Furti ancora in picchiata nel 2017 in Ticino

Furti ancora in picchiata nel 2017 in Ticino

Furti in picchiata anche nel 2017 in Ticino. Infatti i furti (esclusi quelli di veicoli) sono diminuiti per il quinto anno consecutivo (3’626, -17%). La riduzione è stata ancora più importante sul fronte dei furti con scasso (-29%) che, con poche eccezioni, ha interessato l’intero territorio cantonale. Nello specifico fronte dei furti con scasso nelle abitazioni la diminuzione è stata del 36%, poiché sono passati dai 941 del 2016 ai 598 del 2017 (dal 2013 al 2017 la diminuzione è del 68%). Per quanto riguarda la totalità dei furti nelle abitazioni (compresi quelli senza scasso) la diminuzione è stata del 32%, dai 1’355 del 2016 ai 926 del 2017. Il 35% dei furti con scasso nelle abitazioni sono tuttavia solo tentati; la percentuale si attestava al 25% nel 2016.

L’attività della Sezione Reati contro il patrimonio (RCP) della Polizia cantonale si è concentrata nel contrastare autori di furti con scasso in abitazioni provenienti dall’estero, in particolare bande di nomadi, strutturate in clan famigliari, giunte da Italia e Francia. Le inchieste hanno permesso l’arresto/identificazione di oltre 35 autori, i quali hanno commesso più di 100 furti con refurtiva e danneggiamenti per oltre 540’000 franchi. Si evidenzia un mutamento di strategia: dall’agire come pendolari giornalieri del furto, gli autori sono passati a una presenza più marcata sul territorio. Si è infatti stabilito che i malviventi
soggiornavano in case di vacanza o da residenti per diversi giorni consecutivi, alfine di commettere furti in serie. In questo modo evitavano il passaggio quotidiano del confine, riducendo gli spostamenti al minimo, così come il rischio di controlli. Un’importante inchiesta ha visto quale protagonista una banda specializzata in furti presso delle ditte in Svizzera.
Banda composta da cittadini moldavi, cinque dei quali arrestati in Ticino e un ulteriore dozzina identificati e in parte arrestati in altri cantoni. L’attività d’indagine a livello svizzero ha permesso la loro cattura in Italia con successiva estradizione in Svizzera. Presso le aziende arrivavano a bordo di veicoli rubati, che poi abbandonavano di volta in volta. Solo in Ticino la banda ha commesso 28 furti con scasso, colpendo prevalentemente nel Mendrisiotto e nel Luganese, con refurtiva e danneggiamenti per oltre 400’000 franchi. Un fenomeno che si è accentuato nel 2017 è stato quello dei furti di biciclette in negozi, luoghi pubblici e stabili privati. Numericamente non sono aumentati di molto, ma è mutata la tipologia di biciclette sottratte: in passato si trattava soprattutto di furti d’uso mentre ora, visto l’elevato valore delle biciclette sportive ed elettriche, si è di fronte a un vero e proprio fenomeno finalizzato alla rivendita. Sono stati effettuati diversi arresti, in particolare di cittadini italiani, che agivano come pendolari del furto entrando in Ticino con il preciso scopo di rubare biciclette di elevato valore, per poi rivenderle su internet o in Italia presso negozi specializzati. L’inchiesta più importante ha riguardato il furto con scasso commesso in un negozio di biciclette del Sopraceneri. Furto avvenuto a fine maggio 2017 da parte di quattro cittadini lituani, che hanno sottratto biciclette per circa 100’000 franchi. L’indagine ha permesso di identificare il veicolo che trasportava la merce rubata e con l’aiuto della polizia tedesca di procedere al suo fermo e all’arresto del conducente, ossia uno degli autori del furto. Successivamente quest’ultimo è stato estradato in Svizzera e perseguito penalmente. Sono stati pure identificati gli altri correi, su di loro pendono dei mandati di arresto. Lo scorso anno in Svizzera si è assistito ad una serie di furti con scasso in furgoni postali con refurtiva pacchi contenenti gioielli destinati a oreficerie e orologerie per oltre un milione di franchi. Un furto di questo genere è avvenuto anche in Ticino, in dicembre a Lugano. Grazie ad un complesso lavoro di indagine si è potuto risalire all’autore e procedere al suo arresto prima della fine dell’anno. Anche nel 2017 non sono mancate inchieste relative ai borseggiatori, in gran parte provenienti dalla Bulgaria, che hanno dimostrato elevate professionalizzazione e mobilità, riuscendo a colpire a più riprese nello stesso giorno e in diversi Cantoni. Sono state identificate ed arrestate diverse coppie di cittadine bulgare che in poco tempo hanno agito in Ticino.

