oggi a Bellinzona la Centrale comune d’allarme (CECAL). La nuova struttura, realizzata con un investimento complessivo di oltre 27 milioni di franchi, riunisce sotto lo stesso tetto il Centro comune di condotta, la Centrale operativa della Polizia cantonale, il Comando e la Centrale operativa del Corpo delle Guardie di confine nonché il Segretariato professionale della Federazione cantonale ticinese dei corpi pompieri. Lo stabile dispone di infrastrutture moderne e di dotazioni informatiche all’avanguardia nonché di un efficace sistema integrato di aiuto alla condotta per tutte le forze dell’ordine coinvolte nel progetto. Presenti alla cerimonia i Consiglieri di Stato Norman Gobbi e Christian Vitta, il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, il capo del Circondario doganale IV e Comandante ad interim del Corpo delle guardie di confine regione IV Silvio Tognetti nonché gli architetti Luca Pessina e Simone Tocchetti.

Il nuovo edificio è il frutto di uno sforzo comune. Una sinergia a vari livelli, federale e cantonale, e tra vari Corpi, Polizia cantonale, Guardie di confine e Pompieri, che ha permesso di centrare l’obiettivo poiché “l’unione fa sempre la forza” a beneficio della sicurezza della popolazione. Grazie alla CECAL sono state implementate idonee soluzioni a molteplici problematiche, riunendole al contempo sotto lo stesso tetto. Gli addetti ai lavori della Polizia cantonale e delle Guardie di confine, chiamati a gestire oltre 400’000 chiamate annue, hanno ora a disposizione mezzi tecnici adeguati e moderni mentre i cittadini possono contare già da alcuni mesi su una gestione delle urgenze ancor più flessibile e organizzata rispetto agli scorsi anni. In quest’ambito, visto il ruolo sempre più centrale della Polizia cantonale, non solo a livello di lotta alla criminalità, ma anche in altri settori di intervento quali i dispositivi in caso di eventi maggiori, anche naturali, l’edificazione della CECAL e il nuovo sistema di condotta operativa (FUELS) rivestono un ruolo imprescindibile nella coordinazione degli interventi, dei partner della sicurezza e degli enti di soccorso cantonali.

Nel suo discorso inaugurale il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, ha evidenziato che grazie all’edificazione dello stabile CECAL, il comparto dell’ex Arsenale, dove hanno pure sede il Comando e la Scientifica della Polizia cantonale, ha mutato radicalmente aspetto assumendo, unitamente ad altre attività di supporto (gestione reperti, piazza di mobilitazione per i servizi di Mantenimento Ordine…), una valenza strategica, operativa e organizzativa di rilievo. Questo con sullo sfondo un obiettivo che deve accumunare tutti: garantire una maggiore collaborazione e comunicazione tra le singole entità in modo da essere ancora più efficienti nell’assicurare la sicurezza e il soccorso alla popolazione.

Da parte sua il Direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE), Christian Vitta, ha sottolineato come, per un buon coordinamento della sicurezza e degli interventi d’urgenza, servano mezzi tecnici adeguati e moderni. In questo senso, nell’edificazione della CECAL, il Centro sistemi informativi (CSI) del DFE si è impegnato per mettere a disposizione della struttura e degli enti che la utilizzano le tecnologie e gli strumenti più all’avanguardia. Il Direttore del DFE si è inoltre soffermato sull’importanza degli aspetti architettonici, di cui hanno tenuto conto la Sezione della logistica del DFE e i progettisti nell’edificare la struttura, per la quale l’investimento complessivo ammonta a poco più di 27 milioni di franchi.

Il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi ha rilevato che la logistica e i mezzi moderni al passo coi tempi sono sicuramente degli aspetti estremamente importanti ma altrettanto importante è il fattore umano. Ad iniziare da coloro che hanno progettato e seguito l’edificazione della CECAL, un fiore all’occhiello non solo a livello cantonale ma anche nazionale, che sono stati ringraziati per il lavoro svolto in questi anni. Non bisogna poi dimenticare chi rende viva la nuova struttura con il suo lavoro quotidiano a favore della sicurezza delle cittadine e dei cittadini del Cantone Ticino ma anche del resto della Svizzera. Questo vista anche la collocazione del Ticino quale “Porta sud”, soggetta a varie minacce sempre in evoluzione e che richiedono la costante collaborazione di tutti gli enti preposti alla tutela dell’ordine.

Il capo del Circondario doganale IV e Comandante ad interim del Corpo delle guardie di confine regione IV Silvio Tognetti ha evidenziato quanto la CECAL sia fondamentale per la collaborazione tra due forze dell’ordine al servizio del cittadino: l’Amministrazione federale delle dogane – per mano del suo Corpo delle guardie di confine – e la Polizia cantonale. Ha sottolineato poi come la CECAL sia anche la dimostrazione di quanto la collaborazione possa migliorare questo servizio, stando al passo con i più recenti aggiornamenti tecnologici e seguendo l’evoluzione della società e dei suoi bisogni: oggi la casistica si è ampliata tanto da rendere ormai imprescindibile la messa in opera di sistemi tecnologici all’avanguardia e strutture più complesse. Il tutto attraverso l’armonizzazione dei processi di lavoro.

