Valichi Nessun dietrofront sulla chiusura

Valichi Nessun dietrofront sulla chiusura

Dal Corriere del Ticino | Berna conferma: Roma è stata informata oltre un anno fa – Ma intanto oltre confine è riesplosa la polemica Norman Gobbi: «Reazione tardiva, non tocca al Ticino sopperire ai problemi di comunicazione dell’Italia»

Non ci sarà nessuna retromarcia sulla chiusura notturna dei valichi minori di Novazzano paese, Pedrinate e Ponte Cremenaga. L’ha confermato all’ATS Roland Meier , portavoce del Dipartimento federale delle finanze, che ha inoltre precisato come le autorità italiane fossero a conoscenza del progetto già dallo scorso marzo. Ovvero da quando il direttore del Dipartimento degli affari esteri Didier Burkhalter aveva comunicato la decisione al suo omologo Paolo Gentiloni, oggi premier italiano. Insomma, tanto rumore per nulla? «L’impressione è che si reagisca a scoppio ritardato – commenta il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi , da noi interpellato – le autorità italiane ne erano a conoscenza da tempo: oltre all’incontro tra Burkhalter e Gentiloni, da parte nostra avevamo informato la Regione Lombardia e la Regione Piemonte già nel 2015. Poi posso immaginare che i Comuni di frontiera non abbiano ricevuto comunicazioni ufficiali da Roma, ma non sta al Ticino supplire ai problemi di comunicazione interna sul lato italiano». Martedì, a un paio di giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, l’ambasciatore svizzero a Roma Giancarlo Kessler era stato convocato d’urgenza alla Farnesina per fornire spiegazioni sulla chiusura dei valichi. In merito, precisa una nota del Ministero italiano degli esteri, Kessler ha sottolineato che «si tratta di una misura temporanea e sperimentale, che andrà presto rivista nel quadro di un ulteriore miglioramento della collaborazione fra forze di sicurezza». «La convocazione di Kessler la leggo come una risposta alle pressioni parlamentari – aggiunge Gobbi – fa parte del gioco ma non bisogna neppure esagerare». Di tutt’altro avviso il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Raffaele Cattaneo che, ieri, ha affermato: «Non è la logica dei muri e dello scontro che risolverà questo problema ma, al contrario, quella dell’incontro e della politica». L’obiettivo della Regione, ha aggiunto, «è che questa sperimentazione non proceda e che non si allarghi ad altri valichi com’era nelle intenzioni iniziali». «È l’ultimo tassello di un puzzle che dovrebbe preoccupare tutti quelli che hanno la testa sulle spalle – gli fa eco Alessandro Tarpini , responsabile nazionale dei frontalieri – una corda la si può tirare, ma a un certo punto si spezza. E dirò di più: chiudere tre valichi minori per una questione di sicurezza fa ridere i polli». Sul tema, intervistato dal Corriere del Ticino, si era espresso anche il comandante delle guardie di confine Mauro Antonini ribadendo come «la misura porterà unicamente un leggero sollievo, come l’assunzione di un aspirina quanto si ha mal di testa». Tornando oltre confine, a preoccupare Tarpini non è però «il disagio di una simile misura, piuttosto il clima generale che si sta creando e il fatto che la classe dirigente ticinese sembra fare a gara a chi la spara più grossa. In un discorso generale, tra limitazioni al mercato, controlli e provvedimenti simili c’è una corona di rosario che avrà non so quanti grani». «La scelta dei valichi è stata fatta in maniera coordinata tra le Guardie di confine e la Polizia cantonale – precisa Gobbi – sono stati scelti proprio perché valichi secondari con un’alternativa in prossimità e in territori confrontati con furti e rapine. È stata una decisione di carattere operativo, non politico». Sollecitato sull’affermazione «fosse per me li chiuderei già tutti», rilasciata ai microfoni di Radio Rai 1, Gobbi è schietto e diretto: «Come Dipartimento in fase di consultazione avevamo già risposto che eravamo per la chiusura di tutti i valichi, o comunque per la conferma di quelli presenti nel postulato di Roberta Pantani. Poi si è scelto di fare un periodo di prova, ma la mia visione politica non cambia. In fin dei conti, fino al 2009 questa era la realtà». Inoltre, conclude Gobbi, «ricordo che fino a pochi giorni fa l’unico valico doganale chiuso era quello di Maslianico. E per volontà delle autorità italiane».

(Articolo di Viola Martinelli)

“Fosse per me, li chiuderei già tutti”

“Fosse per me, li chiuderei già tutti”

Da Ticinonews.ch – Norman Gobbi, ai microfoni della Rai, ha chiarito al pubblico italiano i contorni della chiusura dei valichi

Mentre Berna nella giornata odierna ha fornito una risposta ufficiale alle autorità italiane sulla chiusura notturna di tre valichi ticinesi (vedasi SUGGERITI), non si può certamente dire che sui media italiani negli ultimi giorni siano circolate informazioni completamente esatte in merito al provvedimento in fase di test per 6 mesi.

NormanGobbi, invitato quest’oggi ai microfoni di Radio Rai 1 durante la trasmissione “Restate Scomodi” ha quindi provato a fare un po’ di chiarezza, smentendo alcune imprecisazioni trapelate anche a causa di un articolo del Corriere della Sera, criticato dal ministro ticinese. Gobbi ha sottolineato come il Ticino sia la frontiera “più aperta e permeabile” della Svizzera e che la chiusura decisa “riguarda una fascia oraria che non ostacola l’attività lavorativa”.

Ma perché i criminali dovrebbero attraversare durante la notte le frontiere? Il Consigliere di stato, ammettendo che le rapine nei distributori di benzina hanno luogo di giorno, ha però spiegato che “i furti in abitazione, quelli che colpiscono di più nella percezione dei cittadini, avvengono soprattutto di notte”. La misura, secondo Gobbi, si renderebbe sostanzialmente indiscutibile per la situazione di comuni come Astano che “è stato per alcuni anni il luogo con il maggior numero di reati pro-capite, proprio perché a ridosso della frontiera.”

In collegamento telefonico ai microfoni della Rai, vi era anche Domenico Rigazzi, sindaco di Cremenaga, che ha ribadito di “non essere stato informato né dalle autorità italiane, né da quelle svizzere”: “Lo abbiamo appreso dai media, ma ci chiediamo: perché chiudere Cremenaga e non altri valichi minori come Fornasette?”

