64 Bewilligungen verweigert

64 Bewilligungen verweigert

Da Luzerner Zeitung | Tessin Zum Ärger des Bundesrats verlangt der Kanton Tessin von Ausländern Strafregisterauszüge. Der politische Support wächst.

Italien ist verschnupft, der Bundesrat nicht amüsiert. Trotzdem verlangt das Tessin seit April 2015 Strafregisterauszüge von Ausländern, die im Kanton wohnen oder als Grenzgänger arbeiten wollen. Das bleibt nicht ohne Folgen. Die Zahl der verweigerten Bewilligungen steigt, wie das Sicherheitsdepartement mitteilt. Bis im Januar dieses Jahres haben die Behörden insgesamt 64 Gesuche abgeschmettert. Geprüft wurden bisher 40 703 Gesuche. In 350 Fällen tauchten Vorstrafen auf. 64 Mal waren sie so gravierend, dass der Kanton keine Bewilligung erteilte. Konkret hielt er etwa Personen von seinem Gebiet fern, die wegen fahrlässiger Tötung oder mehrfachen Raubes verurteilt worden waren.

Bundesrat sieht Verstoss gegen Personenfreizügigkeit
Bern hat den Kanton Tessin mehrfach aufgefordert, sein Vorgehen zu stoppen. Der Bundesrat wittert in der flächendeckenden Einforderung der Strafregisterauszüge einen Verstoss gegen die Personenfreizügigkeit. Das tut auch Rom. Ausserdem würden damit die italienischen Grenzgänger schikaniert. Sicherheitsdirektor Norman Gobbi kontert.
«Wir diskriminieren nicht die Italiener. Vielmehr belegen unsere Zahlen einen positiven Einfluss auf die Sicherheit», sagt der Lega-dei-Ticinesi-Politiker.
Auf politischer Ebene läuft es gut für Gobbi. Die staatspolitische Kommission des Nationalrats stimmte am Freitag zwei Tessiner Standesinitiativen für die systematische Einholung der Strafregisterauszüge zu. Die ständerätliche Schwesterkommission hatte das schon früher getan. Nun muss eine der beiden Kommissionen eine Vorlage ausarbeiten.

(Articolo di Kari Kälin)

Casellario giudiziale, secondo sì da Berna

Casellario giudiziale, secondo sì da Berna

Da liberatv.ch l Casellario giudiziale per i permessi di residenza e lavoro, PPD e Lega esultano per il voto della Commissione diritti politici del Nazionale: “La misura voluta da Gobbi si è dimostrata efficace e non lede la libera circolazione”. E via Monte Boglia attacca PLR e socialisti: “Per loro in Svizzera devono entrare anche i delinquenti”

La Lega: “Questa misura va estesa a livello nazionale: nel senso che tutti i Cantoni devono avere facoltà di introdurre la richiesta sistematica”

BERNA – La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha dato seguito oggi alle due iniziative cantonali ticinesi relative alla richiesta sistematica del casellario giudiziale nell’ambito delle procedure di ottenimento di permessi di lavoro e di residenza. E sul tema si registrano oggi due prese di posizione, da parte del PPD e della Lega.

“La misura introdotta dal Ticino nel 2015 si dimostra efficace. Il PPD saluta favorevolmente la decisione ed evidenzia il ruolo centrale del Partito, come già avvenuto agli Stati, nella creazione della maggioranza commissionale – si legge nella nota dei popolari democratici -. I membri ticinesi della citata commissione – consiglieri nazionali Marco Romano e Roberta Pantani – sono riusciti a costruire una maggioranza risicata grazie ai gruppi PPD e UDC. Ora il Consiglio federale dovrà elaborare una base legale per consolidare la prassi. Secondo il PPD l’ottenimento di un permesso presuppone la presentazione del casellario giudiziale: documento ufficiale largamente diffuso in vari ambiti.

Il PPD ritiene la misura utile ad aumentare la sicurezza interna; la sola autocertificazione si è dimostrata inefficace. La misura è di carattere interno, non lede la libera circolazione e non crea situazioni discriminatorie. Un Cantone ha e deve avere la possibilità di prendere misure atte a garantire il controllo di chi chiede un permesso di lavoro o di residenza. Il PPD respinge tutti gli argomenti che cercano di relativizzare e combattere la misura. La libera circolazione è rispettata e uno Stato sovrano deve tutelare la propria sicurezza interna”.

Anche La Lega dei Ticinesi “prende atto con soddisfazione della decisione della Commissione delle istituzioni politiche a favore delle iniziative cantonali ticinesi. Questa prassi, introdotta in Ticino per volontà del Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi nell’aprile 2015, ha dimostrato la propria efficacia, come confermano le cifre trasmesse dal governo cantonale alla commissione.

