Bilancio 2016 del Settore esecuzione pene e misure: il Dipartimento delle istituzioni pronto a intervenire

Bilancio 2016 del Settore esecuzione pene e misure: il Dipartimento delle istituzioni pronto a intervenire

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Il Dipartimento delle istituzioni ha presentato oggi il bilancio di attività 2016 del Settore esecuzione pene e misure, comprendente l’attività delle Strutture carcerarie cantonali e dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa. Un momento di particolare pressione per questo settore: nel 2016 infatti, la popolazione carceraria ha registrato un ulteriore aumento, con un totale di 80’633 giornate d’incarcerazione. Un sovraffollamento strutturale che influenza l’attività dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che nel 2016 si è occupato di 787 persone in stato di carcerazione (733 uomini e 54 donne), di 153 in stato di libertà e di 81 casi di violenza domestica.

La pressione sul Settore esecuzione pene e misure è ulteriormente incrementata nel 2016, come dimostra la crescita della popolazione carceraria, che nel 2016 ha impegnato gli agenti di custodia con una media di 80 detenuti in più al giorno rispetto al 2011. Una tendenza preoccupante che ha un impatto anche sulle attività dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (UAR), che negli ultimi anni ha conosciuto un importante aumento dei compiti ad esso attribuiti, come quelli inerenti alla gestione del braccialetto elettronico, del lavoro di utilità pubblica e dei casi di violenza domestica. Compiti che aumenteranno con l’entrata del nuovo diritto sanzionatorio il 1. gennaio 2018.

Come sottolineato durante la conferenza stampa dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, è necessario intervenire su due ambiti prioritari: il personale dell’intero settore la logistica delle infrastrutture. Dal punto di vista delle risorse umane, è intenzione del Dipartimento delle istituzioni presentare un aumento graduale del personale delle SCC sul prossimo triennio, mentre per quanto concerne l’UAR la questione verrà trattata nell’ambito del messaggio di adeguamento della legislazione cantonale al nuovo diritto sanzionatorio. A livello logistico, il Consiglio di Stato ha approvato a fine 2016 il Masterplan logistico delle SCC che permetterà di far fronte alle necessità delle strutture a medio termine, Masterplan ora al vaglio dei servizi centrali dell’Amministrazione cantonale per i dovuti approfondimenti.

Alla conferenza stampa odierna sono intervenuti Frida Andreotti, Direttrice della Divisione della giustizia, Stefano Laffranchini-Deltorchio, Direttore delle SCC, e Luisella Demartini-Foglia, Capo dell’UAR, che hanno presentato nel dettaglio il bilancio 2016 relativo alle attività del settore nonché gli obiettivi dell’anno corrente, che vertono sui due ambiti di intervento prioritari definiti dal Dipartimento delle istituzioni. Un intervento concreto oggi necessario per continuare a garantire l’importante servizio assicurato dalle collaboratrici e dai collaboratori di questo settore delicato e sensibile, servizio che va infine a beneficio della sicurezza dell’intera collettività.

Rinforzi da altri cantoni

Rinforzi da altri cantoni

Da RSI.ch | I dipartimenti di giustizia e polizia lavorano a una soluzione per far fronte al flusso di migranti da sud

Cronache della Svizzera italiana: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Rinforzi-da-altri-cantoni-8965375.html

Un contingente costituito da agenti di altri cantoni potrebbe essere impiegato a fianco della polizia ticinese e schierato alla frontiera sud a partire dalla prossima estate, per far fronte al previsto aumento del flusso di migranti. È questa l’idea a cui stanno lavorando i direttori dei dipartimenti di giustizia e polizia insieme ai comandanti dei vari corpi.

Le guardie di confine sono infatti “sotto pressione e sottodotate a livello di effettivo”, ha detto il consigliere di Stato Norman Gobbi ai microfoni delle Cronache della Svizzera italiana, che lamenta come le autorità federali non vogliano riconoscere questa situazione di difficoltà, tanto che la proposta di schierare la polizia militare è stata congelata, come ha fatto sapere Ueli Maurer.

Le discussioni sono state avviate da alcune settimane, “c’è interesse a mantenere sicura la frontiera perché ne beneficerebbero tutti”, ha detto Gobbi. Ci vorrà però ancora l’avallo di un organo politico. L’impiego di agenzie di sicurezza, ipotizzato da Maurer, “è da respingere al mittente” secondo il capo del DI, “perché si tratta di un ambito chiaramente di sovranità dello Stato”.

Proprio così: fosse stato per me avrei chiuso da subito tutti i valichi secondari durante la notte!

Proprio così: fosse stato per me avrei chiuso da subito tutti i valichi secondari durante la notte!

