Ispettore anche attraverso il concorso

Ispettore anche attraverso il concorso

Dal Giornale del Popolo | Polizia – Losanna ha respinto il ricorso, in vigore la nuova modalità di assunzione – Norman Gobbi: «La via privilegiata resterà comunque quella interna, quella che prevede almeno
cinque anni come gendarme. Ma per eventuali bisogni possiamo anche rivolgerci all’esterno».

Il Tribunale federale ha respinto il ricorso della Federazione svizzera funzionari Polizia sezione Ticino a proposito della nuova modalità di assunzione nella Polizia giudiziaria.

La regola per la quale c’è la possibilità, a precise condizioni, di venir assunti direttamente attraverso
concorso pubblico quale ispettore in polizia giudiziaria, viene quindi introdotta.

Ricordiamo che nel febbraio del 2016, il Gran Consiglio aveva adottato alcuni cambiamenti della legge sulla polizia, con i quali aveva stabilito una nuova formula di assunzione, a fianco di quella classica basata sull’esperienza acquisita presso la gendarmeria della Polizia cantonale, rispettivamente di nomina presso la Polizia giudiziaria.

Queste modifiche, proposte dalla direzione della Polizia cantonale, perseguono l’obiettivo di trovare un equilibrio adeguato tra ispettori di Polizia giudiziaria con un percorso formativo ed esperienze professionali vantaggiose nell’ottica della sempre più impegnativa e complessa attività di inquirente e futuri ispettori che
invece hanno maturato altrettanto importanti e valide competenze nella loro attività di agente di polizia. Al contempo viene garantita agli aspiranti ispettori provenienti dall’esterno una formazione di base che li porti all’ottenimento dell’attestato professionale federale di agente di polizia, seguita da un periodo pratico destinato all’introduzione alla professione.

Il ricorso sollevava una serie di censure secondo le quali le norme sarebbero state lesive della Costituzione federale. Contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il Tribunale federale ha deciso che le norme e il preciso messaggio legislativo rispettano il diritto superiore.

Con questa decisione il Tribunale federale non fa altro che confermare la validità giuridica della modifica proposta. Respingendo il ricorso l’Alta Corte convalida la proposta della direzione della Polizia cantonale e dunque la volontà di disporre sia di ispettori provenienti dai ranghi della gendarmeria che di ispettori provenienti dall’esterno. Questi ultimi dovranno però disporre di una formazione e di competenze specifiche, così come seguire la necessaria istruzione di base allo scopo di conseguire l’attestato federale di agente di polizia.

Tale decisione, che permetterà il reclutamento di ispettori a partire dalla prossima selezione anche con questa nuova modalità, fornirà i mezzi per rinforzare ulteriormente i ranghi della Polizia giudiziaria al fine di ancor meglio fronteggiare le nuove forme di criminalità. Tramite le due modalità di assunzione si mira a valorizzare le sinergie che deriveranno dalle differenti esperienze e formazione dei due percorsi professionali.

Per una reazione a caldo abbiamo sentito il responsabile del DI Norman Gobbi. «Una prova l’avevamo già fatta ed era funzionata bene in quanto i candidati che si erano presentati erano di qualità. Quindi questa scelta, oltre che dal punto di vista giuridico, anche da quello operativo è giusta. L’obiettivo non è quello di eliminare la normale via per diventare ispettore e cioè l’accesso alla scuola di ispettore, solo dopo 5 anni come gendarme, ma quella di permettere un’alternativa. Per ora non abbiamo obiettivi numerici. Non sappiamo ancora quanti seguiranno questa strada. Dipenderà da quanti gendarmi decidono di seguire la scuola per ispettori. La via privilegiata, quindi, resta quella interna. Ma se questa non basta, alimenteremo gli ispettori dall’esterno».

Polizia cantonale: il Tribunale federale conferma la nuova modalità di assunzione presso la polizia giudiziaria

Polizia cantonale: il Tribunale federale conferma la nuova modalità di assunzione presso la polizia giudiziaria

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Il Dipartimento delle istituzioni informa che oggi è giunta la sentenza del Tribunale federale che ha respinto il ricorso della Federazione Svizzera Funzionari Polizia sezione Ticino ed ha perciò definitivamente sancito la possibilità, a precise e chiare condizioni, di venir assunti direttamente tramite pubblico concorso quali ispettori in polizia giudiziaria, così come deciso dal Gran Consiglio il 22 febbraio 2016 (cfr. Bollettino ufficiale delle leggi e degli atti esecutivi del 15 aprile 2016).

