Nel 1992 la storia fu scritta dal Popolo

Nel 1992 la storia fu scritta dal Popolo

Qualche tempo fa un conoscente mi ha domandato quando iniziò la mia avventura nel mondo della politica. Risposi senza esitazioni. Era il 1992, avevo quindici anni e il Popolo svizzero si apprestava a esprimersi in votazione sull’entrata del nostro Paese nello Spazio economico europeo. La Lega dei Ticinesi era scesa in campo battendosi per impedire la perdita della nostra sovranità. Grazie alla campagna condotta dai padri fondatori del movimento Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli, i cittadini ticinesi dissero a gran voce “no” all’adesione elvetica a quella che sarebbe poi stata l’anticamera dell’adesione all’Unione europea. In quel momento, non ancora maggiorenne, aderii al movimento e alle sue idee. Venticinque anni dopo quella data storica, è inevitabile rievocare quei momenti, per capire ma anche e soprattutto per poter continuare a lavorare sullo slancio di quell’epica impresa. Una delle peculiarità del nostro Paese che apprezzo maggiormente è il sistema della democrazia diretta, il quale permette al Popolo elvetico di esprimere la propria opinione e di scrivere in prima persona la storia del nostro Stato. Il 6 dicembre 1992 quasi l’80% dei cittadini e delle cittadine aventi diritto di voto si recarono alle urne per dire la loro. Fino ad allora fu una delle poche occasioni nelle quali il Popolo fu consultato su un dossier di portata internazionale. Non dobbiamo nemmeno dimenticare il contesto nel quale si muoveva l’Europa all’epoca. La caduta del muro di Berlino del 1989 segnò la fine dell’Unione sovietica ma non definì in modo categorico anche la fine del comunismo. Altre correnti politiche all’inizio degli anni Novanta raccolsero l’eredità dei comunisti sovietici e provarono a riproporre l’impostazione caratteristica dei movimenti della sinistra. Inutile negare che fu proprio con questo spirito che iniziò a delinearsi in maniera sempre più marcata l’idea e l’organizzazione di quella che è divenuta oggi l’Unione europea. Lo stesso scenario si manifestò anche in Svizzera. A favore dell’adesione si schierarono i partiti di centro e della sinistra, mentre a opporsi fermamente furono i movimenti di destra. La breve ma intensa campagna che precedette il voto popolare ha senza dubbio contribuito a ridurre la complessità della materia, rendendola – finalmente – comprensibile per tutti i cittadini. Per la prima volta gli oppositori furono in grado di interpretare fedelmente i sentimenti e i timori del Popolo svizzero sul futuro della propria politica estera, e non solo. Emerse senza dubbio la voglia di libertà e di autonomia che i ticinesi hanno manifestato ancora in tempi recenti in altre votazioni. Mi riferisco alla votazione del 9 febbraio 2014 sull’immigrazione di massa e a quella del 25 settembre 2016 quando il Ticino disse a gran voce “sì” all’introduzione del principio “Prima i nostri” per la salvaguardia del mercato del lavoro nostro Cantone. Già allora, nel 1992, il Ticino fu decisivo nel segnare le sorti della votazione a livello nazionale. Il nostro voto fu in controtendenza rispetto a quello degli altri cantoni latini. Una dinamica che oggi non sorprende più. Capitò nuovamente con la votazione per decidere la costruzione del secondo tunnel autostradale nel San Gottardo. Noi ticinesi siamo così: sappiamo essere lungimiranti. D’altra parte la nostra posizione geografica, racchiusa a nord dalle alpi svizzere e a sud dal confine con l’Italia, ci rende spesso e volentieri un laboratorio nel quale i fenomeni globali si manifestano prima che nel resto della Svizzera. Purtroppo con il voto del 1992 la politica svizzera cercò di ricucire lo strappo del “Röstigraben”, dimenticando il Ticino e i suoi problemi. Di lì a poco, infatti, iniziò la crisi industriale con la chiusura della storica ditta Monteforno e di molte altre realtà aziendali. Attualmente la medesima attenzione è presente sui temi rilevanti – politica migratoria e lavoro ai residenti – grazie in particolar modo ai voti dei ticinesi citati nelle righe precedenti e naturalmente all’operato del fronte Lega/UDC . Mi piace quindi ricordare così il 6 dicembre del 1992: il giorno in cui il coraggio e l’avvedutezza dei ticinesi decisero le sorti dell’intero Paese. Un Paese che conserva ancora oggi la sua indipendenza e la sua libertà, ignorando quelle previsioni apocalittiche tipiche degli ambienti progressisti, smentite regolarmente dalla Storia scritta dai cittadini.

