Casellario giudiziale – Il Governo aggiorna i dati e scrive alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati

Casellario giudiziale – Il Governo aggiorna i dati e scrive alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato ha scritto oggi alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, invitandola a sostenere le iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini di Stati dell’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera. Il Governo ha inoltre colto l’occasione per aggiornare i dati che riguardano la misura straordinaria introdotta dal Dipartimento delle istituzioni nell’aprile 2015; negli ultimi sei mesi sono state emesse ancora 20 decisioni negative per un totale di 53, a tutela della sicurezza del nostro territorio.

Durante le sedute previste il 7 e l’8 novembre, la Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati discuterà le due iniziative popolari depositate nel 2015 dal Gran Consiglio ticinese. All’Assemblea federale viene domandato di introdurre la richiesta sistematica della fedina penale per i cittadini stranieri provenienti dall’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera.

Con una lettera inviata oggi alla Commissione, il Consiglio di Stato esprime il proprio sostegno alle due iniziative, evidenziando i risultati positivi ottenuti in Ticino dopo l’introduzione della misura straordinaria che prevede la richiesta del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi B (di dimora) e G (per lavoratori frontalieri).

A un anno e mezzo dall’adozione del provvedimento, su un totale di 30.689 domande esaminate dalla Sezione della popolazione, in 30.426 casi (99,14%) la procedura si è conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso, a dimostrazione dell’equità della misura. In 263 occasioni (0.86%) sono invece emersi elementi rilevanti di natura penale, che hanno portato a un approfondimento del dossier: per 53 di queste richieste sono in seguito giunte decisioni negative. A questo proposito va ricordato che i dati di fine marzo 2016, presentati dal Governo in una conferenza stampa, contemplavano 33 decisioni negative.

Il Consiglio di Stato ha rammentato ai Commissari l’effetto dissuasivo potenziale determinato dalla misura nei confronti di chi intende celare i propri precedenti penali.

Sicurezza del Santo Padre: il Ticino fa scuola

Sicurezza del Santo Padre: il Ticino fa scuola

Dal Mattino della domenica | Quindici future guardie pontificie saranno formate a Isone

Qualche settimana fa insieme al comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi mi sono recato a Roma per la firma di un importante accordo. Il nostro Cantone da lunedì è diventato protagonista di una tradizione svizzera di oltre 500 anni, ma sempre attualissima: il servizio delle guardie svizzere a difesa del Papa.

Il Ticino istruttore delle guardie pontificie
Sono molti i giovani che negli anni hanno lasciato il nostro territorio partendo alla volta di Roma per offrire il loro servizio a Sua Santità. Il nostro Cantone fa la sua parte fornendo giovani leve al più piccolo – ma efficace – esercito del mondo. Attualmente si contano ben otto ticinesi attivi al Vaticano. Da quest’anno però diventiamo parte integrante di questa speciale missione, mettendo a disposizione le nostre strutture e le nostre competenze per la formazione delle future guardie. Lo scorso 26 settembre infatti ero a Roma quando il Comandante delle guardie svizzere Christoph Graf e il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi hanno sottoscritto una convenzione, grazie alla quale lunedì scorso quindici giovani reclute hanno iniziato il loro percorso di formazione nelle infrastrutture militari di Isone, messe a disposizione dall’esercito.
Un accordo raggiunto non solo grazie alle poche ore di viaggio che separano il nostro Cantone da Roma, ma anche e soprattutto grazie alle strutture presenti sul nostro territorio, che offrono la possibilità alle reclute di esercitare nuove forme di difesa già nella formazione di base, per affrontare al meglio le sfide imposte dalle nuove minacce globali. Sfide con le quali, chi fa un lavoro come quello delle guardie pontificie, deve confrontarsi ogni giorno.

Al via la formazione
Per il primo mese – quello che appunto si svolgerà in Ticino – la formazione delle nuove reclute è coordinata dal Centro formazione di polizia del Cantone, a Giubiasco. Centro che, oltre a formare agenti di polizia, potrà ora vantare una formazione particolare e unica come quella delle guardie pontificie. Per gli aspetti più tecnici le lezioni saranno proposte nella lingua madre di ciascuna recluta, così da garantire la miglior comprensione possibile. Il resto della formazione avverrà in italiano, che non rappresenta solo una delle nostre lingue nazionali, ma anche quella che le guardie pontificie utilizzeranno nella loro quotidianità al Vaticano. Il soggiorno ticinese sarà pure l’occasione per entrare in contatto con la cultura latina che ci contraddistingue e che costituirà il contesto del loro futuro lavoro. Mi piace pensare che ogni guardia, ritornando a casa oltre Gottardo, porti con sé e condivida con famigliari e amici la propria esperienza nel nostro Cantone, contribuendo alla promozione dell’italianità nel resto del nostro Paese.
Partecipando direttamente alla difesa del Pontefice, le guardie svizzere affrontano una missione unica, che richiede coraggio, fede e umiltà. Valori che sono basilari nella selezione per individuare le reclute più adatte. Sono necessarie determinate peculiarità psicofisiche e anagrafiche, ma soprattutto la vocazione del singolo a difendere il Papa a qualsiasi prezzo. A questi candidati, attraverso la formazione nel nostro Cantone, daremo gli strumenti adatti per svolgere al meglio il loro compito.