Il 22 febbraio 2016 il Gran Consiglio del Cantone Ticino ha adottato alcuni cambiamenti della legge sulla polizia del 12 dicembre 1989, in particolare stabilendo una nuova formula di assunzione, a fianco di quella classica basata sull’esperienza acquisita presso la gendarmeria della Polizia cantonale, rispettivamente di nomina presso la polizia giudiziaria. Queste modifiche, proposte dalla Direzione della Polizia cantonale, perseguono l’obiettivo di trovare un equilibrio adeguato tra ispettori di polizia giudiziaria con un percorso formativo ed esperienze professionali vantaggiose nell’ottica della sempre più impegnativa e complessa attività di inquirente e futuri ispettori che invece hanno maturato altrettanto importanti e valide competenze nella loro attività di agente di polizia. Al contempo viene garantita agli aspiranti ispettori provenienti dall’esterno una formazione di base che li porti all’ottenimento dell’attestato professionale federale di agente di polizia, seguita da un periodo pratico destinato all’introduzione alla professione.

Il ricorso sollevava una serie di censure secondo le quali le norme sarebbero state lesive della Costituzione federale. Contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il Tribunale federale ha deciso che le norme e il preciso messaggio legislativo rispettano il diritto superiore.

Con la decisione odierna il Tribunale federale non fa altro che confermare la validità giuridica della modifica proposta. Respingendo il ricorso l’Alta Corte convalida la proposta della Direzione della Polizia cantonale e dunque la volontà di disporre sia di ispettori provenienti dai ranghi della gendarmeria che di ispettori provenienti dall’esterno. Questi ultimi dovranno però disporre di una formazione e di competenze specifiche, così come seguire la necessaria istruzione di base allo scopo di conseguire l’attestato federale di agente di polizia.

Tale decisione, che permetterà il reclutamento di ispettori a partire dalla prossima selezione anche con questa nuova modalità, fornirà i mezzi per rinforzare ulteriormente i ranghi della polizia giudiziaria al fine di ancor meglio fronteggiare le nuove forme di criminalità. Tramite le due modalità di assunzione si mira a valorizzare le sinergie che deriveranno dalle differenti esperienze e formazione dei due percorsi professionali.

Aggregazioni comunali: inesattezze e punti fermi

Aggregazioni comunali: inesattezze e punti fermi

Dal Corriere del Ticino | L’opinione – Norman Gobbi

La scorsa settimana si è tenuta l’ultima seduta del Consiglio di Stato. Sono tanti i dossier passati sul tavolo del Governo in questi mesi. Uno di questi è il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Con questo progetto si intende dare seguito alla richiesta del Parlamento di presentare una visione cantonale della politica aggregativa e dei suoi obiettivi a medio-lungo termine. Un progetto tornato di attualità a fine giugno, con l’avvio della seconda tornata di consultazione sugli strumenti concreti per realizzare la riforma, a cui partecipano nuovamente tutti i Comuni, le loro associazioni e i partiti rappresentati in Gran Consiglio. Nel dibattito che ha ripreso vigore, sono state sollevate alcune preoccupazioni e affermate alcune inesattezze che distorcono non poco la natura del progetto e la volontà del Consiglio di Stato. Colgo quindi l’occasione per fare un po’ di chiarezza per evitare che il PCA diventi il tormentone estivo basato su presupposti non del tutto corretti.

Innanzitutto, il PCA non è una riforma imperativa e non costituisce il destino obbligato degli enti locali ticinesi. Il progetto rappresenta la visione cantonale e non un’imposizione, come si vorrebbe far credere. Infatti il Consiglio di Stato ha chiarito tra l’altro come non s’intenda mirare all’applicazione della riforma istituzionale attraverso una votazione costituzionale a livello cantonale. Il futuro degli enti locali è dunque in mano agli abitanti di ciascun Comune, i quali si potranno determinare con i pro e i contro che ne conseguono, com’è giusto che sia.

La riforma, in secondo luogo, propone incentivi senza celare alcun ricatto. Nella sua attuale seconda fase s’illustrano gli strumenti per realizzare la riforma. Si tratta di definire le regole per un processo aggregativo coerente, capace di realizzarsi secondo una tempistica ragionevole e supportato da incentivi finanziari mirati, seppur limitati nel tempo. Va da sé che chi si oppone agli obiettivi del Piano non può pretendere le risorse previste come incentivo ai consolidamenti istituzionali; come non si può nemmeno esigere il perenne beneficio di sostegni finanziari tramite leggi cantonali, che devono assicurare coerenza con lo spirito delle riforme promosse dal Cantone medesimo.

Infine, il Cantone non intende di certo ledere l’autonomia comunale, anzi. Le aggregazioni comunali nascono per rinvigorire l’operatività e l’intraprendenza degli enti locali, affinché possano meglio concretizzare il principio di sussidiarietà e riacquistare autonomia decisionale e finanziaria. La definizione dei Comuni del futuro si coordina – come richiesto da più parti – con la riforma Ticino 2020, che intende riordinare e riattribuire i flussi e le competenze fra i due livelli istituzionali: un processo ineludibile se si vuole ripristinare un sano federalismo in cui la macchina statale torna a essere performante e razionale.

Dopo la prima consultazione incentrata essenzialmente sul disegno dei Comuni del futuro, con la seconda fase abbiamo voluto aprire nuovamente le porte del progetto, affinché sia possibile condividere anche le importanti modalità di attuazione del Piano cantonale delle aggregazioni così come i relativi sostegni cantonali. Per farlo serve la collaborazione di tutti gli enti coinvolti.

