La mia intervista al Telegiornale: https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/04-09-2017-audizioni-dei-candidati-al-cf-intervista-a-gobbi?id=9509842
La mia intervista al Telegiornale: https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/04-09-2017-audizioni-dei-candidati-al-cf-intervista-a-gobbi?id=9509842
Da RSI.ch | Norman Gobbi intenzionato a sollecitare una discussione. Possibile un allineamento alle norme federali
Il servizio al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Canapa-light-in-Consiglio-di-Stato-9509269.html
La canapa light arriverà sul tavolo del Consiglio di Stato ticinese. Quello della marijuana a basso contenuto di THC è un tema che divide il Ticino, unico cantone in tutta la Svizzera dove una legge ne regola sia la produzione, sia la vendita.
Memori di quanto avvenuto nei primi anni 2000, negli ultimi mesi alcuni comuni come Chiasso, Balerna e Minusio hanno emesso ordinanze che mirano a impedire la coltivazione e il commercio della canapa light, legale secondo la legge federale. Dinnanzi all’interesse che sta suscitando il prodotto, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha intenzione di portare il tema in Governo per capirne gli intendimenti. Si tratterà di valutare costi e benefici di una regolamentazione restrittiva rispetto a un allineamento alle norme federali.
Ricordiamo che l’attuale legge cantonale risale a 15 anni fa, quando nacque con l’obiettivo di frenare l’apertura incontrollata dei canapai. Una normativa pensata per porre un freno alla vendita e alla coltivazione di canapa stupefacente.
Da Ticinonline | I due politici si sono sfidati a suon di sughi per le crespelle. Giudice Marco Borradori, aiutato dal cuoco stellato Gianni Tabarini
A Lugano si è svolta il 2 settembre sera la seconda edizione di La Meseda (La Tavolata) che ha visto la sfida ai fornelli tra il sindaco di Locarno Alain Scherrer contro il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Davanti ad un buon nutrito di spettatori curiosi, i due politici hanno dovuto preparare un sughetto per delle crespelle già pronte.
Gobbi, a detta dei figli e della moglie, provetto cuoco si è cimentato in una cremina verde di non facile creazione, mentre Scherrer, meno pratico in cucina, sempre secondo i pareri della moglie e del figlio, ha creato una salsina ai funghi porcini.
Giudice unico ed insindacabile il sindaco di casa Marco Borradori, aiutato in questo suo compito dal cuoco stellato Gianni Tabarini dell’agriturismo valtellinese La Fiorida. Vittoria andata al sindaco di Locarno Alain Scherer che grazie ai porcini ha preso il giudice unico letteralmente per la gola.
Foto e articolo: http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1162290/La-Meseda-Alain-Scherrer-batte-Norman-Gobbi/
Dal Mattino della domenica | Il ministro della sicurezza torna sulla minaccia terrorismo alle nostre latitudini
Un paio di giorni fa ho accompagnato a scuola mia figlia Gaia e poco prima di salire in auto uno dei genitori dei suoi compagni mi ha fermato. “Norman, ma dobbiamo avere paura qui da noi in Ticino? Ho letto la tua intervista sul terrorismo, e sono un po’ preoccupata. Poi sai, si leggono tante cose in questo periodo: attentati a Barcellona, Manchester, se ne sentono di tutti i colori. Non so più cosa pensare ”. Mi ha sorpreso la sua domanda, soprattutto perché in quel momento stavo vivendo la mia quotidianità più intima e personale. “No, non dobbiamo avere paura. Il Ticino è un posto sicuro in cui vivere. Ma non dobbiamo però essere ingenui e cullarci nell’idea che il nostro Paese è un posto blindato, dove nulla potrebbe mai accadere. La minaccia terroristica di matrice islamica è una minaccia vigliacca, subdola. Colpisce quando meno te lo aspetti. Colpisce i centri città, dove le persone si stanno assaporando un attimo di tranquillità gustandosi un aperitivo dopo un’intensa giornata di lavoro o altre persone stanno passeggiando facendo acquisti in uno dei giorni delle loro vacanze”. E mentre le parlo la mente corre inevitabilmente alle immagini della Rambla di Barcellona. E poi ho continuato “non dobbiamo avere paura perché è quello che vogliono fare queste persone: diffondere la cultura del terrore nei Paesi dell’Occidente. Dobbiamo lottare e darci da fare: vale per noi politici che dobbiamo fare in modo di avere gli strumenti adeguati per contrastare questo genere di attività criminali. Vale per le forze dell’ordine che devono continuamente raccogliere informazioni e segnalazioni per evitare il peggio. Vale per tutti voi cittadini: segnalate qualsiasi tipo di atteggiamento sospetto. Tutti insieme, collaborando, possiamo contrastare questa piaga che sta colpendo l’Europa”. Un breve attimo, i saluti di commiato e poi sono salito in auto, e sono partito alla volta di Bellinzona.
