Keine Personenfreizügigkeit für Kriminelle: Dieser Kanton trotzt Brüssel und Bern

Keine Personenfreizügigkeit für Kriminelle: Dieser Kanton trotzt Brüssel und Bern

Die bilateralen Verträge erlauben keinen systematischen Blick in das Strafregister von EU-Bürgern. Ein Kanton tut das trotzdem – weil ein vorbestrafter Italiener eine Bluttat beging.

Christoph Mörgeli wusste es genau. Ohne die «verfehlte Personenfreizügigkeit hätte es eine Katastrophe von Crans-Montana überhaupt nicht gegeben» , schrieb der «Weltwoche»-Journalist. Ohne die bilateralen Verträge, so Mörgeli weiter, hätte sich der vorbestrafte Franzose Jacques Moretti, der Besitzer und Betreiber der Bar Le Constellation, gar nicht in der Schweiz niederlassen dürfen. Hat der frühere Zürcher SVP-Nationalrat recht? Vielleicht. Mehr dazu am Schluss.
Tatsache ist: Seit Einführung des freien Personenverkehrs darf die Schweiz eine allfällige kriminelle Vergangenheit von Personen aus EU/Efta-Ländern nicht mehr systematisch überprüfen. Strafregisterauszüge einfordern dürfen die Behörden nur noch, wenn sie über konkrete Verdachtsmomente verfügen, dass eine Person eine Gefahr für die öffentliche Ordnung und Sicherheit darstellen könnte. Das ist etwa bei Mitgliedern des organisierten Verbrechens, Terroristen, Menschen- und Drogenhändlern der Fall. Ebenso bei Personen, die schwere Delikte gegen Leib und Leben begangen haben.

Tessin winkt nicht blind durch
Ein Kanton sträubt sich dagegen, Aufenthalts- und Grenzgängerbewilligungen quasi blind durchzuwinken. Seit April 2015 verlangt die Tessiner Regierung von EU/Efta-Bürgern flächendeckend einen Strafregisterauszug. Sicherheitsdirektor Norman Gobbi von der Rechtspartei Lega dei Ticinesi reagierte damals auf mehrere schwere Verbrechen, die vorbestrafte Italiener auf Tessiner Boden verübt hatten. So schoss ein Italiener in Losone auf zwei Türken, einen davon traf er tödlich. Als die Migrationsbehörden dem Mann die Aufenthaltsbewilligung erteilt hatten, wussten sie nicht, dass der Täter in Italien zu zwei mehrjährigen Haftstrafen wegen bewaffneten Raubs verurteilt worden war.
Im Tessin stiess die Massnahme auf parteiübergreifende Unterstützung, auch von der damaligen SP-Nationalrätin und heutigen Regierungsrätin Marina Carobbio. Verschnupft reagierte hingegen Bern. Der für die Migration zuständige Staatssekretär Mario Gattiker forderte Gobbi im Juni 2015 in einem Brief dazu auf, die Massnahme zurückzunehmen und sich an die bilateralen Verträge zu halten .
Doch Gobbi blieb hart. Es handle sich um eine vorübergehende Massnahme zum Schutz der Tessiner Bevölkerung, welche die Personenfreizügigkeit in keiner Weise einschränke, antwortete er dem Staatssekretariat für Migration. Zwei Jahre später schien der Kanton Tessin doch noch einzulenken, um ein letztes Hindernis für den Abschluss eines neuen Grenzgänger-Steuerabkommens mit Italien aus dem Weg zu räumen. Der Regierungsrat kündigte an, künftig auf ein System des freiwilligen Vorzeigens von Strafregisterauszügen zu bauen.  Umgesetzt wurde die Ankündigung jedoch nie, weil sich die Alternative als nicht praktikabel herausgestellt habe, wie die Justizdirektion sagt.
Auf Anfrage dieser Zeitung verteidigt Regierungsrat Gobbi das Vorgehen, das den Regeln der Personenfreizügigkeit widerspricht: «Es handelt sich um eine ausserordentliche Massnahme. Das Verlangen von Strafregisterauszügen ermöglicht es uns, vertiefte Abklärungen zu treffen und die Einreise von vorbestraften Ausländern in die Schweiz zu verhindern, sofern die gesetzlichen Voraussetzungen dafür erfüllt sind.» Die Massnahme diene dem Schutz aller Einwohner im Kanton Tessin, Schweizerinnen und Schweizer sowie auch Ausländerinnen und Ausländer. Der Tessin wolle daran festhalten, «bis eine tragfähige Alternative zur Verfügung steht».

Bilaterales Abkommen in Prüfung
Der Bundesrat prüft derzeit, ob ein bilaterales Abkommen mit Italien zum Austausch von Strafregisterauszügen möglich wäre. Den Auftrag dazu erteilt hat das Parlament. Es sorgt sich darum, dass die Mafia hierzulande stärker Fuss fassen könnte.  Parallel dazu strebt die Schweiz den Beitritt zu «Ecris» an. Dabei handelt es sich um ein System, in dem alle Strafregisterdatenbanken der EU-Staaten miteinander verknüpft sind. Der Bundesrat hat jedoch bereits betont, dass das systematische Abfragen von Strafregisterauszügen auch in diesem Kontext unzulässig bleibt.  Immer noch hängig sind zwei Tessiner Standesinitiativen und eine Fraktionsmotion der SVP mit dem Ziel, EU-Bürger auf Herz und Nieren zu prüfen, bevor sie sich in der Schweiz installieren.

https://www.aargauerzeitung.ch/schweiz/personenfreizuegigkeit-kanton-tessin-trotzt-bruessel-und-bern-ld.4113023

Traduzione:

I trattati bilaterali non consentono un controllo sistematico dei casellari giudiziali dei cittadini dell’UE. Un Cantone lo fa comunque – perché un italiano con precedenti penali ha commesso un delitto di sangue.
Christoph Mörgeli lo sapeva bene. Senza la «mal riuscita libera circolazione delle persone non ci sarebbe stata affatto la tragedia di Crans-Montana», ha scritto il giornalista della Weltwoche. Senza i trattati bilaterali, prosegue Mörgeli, il francese con precedenti penali Jacques Moretti, proprietario e gestore del bar Le Constellation, non avrebbe nemmeno potuto stabilirsi in Svizzera. L’ex consigliere nazionale zurighese dell’UDC ha ragione? Forse. Ne parleremo più avanti.
Il fatto è questo: dall’introduzione della libera circolazione delle persone, la Svizzera non può più verificare in modo sistematico un’eventuale passata attività criminale di persone provenienti da Paesi UE/AELS. Le autorità possono richiedere estratti del casellario giudiziale solo se dispongono di indizi concreti che una persona possa costituire una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblici. È il caso, ad esempio, di membri della criminalità organizzata, terroristi, trafficanti di esseri umani o di droga. Lo stesso vale per persone che hanno commesso gravi reati contro l’integrità fisica e la vita.