Infine, l’architetto Luca Pessina ha ripercorso le tappe principali del progetto CECAL e della sua edificazione iniziata a febbraio 2016.

Interventi tempestivi a vantaggio del cittadino

Interventi tempestivi a vantaggio del cittadino

Opinione pubblicata nell’edizione di mercoledì 19 settembre 2018 de La Regione

Con l’odierna inaugurazione ufficiale della Centrale comune di allarme di Bellinzona, il Cantone si è dotato di uno strumento che il resto della Svizzera gli invidia e di cui vado personalmente molto fiero: la CECAL, questo il suo acronimo, rappresenta infatti un passo avanti per quanto concerne l’efficienza e la prontezza di intervento sul territorio cantonale.

La CECAL ha risolto alcuni problemi: per prima cosa, ha ottimizzato le risorse disponibili; poi, ha reso perfettamente efficiente la catena di trasmissione delle informazioni, azzerando, o perlomeno limitando al massimo, le perdite di tempo e la gestione non performante delle stesse; inoltre, ha creato un solido punto di riferimento del soccorso, e questo a livello cantonale. Infine, ma non certo in ordine di importanza, il Canton Ticino dispone ora di una sede idonea per la gestione coordinata di eventi maggiori e catastrofi.

In un ambito delicato come quello della sicurezza, la priorità è data: garantire al cittadino la massima tempestività di intervento. Egli si attende che a un’azione o a una sollecitazione corrisponda una nostra reazione, coordinata, efficace e puntuale. Insomma: da noi si aspetta risultati concreti. In questo senso, la situazione precedente, non era ottimale: vista la compresenza a livello cantonale di numerose Centrali d’allarme e Centrali operative, caratterizzate da sistemi indipendenti di condotta, era da considerarsi dispersiva e di non semplice gestione. Ora la lacuna è colmata, almeno a livello cantonale.

Il mio Dipartimento ha da subito creduto in questa idea, tanto da affidarla a un capoprogetto che, all’interno di un eccellente gruppo operativo, l’ha sviluppata e concretizzata nel modo e nei tempi previsto. Il Dipartimento ha così dato seguito alle indicazioni parlamentari di circa 10 anni fa, evitando inutili giochi di potere e puntando alla ricerca di soluzioni pragmatiche e orientate al fare.

L’atout di questa struttura è presto spiegato: il fatto che Polizia cantonale e Corpo delle guardie di confine operino sotto lo stesso tetto garantisce una maggiore collaborazione e comunicazione tra le singole entità. Il che comporta una conseguenza virtuosa: essere ancora più efficienti in un territorio di frontiera. Confrontarsi nel quotidiano e senza barriere di spazio e di tempo, rappresenta un valore aggiunto che favorisce i contatti reciproci e, di riflesso, rende più semplice lo svolgimento delle operazioni, anche quelle maggiormente complesse. Senza dimenticare che sarà altresì possibile coordinare più facilmente la presenza preventiva di forze sul territorio, con interventi di accresciuta qualità.

Reputo la CECAL un eccellente esempio di come si possano portare avanti in modo condiviso progetti che vanno a beneficio del cittadino. Un modus operandi che il mio Dipartimento ha assunto come regola.

La società muta, cambia, si trasforma e mette sul tavolo sfide sempre nuove: noi dobbiamo essere pronti al cambiamento in modo da fornire la giusta risposta alle attuali minacce. Alludo al terrorismo, alle infiltrazioni criminali, alla radicalizzazione, così come ai problemi riconducibili all’accresciuta mobilità delle persone.
Ma se la criminalità si sposta sempre più velocemente, allo stesso modo dobbiamo combatterla attraverso supporti tecnologici sempre più ottimizzati e all’avanguardia.

Il livello qualitativo degli scambi di informazioni determina il confine tra un successo e un insuccesso operativo. Agire in anticipo, leggere le varie situazioni e interpretarle in modo corretto, disporre della migliore tecnologia e di uomini preparati, essere appunto veloci e proattivi… Tutto questo non farà altro che migliorare ulteriormente i nostri già ottimi risultati.