La risposta del direttore del Dipartimento delle Istituzioni è lapidaria: “Fosse per me, li chiuderei già tutti. Ma questa è una fase di test. Sono stati scelti questi valichi minori perché comunque pochi km più a est o a ovest si può transitare. Non è una chiusura ermetica come invece successo altrove – ha inoltre aggiunto il ministro – Come successo sui confini Francia/Italia, con problemi d’applicazione di Schengen… In quel caso mi sembra che la Farnesina non abbia detto qualcosa.”

Gobbi è tornato inoltre a sottolineare che il contatto con le autorità provinciali e statali c’è stato: “Un anno fa il nostro ministro degli esteri parlò con Gentiloni di questa fase di test.”

Secca infine la risposta alla giornalista che chiedeva spiegazioni sul casellario giudiziale, “chiesto solo agli italiani” secondo alcuni media: “Se lei fosse venuta a chiedermelo, le avrei spiegato che il casellario giudiziale lo chiediamo a tutti i cittadini che vengono a lavorare da noi, di qualsiasi nazionalità”.

Gobbi: «A volte manca proprio l’ABC»

Gobbi: «A volte manca proprio l’ABC»

Dal Corriere del Ticino | Il doppio voto di una donna manda in tilt lo spoglio delle schede a Paradiso – Dal ministro critiche e frecciate Vismara attacca: «Il leghista non perde occasione per parlar male di noi» – La replica: «Facessero le cose bene»

I risultati di Paradiso, dove le urne si sono regolarmente chiuse a mezzogiorno, erano attesi per le 14. Massimo per le 14.30. E invece sono arrivati 5 ore dopo, quando l’orologio segnava ormai le 19.30 e in molti iniziavano a temere che anche questa volta – e sarebbe stato un vero terremoto – le elezioni di Paradiso sarebbero state invalidate. Perché tanto ritardo? Un’elettrice ha potuto votare due volte e, appena scoperta questa cosa, tra Paradiso e Bellinzona si è scatenato un mezzo finimondo. Cosa sia successo non è ancora completamente chiaro e sarà probabilmente al centro di accertamenti cantonali nelle prossime settimane. Pare che la signora, dopo aver ricevuto a casa il materiale di voto, si sia presentata in cancelleria dicendo di aver perso la carta di legittimazione (quella in cui figura il nome dell’elettore e che serve proprio a evitare che una persona voti due volte o per conto di terzi) e che in cancelleria le sia stata stampata una copia della carta di legittimazione senza però indicare che la stessa era una duplica. Una volta tornata a casa, la donna avrebbe ritrovato la carta di legittimazione originale. Da questo punto in poi le ricostruzioni dell’accaduto sono un po’ frammentarie (ed è anche per questo che l’Ufficio cantonale di accertamento vorrà vederci chiaro). Pare comunque che la donna abbia inviato due volte i suoi voti (utilizzando le due carte di legittimazione e – ma non ci sono conferme – forse utilizzando il materiale di voto di un parente) e che le sue schede siano finite nell’urna prima che gli addetti ai seggi controllassero i documenti di legittimazione. Solo a quel punto ci si sarebbe accorti che la donna aveva votato due volte. Una volta appurato ciò, gli addetti ai seggi di Paradiso hanno segnalato il caso all’Ufficio cantonale di accertamento, che ha convocato tutti nel pomeriggio a Bellinzona per un chiarimento e che, dopo una lunga camera di consiglio, ha deciso (visto che di un solo voto contestato si trattava) di dare comunque il via alla pubblicazione dei risultati. Questo non significa comunque che la vicenda sia conclusa.

«Ricorsi non da escludere»

«A volte manca l’ABC – ci ha spiegato Norman Gobbi , direttore del Dipartimento delle Istituzioni – e dovremo riaffrontare la formazione nell’ambito dei responsabili comunali proprio per evitare che queste situazioni incresciose, che gettano dubbi sul funzionamento delle elezioni, si ripetano».

Esiste dunque la possibilità che nei confronti del Comune di Paradiso vengano presi dei provvedimenti cantonali? «Dovremo discuterne con il cancelliere dello Stato (Arnoldo Coduri, ndr) per capire come agire con Paradiso e sapere esattamente cosa è successo. Perché è comunque un fatto increscioso, seppur isolato, e non si possono escludere eventuali ricorsi». Un fatto che segue il noto (e per certi versi storico, visto che nel nostro cantone l’ultima elezione annullata risaliva al 1854) invalidamento della consultazione di aprile 2016, in cui il Tribunale amministrativo cantonale aveva rilevato «gravi irregolarità riguardanti lo spoglio del 77% delle schede».

Il battibecco

Su questo fatto abbiamo chiesto un parere alla municipale Fulvia Guglielmini del PPD (che però si è trincerata dietro a un «no comment», dicendo che non spetta a lei esprimersi su questo fatto) e al sindaco del PLR Ettore Vismara , che ha attaccato il consigliere di Stato (tra i due, è noto, non scorre buon sangue): «La frase di Gobbi è l’esempio di come il ministro è maldisposto con Paradiso, di come cerca ogni occasione per parlar male di noi. Se un cittadino fa un errore non è colpa del sindaco o del Comune». Secca la replica del ministro: «Non è certo colpa mia. Facessero le cose in ordine, non dovrei parlar male di Paradiso». Una cosa è certa: eventuali ricorsi contro l’elezione di ieri – e ce lo ha confermato il municipale Antonio Gaggiano – non partiranno stavolta dalla Lega. Anche perché, verrebbe da dire, una nuova tornata elettorale porterebbe il PLR – visto come è andata ieri – a sei seggi in Municipio.

(Articolo J.R/GIU)

Migranti, le entrate illegali aumenteranno nel 2017

Migranti, le entrate illegali aumenteranno nel 2017

Dal Giornale del Popolo | La Conferenza dei direttori di giustizia fa il punto per il Ticino

Le entrate illegali in Ticino continueranno e, forse, aumenteranno nel corso del 2017. È questo il dato che più salta all’occhio emerso dalla Conferenza latina delle direttrici e dei direttori dei Dipartimenti di giustizia e polizia svoltasi di recente in Ticino. A riunirsi a Sud delle Alpi, sono stati in particolare i consiglieri di Stato dei Cantoni Friborgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel, Ticino, Vaud e Vallese. Mentre i temi affrontati erano legati alla sicurezza, agli affari militari e alla protezione della popolazione, alla giustizia, ai fenomeni migratori. All’incontro, organizzato in Ticino su iniziativa del consigliere di Stato Norman Gobbi hanno pure partecipato i rispettivi comandanti delle Polizie cantonali e i responsabili delle esecuzioni delle pene, che hanno contribuito alla proficua discussione svolta nel Comune di Collina d’Oro. L’incontro ha inoltre offerto l’occasione per un confronto politico ad alto livello, contribuendo a definire alcune priorità condivise da tutti i Cantoni latini, nonché far comprendere le peculiarità del Ticino inserito nella necessaria collaborazione intercantonale. Il consigliere di Stato Norman Gobbi è stato accompagnato per l’occasione dal segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, dal vice comandante della Polizia cantonale Lorenzo Hutter, dal direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini e dalla capufficio dell’assistenza riabilitativa Luisella Demartini.