Il Ticino non timbra alla cieca
Un Cantone si oppone a concedere quasi automaticamente permessi di soggiorno e per frontalieri. Dall’aprile 2015 il Governo ticinese richiede in modo generalizzato un estratto del casellario giudiziale ai cittadini UE/AELS. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, del partito di destra Lega dei Ticinesi, reagì allora a diversi gravi reati commessi sul suolo ticinese da italiani con precedenti penali. Così, a Losone, un italiano sparò a due turchi, uccidendone uno. Quando le autorità migratorie gli avevano rilasciato il permesso di soggiorno, non sapevano che in Italia l’autore era stato condannato a due pene detentive pluriennali per rapina a mano armata.
In Ticino la misura incontrò un sostegno trasversale ai partiti, anche da parte dell’allora consigliera nazionale socialista e oggi consigliera di Stato Marina Carobbio. Berna, invece, reagì infastidita. Nel giugno 2015 il segretario di Stato competente per la migrazione, Mario Gattiker, chiese a Gobbi, in una lettera, di revocare la misura e di attenersi ai trattati bilaterali.
Gobbi però rimase fermo sulle sue posizioni. Si trattava di una misura temporanea a tutela della popolazione ticinese, che non limitava in alcun modo la libera circolazione delle persone, rispose alla Segreteria di Stato della migrazione. Due anni dopo il Cantone Ticino sembrò infine cedere, per rimuovere un ultimo ostacolo alla conclusione di un nuovo accordo fiscale sui frontalieri con l’Italia. Il Consiglio di Stato annunciò che in futuro si sarebbe fatto affidamento su un sistema di presentazione volontaria degli estratti del casellario giudiziale. Tuttavia, l’annuncio non è mai stato attuato, perché l’alternativa si è rivelata impraticabile, come afferma il Dipartimento di giustizia.
Interpellato da questo giornale, il consigliere di Stato Gobbi difende la procedura, che contrasta con le regole della libera circolazione delle persone: «Si tratta di una misura straordinaria. La richiesta degli estratti del casellario giudiziale ci consente di effettuare verifiche approfondite e di impedire l’ingresso in Svizzera di stranieri con precedenti penali, qualora siano soddisfatte le condizioni legali». La misura serve a proteggere tutti i residenti del Cantone Ticino, svizzere e svizzeri, così come straniere e stranieri. Il Ticino intende mantenerla «fino a quando non sarà disponibile un’alternativa sostenibile».

Accordo bilaterale in esame
Il Consiglio federale sta attualmente esaminando se sia possibile un accordo bilaterale con l’Italia per lo scambio di estratti dei casellari giudiziali. Il mandato in tal senso è stato conferito dal Parlamento, preoccupato che la mafia possa radicarsi maggiormente nel nostro Paese. Parallelamente, la Svizzera punta ad aderire a «Ecris», un sistema che collega tra loro tutte le banche dati dei casellari giudiziali degli Stati dell’UE. Il Consiglio federale ha però già sottolineato che anche in questo contesto il controllo sistematico degli estratti dei casellari giudiziali rimane inammissibile. Restano tuttora pendenti due iniziative cantonali ticinesi e una mozione di gruppo dell’UDC con l’obiettivo di sottoporre i cittadini dell’UE a controlli approfonditi prima che si stabiliscano in Svizzera.

Il presidente Gobbi in visita ai “Trenta”

Il presidente Gobbi in visita ai “Trenta”

Autorità in visita al Battaglione 30: focus sull’impiego di supporto durante il WEF

Temperature rigide e neve sul terreno hanno fatto da cornice alla visita delle autorità al Battaglione fanteria di montagna 30 a Hinterrhein. Un’occasione per offrire una panoramica concreta su addestramento, capacità operative e supporto alle autorità civili con la partecipazione di ex comandanti del “Trenta”, rappresentanti della polizia, delle società militari e dei circoli d’arma ticinesi, oltre a esponenti della società civile.

Sul terreno: autorità e capacità operative
Presente anche il presidente del Consiglio di Stato ticinese e direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che ha partecipato alla visita accanto a diverse autorità militari e istituzionali. Con lui anche il divisionario Maurizio Dattrino, il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione del Canton Ticino Ryan Pedevilla e il capo dell’Ufficio del militare e della protezione civile del Canton Grigioni Pascal Porchet.
La giornata si è svolta con una serie di dimostrazioni operative, dall’impiego dei mortai agli esercizi di tiro di precisione, fino alle prove di tiro in movimento con veicoli blindati. Gli ospiti hanno potuto osservare da vicino l’efficacia dei mezzi e delle procedure di impiego in contesti complessi.

Coordinamento e sicurezza: il “Trenta” al servizio del Paese
Per il comandante del battaglione, il tenente colonnello SMG Tommaso Righenzi, la visita ha assunto un significato ancora più speciale: si è trattato infatti del suo ultimo corso di ripetizione alla guida dei “Trenta”. Nell’occasione, il comandante ha illustrato il ruolo del reparto nell’ambito del servizio svolto a supporto della Polizia cantonale grigionese in occasione del World Economic Forum (WEF), sottolineando l’importanza di una stretta collaborazione tra autorità civili e militari. «La sicurezza, tema sempre più rilevante e dibattuto, è un obiettivo condiviso che si costruisce anche grazie a questa preziosa sinergia – ha commentato il presidente Gobbi. L’impiego a supporto della Polizia cantonale grigionese durante il WEF dimostra quanto sia importante essere pronti e coordinati, in ogni situazione».

Missione e identità del battaglione
Il Battaglione fanteria di montagna 30 ha come missione principale quella di difendere. Nell’attuale corso, il focus è stato rivolto in particolare alla sicurezza e protezione, con una preparazione mirata anche ai compiti di sostegno alle forze di polizia. Negli ultimi anni il reparto ha svolto numerose attività di addestramento, tra cui esercitazioni nel combattimento in località, di giorno e di notte, oltre all’impiego di nuovi armamenti.
Il “Trenta” è inoltre un reparto con una connotazione particolare: è infatti l’unico battaglione di fanteria di lingua madre italiana all’interno dell’Esercito. Un elemento che rafforza l’identità ticinese e italofona del battaglione: per molti militi, dopo la scuola reclute o la formazione quadri, rappresenta anche un’occasione unica per poter parlare italiano con i propri camerati durante il servizio.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 1 febbraio 2026 de Il Mattino della domenica

 

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Comunicato stampa

In merito al video diffuso negli ultimi giorni sui social media relativo all’allontanamento non autorizzato di un detenuto dal carcere Lo Stampino, il Dipartimento delle istituzioni, le Strutture Carcerarie e la Polizia cantonale comunicano quanto segue.