Più vicini al cuore della Svizzera
Il Ticino, grazie all’ottimo lavoro della nostra Polizia, abbraccia dunque una tradizione unica nel suo genere che continua ad affascinare i giovani, che non è folclore, bensì spirito di servizio e sicurezza personale, a difesa del cuore della cristianità. Una tradizione che è riuscita a rimanere al passo con i tempi e a mantenere viva la sua missione iniziale: anche se la pittoresca uniforme e l’alabarda sono una parte essenziale nell’immagine delle guardie, l’esercito del Papa è dotato di armi moderne per garantire la propria efficienza nella difesa di Sua Santità.
Le guardie svizzere rappresentano il Santo Padre, agli occhi dei pellegrini che da tutto il mondo si recano al Vaticano. Grazie all’operato della Polizia cantonale anche il nostro Cantone può quindi dare il suo contributo a uno dei simboli del nostro Paese che incarna la nostra affidabilità, quella svizzera, a livello globale.
“Acriter et fideliter”, ovvero “Con coraggio e fedeltà”: nel motto delle guardie pontificie sono racchiusi i valori con i quali nella storia abbiamo combattuto a favore della nostra madre Patria. Valori che accomunano tutti noi cittadini elvetici e ticinesi. Valori che incarnano l’essenza svizzera e che con onore il Ticino contribuisce da qualche giorno a difendere e diffondere nel resto del mondo.
Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

«Il Ticino ha negato il visto d’entrata a un imam con posizioni estreme»

«Il Ticino ha negato il visto d’entrata a un imam con posizioni estreme»

Da Ticinolibero.ch | Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha parlato, in radio e su Facebook, del tema dell’estremismo nelle moschee, invitando i moderati a denunciare. «Togliamo la pelle d’agnello ai lupi»

BELLINZONA – L’arresto dell’imam della moschea di Winterthur ha fatto tornare alla ribalta il tema dell’estremismo islamico in Svizzera, e in particolare nelle moschee.

Il Ticino ha negato il visto a un imam che aveva tendenze radicali. Lo ha detto Norman Gobbi ieri, ospite alla trasmissione radiofonica Modem.

Una funzione importante, nello scovare gli estremisti, va anche a chi estremista non è. «Nel mio intervento ho ribadito che le comunità religiose musulmane – che intendono essere parte integrata del nostro Paese – devono denunciare coloro che esprimono pensieri o si comportano in maniera estrema, in quanto le moschee sono punti di passaggio privilegiati da parte dei radicalizzati e dei reclutatori», ha scritto su Facebook commentando la sua partecipazione alla trasmissione.

Il Ticino non è comunque un Eldorado. «Dobbiamo togliere la pelle d’agnello ai lupi, e renderci conto come il nostro territorio non sia esente dalla radicalizzazione. Il Ticino in passato ha già negato un visto d’entrata ad un imam con posizione estreme e recentemente è stato oggetto di inchieste su fondamentalisti islamici».

Bracciale elettronico anche agli Hooligans

Bracciale elettronico anche agli Hooligans

Da RSI.ch | Dal 2017 scatta la fase pilota in cui si potrà applicare il braccialetto geolocalizzabile pure agli hooligan

Dall’anno prossimo il braccialetto elettronico, nella nuova versione con geolocalizzazione, potrà venir applicato anche a chi ha il divieto di frequentare stadi o piste di ghiaccio. Il Ticino diventerà così pilota anche in materia di lotta all’hooliganismo.

Sul territorio ticinese si fa dunque un passo in più in materia di braccialetto elettronico e dal 2017 lo potrà applicare anche a quei facinorosi frequentatori di impianti sportivi che oltre a una condanna penale hanno ricevuto delle misure di condotta, come l’obbligo di presentarsi al posto di polizia durante le partite.

Finora in Ticino sono tre le persone state condannate penalmente a seguito di episodi violenti in ambito sportivo. Una deve sottostare anche a misure di condotta e potrebbe quindi essere una potenziale candidata all’utilizzo del braccialetto elettronico. Sarà comunque un test inserito in una fase pilota; al termine del primo anno si tirerà un bilancio e si valuterà il da farsi.

Il mio intervento in radio: http://www.rsi.ch/g/8261419

Fussfesseln auch für Hooligans

Fussfesseln auch für Hooligans

Da Neuer Zürcher Zeitung | Dank Satellitenüberwachung ist die Einhaltung von Rayon-Verboten leicht überprüfbar – Ab 2018 ist schweizweit Hausarrest mit einer elektronischen Fussfessel möglich. Das Tessin will vorher ein GPS-System für Rowdys testen, die Stadionverbot haben.