Dal Mattino della domenica | Il ministro della sicurezza Norman Gobbi torna sulla polemica tutta italiana della chiusura notturna dei valichi e spiega ancora una volta gli obiettivi della misura

Sì, l’ho detto. E non ho problemi a ripeterlo. Se fosse dipesa da me la decisione, avrei chiuso durante la notte tutti i valichi secondari in Ticino, e non mi sarei limitato a un fase sperimentale della durata di sei mesi. Negli scorsi giorni sono stato contattato da diversi media italiani e mercoledì pomeriggio sono stato ospite di una trasmissione radiofonica della rete italiana rai. Ho voluto ribadire la mia posizione ma anche quella del Consiglio federale perché dall’altra parte del confine regnano confusione e disinformazione.

Ancora una volta quindi, cosa è successo realmente?

Andiamo con ordine: dal 1 aprile scorso i tre valichi di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga chiudono per un periodo di sei mesi, a titolo sperimentale, dalle ore undici di sera alle cinque di mattina. Lo scopo? Vogliamo fermare la criminalità transfrontaliera. Grazie a questa misura le nostre forze dell’ordine – così come pure quelle italiane – potranno concentrare i loro sforzi altrove. Questa è stata la volontà del Consiglio federale che ha voluto dar seguito alla mozione inoltrata dalla nostra Consigliere nazionale Roberta Pantani nel 2014. Una risposta a una richiesta chiara del Canton Ticino: far fronte al fenomeno dei furti nelle abitazioni che con l’imbrunire toccava soprattutto molti paesi situati sulla fascia di confine nel Mendrisiotto e nel Malcantone. Avrei voluto la chiusura di tutti i valichi secondari, e non solo di tre. Con questa affermazione non sto discriminando e non sto offendendo nessuno.

E allora cosa ha dato fastidio dall’altra parte del confine? La risposta è chiara: l’informazione istituzionale tra il Governo centrale italiano e i comuni di confine non è avvenuta. Invece di chiedere spiegazioni in Svizzera puntando il dito contro il Governo ticinese e quello federale, i sindaci della fascia di confine avrebbero semmai dovuto chiedere delucidazioni ai loro politici a Roma.

Infatti, nella massima trasparenza le Autorità federali – come confermato proprio da Berna negli scorsi giorni – hanno informato l’Italia già un anno fa. Il Consigliere federale Burkhalter aveva incontrato a questo proposito il ministro italiano Gentiloni già nel 2016. Da parte nostra, come Cantone, avevamo dato informazioni puntuali a partire dal 2015 tramite la Regio insubrica.

Stiamo lavorando in modo serio e coordinato e non tollero che si butti fango sull’operato delle Autorità cantonali e federali per un problema di comunicazione tra Roma e i Comuni della fascia di confine. Ma soprattutto non tollero che si faccia finta di non capire! Si è parlato di misure discriminatorie e parlo al plurale perché oltre alla chiusura notturna dei valichi nel calderone caotico montato ad arte al di là del confine è finita anche la misura del casellario. Ancora una volta: non stiamo discriminando gli italiani!
Ho provato a spiegarlo di nuovo: tutti i cittadini dell’Unione europea, di Islanda, Finlandia e Liecthenstein quando richiedono un permesso di soggiorno o di lavoro devono presentare il casellario giudiziale.

Stiamo lavorando per tutelare gli interessi dei Ticinesi. La sicurezza prima di tutto. Vogliamo impedire ai criminali di entrare a piede libero nel nostro territorio. Chi non ha commesso reati non ha nulla da temere.

Invece di scomodare l’Ambasciatore svizzero a Roma per questioni simili – evidentemente per reagire alle rimostranze dei parlamentari – alla Farnesina forse avrebbero dovuto agire diversamente. Ci sono motivi ben più gravi per cui varrebbe la pena scomodare un ambasciatore, soprattutto quando il problema è una mancata informazione tra autorità dello stesso Paese.

Per quel che mi riguarda non intendo fare dietrofront su misure come la chiusura dei valichi o la presentazione del casellario giudiziale solo perché dall’altra parte del confine è più facile sbraitare piuttosto che andare al nocciolo del problema. Continuerò a far sentire la voce dei Ticinesi. La concretezza prima di tutto!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza

Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Coordinamento dei controlli di velocità sulle strade, collaborazione tra Polizie cantonale e comunali, stato del progetto «Polizia ticinese» e strategia di accoglienza dei Nomadi sul nostro territorio. Sono questi i principali temi discussi oggi pomeriggio a Bellinzona, durante il 12. incontro della Commissione cantonale consultiva sulla sicurezza.