Solo così riusciremo a costruire, tutti insieme, il Ticino di domani.

Circolazione – L’imposta del futuro prende forma

Circolazione – L’imposta del futuro prende forma

Dal Corriere del Ticino | Il nuovo sistema di calcolo è stato discusso dal Consiglio di Stato, ma non potrà entrare in vigore nel 2018 – Ecco le proiezioni per alcuni dei modelli più venduti in Svizzera – Intanto oggi è attesa l’offensiva del PPD

Per il sistema bonus/malus che supporta il calcolo dell’imposta di circolazione non ci sarà un prepensionamento a fine anno. La bozza di soluzione elaborata dal Dipartimento delle istituzioni è comunque pronta ed è stata discussa dal Consiglio di Stato prima della pausa estiva. Con le spiegazioni tecniche, il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi ha consegnato anche una tabella (in parte prodotta qui a fianco) con i modelli di auto più venduti in Svizzera e l’effetto concreto che avrà la riforma. Come si può notare c’è chi sale, specie le piccole vetture, mentre per i detentori di quelle di media o alta gamma ci sarà un risparmio rispetto all’imposta versata per l’anno in corso. L’imposta 2017 aveva suscitato discussioni, polemiche e ricorsi. A muoversi era stata anche la politica, specie il PPD, lanciando un’offensiva in grande stile, promuovendo due iniziative popolari. Proprio questo pomeriggio i popolari democratici consegneranno le sottoscrizioni all’iniziativa «Per un’imposta di circolazione più giusta» e a quella denominata «Gli automobilisti non sono bancomat». Proposte che, c’è da scommetterci, rilanceranno il dibattito. Il dipartimento di Gobbi, da noi interpellato, fa sapere che «il Governo ha preso atto dell’esito della consultazione sul nuovo metodo di calcolo e delle proposte di calcolo che la perizia del consulente esterno ha permesso di individuare». Ma ora si pigia un po’ il freno, «considerata la necessità di attendere l’esito delle iniziative popolari». Questo tempo a disposizione verrà sfruttato per «approfondire ulteriormente le valutazioni. Le modifiche legislative proposte non potranno pertanto entrare in vigore il 1. gennaio 2018, come inizialmente previsto. Nelle prossime settimane il Dipartimento delle istituzioni valuterà i prossimi passi da intraprendere e consoliderà l’intenzione condivisa anche dal Consiglio di Stato in un messaggio governativo». Aggiungendo poi che «la soluzione individuata permette in generale una riduzione media dell’imposta a carico degli automobilisti ticinesi che possiedono un auto di media-alta cilindrata allineando la cifra alla media svizzera».

Il progetto è stato elaborato anche alla luce dell’esito della consultazione. Sono stati interpellati 42 tra partiti, enti e associazioni. In 18 hanno formulato le proprie osservazioni «esprimendo una gamma di pareri piuttosto diversificata. In generale, a livello politico e fra le associazioni di categoria, c’è comunque ampio consenso sull’idea che l’attuale impostazione per il calcolo dei contributi richiesti ai detentori di veicoli sia datato e vada ripensato, per tenere in considerazione i cambiamenti tecnologici e sociali avvenuti negli ultimi anni». Parallelamente alla consultazione, il Consiglio di Stato aveva incaricato uno specialista esterno di sviluppare, sulla base di quanto proposto dal gruppo di lavoro, una prima possibile formula per il calcolo dell’imposta.

La soluzione è in gestazione e verrà messa nero su bianco nel messaggio che seguirà, ma quello che il Governo ha sempre sostenuto che la neutralità finanziaria del sistema è uno degli obiettivi: il gettito del 2017 dell’imposta di circolazione in Ticino, circa 110 milioni di franchi, andrà mantenuto anche per il futuro. Gobbi, intervistato dal Corriere del Ticino, aveva precisato che «l’obiettivo della riforma non è di certo quello di aumentare il gettito o pescare di più nelle tasche degli automobilisti». Mentre sul sistema bonus/malus, che non regge più, aveva affermato: «L’ho sempre sostenuto si tratta di un sistema che ha dei limiti, soprattutto per la compensazione tra sconti elargiti e penalità inflitte. È pure un sistema difficile da comprendere. Per questo motivo, già nel mese di settembre 2016, ho promosso un convegno con attori del mondo dell’automobile, politici e addetti ai lavori per trovare una nuova formula. L’intento è quello di trovare più stabilità ed eliminare il sistema bonus/malus».