Nella tarda serata del 24 gennaio un detenuto, approfittando delle caratteristiche del regime detentivo della Sezione aperta delle Strutture carcerarie cantonali, si è allontanato dall’istituto senza autorizzazione. L’episodio è stato immediatamente rilevato dalle Strutture carcerarie che, con la Divisione della giustizia e la Polizia cantonale, hanno prontamente attivato le procedure previste. Grazie al tempestivo intervento delle forze dell’ordine e al coordinamento con le autorità competenti, il soggetto è stato rintracciato in breve tempo. Il collocamento nella Sezione aperta “Lo Stampino” del carcere è stabilito dal Giudice dei provvedimenti coercitivi in assenza di rischio di fuga e di recidiva, poiché tale soluzione garantisce maggiore libertà di movimento e comporta minori misure di sicurezza. Un detenuto che intende allontanarsi dallo Stampino può farlo senza particolari difficoltà e senza ricorrere a modalità estreme, ad esempio non rispettando le regole previste oppure non rientrando da un congedo o da un’attività lavorativa svolta all’esterno. Va precisato che si tratta di scelte che comportano conseguenze importanti per il detenuto il quale, una volta rintracciato dalle forze dell’ordine, viene ricondotto in carcere dove, oltre a incorrere in una sanzione disciplinare, sconta il resto della pena nella sezione a regime chiuso.

Non verranno rilasciate ulteriori informazioni.

‘Polizia ticinese’, parla il coordinatore della commissione

‘Polizia ticinese’, parla il coordinatore della commissione

“Nel gruppo di lavoro mi sarei aspettato più collegialità”

La consultazione si è conclusa a metà dello scorso ottobre. Quale fine ha fatto il progetto ‘Polizia ticinese’ voluto anni fa dal consigliere di Stato Norman Gobbi per migliorare la collaborazione tra la Cantonale e le polcomunali? «Come Segreteria generale stiamo facendo una sintesi delle prese di posizione pervenute – una settantina, la maggior parte giunta dai Comuni –, che consegneremo nelle prossime settimane al governo. Il quale dovrà decidere se disporre ulteriori approfondimenti, se optare invece per lo statu quo o se riattivare, dopo averlo abbandonato nel 2015 con il ritiro del messaggio favorevole alla mozione Galusero, il dossier polizia unica», dice, interpellato da ‘laRegione’, Luca Filippini.

Il segretario generale del Dipartimento istituzioni è il coordinatore del gruppo di lavoro misto – Cantone, Comuni e Associazione polizie comunali ticinesi – che ha allestito lo studio ‘Polizia ticinese’. «Una ridistribuzione dei compiti tra la Polizia cantonale e le polizie comunali per evitare doppioni e rendere più efficace la cooperazione fra la prima e le seconde, a beneficio dei cittadini, mantenendo comunque la competenza dei corpi locali per quanto riguarda la sicurezza di prossimità: questo il mandato assegnatoci dal Consiglio di Stato nel 2020», ricorda Filippini.

Il progetto posto in consultazione ha però raccolto più critiche che consensi. Nel frattempo il gruppo da lei diretto si è riunito?
No. Del resto non avrebbe avuto senso. Noi tecnici il lavoro lo abbiamo fatto, allestendo lo studio. Il prossimo passo spetta al governo, che dovrà prendere una decisione, una decisione politica, alla luce dei pareri emersi dalla consultazione.

Che sono soprattutto negativi.
Vero, seppur con sfumature diverse. C’è chi si dice contrario su tutta la linea, chi in parte e chi chiede di fare ancora degli approfondimenti. In tanti avanzano dubbi sulla neutralità finanziaria della riforma e sul tipo di governance proposto. C’è poi chi contesta l’attribuzione alle polcomunali di alcuni semplici compiti di polizia giudiziaria: una polemica che secondo me non si giustifica. Ma tant’è. Insomma il progetto non ha fatto l’unanimità fra gli enti – Comuni e associazioni – che hanno partecipato alla consultazione. La mia impressione è che in generale si sia restii ai cambiamenti. C’è solo un aspetto ampiamente condiviso: quello di lasciare la responsabilità della sicurezza di prossimità alle polizie comunali. Ma è una magra consolazione, perché il nostro progetto questo aspetto non lo mette in discussione.

Come coordinatore del gruppo di lavoro non ha nulla di cui rimproverarsi?
Avrei potuto imprimere un’accelerazione. Si doveva pedalare di più. Intendiamoci: la commissione, e io per primo, ritiene di aver lavorato in modo serio e approfondito. E rammento che ogni suo membro ha dovuto conciliare gli impegni professionali con quelli derivanti dall’allestimento dello studio. Cosa non facile. Tuttavia lo ripeto: quale coordinatore avrei dovuto sollecitare un’evasione più celere del mandato, organizzando fra l’altro un numero maggiore di riunioni. È stata una lunga gestazione. Troppo lunga. Il che potrebbe aver inciso negativamente su determinate proposte dello studio: probabilmente ci siamo concentrati più del dovuto su determinati punti e meno su altri che avrebbero però meritato altrettanta attenzione. Ma quello che mi ha amareggiato, e mi amareggia, è stato il venir meno a un dato momento di una certa collegialità nel gruppo di lavoro.

Si spieghi meglio.
Discussioni, confronti non sono ovviamente mancati al nostro interno. Ovviamente, perché le sensibilità su un tema importante e delicato come la sicurezza pubblica erano diverse. L’incarico ricevuto dal Consiglio di Stato era però chiaro: formulare delle proposte per ottimizzare l’attività di polizia sul nostro territorio, partendo dalla situazione istituzionale vigente, ovvero dalla presenza di una Polizia cantonale e di più corpi di polizia comunali. Il progetto va, reputo, in questa direzione. Ed è il progetto uscito dal gruppo di lavoro. Quando però è partita la consultazione si sono palesate pubblicamente voci piuttosto critiche nei confronti dello studio provenienti dall’interno del gruppo. Mi riferisco all’Associazione delle polizie comunali, il cui presidente era ed è tra i componenti della commissione da me coordinata. E mi è sinceramente dispiaciuto, anche perché all’esterno queste voci critiche sono state percepite come una mancanza di condivisione unanime, o come una condivisione solo parziale, del progetto da parte del gruppo di lavoro che lo aveva allestito.