Ventisei frecce contro l’estremismo

Ventisei frecce contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Corriere del Ticino nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

«Prima». Questo il termine più spesso ripetuto durante la presentazione del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento (PNA), alla quale hanno partecipato la ministra di Giustizia e Polizia Simonetta Sommaruga , il delegato alla Rete integrata Svizzera per la sicurezza André Duvillard e i rappresentanti dei Governi cantonali e degli Esecutivi di Comuni e Città.

Prima, dicevamo, perché nella lotta al terrorismo – una parola che, ha sottolineato Sommaruga, non ricorre mai nel piano proprio perché bisogna fare il possibile per non arrivarci – è necessario agire il più presto possibile, come ha rammentato Duvillard.
In che modo? Coinvolgendo in un’ottica interdisciplinare non solo la popolazione e la società civile, ma anche e soprattutto le parti politiche e sociali attive su tutti i livelli statali: Comuni, Cantoni e Confederazione. E operando in tutti i settori: quello dell’educazione, della socialità, dell’integrazione e della sicurezza. Ed ecco così spiegata la nascita del PNA, che prevede 26 misure concrete, da attuare in un lasso di tempo quinquennale e per il quale la Confederazione stanzierà 5 milioni di franchi a titolo di incentivo. I provvedimenti proposti si basano in larga parte sui progetti e sugli sforzi già in atto.

In particolare, tra le misure spiccano offerte formative per specialisti e per chi lavora nei centri per richiedenti l’asilo, corsi di formazione continua per persone di riferimento religiose, strumenti per il riconoscimento precoce, servizi specializzati e di consulenza e scambio di informazioni. Gli ambiti d’intervento sono cinque: la conoscenza e la competenza, la collaborazione ed il coordinamento, la prevenzione di idee e gruppi estremisti, il disimpegno (ovvero il processo per cui una persona smette di sostenere un movimento dell’estremismo violento) e la reintegrazione e, infine, la cooperazione internazionale.

Un aspetto fondamentale nella prevenzione della radicalizzazione è la lotta contro le discriminazioni, l’esclusione e la mancanza di prospettive dei giovani, ha ricordato il municipale zurighese, membro dell’Unione delle città svizzere e copresidente della Conferenza dei direttori di sicurezza delle città svizzere Richard Wolff , sottolineando che una società forte che non tollera l’esclusione è il miglior strumento contro la radicalizzazione. Per Gustave Muheim, vicepresidente dell’Associazione dei Comuni svizzeri, il PNA è una cassetta degli attrezzi messa a disposizione dei vari attori.

«Rendiamo la Svizzera un villaggio», ha invece affermato il consigliere di Stato sangallese Martin Klöti, presidente della Conferenza dei direttori cantonali delle opere sociali: un villaggio in cui scambiare informazioni ed esperienze ed imparare sulla base di queste. Ricordando che, in un ambito così sensibile, non si mira alla creazione di uno «Stato ficcanaso», bensì a rendere accessibili le informazioni e a coordinare le operazioni, formando specialisti che possano interpretare i segni di una radicalizzazione e rendendo al contempo chiari i processi e le competenze dei singoli attori (tra i quali figurano insegnanti, responsabili di associazioni sportive ed operatori sociali). In questo senso la responsabilità principale è di competenza comunale, cittadina e cantonale.

A tal proposito, la consigliera di Stato ginevrina e membro della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione Anne Emery-Torracinta ha illustrato le misure previste dal Cantone lemanico: la formazione di persone di riferimento all’interno degli istituti scolastici, l’istruzione obbligatoria fino ai 18 anni e la formazione continua per imam.

Dal canto suo, il consigliere di Stato ticinese e membro della presidenza della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia Norman Gobbi ha sottolineato l’importanza della gestione delle minacce. Da noi contattato, ci ha spiegato come questo strumento sia già stato creato in Ticino ad opera di un gruppo interdipartimentale. Il PNA mira ad un suo sviluppo: «Le segnalazioni, che possono giungere dai familiari, dall’ambiente scolastico, dalle autorità di protezione o dalle forze dell’ordine, verranno messe in rete e diffuse. Miriamo ad una condivisione dell’informazione e alla creazione di appositi punti di contatto».