Il Ticino è un luogo più sicuro

Il Ticino è un luogo più sicuro

Dal Mattino della domenica | I dati presentati nel corso della settimana dal ministro della sicurezza Norman Gobbi e dalla Polizia cantonale mostrano che i furti sono diminuiti fortemente anche nel 2016

Un anno eccezionale, il 2016, per la nostra Polizia. Da più punti di vista. I nostri agenti sono stati infatti impegnati su parecchi fronti: la gestione della sicurezza in occasione di grandi eventi come i festeggiamenti per l’apertura del tunnel ferroviario del San Gottardo e il coinvolgimento nell’esercitazione internazionale Odescalchi. E poi ci sono state situazioni che non si possono prevedere fino infondo, ma a cui bisogna dare una pronta risposta. Mi riferisco alla gestione dei flussi migratori al confine sud, con cui anche la polizia cantonale si è confrontata. Sul piano internazionale, inoltre, gli attacchi terroristici che hanno toccato e ferito il nostro continente richiedono nuove e costanti misure di sicurezza aggiuntive. Nonostante queste attività eccezionali, i nostri gendarmi hanno continuato a lavorare: sul terreno e anche nell’attività inquirente. E i frutti dell’intenso lavoro sono arrivati proprio laddove la polizia svolge le proprie mansioni sul nostro territorio. I dati lo confermano: i furti con scasso sono diminuiti del 14% rispetto al 2015 e del 60% rispetto al 2013. Una diminuzione che ha toccato tutte le regioni ticinesi. Oggettivamente possiamo affermare che il nostro Cantone è diventato un luogo più sicuro. Ma come è stato possibile raggiungere questo traguardo? Negli scorsi anni sul piano politico abbiamo lavorato su più fronti. Da una parte abbiamo riorganizzato la gendarmeria, riportando i nostri agenti sul terreno, nei distretti e a stretto contatto con la popolazione. Un riscontro tangibile lo abbiamo avuto soprattutto nel Mendrisiotto che, proprio per la sua vicinanza al confine con l’Italia, in passato era la regione maggiormente afflitta da fenomeni criminali come i furti nelle abitazioni. Dall’altra abbiamo consolidato e rinvigorito anche la collaborazione con gli altri attori chiamati a garantire la sicurezza: la Confederazione (in particolare per quel che concerne il coordinamento delle attività di polizia con quelle delle guardie di confine), le autorità italiane (grazie agli ottimi rapporti abbiamo affinato la gestione dei flussi migratori e la prevenzione di attività terroristiche) e, non da ultimo, le polizie comunali con cui collaboriamo con particolare soddisfazione. Un ruolo fondamentale ovviamente lo giocano anche i nostri cittadini, vere e proprie sentinelle – come mi piace definirli – che agiscono su tutto il territorio: grazie alle loro segnalazioni prontamente inoltrate alla polizia si possono fermare i malviventi ancor prima che compiano reati.

Non possiamo tuttavia dimenticare che a contribuire a questo risultato ha contribuito sicuramente anche il potenziamento degli effettivi della cantonale. Un impegno che mi sono assunto fin dai miei primi giorni in Consiglio di Stato. Non ho intenzione di sacrificare la sicurezza dei Ticinesi, per raggiungere questo obiettivo. Il personale impiegato in Polizia non sarà toccato, questo è poco ma… sicuro (da più punti di vista).

Nonostante le statistiche confortanti sull’operato delle forze dell’ordine, la guardia deve tuttavia rimanere alta. Quando a inizio anno mi sono recato in visita al rapporto annuale del corpo di polizia l’ho fatto presente a tutti gli agenti. Il 2017 si prospetta un altro anno impegnativo sul fronte della sicurezza. In particolare per quel che concerne la gestione dei flussi migratori: i dati d’altra parte parlano chiaro, il fenomeno non tende a diminuire. Anzi, le tendenze di questi primi mesi dell’anno ci confermano che la fascia di confine sarà sollecitata anche quest’anno. Come negli scorsi anni però non siamo rimasti con le mani in mano. Lo Stato maggiore cantonale per la migrazione è già operativo dal 2015 e per poter gestire dal profilo finanziario questo importante lavoro – che svolgiamo non solo per il Ticino ma per tutta la Svizzera – ho chiesto alla Confederazione di partecipare alle spese di gestione. Siamo in attesa di una risposta, ma una cosa è sicura: non ho intenzione di mollare! E continuerò a lavorare intensamente per continuare a rendere il nostro Ticino un luogo sicuro, per tutte le Ticinesi e i Ticinesi.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni

Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della conferenza pubblica “Vecchia e nuova emigrazione italiana: discriminazione di ieri e di oggi” |

Gentili signore,
egregi signori,
cari organizzatori,
Autorità pubbliche e cittadini,

essere qui con voi oggi a parlare di immigrazione e integrazione, a nome del Consiglio di Stato del nostro Cantone, è per me un grande piacere. Non ho scelto questa parola a caso, così come non è scelto a caso il titolo che ho voluto dare a questo mio intervento, ovvero «Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni».

Come dicevo, il primo luogo comune che voglio smontare riguarda proprio il piacere che sento in questo momento. Sono molto felice di essere qui: per prima cosa perché tengo davvero al tema dell’integrazione… e anche perché questo discorso mi fa sentire un po’ più giovane dei miei 40 anni appena festeggiati.

Ero infatti un fresco Consigliere di Stato quando quasi sei anni fa, nel novembre del 2011, ho tenuto il mio primo discorso sul tema dell’integrazione. Non erano pochi quelli che mi aspettavano al varco, aspettandosi che “il ministro leghista” dicesse chissà cosa. Erano prigionieri di un fraintendimento, che si è nel tempo calcificato, fino a trasformarsi purtroppo in luogo comune: avevano rinunciato a farsi un’idea personale su di me, cedendo alla seduzione delle soluzioni preconfezionate.