Non c’è dunque alcun motivo per abbandonarla, ma va anzi estesa a livello nazionale: nel senso che tutti i Cantoni devono avere facoltà di introdurre la richiesta sistematica. L’autocertificazione dei richiedenti il premesso B o G sui propri precedenti penali si è infatti a più riprese dimostrata insufficiente ed inefficace. Ciò che era ampiamente prevedibile.

Per la Lega dei Ticinesi è in ogni caso evidente che la richiesta sistematica del casellario giudiziale da parte delle autorità ticinesi deve continuare ad oltranza. Ora anche a livello di Camere federali si consolida una maggioranza che dà ragione alla Lega e al Ticino: anche perché la richiesta del casellario è una questione di manifesto buonsenso.

Per l’approvazione nella Commissione delle iniziative cantonali ticinesi pro-casellario è stato determinante il voto dei due esponenti ticinesi Roberta Pantani (Lega) e Marco Romano (PPD): onore al merito. La Lega dei Ticinesi deplora invece che contro il casellario – e quindi contro la sicurezza del nostro Cantone – si sia schierata in blocco non solo la sinistra (la cui opposizione era scontata) ma anche il PLR. Malgrado il capogruppo PLR alle camere federali sia il ticinese Ignazio Cassis. Dopo la deplorevole prestazione del tandem PSS-PLR in materia di affossamento del 9 febbraio, adesso i due partiti fanno il bis. Evidentemente anche per il PLR, come per il PSS, in Svizzera “devono entrare tutti”, delinquenti compresi”.

http://www.liberatv.ch/it/article/34199/casellario-giudiziale-per-i-permessi-di-residenza-e-lavoro-ppd-e-lega-esultano-per-il-voto-della-commissione-diritti-politici-del-nazionale-la-misura-voluta-da-gobbi-si-dimostrata-efficace-e-non-lede-la-libera-circolazione-e-via-monte-boglia-attacca-plr-e-socialisti-per-loro-in-svizzera-devono-entrare-anche-i-delinquenti

Valichi, la Confederazione non paga

Valichi, la Confederazione non paga

Da Ticinonews.ch | Intanto Gobbi replica alle autorità italiane: “La Regio era informata dei test sulle chiusure notturne”

La Confederazione non sborserà un franco. La chiusura notturna dei valichi minori – almeno durante la sua fase di test – sarà interamente a carico del Cantone. Il nodo è stato sciolto negli scorsi giorni, assieme ad un’altra questione finanziaria, questa volta decisamente positiva per il nostro Cantone. Secondo le ultime stime, l’operazione non costerà 200 mila franchi per valico come preventivato in un primo momento bensì solo 10 mila. Lo ha dichiarato il direttore del DI Norman Gobbi ai microfoni di Teleticino.

I test – ricordiamo – cominceranno in primavera a Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga. Per 7 mesi, le saracinesche scenderanno tra le 23 e le 5 del mattino. Un piano d’azione contro cui le autorità italiane di confine recentemente hanno manifestato la propria contrarietà, lamentando il fatto che la misura non è stata in alcun modo né concordata né comunicata.

“Sono sorpreso”, ha dichiarato Norman Gobbi a Teleticino: “La questione è stata affrontata all’interno della Regio insubrica”.

Per tutti i dettagli ascolta in servizio di Teleticino: http://www.teleticino.ch/video/servizi-tg/345757/chiusura-notturna-la-confederazione-non-paga

Il casellario cerca ancora sostegno

Il casellario cerca ancora sostegno

Dal Corriere del Ticino | Nuova lettera a Berna: dopo l’appoggio della Commissione degli Stati ora il Governo sollecita il Nazionale Salgono a 64 le decisioni negative – Norman Gobbi: «Abbiamo dimostrato che la misura non è vessatoria»