In ambito di opere d’arte si contano 5 inchieste. Fra queste spicca in particolare una domanda di assistenza internazionale proveniente dall’Italia e relativa alla messa all’asta in Austria di una scultura, oggetto di furto in passato, simile ad una ricercata in Ticino. È stato inoltre dato supporto alle autorità italiane per l’assunzione di informazioni in relazione al furto di un importante dipinto avvenuto in Italia oltre 40 anni fa. Sono invece stati una quindicina i furti in cui, fra la refurtiva, sono state annunciate anche delle opere d’arte.

Al capitolo falsi nipoti, l’ottimo lavoro di prevenzione svolto negli ultimi anni aveva permesso
di ridurre drasticamente il fenomeno. Purtroppo, dopo il periodo di tranquillità, è ricomparso in Ticino, soprattutto nella seconda metà del 2017. Le truffe riuscite hanno raggiunto quota 7, per un importo complessivo di 230’000 franchi. L’attività di prevenzione svolta ha permesso che oltre 100 casi non andassero a buon fine. Si segnala la modifica del primo approccio
telefonico: se infatti una volta il criminale si presentava come “nipote” ora si presenta sotto varie vesti. Si va dall’amico di vecchia data, al vicino in difficoltà, al conoscente o a qualsiasi altro nome che viene fornito dalla vittima nelle prime fasi della telefonata in risposta a domande trabocchetto poste dai malfattori. Le indagini hanno portato all’arresto di due autori, cittadini polacchi, che sono stati condannati rispettivamente a 21 e 18 mesi di carcere (sospesi) quali responsabili di un caso di truffa (consumato) e di alcuni tentativi. Per quanto riguarda i rip-deal, commessi nella quasi totalità dei casi da nomadi, il Ticino è terra particolarmente fertile poiché molte vittime confederate non si fidano a recarsi all’estero e al contempo per gli autori è comodo effettuare la truffa a poca distanza dalla frontiera. Nel corso del 2017 sono state aperte 9 inchieste per una refurtiva di 540’000 franchi e si è proceduto all’arresto di 7 autori sia in Svizzera sia all’estero. Si evidenzia che l’attività investigativa svolta ha sventato due tentativi in Ticino per circa 200’000 franchi, permettendo di chiarirne oltre 20 in tutta la Svizzera. Lo scorso anno è stata segnalata una nuova modalità di skimming, che vede gli autori inserire un lettore di dati all’interno della fessura d’immissione delle carte nei bancomat che, senza ostacolare il normale funzionamento dell’apparecchio, legge i dati contenuti sulla banda magnetica delle carte dei clienti. In quest’ambito un’inchiesta ha permesso di identificare quali autori due cittadini bulgari. Due connazionali sono invece stati arrestati in maggio per uno skimming presso una banca del Vedeggio. Il loro arresto ha permesso di recuperare del materiale per la trasmissione a distanza dei dati sottratti, nonché di accertare la loro appartenenza a una grossa organizzazione dedita a questo genere di reato.

 

Non siamo un Paese per ladri

Non siamo un Paese per ladri

Articolo apparso nell’edizione di martedì 27 marzo 2018 del Corriere del Ticino

I dati sulla criminalità nel 2017 confermano la tendenza al ribasso dei reati.
Meno rapine in Ticino ma non nel Mendrisiotto – Occhio ai raggiri online

Il Ticino non è un paese per ladri e malviventi. È quanto emerge dal bilancio 2017 della Polizia cantonale che fotografa un’annata positiva per le autorità: sul nostro territorio, i furti con scasso sono calati del 29% mentre le rapine registrano una flessione dell’11%. Unica eccezione il Mendrisiotto, dove i colpi alle stazioni di servizio hanno segnato tutt’altra tendenza: nella regione, le rapine raggiungono addirittura un +87%. Per cercare di contrastare il crimine a cavallo della frontiera l’anno scorso, su slancio di una mozione della consigliera nazionale leghista Roberta Pantani, il Cantone è sceso in campo e, da marzo a settembre, ha testato la chiusura notturna dei valichi secondari di Ponte Cremenaga, Pedrinate e Novazzano-Marcetto. Una misura questa valutata positivamente dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi che, sollecitato sul tema, non ha mancato di lanciare una frecciata a Berna.

«Dico sempre che il Ticino è la porta Sud della Svizzera e se questa è ben presidiata anche il resto del Paese può stare tranquillo», ha affermato Norman Gobbi per poi aggiungere: «La chiusura dei valichi secondari ha caratterizzato il 2017. Ora, a sei mesi dalla fine della fase test, di rapporti da Berna non ne ho ancora visti». E in attesa che dalla Confederazione arrivi un via libera per rendere definitivo il provvedimento, ieri a Bellinzona l’attenzione si è focalizzata sugli interventi che hanno caratterizzato il 2017 degli agenti. Un anno questo «impegnativo», ha precisato il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi che ha poi rimarcato come «in media, abbiamo ricevuto una chiamata ogni due minuti, pari a un totale di 287.362 telefonate. Registrando un incremento del 12% rispetto al 2016». In merito, Cocchi ha ricordato come da qualche giorno sia attiva la nuova Centrale comune di allarme ticinese che riunisce sotto uno stesso tetto Polizia cantonale e guardie di confine, permettendo «un miglior coordinamento delle pattuglie impegnate al fronte per il controllo del territorio».