L’incontro odierno ha permesso, come di consueto, un confronto fra i principali attori istituzionali incaricati di garantire la sicurezza nel nostro Cantone. Alla riunione hanno partecipato il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, i municipali dei Comuni-Polo in materia di polizia e i rappresentanti delle forze dell’ordine, cantonale e comunali.

Il centro della discussione è stato anzitutto occupato dall’attuazione della Legge cantonale sulla collaborazione tra polizie, entrata pienamente in vigore dal 1. settembre 2015 nelle otto Regioni istituite sul territorio cantonale. Il bilancio della riorganizzazione è considerato finora positivo, da tutti i partner coinvolti. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha ribadito l’intenzione del Dipartimento di procedere in futuro a ulteriori accorpamenti – in particolare tra Mendrisio e Chiasso e fra Locarno e Ascona – e anticipato l’intenzione di avviare a breve una procedura di consultazione.

I partecipanti alla riunione sono stati informati sulle decisioni prese dal Consiglio cantonale dei comandanti in relazione alle nuove impostazioni dei controlli di velocità sulle strade ticinesi, dando seguito a quanto approvato dal Governo nello scorso mese di febbraio. In futuro, le polizie ticinesi dovranno coordinare i loro programmi di controllo della velocità tramite apparecchi mobili, in modo da evitare sovrapposizioni nel tempo e nello spazio. Le misure necessarie saranno adottate nei prossimi mesi. A partire dal 1. luglio 2017, invece, prenderà avvio la segnalazione dei controlli radar mobili, tramite gli strumenti della comunicazione istituzionale. I dettagli in merito a questa novità saranno presentati prossimamente alla popolazione.

Il Dipartimento delle istituzioni ha infine reso noto che il Gruppo di lavoro sul progetto «Polizia ticinese» ha iniziato a riunirsi – i risultati saranno sottoposti al Dipartimento delle istituzioni entro la fine del 2017 – e che i Comuni riceveranno a breve nuove direttive per regolare l’occupazione abusiva degli spazi pubblici, in particolare per quanto riguarda la permanenza di carovane nomadi su territorio comunale.

La Conferenza consultiva tornerà a riunirsi giovedì 21 dicembre 2017.

Valichi Nessun dietrofront sulla chiusura

Valichi Nessun dietrofront sulla chiusura

Dal Corriere del Ticino | Berna conferma: Roma è stata informata oltre un anno fa – Ma intanto oltre confine è riesplosa la polemica Norman Gobbi: «Reazione tardiva, non tocca al Ticino sopperire ai problemi di comunicazione dell’Italia»

Non ci sarà nessuna retromarcia sulla chiusura notturna dei valichi minori di Novazzano paese, Pedrinate e Ponte Cremenaga. L’ha confermato all’ATS Roland Meier , portavoce del Dipartimento federale delle finanze, che ha inoltre precisato come le autorità italiane fossero a conoscenza del progetto già dallo scorso marzo. Ovvero da quando il direttore del Dipartimento degli affari esteri Didier Burkhalter aveva comunicato la decisione al suo omologo Paolo Gentiloni, oggi premier italiano. Insomma, tanto rumore per nulla? «L’impressione è che si reagisca a scoppio ritardato – commenta il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi , da noi interpellato – le autorità italiane ne erano a conoscenza da tempo: oltre all’incontro tra Burkhalter e Gentiloni, da parte nostra avevamo informato la Regione Lombardia e la Regione Piemonte già nel 2015. Poi posso immaginare che i Comuni di frontiera non abbiano ricevuto comunicazioni ufficiali da Roma, ma non sta al Ticino supplire ai problemi di comunicazione interna sul lato italiano». Martedì, a un paio di giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, l’ambasciatore svizzero a Roma Giancarlo Kessler era stato convocato d’urgenza alla Farnesina per fornire spiegazioni sulla chiusura dei valichi. In merito, precisa una nota del Ministero italiano degli esteri, Kessler ha sottolineato che «si tratta di una misura temporanea e sperimentale, che andrà presto rivista nel quadro di un ulteriore miglioramento della collaborazione fra forze di sicurezza». «La convocazione di Kessler la leggo come una risposta alle pressioni parlamentari – aggiunge Gobbi – fa parte del gioco ma non bisogna neppure esagerare». Di tutt’altro avviso il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Raffaele Cattaneo che, ieri, ha affermato: «Non è la logica dei muri e dello scontro che risolverà questo problema ma, al contrario, quella dell’incontro e della politica». L’obiettivo della Regione, ha aggiunto, «è che questa sperimentazione non proceda e che non si allarghi ad altri valichi com’era nelle intenzioni iniziali». «È l’ultimo tassello di un puzzle che dovrebbe preoccupare tutti quelli che hanno la testa sulle spalle – gli fa eco Alessandro Tarpini , responsabile nazionale dei frontalieri – una corda la si può tirare, ma a un certo punto si spezza. E dirò di più: chiudere tre valichi minori per una questione di sicurezza fa ridere i polli». Sul tema, intervistato dal Corriere del Ticino, si era espresso anche il comandante delle guardie di confine Mauro Antonini ribadendo come «la misura porterà unicamente un leggero sollievo, come l’assunzione di un aspirina quanto si ha mal di testa». Tornando oltre confine, a preoccupare Tarpini non è però «il disagio di una simile misura, piuttosto il clima generale che si sta creando e il fatto che la classe dirigente ticinese sembra fare a gara a chi la spara più grossa. In un discorso generale, tra limitazioni al mercato, controlli e provvedimenti simili c’è una corona di rosario che avrà non so quanti grani». «La scelta dei valichi è stata fatta in maniera coordinata tra le Guardie di confine e la Polizia cantonale – precisa Gobbi – sono stati scelti proprio perché valichi secondari con un’alternativa in prossimità e in territori confrontati con furti e rapine. È stata una decisione di carattere operativo, non politico». Sollecitato sull’affermazione «fosse per me li chiuderei già tutti», rilasciata ai microfoni di Radio Rai 1, Gobbi è schietto e diretto: «Come Dipartimento in fase di consultazione avevamo già risposto che eravamo per la chiusura di tutti i valichi, o comunque per la conferma di quelli presenti nel postulato di Roberta Pantani. Poi si è scelto di fare un periodo di prova, ma la mia visione politica non cambia. In fin dei conti, fino al 2009 questa era la realtà». Inoltre, conclude Gobbi, «ricordo che fino a pochi giorni fa l’unico valico doganale chiuso era quello di Maslianico. E per volontà delle autorità italiane».