La richiesta automatica dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini provenienti dall’Unione europea che intendono lavorare o soggiornare in Ticino torna alla ribalta. Il Consiglio di Stato ha scritto mercoledì 18 gennaio alla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale in vista della seduta di oggi, invitandola a confermare il sostegno alle iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario. Mossa che segue quella già messa in atto lo scorso novembre, quando il Governo aveva scritto alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, che aveva in seguito deciso di sostenere la misura straordinaria introdotta nell’aprile 2015 dal Dipartimento delle istituzioni per tutelare la sicurezza del territorio. L’Esecutivo ha fornito anche un nuovo bilancio sulla misura al fine di «sottolineare i risultati positivi ottenuti in Ticino dopo l’introduzione della misura straordinaria che prevede la richiesta del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi B (di dimora) e G (per lavoratori frontalieri)». Ecco dunque le cifre aggiornate: a fine dicembre il numero di decisioni negative è salito a quota 64, l’aumento negli ultimi due mesi è stato dunque di 11 permessi non accordati o rinnovati. Numero che a un anno dall’introduzione della misura (aprile 2015-aprile 2016) si attestava a 33 decisioni negative. «Queste cifre dimostrano che l’attenzione del Dipartimento non è diminuita, il numero delle pratiche evase è aumentato», commenta il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi , da noi raggiunto. «Il numero di domande esaminate dalla Sezione della popolazione a fine dicembre era di 49.321. Nel 99,14% dei casi la procedura si è conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso, mentre in 350 occasioni sono invece emersi elementi di natura penale e in seguito alla loro valutazione solo 64 di queste richieste sono state respinte», ha proseguito Gobbi. Tra questi 64 casi si trovano infatti persone che hanno alle spalle condanne per reati gravi, come ad esempio omicidio continuato, distruzione di cadavere, rapina continuata o ancora detenzione illegale di armi e munizioni. Gobbi tiene inoltre a precisare che «spesso si rimprovera il Dipartimento sugli aumenti di risorse. Questo maggiore sforzo assunto dalla Sezione della popolazione è stato fatto senza aumentare il personale, migliorando l’efficienza interna». Per il direttore delle Istituzioni è altresì importante sottolineare come la misura straordinaria «non sia vessatoria, proprio perché oltre il 99% delle richieste è stata accolta e quindi i diritti sono stati salvaguardati, così come viene salvaguardato il diritto del territorio ticinese di evitare l’entrata di persone con precedenti penali gravi». Inoltre, nella nota stampa il Consiglio di Stato spiega che la Sezione della popolazione non dispone di alcun tipo di accesso a banche dati di polizia e che «l’identificazione di eventuali elementi di rischio accresciuto è quindi possibile unicamente attraverso la consultazione dell’estratto del casellario giudiziale». Nel frattempo il Dipartimento di Gobbi era stato chiamato a elaborare una variante sostitutiva alla presentazione automatica del casellario giudiziale per l’inizio del 2017. Questo per cercare di sbloccare il dossier fiscale tra Svizzera e Italia, parafato il 22 dicembre 2015. Su questo Gobbi precisa che «la variante sostitutiva arriverà per la metà del 2017». In caso di decisione positiva da parte della Commissione del Nazionale la posizione del Governo ticinese, che continua a mantenere la misura, ne uscirebbe rafforzata: «Ora è auspicabile che Berna ci copra le spalle e l’auspicio è che anche e la Commissione del Nazionale approvi le richieste del Gran Consiglio. Comunque qualsiasi misura sostitutiva verrebbe introdotta avrà eguale effetto rispetto alla prassi attuale», ha concluso Gobbi.

(Articolo di Michelle Cappelletti)

Tre giudici: una soluzione che funziona

Tre giudici: una soluzione che funziona

Dal Corriere del Ticino | L’opinione

Il prossimo 12 febbraio ci esprimeremo sulla proposta di un nuovo assetto dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi: in poche parole, in futuro è prevista la presenza di tre giudici al posto di quattro. Questo permetterebbe al Cantone, come noto, di risparmiare più di 250 mila franchi all’anno. La domanda che pongono i contrari al provvedimento riguarda la possibilità che – con un magistrato in meno – sia possibile assicurare la stessa qualità del lavoro. Fortunatamente, a questa domanda possiamo già rispondere in modo affermativo. Dopo il pensionamento di uno dei quattro giudici, nel maggio dello scorso anno, il Cantone lo ha infatti temporaneamente sostituito con un giurista: il nuovo assetto è quindi già operativo e in questi mesi ha garantito la stessa qualità e tempestività, senza nessun abbassamento degli standard.

L’esperienza ha mostrato chiaramente che la presenza di un giurista è utile, poiché permette ai magistrati di concentrarsi sui propri compiti principali, delegando maggiormente le questioni amministrative. La nuova figura offre quindi un supporto concreto al lavoro dei giudici e si fa carico in piena autonomia di una serie di pratiche amministrative, in forte crescita nel corso degli ultimi anni, che appesantirebbero il lavoro dei giudici senza alcun beneficio per i cittadini.

Le risorse umane messe a disposizione dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi sono già state un tema di discussione pochi anni fa. Nel 2011, con l’adeguamento al nuovo Codice federale di diritto processuale, anche il Ticino aveva dovuto stabilire il numero ideale di magistrati del quale dotarsi, per garantire la qualità del servizio. La scelta era stata di rimandare la decisione definitiva, in attesa di dati precisi sui quali fondare una valutazione. Dopo cinque anni di attività, il Consiglio di Stato ha raccolto le necessarie informazioni e ha poi formulato la propria proposta al Parlamento; una proposta che – ripetiamolo – sul campo si è già dimostrata valida e in grado di garantire un giusto trattamento ai cittadini, rispettando contemporaneamente i diritti di tutti gli imputati.