I distretti nel mirino
Pattugliamento del territorio che, cifre alla mano, ha dato i suoi frutti: in media in Ticino sono diminuiti sia i furti con scasso (1.557 i casi registrati, pari a -29% rispetto al 2016), sia le rapine (49 per un calo dell’11%). Ma con qualche eccezione. «Per quanto concerne i furti nelle abitazioni – ha spiegato Paolo Bernasconi, collaboratore scientifico della Polizia cantonale – il distretto più colpito è stato il Locarnese. Se nelle altre regioni del cantone si registra un calo dei colpi, qui la tendenza segna un +17%. Un incremento che è stato influenzato soprattutto dai furti registrati verso la fine dell’anno». E se la regione sopracenerina si è aggiudicata un ben poco lieto primo posto per quanto concerne i furti con scasso, in termini di rapine il distretto più colpito è stato il Mendrisiotto. Qui, rispetto al 2016, si è registrato un aumento dell’87%. “Il problema principale rimane legato alle stazioni di servizio – ha aggiunto Bernasconi – ma bisogna considerare il quadro nel suo insieme: se è vero che sono aumentate le rapine, da un punto di vista di furti con scasso il Mendrisiotto si rivela essere la regione più sicura”. Note negative che per il direttore delle Istituzioni non influenzano il bilancio complessivo: “La zona di comfort ottenuta in Ticino a livello di sicurezza non è un risultato scontato – ha dichiarato Gobbi – al contrario, è il frutto di scelte politiche e strategiche ben precise oltre che ad un’accresciuta collaborazione con le autorità federali e italiane. Una collaborazione che, solo per citare qualche esempio, ha portato al fermo delle Pink Panthers e di una banda pronta a colpire a Chiasso. Sono queste le collaborazioni che contano, non i grandi protocolli”.

La canapa che tira
Ma non è solo la lotta a ladri e rapinatori che ha caratterizzato il 2017 della polizia. Se i reati al Codice penale e contro la Legge sugli stranieri registrano rispettivamente un –17% (da 16.856 a14.072 casi) e un –14% (da 1.197 a 1.027 unità), spiccano invece le infrazioni alla Legge sugli stupefacenti che si attestano a quota 3.768. Ovvero il 25% in più rispetto al 2016 quando nelle maglie della giustizia erano finiti in 3.014. Un’impennata che Bernasconi ha ricondotto « al consumo e al possesso della canapa». Settore, questo, che non ha mancato di far discutere nel 2017: dopo che sugli scaffali di alcuni supermercati erano apparsi pacchetti di sigarette alla cannabis (poi ritirati perché in contrasto con le norme cantonali), ad ottobre il Consiglio di Stato aveva presentato una serie di modifiche al regolamento sulla coltivazione e la vendita di canapa light. Ritocchi volti a mantenere alta la vigilanza e che, appunto, facilitano il lavoro di ispezione.

Manodopera straniera alla lente
Detto della canapa, ad emergere è poi la voce controlli della manodopera estera. «Nel corso dell’anno sono state effettuate 852 verifiche dei lavoratori stranieri, pari a 16 ispezioni alla settimana», ha evidenziato Cocchi per poi aggiungere come «delle 3.191 persone controllate, 136 sono risultate non in regola e 35 datori di lavoro sono stati denunciati». Dati in aumento rispetto al 2016 e che il comandante della Polizia cantonale riporta ad un «incremento generale dei controlli. Nel 2017 abbiamo registrato una flessione degli interventi per furti che, di conseguenza, ha permesso ai nostri agenti di pattugliare meglio il territorio». Una presenza più marcata sul territorio che si è tradotta altresì «nella verifica di 81.985 nominativi, il 37% in più rispetto al 2016. Un lavoro questo sempre più importante considerando che in alcuni periodi dell’anno, nel nostro cantone, si raggiunge tranquillamente il mezzo milione di persone tra residenti, lavoratori frontalieri e turisti».

Dalle mura di casa allo stadio
Dello stesso parere il consigliere di Stato che ha lodato il lavoro della polizia sottolineando come «i nostri agenti sono sempre più chiamati ad assumere diversi ruoli: non si tratta semplicemente di una lotta tra guardie e ladri». In tal senso, lanciando uno sguardo alle prossime sfide il comandante della Polizia cantonale si è detto particolarmente preoccupato «dall’aumento della violenza, soprattutto domestica, che nel 2017 ha conosciuto un sensibile aumento». Stando alle statistiche, l’anno scorso gli interventi legati alla violenza tra le mura di casa sono aumentati del 30% per un totale di 1.080 segnalazioni. «È un fenomeno nuovo che vede per il 75% dei casi liti tra i coniugi – ha precisato Cocchi – in generale però è quest’ondata di violenza gratuita che bisogna reprimere: dalle liti nei locali notturni agli scontri a margine degli eventi sportivi i casi non sono mancati nel 2017. Ma non può occuparsene solo la polizia». Nel 2017, sono infatti 2.901 gli agenti che sono stati impiegati per mantenere l’ordine pubblico durante i 63 eventi sportivi (25 per il calcio e 38 per l’hockey). Una mobilitazione che, in soldoni, è costata 3,3 milioni di franchi.