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 30 gennaio 2026 de La Regione

Il collegamento A2 A13 forse realizzato solo nel 2055

Il collegamento A2 A13 forse realizzato solo nel 2055

PoLuMe e A2-A13, Gobbi: ‘Ribadiremo l’importanza di entrambe le opere’

Per il Consiglio federale il potenziamento dell’autostrada Lugano sud-Mendrisio, il PoLuMe, e il collegamento autostradale tra Bellinzona e Locarno, l’A2-A13, non possono avanzare di pari passi. Prima uno, poi l’altro. Secondo l’Esecutivo nazionale la precedenza va data al progetto nel Sottoceneri (da realizzare entro il 2045) e poi a quello nel Sopraceneri (orizzonte 2055). Ma la Confederazione mette in chiaro che c’è la possibilità di “scambiare” i due progetti e fare avanzare prima l’A2-A13 e poi il PoLuMe. Molto dipenderà dall’esito della consultazione al via questa estate. Ovvero da quella che sarà la posizione ticinese.
«In questo contesto ribadiremo l’importanza di entrambe le opere nelle sedi opportune, evidenziando come siano entrambe assolutamente prioritarie e strategiche per il Canton Ticino», afferma il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. Anche perché, ricorda Gobbi, «nello studio del Politecnico, entrambi i progetti sono stati confermati come priorità 1. La necessità di dover dare una precedenza all’uno rispetto all’altro non è finora stata tematizzata. Ciò detto, si tratta di opere di interesse nazionale finanziate dalla Confederazione. Prendiamo atto di quanto comunicato oggi da Berna. Il Consiglio di Stato si attiverà presso il competente ufficio federale, responsabile del prosieguo e dell’attuazione dei progetti».
Nei documenti presentati e durante la conferenza a Berna non è stato fatto riferimento a, completamento di AlpTransit a sud di Lugano. «Come già sottolineato a più riprese – continua il presidente del governo ticinese – il completamento a sud rimane per il Ticino una necessità assoluta, in particolare nell’ottica di portare a compimento un’opera di interesse nazionale e internazionale. Migliorare il collegamento con le regioni a nord e a sud rafforza la posizione della Svizzera e del Ticino come luoghi di produzione e sviluppo. Da questo punto di vista, le infrastrutture rappresentano un fattore determinante di competitività territoriale che la Svizzera e il Ticino devono continuare a rafforzare e sviluppare».Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 29 gennaio 2026 de La Regione

Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Luce verde (senza contrari) del parlamento alla riforma delle autorità di protezione. Da chiarire però logistica, personale amministrativo e servizi d’appoggio

Con 79 voti favorevoli (e nessun contrario) il Gran Consiglio approva la riorganizzazione del settore tutele e curatele. Ancora però da chiarire logistica e numero dei funzionari amministrativi.

Se nella consultazione popolare del 30 ottobre 2022 l’introduzione nella Costituzione cantonale del modello giudiziario proposta da governo e parlamento era stata approvata da quasi il 78% (!) dei votanti, ieri il sì del Gran Consiglio agli aspetti organizzativi e finanziari di quel modello è stato altrettanto netto. Settantanove deputati (quattro gli astenuti e soprattutto nessun contrario) hanno condiviso il rapporto uscito dalla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ e compiuto così un ulteriore passo verso l’attuazione di quella che, come evidenziato a più riprese in aula, è tra le riforme importanti se non la più importante delle ultime tre legislature. Ovvero, la riforma delle Autorità di protezione. Con l’istituzione, come chiesto dal Consiglio di Stato nel messaggio del 2021, di autorità giudiziarie. Le Preture di protezione (quattro e relative sezioni). Dove collegi giudicanti, composti da magistrati (pretori di protezione o pretori aggiunti) e specialisti in ambito psicologico/pedagogico e nel campo del lavoro sociale stabiliranno le misure di protezione per adulti e minori vulnerabili, fragili. Diversi e delicati i provvedimenti. Delicati perché incidono e incideranno sui diritti e le libertà fondamentali dei destinatari. Tra i provvedimenti che entreranno in considerazione: tutele, curatele, collocamenti, privazione dell’autorità parentale, regolamentazione dei diritti di visita, ricoveri a scopo di assistenza… Una volta operative (quando ancora non si sa, si confida comunque in tempi brevi), le Preture di protezione prenderanno il posto delle Autorità regionali di protezione (attualmente le Arp sono sedici), del cui funzionamento e dei cui costi sono competenti i Comuni. In altre parole si passerà dal vigente sistema amministrativo a quello giudiziario, ‘cantonalizzato’. Il tutto allo scopo di migliorare la qualità delle decisioni e di rispondere alle esigenze di specializzazione poste dal Codice civile svizzero.