Gefängnisse beklagen sich in der Regel nicht über Unterbelegung, sondern über das Gegenteil. Daher diskutiert man schon lange über das Electronic Monitoring, das Strafvollzug ausserhalb von Haftanstalten erlaubt. Es geht also um Hausarrest, der mittels einer elektronischen Fussfessel kontrolliert wird. Bereits seit 1999 laufen in den Kantonen Bern, Basel-Stadt/-Landschaft, Genf, Waadt und Tessin sowie seit 2003 in Solothurn und seit 2015 in Zürich Pilotversuche mit Fussfesseln. Diese kommen als alternative Vollzugsform vor allem für kurze Freiheitsstrafen in den eigenen vier Wänden zum Einsatz.

Einführung war früher geplant

Die meisten Pilotkantone konzentrieren sich auf Fussbänder mit Funksignalen: Die elektronische Fessel ist mit dem Festnetztelefon am Wohnort der verurteilten Person verbunden und ermöglicht so die Standortkontrolle. Zürich und auch das Tessin erproben GPS-Fesseln, die eine Bewegungskontrolle mittels Satellit erlauben. Die Test-Kantone seien nach wie vor vom Nutzen des Electronic Monitoring überzeugt, sagt Peter Häfliger vom Bundesamt für Justiz. Die Fussfessel komme in diesen Kantonen pro Jahr insgesamt in etwa 250 Fällen zum Einsatz. Laut Häfliger arbeiten zurzeit alle Kantone an einer gesamtschweizerischen Umsetzung: Die elektronische Fussfessel als Vollzugsform für kurze Freiheitsstrafen sowie in der Schlussphase von langen Freiheitsstrafen wird im ganzen Land endgültig auf den 1. Januar 2018 eingeführt. Um Opfer häuslicher Gewalt oder sexueller Übergriffe besser zu schützen, sind seit 2015 neue Gesetzesartikel in Kraft. Es können Tätigkeits-, Kontaktund überdies Rayonverbote ausgesprochen werden. In diesem Zusammenhang  ist es auch möglich, elektronische Fussfesseln einzusetzen, um die Einhaltung der Verbote zu kontrollieren. Eigentlich hätte ab 2016 auch der elektronisch überwachte Strafvollzug bereits landesweit eingeführt sein sollen. Doch weil viele Kantone noch nicht so weit waren, musste der Bund im September 2015 die Bewilligungen für die Fussfessel-Pilotprojekte verlängern. Neu durfte man auch GPS-Fussbänder einsetzen.

Von Letzteren macht der Kanton Zürich gezielt Gebrauch: Seit 2015 erprobt man Fussfesseln mit Satelliten-Ortbarkeit (siehe Zusatzartikel). Das Tessin, wo derzeit acht Personen ein Fussband tragen, will nächstes Jahr das neue System der «Geo-Lokalisation» einführen: Einzig mit einer GPS-Fussfessel sei es möglich, Rayonverbote wirksam durchzusetzen, sagt Luisella Demartini, Leiterin des kantonalen Bewährungsdienstes. Weil nach ihren Worten Fussfesseln ab 2017 im Tessin sowohl Funksignale wie auch GPS aufweisen werden, kann überdies nicht nur die Verletzung eines Hausarrests, sondern auch der genaue Aufenthaltsort der betreffenden Person festgestellt werden – mit einer Smartphone-App. Wie das Tessin wollen auch vier welsche Kantone eine Fussfessel einsetzen, die beide Systeme kombiniert. Die übrigen werden offenbar nur die Kontrolle via Funksignal einführen.

Der Südkanton prescht vor

Die GPS-Fussfessel sollen im Tessin nicht nur Urheber häuslicher Gewalt oder Sexualstraftäter tragen. Die Behörden möchten auch eine Anwendung für Personen testen, denen es verboten ist, sich Eishockey-Anlagen oder Fussballplätzen zu nähern, so Demartini. Mit anderen Worten: Es geht um Hooligans mit Stadionverbot. Laut Demartini gibt es noch keine gesetzliche Möglichkeit, auf administrativem Wege Stadionverbote mittels Electronic Monitoring zu kontrollieren. Im Rahmen des Strafrechts aber sind im Tessin drei solcher Verbote ausgesprochen worden, die auch mittels GPS überprüft werden dürfen. Wird also das Tessin vermutlich der erste Kanton sein, der GPS-Fussfesseln auch für Hooligans mit Stadionverbot einführt? Demartini bejaht dies.