«Non si dorme sugli allori»
Infine, se da un lato è stata espressa soddisfazione per i risultati raggiunti nella lotta al crimine, dall’altro Gobbi è stato chiaro: «Questi successi non devono però farci dormire sugli allori. In tal senso sono convinto che con il progetto di riorganizzazione della polizia (ndr. presentato a fine febbraio) vi sia una grande possibilità per il Ticino: non solo potremo ottimizzare le risorse di polizia impiegate sul territorio, ma avremo anche un miglior coordinamento delle forze dell’ordine». Un riassetto che però, come ha riconosciuto lo stesso Gobbi, «non ha mancato e non mancherà di far discutere» già a partire da oggi quando è prevista una riunione straordinaria della Conferenza cantonale sulla sicurezza. «Le modifiche proposte aiutano a colmare un vuoto legale, soprattutto per quanto concerne la custodia preventiva – gli ha fatto eco Cocchi – oggi infatti, se un minore scappa da Basilea e viene intercettato in Ticino non possiamo trattenerlo perché la legge non lo prevede. E vorrei ricordare che la custodia di polizia non significa mettere in prigione». E per una nuova legge che è in attesa di passare l’esame del Parlamento ce n’è un’altra – quella sulla segnalazione dei radar mobili – che ha già compiuto il suo percorso. «Sull’applicazione c’è sempre chi ha da ridire e chi non è soddisfatto – ha commentato Gobbi – verso la metà dell’anno faremo un bilancio di quanto fatto e vedremo come proseguire». Infine, a maggio partirà anche il progetto «Via libera», che prevede interventi più celeri, soprattutto in caso di incidenti in autostrada. «Non risolverà il problema del traffico – ha concluso Cocchi – ma consentirà di agire con maggior prontezza per evitare una paralisi sulle strade».

È un Ticino più sicuro

È un Ticino più sicuro

Articolo apparso nell’edizione di martedì 27 marzo de La Regione

I dati 2017 della Polizia cantonale: diminuiscono gli illeciti. “Un periodo abbastanza tranquillo”
In Ticino violazioni del Codice penale calate del 17 per cento. Furti con scasso ancora in regressione.
“Stiamo vivendo un periodo abbastanza tranquillo”, osserva il comandante Matteo Cocchi. La prudenza è d’obbligo quando si parla di sicurezza: del resto l’evoluzione di alcuni fenomeni delinquenziali non è prevedibile o è difficilmente prevedibile. Per cui si giustifica l’uso dell’avverbio abbastanza. Tuttavia i dati inerenti all’attività svolta nel 2017 dalla Polizia cantonale, presentati ieri ai media, sono alquanto positivi e in prospettiva incoraggianti. In Ticino la commissione dei reati sanzionati dal Codice penale e constatati dalle forze dell’ordine, in particolare quelli che destano allarme sociale, è stata caratterizzata da una significativa flessione: il «17 per cento» in meno rispetto al 2016, evidenzia Paolo Bernasconi, del Servizio finanze, statistica e controlling della Cantonale. Reati contro la vita e l’integrità della persona: meno 8 per cento. Contro il patrimonio: meno 18. Contro l’integrità sessuale: meno 15. In calo anche gli illeciti rilevati dalla Polizia contro l’onore e la sfera personale: meno 11 per cento. Sono diminuite pure le violazioni della Legge federale sugli stranieri constatate: meno 14 per cento. Cambia il discorso per quel che riguarda un’altra normativa federale: quella sugli stupefacenti. Le infrazioni finite sotto la lente degli investigatori hanno registrato un 25 per cento in più per rapporto all’anno precedente. L’incremento, spiega Bernasconi, è da ricondurre soprattutto «a più controlli delle forze dell’ordine sul territorio che hanno portato alla scoperta di un maggior numero di casi di consumo e possesso di canapa». Tornando ai reati contraddistinti dal segno meno e in special mondo a quelli contro il patrimonio, c’è stata un’ulteriore regressione dei furti con scasso. Del 29 per cento (nel 2016 erano scesi del 14 per cento rispetto all’anno prima). Il calo è avvenuto in quasi tutte le regioni. Unica eccezione il Locarnese dove «sul finire dell’anno» vi è stato un aumento del numero di ‘colpi’: in questa regione il 2017 si è chiuso così con un più 17 per cento. A livello cantonale la diminuzione dei furti con scasso nelle abitazioni è stata del «36 per cento». Degno di nota è il dato concernente il Mendrisiotto, per anni terra di ‘razzie’ considerata anche la sua vicinanza con il confine: 46 per cento di furti con scasso in meno. Oggi il Mendrisiotto «è il settore… più sicuro», rileva Bernasconi alludendo ai ‘colpi’ nelle case. Conforta anche la percentuale alla voce rapine («nella quale rientrano pure i furti con violenza»): in generale meno 11 per cento. In generale, appunto. Perché nel Mendrisiotto la musica è purtroppo ancora un’altra: più 87 per cento, con i distributori di benzina con chiosco annesso fra i principali bersagli dei malviventi. La statistica 2017 della Polizia cantonale sulla criminalità nel suo complesso è comunque eloquente: domina il segno meno. Merito anche delle riorganizzazioni che negli ultimi anni hanno interessato il corpo della Polizia cantonale, fra cui la ‘regionalizzazione’ della Gendarmeria. Riforme interne che hanno reso possibile, ha ricordato il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, un «maggior presidio» del territorio. Merito anche di un’accresciuta collaborazione, ha osservato a sua volta Cocchi, fra la Cantonale e «gli altri enti di primo intervento». Fra Polcantonale, Guardie di confine e polizie comunali.