(Articolo di Viola Martinelli)

“Fosse per me, li chiuderei già tutti”

“Fosse per me, li chiuderei già tutti”

Da Ticinonews.ch – Norman Gobbi, ai microfoni della Rai, ha chiarito al pubblico italiano i contorni della chiusura dei valichi

Mentre Berna nella giornata odierna ha fornito una risposta ufficiale alle autorità italiane sulla chiusura notturna di tre valichi ticinesi (vedasi SUGGERITI), non si può certamente dire che sui media italiani negli ultimi giorni siano circolate informazioni completamente esatte in merito al provvedimento in fase di test per 6 mesi.

NormanGobbi, invitato quest’oggi ai microfoni di Radio Rai 1 durante la trasmissione “Restate Scomodi” ha quindi provato a fare un po’ di chiarezza, smentendo alcune imprecisazioni trapelate anche a causa di un articolo del Corriere della Sera, criticato dal ministro ticinese. Gobbi ha sottolineato come il Ticino sia la frontiera “più aperta e permeabile” della Svizzera e che la chiusura decisa “riguarda una fascia oraria che non ostacola l’attività lavorativa”.

Ma perché i criminali dovrebbero attraversare durante la notte le frontiere? Il Consigliere di stato, ammettendo che le rapine nei distributori di benzina hanno luogo di giorno, ha però spiegato che “i furti in abitazione, quelli che colpiscono di più nella percezione dei cittadini, avvengono soprattutto di notte”. La misura, secondo Gobbi, si renderebbe sostanzialmente indiscutibile per la situazione di comuni come Astano che “è stato per alcuni anni il luogo con il maggior numero di reati pro-capite, proprio perché a ridosso della frontiera.”

In collegamento telefonico ai microfoni della Rai, vi era anche Domenico Rigazzi, sindaco di Cremenaga, che ha ribadito di “non essere stato informato né dalle autorità italiane, né da quelle svizzere”: “Lo abbiamo appreso dai media, ma ci chiediamo: perché chiudere Cremenaga e non altri valichi minori come Fornasette?”

La risposta del direttore del Dipartimento delle Istituzioni è lapidaria: “Fosse per me, li chiuderei già tutti. Ma questa è una fase di test. Sono stati scelti questi valichi minori perché comunque pochi km più a est o a ovest si può transitare. Non è una chiusura ermetica come invece successo altrove – ha inoltre aggiunto il ministro – Come successo sui confini Francia/Italia, con problemi d’applicazione di Schengen… In quel caso mi sembra che la Farnesina non abbia detto qualcosa.”

Gobbi è tornato inoltre a sottolineare che il contatto con le autorità provinciali e statali c’è stato: “Un anno fa il nostro ministro degli esteri parlò con Gentiloni di questa fase di test.”

Secca infine la risposta alla giornalista che chiedeva spiegazioni sul casellario giudiziale, “chiesto solo agli italiani” secondo alcuni media: “Se lei fosse venuta a chiedermelo, le avrei spiegato che il casellario giudiziale lo chiediamo a tutti i cittadini che vengono a lavorare da noi, di qualsiasi nazionalità”.