 

Al via la formazione in Ticino delle Guardie svizzere pontificie

Al via la formazione in Ticino delle Guardie svizzere pontificie

Comunicato stampa della Polizia cantonale | Al via la formazione in Ticino delle Guardie svizzere pontificie. Oggi presso la Piazza d’armi di Isone quindici future guardie hanno iniziato il loro percorso formativo, sotto l’egida della Polizia cantonale e in collaborazione con il Dipartimento delle istituzioni (DI), che getterà le basi delle competenze richieste per garantire l’incolumità del Papa e la sicurezza del Vaticano. Questo in base ad un’apposita convenzione firmata lo scorso 26.09.2016 in Vaticano dal Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e dal Comandante della Guardia svizzera pontificia Christoph Graf. Per quanto riguarda gli aspetti di supporto logistico e la messa a disposizione delle infrastrutture, si sottolinea il fattivo contributo dell’Esercito, in particolare del Comando forze speciali, per il tramite del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS).

La prima giornata è iniziata di buon mattino alle 6.20 seguita poi, alle 8, dall’Appello sulla Piazza d’armi. La formazione vera e propria è poi cominciata alle 8.15 con l’orientazione geografica sul terreno dei partecipanti per poi passare a lezioni di psicologia. Oltre a questa materia, la formazione prevede pure corsi di diritto, formazione antincendio, rianimazione cardiopolmonare, tiro e sicurezza personale, comportamento tattico e sport. Istruttori e formatori, tutti specialisti nel loro ambito di materia e con solide esperienze di formazione, erogheranno formazioni in lingue diverse, così da assicurare la comprensione e l’assimilazione dei contenuti trattati, avvicinando al contempo le reclute di lingua tedesca o francese all’italiano. Lingua di Dante che utilizzeranno durante le loro attività quotidiane in Vaticano.

I corsi sono coordinati dal Centro formazione di polizia (CFP) di Giubiasco, uno dei cinque centri riconosciuti a livello nazionale. Il suo mandato integra la formazione di base e continua degli aspiranti e degli agenti assunti da corpi di polizia di lingua italiana i cui collaboratori possono portare il titolo di Agente di polizia con Attestato professionale federale. Oltre alla Polizia cantonale, alle Polizie comunali, alla Polizia dei trasporti e alla Polizia militare, su richiesta, come in questo caso da parte delle Guardie svizzere pontificie, le sue proposte possono rivolgersi anche ad altri enti di sicurezza pubblica o privata, o ancora ad altre istituzioni che necessitano di corsi in cui la polizia è centro di competenza. Il corso destinato alle Guardie svizzere pontificie rientra appunto in questo ultimo ambito.

La permanenza delle future Guardie pontificie in Ticino e di 30 giorni, dopodiché
continueranno la loro formazione a Roma. Sono già state pianificate altre due formazioni per il 2017: una a febbraio, con una quindicina di reclute, ed un’altra a cavallo fra ottobre e novembre con una ventina di partecipanti.

Flussi migratori: si abbassano le luci dei riflettori ma non il numero di arrivi

Dal Mattino della domenica | Dopo quasi due mesi dall’apertura del centro migranti di Rancate il ministro leghista traccia un primo bilancio

Il contesto al confine sud
Il caldo estivo ha lasciato spazio a temperature più miti e l’autunno inizia a colorare i nostri paesaggi. Mentre cadono le foglie dagli alberi si spengono le luci dei riflettori sulla questione dei flussi migratori. Uno dei temi – anzi il tema! – che ha scaldato e scandito le nostre giornate estive. Dovevamo reagire in tempi brevi a una situazione nuova, quella che abbiamo vissuto negli scorsi mesi e lo abbiamo fatto. I migranti o erano già registrati in Italia o non chiedevano asilo nel nostro Paese perché intenzionati a proseguire verso le città del Nord Europa. Per far fronte al nuovo fenomeno – che ha quindi segnato un calo delle richieste d’asilo registrate nei mesi estivi – abbiamo allestito una struttura temporanea a Rancate in grado di accogliere dignitosamente e adeguatamente queste persone. Queste persone che secondo la Legge in materia di stranieri e gli accordi internazionali se non vogliono chiedere asilo in Svizzera sono considerati degli illegali e quindi devono essere riammessi nel primo Stato europeo che li ha accolti, ovvero l’Italia. In questo senso, grazie anche ai contatti costanti con i nostri interlocutori dall’altra parte del confine, le autorità italiane hanno iniziato a fare la loro parte.

Quindi, come accadeva a fine agosto, a pochi giorni dall’apertura del centro, se non è possibile riammettere oltre confine i migranti in transito entro la mezzanotte, gli stessi vengono accompagnati a Rancate. Nel centro temporaneo ubicato nel Mendrisiotto i migranti continuano ad avere la possibilità di rifocillarsi e possono passare la notte al caldo con un tetto sulla testa. Il giorno dopo vengono riaccompagnati alla frontiera dalle Guardie di confine per essere riammessi nella vicina penisola.