Energia a chilometro zero

Energia a chilometro zero

Articolo apparso nell’edizione di lunedì 17 settembre 2018 de La Regione

Inaugurata la centrale di teleriscaldmento a biomassa legnosa di Piotta, gestita dalla Quinto Energia SA

Di proprietà del Comune di Quinto, lo stabile ubicato nella zona industriale comprende pure il nuovo magazzino per gli operai comunali
Un progetto durato quattro anni e fortemente voluto dal Comune di Quinto, concretizzatosi nel marzo del 2017 in una nuova centrale di teleriscaldamento a biomassa legnosa, dal costo di 3,6 milioni di franchi, realizzata dalla Quinto Energia Sa. Annessi allo stabilimento anche il centro dei servizi della squadra esterna comunale e un ecocentro. Una realizzazione, quella del polo energetico ed ecologico nell’area industriale di Piotta, celebrata e inaugurata ufficialmente ieri dalle autorità, insieme alla popolazione, nel contesto della festa annuale del Patriziato generale di Quinto. Il teleriscaldamento consiste nella distribuzione centralizzata di acqua calda, attraverso una rete di tubazioni isolate e interrate (quelle della Quinto Energia Sa sono lunghe circa 1’160 metri). Lo scopo è quello di fornire energia pulita prodotta in modo sostenibile e rispettoso dell’ambiente, sfruttando al meglio il combustibile legno (un vettore energetico rinnovabile e quindi neutro dal punto di vista delle emissioni di CO2) proveniente dai boschi della regione e acquistato prevalentemente dal Patriziato generale di Quinto. Il teleriscaldamento è una valida alternativa agli impianti alimentati con combustibili tradizionale perché permette di ottimizzare gli spazi necessari per i locali tecnici nelle abitazioni, diminuire i costi di manutenzione e non avere preoccupazioni per l’approvvigionamento e il relativo costo della nafta. Una forma di energia vantaggiosa non solo per l’aspetto ambientale. Infatti, grazie a programmi d’incentivazione, i singoli utenti possono fruire di interessanti sostegni finanziari che permettono un cambiamento di vettore energetico con sforzi economici limitati.

Un lungo processo a lieto fine
Un primo credito, pari a 120’000 franchi, era stato approvato dal Consiglio comunale nel 2013 per la costituzione della società anonima e il finanziamento del progetto di dettaglio. Fondata nel 2014 con un capitale azionario di 200’000 franchi, la Quinto Energia Sa risponde al Comune (azionista di maggioranza col 60% di quota) e al Patriziato generale (40%). Nel 2015, parallelamente alle riflessioni circa l’opportunità di realizzare la centrale di teleriscaldamento, l’ente locale ha poi colto l’opportunità di prelevare una falegnameria ubicata nella zona industriale di Piotta. Un credito di 2,5 milioni volto all’acquisto dello stabile è stato quindi approvato dal Consiglio comunale, dando il via al progetto che comprende, come detto, anche l’ubicazione dei nuovi magazzini comunali (in sostituzione del centro di Valleggia, giudicato non più ideale), gli uffici della Quinto Energia Sa e il deposito del Corpo pompieri Alta Leventina. Successivamente all’acquisto dell’area pari a 11mila metri quadri, il Municipio ha chiesto e ottenuto dal Consiglio comunale lo stanziamento di 90mila franchi (cui si sono aggiunti i 60mila del Patriziato) per la ricapitalizzazione della società Quinto Energia, la quale ha dunque avuto a disposizione 150mila franchi per eseguire tutto quanto necessario per il progetto esecutivo e per la ricerca di sussidi e prestiti bancari. Il tutto al fine di realizzare la centrale, della quale la Sa è affittuaria, insieme ai propri uffici, nei confronti del Comune. Sono sette, tra cui quello principale è la Scuola media di Ambrì, gli attuali clienti della Quinto Energia Sa, tutte aziende adiacenti alla centrale.

Obiettivo nuova Valascia
Fra i beneficiari, in futuro sembrerebbe destinata ad aggiungersi anche la prevista nuova Valascia. «Con l’Hcap Sa sono già in corso approfondimenti e trattative per l’allacciamento», spiega alla ‘Regione’ il segretario comunale di Quinto, Nicola Petrini. L’idea sarebbe quella di estendere la tubatura, in modo da comprendere la pista del ghiaccio. La centrale è infatti predisposta per la posa di un’eventuale seconda e nuova caldaia con la relativa linea di approvvigionamento per un ulteriore sviluppo della rete.

Torricella-Taverne sanzionato

Torricella-Taverne sanzionato

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 17 settembre 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10887998


Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 18 settembre 2018 de La Regione

Contributi di miglioria non prelevati: multa in arrivo per sindaco e due municipali I fatti risalgono alla legislatura precedente: 138’000 franchi per l’arginatura del Vedeggio. La Sel: ‘Danno significativo’.