Vanno inoltre rafforzate le sinergie non solo tra Comuni e Cantone, ma anche quelle intercantonali. Gobbi ha poi sottolineato l’indispensabilità della collaborazione tra le forze dell’ordine e le diverse autorità. In Ticino in particolare è necessaria una rete cantonale, affinché le segnalazioni non restino circoscritte alla realtà comunale. Ricordando che «il piano d’azione nazionale non offre soluzioni preconfezionate, anche in virtù delle diverse realtà non omogenee che caratterizzano il nostro Paese».

Il PNA, secondo Sommaruga, è la classica opera nata dalla collaborazione di stampo federalista. La ministra ha menzionato due gruppi particolarmente a rischio: i giovani e le persone già radicalizzate. Il PNA è un «tassello importante» nella lotta alla radicalizzazione, da affiancare agli altri due progetti (l’ultimo verrà posto in consultazione entro la fine di quest’anno):
le modifiche del diritto penale e di altre leggi funzionali al perseguimento penale e le misure preventive di polizia.

Insieme contro l’estremismo

Insieme contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Giornale del Popolo nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

Confederazione, Cantoni e Comuni intendono agire insieme contro la radicalizzazione e l’estremismo violento: i rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e Città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato ieri a Berna un piano di azione nazionale contenente 26 misure. Il Consiglio federale, la scorsa settimana, ha preso atto del piano e ha manifestato l’intenzione di promuoverne l’attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile.
La prevenzione necessita una individuazione e un intervento precoci. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere delle misure», ha sottolineato Sommaruga nel corso di una conferenza stampa. Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano, ha detto la responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia aggiungendo tuttavia che la Svizzera non parte da zero. Iniziative sono già state lanciate a Ginevra. Il cantone sta per mettere in azione una rete di 250 ‘referenti’ nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione, ha spiegato la ministra cantonale dell’istruzione pubblica Anne Emery-Torracinta. Inoltre sono state istituite formazioni per gli imam all’università. Infine Ginevra intende introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi: la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. I Cantoni e i Comuni sono chiamati a giocare un ruolo chiave nel piano d’azione. La Rete integrata Svizzera per la sicurezza è incaricata di coordinare il trasferimento delle conoscenze e delle esperienze. Un pool di esperti nazionali dovrebbe poi aiutare Cantoni e Comuni a disimpegnare e reintegrare le persone radicalizzate. Inoltre i Cantoni dovrebbero parallelamente sviluppare una gestione interistituzionale della minaccia. Condotto dalla polizia, questo approccio mira a riconoscere precocemente il potenziale pericolo di singoli individui e gruppi.
Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili devono poi essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati. Devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. Anche le persone che operano in un contesto religioso e quelle incaricate dei richiedenti asilo devono essere sensibilizzate. Lo stesso vale per responsabili di associazioni culturali e del tempo libero. Spetta a ogni Cantone e Comune in base alle sue specificità definire i servizi di consulenza adeguati.

Gli scambi di informazioni devono inoltre essere facilitati. Una base legale deve ancora essere creata a livello nazionale. Ogni Cantone deve esaminare in collaborazione con il suo preposto alla protezione dei dati in quale misura lo scambio di informazioni possa essere garantito. Il piano d’azione è la seconda parte del programma del Consiglio federale contro il terrorismo.
La prima, messa in consultazione in giugno, precisa quali sono le azioni vietate e quale è la pena inflitta.

L’INTERVISTANorman Gobbi: ‘Un impegno di istituzioni e società civile’

Norman Gobbi, direttore del Dipartimento istituzioni, come valuta il piano d’azione contro la radicalizzazione e l’estremismo violento?

Il piano ingloba i tre livelli istituzionali (Comuni, Cantoni e Confederazione) e tutta la società civile: dal mondo della scuola fino alle carceri. A monte c’è un’esigenza di sensibilizzazione, che deve essere svolta nelle istituzioni ordinarie presenti sul nostro territorio. Dall’altra parte ci sono altre misure che permettono di condividere le buone esperienze svolte da città, comuni e cantoni. L’obiettivo è quello di evitare il fenomeno della radicalizzazione.

Secondo lei, quali misure sono particolarmente importanti?

Sicuramente quella legata alla verifica delle basi legali che permettono lo scambio di informazioni tra autorità: per evitare che i limiti posti dalle attuali leggi di protezione dei dati impediscano di condividere informazioni raccolte nel mondo scolastico a favore di un’analisi del caso. Quanto all’esecuzione delle pene: bisogna porre l’accento su una formazione specifica per chi opera all’interno delle carceri.