Gobbi: «A volte manca proprio l’ABC»

Gobbi: «A volte manca proprio l’ABC»

Dal Corriere del Ticino | Il doppio voto di una donna manda in tilt lo spoglio delle schede a Paradiso – Dal ministro critiche e frecciate Vismara attacca: «Il leghista non perde occasione per parlar male di noi» – La replica: «Facessero le cose bene»

I risultati di Paradiso, dove le urne si sono regolarmente chiuse a mezzogiorno, erano attesi per le 14. Massimo per le 14.30. E invece sono arrivati 5 ore dopo, quando l’orologio segnava ormai le 19.30 e in molti iniziavano a temere che anche questa volta – e sarebbe stato un vero terremoto – le elezioni di Paradiso sarebbero state invalidate. Perché tanto ritardo? Un’elettrice ha potuto votare due volte e, appena scoperta questa cosa, tra Paradiso e Bellinzona si è scatenato un mezzo finimondo. Cosa sia successo non è ancora completamente chiaro e sarà probabilmente al centro di accertamenti cantonali nelle prossime settimane. Pare che la signora, dopo aver ricevuto a casa il materiale di voto, si sia presentata in cancelleria dicendo di aver perso la carta di legittimazione (quella in cui figura il nome dell’elettore e che serve proprio a evitare che una persona voti due volte o per conto di terzi) e che in cancelleria le sia stata stampata una copia della carta di legittimazione senza però indicare che la stessa era una duplica. Una volta tornata a casa, la donna avrebbe ritrovato la carta di legittimazione originale. Da questo punto in poi le ricostruzioni dell’accaduto sono un po’ frammentarie (ed è anche per questo che l’Ufficio cantonale di accertamento vorrà vederci chiaro). Pare comunque che la donna abbia inviato due volte i suoi voti (utilizzando le due carte di legittimazione e – ma non ci sono conferme – forse utilizzando il materiale di voto di un parente) e che le sue schede siano finite nell’urna prima che gli addetti ai seggi controllassero i documenti di legittimazione. Solo a quel punto ci si sarebbe accorti che la donna aveva votato due volte. Una volta appurato ciò, gli addetti ai seggi di Paradiso hanno segnalato il caso all’Ufficio cantonale di accertamento, che ha convocato tutti nel pomeriggio a Bellinzona per un chiarimento e che, dopo una lunga camera di consiglio, ha deciso (visto che di un solo voto contestato si trattava) di dare comunque il via alla pubblicazione dei risultati. Questo non significa comunque che la vicenda sia conclusa.

«Ricorsi non da escludere»

«A volte manca l’ABC – ci ha spiegato Norman Gobbi , direttore del Dipartimento delle Istituzioni – e dovremo riaffrontare la formazione nell’ambito dei responsabili comunali proprio per evitare che queste situazioni incresciose, che gettano dubbi sul funzionamento delle elezioni, si ripetano».

Esiste dunque la possibilità che nei confronti del Comune di Paradiso vengano presi dei provvedimenti cantonali? «Dovremo discuterne con il cancelliere dello Stato (Arnoldo Coduri, ndr) per capire come agire con Paradiso e sapere esattamente cosa è successo. Perché è comunque un fatto increscioso, seppur isolato, e non si possono escludere eventuali ricorsi». Un fatto che segue il noto (e per certi versi storico, visto che nel nostro cantone l’ultima elezione annullata risaliva al 1854) invalidamento della consultazione di aprile 2016, in cui il Tribunale amministrativo cantonale aveva rilevato «gravi irregolarità riguardanti lo spoglio del 77% delle schede».

Il battibecco

Su questo fatto abbiamo chiesto un parere alla municipale Fulvia Guglielmini del PPD (che però si è trincerata dietro a un «no comment», dicendo che non spetta a lei esprimersi su questo fatto) e al sindaco del PLR Ettore Vismara , che ha attaccato il consigliere di Stato (tra i due, è noto, non scorre buon sangue): «La frase di Gobbi è l’esempio di come il ministro è maldisposto con Paradiso, di come cerca ogni occasione per parlar male di noi. Se un cittadino fa un errore non è colpa del sindaco o del Comune». Secca la replica del ministro: «Non è certo colpa mia. Facessero le cose in ordine, non dovrei parlar male di Paradiso». Una cosa è certa: eventuali ricorsi contro l’elezione di ieri – e ce lo ha confermato il municipale Antonio Gaggiano – non partiranno stavolta dalla Lega. Anche perché, verrebbe da dire, una nuova tornata elettorale porterebbe il PLR – visto come è andata ieri – a sei seggi in Municipio.