Le parole della donna mi hanno colpito ed è proprio per questo motivo che questa domenica ho deciso di tornare sul tema del terrorismo dalle colonne del nostro settimanale. A inizio settimana ho commentato l’allontanamento di due persone che sono state ritenute pericolose. Si tratta di un cittadino turco e di un afgano che erano vicini ad ambienti radicalizzati islamisti. Due persone ritenute una minaccia per la nostra sicurezza interna e quindi tramite un provvedimento amministrativo – senza che i due fossero processati dal profilo penale per intenderci – sono stati allontanati grazie all’ottimo lavoro dei miei servizi e di quelli della Confederazione. Due casi delicati che hanno spinto i miei collaboratori a dedicare a entrambi i dossier tempo ed energie anche durante i giorni di festa e, soprattutto, mentre la Sezione era nell’occhio del ciclone per la questione dei permessi. L’allontanamento è stato possibile grazie al lavoro di squadra tra Sezione della popolazione, Polizia cantonale, Polizia federale, Segreteria di Stato della migrazione e il Servizio delle attività informative della Confederazione – i servizi segreti svizzeri per capirci. E questi due casi vanno ad aggiungersi a quelli già noti del giovane pugile che frequentava una palestra nel luganese condannato a sei anni di carcere e dell’uomo coinvolto nel caso di Argo 1 recentemente processato. Persone che hanno vissuto o transitato sul nostro territorio. Persone che a detta di molti erano “ben inseriti nella nostra società”. Ma questi esempi dimostrano che nascere e crescere in un Paese non significa che non sia necessario un importante lavoro di integrazione. Integrarsi vuol dire avere rispetto dei valori tradizionali. In questo senso non dimentichiamoci l’iniziativa sull’insegnamento della civica in votazione il prossimo 24 settembre: far conoscere ai giovani il funzionamento del nostro sistema democratico può essere sicuramente un punto a favore dell’integrazione, a scapito di un’eventuale radicalizzazione. Inoltre il mio Dipartimento sta valutando l’ideazione di una strategia mirata per gestire questi casi in modo strutturato, coinvolgendo anche altri attori presenti sul territorio e introducendo anche una presa a carico di segnalazioni.
Quindi, anche se la minaccia è subdola e vigliacca in Ticino non restiamo con le mani in mano. Vogliamo stanare i lupi travestiti da agnelli e fare tutto quello che possiamo per evitare che diventino una minaccia per tutti noi. Continueremo a collaborare con Berna nonché con autorità e forze dell’ordine internazionali. E ovviamente continuerò a far sentire la mia voce anche oltre Gottardo: le nostre leggi sono troppo buone verso chi commette crimini legati al terrorismo. Sei mesi di carcere per il primo reclutatore arrestato in Svizzera sono troppo pochi. Perché vogliamo evitare che il nostro Cantone diventi un posto meno sicuro. Perché tutti insieme possiamo evitare che i lupi si camuffino tra gli agnelli per ferirci quando meno ce lo aspettiamo. Senza paura e senza timore!
Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni
Da Ticinonline | Queste le parole di Norman Gobbi durante l’inaugurazione del nuovo vessillo del Consorzio Protezione Civile Regione Lugano Campagna svoltasi ieri sera a Mezzovico-Vira
«Investire dei soldi in una nuova bandiera è inutile? No, specie nei nostri tempi digitali in cui un pezzo di stoffa conta sempre di più. La bandiera è importante per ribadire la propria identità, che nel caso del Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna è fatta di dedizione, ogni giorno e ogni ora dell’anno».