Tuttavia, voglio ribadire anche oggi quanto ho detto più volte in questi anni: fra i miei difetti non ci sono né l’essere stato punito per atti discriminatori, né l’avere lanciato accuse generiche contro gli stranieri in quanto tali. Di recente sono stato criticato per alcune mie dichiarazioni concernenti il caso dei permessi che ha toccato uno dei miei uffici. È facile, spesso, voler travisare il senso delle parole e decontestualizzare quello che una persona intende. Anche nei momenti più difficili, ho sempre cercato di affermare chiaramente che l’azione di alcuni elementi negativi non deve spingerci a nascondere gli elementi positivi del nostro vivere in una società mista. Perciò, anche se mi rendo conto che questo potrà anche suonare strano a qualcuno, un Consigliere di Stato eletto sulla lista della Lega dei Ticinesi può affrontare il tema dell’integrazione in maniera serena e pragmatica, libero da ogni preconcetto ideologico, ma rivolto al raggiungimento di obiettivi misurabili.

L’integrazione è fondamentale per la nostra società. Trasmettere i nostri valori, i nostri usi, le nostre tradizioni il nostro modo di vivere allo straniero che giunge sul nostro territorio è il modo migliore per garantire una convivenza serena e anche la coesione sociale.

Si tratta di uno strumento efficace che consente di prevenire ad esempio fenomeni come la radicalizzazione di estremisti – come ho avuto modo di ribadire anche recentemente in occasione dell’arresto in Ticino di un presunto reclutatore dell’Isis.

Magari per qualcuno queste mie parole potranno suonare sorprendenti, ma mi ripeto; è sufficiente conoscere bene la mia storia personale, per capire quanto l’integrazione sia per me un concetto naturale. Il mio vissuto mi porta lontano da qualsiasi forma di pregiudizio contro chi è altro da me, perché alla diversità sono stato confrontato fin da bambino. Per questo, come nel 2011, intendo oggi raccontare a tutti voi un po’ della mia storia personale.

Come molti sanno sono cresciuto in una valle, ma la Leventina degli Anni ottanta era tutt’altro che un luogo abitato al 100% da indigeni. Oggi potrà sembrare strano, ma Piotta in quegli anni era un vero laboratorio, nel quale, in anticipo sui tempi, vivevamo la società amalgamata che oggi si è diffusa a tutto il territorio ticinese.

I miei nonni materni abitavano in una palazzina dell’allora Piottawerke. Di sei famiglie, solo due erano svizzere: le altre erano italiane della Lombardia, della Calabria, della Sardegna e della Sicilia. Oltre all’abitazione, i nonni condividevano con i nostri vicini la passione dell’orto e quella per lo sport, e le loro relazioni andavano ben al di là del semplice viversi accanto. I miei nonni paterni, invece, erano commercianti: avevano bottega, panetteria e ristorante. Erano a capo di un’azienda integrante, con una trentina di posti di lavoro occupati in maggioranza dalle mogli dei migranti italiani e balcanici che lavoravano nelle fabbriche della zona industriale di Piotta.

La presenza delle industrie e delle imprese edili faceva sì che anche a scuola la componente migratoria fosse molto rappresentata. Il contatto tra autoctoni e nuovi arrivati era quindi naturale, perché cominciava in classe e, finiva dopo la scuola, sul ghiaccio con l’HC Ambrì-Piotta e in palestra con la Società federale di ginnastica, vere palestre spontanee di integrazione. Non solo per i giovani, ma anche per gli adulti, giocando a carte o a bocce.

Questo era il microcosmo di Piotta e dell’Alta Leventina. Queste sono le persone accanto alle quali ho vissuto i primi anni della mia vita, e questo è l’ambiente dove sono cresciuto. Questa è la mia storia. Sono cresciuto con la convinzione che l’ambiente privilegiato per l’integrazione sono le strutture di base della nostra società: strutture nelle quali ognuno è chiamato a svolgere correttamente il proprio ruolo, secondo il principio della responsabilità individuale, che rende ogni cosa più facile anche nel campo dell’integrazione.

Il nostro compito di buoni cittadini, perciò, è di praticare ogni giorno questa responsabilità, e di tenerci lontani dai luoghi comuni che cercano di addossare ogni colpa allo Stato perché inattivo, allo straniero perché refrattario o allo svizzero perché discriminatore. Solo così potremo compiere il primo passo verso quella coesione sociale interna che è oggi di estrema attualità, considerando i tempi critici che abitiamo.

È un primo passo, come detto, al quale ovviamente ne dovranno seguire altri, da parte della politica. E su questo punto voglio essere tanto franco quanto lo sono stato finora: l’idea che sia nostro dovere aprire indiscriminatamente le frontiere è semplicemente irresponsabile. In tempi di crisi economica, instabilità sociale, insicurezza internazionale, le regole e i limiti sono i soli strumenti che ci permettono di rispondere in modo adeguato preoccupazioni dei nostri cittadini, sia svizzeri sia stranieri residenti. Preoccupazioni naturali e giustificate, che non possono essere semplicemente liquidate come paure irrazionali.

Il nostro territorio è stato toccato – e lo è ancora – dal forte afflusso di migranti alle porte del nostro Cantone. Non stiamo chiudendo le porte in faccia a queste persone: le Guardie di confine e il Ticino stesso stanno gestendo la situazione rimanendo nei margini consentiti dalla legge. La tendenza dei nuovi migranti, con la chiusura delle altre vie europee per accedere ai Paesi del nord Europa, è quella di voler unicamente transitare dalla Svizzera, senza depositare una richiesta d’asilo.
Le cifre d’altra parte parlano chiaro. Per questo motivo, queste persone vengono riaccompagnate in Italia, il Paese in cui sono stati registrati. Non stiamo discriminando nessuno. Il mio approccio è responsabile nei confronti del nostro Paese. L’impressione è che per molti, il fatto di avere un leghista a capo della sicurezza significhi per partito preso voler discriminare a tutti i costi l’altro. Ma almeno per una volta voglio fare chiarezza.

Dicevo in apertura dei luoghi comuni: solo quando avremo smantellato tutti i luoghi comuni potremo costruire un luogo – un territorio – davvero comune a tutti: fatto di regole e di integrazione. Come detto, non è un esercizio di retorica, proprio perché sono convinto che il rispetto delle differenze che ho vissuto nella mia Leventina possa crescere e affermarsi in tutto il nostro Canton Ticino.