(Articolo J.R/GIU)

Migranti, le entrate illegali aumenteranno nel 2017

Migranti, le entrate illegali aumenteranno nel 2017

Dal Giornale del Popolo | La Conferenza dei direttori di giustizia fa il punto per il Ticino

Le entrate illegali in Ticino continueranno e, forse, aumenteranno nel corso del 2017. È questo il dato che più salta all’occhio emerso dalla Conferenza latina delle direttrici e dei direttori dei Dipartimenti di giustizia e polizia svoltasi di recente in Ticino. A riunirsi a Sud delle Alpi, sono stati in particolare i consiglieri di Stato dei Cantoni Friborgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel, Ticino, Vaud e Vallese. Mentre i temi affrontati erano legati alla sicurezza, agli affari militari e alla protezione della popolazione, alla giustizia, ai fenomeni migratori. All’incontro, organizzato in Ticino su iniziativa del consigliere di Stato Norman Gobbi hanno pure partecipato i rispettivi comandanti delle Polizie cantonali e i responsabili delle esecuzioni delle pene, che hanno contribuito alla proficua discussione svolta nel Comune di Collina d’Oro. L’incontro ha inoltre offerto l’occasione per un confronto politico ad alto livello, contribuendo a definire alcune priorità condivise da tutti i Cantoni latini, nonché far comprendere le peculiarità del Ticino inserito nella necessaria collaborazione intercantonale. Il consigliere di Stato Norman Gobbi è stato accompagnato per l’occasione dal segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, dal vice comandante della Polizia cantonale Lorenzo Hutter, dal direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini e dalla capufficio dell’assistenza riabilitativa Luisella Demartini.

Il Ticino è un luogo più sicuro

Il Ticino è un luogo più sicuro

Dal Mattino della domenica | I dati presentati nel corso della settimana dal ministro della sicurezza Norman Gobbi e dalla Polizia cantonale mostrano che i furti sono diminuiti fortemente anche nel 2016

Un anno eccezionale, il 2016, per la nostra Polizia. Da più punti di vista. I nostri agenti sono stati infatti impegnati su parecchi fronti: la gestione della sicurezza in occasione di grandi eventi come i festeggiamenti per l’apertura del tunnel ferroviario del San Gottardo e il coinvolgimento nell’esercitazione internazionale Odescalchi. E poi ci sono state situazioni che non si possono prevedere fino infondo, ma a cui bisogna dare una pronta risposta. Mi riferisco alla gestione dei flussi migratori al confine sud, con cui anche la polizia cantonale si è confrontata. Sul piano internazionale, inoltre, gli attacchi terroristici che hanno toccato e ferito il nostro continente richiedono nuove e costanti misure di sicurezza aggiuntive. Nonostante queste attività eccezionali, i nostri gendarmi hanno continuato a lavorare: sul terreno e anche nell’attività inquirente. E i frutti dell’intenso lavoro sono arrivati proprio laddove la polizia svolge le proprie mansioni sul nostro territorio. I dati lo confermano: i furti con scasso sono diminuiti del 14% rispetto al 2015 e del 60% rispetto al 2013. Una diminuzione che ha toccato tutte le regioni ticinesi. Oggettivamente possiamo affermare che il nostro Cantone è diventato un luogo più sicuro. Ma come è stato possibile raggiungere questo traguardo? Negli scorsi anni sul piano politico abbiamo lavorato su più fronti. Da una parte abbiamo riorganizzato la gendarmeria, riportando i nostri agenti sul terreno, nei distretti e a stretto contatto con la popolazione. Un riscontro tangibile lo abbiamo avuto soprattutto nel Mendrisiotto che, proprio per la sua vicinanza al confine con l’Italia, in passato era la regione maggiormente afflitta da fenomeni criminali come i furti nelle abitazioni. Dall’altra abbiamo consolidato e rinvigorito anche la collaborazione con gli altri attori chiamati a garantire la sicurezza: la Confederazione (in particolare per quel che concerne il coordinamento delle attività di polizia con quelle delle guardie di confine), le autorità italiane (grazie agli ottimi rapporti abbiamo affinato la gestione dei flussi migratori e la prevenzione di attività terroristiche) e, non da ultimo, le polizie comunali con cui collaboriamo con particolare soddisfazione. Un ruolo fondamentale ovviamente lo giocano anche i nostri cittadini, vere e proprie sentinelle – come mi piace definirli – che agiscono su tutto il territorio: grazie alle loro segnalazioni prontamente inoltrate alla polizia si possono fermare i malviventi ancor prima che compiano reati.