Altri Cantoni hanno già intrapreso misure specifiche. E in Ticino?

Il Cantone si è già mosso: abbiamo costituito il Servizio gestione cantonale persone minacciose e pericolose, che affronta coloro che hanno comportamenti minacciosi nei confronti delle autorità, ma mette anche in rete informazioni legate alla violenza domestica. Si tratta ora di capire come far funzionare meglio questo sistema, misurandoci con altre realtà cantonali che conoscono questo tipo di situazioni.

Come può contribuire il Ticino a questo progetto?

Il Ticino ha già avuto esperienze in questo ambito. Riconoscere in anticipo queste radicalizzazioni può portare a trovare le misure non solo preventive ma anche di repressione, che rientra nei compiti delle forze di polizia.

Siccome questo piano include anche la società civile, non sussiste il rischio di segnalazioni infondate?

Uno degli obiettivi è quello di creare punti di contatto per le autorità, ma anche per i singoli cittadini, dove si possono segnalare situazioni strane, che possono far sorgere dei dubbi. Sta poi all’autorità competente fare la valutazione del caso per evitare una caccia alle streghe. Inoltre è importante anche il lavoro di intelligence per potere intervenire in modo appropriato.

Contro la radicalizzazione

Contro la radicalizzazione

Articolo pubblicato su La Regione nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

La radicalizzazione e gli estremismi violenti si combattono anche con la prevenzione. Ne sono convinti i Comuni, i Cantoni, le Città e la Confederazione che hanno deciso di unire le forze per condividere le “buone esperienze” e «permettere così a ogni realtà di mettere in campo quelle giuste». No r ma n Gobbi, consigliere di Stato ticinese e membro del comitato direttivo della Conferenza dei direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, sa di cosa parla, essendo il Ticino non estraneo a fenomeni di radicalizzazione o estremismo violento – come ha dimostrato l’arresto la primavera scorsa del reclutatore dell’ISIS – e al tempo stesso Cantone già attivo, con il “Pro gramma d’integrazione cantonale PIC 2”, nella prevenzione e nella presa a carico di eventuali casi o segnalazioni sospette. Ciò non di meno, è importante unire le forze. Da qui la creazione di un “Piano di azione nazionale” contenente 26 misure, non vincolanti «che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo», ha detto la direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia, Simonetta Sommaruga ieri a Berna, presentando insieme a Gobbi il “Piano di azione”. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere misure», ha aggiunto la consigliera federale. «Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano», ha affermato. Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili, si è aggiunto, devono essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati: devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. «Sappiamo che la radicalizzazione può passare anche attraverso i luoghi di culto e i centri culturali – rimarca Gobbi – ma evidentemente il “Piano di azione” è contro tutto l’estremismo violento che rappresenta una minaccia per lo Stato e la popolazione», precisa il consigliere di Stato ticinese. Questo perché «è importante che funzioni la prevenzione, ma anche l’aspetto repressivo non deve essere da meno», precisa Gobbi. Si spiegano così le modifiche alle basi legali su scala nazionale in dirittura d’arrivo che permetteranno «di lottare meglio contro l’estremismo e la radicalizzazione anche da punto di vista penale», annota il ministro della giustizia ticinese. Nel frattempo Cantoni, Città e Confederazione affilano le armi dal punto di vista della prevenzione. A cominciare dal Consiglio federale che la scorsa settimana ha preso atto del “Piano” e manifestato l’intenzione di promuovere la sua attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile. Iniziative sono già ad esempio state lanciate a Ginevra, dove il Cantone sta per mettere in azione una rete di 250 “referenti” nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione. Un altro progetto, sempre sulle rive del Lemano, è quello di introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi, giacché la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. Il concetto del “Piano” è insomma chiaro. «Mettere in rete le buone esperienze e nello stesso tempo stimolare a fare di più – annota Gobbi – così da prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento».

John Gobbi: “Il faut aider les hockeyeurs de demain”

John Gobbi: “Il faut aider les hockeyeurs de demain”

Articolo pubblicato sul sito internet di Le Temps (www.letemps.ch) lunedì 4 dicembre 2017

Passé par les bancs de l’université, le capitaine du Lausanne HC ne s’inquiète pas pour son propre avenir professionnel, mais il milite pour la mise en place d’un système facilitant la reconversion des sportifs d’élite, un peu livrés à eux-mêmes au bout de leur carrière.