Grazie a tutti per l’attenzione e buon proseguimento con la conferenza pubblica.

Conferenza latina dei direttori di giustizia e polizia

Conferenza latina dei direttori di giustizia e polizia

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Il Ticino ha ospitato giovedì 30 e venerdì 31 marzo la seduta plenaria della Conferenza latina delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti di giustizia e polizia. Nel corso della due giorni a sud delle Alpi, i Consiglieri di Stato dei Cantoni Friborgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel, Ticino, Vaud e Vallese si sono confrontati su temi legati alla sicurezza, agli affari militari e alla protezione della popolazione, alla giustizia, ai fenomeni migratori.

L’incontro primaverile della Conferenza, sotto la presidenza del Consigliere di Stato ginevrino Pierre Maudet, vede riuniti i responsabili dei settori della giustizia e della polizia dei Cantoni latini ed è stato organizzato in Ticino su iniziativa del Consigliere di Stato Norman Gobbi. All’incontro hanno pure partecipato i rispettivi comandanti delle Polizie cantonali e i responsabili delle esecuzioni delle pene, che hanno contribuito alla proficua discussione svolta nel Comune di Collina d’Oro.

L’incontro ha inoltre offerto l’occasione per un confronto politico ad alto livello, contribuendo a definire alcune priorità condivise da tutti i Cantoni latini, nonché far comprendere le peculiarità del Ticino inserito nella necessaria collaborazione intercantonale. Tra i vari temi è stato pure affrontato quello relativo ai flussi migratori e alle entrate illegali, che hanno visto coinvolti in maniera preponderante il Cantone Ticino e il Canton Vallese nel 2016; ad ora le previsioni per il 2017 confermano il trend e indicano un ulteriore aumento di questa tipologia di migrazione.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi è stato accompagnato per l’occasione dal Segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, dalla Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, dal Vice Comandante della Polizia cantonale Lorenzo Hutter, dal Direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini e dalla Capufficio dell’assistenza riabilitativa Luisella Demartini.

Nella foto i Consiglieri di Stato Alain Ribaux (Neuchâtel), Nathalie Barthoulot (Giura), Pierre Maudet (Ginevra), Béatrice Métraux (Vaud), Norman Gobbi (Ticino) e Maurice Ropraz (Friborgo).

Violenza domestica: risposte più rapide ed efficaci a tutela della sicurezza delle persone coinvolte

Violenza domestica: risposte più rapide ed efficaci a tutela della sicurezza delle persone coinvolte

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Nella seduta di martedì, il Consiglio di Stato ha approvato il messaggio relativo alla modifica dell’articolo 9a della Legge sulla polizia del 12 dicembre 1989 (LPol) concernente l’allontanamento e il divieto di rientro in ambito di violenza domestica. Nello specifico, la modifica proposta dal Governo prevede che spetterà sempre, come ora, all’Ufficiale di polizia decidere l’allontanamento di una persona dal suo domicilio così come il divieto di frequentare determinati luoghi, se questo mina alla sicurezza dei suoi familiari. Ciò senza tuttavia più coinvolgere sistematicamente la Magistratura, come avviene oggi. Verrà inoltre creata la base legale che permetterà al servizio competente per il sostegno e la consulenza agli autori di violenza domestica (Ufficio dell’assistenza riabilitativa) di ricevere tutte le decisioni di allontanamento e di contattare tutti gli autori. Una modifica tesa ad accrescere la sicurezza delle persone toccate da episodi di violenza domestica.

L’attuale art. 9a LPol è stato adottato il 27 febbraio 2007 quale misura preventiva con l’obiettivo di assicurare la protezione immediata della vittima indipendentemente dalla perseguibilità penale dell’atto di violenza. L’Ufficiale di polizia può decidere l’allontanamento per dieci giorni di una persona dal suo domicilio e vietargli l’accesso a determinati locali e luoghi, se essa rappresenta un serio pericolo per l’integrità fisica, psichica o sessuale di altre persone facenti parti della stessa comunione domestica. La vigente norma prevede il coinvolgimento sistematico del Pretore, che deve decidere la conferma o la revoca della misura dell’allontanamento.

Dall’esperienza di questi anni risulta che tutte le decisioni emanate dalla Polizia sono state confermate (dal 1. gennaio 2008 al 31 dicembre 2016 ben 616 decisioni di allontanamento), ad eccezione di una decisione, annullata a causa di lacune formali. Il Consiglio di Stato propone quindi di rinunciare al coinvolgimento obbligatorio del Magistrato per la conferma o revoca della misura dell’allontanamento. Tale provvedimento potrà comunque essere contestato, entro tre giorni dalla notifica, davanti al Pretore, ciò che consentirà la salvaguardia dei diritti delle persone interessate.

Il messaggio contempla anche la proposta di prevedere nella LPol la base legale per la trasmissione automatica delle decisioni di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (UAR), servizio competente per il sostegno e la consulenza in materia di violenza domestica, alfine di rendere possibile a quest’ultimo una presa di contatto proattiva con tutti gli autori di violenza domestica. L’approccio proattivo implicherà la presa di contatto con le persone violente, allo scopo di informarle rapidamente sui loro diritti e doveri e di dimostrare loro che possono ricorrere all’aiuto di servizi specializzati. Per fornire alcune cifre, nel 2016 l’UAR ha preso a carico, con il consenso dell’autore 81 persone nell’ambito della violenza domestica, contro le 76 del 2015.

Entrambe le proposte elencate vanno nella direzione auspicata dalla deputata Delcò
Petralli con la mozione del 27 giugno 2012 “Procedura in ambito di violenza domestica”.
Il Consiglio di Stato non ritiene tuttavia opportuno affrontare nell’ambito della LPol la questione del sostegno riabilitativo obbligatorio per gli autori di violenza domestica, pure richiesto dalla deputata nell’atto parlamentare citato. Tale questione necessita di approfondimenti che verranno effettuati dalla Commissione di accompagnamento permanente in materia di violenza domestica. Con il messaggio in questione l’Esecutivo propone infine di istituire la base legale affinché le Polizie comunali, intervenute per conflitti in ambito famigliare, siano tenute a trasmettere automaticamente alla Polizia cantonale copia della documentazione relativa a tali interventi.