Costi mantenimento ordine: 3,3 milioni. Interventi violenza domestica: più 30%
Sono ancora lievitati i costi legati alle operazioni per il mantenimento dell’ordine in occasione di partite di hockey e calcio. Lo scorso anno il prezzo si è aggirato intorno ai 3,3 milioni. Oltre tre milioni di franchi, contro i 2,5 dell’anno precedente e il milione e mezzo del 2015. Nel 2017 gli impieghi, indica la Polizia cantonale, sono stati 63, di cui 25 per incontri di calcio e 38 per quelli di hockey. Gli agenti che hanno partecipato ai dispositivi sono stati in totale 2’901. L’anno scorso in Ticino sono aumentati anche gli interventi della polizia per violenza domestica (non tutti hanno avuto conseguenze sul piano penale). Sono stati 1’080. Ovvero «il 30 per cento» in più rispetto al 2016. Nel «75 per cento» dei casi, fa sapere la Cantonale, si trattava di violenza fra coniugi o ex coniugi. Un fenomeno, quello della violenza fra le mura di casa, cui si è accennato nella conferenza stampa di ieri durante la quale sono stati illustrati i dati salienti dell’attività 2017 della Polcantonale. Un 2017 contraddistinto fra l’altro da un minor numero di interventi per la constatazione di incidenti (3’880: meno 2,8 per cento), per la constatazione di furti (1’654: meno 41) e per arresti (928: giù del 4,6 per cento). Meno sollecitata dalle urgenze, la Polizia cantonale «ha potuto così dedicarsi maggiormente a uno dei suoi compiti principali: la prevenzione», spiega il comandante Matteo Cocchi. E prevenzione significa pure controlli. Per quanto riguarda la manodopera estera, lo scorso anno sono stati eseguiti in totale 852 controlli, pari a un aumento del 32 per cento. È stata verificata la posizione di 3’191 persone: il 16 per cento in più di quelle controllate nel 2016. Le persone non in regola «sono risultate 136 e 35 sono stati i datori di lavoro denunciati». Un altro impegnativo compito per la Cantonale è la gestione del traffico. In certi periodi dell’anno, ha sottolineato il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, «possono essere presenti sul territorio ticinese fino a mezzo milione di persone». Cocchi: «Sulla A2, fra Chiasso e il Dosso di Taverne, ci saranno sempre due pattuglie, fra le 6 e le 9 in direzione nord e dalle 16 alle 19 in direzione sud, per garantire interventi celeri in caso di necessità».

Salviamo lo sport con nuove misure di sicurezza

Salviamo lo sport con nuove misure di sicurezza

Le polemiche per gli episodi violenti dello scorso 14 gennaio alla Valascia hanno occupato ampi spazi sui media. La recente operazione di polizia coordinata dal Ministero pubblico, con il fermo a domicilio degli indagati per necessità d’inchiesta, e le misure da me ipotizzate contro il tifo violento, hanno suscitato un forte malumore in particolare tra le tifoserie organizzate.
Non sono sorpreso, anche se il numero di persone che hanno espresso il loro disappunto è in verità alquanto ridotto. La maggioranza dei cittadini sembra invece aver capito e condiviso il lavoro del Ministero pubblico e le mie preoccupazioni, in qualità di Direttore del Dipartimento delle istituzioni, di fronte all’escalation della violenza. La mia proposta di adottare misure più incisive ha quale obiettivo di consentire al pubblico di partecipare agli eventi sportivi in modo gioioso e spensierato, senza timori per la propria sicurezza.
Con rammarico, ho preso atto che nonostante l’attività di prevenzione e le campagne di sensibilizzazione, esistano tuttora persone che si recano nelle piste di ghiaccio o negli stadi con l’unico obiettivo di provocare problemi d’ordine pubblico, sfidando le forze dell’ordine, mettendo in pericolo l’incolumità degli spettatori e minacciando lo svolgimento regolare dell’evento.