John Gobbi ne sera pas sur la glace, ce mardi, lors du derby romand entre Fribourg-Gottéron et le Lausanne HC (19h45): il est blessé depuis la fin du mois d’octobre. La compétition lui manque, mais il n’a pas le temps de s’ennuyer pour autant. Cas rare dans le hockey professionnel, le Tessinois (36 ans) a toujours conservé d’autres activités à côté du sport.

Côté ville, il y a eu des études universitaires jusqu’en 2011 (avec un master en comptabilité et en finance), puis différents projets de business et, depuis 2015, un temps partiel dans une fiduciaire. Côté glace, il s’investit pour que les sportifs participent à des actions caritatives (via la fondation LHC Players) et pour qu’ils défendent leurs intérêts (via l’association suisse des joueurs). Il plaide aujourd’hui pour un meilleur accompagnement des hockeyeurs en fin de carrière. L’enjeu n’est pas personnel, mais «lorsqu’on a l’opportunité d’aider les hockeyeurs de demain, il faut le faire». Rencontre dans les entrailles de Malley 2.0.

Le Temps: Quelle est l’importance du syndicat des joueurs, dont vous faites partie?
John Gobbi: Au sein du hockey suisse, plusieurs forces coexistent: la ligue, les clubs, les arbitres… Pendant longtemps, nous, les joueurs, ne parlions pas d’une même voix pour défendre nos intérêts communs sur des thèmes comme la sécurité ou le calendrier. L’association existe maintenant depuis trois saisons, sur le modèle de ce qu’il y a en NHL ou dans le football suisse par exemple.
En tant que capitaine, je suis un des délégués du LHC. Cette structure nous a déjà permis d’avoir un impact décisif sur plusieurs dossiers, comme celui de l’installation de bandes permettant de diminuer le nombre de blessures. Aujourd’hui, selon moi, le chantier primordial est de faciliter la reconversion des joueurs professionnels.

Pourquoi?
Pendant les quinze ou vingt ans de carrière d’un hockeyeur, son investissement est total. Il a peu de temps pour lui. Il met sa santé en péril au nom du jeu. Et à la fin, il se retrouve entre 30 et 40 ans à devoir trouver une nouvelle place dans le monde du travail. J’ai quelques amis à l’heure actuelle dans cette situation, et elle est loin d’être évidente.

Existe-t-il une solution?
Mon idée, qui sera prochainement discutée, c’est de mettre en place un système qui propose à tous les joueurs arrivant à un âge donné – 28 ans, par exemple – un test de compétences. Cela permettrait de les sensibiliser à leurs atouts et surtout de leur expliquer quelles portes ils peuvent ouvrir, quelles formations ils peuvent entamer, quels métiers ils peuvent viser. Bien sûr, ce ne serait pas obligatoire, mais les joueurs saisiraient l’opportunité car à 28 ans, ils commencent tous à se poser des questions. C’est un sujet qui revient parfois dans le vestiaire: la peur de devoir repartir non pas à zéro, mais au début d’une nouvelle histoire.

Le sport d’élite ne permet-il pas de développer des qualités valorisées par le monde de l’entreprise?
Si, bien sûr. Nous savons fonctionner en équipe. Nous avons beaucoup de volonté, une méthodologie de travail, de la discipline… Mais il faut savoir traduire tout cela en un nouveau métier et le gros problème, c’est que certains ne savent tout simplement pas quoi faire. Beaucoup se lancent un peu par défaut dans une formation d’entraîneur, mais il n’y a pas 150 places à pourvoir chaque année en Suisse. D’où l’importance de savoir où l’on va.

Une idée reçue veut que les sportifs professionnels gagnent assez d’argent pour pouvoir voir venir à la fin de leur carrière…
C’est clair que certains joueurs ont de bons salaires. Mais je ne connais aucun joueur qui peut vivre toute sa vie sur les économies de sa carrière, sans avoir à trouver un nouveau métier. C’est peut-être le cas en NHL ou dans les meilleurs championnats de football, mais pas dans le hockey suisse.