Il dibattito
Non è solo «importante», è anzi «fondamentale». Non usa giri di parole il presidente della ‘Giustizia e diritti’, nonché correlatore del rapporto unico, Alessandro Mazzoleni nel riferirsi alla riforma. «Nel campo della giustizia – rimarca il leghista – rappresenta il tassello più importante non solo di questa legislatura, ma anche di diverse precedenti, sia per la portata organizzativa sia per le conseguenze dirette sulle persone più fragili». Ma, mette in guardia, «il lavoro non è ancora concluso. Rimangono infatti da definire importanti aspetti procedurali e soprattutto sarà necessario potenziare anche tutti quei servizi di appoggio all’autorità di protezione. È infatti inutile adottare decisioni corrette e tempestive se poi non disponiamo di servizi altrettanto performanti in grado di attuarle efficacemente».
Gli fa eco per il Centro la correlatrice Sabrina Gendotti. «Si tratta – evidenzia a sua volta – della riforma del potere giudiziario in Ticino più importante, forse l’unica, degli ultimi quindici anni». Una revisione, va sottolineato, che concerne un ambito particolarmente delicato, vale a dire la tutela dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità. L’obiettivo della riorganizzazione, ricorda quindi la centrista, «era ed è migliorare la risposta dello Stato in un settore che incide direttamente sui diritti fondamentali». Necessario, poi, fare riferimento ad alcune cifre emblematiche. «Oggi le Arp – indica – prendono ogni anno circa 12mila decisioni. A fine 2024 risultavano in essere oltre 6’500 misure di protezione riguardanti più di 5’700 adulti e 1’700 minori». Un tema, insomma, che riguarda molti cittadini, ma che ha richiesto diversi anni per arrivare a questo punto. «Già nel 2022 – rievoca a proposito del primo rapporto commissionale, quello che ha portato il popolo a esprimersi sull’adozione del modello giudiziario – la ‘Giustizia e diritti’ aveva messo in luce limiti strutturali evidenti dell’attuale sistema. La ‘cantonalizzazione’ delle competenze permetterà di uniformare organizzazione e procedura, eliminare disparità di trattamento legate al domicilio e rafforzare l’autorevolezza dell’istituzione, anche nei rapporti con le autorità estere». Per Gendotti, sono tre i grandi cantieri che restano aperti. Quello logistico, «dato che il governo deve ancora individuare tutte le sedi adeguate alle Preture di protezione». Quello legato alla legge di procedura, «il cui messaggio è stato emanato lo scorso ottobre ed è ora al vaglio della nostra sottocommissione Protezione». E quello del potenziamento dei servizi d’appoggio, «senza i quali le decisioni delle Preture di protezione non potranno essere eseguite». Si lancia nelle figure retoriche la correlatrice Simona Genini, che interviene anche a nome del Plr: «Se l’insieme delle leggi di questo Paese fosse un corpo umano, con questa discussione ci troveremmo proprio al centro del petto, dove hanno sede gli organi vitali. Se fosse una città, saremmo sulla piazza della cattedrale». E spiega: «Ci sono davvero pochissimi settori di attività dello Stato che entrano così profondamente nella sfera privata delle persone e che per questo motivo operano sul filo sottile che separa l’intervento legittimo dall’invasione indebita». Non solo. «Ci muoviamo – aggiunge – nel mezzo del tema della fragilità umana. Bilanciare tutto ciò è difficile. Per chiunque condivida la prospettiva liberale è chiarissimo che non c’è scelta che debba essere ponderata con più attenzione di quella che porta lo Stato a limitare la libertà delle persone di scegliere per sé stesse». Essenziale, dice la deputata, «la volontà di voler mantenere una prossimità fisica alla cittadinanza con la presenza delle quattro nuove Preture (e sezioni, ndr) in otto città del cantone è tra l’altro da salutare positivamente. Questa scelta porta con sé il vantaggio della coordinazione e dell’uniformità delle decisioni: avere la certezza che esista un solo modo di procedere per tutto il territorio ticinese porta benefici evidenti per la cittadinanza, prima fra tutti la garanzia di non essere esposti a fluttuazioni legate a sensibilità di singoli. La probabilità di ottenere decisioni eque e rapide non sarà più questione di fortuna, né dipenderà dal Comune di residenza».
Anche per la correlatrice socialista Daria Lepori si tratta di «un passo in avanti significativo» volto a «riorganizzare un settore in cui entrano in gioco la libertà personale, l’autonomia privata e la vita familiare». Una riorganizzazione, sottolinea, che «presto o tardi toccherà probabilmente anche molti di noi qui presenti». Lepori volge poi lo sguardo ai Comuni, ai quali, «ce ne rendiamo conto, è richiesto uno sforzo importante, in quanto dovranno continuare a farsi carico dei costi per il periodo transitorio di due anni». L’auspicio è dunque «che il Cantone operi con la massima trasparenza durante questo delicato periodo. Oltre alla fase di transizione, i Comuni avranno ancora un ruolo fondamentale da svolgere nella loro qualità di autorità di prossimità. Un ruolo che andrà valorizzato dal Cantone, mantenendo un flusso di informazioni tra i Comuni e le nuove Preture di protezione». Da non dimenticare, rileva la socialista, il fatto che «l’attuazione della riforma non può prescindere dal contesto attuale. Nel corso degli anni le necessità di protezione sono infatti aumentate, ma gli strumenti a disposizione sono via via diminuiti». Dal canto suo, la correlatrice dell’Udc Roberta Soldati guarda già avanti, insistendo soprattutto sulla sostanza. Tre i punti cruciali. Il primo: «Il nuovo collegio giudicante dovrà permettere di ottenere delle decisioni più celeri e di qualità. Ma anche di evitare il conferimento, così come avviene oggi, di numerosi mandati a professionisti esterni per l’allestimento di perizie che, come sappiamo, richiedono tempi biblici a scapito dell’utenza, nonché ingenti costi a carico delle parti e dello Stato». Il secondo: «I membri del collegio giudicante saranno nominati dal Gran Consiglio. Considerato il delicato campo di attività, la procedura di selezione dovrà essere maggiormente articolata». Il terzo: «La Commissione amministrativa delle Preture di protezione dovrà fungere da reale organo di coordinamento per assicurare che ci sia una vera prassi univoca su tutto il territorio cantonale. Confidiamo che nel regolamento di attuazione vengano codificati alcuni aspetti essenziali, come un servizio di picchetto e l’esigenza che nel collegio giudicante sia garantita la presenza di entrambi i sessi (come richiesto peraltro anche da Agna, l’Associazione genitori nell’accudimento, ndr)».
Non ha dubbi neanche il correlatore dei Verdi Marco Noi, «proprio perché si sente il bisogno di un rigore formale riconoscibile sia dalla nostra cittadinanza, sia a livello internazionale. Sarà importante mantenere la collaborazione con le figure del territorio che già ora contribuiscono ad accogliere e sostenere coloro che sono in situazione di vulnerabilità». Non sono mancati gli interventi a titolo personale. Per il capogruppo socialista Ivo Durisch, «non si può pensare di implementare una riforma senza disporre del personale necessario all’interno dell’Amministrazione pubblica». Maura Mossi Nembrini (Più Donne): «Rispetto a dieci anni fa si registra un significativo aumento delle misure di protezione destinate sia ai minorenni sia alla popolazione adulta. In tal senso auspichiamo la promozione di uno strumento: il mandato precauzionale». Recita il Codice civile: “Chi ha l’esercizio dei diritti civili può incaricare una persona fisica o giuridica di provvedere alla cura della propria persona o dei propri interessi patrimoniali o di rappresentarlo nelle relazioni giuridiche, nel caso in cui divenga incapace di discernimento”.
I due consiglieri di Stato leghisti Claudio Zali e Norman Gobbi, corresponsabili dopo l’arrocchino in governo dei dipartimenti Istituzioni e Territorio, hanno rinunciato a intervenire. Muti. «Peccato», si è rammaricata Tamara Merlo di Più Donne: «Avremmo voluto avere delle indicazioni sugli aspetti logistici legati alla riforma e sui tempi per la sua attuazione». E anche sulla quantificazione del personale amministrativo necessario.

Dafond (Act): ‘Ma non oltre i due anni’
Con il voto di ieri il Gran Consiglio ha sottoscritto anche la proposta di finanziamento della nuova organizzazione formulata dalla ‘Giustizia e diritti’ nel rapporto. E cioè: l’adozione di “una fase transitoria della durata di due anni in cui i Comuni pagheranno al Cantone i 13’390’000 franchi fino a ora assunti per il funzionamento delle Arp. Dal canto suo il Cantone assumerà transitoriamente la differenza fra i costi attualmente pagati dai Comuni e l’onere annuale netto futuro delle nuove Preture di protezione, compreso il potenziamento parziale dell’Uap (Ufficio dell’aiuto e della protezione, Dipartimento sanità e socialità, ndr) per un totale di 6’210’000 franchi”. Trascorso il periodo transitorio, prosegue il rapporto, il governo “dovrà dunque assumersi integralmente il costo netto della riforma, quantificato in 19’600’000 franchi, neutralizzando lo stesso nella ridefinizione dei flussi con i Comuni. Come farlo è compito del Consiglio di Stato. Non dovrà tuttavia essere oggetto di compensazione l’importo relativo all’adeguamento parziale dell’Uap”. Premette quindi il presidente dell’Associazione dei comuni ticinesi Felice Dafond, contattato dalla ‘Regione’: «Anzitutto è una soluzione che non è stata concordata con l’Act ma che ha elaborato unicamente la ‘Giustizia e diritti’». Ciò detto, «ritengo che la commissione abbia fatto bene a slegare il finanziamento della riforma delle Autorità di protezione da ‘Ticino 2020’: una decisione presa a suo tempo dal governo ma che secondo me non aveva senso. Il periodo transitorio di due anni – aggiunge – ci può stare: deve però essere sin d’ora chiaro che, passata questa fase, il costo della nuova organizzazione deve assumerselo interamente il Cantone e senza altri riversamenti sui Comuni per compensare». Evidenzia ancora: «Come si è osservato e ribadito a più riprese, la riforma delle Arp è importante e urgente. Anche perché quelle attuali sono decisioni amministrative che in quanto tali non vengono riconosciute all’estero. Servono quindi, al più presto, delle autorità giudiziarie, e come per tutte le autorità giudiziarie il loro funzionamento e il loro costo dipendono dal Cantone, non dai Comuni».
Il prossimo step a livello commissionale è il rapporto sulle norme – proposte dal Consiglio di Stato con il messaggio dello scorso ottobre – volte a disciplinare il funzionamento delle Preture di protezione. Settantuno gli articoli elaborati dalla Divisione giustizia del Dipartimento istituzioni con la consulenza dell’ex giudice Franco Lardelli.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 de La Regione