Queste le parole con cui il consigliere di Stato Norman Gobbi ha salutato mercoledì sera a Mezzovico-Vira il nuovo vessillo del Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna, alla presenza di numerose autorità. Portata in scena ancora chiusa dall’alfiere Oliviero Molinari, il milite con più anni di servizio e il grado di capitano, la bandiera è stata svelata dal cappellano della Protezione Civile Don Mattia Scascighini, che l’ha benedetta, e dalla presidente del Consiglio consortile Lisa Martinenghi.
Il vessillo, ideato da Antonio Fasola, simboleggia la struttura della Protezione civile tramite dei rami arancioni che si propagano dallo stemma ufficiale, a significare la capillarità della sua presenza sul territorio. Rami che richiamano strade, ma anche la natura, elemento fondamentale della regione Lugano Campagna, dove la realtà urbana lascia sovente spazio a boschi, fiumi e montagne. Natura che ritorna anche nei colori di sfondo della bandiera: il verde a richiamare la fauna e il blu a richiamare cielo e corpi d’acqua.
A precedere la presentazione della bandiera si è tenuta una parte ufficiale, condotta dal comandante Ferruccio Landis e allietata dalla musica della Filarmonica Unione Carvina di Monteceneri.
Il primo a prendere la parola è stato il presidente della Delegazione consortile Tarcisio Gottardi che ha scelto due aggettivi per descrivere il vessillo: «semplice e importante». «La bandiera rappresenta l’anima dello scopo della Protezione Civile, è un oggetto che racchiude molti valori. Chi può restare impassibile di fronte a questo simbolo?»
Il sindaco di Mezzovico-Vira Canepa ha da parte sua ricordato lo stretto rapporto fra il suo Comune e il Consorzio. «Per Mezzovico-Vira è un onore che il Consorzio si trovi nel nostro Comune (hanno sede nello stesso palazzo, NDR). In tutto il Cantone la Protezione civile è una presenza bene accetta e rassicurante, che porta conforto in caso di emergenza, e i suoi nobili intenti si inseriscono perfettamente nel nuovo gonfalone, che sventolerà a garanzia dell’impegno civile e dell’importanza che il Consorzio ha nelle nostre vite».
Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, oltre alle parole riportate in apertura, ha pure ricordato che a causa delle emergenze climatiche e per colpa del traffico il Ticino è «un cantone sempre più fragile», e che in questo senso la bandiera è anche un segno dell’evoluzione della Protezione Civile, i cui compiti diverranno sempre più preziosi.
La cerimonia si è conclusa con le note del Salmo svizzero e con i ringraziamenti del comandante Landis.
Presenti dal 1972 – Il Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna è stato costituito nel 1972 e si occupa di 32 comuni della periferia che contano oltre 50.000 abitanti. Il Consorzio è di principio un Ente di secondo intervento, pronto a intervenire e a coadiuvare i partner della Protezione della Popolazione per interventi in situazioni normali, particolari e straordinarie. I Comuni facenti parti del Consorzio, il Comune di Mezzovico-Vira e la Banca Raiffeisen del Cassarate hanno contribuito finanziariamente alla creazione del vessillo.
L’articolo su Tio.ch: http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1161843/-La-bandiera-e-un-simbolo-d-identita-
Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |
Il Dipartimento delle istituzioni prende atto con soddisfazione della nomina da parte del Consiglio federale del colonnello SMG Stefano Laffranchini-Deltorchio al grado di brigadiere, con la funzione di sostituto del comandante della divisione territoriale 3.
A partire dal 1. gennaio 2018, per decisione del Consiglio federale, il colonnello SMG Stefano Laffranchini-Deltorchio assumerà il grado di brigadiere, diventando così il terzo ticinese e italofono nel corpo degli alti ufficiali superiori dell’Esercito svizzero.
Il brigadiere (01.01.2018) Stefano Laffranchini-Deltorchio assolverà i suoi nuovi compiti in seno all’esercito col grado di occupazione del 20%, al quale si aggiungono i suoi obblighi di ufficiale di milizia. Laffranchini-Deltorchio continuerà a svolgere con profitto la sua attività professionale principale presso l’Amministrazione cantonale, ossia quale Direttore delle Strutture carcerarie cantonali.