Non possiamo tuttavia dimenticare che a contribuire a questo risultato ha contribuito sicuramente anche il potenziamento degli effettivi della cantonale. Un impegno che mi sono assunto fin dai miei primi giorni in Consiglio di Stato. Non ho intenzione di sacrificare la sicurezza dei Ticinesi, per raggiungere questo obiettivo. Il personale impiegato in Polizia non sarà toccato, questo è poco ma… sicuro (da più punti di vista).

Nonostante le statistiche confortanti sull’operato delle forze dell’ordine, la guardia deve tuttavia rimanere alta. Quando a inizio anno mi sono recato in visita al rapporto annuale del corpo di polizia l’ho fatto presente a tutti gli agenti. Il 2017 si prospetta un altro anno impegnativo sul fronte della sicurezza. In particolare per quel che concerne la gestione dei flussi migratori: i dati d’altra parte parlano chiaro, il fenomeno non tende a diminuire. Anzi, le tendenze di questi primi mesi dell’anno ci confermano che la fascia di confine sarà sollecitata anche quest’anno. Come negli scorsi anni però non siamo rimasti con le mani in mano. Lo Stato maggiore cantonale per la migrazione è già operativo dal 2015 e per poter gestire dal profilo finanziario questo importante lavoro – che svolgiamo non solo per il Ticino ma per tutta la Svizzera – ho chiesto alla Confederazione di partecipare alle spese di gestione. Siamo in attesa di una risposta, ma una cosa è sicura: non ho intenzione di mollare! E continuerò a lavorare intensamente per continuare a rendere il nostro Ticino un luogo sicuro, per tutte le Ticinesi e i Ticinesi.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni

Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della conferenza pubblica “Vecchia e nuova emigrazione italiana: discriminazione di ieri e di oggi” |

Gentili signore,
egregi signori,
cari organizzatori,
Autorità pubbliche e cittadini,

essere qui con voi oggi a parlare di immigrazione e integrazione, a nome del Consiglio di Stato del nostro Cantone, è per me un grande piacere. Non ho scelto questa parola a caso, così come non è scelto a caso il titolo che ho voluto dare a questo mio intervento, ovvero «Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni».

Come dicevo, il primo luogo comune che voglio smontare riguarda proprio il piacere che sento in questo momento. Sono molto felice di essere qui: per prima cosa perché tengo davvero al tema dell’integrazione… e anche perché questo discorso mi fa sentire un po’ più giovane dei miei 40 anni appena festeggiati.

Ero infatti un fresco Consigliere di Stato quando quasi sei anni fa, nel novembre del 2011, ho tenuto il mio primo discorso sul tema dell’integrazione. Non erano pochi quelli che mi aspettavano al varco, aspettandosi che “il ministro leghista” dicesse chissà cosa. Erano prigionieri di un fraintendimento, che si è nel tempo calcificato, fino a trasformarsi purtroppo in luogo comune: avevano rinunciato a farsi un’idea personale su di me, cedendo alla seduzione delle soluzioni preconfezionate.

Tuttavia, voglio ribadire anche oggi quanto ho detto più volte in questi anni: fra i miei difetti non ci sono né l’essere stato punito per atti discriminatori, né l’avere lanciato accuse generiche contro gli stranieri in quanto tali. Di recente sono stato criticato per alcune mie dichiarazioni concernenti il caso dei permessi che ha toccato uno dei miei uffici. È facile, spesso, voler travisare il senso delle parole e decontestualizzare quello che una persona intende. Anche nei momenti più difficili, ho sempre cercato di affermare chiaramente che l’azione di alcuni elementi negativi non deve spingerci a nascondere gli elementi positivi del nostro vivere in una società mista. Perciò, anche se mi rendo conto che questo potrà anche suonare strano a qualcuno, un Consigliere di Stato eletto sulla lista della Lega dei Ticinesi può affrontare il tema dell’integrazione in maniera serena e pragmatica, libero da ogni preconcetto ideologico, ma rivolto al raggiungimento di obiettivi misurabili.

L’integrazione è fondamentale per la nostra società. Trasmettere i nostri valori, i nostri usi, le nostre tradizioni il nostro modo di vivere allo straniero che giunge sul nostro territorio è il modo migliore per garantire una convivenza serena e anche la coesione sociale.

Si tratta di uno strumento efficace che consente di prevenire ad esempio fenomeni come la radicalizzazione di estremisti – come ho avuto modo di ribadire anche recentemente in occasione dell’arresto in Ticino di un presunto reclutatore dell’Isis.

Magari per qualcuno queste mie parole potranno suonare sorprendenti, ma mi ripeto; è sufficiente conoscere bene la mia storia personale, per capire quanto l’integrazione sia per me un concetto naturale. Il mio vissuto mi porta lontano da qualsiasi forma di pregiudizio contro chi è altro da me, perché alla diversità sono stato confrontato fin da bambino. Per questo, come nel 2011, intendo oggi raccontare a tutti voi un po’ della mia storia personale.