Trecento franchi a testa, per un totale di novecento. Non è finanziariamente pesante, ma è una macchia sulla compagine politica di Torricella-Taverne.
Il Consiglio di Stato sanziona tre esponenti del Municipio: la procedura di prelievo dei contributi di miglioria legati alle opere di arginatura del fiume Vedeggio non è stata avviata in tempo, facendo pertanto ‘perdere’ al Comune 138’000 franchi.
La notizia è arrivata ieri: a darla, la Sezione enti locali (Sel) del Dipartimento delle istituzioni. “A giudizio del Consiglio di Stato – si legge –, il Municipio non ha ottemperato a un suo preciso dovere: eseguire e fare eseguire con la dovuta diligenza entro i termini di legge le decisioni prese dal Consiglio comunale”.
Il riferimento è a una risoluzione, votata dal legislativo nel 2009, che indicava di prelevare contributi di miglioria del 30% a carico dei proprietari interessati dalle suddette opere edilizie. All’esecutivo la Sel contesta “la non adeguata sorveglianza sull’operato dell’amministrazione e la presa a carico tardiva del dossier”.
«Il danno è significativo. L’investimento è stato coperto dall’erario pubblico – spiega il capo della Sel, Marzio Della Santa –: il 30% è stato inconsapevolmente pagato dai cittadini». Prelevare ora i 138’000 franchi non si può più.
«Ci sono Comuni che di fronte a situazioni simili si sono rivolti ai cittadini – osserva Della Santa –, ammettendo l’errore e chiedendo loro un atto di responsabilità ‘morale’: pagare anche se non è stato fatto. Nulla di obbligatorio chiaramente, ma è una modalità che salutiamo positivamente». Ad aver sbagliato è il Municipio nel suo insieme, ma solo tre degli attuali membri verranno multati: il sindaco Tullio Crivelli (Lega) e i municipali Lorenzo Montini (Ppd) e Michele Ferrario (Plr). Alla misura sono scampati il vicesindaco Franco Voci (Lega) e il municipale Francesco Giudici (Ps), che all’epoca dei fatti – che riguardano la precedente legislatura – non sedevano in esecutivo. Esclusi anche Amalia Mirante (Ps) e Antonello Gatti (Plr), che pur essendo stati municipali, hanno annunciato le proprie dimissioni l’autunno scorso: secondo la Legge organica comunale una volta lasciata la carica decade anche la perseguibilità. Raggiungere il sindaco è stato impossibile.
«È una problematica di cui ci siamo accorti solo in questa legislatura – ci dice Voci – e abbiamo sanzionato due membri dell’amministrazione comunale». Secondo nostre informazioni, si tratta di un funzionario dell’Ufficio tecnico – che avrebbe dovuto portare avanti la pratica: colpito più pesantemente, ha ammesso le ‘colpe’ – e l’ex segretario comunale. Quest’ultimo ha invece presentato ricorso, decaduto anch’esso in quanto non più dipendente del Comune.

Verzasca: passo decisivo verso il nuovo comune

Verzasca: passo decisivo verso il nuovo comune

Le aggregazioni favoriscono la progettualità

I processi aggregativi non sono progetti fini a se stessi, ma hanno un chiaro obiettivo: creare comuni solidi per gettare le basi di quello che sarà il Ticino di domani. Uno slancio necessario per ridare vitalità alle diverse regioni del nostro Cantone.
Con questo spirito ho proposto al Consiglio di Stato il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Una riforma ambiziosa realizzata con la Sezione degli enti locali, che serve a fissare gli scenari a cui i nostri Comuni potranno ambire. La ricetta del successo è prediligere le iniziative spontanee che nascono dagli enti locali stessi: un presupposto che ho voluto evidenziare anche nel PCA.
Realtà come Bellinzona ci hanno infatti insegnato che la via maestra che conduce alla creazione di Comuni forti, aggregando realtà già esistenti, consiste nell’affidare ai diretti interessati il compito di promuovere l’iniziativa.
Ed è quello che è successo anche in Valle Verzasca: lo scorso 10 giugno la votazione consultiva ha visto l’adesione compatta di tutti i Comuni coinvolti e complessivamente ha raggiunto l’84% dei consensi. La popolazione ha dunque detto sì al nuovo Comune denominato Verzasca.
Nella seduta settimanale di Consiglio di Stato, è stato approvato il messaggio che propone al Gran Consiglio l’aggregazione dei Comuni di Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e dei territori in valle di Cugnasco-Gerra e di Lavertezzo. L’aiuto finanziario di 18.4 milioni di franchi è stato confermato: esso consentirà al nuovo comune di svilupparsi su basi finanziarie stabili. Questa realtà diverrà operativa nella primavera del 2020 con le Elezioni comunali e la nascita di un comune moderno di quasi 900 abitanti.

