Legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione: entrano in vigore le modifiche legislative

Legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione: entrano in vigore le modifiche legislative

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Nella propria seduta odierna il Consiglio di Stato ha stabilito che il 15 giugno 2017 entreranno in vigore le modifiche alla Legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione (Lear) e il relativo regolamento. Gli esercizi pubblici potranno perciò posticipare alle 2.00 la loro chiusura ogni venerdì, sabato e nei giorni prefestivi.

La decisione segue il voto del Gran Consiglio, che lo scorso 11 aprile ha approvato il controprogetto all’iniziativa popolare legislativa elaborata «Ticino 3.0 – Bar aperti fino alle 03.00». Il Consiglio di Stato ha ora stabilito che le modifiche legislative adottate dal Parlamento entreranno in vigore il 15 giugno 2017.

Si tratta di un passo importante per il nostro Cantone, che il Governo – su proposta del Dipartimento delle istituzioni – ha voluto compiere con la massima celerità possibile, in modo da rispondere alle esigenze del settore turistico, in vista dell’imminente inizio della stagione estiva riconoscendo l’importanza del settore turistico e alberghiero per l’economia ticinese e fornendo strumenti adeguati e flessibili per le sfide future.

Come noto, la revisione normativa introduce la possibilità di posticipare la chiusura degli esercizi pubblici alle 2.00 il venerdì, il sabato e durante i giorni prefestivi; ogni esercente manterrà comunque la possibilità di anticipare la chiusura del proprio locale, fino a un massimo di due ore prima dell’orario notificato al Comune, tramite un semplice avviso alla Polizia comunale territoriale competente. Inoltre nell’ambito del mantenimento dell’ordine e della quiete è stata rafforzata la figura del gerente, la cui competenza è stata estesa oltre che all’interno dei locali, alle immediate vicinanze dell’esercizio pubblico.

Va infine sottolineata la possibilità di estendere la durata dei permessi speciali dagli attuali 15 giorni a 3 mesi, mantenendo la competenza per il loro rilascio ai Comuni, con il preavviso del Cantone. Ciò risponde alla crescente importanza assunta dalle manifestazioni organizzate sul territorio ticinese, che contribuiscono in larga misura a favorire la coesione sociale e la promozione del settore del turismo e hanno ripercussioni economiche rilevanti sia per i Comuni sia per il Cantone.

Uniformazione dei gradi e delle condizioni di stipendio dei Corpi di polizia cantonale e comunali

Uniformazione dei gradi e delle condizioni di stipendio dei Corpi di polizia cantonale e comunali

Comunicato stampa del Consiglio di Stato |

Il Consiglio di Stato ha approvato il nuovo Regolamento che uniforma i gradi e le condizioni di stipendio fra i Corpi di Polizia comunali e la Polizia cantonale. La misura permetterà di aumentare la stabilità degli organici delle forze dell’ordine ticinesi, eliminando in particolare uno dei fattori che regolarmente sono all’origine dello spostamento di agenti.

La Legge sulla collaborazione fra la Polizia cantonale e le Polizie comunali – approvata dal Parlamento il 16 marzo 2011 – aveva conferito al Consiglio di Stato una delega legislativa, incaricandolo di proporre un sistema retributivo e lavorativo armonizzato per tutti i Corpi di polizia attivi sul territorio cantonale. Il progetto approvato dal Governo nella seduta odierna – frutto delle riflessioni di un gruppo di lavoro costituito nel maggio 2015 – risponde al mandato e permette di creare condizioni salariali uniformi, eliminando uno dei fattori che comportano regolari spostamenti di agenti. In questo modo, sarà assicurata una maggiore stabilità all’assetto delle varie Polizie ticinesi.

Occorre evidenziare che il progetto proposto non concerne unicamente l’uniformazione dei gradi e degli stipendi degli agenti, ma getta anche le basi per procedere con l’uniformazione in futuro anche delle modalità di avanzamento e di promozione, così come delle norme che regolano le indennità e le modalità di compensazione del lavoro straordinario nonché la formazione dei quadri.