La meilleure solution pour réussir sa reconversion n’est-elle pas de continuer des études à côté du sport, comme vous l’avez fait?
Bien sûr que c’est idéal. Mais moi, j’ai toujours eu le double rêve de devenir hockeyeur professionnel et d’aller à l’université. J’ai dû me battre pour obtenir des conditions qui me permettent de concilier les deux et j’ai eu la chance de trouver, à l’université, des gens qui ont accepté d’adapter un peu mon cursus, de déplacer des sessions d’examens…
Aujourd’hui, certaines universités proposent des aménagements aux sportifs d’élite et c’est une bonne chose, mais en parallèle côté hockey, il y a davantage de matches à jouer que lorsque j’étudiais, avec la Coupe de Suisse, la Ligue des champions… Tout mener de front n’est vraiment pas aisé, il faut une vraie volonté et beaucoup d’organisation.

Personnellement, pensez-vous beaucoup à l’après-hockey?
J’ai déjà planifié certaines choses, j’ai quelques pistes. J’aimerais combiner mes compétences en comptabilité, en finance et en sport de haut niveau. J’ai la chance d’avoir toujours gardé un pied dans des activités parallèles au sport, différentes expériences. J’ai fondé une carrosserie, une société de glace synthétique, une académie de hockey pour les jeunes au Tessin. Depuis 2015, j’ai aussi un 20% dans une fiduciaire. J’aime être bien occupé.

Vous n’aurez pas à bénéficier d’un système d’aide à la reconversion…
A mon âge, ce n’est plus pour moi que je m’investis. Mais ce que l’association des joueurs met en place aujourd’hui profitera à ceux qui ont 20 ans maintenant et aux plus jeunes, c’est important de faire progresser les acquis.

Votre cousin Norman Gobbi est conseiller d’Etat au Tessin. Y a-t-il une fibre politique, une sensibilité pour la chose publique dans la famille?
Non, c’est vraiment son truc à lui. Il a toujours été très bon dans la communication et la politique, son parcours en atteste: il aurait pu être élu au Conseil fédéral à 38 ans! Notre lien, c’est la passion qu’on met dans nos activités. Plus jeunes, nous faisions ensemble les trajets entre Ambri et Piotta vers Bellinzone, pour les cours, et nous discutions beaucoup. Mais son truc était la politique, et le mien le hockey.

La politique, ce ne sera jamais pour vous?
Je ne sais pas. Je m’intéresse aux affaires de la Suisse, du Tessin, du canton de Vaud et je me rends compte que parfois, c’est en s’engageant en politique qu’on peut faire bouger les choses. Mais il n’y a rien de prévu de ce côté-là pour l’instant.

Rete integrata Svizzera per la sicurezza

Rete integrata Svizzera per la sicurezza

Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento

Per evitare che determinate persone si radicalizzino a tal punto da ricorrere alla violenza, occorre intervenire per tempo. I rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato lunedì a Berna un Piano d’azione nazionale che ha per oggetto la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento in tutte le sue forme. Il Piano d’azione nazionale contiene 26 misure che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo. Il Consiglio federale sosterrà l’attuazione del Piano d’azione con un programma d’incentivazione.

Il Piano d’azione rientra nella strategia della Svizzera per la lotta al terrorismo, nel cui ambito la prevenzione riveste un ruolo determinante. Il Piano d’azione offre un importante contributo in tal senso, promuovendo un intervento interdisciplinare a tutti i livelli statali contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. In questo modo crea i presupposti per riconoscere e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento in tutte le sue forme. A tal fine riunisce in particolare gli sforzi già intrapresi in tale ambito.

Adottato all’unanimità
A partire da settembre 2016 il Piano d’azione è stato elaborato di comune intesa da Confederazione, Cantoni, città e Comuni, sotto la direzione del Delegato della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS). Il 24 novembre 2017, i presidenti della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP), della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE) e della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali (CDOS) nonché dell’Unione delle città svizzere e dall’Associazione dei Comuni svizzeri hanno adottato il Piano d’azione.

Nella seduta del 1° dicembre 2017, il Consiglio federale ha preso atto del Piano d’azione e manifestato l’intenzione di voler adottare un programma d’incentivazione quinquennale che intende conferire lo slancio necessario all’attuazione del Piano da parte dei servizi competenti nei Cantoni, nelle città e nei Comuni. Con il programma d’incentivazione la Confederazione prevede di mettere a disposizione un totale di 5 milioni di franchi con cui sostenere progetti avviati a livello cantonale e comunale nonché dalla società civile.

26 misure suddivise in cinque ambiti d’intervento
Le 26 misure sono previste in cinque ambiti d’intervento:
1) Conoscenza e competenza;
2) Collaborazione e coordinamento;
3) Prevenzione di idee e gruppi estremisti;
4) Disimpegno e reintegrazione;
5) Cooperazione internazionale.