Le nuove misure e l’effetto dissuasivo
Questi fatti non sono più tollerabili e vanno implementate misure più severe che consentano di sanzionare gli autori che danneggiano l’immagine dei club e non da ultimo quella del nostro Cantone. Nel mio ruolo, non posso correre il rischio di lasciare senza protezione il territorio per porre rimedio ai problemi che si verificano durante gli incontri non considerati a rischio. I dispositivi imponenti sono infatti adottati soltanto per gli eventi giudicati ad alto rischio.
La Polizia cantonale deve comunque garantire la sicurezza ed è quindi necessario rivedere costantemente il modo di proporsi, scegliendo misure che hanno già dimostrato la loro efficacia in contesti analoghi per l’effetto dissuasivo e per l’identificazione dei colpevoli. Tra queste, sicuramente l’abbinamento di un documento a un biglietto d’entrata e il riconoscimento facciale possono rivelarsi particolarmente utili.

La riduzione delle spese di sicurezza per tutti
L’implementazione di queste soluzioni può certamente infastidire una minoranza, trovando però un vasto consenso tra la popolazione. La Polizia deve continuare con l’attività di prevenzione per isolare pochi esagitati che rovinano gli eventi. Oltre ai danni materiali, spesso sono coinvolte persone che non hanno nessun legame con il tifo violento. Questo rischio tiene distante dalle piste intere famiglie e i loro figli, che preferiscono seguire le partite alla televisione. Qualcosa va inoltre fatto anche per ridurre il rischio di ferimenti nei ranghi delle forze dell’ordine.
Il fenomeno della violenza costa alla collettività ogni stagione delle cifre consistenti: rilevo che gli interventi di polizia sono soltanto in parte a carico dei club sulla base del concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Per il resto i costi, negli ultimi anni di poco inferiori ai tre milioni di franchi, sono totalmente a carico dei contribuenti.
La sicurezza privata è invece a carico dei club, così come le multe delle Federazioni inflitte per comportamenti inaccettabili, che non hanno nulla a che vedere con la passione per la propria squadra.
I soldi che i club devono spendere per la sicurezza, indicativamente attorno al mezzo milione di franchi all’anno, mancano nelle loro casse in particolare per il rafforzamento della squadra e per lo sviluppo del settore giovanile.

Mi preme ribadire a gran voce che il mio unico obiettivo è quello di garantire la sicurezza. Tutti devono avere la possibilità di partecipare agli eventi di aggregazione sportiva senza sentirsi minacciati. Per questo, mi impegnerò per trovare un accordo con le parti per adottare nuove misure già a partire dalla prossima stagione. L’augurio è quello di poter vivere in futuro delle manifestazioni in cui il tifo organizzato sia valorizzato per il suo modo di proporsi positivo, caratterizzato da coreografie e cori a sostegno della propria squadra.

Incontro tra il DI e gli Uffici di conciliazione in materia di locazione

Incontro tra il DI e gli Uffici di conciliazione in materia di locazione

Il 20 marzo scorso ha avuto luogo l’incontro tra il Dipartimento delle istituzioni e gli Uffici di conciliazione in materia di locazione. Un primo appuntamento voluto dal Dipartimento e teso a discutere questioni di interesse comune. In particolare, sono stati tematizzati l’evoluzione dell’attività degli Uffici di conciliazione in materia di locazione negli anni nonché il ruolo del Dipartimento, e per esso della Divisione della giustizia, quale autorità di vigilanza del settore. Un incontro che s’inserisce nella politica di rafforzamento delle relazioni istituzionali tra il Dipartimento e i suoi principali partner di riferimento.

All’incontro, introdotto dal Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, hanno preso parte, oltre alla Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e ai giuristi della Divisione Paola Locarnini e Luca Giudici, i Presidenti e i Segretari degli undici Uffici di conciliazione in materia di locazione presenti sul territorio cantonale e suddivisi su base regionale.

Obiettivo principale dell’incontro era quello di stabilire un contatto diretto tra gli Uffici e il Dipartimento delle istituzioni, autorità di vigilanza del settore. Dopo aver approfondito l’evoluzione dell’attività degli Uffici e discusso le tendenze degli ultimi anni, l’attenzione è stata posta sul ruolo di vigilanza del Dipartimento, e per esso della Divisione della giustizia, competente per l’esecuzione delle disposizioni concernenti l’attività e il funzionamento degli Uffici. Oltre agli aspetti di carattere operativo, particolare rilevanza ha rivestito l’ambito legato alla formazione, che il Dipartimento si occuperà di promuovere in favore degli attori facenti parte del settore.