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ARP, è finito il primo tempo

Approvate praticamente all’unanimità dal Parlamento il finanziamento e l’organizzazione delle future Preture di protezione Mazzoleni, presidente della Commissione: «Un passo fondamentale» – Ora bisogna trovare le nuove sedi e definire il quadro legislativo

Il primo tempo della tortuosa e lunga partita della riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP) è concluso. Il Parlamento, senza scossoni, ha approvato praticamente all’unanimità il rapporto della Commissione giustizia e diritti che stabilisce l’organizzazione e il finanziamento del settore. Il primo passo verso un cambio di paradigma – le ARP passeranno da organo amministrativo comunale ad autorità giudiziaria cantonale a tutti gli effetti – così come deciso dal popolo nel 2022 (con un’ampissima maggioranza), è dunque realtà.

I due tronconi
La cantonalizzazione delle attuali Autorità di protezione, che diventeranno delle Pretura al termine dell’iter politico, passa da due tronconi: il primo, quello votato ieri, riguardava l’organizzazione e il finanziamento. Il secondo definirà invece l’effettivo funzionamento delle Preture, e quindi la legge che dettaglierà l’attività delle nuove autorità giudiziarie.
Il primo a prendere la parola in aula è stato Alessandro Mazzoleni, presidente della Commissione e relatore. «Si tratta di una riforma fondamentale », ha sottolineato il leghista. «Una delle più importanti delle ultime Legislature in campo giudiziario», sia per la portata organizzativa del nuovo modello, sia per le conseguenze sulle persone toccate dalla riforma. Mazzoleni, in conclusione, ha ricordato al Parlamento che il lavoro non è ancora concluso. « Rimangono da definire gli aspetti procedurali e soprattutto bisogna esaminare al più presto i servizi di appoggio delle ARP». Perché, ha chiosato, «è inutile approvare riforme se poi non disponiamo di servizi adeguati per eseguirle ». Il riferimento, in questo caso, va al previsto potenziamento dell’Ufficio dell’aiuto e della protezione (UAP), che sostanzialmente esegue e monitora le decisioni emanate dalle ARP. Il Parlamento ha stabilito che serviranno 15 unità a tempo pieno in più, con un costo di 1,7 milioni. Il Governo, invece, avrebbe preferito agire solamente dopo la messa a regime del progetto.

I cantieri aperti
A entrare nei dettagli di questa prima parte di riforma è quindi stata la co-relatrice Sabrina Gendotti (Centro), che ha inizialmente quantificato il numero di decisioni prese ogni anno dalle ARP: circa 12 mila. Negli anni, come ha ricordato, sono però sorti numerosi limiti dell’attuale modello: differenze di prassi, risorse diseguali tra i Comuni, organico non sempre sufficiente. «La riforma permette di passare dalle attuali 16 autorità di competenza comunale a 4 autorità giudiziarie di prima istanza di competenza cantonale », ha osservato. Il tutto, a beneficio dell’uniformità delle competenze, mentre spariranno le disparità di trattamento. Gendotti ha quindi toccato un punto centrale contenuto nel rapporto, ossia il fabbisogno di personale. Nel rapporto appena approvato, viene indicato che il Governo dovrà tenere un approccio parsimonioso, e che si valuterà il fabbisogno due anni dopo l’entrata in vigore delle Preture di protezione. La co-relatrice ha poi ricordato i tre cantieri ancora aperti: quello logistico ( l’Esecutivo deve trovare 4 sedi), quello legislativo (la legge di procedura è al vaglio della Commissione) e il già citato potenziamento della rete.
Da parte sua, la co-relatrice Simona Genini ( PLR) ha evidenziato come le ARP siano legate al delicato tema della fragilità umana. Serve, dunque, grande equilibrio e attenzione da parte di tutti. Fatta questa premessa, la deputata liberale radicale si è concentrata anche sul tema del finanziamento, «uno degli ostacoli » affrontati nel corso dell’iter politico. Il costo della riforma sarà inizialmente suddiviso fra Cantone (circa 13,4 milioni) e Cantone (6,2 milioni). Ma in Commissione, come ha richiamato ancora Genini, è stato trovato un compromesso. Dopo un periodo transitorio di due anni, la riforma verrà resa neutrale per i Comuni a livello finanziario. Sarà infatti il Cantone ad assumersi la totalità dei costi. Di rapporti fra i due livelli istituzionali ha parlato anche un’altra co-relatrice, Daria Lepori. La socialista ha evidenziato che anche in futuro i Comuni svolgeranno un ruolo importante grazie alla loro prossimità. Ora, ha aggiunto, in vista della seconda tappa verso la riforma delle ARP, è necessario proseguire il dialogo fra Governo e Parlamento, «anche perché l’attuazione del progetto non può prescindere da un’analisi della situazione attuale».

No alle logiche partitiche
Roberta Soldati (UDC) ha invece puntato sulle nomine dei futuri pretori. La co-relatrice ha infatti chiesto che il processo di nomina – che spetterà al Gran Consiglio – sia articolato, e richieda ai candidati competenze trasversali, umane e non solo tecniche, proprio perché si va a incidere «sui rapporti familiari e sui diritti fondamentali delle persone». E per attingere a un bacino più ampio, ha osservato, bisognerà uscire dalla logica della ripartizione partitica.
Il co-relatore Marco Noi ( Verdi) ha concluso il dibattito lodando il sostegno politico trasversale alla riforma. Un passo, quello appena compiuto, che tuttavia «non risolve tutte le questioni. Servono una serie di servizi cantonali ma anche sul territorio» affinché le future Preture di protezione funzionino davvero. Dopo il dibattito, a cui non ha partecipato il Governo, il voto –senza storia – del Parlamento. Il primo tempo della lunga riforma delle ARP è terminato. Ora, spazio al secondo, che potrebbe essere altrettanto lungo.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 del Corriere del Ticino

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La riforma delle ARP supera lo scoglio parlamentare
Via libera del Gran Consiglio ma per il passaggio da autorità amministrativa a giudiziaria, di competenza cantonale, il percorso non è finito