Un interlocutore unico per crescere più rapidamente
Un comune deve essere capace di proporre alla popolazione un’ampia paletta di servizi nonché disporre di un forte potere contrattuale verso le istituzioni con le quali si troverà spesso a negoziare. Con il loro voto, i cittadini verzaschesi hanno dimostrato la volontà di rendersi più autonomi. Grazie a una dimensione più rilevante e un’organizzazione più strutturata, ora il Comune dispone di una maggiore capacità decisionale. Queste sono le premesse ideali per la realizzazione in tempi ragionevoli del Piano di sviluppo elaborato dall’Associazione dei Comuni della Valle Verzasca. La nuova realtà comunale dovrà quindi assumere da subito un ruolo propositivo, generando il consenso e lo spirito collaborativo degli attori presenti sul territorio, siano essi pubblici o privati.

Le possibilità di sviluppo e di indotto in Valle
Il compito principale del nuovo Comune sarà di rivitalizzare le prospettive economiche e sociali della regione dopo decenni in cui la perdita di velocità delle Valli è stata evidente a tutti. Sarà fondamentale identificare le opportune misure per incoraggiare lo sviluppo territoriale e demografico, oltre a quello  turistico, agricolo e culturale. L’espansione delle attività economiche consentirà un incremento dell’indotto e di riflesso il Comune disporrà di entrate superiori con la possibilità di nuovi investimenti. Tra gli scenari percorribili, intravvedo per la Valle soprattutto la possibilità di potenziare la sua naturale vocazione turistica puntando sull’imprenditorialità.

Di recente, partecipando ai festeggiamenti per i dieci anni dell’aggregazione Cugnasco-Gerra, ho avuto conferma che, dopo un iniziale periodo di rodaggio, l’attività corrente dei Comuni risulta semplificata. Ho visto una realtà felice, finanziariamente solida, capace di proporre progetti e in cui le decisioni sono state velocizzate. Anche per questo, le autorità comunali non escludono a priori la possibilità di altre fusioni. Sono certo che la stessa cosa accadrà per il nuovo Comune di Verzasca.

Tutti a cena da Norman, il venerdì sera…

Tutti a cena da Norman, il venerdì sera…

Da www.liberatv.ch

Ecco le ghiottonerie che il ministro ha preparato all’Atenaeo del Vino
L’incasso – 18’000 franchi – tutto al SAM di Mendrisio
Guest star della serata, Alessandro Manfré, patron della Locanda Orelli di Bedretto

Che il ministro Norman Gobbi sia un ghiottone non è mistero.
E ne ha ridato prova venerdì sera all’Atenaeo del Vino di Mendrisio proponendo la sua annuale cena gastronomica i cui proventi sono destinati al Servizio autoambulanze cittadino, il SAM.

Ghiotto è il termine perfetto per definire il menu, che si è articolato, dopo un antipasto di prelibatezze leventinesi, in piccoli assaggi di risotto ai funghi freschi, raviolini del plin, maltagliati al ragù di cinghiale e, per finire, gran portata di cosciotti di maiale al forno, con un giusto tocco di anice stellato e di polvere di cacao.

La settantina di partecipanti ha garantito alla fine ben 18’000 franchi di contributo al SAM, consegnati al direttore, Paolo Barro.

Norman Gobbi, che per l’occasione ha indossato un grembiule rossocrociato regalatogli da Andrea Stuppia, scomparso esattamente un anno fa, ha cucinato con lo chef dell’Ateneo, Graziano Petrolo, ma la guest star della serata era Alessandro Manfré, patron della Locanda Orelli di Bedretto. In sala, a coordinare ogni dettaglio e a mescere eccellenti vini, c’era ovviamente il patron dell’Atenaeo, Mirko Rainer, aiutato dalla moglie, Arianna Maugeri, che a Castel San Pietro gestisce l’Osteria Enoteca Cuntitt.

“Spin doctor” della serata – alla quale erano presenti tra gli altri Matteo Pelli, il sindaco di Bioggo, Eolo Alberti, il produttore di vini Feliciano Gialdi – sono stati, dietro le quinte ma nemmeno tanto, il sindaco di Vico Morcote, Giona Pifferi, e il presidente della Sagra del Borgo di Mendrisio, Massimo ‘Max’ Tettamanti.

Radicalizzazione, la miglior offensiva sta nel collaborare

Radicalizzazione, la miglior offensiva sta nel collaborare

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 14 settembre del Corriere del Ticino

Per il direttore delle Istituzioni è indispensabile fare squadra

Il problema del sovraffollamento delle carceri è annoso. Per cercare di risolverlo si sta valutando di convertire il carcere di Torricella-Taverne in una struttura per detenute. A che punto siamo?
«L’ipotesi sul tavolo è quella di adibire lo stabile di Torricella a un carcere femminile, ma solo per le pene di breve durata. Attualmente il Canton Ticino non dispone di una struttura per l’esecuzione della pena dedicata alle detenute donne e di conseguenza stiamo cercando una soluzione a breve termine. Per questo motivo sono stati avviati i contatti con il Comune di Torricella che ci ha confermato la propria disponibilità a dare vita al progetto. Una buona notizia che ci permette di avanzare con gli approfondimenti di carattere logistico e finanziario che dovrebbero giungere nel corso della primavera del prossimo anno».