Questa nomina corrisponde al raggiungimento di un ulteriore obiettivo del Dipartimento delle istituzioni nell’ambito degli affari militari: aumentare a tre il numero degli alti ufficiali ticinesi. Laffranchini-Deltorchio si aggiunge infatti ai brigadieri Maurizio Dattrino e Silvano Barilli nominati negli scorsi anni.
Al neo brigadiere vanno le congratulazioni del Consigliere di Stato Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni, che interpreta la nomina del Consiglio federale come la dimostrazione di fiducia e di riconoscimento per il lavoro svolto dal corpo degli ufficiali ticinesi a favore dell’Esercito svizzero. Parimenti si ringraziano quegli alti ufficiali ticinesi che sono stati contattati o che hanno partecipato al concorso, dimostrando come l’ufficialità ticinese dispone di persone dalla dimostrata qualità.
Da RSI.ch | Un cittadino afgano e uno turco sono stati allontanati dal Ticino perchè ritenuti pericolosi
La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Espulsi-due-radicalizzati-9484336.html
Due persone ritenute pericolose e legate ad ambienti radicalizzati sono state espulse dal Ticino nelle scorse settimane. L’operazione, rimasta segreta fino ad ora, è stata condotta dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la polizia cantonale, la Segreteria di Stato e la polizia federale.
I due uomini, come riportato martedì dal Corriere del Ticino, sono un cittadino turco di circa quarant’anni, in Svizzera dall’inizio degli anni 2000 con lo statuto di rifugiato, e un trentenne afgano richiedente asilo, nel paese dal 2015.
Entrambi avevano richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e sono stati rimandati nel loro paese d’origine. Restano segrete le regioni del Ticino dai quali i due sono stati allontanati ma gli stessi avevano intrecciato relazioni sia nel Cantone, che in Italia come pure in altre nazioni.
I filoni di inchiesta che però hanno portato al successo di questa operazione erano comunque separati poiché i due espulsi non avevano alcun legame tra loro.
Dal Corriere del Ticino | L’inedita vicenda di un cittadino turco e uno afgano che vivevano in Ticino a contatto con ambienti radicalizzati Le loro frequentazioni dubbie e movimenti sospetti hanno portato i funzionari e la polizia alla drastica soluzione
Mentre in tutta Europa è allerta terrorismo, in Ticino sono stati espulsi un cittadino turco e uno afgano. Due persone ritenute pericolose, legate ad ambienti radicalizzati frequentati da soggetti molto vicini all’ideologia jihadista. Al centro dell’operazione c’è la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni che ha collaborato sul caso con la Polizia cantonale, la Segreteria di Stato della migrazione e la polizia federale. L’inedita vicenda è stata condotta nel pieno della bufera sui permessi falsi, una vicenda scoppiata in febbraio con arresti, polemiche e inchieste, ma il tutto è avvenuto nel più stretto riserbo, senza che nulla trapelasse, per il rischio di fallimento. Il tutto è avvenuto anche grazie al lavoro d’intelligence e ha permesso di prendere conoscenza di situazioni che non erano note e comprovate.
Il cittadino turco, sulla quarantina, aveva uno statuto di rifugiato riconosciuto, ed era entrato nel nostro Paese all’inizio degli anni Duemila. Tra i motivi che hanno spinto le autorità ad allontanare l’uomo, all’inizio dell’anno, spiccano i presunti legami che avrebbe intrattenuto con ambienti islamisti radicali. È stato considerato una potenziale minaccia per il nostro Paese. Per contro il cittadino afgano, sulla trentina, era un richiedente l’asilo entrato in Svizzera nel 2015. Il suo allontanamento è più recente, è avvenuto nel corso dell’estate. Un altro individuo giudicato dai servizi specializzati un serio pericolo, visti i suoi contatti con altri individui radicalizzati. Entrambi sono stati allontanati e rimandati nel loro Paese d’origine con un biglietto di sola andata.
I due hanno richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e i movimenti sospetti. Un sottobosco di radicalizzazione allo jihadismo che è emerso anche dal recente processo contro Ümit Y., l’agente di sicurezza che lavorava nei centri per richiedenti l’asilo per Argo 1, la società al centro della vicenda del mandato diretto del DSS. L’atto d’accusa a suo carico della Procura federale citava diverse situazioni di ritrovi sospetti, facendo anche nome e cognome delle persone interessate. Rimane top secret la regione del Ticino che ha visto i due espulsi protagonisti, mentre gli stessi intrattenevano legami sia in Ticino, che in Italia, come pure in altri Paesi. Mentre i due non erano uniti da legami o rapporti, i filoni che hanno portato al successo di questa operazione erano separati.