Continuano gli arrivi
Un centro quello di Rancate che ha fatto discutere molto e non sono mancate le speculazioni mediatiche da parte di alcune correnti politiche. Tuttavia, la scelta del mio Dipartimento e del Consiglio di Stato si è rivelata azzeccata. Una scelta giusta ma soprattutto necessaria. Dalla sua inaugurazione, ovvero dal 28 agosto, a domenica scorsa sono state quasi 3’200 le persone che hanno soggiornato, anzi pernottato a Rancate con una media di 55 presenze a notte e con un picco di presenza straordinaria la notte del 18 settembre con quasi 150 arrivi.

Quando quest’estate con il condizionatore acceso e le camice a maniche corte ci siamo chinati sull’apertura del centro immaginavamo che, pensando all’annuale ciclo degli arrivi di migranti in Europa, verso fine settembre o inizio del mese di ottobre la struttura avrebbe iniziato a essere meno affollata.

Complici forse le temperature miti sulla tratta mediterranea, questo non è avvenuto. E gli arrivi restano costanti.

La sicurezza al primo posto
Attorno all’apertura del centro non sono mancati i timori dei residenti. Preoccupazioni più che legittime soprattutto perché la gestione dei migranti in altre parti del mondo ma anche in Paesi europei vicini alla nostra realtà come la Francia, la Germania o il Belgio, hanno avuto riscontri purtroppo anche violenti e criminali. Questo non è stato il nostro caso. Soprattutto perché abbiamo voluto affrontare la situazione alla ticinese con quell’ordine, quella serietà e quel pragmatismo “made in Switzerland” che ci contraddistinguono. Abbiamo ragionato su più fronti e parallelamente alla creazione del centro temporaneo abbiamo voluto mettere in campo tutte le misure collaterali per evitare l’insorgere di problemi di ordine pubblico.

In questo senso abbiamo previsto una serie di misure strutturali come la recinzione attorno allo stabile e abbiamo pure attuato alcune misure tecnologiche come la videosorveglianza interna.

I timori iniziali della popolazione si sono dissipati man mano. Proprio negli scorsi giorni mi trovavo a Riva San Vitale e un imprenditore della zona mi ha avvicinato dicendomi “Ottimo lavoro Norman, vediamo più pattuglie nel nostro Mendrisiotto e ci sentiamo più sicuri”. Infatti, in questo senso, è stata rafforzata la presenza delle forze dell’ordine sul territorio e questo è servito anche da effetto deterrente per i malviventi che intendevano agire nella regione.

Prospettive future
Il Ticino ancora una volta ha dimostrato al resto del Paese di essere in grado di farsi carico con successo di una problematica sì locale ma con un risvolto nazionale. Infatti, il problema dei flussi migratori ha toccato il nostro Cantone prima di tutto il resto del Paese. Si tratta di un problema di ampia portata, che concerne non solo la Svizzera ma tutto il continente europeo. Il nostro obiettivo, come Cantone, è stato quello di garantire l’ordine e la sicurezza non solo per noi ma per il resto del Paese controllando quindi l’immigrazione illegale grazie alla gestione ordinata e puntuale degli arrivi alla frontiera sud.

Proprio perché a trarre beneficio dal nostro operato non è solo il Ticino – ma tutta la Svizzera – ho portato nelle scorse settimane questo messaggio oltre Gottardo. A Berna ho perciò ricordato che avendo lavorato per tutto il Paese, rispettando lo spirito federalista che ci contraddistingue, ci aspettiamo che la Confederazione intervenga partecipando ai costi che abbiamo sostenuto. Stiamo aspettando una risposta da parte dell’Autorità federale. Non ho intenzione di mollare su questo fronte e sono pronto a tornare alla carica. Per la sicurezza ma anche per il benessere del nostro territorio, e di tutto il nostro Paese.

Norman Gobbi, Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

La comunità Svizzera a Firenze: ieri e oggi (VIDEO)

La comunità Svizzera a Firenze: ieri e oggi (VIDEO)

LA COMUNITA’ SVIZZERA A FIRENZE: IERI E OGGI Seminario organizzato dal Circolo Svizzero di Firenze in collaborazione con la Fondazione Spadolini Nuova Antologia e il Gabinetto Vieusseux – INTERVENTO DI NORMAN GOBBI Consigliere di Stato Direttore del Dipartimento delle Istituzioni della Repubblica e Cantone Ticino – 27 ottobre 2016 – Firenze, Palazzo Strozzi, Sala Ferri.

Modifica LOC: quartieri e frazioni, attori attivi nei nuovi Comuni

Modifica LOC: quartieri e frazioni, attori attivi nei nuovi Comuni

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Nella scorsa seduta il Consiglio di Stato ha approvato una revisione della Legge organica comunale (LOC) che – insieme a vari adeguamenti di entità minore – prevede di rafforzare il ruolo degli organi di quartieri e frazioni nella vita dei Comuni ticinesi.