(Articolo di Gianni Righinetti)

La violenza domestica è una questione pubblica

La violenza domestica è una questione pubblica

Dal Mattino della domenica | Cresce il numero di interventi in Ticino per liti tra le mura di casa

Nelle scorse settimane si è parlato purtroppo ancora di violenza domestica, terminata con il peggiore dei drammi. E si tratta di due eventi in poche settimane. Uno ad Ascona, una donna macedone freddata in un autosilo. Un altro a Bellinzona, una donna eritrea che cade dal sesto piano di un palazzo. Entrambi sono il risultato di una lite domestica. Il colpevole in un caso, e il presunto nell’altra, fanno parte della famiglia. Due mariti che hanno dato fine alla vita della propria moglie.

Sono due – e a poca distanza l’uno dall’altro – i casi di cronaca che mi fanno ripensare a una situazione preoccupante. Le statistiche di violenza domestica non sono rassicuranti: se nei primi sei mesi del 2016 gli interventi per lite domestica erano 399, in questi primi sei del 2017 sono 529. 130 in più. Anche il numero di persone che hanno avuto bisogno di cure mediche è aumentato: da cinquantacinque nei primi sei mesi del 2016 a settantasei nel 2017. Anche le morti in ambito domestico, purtroppo, seguono la stessa tendenza: due nel 2014, una nel 2015, nessuna nel 2016 e infine già due quest’anno.

Maggiore apertura o problema “d’importazione”?

Da una parte questo ci fa pensare che le vittime o i testimoni di una violenza si aprono di più con la nostra polizia. Posso pensare che lo si faccia con una maggior coscienza del fatto che la polizia c’è, che i nostri agenti sono pronti a dare una risposta tempestiva alla richiesta di aiuto e che, in un momento di necessità, ci sarà un intervento che potrà dare sicurezza e protezione.

D’altra parte, però, è un numero che mi preoccupa. Mi preoccupa perché, anche se per ora a questo aumento non è data spiegazione, è una realtà che forse non ci appartiene così tanto, che non sentiamo nostra. Anche perché nel 69% dei casi di violenza domestica, statistiche alla mano, è coinvolto un cittadino straniero. Per di più, nel 31% dei casi lo sono entrambi i partner, come nei casi che hanno portato alla morte di due donne nelle ultime settimane. Si tratta di una “aggressività d’importazione”, che aumenta con l’aumento della popolazione non indigena sul nostro territorio? In ogni caso, è una situazione che non dobbiamo perdere di vista. Ma soprattutto, non dobbiamo, mai e poi mai, abituarci a certi episodi di violenza.

In attesa del Parlamento

Proprio qualche mese fa con il Consiglio di Stato, su proposta del mio Dipartimento, abbiamo avanzato delle proposte per accrescere la sicurezza delle persone coinvolte in episodi di violenza domestica. Il messaggio governativo chiede una modifica della Legge sulla polizia (LPol) per fare in modo che sia l’ufficiale di polizia a decidere l’allontanamento di una persona dal suo domicilio o il divieto di frequentare determinati luoghi, senza coinvolgere sistematicamente il pretore nella decisione, diminuendo in questo modo la burocrazia. Oltre a ciò, vi è anche la proposta di trasmettere automaticamente la decisione di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che si occuperà in questo modo di prendere contatto con tutti gli autori di violenza domestica. Il messaggio è stato approvato a fine marzo: ora la parola è passata al Gran Consiglio, che spero si interesserà del tema al più presto.

Nuove proposte dal DI

La sicurezza di tutti i cittadini rimane sempre al centro del lavoro che stiamo svolgendo, con il mio Dipartimento, da anni. E ancor prima che la violenza domestica tornasse al centro del dibattito pubblico, con la Divisione della giustizia abbiamo elaborato ulteriori proposte che proprio questa settimana abbiamo inoltrato alla Commissione permanente in materia di violenza domestica. Due proposte che si potrebbero aggiungere alla modifica della LPol.

La prima consiste nell’utilizzare la sorveglianza elettronica come forma di prevenzione per evitare la recidiva. Il Ticino ha infatti già sviluppato un’ottima esperienza nell’utilizzo di questo strumento in altri ambiti, essendo un Cantone pilota per il progetto nazionale di sorveglianza elettronica. Con la seconda proposta vogliamo invece affrontare in profondità tutte le sfaccettature che compongono la violenza domestica: abbiamo infatti proposto alla Commissione di valutare la possibilità di introdurre una legge specifica al riguardo, come già succede in altri Cantoni.

La violenza domestica non è un fatto privato. Tocca le famiglie, il nucleo della nostra società. È un fattore che rischia di sgretolarne la coesione. La collettività deve quindi reagire, e questo anche a tutela della sicurezza pubblica. Le istituzioni fanno la loro parte nell’essere presenti e fare il possibile per evitare che questa situazione degeneri, ma anche i cittadini sono chiamati a fare la propria parte, denunciando situazioni che potrebbero portare a un’escalation di violenza preoccupante. Non stiamo quindi a guardare, ma agiamo!