NORMAN GOBBI – «La Svizzera è un luogo di reclutamento»
Ticino, radicalismo, terrorismo e sostenitori del sedicente Stato islamico. Dobbiamo iniziare ad avere paura?
«Quando sono state colpite da attentati terroristici città come Parigi, Bruxelles, Berlino, Londra, Manchester e Barcellona – e negli ultimi due anni è successo purtroppo troppe volte – ho ricordato che alle nostre latitudini il rischio zero, ovvero la possibilità che anche da noi si verifichino attacchi simili, non esiste. Questi attacchi colpiscono laddove fa più male: nel cuore pulsante delle comunità, dove la gente sta vivendo la propria quotidianità. Ma, per tornare alla sua domanda, no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».
Si parla spesso di casi isolati, ma poi ne emergono di nuovi. Fino ad oggi ci siamo illusi di essere un territorio immune?
«Dalle informazioni fornite dal Servizio delle attività informative della Confederazione il nostro Paese non si presta a essere uno degli obiettivi principali dei terroristi. Come dimostrano alcuni arresti avvenuti in passato – e nemmeno troppo lontano – la Svizzera è piuttosto un luogo in cui avviene il reclutamento per la diffusione di ideologie di questo genere e per il finanziamento di queste ignobili azioni. Anche in passato, per altri tipi di terrorismo il nostro territorio si prestava a questo genere di attività. E non da ultimo non va dimenticato che vicino a noi, al di là del confine, ci sono luoghi problematici. E penso in questo senso alla moschea di Varese dalla quale sono transitate persone pericolose».
Cosa si sente di dire dei due casi che arrivano alla ribalta oggi?
«Innanzitutto voglio esprimere il mio ringraziamento a tutti i miei collaboratori: funzionari e agenti di polizia che con pazienza e tenacia si sono occupati dei casi. Il lavoro che svolgono queste persone spesso è dietro le quinte, non si vede. Ma grazie al loro impegno, il nostro territorio rimane un posto sicuro dove vivere. E non da ultimo, tengo a ringraziare anche tutte le persone che lavorano per i servizi della Confederazione che hanno reso possibile ottenere un risultato di successo per entrambi i casi».
Molti si chiederanno: per due che sono stati allontanati, quanti altri jihadisti operano nell’ombra in Svizzera e in Ticino?
«Difficile da dire. Possono anche essere persone che transitano sul nostro territorio per un breve periodo. Per questo motivo è fondamentale che cittadini, enti e associazioni, insomma chiunque noti qualcosa di sospetto sul nostro territorio lo segnali alle nostre forze dell’ordine. In questo senso mi piacerebbe che le persone attive nelle nostre moschee fossero più attive nel segnalare personaggi sospetti. Quando a febbraio è stato arrestato il reclutatore sul nostro territorio grazie a un blitz delle forze dell’ordine la Lega dei musulmani ha negato di aver subito una perquisizione. Ma poi, durante il processo dell’imputato al Tribunale penale federale è emerso invece che la sede era stata perquisita. Su questo aspetto non smetterò mai di insistere: occorre trasparenza!».
La Sezione della popolazione con questa azione ha certamente fatto «un colpaccio». E dire che mentre si lavorava nell’ombra su questi delicati casi imperversava il cosiddetto scandalo dei permessi falsi. Come commenta?
«Ancora una volta il plauso va al lavoro di chi, anche quando si trovava nell’occhio del ciclone, non ha mai smesso di svolgere al meglio il proprio mandato. Persone che, mentre imperversava la tempesta, hanno lavorato anche durante i giorni di festa, in un clima caratterizzato da dubbi e attacchi da più fronti, soprattutto a livello mediatico».
Ma come si fa ad arrivare a smascherare queste persone?