Non da ultimo, in un’ottica finanziaria di medio termine, occorre ricordare che siamo di fronte alla possibilità di ottenere in qualche anno un risparmio milionario. Non sarà certo la salvezza per le casse del Cantone, ma questo provvedimento non va considerato come una misura a sé stante; è uno dei tanti tasselli della manovra di riequilibrio che, proprio perché intervenuta su tutti i compiti dello Stato, potrà invece dare un contributo decisivo al risanamento finanziario e al rilancio del Ticino. È una manovra nella quale il Governo ha creduto, chiedendo a ognuno – magistratura compresa – di fare la sua parte in modo sensato e sostenibile.

Casellario giudiziale: il Governo scrive alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio nazionale

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato – analogamente a quanto fatto lo scorso novembre con la Commissione del Consiglio degli Stati – ha inviato ieri una lettera alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio nazionale invitandola a confermare il sostegno alle iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini di Stati dell’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera. Il Governo ha inoltre fornito i nuovi dati che riguardano la misura straordinaria introdotta dal Dipartimento delle istituzioni nell’aprile 2015 a tutela della sicurezza del territorio ticinese: il numero totale di decisioni negative emesse è salito a 64 (+11 casi negli ultimi due mesi).

Lo scorso mese di novembre, la Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati aveva trattato e sostenuto le iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario giudiziale. Salutando positivamente questo sostegno, il Consiglio di Stato ha espresso – tramite una lettera inviata ieri – l’auspicio che anche la Commissione del Consiglio nazionale segua questa posizione.

Nella lettera, il Governo ha sostenuto questa richiesta sottolineando i risultati positivi ottenuti in Ticino dopo l’introduzione della misura straordinaria che prevede la richiesta del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi B (di dimora) e G (per lavoratori frontalieri).

A poco più di un anno e mezzo dall’adozione del provvedimento – avvenuto il 2 aprile 2015 – su 40’703 casi domande esaminate dalla Sezione della popolazione in 40’353 (pari al 99,14%) la procedura si è conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso senza particolari problemi e a dimostrazione dell’equità della misura. In 350 occasioni (pari allo 0.86%) sono invece emersi elementi di natura penale (condanne oppure procedimenti penali pendenti), e sono state quindi analizzate nel dettaglio e valutate con attenzione: 64 di queste richieste si sono concluse con una decisione negativa.

Il Consiglio di Stato ha inoltre colto l’occasione per sottolineare che l’Autorità amministrativa (Sezione della popolazione) non dispone di alcun tipo di accesso a banche dati di polizia. L’identificazione di eventuali elementi di rischio accresciuto è quindi possibile unicamente attraverso la consultazione dell’estratto del casellario giudiziale che ha confermato la propria efficacia nell’esperienza ticinese.

‘Decisioni di qualità anche con tre giudici e un giurista’

‘Decisioni di qualità anche con tre giudici e un giurista’

Da laRegione | «Un sacrificio sostenibile». E che di sicuro non «banalizza» né «mette in pericolo» l’amministrazione della Giustizia. Parole del capo del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi che difende la riduzione del numero di Giudici dei provvedimenti coercitivi (Gpc) da quattro a tre. Una riduzione che parte da lontano. Da quando nel 2011 è entrato in vigore il Codice di diritto processuale penale svizzero, che ha portato il Gran Consiglio a ‘fondere’ due categorie di magistrati che fino ad allora si occupavano di provvedimenti coercitivi e applicazione della pena: i Giar e Giap. Nelle due istanze «erano attivi in totale quattro giudici e – spiega Gobbi – togliere la sedia a una persona sarebbe stato difficile». A suo tempo «si è quindi deciso di mantenerne quattro, riservandosi di valutare criticamente più avanti» la situazione. E l’occasione per togliere quella sedia si è presentata lo scorso luglio con il pensionamento del presidente dei Gpc Edy Meli. In sede di commissione il Gran Consiglio ha tuttavia deciso di compensare il taglio con l’attribuzione all’Ufficio dei Gpc di «un giurista dell’Amministrazione. Utilizzando una risorsa interna il risparmio ottenuto con questa misura è in ogni caso di 256mila franchi». Ma non si rischia di rallentare e di rendere meno efficace la Giustizia? «No. Negli ultimi otto mesi, ossia dal pensionamento di Meli – risponde Gobbi –, l’Ufficio ha gestito la sua attività con tre giudici e un giurista, garantendo decisioni tempestive e di qualità». Senza dimenticare che nell’ambito della lotta alla criminalità «negli ultimi anni si sono messe a disposizione risorse extra per il perseguimento dei reati economici e finanziari».