In generale, il messaggio governativo è volto ad accrescere la sicurezza delle persone
coinvolte in episodi di violenza domestica, mediante risposte più rapide ed efficaci da
parte delle autorità competenti. Un ambito, quello della violenza domestica, delicato e
sensibile, toccando la famiglia e quindi il nucleo della nostra società per il quale la
collettività chiede un intervento, a tutela anche delle generazioni future. Un ambito
all’interno del quale la sicurezza rappresenta un bene ancor più primario agli occhi delle persone toccate, che richiede un intervento deciso e responsabile da parte delle
Istituzioni.

Sempre meno furti in Ticino

Sempre meno furti in Ticino

Da Ticinonews.ch | Ecco il rapporto di attività 2016 della Sezione reati contro il patrimonio. In calo anche le truffe dei falsi nipoti

In Ticino anche nel 2016 i furti hanno fatto segnare nuovamente una importante diminuzione. Dal rapporto sull’attività della Sezione reati contro il patrimonio emerge infatti che lo scorso anno i furti (4’364, esclusi i furti di veicolo) sono ancora diminuiti del 14%.

A questo risultato hanno contribuito tutte le categorie, da quelli con scasso (1’557, -14%), a quelli senza scasso (2’340, -9%), a quelli commessi nei veicoli (467, -32%). Nello specifico fronte dei furti con scasso nelle abitazioni, la diminuzione è stata del 14% poiché sono passati dai 1’093 del 2015 ai 941 del 2016 (dal 2013 al 2016 si registra un -60%, da 2’328 a 941). Per quanto riguarda la totalità dei furti nelle abitazioni (compresi quelli senza scasso) la diminuzione è stata del 7%, dai 1’457 del 2015 ai 1’355 del 2016. Il 25% dei furti con scasso nelle abitazioni sono tuttavia solo tentati; la percentuale era del 35% nel 2015.

Il risultato positivo è dovuto ad un cambiamento nelle varie attività con una pronunciata e costante presenza capillare di agenti della Polizia cantonale sul terreno, in collaborazione con i partner della sicurezza (Polizie comunali e Guardie di confine), al costante lavoro di prevenzione e di analisi svolto quotidianamente nonché all’introduzione di mezzi tecnici e investigativi più performanti. In generale tutto il territorio cantonale, escluse alcune limitate zone, ha beneficiato della diminuzione dei furti.

Le indagini che hanno maggiormente impegnato la Sezione reati contro il patrimonio (RCP) nel 2016 sono legate a bande, composte da nomadi, albanesi e romeni, dedite ai furti con scasso in abitazioni e provenienti dalla vicina Italia e dalle nazioni dell’Est. In quest’ambito una complessa inchiesta condotta nel corso del 2016 ha permesso di porre fine alle attività criminali di una banda composta da oltre 20 autori, alcuni minorenni. Oltre una cinquantina i colpi da loro messi a segno in Svizzera con ingente refurtiva composta da denaro e gioielli. La base della banda era ubicata in un campo nomadi di Roma e da lì si spostavano verso nord utilizzando veicoli noleggiati in Svizzera. L’inchiesta, partita dal Ticino e non ancora conclusa, ha permesso di effettuare numerosi arresti pure in altri cantoni svizzeri. Un’altra indagine ha portato all’arresto di alcuni individui facenti parte di una banda dedita allo scasso che ha messo a segno 35 furti in poco più di due mesi. Valore della refurtiva circa 300’000 franchi. Un’importante inchiesta ha permesso inoltre di arrestare tre scassinatori albanesi che colpivano nella zona del Malcantone in abitazioni, case di vacanza e rustici. Gli scassinatori agivano in banda in un territorio molto vasto e si spostavano esclusivamente a piedi in zone boschive, anche impervie. Lo sforzo investigativo, che ha permesso di chiarire circa 110 furti avvenuti nel 2016 e una ventina tra il 2014 e il 2015, e sul terreno, con appostamenti e dispositivi congiunti, è stato notevole. Il loro fermo ha permesso di interrompere le scorribande.

Le aziende e i negozi non sono stati risparmiati dai malviventi. Particolarmente alcuni rivenditori del settore si sono visti alleggerire di diverse biciclette molto costose. Gli autori dei furti, di origine rumena e facenti parte di due distinti gruppi organizzati, si sono pure impossessati di alcuni volanti di prestigiose auto. Alcuni di loro sono stati identificati in fase di indagine. Per quanto riguarda i borseggi, è stata sgominata una banda che ha agito su tutto il territorio nazionale in modo meticoloso e sistematico (45 i reati commessi tra furti e prelievi di denaro contante). Si tratta di cittadini e cittadine bulgare che agivano nei supermercati, estremamente mobili ed organizzati da riuscire in una sola giornata a spostarsi in più cantoni della Svizzera. Alcuni componenti di questa banda sono stati condannati mentre altri sono ancora ricercati.

Le inchieste nell’ambito delle opere d’arte sono state una dozzina. In questo settore si evidenziano tre rogatorie provenienti da Francia, Italia e Svizzera (rogatoria intercantonale). Quest’ultima concerneva alcuni reperti archeologici egizi. Grazie alla collaborazione con il CCPD di Chiasso è stato restituito al legittimo proprietario un dipinto del famoso artista Giovanni Antonio Canal detto il Canaletto. L’opera è stata sequestrata diversi anni fa. A livello locale è stato dissequestrato un dipinto di Filippo Franzoni che in passato era stato indicato come falso. Gli accertamenti esperiti hanno però permesso di ricostruirne la storia ed i passaggi di proprietà fino ai primi decenni del secolo scorso. Un‘ulteriore indagine ha portato alla luce il tentativo di vendita di alcune uova Fabergé. Le stesse, indicate come provento di un furto commesso all’estero, sono in realtà risultate delle copie dozzinali.

Al capitolo truffe dei falsi nipoti, si può affermare con soddisfazione che il fenomeno è sensibilmente diminuito grazie all’attività di contrasto e informazione effettuata negli scorsi anni. Le truffe portate a termine si sono praticamente azzerate ed i tentativi commessi tramite telefonate provenienti dall’estero si sono ridotti a poche decine. Il fenomeno è comunque ben presente negli altri cantoni della Confederazione e nel nord Italia e quindi bisogna continuare ad essere vigili. I risultati fin qui ottenuti premiano e gratificano il lavoro degli inquirenti e spronano a non abbassare mai la guardia. Parallelamente si è pure indagato su altre casistiche. Le vittime, persone anziane, venivano avvicinate da uomini che si fingevano impiegati di aziende elettriche o del gas. I finti impiegati, avanzando pretesti diversi e utilizzando a volte delle apparecchiature specifiche, riuscivano ad entrare in casa. Raggiunto lo scopo, chiedevano alle vittime di nascondere denaro e gioielli in un luogo indicato come sicuro. Dopodiché si impossessavano della refurtiva. In quest’ambito si segnalano tre colpi riusciti ed altrettanti tentativi.