Il Piano d’azione si basa sul principio fondamentale secondo cui la collaborazione interdisciplinare istituzionalizzata è l’elemento portante di una prevenzione efficace. Tale collaborazione mette in contatto gli attori rilevanti e agevola un intervento comune. Il Piano d’azione contiene inoltre le seguenti raccomandazioni:

a seconda delle dimensioni e della funzione del Cantone, del Comune o della città è opportuno designare servizi specializzati che siano a disposizione delle autorità locali o delle persone e dei familiari interessati per fornire consulenza e per trasmettere conoscenze (misura 10);

occorre sensibilizzare gli specialisti che operano in campo educativo, sociale e giovanile nonché la polizia e il personale del settore dell’esecuzione delle pene ai temi della radicalizzazione e dell’estremismo violento e offrire loro formazioni e formazioni continue appropriate. Questi attori devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e di agire in modo adeguato (misura 2). Se necessario, devono potersi rivolgere a un servizio specializzato.

Coinvolgimento della società civile

Anche la società civile verrà coinvolta nella prevenzione. I responsabili delle associazioni sportive, culturali e ricreative possono  essere sensibilizzati alla tematica dalle rispettive associazioni nazionali o dalle autorità cantonali e comunali attraverso informazioni e formazioni (misura 5).

Sono inoltre opportuni l’elaborazione di strumenti didattici, materiale pedagogico e progetti sul tema della radicalizzazione e dell’estremismo violento destinati al settore scolastico ed extrascolastico nonché uno scambio relativo ai progetti e ai materiali già esistenti (misura 9). Gli insegnanti e gli allenatori sportivi, che svolgono un ruolo importante nello sviluppo personale degli individui, non devono essere lasciati soli di fronte a questa sfida e devono potersi rivolgere a specialisti che li sostengano.

Istituzione della gestione della minaccia e reintegrazione

Un’altra raccomandazione ha per oggetto l’istituzione di una gestione interistituzionale delle minacce nei Cantoni che coinvolga le varie autorità. Sotto la guida della polizia, tale gestione consentirà di riconoscere precocemente il potenziale di minaccia di singoli individui e gruppi già noti alla polizia. Grazie a strumenti adeguati sarà possibile valutare correttamente il potenziale di minaccia e disinnescarlo adottando apposite misure (misura 14).

Per promuovere il disimpegno e la reintegrazione verrà elaborato un catalogo di misure con approccio interdisciplinare. Si raccomanda inoltre la designazione, da parte di ogni Cantone, di un’autorità competente per il trattamento di persone radicalizzate al di fuori dei procedimenti penali e dell’esecuzione delle pene (misure 21 e 22).

Coordinamento nazionale

La RSS coordina, in collaborazione con le conferenze e le associazioni coinvolte, il trasferimento di conoscenze e di esperienze. Promuove il contatto tra gli attori di tutti e tre i livelli statali e coordina il monitoraggio annuale dell’attuazione delle misure (misura 16). Il Piano d’azione nazionale verrà attuato e valutato entro cinque anni.

Portare avanti e integrare le iniziative già esistenti
Le misure di prevenzione del Piano d’azione nazionale vanno considerate anche in combinazione con i provvedimenti, i programmi e le iniziative già esistenti nei settori della formazione, delle opere sociali, dell’integrazione, della prevenzione della violenza e della criminalità e della lotta alla discriminazione. Sul piano nazionale e a tutti i livelli statali sono già stati intrapresi molti sforzi di prevenzione, che devono essere portati avanti, diffusi su più vasta scala e completati con le misure del Piano d’azione nazionale.

Per ulteriori informazioni:
André Duvillard, Delegato per la Rete integrata Svizzera per la sicurezza, +41 58 464 21 13

È possibile raggiungere le organizzazioni partecipanti rivolgendosi alle loro segreterie, in particolare a:
– Renate Amstutz, Direttrice Unione delle città svizzere, +41 79 373 52 18
– Gustave Muheim, Vicepresidente Associazione dei Comuni Svizzeri, +41 79 341 99 66
– Gaby Szöllösy, Segretaria generale Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali, +41 31 320 29 95

I Ticinesi e la Lega salvarono la Svizzera

I Ticinesi e la Lega salvarono la Svizzera

A 25 anni dal NO allo Spazio economico europeo

L’allora Consigliere federale PLR vodese Jean-Pascal Delamuraz definì la domenica 6 dicembre 1992 una “domenica nera per la Svizzera”. Un giudizio arrogante nei confronti del Popolo elvetico che – in quel memorabile momento storico – decise di salvaguardare la Svizzera e la sua indipendenza politica dalla fagocitante eurofrenesia che aveva pervaso i maggiori partiti storici svizzeri e l’intero Consiglio federale. Ad un quarto di secolo da quello storico giorno, val la pena ripercorrere un po’ di storia recente della Confederazione e del nostro Cantone.