Come molti sanno sono cresciuto in una valle, ma la Leventina degli Anni ottanta era tutt’altro che un luogo abitato al 100% da indigeni. Oggi potrà sembrare strano, ma Piotta in quegli anni era un vero laboratorio, nel quale, in anticipo sui tempi, vivevamo la società amalgamata che oggi si è diffusa a tutto il territorio ticinese.

I miei nonni materni abitavano in una palazzina dell’allora Piottawerke. Di sei famiglie, solo due erano svizzere: le altre erano italiane della Lombardia, della Calabria, della Sardegna e della Sicilia. Oltre all’abitazione, i nonni condividevano con i nostri vicini la passione dell’orto e quella per lo sport, e le loro relazioni andavano ben al di là del semplice viversi accanto. I miei nonni paterni, invece, erano commercianti: avevano bottega, panetteria e ristorante. Erano a capo di un’azienda integrante, con una trentina di posti di lavoro occupati in maggioranza dalle mogli dei migranti italiani e balcanici che lavoravano nelle fabbriche della zona industriale di Piotta.

La presenza delle industrie e delle imprese edili faceva sì che anche a scuola la componente migratoria fosse molto rappresentata. Il contatto tra autoctoni e nuovi arrivati era quindi naturale, perché cominciava in classe e, finiva dopo la scuola, sul ghiaccio con l’HC Ambrì-Piotta e in palestra con la Società federale di ginnastica, vere palestre spontanee di integrazione. Non solo per i giovani, ma anche per gli adulti, giocando a carte o a bocce.

Questo era il microcosmo di Piotta e dell’Alta Leventina. Queste sono le persone accanto alle quali ho vissuto i primi anni della mia vita, e questo è l’ambiente dove sono cresciuto. Questa è la mia storia. Sono cresciuto con la convinzione che l’ambiente privilegiato per l’integrazione sono le strutture di base della nostra società: strutture nelle quali ognuno è chiamato a svolgere correttamente il proprio ruolo, secondo il principio della responsabilità individuale, che rende ogni cosa più facile anche nel campo dell’integrazione.

Il nostro compito di buoni cittadini, perciò, è di praticare ogni giorno questa responsabilità, e di tenerci lontani dai luoghi comuni che cercano di addossare ogni colpa allo Stato perché inattivo, allo straniero perché refrattario o allo svizzero perché discriminatore. Solo così potremo compiere il primo passo verso quella coesione sociale interna che è oggi di estrema attualità, considerando i tempi critici che abitiamo.

È un primo passo, come detto, al quale ovviamente ne dovranno seguire altri, da parte della politica. E su questo punto voglio essere tanto franco quanto lo sono stato finora: l’idea che sia nostro dovere aprire indiscriminatamente le frontiere è semplicemente irresponsabile. In tempi di crisi economica, instabilità sociale, insicurezza internazionale, le regole e i limiti sono i soli strumenti che ci permettono di rispondere in modo adeguato preoccupazioni dei nostri cittadini, sia svizzeri sia stranieri residenti. Preoccupazioni naturali e giustificate, che non possono essere semplicemente liquidate come paure irrazionali.

Il nostro territorio è stato toccato – e lo è ancora – dal forte afflusso di migranti alle porte del nostro Cantone. Non stiamo chiudendo le porte in faccia a queste persone: le Guardie di confine e il Ticino stesso stanno gestendo la situazione rimanendo nei margini consentiti dalla legge. La tendenza dei nuovi migranti, con la chiusura delle altre vie europee per accedere ai Paesi del nord Europa, è quella di voler unicamente transitare dalla Svizzera, senza depositare una richiesta d’asilo.
Le cifre d’altra parte parlano chiaro. Per questo motivo, queste persone vengono riaccompagnate in Italia, il Paese in cui sono stati registrati. Non stiamo discriminando nessuno. Il mio approccio è responsabile nei confronti del nostro Paese. L’impressione è che per molti, il fatto di avere un leghista a capo della sicurezza significhi per partito preso voler discriminare a tutti i costi l’altro. Ma almeno per una volta voglio fare chiarezza.

Dicevo in apertura dei luoghi comuni: solo quando avremo smantellato tutti i luoghi comuni potremo costruire un luogo – un territorio – davvero comune a tutti: fatto di regole e di integrazione. Come detto, non è un esercizio di retorica, proprio perché sono convinto che il rispetto delle differenze che ho vissuto nella mia Leventina possa crescere e affermarsi in tutto il nostro Canton Ticino.

Grazie a tutti per l’attenzione e buon proseguimento con la conferenza pubblica.