(Articolo di Paolo Ascierto e Chiara Scapozza)

Conferenza federale di tiro 2017

Conferenza federale di tiro 2017

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Conferenza federale di tiro 2017

Comandante di corpo Baumgartner,
Divisionario Stoller,
Brigadiere Dattrino,
Consiglieri nazionali,
Autorità politiche,
Ufficiali dell’Esercito svizzero,
Egregi signori,
Gentili signore,

È con grande piacere che partecipo alla Conferenza federale di tiro, che quest’anno ha luogo in Ticino, nell’incantevole cornice del Mendrisiotto. Spero che abbiate avuto modo di apprezzare quanto ha da offrire il nostro territorio, o che abbiate la possibilità di farlo nei prossimi giorni.

Il Canton Ticino è – soprattutto negli ultimi anni – protagonista nei progetti di sviluppo dell’Esercito. Lo scorso settembre è stato infatti inaugurato sul Monte Ceneri il nuovo magazzino a corridoi stretti, una struttura che mira a un potenziamento della Logistica militare svizzera assieme agli altri quattro centri militari distribuiti nelle diverse regioni svizzere. Proprio sul Monte Ceneri potremmo veder realizzato un nuovo poligono di tiro fra qualche anno, con l’obiettivo di sostituire dal 2020/2021 i poligoni di Lugano, Bellinzona e Origlio-Cureglia.

Sempre nell’ottica dell’ammodernamento e della miglior utilizzazione delle strutture, il Cantone firmerà nelle prossime settimane una nuova convenzione con la Federazione Cantonale della Società di tiro, che permetterà alle società di svolgere le loro attività nei poligoni con un orario prolungato nei giorni feriali, e di ridurre in maniera importante l’attività alla domenica, con un grande impatto a livello fonico.

È come Direttore del Dipartimento delle istituzioni, ma soprattutto come milite che sono orgoglioso di come il Ticino sia scenario per gli investimenti dell’Esercito e sia lui stesso promotore di nuovi progetti. Questo a favore di un aggiornamento costante delle sue capacità a livello logistico, ma anche a livello di presenza militare sul nostro territorio.

Il nostro Cantone gode della presenza di tre corpi di truppa, storicamente ticinesi: il Battaglione fanteria montagna 30, il Gruppo di artiglieria 49 e il Battaglione di aiuto in caso di catastrofe 3. Questi tre corpi rappresentano l’Esercito a Sud delle Alpi: con essi possiamo garantire il contributo ticinese alla sicurezza della nostra nazione.

Proprio quest’estate abbiamo potuto saggiare questo contributo, con l’impiego dei militi per far fronte alla situazione creatasi a ridosso della frontiera italo-svizzera. Sono stati infatti l’Esercito e la Protezione Civile a rendere possibile la realizzazione in tempo record del Centro unico temporaneo per migranti a Rancate, che ha permesso di far fronte allo stato di urgenza in maniera tempestiva e ottimale. Una prova superata a pieni voti quindi, che ha permesso di rispondere alle esigenze logistiche, di migliorare la sicurezza, di soddisfare le necessità della popolazione e le richieste delle autorità federali.

Spazi e competenze adatte all’attività dell’Esercito in Ticino sono essenziali per garantire il suo operato nella nostra regione e nel resto della Svizzera. Il Ticino da sempre offre militi motivati e pronti per affrontare le mansioni richieste dall’esercito. Parlando dell’attività del tiro, negli ultimi anni abbiamo assistito a un ritorno nell’interessamento dei giovani a quest’attività. Solo nel 2016 in Ticino i giovani tiratori sono aumentati infatti del 37%. Parte di questo risultato è dato dall’abbassamento dell’età minima per la partecipazione ai corsi di preparazione premilitare da 17 a 15 anni, che permette di avvicinare i futuri tiratori nel momento di maggiore recettività e in una fase nella quale si trovano a fare delle scelte per il futuro. Questi corsi sono importanti poiché permettono di avvicinare i tiratori fin da giovani, e garantire così la giusta preparazione e motivazione per una possibile incorporazione nell’attività militare.

Guardiamo quindi avanti con fiducia, con la certezza che in futuro il Ticino avrà sempre più qualità da offrire all’Esercito. Al servizio della Patria, a favore della sicurezza e della libertà di tutti gli svizzeri!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Radicalizzazione jihadista e Ticino

Radicalizzazione jihadista e Ticino

Da Il Mattino della domenica | Verso la via dell’estremismo: come evitarlo?

Il terrore ha colpito ancora. È successo prima di Natale, tra le bancarelle di Berlino, e poi ancora a Instanbul, du­rante la notte di Capodanno. Quando ci stavamo preparando ad assaporare a pieno un momento di serenità con i nostri cari e i nostri amici, il terrore è entrato ancora una volta nelle nostre vite. Sotto forma di un camion cata­pultato a tutta velocità tra le bancarelle di un mercatino natalizio o in una raf­fica di spari all’interno di una disco­teca. Ha portato via ghirlande di luci e alberi di Natale, ha fatto cadere a terra calici di vino. E con essi ha trascinato via molte, troppe vite umane.