«Spesso è un lavoro lungo. E la collaborazione tra autorità è fondamentale: prima di tutto tra servizi interni e poi con la Confederazione – penso il particolare alla Segreteria di Stato della migrazione, alla Polizia federale e al Servizio delle attività informative – e con le autorità internazionali. Lo scambio d’informazioni è quindi basilare. Un grosso contributo spesso lo danno anche le segnalazioni dei cittadini – che amo definire le nostre sentinelle sul territorio – e dei funzionari che si occupano delle pratiche. Ciò nonostante le grandi difficoltà date dagli strumenti legislativi che abbiamo a disposizione: risorse insufficienti per poter svolgere al meglio il nostro lavoro. A livello svizzero, ci stiamo muovendo tra Cantoni insieme al Dipartimento federale di giustizia e polizia per poter disporre di più mezzi per contrastare organizzazioni criminali e di stampo terroristico. Vogliamo modificare la base legale perché al momento, soprattutto il codice penale, è troppo debole. Pensiamo alla condanna del reclutatore arrestato qualche mese fa e recentemente condannato. Sei mesi per questo genere di reati sono davvero una pena troppo lieve a mio modo di vedere».
Abbiamo parlato dei suoi funzionari, ma che ruolo hanno avuto la Polizia cantonale e quella federale?
«Ovviamente, il ruolo della nostra Polizia è stato centrale. Il Servizio cantonale d’intelligence ha infatti lavorato in fase preventiva e ha evidenziato le due situazioni a rischio, per poi trasferire le informazioni e tutti gli elementi alla Polizia federale che, per competenza, ha avviato le indagini giudiziarie».
Nelle scorse settimane c’è stata la condanna di Ümit Y., già agente di sicurezza di Argo 1. Tra lui e i due espulsi c’erano dei legami di qualche genere?
«Non lo so dire. In casi come questi le inchieste sono condotte dagli inquirenti, e determinate informazioni sono strettamente confidenziali. D’altra parte nel nostro sistema democratico vige la separazione dei poteri. In ogni caso sono fiducioso sul lavoro svolto dalle nostre autorità giudiziarie in questo ambito».
(Articolo e intervista di Gianni Righinetti)
Da RSI.ch | Non sarà più necessario tornare a Camorino per ripetere la procedura in caso di difetti lievi
La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Un-collaudo-%C3%A8-abbastanza-9483148.html
Una sola visita a Camorino sarà abbastanza, anche se il veicolo non dovesse superare il collaudo, almeno nel caso di difetti lievi, come fari malfunzionanti. È quanto previsto da una nuova convenzione tra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile, che permette di eseguire la riparazione in un garage certificato senza poi dover ripetere la procedura.
Una buona notizia per i conducenti, che risparmieranno tempo e denaro, ma anche per la Sezione della circolazione, che snellisce così le proprie pratiche burocratiche, continuando a garantire la qualità grazie alla certificazione richiesta ai garage.
Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |
I detentori di veicoli che non superano un collaudo a causa di difetti lievi potranno in futuro limitarsi a effettuare le riparazioni in un garage certificato, senza l’obbligo di ripetere la procedura di verifica a Camorino, all’Ufficio tecnico della Sezione della circolazione o a Rivera, nella sede del Touring Club Svizzero (TCS). È il frutto di una convenzione firmata questa mattina dal Consigliere di Stato Norman Gobbi, che avvia una nuova forma di collaborazione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile (UPSA).
La futura semplificazione, che diverrà operativa dal 2018, riguarderà i veicoli che non dovessero superare il collaudo alla Sezione della circolazione o al TCS per difetti di rilevanza limitata. In questi casi, le autorità offriranno al detentore del veicolo esaminato la possibilità di riparare il problema in un garage certificato, risparmiandogli così l’onere di un nuovo collaudo. Le officine che otterranno la certificazione, rilasciata per conto del Cantone da UPSA, saranno infatti abilitate a convalidare la «Conferma di riparazione», un documento che il detentore del veicolo dovrà semplicemente trasmettere alla Sezione della circolazione per attestare il superamento del collaudo.
Con questa misura il Dipartimento delle istituzioni conferma il proprio impegno nello snellire le procedure burocratiche, così da rendere più rapida e soddisfacente l’interazione fra la cittadinanza e l’autorità cantonale. La Sezione delle circolazione, uno degli uffici più sollecitati dell’Amministrazione cantonale, si conferma così una volta ancora all’avanguardia nell’alleggerimento delle procedure e nel miglioramento della qualità del servizio.