L’inizio degli Anni Novanta corrisponde al momento storico della caduta del Muro di Berlino e quindi la fine dell’Unione sovietica. In parallelo all’implosione dell’impero comunista stava crescendo il Leviatano europeo che – sostenuto dagli euroturbo Mitterand e Kohl – iniziava a gettare la basi per quella che è l’odierna Unione europea, rigida e incapace di gestire le diversità dalla Lapponia al Mediterraneo.

Tra euroturbo e nazionalconservatori

Gli euroturbo svizzeri, rappresentati dai partiti storici PLR, PPD e PS, in quel periodo portarono il Consiglio federale ad inoltrare la richiesta d’adesione alla precorritrice dell’UE – la Comunità economica europea CEE – e far avallare dall’Assemblea federale l’adesione allo Spazio economico europeo SEE, con il CF socialista René Felber quale capofila. In parallelo all’eurofilia dilagante di parte del mondo politico svizzero, nasceva in ampie fette della popolazione svizzera la voglia di contrapporsi a questi moti demolenti del principio di sovranità; lo spirito nazional-conservatore trovò terreno fertile e vide la nascita – su spinta di Christoph Blocher e altri politici liberal-conservatori – l’Associazione per la Svizzera neutrale e indipendente “ASNI”, così come l’assunzione di un ruolo politico in questo spirito dell’UDC zurighese e della Lega dei Ticinesi a Sud delle Alpi.

Il voto del 6 dicembre 1992

Dopo l’avallo del parlamento federale nell’ottobre 1992, i mesi di campagna sul contrastato decreto d’adesione allo SEE furono infuocati. Dopo molti anni di calma piatta, la politica elvetica trovava un tema che scaldasse gli animi di cittadine e cittadini, con posizioni tanto marcate quanto in contrasto tra di loro.

Se a nord del Gottardo Christoph Blocher fu la figura di spicco sul fronte contrario, in Ticino Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli assunsero un ruolo decisivo; Nano in particolar modo in Ticino, mentre Flavio funse da megafono – grazie alle sue doti dialettiche e capacità linguistiche – in tutta la Svizzera di quel mal di pancia dei nazional-conservatori nei confronti delle scellerate scelte politiche dei partiti storici. Memorabili i dibattiti di Flavio Maspoli nelle fumose sale conferenze o sulle reti radio-televisive nelle tre lingue nazionali. In particolare ricordo una sala gremitissima a Lavorgo, dove Flavio battagliò con il socialista Werner Carobbio; durò alcune ore con un confronto fermo e duro, con molti interventi da parte dei presenti in sala, che palesavano quanto il malessere nazional-conservatore fosse presente anche nelle nostre Valli.

I Ticinesi e la Lega difesero la Svizzera

L’attesa era grande, come la partecipazione al voto, in Svizzera come in Ticino con oltre il 3 elettori su 4 che si recarono alle urne. L’edizione del “Mattino della domenica” del 6 dicembre 1992 dava per sicuro il NO delle elettrici e degli elettori Ticinesi. E così fu. Grazie al grande lavoro sul terreno della Lega dei Ticinesi e dei suoi fondatori, il NO in Ticino prevalse con il 61.5% e 85’582 voti contro i 53’488 di sì. Insomma, il movimento politico nato appena 22 mesi prima – la Lega dei Ticinesi – vinse un voto storico per il Ticino e per il Paese, grazie al fatto di aver saputo interpretare i sentimenti della gente in materia di politica estera. Il voto ticinese sorprese i commentatori nazionali, in quanto fu l’unico Cantone latino a votare contro in quello spaccato politico che venne definito “Röstigraben”, e ai fini del conteggio dei voti per l’opposizione popolare i voti contrari provenienti dal Ticino furono decisivi al NO svizzero. Possiamo quindi affermare che i Ticinesi e la Lega, quella domenica di 25 anni fa, decisero il futuro in libertà e indipendenza della nostra amata Svizzera.

Norman Gobbi