La proposta di messaggio approvata negli scorsi giorni dal Consiglio di Stato prende spunto dalla decisione con la quale il Gran Consiglio – lo scorso 10 maggio – ha aderito alla mozione di Gianrico Corti «Aggregazioni e mantenimento della vitalità negli ex Comuni divenuti quartieri o frazioni», presentata nel giugno 2015. Attenendosi alle indicazioni della Commissione della legislazione, il Governo ha predisposto un adeguamento dell’articolo 4 della Legge organica comunale, secondo il quale:

• gli organi dei quartieri (o frazioni) hanno un ruolo anche propositivo, pur non potendo intervenire in modo vincolante nei processi decisionali del Comune;
• i Comuni possono modificare il proprio Regolamento comunale per dotare gli organi dei quartieri (o frazioni) di un budget di spesa.

Il progetto di revisione della LOC approvato prevede anche vari adeguamenti minori, che rispondono alle richieste emerse durante le riunioni della Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni. In particolare, le regole sui rapporti di lavoro nelle amministrazioni comunali potranno essere maggiormente allineate al sistema previsto dall’ordinamento cantonale, e i Municipi avranno la facoltà di delegare ai propri servizi la gestione delle contravvenzioni di competenza locale, fino a un importo di 100 franchi. In questo senso il Dipartimento delle istituzioni ha recepito celermente la richiesta avanzata da alcuni Comuni medio-grandi alfine di facilitare e favorire il lavoro degli enti locali.

Oltre ad approvare queste modifiche puntuali, il Governo ha confermato che la Legge organica comunale sarà a breve termine oggetto di una modifica di più ampia portata, verosimilmente già durante il prossimo anno. Ciò avverrà in concomitanza con la revisione della Legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici del 12 dicembre 1907, che negli scorsi mesi è stata sottoposta a consultazione.

La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi

La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi

Intervento pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione del seminario «La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi» del Circolo svizzero di Firenze |

Signor Ambasciatore d’Italia presso la Confederazione,
Signor Ambasciatore di Svizzera presso la Repubblica italiana,
Signor Presidente del Consiglio Regionale per le festività di Firenze capitale,
Signora Presidente del Consiglio Comunale,
Signor Console Onorario,
Signora Direttrice del Gabinetto Vieusseux,
Signor Presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia,
Signora Presidente del Circolo Svizzero di Firenze,
Signora Presidente della Chiesa Riformata Svizzera di Firenze,
Signore e signori,
Care e cari amici,

è un onore e un piacere particolare per me, quale rappresentante della Repubblica e Cantone Ticino, uno dei 26 Cantoni della Confederazione elvetica e l’unico interamente di lingua madre italiana, essere presente oggi tra di voi ed avere l’opportunità di pronunciare le parole introduttive di questo seminario, organizzato dal Circolo svizzero di Firenze in collaborazione con la Fondazione Spadolini Nuova Antologia e il Gabinetto Vieussieux. A loro va il mio ringraziamento per questo apprezzato invito, che onora il Ticino e la mia persona.