Berlino. L’autore dell’attentato ai mer­catini natalizi, dopo essere riuscito a farla franca in Germania, è stato ca­sualmente fermato e ucciso da due po­liziotti durante un controllo in Lombardia, a pochi chilometri dal confine. Come raccontano i quotidiani nei giorni seguenti, sembra che lo ji­hadista in questione abbia attraversato la frontiera franco-tedesca in bus e quella italo-francese in treno, giun­gendo infine a Milano.

Da migrante ad attentatore

Nei giorni seguenti l’attentato, si sco­pre come il passato dell’attentatore in effetti nasconda dei dettagli piuttosto inquietanti. Il tunisino Anis Amri era già stato in Italia per cinque anni, quasi tutti trascorsi dietro alle sbarre. Arri­vato a Lampedusa nel febbraio del 2011 con un barcone, il giovane già maggiorenne si finge minorenne per approfittare di un’accoglienza più age­volata. Arrivato in un centro di acco­glienza per minori si fa notare per il suo comportamento poco ricono­scente: si lamenta per la qualità del cibo e per la lentezza delle autorità ita­liane, fino a minacciare e picchiare il custode del centro, dando in seguito fuoco con altri quattro tunisini ai ma­terassi delle stanze. Questo lo porta alla detenzione, anch’essa segnata da un atteggiamento violento. Dopo il carcere, per il tunisino è richiesta l’espulsione, ma la Tunisia non rico­noscendo il proprio cittadino blocca la procedura. Amri rimane quindi in Ita­lia fino al 2015, quando decide di diri­gersi verso la Germania, dove compirà un atto estremo.

Radicalizzazione e luoghi di culto

La radicalizzazione islamica torna agli onori di cronaca per l’attentato di Ber­lino, e ci riporta nella mente la se­guente questione: come fare a sradicare l’estremismo, come indivi­duare questi lupi vestiti da agnelli prima che sia troppo tardi, in una realtà politica nella quale è sempre più diffi­cile controllare il movimento degli in­dividui, e nella quale un terrorista ricercato internazionalmente può spo­starsi indisturbato di nazione in na­zione?

Per rispondere, spostiamoci in Sviz­zera. Nuovo fatto di cronaca, fortuna­tamente questa volta non si parla di at­tentato – ma delle sue potenziali pre­messe. Dopo una retata della polizia, l’attività nella moschea An’Nur di Winterthur viene sospesa. A far scatu­rire l’operazione, la frase di un imam: aveva esortato i fedeli durante un ser­mone a “uccidere i musulmani che non partecipano alla preghiera comune”. La moschea in questione aveva già la fama di essere luogo di radicalizza­zione per giovani che volevano partire per combattere la guerra in Siria.

Com’è possibile sconfiggere la radica­lizzazione eliminandola sul nascere, scovandola anche all’interno dei luo­ghi di culto? Che responsabilità hanno le comunità religiose al riguardo?

È chiaro che la moschea non è al­l’unico luogo d’incontro e di contatto, poiché i giovani possono essere arruo­lati facilmente via internet, o incon­trarsi in un semplice bar. Le moschee possono però essere viste come luogo di passaggio di queste persone che, pur non essendo imam e quindi non predi­cando all’intera comunità, possono co­munque esporre i loro pensieri estremisti e violenti in questo am­biente. Le comunità religiose, ma anche le associazioni culturali che so­stengono finanziariamente questi luo­ghi di culto, devono quindi avere un compito attivo nella segnalazione di possibili casi di radicalizzazione.

La situazione in Ticino

Lo Stato ha il compito di vigilare in modo che sul proprio territorio non vi siano persone che possano mettere in pericolo la sicurezza interna ed esterna. Purtroppo queste persone pos­sono essere presenti anche in Ticino, come ci ricorda la cronaca: proprio qualche mese fa è iniziato in Italia il processo per Abderrahim Moutahar­rik, il kickboxer che si allenava in una palestra del Luganese.

Spesso scovare persone potenzial­mente pericolose è un compito com­plesso, poiché è difficile comprendere quando questi giovani radicalizzati possono rappresentare un pericolo. Proprio per questo è importante che nei luoghi d’incontro, come ad esem­pio nelle moschee, vi sia la volontà di monitorare delle possibili devianze estremiste. È inoltre importante risa­lire alla fonte del problema, e indivi­duare i reclutatori che portano i giovani verso la via del radicalismo e della violenza.