In relazione ai rip-deal, alcune inchieste aperte nel 2015 sono continuate anche lo scorso anno. Una in particolare, relativa ad un bottino di 60 chili di oro, è ancora in corso in collaborazione con gli inquirenti italiani. Un ripdeal è stato portato a termine ad inizio novembre 2016 in un albergo del centro di Lugano. Vittime due cittadini stranieri residenti oltralpe che hanno consegnato 100’000 franchi in cambio di 86’000 euro, risultati poi dei “fac-simile”.

I casi di skimming (acquisizione illecita di dati) commessi in Ticino a danno di persone che utilizzano bancomat o altri apparecchi automatici funzionanti con carte di credito sono stati 5. Due nel Sopraceneri, nella prima parte dell’anno, e tre ad inizio novembre 2016 nel Luganese. Si segnala un nuovo sistema, non più basato sull’applicazione di un lettore dati sulla parte esterna del bancomat. Si tratta di un sottile lettore che viene introdotto nella fessura d’inserimento delle carte di credito che legge i dati senza ostacolare la normale funzione di immissione e di espulsione della carta. Nei casi in cui è stato usato questo stratagemma, tre lettori sono stati sequestrati e neutralizzati. Gli accertamenti hanno permesso di stabilire che i due autori, a volte in collaborazione con un complice, hanno effettuato skimming in sette altri cantoni svizzeri. L’inchiesta ha permesso di identificare in due cittadini bulgari gli autori dei reati, su cui pende un mandato di cattura.

Articolo: http://www.ticinonews.ch/ticino/366186/sempre-meno-furti-in-ticino

Ticino, Cantone protetto e al sicuro

Ticino, Cantone protetto e al sicuro

Dal Giornale del Popolo | Il bilancio 2016 dell’attività della Polizia conferma la tendenza a una diminuzione dei reati/ Meno furti con scasso, più persone controllate. Gobbi: «Risultati frutto di scelte ben precise». Cocchi: «Sono contento»

I reati in Ticino nel 2016 sono aumentati, ma non in maniera così importante, se si guarda agli ultimi 8 anni, periodo nel quale sono sempre stati in diminuzione e, soprattutto, non così tanto come negli altri Cantoni svizzeri. A dirlo sono stati ieri i vertici della Polizia cantonale e del Dipartimento delle istituzioni (DI), convocando a Bellinzona la stampa per il bilancio 2016 d’attività della Polizia cantonale Nel “mare magnum” dei dati sui reati 2016, che saranno resi noti nei prossimi giorni in dettaglio, alcuni numeri saltano però all’occhio. E sono quelli relativi ai furti con scasso, «scesi del 14% rispetto al 2015 – ha precisato il comandante della Polizia Matteo Cocchi – e diminuiti del 60% se si confrontano i dati 2016 con quelli 2013». Non a caso «i furti con scasso – ha precisato Cocchi – erano una problematica quando sono arrivato, cinque anni fa, mentre oggi, grazie alla riorganizzazione interna, alla presenza più massiccia sul territorio di agenti e alla rinnovata collaborazione con le Guardie di confine e con le Polizie comunali», lo sono molto meno e per questo «sono contento». Sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso il direttore del DI, Norman Gobbi. «Il successo della diminuzione dei furti con scasso, soprattutto nel Mendrisiotto – ha riferito – è ascrivibile a una migliore presenza della Polizia sul territorio, resa possibile anche dall’adeguamento degli effettivi ». «Nonostante un leggero aumento delle infrazioni – ha rilevato Paolo Bernasconi, collaboratore scientifico della Polizia – il 2016 è in linea con una riduzione degli stessi a livello storico». Sì, perché accanto alla citata diminuzione dei furti, v’è da registrare «una lieve diminuzione degli incidenti stradali – ha evidenziato il comandante –, una forte diminuzione delle vittime stradali (-19%) e un aumento dei nominativi controllati (+10%)». Particolare non trascurabile, a brillare l’anno scorso è stata anche la gestione di alcuni eventi, situazioni ed emergenze del tutto nuovi, «come la sicurezza garantita in occasione dell’inaugurazione della galleria ferroviaria di AlpTransit il 2 giugno scorso – ha rimarcato Gobbi – resa possibile grazie a un’unica condotta d’impiego tra Polizia cantonale e Polizia urana», una vera e propria «primizia a livello svizzero», ha precisato Cocchi, o «l’esercitazione “Odescalchi”, qualcosa di davvero nuovo ed eccezionale – ha continuato il direttore del Dipartimento delle Istituzioni – con cui sono stati perfezionati i meccanismi di collaborazione tra Italia e Canton Ticino nell’ambito di vari partner di primo intervento». O ancora «la gestione dei flussi migratori, che, grazie alla preparazione degli enti coinvolti (esercito, polizia e uffici della migrazione) – ha aggiunto il ministro – ha permesso di evitare bivacchi all’aperto come in Italia, e assorbire al meglio una situazione davvero critica». Non meno rilevante, ha affermato il consigliere di Stato, è stata inoltre «la gestione di eventi internazionali, come il Festival del Film di Locarno », in piena emergenza terrorismo, cioè quando si era appena verificato l’attentato a Nizza e «le attenzioni e le misure di prevenzione sono state accresciute». Tutto questo, quando l’evoluzione della minaccia terroristica, ha indicato dal canto suo il comandante Cocchi, potrebbe creare problematiche anche in Ticino e per questo «deve obbligare le forze di polizia a trovare soluzioni». Come? Attraverso «un miglioramento dell’analisi del fenomeno e con un adeguamento dei dispositivi di sicurezza », ha puntualizzato Cocchi. Tra le novità in cantiere, vi è poi quella di arginare meglio la violenza domestica, attraverso un messaggio governativo ad hoc, ora sul tavolo del Consiglio di Stato, così «da abbassare il rischio recidiva ed evitare aggravi formali ai Pretori», ha affermato il direttore del Dipartimento delle Istituzioni.