Per la maggioranza dei Cantoni svizzeri la politica estera è un compito più straordinario che ordinario. Il Ticino appartiene però al gruppo minoritario delle regioni di frontiera, e ai suoi 5 Consiglieri di Stato, i membri del Governo collegiale, capita più spesso di occuparsi delle relazioni internazionali. L’incontro di oggi, tuttavia, non celebra tanto la vicinanza geografica fra due territori, quanto piuttosto quella spirituale; una vicinanza che si è costruita attraverso i secoli, soprattutto grazie alla fortunata e mutevolmente proficua integrazione di molte famiglie svizzere, e ticinesi, che nel corso dei secoli hanno lasciato un contributo, una traccia visibile, nella vostra bellissima città di Firenze. I discendenti di alcune di queste prestigiose famiglie sono qui oggi presenti e a loro rivolgo il mio saluto.
Se mi permettete il paragone un po’ ardito, questa vicinanza spirituale nasce prima di tutto dal ruolo dei nostri territori nel mosaico linguistico dei rispettivi Paesi. Se il Ticino è infatti il baluardo della lingua italiana in Svizzera, sappiamo benissimo che Firenze della lingua italiana è la culla. Potremmo allora pensare a un legame che si concretizza nei nostri fiumi. Per voi l’Arno, nel quale tutti sappiamo come il Manzoni sia venuto a sciacquare i propri panni per dare vita all’italiano contemporaneo. Per noi il Ticino, fonte di vita che sgorga dalle Alpi per poi viaggiare verso l’Italia e il mare. E allora, sarebbe bello che proprio sulla lingua italiana, in futuro, potessimo trovare nuove forme di collaborazione: di certo il nuovo ambasciatore italiano a Berna, da fiorentino DOC, sarà sensibile all’argomento.
Chi parlerà dopo di me avrà l’onere e certamente il piacere di raccontarvi i dettagli delle relazioni che nella Storia hanno legato i destini della Svizzera e di Firenze; per questo io cercherò di concentrarmi su alcune vicende legate alla mia terra, il Ticino – anche se dovrete concedermi una digressione, legata a una delle mie più grandi passioni: la storia, e quella militare particolarmente.
Un volume davvero ponderoso pubblicato nel 2010 – Arte & Storia “Svizzeri a Firenze” ha ripercorso la storia delle relazioni fra Firenze e la Svizzera, e fa risalire l’inizio di queste relazioni al Cinquecento. In quegli anni, quando gli svizzeri emigravano principalmente quali eccellenti soldati presso le Corti nobiliari e le Repubbliche di mezz’Europa, molti uomini della regione di Locarno giunsero a Firenze per operare quali facchini, ovvero trasportatori di merci per la dogana. Erano originari di Brissago, delle Centovalli e delle Terre di Pedemonte, e negli anni costituirono un vero e proprio monopolio nel settore del trasporto delle merci, destinato a durare per più di tre secoli. Un piccolo segno di questa presenza si è conservato fino a oggi sul lato nord di Palazzo Vecchio, dove la dogana aveva la propria sede e dove ancora si trova una Porta con questo nome.
Nel Seicento e nel Settecento è stata la volta degli stuccatori e dei pittori ticinesi, per esempio quelli appartenenti alle famiglie Ciseri e Molinari; persone che hanno fatto dell’arte una missione da tramandare di padre in figlio. Non possiamo ignorare il contributo ticinese al patrimonio storico e artistico della Città di Firenze, tanto importante da spingere qualcuno a parlare di «tre grandi fiori candidi», che il nostro Cantone ha regalato alla vostra Città: la Sala Bianca in Palazzo Pitti, la Sala della Niòbe nella Galleria degli Uffizi e il Salone delle feste nella Villa del Poggio imperiale. Tre spazi che risalgono alla fine del Settecento e devono la loro bellezza al lavoro di decoratori ticinesi, in particolare i fratelli malcantonesi Giocondo e Grato Albertolli.
Più avanti nel tempo, saranno poi gli arrotini a scendere dal Ticino a Firenze: nel 1820 da Losone giunsero sull’Arno i Bianda, maestri nei ferri taglienti, che ancora oggi possiedono uno dei negozi più caratteristici della Piazza Grande di Locarno. E da alcuni decenni a questa parte non si può parlare di Piazza Grande senza accennare al Festival internazionale del film di Locarno e a uno dei suoi padri, Raimondo Rezzonico; un uomo di cultura e slanci visionari che negli anni Cinquanta-Sessanta divise la sua passione fra il cinema e l’arte. E la sua collezione di autoritratti di artisti del XX secolo, nel dicembre 2005 è stata ceduta proprio alla vostra Galleria degli Uffizi, suggellando l’antico patto di unione fra ticinesi e fiorentini.
Non voglio poi dimenticare il legame della lavorazione della paglia, che fra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento vide costituirsi una vera e propria tradizione svizzero-fiorentina, e anche un fiorente mercato. A questo proposito mi rallegra sapere che nella nostra valle Onsernone questo materiale tradizionale ha vissuto negli ultimi anni una piccola rinascita – e chissà che non possano fiorire anche nuove relazioni commerciali con il vecchio amico fiorentino…
Con il rischio di mescolare sacro e profano, concludo questa carrellata parlando anche di sport: i legami fra il Ticino e Firenze sono infatti stati rinsaldati, in anni recentissimi, grazie alla passione per il calcio. La vostra Fiorentina, che vanta un club di tifosissimi sul versante ticinese del Lago Maggiore, ha stretto da alcune stagioni un’alleanza con il FC Ascona; l’obiettivo è di formare giovani talenti, e chissà che non capiti di vedere presto un giocatore ticinese in maglia viola.