La riforma delle ARP, le Autorità regionali di protezione, attesa da quasi 20 anni, passata anche da una votazione popolare nel 2022, ha trovato martedì il via libera del Gran Consiglio ticinese. Il consenso è stato quasi unanime. Si passerà in sintesi da un’autorità amministrativa a una giudiziaria, con la creazione di quattro preture di protezione. La competenza non sarà più comunale ma cantonale e le nomine passeranno dal Parlamento stesso.
Quanto concordato sulla carta ora dovrà essere attuato. Il percorso verso l’operatività è quindi tutt’altro che concluso. “È la seconda tappa di questa importante revisione del settore della protezione del minore e dell’adulto”, come ha ricordato in aula Roberta Soldati (UDC), fra le firmatarie del rapporto commissionale. “La prossima sarà l’adozione della nuova legge sulla procedura che approderà in aula verosimilmente nei prossimi mesi. (…) La riforma non si esaurirà sulla carta mediante l’approvazione di quest’ultimo messaggio, ma dovrà essere inserita in un discorso più ampio già anticipato nel presente rapporto, dove si raccomanda un potenziamento dell’UAP (Ufficio dell’aiuto e della protezione, ndr) e della rete”.
Oltre alla questione procedurale, resta da risolvere anche quella logistica, perché le quattro preture per ora non hanno ancora una sede. In aula non sono giunti chiarimenti dal Consiglio di Stato: né Norman Gobbi né Claudio Zali hanno preso la parola. Si ritiene che perché le preture diventino operative ci dovrebbero volere un paio di anni.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/La-riforma-delle-ARP-supera-lo-scoglio-parlamentare–3459978.html

Pressioni del Governo italiano: a tutto c’è un limite

Pressioni del Governo italiano: a tutto c’è un limite

Il dramma di Crans-Montana è una ferita profonda nel cuore di tutti i Paesi che piangono le proprie vittime. In primis della Svizzera, che ha pagato il prezzo più alto in termini di vite umane. Emozioni forti generano reazioni forti. Ma a tutto c’è un limite.
Da settimane in Italia assistiamo a una campagna mediatica contro la Svizzera. Un conto sono gli attacchi da talk show. Un altro conto è quando un Governo sceglie deliberatamente la strada della pressione e dell’ingerenza politica. A quel punto la critica lascia spazio all’interferenza.
Come uomo che crede nello Stato di diritto e non da ultimo come presidente della Commissione nazionale di diritto penale, sento il dovere di dirlo con chiarezza: in Svizzera la politica non comanda la giustizia, ma la rispetta. La separazione dei poteri è un principio fondamentale del nostro sistema democratico. Giudici e Procuratori pubblici decidono in autonomia, sulla base dei fatti e delle leggi in vigore.
È umanamente comprensibile lo sconcerto di fronte alla notizia della scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti. Ma chi evoca “risposte immediate” e “segnali politici” su un caso giudiziario pretende una cosa sola: che la giustizia smetta di essere indipendente. E questo lo ritengo semplicemente inaccettabile.
C’è un dato di fatto: il sistema svizzero è garantista. È il risultato di scelte legislative precise, culminate con l’entrata in vigore nel 2011 del Codice di procedura penale rivisto. Ma garantismo non significa voltarsi dall’altra parte. La Svizzera vuole la “verità e giustizia” invocata dal Governo italiano più di chiunque altro, non foss’altro che la maggior parte delle vittime sono svizzere. Una verità che emergerà al termine di un percorso che ha le sue regole e le sue dinamiche.
Proprio per questo, alzare il livello dello scontro con decisioni ricattatorie è una deriva pericolosa. È un modo distruttivo di gestire i rapporti fra Paesi vicini e (forse) amici. La collaborazione tra Svizzera e Italia è concreta e fruttuosa, e continuerà ad esserlo anche in futuro. Ma deve basarsi su una condizione irrinunciabile: il rispetto reciproco e in particolar modo il rispetto delle regole giudiziarie.

Opinione di Norman Gobbi pubblicata sui canali social

Rete ferroviaria: il Ticino chiede interventi strutturali

Rete ferroviaria: il Ticino chiede interventi strutturali

Gobbi: «L’asse nord-sud è sotto pressione, servono decisioni rapide»

Il documento che arriverà sul tavolo del Consiglio federale porta la firma di sei cantoni: Basilea Città, Basilea Campagna, Ginevra, Ticino, Vallese e Vaud. Un appello unitario, trasversale alle regioni linguistiche, che solleva una preoccupazione comune:la rete ferroviaria svizzera ha raggiunto i propri limiti di capacità. La risoluzione è stata presentata in occasione del terzo Congresso nazionale delle ferrovie, Bahn26, che si è svolto a Basilea in gennaio. Per il nostro Cantone il documento è stato sottoscritto dal presidente del Consiglio di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che, unitamente ai suoi colleghi, chiede alla Confederazione un deciso potenziamento dell’offerta e delle infrastrutture ferroviarie. «Per il Ticino avere una rete ferroviaria efficiente è una necessità vitale – spiega Gobbi –l’asse nord-sud è la nostra spina dorsale, rappresenta il principale corridoio del traffico ferroviario transalpino di merci e collega i principali poli svizzeri alla regione metropolitana diMilano».

I punti critici della rete ferroviaria
Già oggi, sottolineano i Cantoni nella risoluzione, le infrastrutture ferroviarie sono sottoposte a una pressione crescente: pendolarismo in aumento, traffico merci intenso e una popolazione destinata a crescere ulteriormente. Su molte linee, traffico viaggiatori e merci convivono sugli stessi binari, con inevitabili ripercussioni sulla puntualità e sulla qualità del servizio. «Alla Confederazione chiediamo segnali chiari –precisa Gobbi –priorità definite, tempistiche certe e finanziamenti adeguati. La rete ferroviaria deve essere in grado di rispondere alla crescente domanda. Questo richiede uno sviluppo dell’offerta e delle infrastrutture adeguato alle reali esigenze, senza indugio».

Le richieste del Ticino
Ogni Cantone ha presentato richieste relative alla realizzazione di progetti all’indirizzo del Consiglio federale e, per il Ticino, la priorità è chiara: rafforzare l’asse nord-sud, migliorando capacità e tempi di percorrenza verso Milano, città che rappresenta il vero capolinea dell’asse ferroviario. Le strozzature nei nodi di Bellinzona, Lugano e Mendrisio, così come sul versante italiano, limitano oggi l’efficienza del Tunnel di base del San Gottardo e penalizzano un servizio ferroviario competitivo, nonostante le distanze ridotte. «AlpTransit ha cambiato il volto della mobilità svizzera – afferma il presidente del Governo –ma senza interventi mirati sui nodi e sul versante italiano rischiamo di non sfruttarne appieno il potenziale».