Giustizia – Gli uffici di periferia non chiudono

Giustizia – Gli uffici di periferia non chiudono

Dal Corriere del Ticino | Riorganizzati i settori Registri fondiari ed Esecuzione e fallimenti – Si risparmieranno 2 milioni

Gli uffici periferici dei settori Registri fondiari ed Esecuzione e fallimenti resteranno aperti. È quanto ha dichiarato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi nel corso della presentazione della riorganizzazione della Divisione della giustizia. Un cambio di rotta rispetto a quanto proposto nell’aprile 2016 nell’ambito della manovra di rientro e che, come ha precisato il consigliere di Stato, «rappresenta una risposta politica a quanto richiesto dai Comuni di queste regioni».

Una volta a regime, la riorganizzazione presentata ieri consentirà allo Stato di risparmiare quasi 2 milioni di franchi ma, come evidenziato da Gobbi, il nuovo assetto non mira unicamente ad «ottimizzare le risorse. Bensì anche a valorizzare le regioni di periferia dove verranno sì mantenuti dei servizi di prossimità, ma adeguati alle mutate esigenze dei cittadini». A Biasca, Cevio, Faido ed Acquarossa gli sportelli rimarranno dunque aperti, seppur in maniera parziale come esposto dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti . «Verosimilmente gli uffici resteranno aperti due o tre giorni a settimana», ha detto Andreotti che ha poi fornito qualche cifra per evidenziare l’importanza dei due settori. «Gli uffici dei Registri e delle Esecuzioni e fallimenti contano quasi 160 collaboratori e se poniamo il focus sul settore dei Registri si nota come, in termini di introiti, questo rappresenti il quarto settore di entrate dell’Amministrazione cantonale. Da qui l’interesse di avere, accanto alla qualità del servizio offerto al cittadino, anche un’accresciuta efficienza».

Maggior efficienza ed efficacia che si traduce inoltre nella «costituzione per entrambi i settori di una Sezione, che permetterà di migliorare la conduzione da parte della Divisione della giustizia». Ma non solo. Tra le novità esposte ieri spicca anche la proposta di «creare, a partire dal 1. gennaio 2018, un’unica autorità di prima istanza LAFE». La legge federale prevede infatti dei limiti per l’acquisto di fondi da parte di stranieri. Richieste queste che oggi vengono analizzate dalle otto autorità di prima istanza presenti sul territorio. Per «assicurare un’uniformità di prassi e una migliore utilizzazione delle risorse umane», le Istituzioni propongono di «costituire un’autorità unica per tutto il Cantone, presieduta da un funzionario cantonale nominato dal Governo e da quattro commissioni che riflettono le diverse zone del territorio», ha spiegato Andreotti. Una riorganizzazione che «permetterà di aumentare la capacità di apprezzamento – ha dichiarato Gobbi – perdendo quell’aspetto politico che non sempre portava delle competenze». Una simile riorganizzazione era stata bocciata qualche anno fa dal Gran Consiglio ma oggi il progetto, come evidenziato da Andreotti, «gode del sostegno dei diversi attori coinvolti – dall’Ordine dei notai alla CATEF – e dovrebbe quindi superare l’esame del Parlamento». Licenziati i messaggi, la palla passa ora nel campo del Legislativo.

Il Dipartimento delle istituzioni presenta le riorganizzazioni della Divisione della giustizia

Il Dipartimento delle istituzioni presenta le riorganizzazioni della Divisione della giustizia

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Cartella stampahttp://www4.ti.ch/index.php?id=68295&idCartella=157711

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e la Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti hanno presentato stamane le riorganizzazioni in atto nella Divisione della giustizia. Queste ultime concernono i Settori Registri ed Esecuzione e fallimenti. Per entrambi i settori è prevista la costituzione di una Sezione, che consentirà di migliorare la conduzione degli stessi, accrescendo l’efficienza e l’efficacia delle attività svolte e la qualità del servizio fornito al cittadino. Con la nuova struttura si conferma il mantenimento di tutti gli attuali Uffici, compresi quelli periferici, che saranno caratterizzati da un’apertura parziale. Una risposta concreta alle preoccupazioni sollevate da queste regioni, che s’inserisce nella politica di rafforzamento delle zone periferiche portata avanti negli ultimi anni dal Dipartimento delle istituzioni.

Nella seduta settimanale, il Governo ha licenziato i messaggi inerenti alle riorganizzazioni, che saranno ora al vaglio del Parlamento. Per quanto concerne il Settore Registri, alla Sezione saranno subordinati gli Uffici dei registri del Sopraceneri e del Sottoceneri, l’Ufficio del Registro di commercio, l’Ufficio del registro fondiario federale, nonché la costituenda Autorità cantonale di prima istanza unica nel settore della Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero (LAFE). Un’organizzazione condivisa con i vari attori coinvolti in quest’ultimo ambito in particolare (Ordine dei notai, Associazione svizzera dell’economia immobiliare, Camera dell’economia fondiaria, Federazione ticinese delle Associazioni dei fiduciari) che permetterà di riorganizzare l’attività degli Uffici dei registri, accrescendone l’efficienza e l’efficacia.