Per ragioni di contenimento della spesa, da un progetto iniziale di 142 milioni di franchi per ristrutturare il carcere penale della Stampa si è però scesi a un budget di 35 milioni. Significa che sulla sicurezza si può tagliare?
«Assolutamente no. Per una ragione di contenimento dei costi e delle risorse a suo tempo proposi di rinunciare alla realizzazione di un nuovo stabile, optando per una ristrutturazione delle strutture esistenti. Il Governo si è impegnato per risanare le finanze cantonali, chiedendo un sacrificio anche ai cittadini, pertanto non ho ritenuto rispettoso nei loro confronti portare avanti il progetto di allora per la costruzione di un carcere ex novo».

Ma a che punto siamo con il progetto di ristrutturazione della Stampa?
«Abbiamo individuato tramite il direttore della struttura una serie di misure che intendiamo attuare nel breve termine e che consentiranno di gestire al meglio la popolazione carceraria. Nel lungo termine il Governo ha invece deciso di incaricare la Sezione della logistica di presentare una valutazione su ubicazioni alternative per l’edificazione di un nuovo stabile».

Di recente si è parlato dell’allontanamento dal territorio svizzero di una persona pericolosa e vicina agli ambienti terroristici. Il direttore delle strutture carcerarie ci ha confermato che il problema della radicalizzazione ha toccato anche il Ticino. Cosa può fare la politica per far fronte a queste situazioni?
«Per far fronte a questo genere di minaccia la miglior risposta che possiamo dare è collaborare: grazie allo scambio di informazioni possiamo infatti favorire il lavoro di intelligence tra le forze dell’ordine. Questo sul territorio. All’interno del carcere bisogna puntare, oltre che sull’attività di prevenzione, soprattutto su quella di formazione, perché gli agenti di custodia devono disporre degli strumenti utili all’identificazione del processo di radicalizzazione. La priorità infatti sta nell’individuare i segnali di una possibile radicalizzazione e non nella sua successiva gestione. In questo senso per acquisire le competenze necessarie è stata avviata una collaborazione proficua con la Facoltà di teologia dell’USI per la formazione del personale in tema di religione. Inoltre sono state proposte alcune giornate di approfondimento dal Centro svizzero per la formazione del personale penitenziario, incentrate sul tema della diversità e della cultura islamica».

I 50 anni della Stampa

I 50 anni della Stampa

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 14 settembre 2018 del Corriere del Ticino

«Basta un’evasione e l’intero sistema è fallito»

Intervista a tutto campo con il direttore Stefano Laffranchini: la gestione dei carcerati, il rischio corruzione e quella casetta dell’amore per i detenuti

Il penitenziario della Stampa compie 50 anni. Inaugurata nell’agosto del 1968, la struttura è stata messa a dura prova negli ultimi anni: se nel 2016 in Ticino le giornate di incarcerazione sono state 82 mila, nel 2017 sono salite a 87 mila. Ma com’è cambiata nel tempo la gestione dei detenuti e soprattutto, qual è lo stato di salute delle nostre carceri? 

Qual è lo stato di salute delle carceri ticinesi?
«In generale buono: nel 1968 la Stampa è stata costruita in maniera intelligente, con piani e sezioni indipendenti. Una modalità che ci consente di gestire al meglio la popolazione carceraria. D’altra parte però abbiamo un problema di posti, come pure di obsolescenza della struttura. Ma ci stiamo lavorando».

Il problema del sovraffollamento è annoso. Ma sono i criminali che crescono o è la durata delle pene che si allunga?
«Direi che il sistema è diventato più performante. Basta leggere la cronaca di tutti i giorni: è raro che gli autori di un crimine non vengano presi. Accanto a questa maggiore efficienza dell’apparato di sicurezza occorre però considerare che almeno l’80% della popolazione carceraria in Ticino è straniera. E questo significa che difficilmente potrà beneficiare della liberazione condizionale. Mi spiego meglio: per poterne usufruire il detenuto non deve in particolare presentare un rischio di fuga. Evidentemente, se non ha legami sul territorio è difficile che venga concessa. Di conseguenza i detenuti che devono scontare l’intera pena alla Stampa sono la maggior parte, incidendo così sull’occupazione».

Quando si parla di sicurezza delle carceri il pensiero corre agli agenti di custodia. Come siamo messi in termini di effettivi?
«In generale, posso affermare che grazie alla spinta del capo Dipartimento, recentemente il Consiglio di Stato ha deciso di rivedere il numero degli agenti verso l’alto. All’ultimo concorso aperto, per 14 posti liberi si sono candidati in 102. Quindi direi che l’interesse per la professione c’è».