Fin qui ho parlato delle relazioni privilegiate fra il nostro Cantone e la vostra città, ma – come vi ho anticipato – c’è anche, tra molti e rimarchevoli cittadini elvetici, uno svizzero-tedesco illustre che ha legato il proprio nome alla vostra città e che voglio ricordare. Si tratta di Carlo Steinhauslin, di famiglia elvetica, ma nato e cresciuto in città, che fu console svizzero a Firenze; a partire dal 28 luglio del 1944, nella città occupata dalle forze naziste, si trovò a essere l’unica autorità cittadina che parlava tedesco. Come rappresentante di una Nazione neutrale, si occupò pertanto di dialogare con il comandante militare della città, il colonnello Fuchs. Steinhauslin si impegnò personalmente, non senza rischi, in uno sforzo di mediazione che gli permise di salvare molti abitanti della città e anche molti dei suoi tesori monumentali. Convinse l’alto ufficiale del Reich a non fare esplodere una costruzione, salvando così l’erogazione di acqua potabile, e più volte cercò di rendere Fuchs più sensibile alle sofferenze dei civili. Per questi suoi sforzi, che ne fanno un vero eroe dei nostri tempi, l’arcivescovo di Firenze gli donò una pergamena che lo definiva «fedele interprete delle alte concezioni svizzere, sempre improntate a nobili sensi di lealtà, di umanità e di giustizia».
Se però siamo qui oggi, in questo magnifico luogo carico di storia, è per rievocare un altro tassello, di particolare splendore, del mosaico di legami fra Svizzera e Firenze.
Preparandomi per questo incontro ho cercato di conoscere meglio la storia del Gabinetto Vieusseux, e mi ha profondamente colpito scoprire quale fosse l’intento del suo fondatore, nel 1820; questo luogo era infatti pensato come un centro di lettura e propagazione di periodici e di libri stranieri, all’epoca poco diffusi in Italia. L’idea era di portare nuova linfa alla cultura del Paese, attraverso la contaminazione con il meglio della produzione straniera, proprio nel bel mezzo di quel periodo storico definito della restaurazione, quando l’Europa e con essa l’Italia, dopo i moti della Rivoluzione francese e le campagne napoleoniche, era entrata in una fase, almeno dal punto di vista politico, di chiusura conservatrice. Si tratta di una missione che rimane senz’altro attuale anche oggi, malgrado la globalizzazione dell’informazione e la diffusione planetaria dei mezzi di comunicazione di massa, e alla quale dovremmo forse dedicarci con più impegno; nonostante l’oceano sconfinato di informazione che oggi è a nostra disposizione in ogni istante – o forse proprio per questa ragione -, capita spesso di cedere alla pigrizia e finire ripiegati in una dimensione ultra-locale. La prima lezione che voglio tenere a mente, quindi, riguarda l’importanza dello slancio verso l’esplorazione culturale, approfittando del fatto che questa impresa per noi comporta molte meno difficoltà tecniche che per i contemporanei di Giovan Pietro Vieusseux.
C’è poi una seconda lezione che ho imparato dagli approfondimenti sul Gabinetto Viesseux e sulla rivista Nuova Antologia. Ad aiutarmi è stato l’amico Salvatore Maria Fares, anima del Circolo Nuova Antologia di Lugano, che mi ha permesso di avvicinarmi alla figura di Giovanni Spadolini: un fiorentino purosangue che ha intrattenuto rapporti stretti e cordialissimi con la Svizzera e con il Ticino. Uno dei massimi statisti italiani del XX secolo che, di certo, è una fonte d’ispirazione anche per chi cerca di fare bene il mestiere della politica nel nuovo Millennio.
Europeista ma federalista, Spadolini guardava alla Svizzera come a un modello, perfetta sintesi dello stato nazionale multilingue e consociativo: laica e repubblicana, conglomerato di fedi diverse liberamente professate nella tolleranza e nel rispetto. Spadolini vedeva nella Confederazione il Paese del rigore, delle sovranità popolari, dal livello del Comune fino a quello della Confederazione.
Quanto forte fosse l’ammirazione di Spadolini per la Svizzera si capisce dalle sue stesse parole; in un’intervista del 1982 descriveva il suo sogno di «un’altra Italia, quella che noi stiamo cercando di far vivere oggi». Descrivendo questo sogno, parlava di un Paese «delle autonomie, dove c’è uno spazio per il pluralismo sociale e culturale».
Noi svizzeri amiamo dire che abitiamo nel Paese del compromesso. Il Cantone che insieme ai miei quattro colleghi ho il privilegio di contribuire a governare ne è un buon esempio, e fa da specchio anche per la realtà federale. Con un potere Esecutivo che vede coinvolti quattro partiti da destra a sinistra, il dialogo e il compromesso sono l’unica strada alternativa alle secche della paralisi e dell’impossibilità di rispondere alla richieste dei cittadini. Questo ovviamente rende ogni decisione più lenta e laboriosa, rispetto a sistemi «a colore unico»: eppure, il lavoro di consolidamento delle soluzioni svolto dietro le quinte permette alla fine di rappresentare tutti gli interessi, e fare in modo che nessuna voce che si leva dalla comunità rimanga inascoltata.
Dopo avervi parlato delle lezioni che ho imparato preparando questo mio intervento, è forse questa la lezione che posso permettermi di condividere con voi. Una lezione che riassume il modo svizzero di fare politica, e dice che nessuno può pensare seriamente di amministrare lo Stato semplicemente conquistando il potere e ignorando le rivendicazioni di una parte dello spettro politico.
Concludo qui questo mio intervento, non senza una certa fretta di lasciare la parola e di rientrare nei miei panni di politico; di rimettermi, cioè, in una posizione di ascolto e massima attenzione. In questo mio sentimento sono confortato proprio da una frase di Giovanni Spadolini, che mi ha molto colpito e che credo porterò per molto tempo con me: «L’intellettuale deve cercare le verità, il politico si deve impegnare nell’azione. Essenziale è far sì che l’azione non contraddica la verità. Alla fine il politico che conta è quello che più ha contribuito alla causa della verità e della libertà».
Grazie per l’attenzione.