Per quanto riguarda il Settore Esecuzione e fallimenti, la riorganizzazione segue quelle già in atto all’interno dell’Ufficio di esecuzione, all’interno del quale sono già stati istituiti i Centri di competenza cantonali siti a Faido, ovverosia il Contact center e il recentemente costituito Centro cantonale per i precetti esecutivi, la cui concretizzazione è stata resa possibile dall’introduzione di un nuovo e performante applicativo informatico. Anche in questo caso verrà istituita una Sezione che comprenderà pure l’Ufficio dei fallimenti e che rafforzerà la conduzione generale del settore, migliorando ulteriormente la qualità del servizio fornito alla
cittadinanza.

Le riorganizzazioni della Divisione della giustizia s’inseriscono coerentemente nella manovra di risanamento delle finanze cantonali varata dal Consiglio di Stato e approvata dal Gran Consiglio nel corso del 2016, che mira a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2019. A tendere, le riorganizzazioni in questione si tradurranno in un risparmio annuale pari a circa 2 milioni di franchi, portando quindi un beneficio significativo in termini finanziari.

Tramite queste riorganizzazioni, il Consiglio di Stato ha fatto sua la volontà del Dipartimento delle istituzioni di continuare a garantire i servizi assicurati dagli Uffici periferici dei due settori, adeguandoli all’evoluzione della nostra società, prevedendo un’apertura parziale e un servizio di sportello su appuntamento. Una risposta politica alle preoccupazioni sollevate sia dai Comuni delle regioni periferiche che in sede parlamentare. Una soluzione che consente di trovare un compromesso tra le necessità organizzative del Dipartimento e quelle legate alla presenza delle Istituzioni in questi territori da parte dei Comuni.

Questa decisione segue la politica di valorizzazione delle zone periferiche intrapresa in particolare dal Dipartimento delle istituzioni negli ultimi anni, come dimostra la
delocalizzazione di alcuni servizi pubblici quali l’Ufficio del Registro di commercio – trasferitosi da Lugano a Biasca – e la creazione a Faido dei Centri di competenza cantonali del settore esecutivo con 15 posti di lavoro. Una politica che il Dipartimento delle istituzioni intende continuare a promuovere.

Il segreto della dieta di Gobbi

Il segreto della dieta di Gobbi

Da RSI.ch | Il consigliere di Stato ha perso 30 chili in meno di sei mesi e, passeggiando per Bellinzona, ci spiega come ha fatto

Il video dell’intervista su: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Il-segreto-della-dieta-di-Gobbi-9334051.html

“Sono ancora sopra il quintale. Ma da febbraio ad oggi, in poco meno di sei mesi, sono passato da un’obesità grave ad essere ‘persona in sovrappeso’, perdendo 30 chili”.

Lo hanno visto tutti, quanto è dimagrito di recente il consigliere di Stato Norman Gobbi. Il motivo di una dieta così drastica? Il rischio di malattie cardiovascolari. “Ad inizio anno – spiega il ministro – mi sono sottoposto ad una visita durante la quale il medico di famiglia mi ha consigliato di prendere delle pasticche per tenere bassa la pressione. In quel momento ho deciso di non prendere le pastiglie, ma di ridurre il peso”.

Una questione di salute fisica insomma, ma non solo. “L’ho fatto anche perché ho due figli piccoli, che sono impegnativi da gestire. E da genitore penso sia importante dare il buon esempio”, prosegue.

Quale dunque il segreto di questa formidabile perdita di peso, seguita da uno specialista con programma specializzato? “L’agopuntura associata ad una dieta senza carboidrati (riso, pasta, zuccheri, patate) e all’inizio pure senza formaggi. Insomma: verdure, legumi, alcuni frutti, carne ed è permesso anche qualche bicchiere di vino”.

(Articolo e intervista di Joe Pieracci)

«L’autorizzazione c’è per evitare il proliferare di canapai»

«L’autorizzazione c’è per evitare il proliferare di canapai»

Da Ticinonline.ch | Il consigliere di Stato Norman Gobbi sulla questione della canapa “light” in Ticino dopo l’ennesimo sequestro

BELLINZONA – «L’obiettivo è di evitare il proliferare di canapai e di coltivazioni di canapa». È quanto ci dice il consigliere di Stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, da noi interpellato a seguito dell’ennesimo sequestro di cannabis a basso tenore di THC e quindi legale. Non appena arrivate sugli scaffali dei negozi, le sigarette a base della cosiddetta canapa “light” sono finite nel mirino della polizia. Stavolta è successo al grande distributore Coop, ma negli scorsi mesi era già capitato ad altri più piccoli rivenditori ticinesi. Il problema è sempre lo stesso: la mancata richiesta di un’autorizzazione alla vendita, che tuttavia è necessaria soltanto in Ticino.

Come mai, direttore Gobbi, nel nostro Cantone è stata scelta questa soluzione?