L’incontro di martedì costituisce il primo tassello di un rapporto costante che il Dipartimento delle istituzioni, e per esso la Divisione della giustizia, intende istituire con i rappresentanti degli Uffici di conciliazione in materia di locazione, in modo da rafforzare il proprio ruolo quale autorità di vigilanza del settore. Un tassello che s’inserisce nella politica generale di rafforzamento delle relazioni tra il Dipartimento delle istituzioni e i suoi principali partner di riferimento – tradottasi ad esempio negli incontri regolari tra il Dipartimento e i rappresentanti della Magistratura –, volta ad accrescere il dialogo e la collaborazione istituzionale a beneficio infine della qualità del servizio reso al cittadino.

 

Distratti al volante

Distratti al volante

Puntata della trasmissione televisiva Falò/RSI (22 marzo 2018)

“Telefonini, GPS, tablet e altri dispositivi elettronici. Quando ci mettiamo alla guida delle nostre auto siamo sempre più distratti. Le conseguenze in termini di sicurezza sono evidenti: la distrazione al volante causa ormai più incidenti degli eccessi di velocità o dell’alcool. Eppure in Svizzera un conducente su due continua ad usare il cellulare mentre guida per telefonare, ma ancora peggio per chattare o navigare su Internet. A Falò, le storie di chi ha causato incidenti per colpa del telefonino. E i tentativi delle autorità di arginare il fenomeno.”

https://www.rsi.ch/la1/programmi/informazione/falo/Distratti-al-volante-10215641.html

«Pirata» l’inseguimento continua

«Pirata» l’inseguimento continua

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 22 marzo 2018 del Corriere del Ticino

Gobbi vuole il divieto d’entrata in Svizzera per l’automobilista condannato in Ticino. Intanto la Procura di Stoccarda contesta la mancata applicazione della pena elvetica

Per alcuni è un caso che incomprensibilmente sta diventando un affare di Stato, per altri una battaglia sul principio che va portata fino in fondo. Di certo ha tutte le caratteristiche di un inseguimento quello messo in atto dal Cantone nei confronti dell’automobilista tedesco che un anno fa era stato condannato in Ticino in contumacia a trenta mesi di carcere, di cui dodici da scontare, per aver superato una decina di auto nel tunnel del Gottardo, essere fuggito dalla polizia ed essere sfrecciato a più di duecento all’ora in autostrada. Dopo la notizia che il Tribunale di Stoccarda ha respinto la richiesta del Ticino di applicare in Germania la pena decisa nei confronti del quarantaduenne (un anno di carcere) dato che in base alla legge tedesca questo genere di reati non è punibile con la detenzione ma solo con una multa (che comunque non è stata inflitta: quello dei giudici tedeschi era solo un ragionamento teorico) il consigliere di Stato Norman Gobbi ha pubblicato un vero e proprio sfogo sulla sua pagina Facebook. «In Svizzera il pirata della strada tedesco non l’ha fatta franca! Anche se in Germania non dovrà scontare nessun giorno di galera, da noi non resterà impunito. Dopo essere stato condannato dalle autorità giudiziarie ticinesi, negli scorsi mesi i servizi del mio Dipartimento si sono mossi su più fronti. Da una parte abbiamo emesso il divieto di circolazione e dall’altra abbiamo richiesto a Berna il divieto d’entrata nel nostro Paese. Inoltre abbiamo domandato all’Ufficio federale di giustizia di intervenire per chiedere alla Germania di applicare l’esecuzione della pena inflitta in Svizzera. Quello che è certo è che il signore non potrà più sfrecciare come un folle sulle nostre strade». Gobbi quindi – che si era esposto in prima persona contro il conducente teutonico dopo che questi aveva preso in giro pubblicamente le autorità elvetiche – ha voluto fissare alcuni paletti, come a dire: non l’ha passata liscia del tutto. A Stoccarda, intanto, la Magistratura ha inoltrato un ricorso contro la decisione di non applicare la condanna ticinese. Sul caso dovrà esprimersi la Corte d’appello. Sul caso però si stanno esprimendo anche molti nostri lettori e i pareri sono discordanti. Alcuni ritengono troppo severe le pene svizzere e preferiscono il sistema tedesco, altri parlano di sconfitta e di presa per i fondelli delle autorità elvetiche, altri ancora lanciano provocazioni: «Speriamo si riesca a fare qualcosa – leggiamo su Facebook – Attualmente il messaggio sembra questo: se commetti un’infrazione grave in Svizzera, scappa all’estero che la passi liscia».

Bisognava evitare la collusione

Bisognava evitare la collusione

Articolo apparso sull’edizione di mercoledì 21 marzo 2018 de La Regione

Il magistrato inquirente spiega che l’operazione ha peraltro consentito di trovare nelle abitazioni di alcuni indagati un tirapugni, bastoni e fumogeni

«Sembrava un blitz antiterrorismo. Un intervento esagerato e sproporzionato. Più che altro dimostrativo per propagandare misure, come la custodia di polizia, che si vorrebbero introdurre» anche in Ticino. Lo sostiene (vedi ‘laRegione’ di venerdì 16) l’avvocato Costantino Castelli, patrocinatore dei 13 tifosi biancoblù prelevati dagli agenti all’alba di mercoledì 14 nelle rispettive abitazioni, portati in Centrale e interrogati in veste di indagati per le violenze scoppiate il 14 gennaio alla Valascia a margine dell’incontro Hcap-Losanna. Anche Gioventù Biancoblù in un comunicato parla di azione “spropositata viste le accuse di sommossa, travisamento del viso, violenza, lancio di oggetti, legge sugli esplosivi”. Tirato in ballo, il consigliere di Stato Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni, ha negato di aver messo il naso nell’inchiesta. Competenti, ha aggiunto, sono Ministero pubblico e Polizia cantonale.