Per la criminalità vita dura anche nel resto del Paese
Il 2016 in Svizzera si è distinto per un calo del 4,1% dei reati al Codice penale (CP). La diminuzione più sensibile riguarda i furti che hanno fatto segnare un -11% rispetto al 2015. Il trend positivo prosegue dal 2009 quando nella Confederazione si contavano 201 furti al giorno, contro 127 l’anno scorso. L’evoluzione è analoga per la criminalità minorile: rispetto al 2009 gli imputati di meno di 18 anni sono due volte meno numerosi. Questi i principali dati che emergono dalla statistica criminale di polizia (SCP) dell’Ufficio federale di statistica (UST) pubblicata ieri. La statistica non si limita alle violazioni del CP, che hanno raggiunto il livello più basso dal 2009, ma riguarda anche le infrazioni alla legge sugli stupefacenti (LStup), diminuite del 3,3%, quelle alla legge sugli stranieri (LStr, -0,7%) e quelle al codice della strada (stabili). Una tendenza inversa si registra riguardo alle calunnie e ingiurie. Le denunce sono aumentate del 16,5% da un anno all’altro e raddoppiate dal 2009, passando da 667 nel 2009 a 1.384.

Reati contro il patrimonio
Tra le infrazioni al CP, il 67,5% ha riguardato i reati contro il patrimonio. Un po’ meno della metà sono stati furti: circa 147mila nel 2016, che addirittura salgono a 189mila se si considerano anche i furti di veicoli. Un’altra percentuale importante di reati patrimoniali è rappresentata dai danneggiamenti alla proprietà: circa 44mila non in combinazione con furti. Con un nuovo calo di circa 20mila reati (-6,1%) tra il 2015 e il 2016, quelli contro il patrimonio registrano i valori più bassi dall’introduzione della nuova SCP nel 2009 (2016: circa 316mila; 2015: circa 336mila). Il calo più marcato riguarda i furti con scasso: -12,8% a circa 37mila.

Reati violenti
Per quanto concerne i reati violenti l’UST ha distinto quelli con una «violenza grave» dagli altri. Lo scorso anno i primi sono stati il 3,3% (3,2% nel 2015). Tra questi rientrano ad esempio gli omicidi (45 compiuti e 187 tentati), le lesioni personali gravi (573) e la violenza carnale (588). Complessivamente ne sono stati compiuti 1.407, 49 in più (+3,6%) rispetto all’anno prima. Rispetto al 2015 sono leggermente aumentate anche le lesioni semplici (+406, +5,5%), le coazioni (+260, +11,6%) e le vie di fatto (+275, +2,3%), mentre si è osservato un calo della partecipazione ad aggressioni (-106, -7,7%) e della partecipazione alle risse (-28, -3,0%).

Violenza domestica
Nel 2016 sono stati registrati 17.685 reati di violenza domestica (2015: 17.297, +2,2%). Nella maggior parte dei casi si trattava di violenza all’interno di una coppia. Il 42,2% (2015: 63,2%) degli omicidi consumati ha avuto luogo nella sfera domestica (ovvero 19 omicidi, 2015: 36). Questo dato è inferiore rispetto alla media degli ultimi anni (2009-2015: 26). Dalla statistica emerge che 18 delle 19 vittime sono state donne. Dato che i reati in relazione con la violenza domestica non danno sempre luogo a una denuncia, tali cifre non corrispondono alla violenza domestica nel suo insieme, ma soltanto ai reati segnalati e registrati dalla polizia, avverte l’UST.

Integrità sessuale
Lo scorso anno sono stati registrati 7.329 reati contro l’integrità sessuale. Le denunce hanno registrato un nuovo aumento, dell’8,5% (+573 reati rispetto al 2015), principalmente dovuto a un incremento dell’esercizio illecito della prostituzione (+211, +18,6%), della pornografia (+174, +15,6%), delle molestie sessuali (+132, +12,5%), della violenza carnale (+56, +10,5%) e del promovimento della prostituzione (+51, +39,2%).

Per il comandante servono analisi e dispositivi adeguati
«Terrorismo da tenere sott’occhio»

Per combattere la minaccia terroristica fondamentalista islamica occorre dialogare e collaborare maggiormente tra tutte le forze di polizia (cantonali e federali), anche perché l’evoluzione di questa minaccia potrebbe arrecare problemi anche al Ticino. Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale ticinese, non ci è andato giù leggero ieri, commentando gli attacchi internazionali che si sono verificati attorno ai nostri confini. Anche perché, forse, l’inchiesta della Polizia federale, partita proprio da un’indagine degli inquirenti ticinesi, che ha portato all’arresto di un presunto reclutatore dell’ISIS nell’ambito della vicenda Argo 1, qualche attenzione l’ha sollevata.

Dialogo e collaborazione però non bastano. È corretto comandante?
Certamente, servono anche un miglioramento della capacità di analisi e dispositivi adeguati. Inoltre, visto che non è possibile sapere quando un attentato terrorista si verifica, occorre aumentare anche la celerità d’intervento. Non da ultimo, è altresì importante anche la formazione e la sensibilizzazione del personale di polizia.

Un’altra sfida citata ieri in conferenza stampa rimane quella del flusso di migranti.
Sì, giacché il flusso non terminerà nel 2017 e neppure nel 2018. Grazie però a una pianificazione a lungo termine, già attivata nel 2015, abbiamo raggiunto risultati lungimiranti, tant’è vero che l’anno scorso siamo stati in grado di reagire velocemente non appena la situazione è diventata più critica. Molto importante e centrale in questo ambito è il lavoro di collaborazione tra i vari Stati Maggiori di Polizia.

Un risultato di tutt’altro tipo, ma comunque vincente, l’anno scorso l’avete raggiunto con la formazione delle Guardie pontificie.
In effetti, va sicuramente fatto un plauso a chi ha visto più in là, permettendoci di arrivare per primi. L’accordo di formazione sottoscritto con la Guardia pontificia è stato sicuramente un ottimo risultato.

La manifestazione non autorizzata di sabato scorso a Berna, in cui sono rimasti feriti otto agenti di polizia, ha riportato alla ribalta il tema della violenza nei confronti della Polizia.
Questo fenomeno c’è e deve preoccupare, tanto più che è in aumento. Sono situazioni che allarmano e devono far pensare. È importante che le Istituzioni reagiscano. Occorre insomma dare una risposta anche a livello normativo e mi sembra che si stia andando in questa direzione.