«Il Ticino, a differenza di altri cantoni svizzeri, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del duemila si trovò confrontato con il proliferare di canapai e coltivazioni di canapa con alto tenore di THC su tutto il territorio. Fenomeno che fu allora contrastato dalle operazioni Indoor della polizia cantonale e dai procedimenti penali aperti dal Ministero pubblico. Le autorità cantonali di allora, Governo e Parlamento, si adoperarono – anche in base al forte sostegno popolare – per dar luce a un quadro normativo che negli anni potesse regolamentare la problematica e al contempo scongiurare il ripetersi della situazione che si verificò allora. Senza dimenticare che la nostra diretta vicinanza all’Italia ci espone a fenomeni differenti rispetto agli altri cantoni».

Non è paradossale che solo in Ticino sia necessaria l’autorizzazione? Alla fine basta varcare il confine cantonale per procurarsi i prodotti, per esempio in Mesolcina.

«Direi di no. Considerato che la Legge federale sugli stupefacenti non regola in maniera esaustiva il tema, ogni Cantone dispone poi di un certo margine di autonomia per sancire regolamentazioni particolari. Mi spiego meglio. Prendiamo il caso della vendita di alcolici ai minori: in alcuni cantoni vino e birra si possono consumare già dai sedici anni, in altri no. Vale questo principio federalista».

Negli scorsi mesi per la questione della canapa “light” sono stati segnalati diversi interventi di polizia per la mancanza di un’autorizzazione. Questa legge non sta soltanto dando più lavoro alle forze dell’ordine?

«Anche in questo caso non sono d’accordo. La polizia cantonale è chiamata a far rispettare tutte le leggi e in quest’ambito interviene qualora la situazione lo richieda».

«Le rivalità le ho vissute sulla mia pelle»

«Le rivalità le ho vissute sulla mia pelle»

Dal Corriere del Ticino | C’è un ticinese che può spiegare cosa significa correre per il Consiglio federale: si tratta del consigliere di Stato Norman Gobbi. In questa intervista al Corriere del Ticino ricorda (senza rimpianti) quella fase intensa della fine del 2015 quando uscì sconfitto lui e il Ticino. L’eletto fu il romando Guy Parmelin. Gobbi ricorda le rivalità che ha vissuto sulla sua pelle, a partire dal no secco del PS. Dà qualche consiglio a PLR, lanciando però qualche frecciatina.

Con quale spirito sta seguendo le prime mosse ticinesi in vista dell’elezione di un nuovo consigliere federale?

«Come tanti cittadini ticinesi seguo l’evolversi della situazione e il dibattito in corso sui media, soprattutto quelli d’oltre San Gottardo che hanno pubblicato diverse interviste e valutazioni. Ovviamente con la speranza che il ticinese o la ticinese che un giorno andrà in Governo a Berna possa rappresentare con entusiasmo il nostro Cantone».

Lei è stato l’ultimo protagonista di una corsa verso la stanza dei bottoni per diventare uno dei cosiddetti sette saggi. Ogni tanto le capita ancora di pensarci?

«Onestamente no. Non sono una persona che si sofferma sui fatti passati. Incassato il risultato e digerita l’amarezza per la mia mancata elezione, ho guardato avanti e ho dedicato il mio impegno e il mio entusiasmo alla carica che ricopro in Consiglio di Stato».

L’operazione Gobbi fallì a causa di quale fattore?

«Il partito socialista ticinese brigò affinché io non venissi sostenuto dal loro gruppo alle Camere federali, tant’è che l’unico ordine di voto palese dato dal PS svizzero fu proprio quello di non votare Norman Gobbi. La Romandia ha saputo cogliere l’occasione di focalizzarsi su un loro terzo consigliere federale, in questo caso democentrista. Anche se poi, vedendo i risultati nelle recenti votazioni cantonali in Vallese, e nei cantoni Neuchâtel e Vaud l’UDC non è riuscita ad approfittare della spinta ottenuta grazie all’elezione di Parmelin».

Ritiene di avere compiuto qualche errore tattico?

«In molti mi hanno riconosciuto di aver fatto bella figura nelle audizioni davanti ai gruppi parlamentari. Purtroppo a conti fatti questo non è bastato: contano molto di più le tattiche di partito, soprattutto degli altri».

Allora staccò, da leghista fino al midollo, la tessera dell’Unione democratica di centro (UDC) per poter essere formalmente della partita. Successivamente l’ha poi sempre rinnovata?

«Certamente. E ho anche partecipato alle assemblee del partito che si sono tenute in Ticino e nella Svizzera interna. Ricordo che la Lega dei ticinesi e l’UDC intrattengono ottimi rapporti e negli scorsi anni hanno siglato un accordo di collaborazione almeno fino al 2019».

I rumors delle ultime settimane lasciano sperare che sia tornato il turno del Ticino dopo tanti (c’è chi dice troppi) anni d’assenza. Ci credeva più quando in lizza c’era lei o le condizioni sono maggiormente favorevoli oggi?