«Confermo», spiega alla ‘Regione’ il procuratore capo Nicola Respini, titolare delle indagini: «Quanto ho concordato con la polizia poggia sull’attuale Codice di procedura penale e su precise necessità d’inchiesta. Non abbiamo inventato nulla né improvvisato, né si è trattato di un’azione dimostrativa. Semmai preventiva, visto quanto trovato in talune abitazioni. Considerate le circostanze, ritengo che l’intervento non sia stato affatto sproporzionato».

‘Comunicano su chat e WhatsApp’

Da una parte, specifica il magistrato, va considerato l’elevato numero di indagati (17) che gli agenti non hanno potuto fermare al momento dei fatti – perché impegnati a separare le tifoserie e a ristabilire l’ordine – e ai quali si è giunti in base ai filmati: «Quando sono pochi solitamente vengono convocati in polizia inviando loro una lettera. Risultato? Molto spesso, essendo in contatto fra loro e circolando la voce relativa alla convocazione, concordano prima la versione da fornire agli agenti». Che questo accada «è noto e se n’è avuta prova anche in questo frangente: dopo i primi quattro fermi, e diverse ore prima che venisse divulgata la notizia dagli inquirenti tramite comunicato stampa, sulle loro chat e gruppi WhatsApp è iniziata a circolare la notizia». Tanto che uno degli indagati si è reso irreperibile, per poi presentarsi spontaneamente in Centrale. Da qui – sottolinea il procuratore – la necessità d’intervenire con una modalità «tale da evitare il pericolo di collusione e inquinamento delle prove». In tal senso – aggiunge – va recepita anche la perquisizione delle abitazioni: «Volta a ricercare oggetti potenzialmente affini alla violenza negli stadi, ha permesso di scoprire un tirapugni, bastoni e fumogeni». A far discutere è stata anche la decisione di registrare le impronte digitali e prelevare materiale per gli esami del Dna. «Dopo gli scontri del 14 gennaio – risponde il procuratore – sul posto sono rimasti oggetti di vario tipo che le tifoserie hanno scagliato contro gli avversari e gli agenti. C’era di tutto, anche girelli contapersone in metallo lanciati contro la polizia, quindi non per difendersi da un attacco dei tifosi avversari, come qualcuno ha dichiarato. Peraltro una donna lucernese è stata ustionata da un fumogeno. Ora, per stabilire le singole responsabilità e colpe, e formulare le giuste proposte di pena, è necessario sapere con esattezza chi ha fatto cosa e dove. Esercizio non facile, avendo tutti agito a volto coperto. Da qui la necessità di procedere anche con impronte e Dna».

‘Sono stati collaborativi’

L’avvocato Castelli contesta, Gioventù Biancoblù contesta. E i singoli indagati? «Si sono comportati bene, sono stati collaborativi, hanno rinunciato al diritto di farsi assistere da un avvocato, non hanno fatto obiezioni né avanzato lamentele», risponde il pp Respini: «Anche le perquisizioni in casa si sono svolte senza problemi». Quanto ai quattro indagati assenti su 17 (tre si trovavano Oltralpe e uno in ospedale), «i familiari hanno prestato la massima collaborazione fornendo subito i recapiti».

Interpellanza in Consiglio di Stato

Le modalità dell’operazione sono anche oggetto di un’interpellanza inoltrata ieri al Consiglio di Stato dai deputati Sara Beretta Piccoli e Paolo Peduzzi (Ppd e Gg).

“Per quale motivo la polizia ha ritenuto necessario fare irruzione, alle 6 del mattino, in casa delle persone sospettate di partecipazione ai tafferugli?” chiedono i due deputati: “Non era possibile procedere con una semplice convocazione, come è stato fatto con i sospettati non reperiti a casa?”.

Beretta Piccoli e Peduzzi chiedono inoltre se il prelievo del Dna e delle impronte digitali era necessario, quale lo scopo dell’esame e il costo, come pure quello dell’intera operazione. “È vero che le persone convocate, sono state fotografate prima dell’inizio della partita, che secondo le autorità stesse era ritenuta di rischio medio?”, domandano. “Se sì, questa è la normale prassi adottata per le partite a rischio medio? E quale per quelle ad alto rischio?”, si legge nell’interpellanza. “Come mai nella stessa serata nessuno dei tifosi vodesi è stato identificato?”.