Ci racconta che carcere ha trovato al suo arrivo?
«Dal 2014, anno della mia entrata un funzione, gli interventi sono stati molti: ad esempio, in termini organizzativi sono stati rivisti l’organigramma e i flussi di lavoro. Allo stesso tempo, sono stati creati nuovi servizi come quello del trasporto dei detenuti o di intervento in caso di carcerati problematici. Insomma, non siamo rimasti con le mani in mano».

Torniamo ai 50 anni della Stampa. In mezzo secolo, com’è cambiata la gestione dei detenuti?
«È cambiata tantissimo. Basta solo pensare che una volta c’erano solo due sezioni: una per i detenuti recidivi e una per quelli alla prima incarcerazione. Oggigiorno, questa separazione ha lasciato spazio a un altro tipo di suddivisione che avviene anche dal profilo etnico e culturale dei detenuti. Mentre per quel che concerne il reato commesso non vi sono suddivisioni. Questo, ad eccezione degli autori di reati contro l’integrità sessuale, raggruppati in un’unica sezione».

Restiamo sui detenuti, come si svolge una giornata-tipo per un carcerato?
«È molto semplice: in un giorno infrasettimanale il detenuto si sveglia alle 7 e dopo la colazione viene messo al lavoro per 3 ore. Al termine, hanno 45 minuti di tempo libero prima del pranzo in cella. E il pomeriggio si riprende: 3 ore di lavoro e 45 minuti di tempo libero prima della cena. Solo che la sera c’è la possibilità di mangiare in cella o, a gruppi di 15, di cenare in una piccola cucina in compagnia. Mentre alle 21 scatta la chiusura in cella. Rispettivamente, nei festivi al posto delle ore di lavoro i detenuti hanno delle ore libere dove possono andare in palestra o svolgere altre attività».

Ma in media quanto costa la detenzione di un uomo in un anno?
«Il costo è di circa 270 franchi a detenuto. Una cifra questa leggermente inferiore agli altri cantoni, anzitutto considerando il costo differente relativo alle risorse umano, per rapporto ad altri cantoni svizzeri, come accade spesso in altre professioni».

In settimana i detenuti lavorano quindi sei ore al giorno. Che tipo di attività svolgono?
«Innanzitutto va detto che l’obiettivo è il reinserimento sociale del detenuto. Per rispondere alla sua domanda invece, come possibilità di lavoro abbiamo una falegnameria, una legatoria, una stamperia, assembliamo dei giocattoli e stampiamo le targhe per le automobili immatricolate in Ticino. Ma non solo. Accanto a queste mansioni abbiamo i laboratori di servizi interni: ovvero cucina, lavanderia e stireria. Inoltre sui piani sono occupati 12 detenuti che, in gergo, vengono chiamati gli “scopini” e si occupano delle pulizie come pure dell’ordine – inteso non come sicurezza ma dal profilo della gestione delle telefonate e via dicendo – del piano».

Ma come viene vista la figura dello scopino che, pur essendo un detenuto, ha questo tipo di controllo?
«Come una figura autorevole e rispettata. A dispetto del termine che può sembrare riduttivo, si tratta di un posto di responsabilità».

Quanti sono i carcerati che lavorano alla Stampa? Ricevono un compenso?
«All’incirca lavorano in 130 e vengono remunerati con al massimo 3,50 franchi all’ora. Al giorno, guadagnano dunque fino a 33 franchi di cui 8 vengono trattenuti per il loro sostentamento. Bisogna capire che nel contesto delle strutture carcerarie dal profilo oggettivo 8 franchi sono pochi ma, da un punto di vista soggettivo, è una somma importante. Insomma, è un gesto educativo. Inoltre, dell’importo totale il 15% viene bloccato fino alla scarcerazione del detenuto mentre il 20% è utilizzato per pagare eventuali spese mediche non coperte dalla LaMal. Quello che rimane è a disposizione del detenuto che può utilizzarlo come aiuto alla famiglia, per acquisti nel nostro negozietto interno oppure ancora per telefonare a casa. Allo stesso tempo, sempre in un’ottica di responsabilizzazione, se il detenuto vuole la televisione la paga. Un franco al giorno».

La domanda qui sorge spontanea. Che tipo di film possono guardare i detenuti?
«Partendo dal presupposto che la missione del carcere è la risocializzazione teniamo evidentemente sotto controllo la situazione ponendo una serie di limitazioni. Di principio è vietata la visione di filmati pornografici. Senza voler essere moralisti a tutti i costi bisogna considerare che vi sono persone in detenzione per aver commesso aggressioni sulle donne e questo genere di filmati non aiutano il percorso rieducativo».