«È difficile dirlo: le dinamiche di un’elezione federale sono sempre imprevedibili. Nel 2015 oltre alla voglia di riscatto per il nostro Cantone sentivo il sostegno di tante persone, cosciente che le tattiche parlamentari erano decisive. La grande sfida per il PLRT – stando alle voci di corridoio e a quello che si sente e si legge sui media – sarà capire se puntare su più nomi o trovare un candidato che faccia l’unanimità del partito. Ma su questo ultimo punto storicamente si sa che il partito liberale radicale ha sempre faticato».

Sulla carta quel posto tocca al PLR e i papabili emersi in queste settimane sono Ignazio Cassis, Christian Vitta e Laura Sadis. Oggi è attesa la scelta ufficiale. Lei, che non teme mai di dire ciò che pensa, chi sceglierebbe?

«Ho avuto modo di lavorare con tutti e tre nella mia carriera politica: con Ignazio in Consiglio nazionale mentre con Laura e Christian in Consiglio di Stato e in Gran Consiglio. Sono tre figure molto differenti tra di loro e con un’impostazione che non ha nulla a che vedere con la mia persona. Ovviamente come leghista preferirei scegliere fuori dal PLR. Ma per rispetto della mia carica preferisco non esprimermi, in fondo non toccherà a me dover decidere».

Con il collega di Consiglio di Stato Vitta avete discusso di cosa significa correre per Berna?

«Al di fuori di qualche battuta non abbiamo tematizzato la questione. Immagino che Christian dovrà valutare con attenzione e conoscendolo pondererà accuratamente i pro e i contro di una simile esperienza. Una scelta non facile, parlo proprio con la consapevolezza di chi ci è passato. E ovviamente bisogna capire come intende muoversi il suo partito».

A parole c’è tanta voglia di un ticinese in Consiglio federale. Ma questa realtà supera ogni possibile scoglio d’ordine politico e partitico?

«Purtroppo no, e l’ho vissuto sulla mia pelle. Alcune rivalità regionali e partitiche non vengono a cadere nemmeno di fronte all’esigenza e alla voglia di avere un rappresentante ticinese nel Governo federale».

Ma col vento che tira in Ticino un leghista o un liberale radicale non fa alcuna differenza?

«In realtà c’è differenza: noi leghisti abbiamo un approccio diverso, più pragmatico rispetto ai partiti storici. Lo abbiamo dimostrato in più occasioni. Le cito la votazione sul casellario giudiziale: il collega Claudio Zali ed io abbiamo sostenuto gli interessi delle nostre cittadine e dei nostri cittadini. Anche in Consiglio federale sarebbe questo lo spirito che porterebbe un leghista: pensare prima di tutto al benessere del Ticino. Mi auguro ovviamente che anche chi correrà per la carica a Berna metta questo al primo posto. Ma posso garantire sui leghisti, non sugli altri».

Il Ticino, lo sappiamo noi ma anche al Nord delle Alpi, è politicamente propenso al litigio. Significa che i nostri avversari avranno anche questa volta terreno facile nell’evidenziare questa realtà per portare acqua al proprio mulino?

«Più che la propensione al litigio l’impressione che ho avuto, partecipando regolarmente alle riunioni oltre San Gottardo, ma soprattutto durante la campagna come candidato per il Consiglio federale, è che spesso non comprendano fino in fondo l’essenza del nostro Cantone, dell’essere ticinese. I romandi in maniera particolare non ci hanno mai perdonato il voto del 1992 contro lo Spazio economico europeo, e in generale l’euroscetticismo presente a Sud delle Alpi; credo invece che il Ticino abbia in quell’occasione salvato la Svizzera dall’adesione all’UE. Sono convinto che nella Svizzera francese non molleranno tanto facilmente il loro terzo seggio. In quell’eventualità dovremo quindi continuare come consiglieri di Stato a lavorare per gli interessi del Ticino, come i fatti hanno dimostrato in questi ultimi anni, anche senza un consigliere federale ticinese».

Lei fu contestato da sinistra, mentre il Mattino ha già iniziato il tiro al bersaglio sul PLR. Vuole lanciare un messaggio al settimanale del suo partito, o, in fondo, questa è dialettica e sana contrapposizione?

«L’ha detto lei: si tratta di sana dialettica e fa parte del gioco delle parti e – passatemi il gioco di parole – ne facciamo parte tutti noi politici. Preferisco la schiettezza al finto sostegno di facciata, e parlo per esperienza».

Meglio presentarsi a Berna con un solo candidato o sarebbe opportuno potarne almeno due?

«Conoscendo le dinamiche a Palazzo federale, e percependo dai media l’aria che tira a Berna in queste settimane sulla candidatura di un o una ticinese, credo sia più saggio avere una rosa di più nomi tra i quali scegliere. Un’unica candidatura potrebbe non essere vissuta bene dai parlamentari, che potrebbero intenderla come un’imposizione e quindi boicottarla. È vero, in passato ci sono state delle eccezioni, ma ricordo anche candidature “selvagge” che comunque sono andate a buon fine».

 

(Intervista di Gianni Righinetti)