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 25 gennaio 2026 de Il Mattino della domenica

Fallimenti abusivi in Ticino, ogni anno 50 incarti in Procura

Fallimenti abusivi in Ticino, ogni anno 50 incarti in Procura

Dalle aziende “dormienti” ai crediti Covid passando per la sottocapitalizzazione: un’analisi delle vulnerabilità e delle misure adottate per proteggere il territorio e le sue risorse

I fallimenti abusivi danneggiano fortemente il tessuto economico ticinese. Per contrastarli, dal 2019, il Ticino ha un perito contabile – Peter Ranzoni – incaricato di individuare le procedure sospette e segnalarle al Ministero pubblico. E in 6 anni 271 incarti sono già finiti in procura.
Ogni anno una cinquantina di incarti finiscono in procura, su circa 800 casi di fallimenti che conta il Ticino. Il reato più frequente è quello di omissione della contabilità. “Abbiamo casi di omissione perché chi ha messo in piedi l’azienda non ha idea o non è in chiaro su cosa voglia dire tenere la contabilità e i relativi documenti – spiega al Quotidiano Peter Ranzoni –, ma abbiamo anche quelli che, magari a causa di difficoltà finanziarie, cercano di risparmiare preferendo magari pagare i fornitori e lasciando da parte gli oneri amministrativi”.
Il Ticino ha contribuito ad ispirare la modifica della legge federale entrata in vigore un anno fa, che ha anche nel mirino le società dormienti o vuote, aziende che non hanno una vera attività. “Seguendo il denaro si riesce a recuperarlo – spiega da parte sua il direttore del dipartimento Istituzioni Norman Gobbi –, con l’obbiettivo di danneggiare chi vuole abusare dei fallimenti e chi approfitta del sistema molto liberale dell’economia svizzera danneggiando però il nostro territorio. Noi vogliamo quindi proteggere il nostro territorio e, seguendo il denaro, riuscire a recuperarlo a tutela della nostra economia e dei lavoratori dello Stato”.
Anche perché in un fallimento abusivo, anche lo Stato perde: in oneri sociali, AVS o imposte alla fonte. I settori più esposti sono quelli della ristorazione o dell’edilizia e spesso emerge che le imprese erano sottocapitalizzate dall’inizio, e che i 20mila franchi usati per costituire la SAGL se li erano intascati subito gli azionisti. “Oggi con 20 mila franchi di partenza è difficile dare una parvenza di solidità a un’attività aziendale anche piccola – afferma ancora Peter Ranzoni –. Per fare un esempio: è una cifra che non permette nemmeno di comprare un furgone nuovo. Si va quindi o sull’usato o sul leasing, pagando in questo caso acconti e prime rate, ma se poi gli affari non vanno come previsto va a finire che dopo 1-2 anni, finiti i 20mila franchi, il fallimento è quasi inevitabile”.
Con un capitale così risicato i crediti Covid erano stati ben visti, ma anche in questo c’è stato anche chi ne ha approfittato: 81 i casi. La lotta ai fallimenti abusivi non si ferma comunque qui, tanto che si parlava di un potenziamento anche dell’Ufficio dei registri. “Potenziamento non a breve, ma che rientra nella riorganizzazione che permetterà di liberare risorse a favore di questa attività” conclude Norman Gobbi.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Fallimenti-abusivi-in-Ticino-ogni-anno-50-incarti-in-Procura–3448170.html

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Fallimenti abusivi, ecco i casi più frequenti. Ranzoni: «Alcuni reati sono difficili da rilevare»

271 incarti per possibili reati fallimentari. Tanti ne sono stati segnalati al Ministero pubblico negli ultimi 6 anni grazie alla figura del perito contabile. Norman Gobbi: «Il Cantone è stato lungimirante»
 
Aziende che falliscono e fanno saltare fuori abusi e illeciti. Il fenomeno è noto e in aumento anche in Ticino e per questo il Cantone nel 2019 ha istituito una nuova figura a livello svizzero: il perito contabile. Una scelta che sta dando i suoi frutti, ha rilevato oggi in un comunicato il Cantone. «Questo dimostra che il Ticino è lungimirante» commenta a Ticinonews Sera il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi, «abbiamo visto con anticipo il rischio accresciuto di fallimenti in cui ci sono dei danni sull’economia, sui lavoratori, ma anche nei confronti dello Stato. Il perito ha permesso di fare un gioco di squadra tra tutti gli attori, per perseguire questi reati».
 
Gobbi: «Siamo stati i primi, ma non vogliamo fermarci»
E i risultati del lavoro sono positivi. In Ticino tra il 2019 e il 2025 ci sono stati 271 incarti per possibili reati di questo tipo. Guardando avanti, si continua quindi a lavorare con l’obbiettivo di far emergere e perseguire gli abusi, ma anche ridurre nel medio-lungo termine il numero dei fallimenti abusivi. «Potremmo consolarci dicendo che siamo stati i primi, i più bravi, ma vogliamo continuare consolidando queste strutture, per esempioaffiancando altre figure a supporto del perito, perché lo abbiamo visto: il numero di reati riscontrati è elevato».
 
Parola al perito. «C’è di tutto, ma alcuni reati sono difficili da rilevare”
Il ruolo di perito contabile è ricoperto dal 2019 da Peter Ranzoni dell’Ufficio fallimenti. Noi l’abbiamo raggiunto nel suo ufficio per saperne di più sulla sua funzione, chiedendogli in primis quali tipi di reati siano più frequenti. «Premetto che fallire non è di rilevanza penale, ma bisogna chiaramente rispettare le regole imposte dalle leggi» esordisce. Sulla casistica, ammette che «c’è un po’ di tutto: i casi più frequenti sono quelli di omissione della contabilità, vuoi perché l’amministratore è poco al corrente di come tenere la contabilità, vuoi perché quando le cose iniziano ad andare meno bene si può tendere a risparmiare sui costi amministrativi per soddisfare altri oneri…». A ruota segue la cattiva gestione, di che si tratta? «È un tipo di reato molto ampio che raggruppa diversi casi: un esempio tipico è il mancato deposito dei bilanci nei tempi previsti dalla legge». Sono quindi più rari quei casi in cui chi sta fallendo magari sposta i suoi ultimi beni per occultarli. «Sono più rari, ma ci sono. C’è da dire che non è sempre facile per l’Ufficio fallimenti accorgersi di questi tipi di reati, perché ad esempio se di base manca già la contabilità significa che manca uno strumento importante per capire i beni a possesso dell’azienda. Per alcuni si riesce a risalire con i registri pubblici, per altri diventa più difficile».Infine, interpellato sulle sfide, Ranzoni segnala che «fino all’anno scorso non esisteva un divieto (per le persone condannate per reati fallimentari) di proseguire con nuove società. Dal 2025 è invece entrata in vigore una modifica che permette di inserire un blocco che non permette più – dopo una condanna – di figurare come amministratore di una SAGL, ad esempio». E sui diversi casi legati alla vicinanza alla frontiera, «è chiaro che parecchia gente entra dalla zona di confine e fa partire delle attività. A volte è la conoscenza approssimativa degli strumenti giuridici svizzeri che può portare a una sovra-rappresentazione dei fallimenti».