Restiamo sul tema: come risponderebbe a chi critica i presunti privilegi di cui godrebbero i detenuti?
«Semplice, ho deciso di non rispondere più. Perché la verità è che c’è una percezione bivalente del carcere: da un lato, una fetta dell’opinione pubblica è convinta che vessiamo i detenuti nei modi più disparati. Dall’altro, c’è chi ci vede come un carcere a 5 stelle. In tal senso passo dal dovermi giustificare sul perché nel menu proponiamo cibo vegetariano ma non vegano, urtando magari la sensibilità di qualcuno, al rendere conto del perché una volta all’anno si organizza un piccolo concertino in favore dei detenuti. Insomma, da qualsiasi parte la si guardi, ci sarà sempre qualcuno critico. Alla fine ho quindi deciso di non giustificarmi più. Io devo svolgere il mio lavoro e fare il possibile per favorire il percorso di risocializzazione del detenuto, senza fare sconti nel caso in cui non vengano rispettate le regole».

Vi sono già stati casi di corruzione presso le strutture carcerarie che dirige?
«In generale va detto che c’è stato, e potenzialmente c’è, questo problema anche presso le strutture carcerarie cantonali. Tuttavia ritengo che rispetto ai miei omologhi, e penso in particolar modo alla vicina Penisola, ho un vantaggio: ovvero quello di dirigere una struttura di dimensioni “ridotte” dove il numero di detenuti non supera le 280 unità. C’è quindi un divario importante con le prigioni lombarde dove, invece, si contano 1.500 detenuti. In tal senso va da sé che un numero maggiore di detenuti significa disporre di più personale e di conseguenza conoscere tutti non è semplice. In Ticino, le strutture carcerarie contano 160 collaboratori, mi è dunque molto più facile instaurare un rapporto personale con ciascuno di loro e percepire se c’è qualcosa che non va. Un caso di corruzione, nella storia della Stampa, in effetti c’è stato. I fatti del 1992 – quando alcuni detenuti sono evasi muniti di armi che erano state fornite proprio da un collaboratore – sono ben impressi nella memoria di tutti. Oggi la guardia resta alta per evitare che fatti simili possano succedere nuovamente. Perché basta un’evasione e il sistema carcerario è fallito. Ecco perché non abbassiamo mai la vigilanza. In tal senso, oltre al rapporto di fiducia con i singoli agenti sono state attuate una serie di azioni preventive: penso ad esempio ai controlli a sorpresa sul personale in entrata, sottoscritto compreso».

Cambiamo tema. In 50 anni il crimine è evoluto e oggi si parla sempre di più della radicalizzazione. Quanto la preoccupa il proselitismo nelle carceri?
«Va detto che il carcere è uno specchio del territorio. Il problema della radicalizzazione è molto sentito in Italia e in Francia ma meno, per il momento, in Svizzera e in Ticino. Alla Stampa abbiamo avuto un caso di detenuto radicalizzato, e abbiamo adottato tutte le misure del caso per evitare che influenzasse altri detenuti».

Ad esempio?
«Per ovvie ragioni di sicurezza, non posso esprimermi al riguardo. Di campanelli d’allarme a cui prestare attenzione per combattere il proselitismo ce ne sono ma non sono sempre facilissimi da cogliere. In tal senso, la prossimità degli agenti di custodia è decisiva come pure l’osservazione di piccoli segnali come la banalità di farsi crescere la barba, di chiedere un tappetino per la preghiera o seguire il Ramadan. Evitiamo fraintendimenti: non sto dicendo che tutti i musulmani praticanti sono radicalizzati, semplicemente che ci sono dei piccoli segnali a cui dobbiamo prestare attenzione. Ma a giocare un ruolo sono anche i detenuti stessi che possono segnalare eventuali comportamenti sospetti. In media, il 15% dei detenuti oggi è di fede musulmana».

Ampliando invece lo sguardo, qual è la principale difficoltà nella gestione di un carcere?
«Probabilmente sto per dare la risposta meno prevedibile in assoluto. Ma la difficoltà più grande che ho non è dettata dal carcere in quanto tale ma piuttosto da una questione organizzativa. Il penitenziario cantonale infatti fa parte dell’Amministrazione cantonale e quindi deve sottostare a iter e procedure stabilite, soprattutto per quel che riguarda l’aspetto finanziario. La mia aspettativa al momento di assumere questa carica era quella di essere direttore del carcere con tutta l’autonomia che questo comporta. In altre parole avere un budget all’inizio dell’anno da poter gestire al meglio nel corso dei mesi. Ma così non è. Fortunatamente posso contare sulla sensibilità e l’appoggio del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. A volte però sono davvero sorpreso dei tempi dell’apparato statale per ottenere le risorse materiali di cui necessito per la gestione ottimale della struttura».

Un’ultima domanda: le è già successo che un detenuto si togliesse la vita?
«È capitato una volta in quattro anni. Si tratta di una singola volta che però ha lasciato il segno ma anche sul personale che intrattiene rapporti umani con queste persone. È la cosa peggiore che possa succedere. Non da ultimo perché, in veste di direttore, significa che ho disatteso la mia missione. Ogni decesso, per me, è un fallimento».