Si tratta quindi di lavorare su più li­velli, come Stato ma anche come cit­tadini e come comunità religiose che vogliono essere parte integrata del no­stro Paese. Ognuno deve impegnarsi nel segnalare un certo tipo di atteggia­mento: a scuola, al lavoro, all’interno dei luoghi di culto. In particolar modo, è importante che questo sia fatto per chi entra e prende la parola nelle mo­schee, e nella selezione degli imam, che hanno un potere e un’influenza maggiore sulle scelte dei fedeli.

Ci sono comunità che fanno un la­voro utile di prevenzione, c’è chi in­vece potrebbe fare di più o che addirittura promuove idee estreme. In Svizzera il problema non è ancora così radicato come in altri Stati con­finanti, ma è importante monitorare la situazione in modo che il feno­meno rimanga circoscritto. Dob­biamo togliere la pelle d’agnello ai lupi, ognuno di noi può contribuire. Per una maggiore sicurezza nel no­stro Cantone e in Svizzera!

NORMAN GOBBI, CONSIGLIERE DI STATO E DIRET­TORE DEL DIPARTIMENTO DELLE ISTITUZIONI

Il caso Corti investe la politica

Il caso Corti investe la politica

Dal Corriere del Ticino | L’infuocata lettera di dimissioni inoltrata dal procuratore pubblico ha scatenato un’ondata di reazioni – Per Michele Foletti il magistrato non va sostituito – Ivo Durisch: «L’atteggiamento della Lega è pericoloso»

Si è scatenata la polemica attorno alle dimissioni del procuratore pubblico Nicola Corti , inoltrate lo scorso 22 dicembre con una lettera infuocata indirizzata all’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio. Il primo politico a essersi espresso sulla vicenda è stato il leghista Michele Foletti , che aveva dichiarato che il pp «non va sostituito» e che «anche il settore della giustizia va razionalizzato». Parole che hanno suscitato reazioni tra i colleghi parlamentari: «È un attacco frontale della Lega alla giustizia, in un momento in cui il carico lavorativo aumenta. Mi chiedo dove viva Foletti», ha detto Raoul Ghisletta (PS) ai microfoni di Radio3i. La posizione di Foletti è stata difesa dal capogruppo della Lega Daniele Caverzasio , che da noi raggiunto ha sottolineato: «È un’occasione da cogliere per portare avanti una riflessione su un’eventuale riduzione. La riforma Giustizia 2018 è già in atto, meglio quindi attendere». Più cauto invece il capogruppo del PPD Fiorenzo Dadò : «È prematuro decidere se il pp Corti vada sostituito oppure no. La riflessione sui risparmi nella giustizia va bene, ma non penso che il Dipartimento debba intervenire sulla Magistratura, che fa già fatica a evadere gli incarti. Piuttosto si prenda in considerazione l’apparato burocratico. Inoltre, ritengo che l’Ufficio presidenziale debba convocare Corti per vederci chiaro». Il capogruppo del PS Ivo Durisch ha espresso preoccupazione: «La riduzione da 4 a 3 giudici dei provvedimenti coercitivi è già un segnale che si sta andando in questa direzione. La Lega ha da sempre puntato il dito contro la Magistratura, ma è un atteggiamento pericoloso. Se i chiari di luna sono questi bisogna aspettarsi delle riduzioni. Corti va sostituito». Più possibilista la posizione del capogruppo del PLR Alex Farinelli : «Di principio nessun settore dello Stato è intoccabile. Un ragionamento lo si può aprire, ma dire che Corti non va sostituito è prematuro. Non dimentichiamo che c’è la riforma Giustizia 2018: occorrerebbe prima avere il quadro complessivo sulla riforma. Insomma, non stiamo giocando: va affrontata una valutazione approfondita».

I passi della riforma

Ma a che punto è la riforma Giustizia 2018? Lo abbiamo chiesto alla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti : «Stiamo lavorando sulle proposte dei Gruppi di lavoro e nel corso di quest’anno il Dipartimento presenterà alcuni messaggi: sulla riorganizzazione delle Giudicature di pace e del Tribunale d’appello, sulla revisione della Legge sugli onorari dei magistrati e affronteremo anche la riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione, come pure quella del Ministero pubblico». Sul caso concreto, ossia la sostituzione o meno del procuratore dimissionario, Andreotti non si esprime, ma rileva come «nel contesto della riorganizzazione della Procura occorrerà valutare anche il fabbisogno reale di risorse, ritenuto come uno degli obiettivi della riforma sia quello di rendere il settore della giustizia più efficiente ed efficace».

Nomine: novità in vista

Ma il cantiere sulla riorganizzazione del potere giudiziario non è l’unico aperto: è infatti al lavoro la Commissione procedura elezione magistrati, incaricata di evadere gli atti parlamentari che chiedono appunto di revisionare il sistema di selezione e di nomina dei candidati. Sul tavolo vi è anche un messaggio governativo, che suggerisce l’adozione del modello federale con l’elezione dei giudici e dei procuratori pubblici sì da parte del Parlamento (come oggi) ma con una Commissione giudiziaria parlamentare competente per l’elaborazione delle candidature. «Si sta discutendo affinché si possa trovare una soluzione di compromesso che vada bene almeno a una maggioranza», ha spiegato la presidente della commissione Sabrina Aldi . Stando a nostre informazioni si starebbe però profilando una maggioranza che non va nella direzione della proposta governativa. Sarebbe in fase di elaborazione un progetto di rapporto con relatore Maurizio Agustoni (PPD), che manterrebbe la situazione attuale con qualche piccola modifica. Si intende dare la possibilità alla commissione di esperti di avvalersi di altre figure professionali per valutare i candidati, quindi non solo strettamente sotto il profilo delle competenze giuridiche, ma valutando anche altre capacità, come ad esempio quella organizzativa e di lavoro sotto stress.

Il clima di lavoro

Sul tono polemico delle dimissioni di Corti il procuratore generale John Noseda , da noi risollecitato, ha preferito non commentare l’accaduto. A uscire allo scoperto è invece il presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser , che al Corriere del Ticino ha dichiarato: «Il settore della giustizia in genere, e così anche il ministero pubblico, funzionano bene. Va però tenuto conto che non si tratta di strutture statiche, perché la società e il sistema legislativo sono in perenne evoluzione, ciò che richiede continui aggiornamenti e adattamenti a nuove situazioni. Siamo quindi nelle condizioni di un cantiere sempre aperto, e possono sorgere a volte problemi, più o meno semplici da affrontare, e non sempre di facile soluzione. Nel rispetto dei suoi compiti istituzionali il Consiglio della magistratura segue quest’evoluzione per verificare l’esistenza di eventuali criticità e individuare possibili soluzioni: rinvio in tal senso, per quanto riguarda in particolare il Ministero pubblico, al rapporto del 30 giugno 2009 e ai rilievi contenuti nei rapporti annuali del Consiglio. In questo contesto, il consiglio terrà conto anche delle questioni sollevate dal pp Corti».

Sull’effetto delle esternazioni del dimissionario sul Ministero pubblico, Walser ha affermato che questo «è difficile da valutare. Va comunque tenuto conto che le stesse riflettono il suo personale punto di vista, che non può essere generalizzato e quindi non necessariamente avrà conseguenze rilevanti sul clima del Ministero pubblico».

L’INTERVISTA – Norman Gobbi
«Riflettiamo ma la critica è troppo forte»

Lei aveva sentore di questo disagio all’interno della Procura ?

«Quando un procuratore se ne va cerca di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Ci sono elementi su cui è giusto riflettere, ma ritengo siano state fatte critiche troppo forti sulla mancanza di indipendenza. Al proposito ricordo che i procuratori pubblici sono eletti dal Gran Consiglio e sulla loro attività si può esercitare unicamente un potere organizzativo e disciplinare. Quindi sta anche al magistrato saper fruire della piena autonomia e non subirla».

Fatto salvo il principio della separazione dei poteri, l’autorità politica cosa può o deve fare in queste situazioni?

«Situazioni di questo tipo servono proprio a rimettere in discussione l’organizzazione e le basi legali su cui sono strutturate. Nell’ambito di Giustizia 2018 abbiamo portato avanti una riflessione su come possa essere meglio strutturato il Ministero pubblico, anche alla luce del grande turn over dei magistrati, che non giova alla giustizia».

In magistratura ci sono sempre stati arrivi e partenze. Ma sembra che ci sia una sorta di accelerazione. C’è di che preoccuparsi?

«È chiaro che gli arrivi e le partenze non aiutano, soprattutto quando ogni magistrato lavora in modo autonomo. Con Giustizia 2018 stiamo valutando l’introduzione di un lavoro di squadra. È una possibilità su cui dobbiamo ancora confrontarci perché è un cambio di paradigma importante».

Il caso Corti è la punta dell’iceberg?

«Parlando con il procuratore generale, lui ha evidenziato che a volte ci sono problemi con alcuni procuratori, ma questo fa parte dell’organizzazione. Noi possiamo anche creare un sistema perfetto, ma alla fine sono gli esseri umani, con i loro pregi e i loro difetti, a gestire».

Sostituzione di Corti: è d’accordo con il leghista Michele Foletti che dice di non sostituire il partente dimissionario?

«Il Gran Consiglio è l’autorità di nomina e può decidere se sospendere la sostituzione. Ricordo però che al momento il numero di procuratori pubblici è fissato nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. L’importante è che il buon funzionamento della giustizia sia assicurato».