A livello pratico, i Comuni avranno ora due anni di tempo – dall’entrata in vigore del nuovo sistema – per adeguare i gradi dei propri agenti. Per quanto riguarda invece gli avanzamenti salariali, in futuro avverranno in base alle disposizioni della nuova Legge sugli stipendi degli impiegati dello Stato e dei docenti; al momento dell’entrata in vigore del nuovo Regolamento, i Comuni avranno comunque la facoltà di decidere se riconoscere ai propri agenti in carica i diritti salariali acquisiti.
Il prossimo passo nell’armonizzazione del sistema consisterà in una nuova definizione delle responsabilità fra Polizia cantonale e Corpi comunali, e sarà tematizzato dal gruppo di lavoro Polizia ticinese.

Aggregazione Valle della Tresa: istituita la Commissione di studio

Aggregazione Valle della Tresa: istituita la Commissione di studio

Nella seduta odierna il Consiglio di Stato ha approvato l’istanza di aggregazione inoltrata dai Municipi di Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa e ha istituito la Commissione di studio incaricata di elaborare il progetto aggregativo.

Dando seguito all’istanza di aggregazione sottoscritta il 15 maggio 2017 dai quattro Municipi dei Comuni di Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa, il Consiglio di Stato ha nominato l’apposita Commissione di studio che allestirà lo studio di aggregazione del comprensorio ai sensi della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni.

Il Governo valuta positivamente l’iniziativa promossa dai quattro Comuni in vista di un consolidamento istituzionale, ritenuta la vocazione territoriale del comparto della Valle della Tresa e le numerose interrelazioni già oggi esistenti al suo interno. La proposta si inserisce peraltro in modo coerente nel comprensorio Malcantone Ovest definito nel progetto di Piano cantonale delle aggregazioni.

La Commissione di studio, i cui rappresentanti sono stati designati dai rispettivi Municipi, è composta da:

  • per il Comune di Croglio membro Margherita Manzini, Sindaca  (supplente Roberto Ghiazza, Vice Sindaco)
  • per il Comune di Monteggio membro Piero Marchesi, Sindaco (supplente Mauro Zoccatelli, Municipale)
  • per il Comune di Ponte Tresa membro Daniel Buser, Sindaco (supplente Rinaldo Marchesi, Vice Sindaco)
  • per il Comune di Sessa membro Sergio Antonietti, Sindaco (supplente Giuliano Zanetti, Vice Sindaco)

I Comuni hanno concordato tra loro che il coordinamento dei lavori venga assunto dal Comune di Monteggio. La Commissione potrà avvalersi del supporto di consulenti esterni e costituire gruppi di lavoro su temi specifici. Il contatto con il Dipartimento delle istituzioni verrà assicurato dalla Sezione degli enti locali.

La Commissione è stata invitata a presentare il proprio rapporto al Consiglio di Stato entro il 31 dicembre 2017.

Procuratore pubblico supplente: dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi

Procuratore pubblico supplente: dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Oggi pomeriggio l’Avv. Cinzia Luzzi, designata nella giornata di ieri a titolo temporaneo dal Consiglio di Stato alla carica Procuratore pubblico supplente, ha dichiarato fedeltà alla Costituzione e alle leggi, rendendo effettiva la sua funzione.

Il Procuratore pubblico supplente, ricordiamo, sostituirà il Procuratore pubblico titolare Avv. Francesca Lanz, assente per motivi personali.

Alla cerimonia di giuramento, svoltasi a Bellinzona presso Palazzo delle Orsoline, hanno preso parte il Presidente del Governo Manuele Bertoli, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, la Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, il Presidente del Consiglio della Magistratura Werner Walser e il Procuratore generale del Ministero pubblico John Noseda.

Risorse finanziarie solide per i Comuni delle valli

Risorse finanziarie solide per i Comuni delle valli

Dalla Voce di Blenio | di Norman Gobbi, Consigliere di Stato, Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Nella scorsa edizione della “Voce di Blenio” Tarcisio Cima, già capo dell’allora Ufficio delle regioni di montagna e quindi profondo conoscitore delle realtà delle nostre regioni, solleva la questione dei canoni d’acqua, e meglio del rischio di un netto ridimensionamento degli stessi, così come in discussione a livello federale. Cima riconosce, correttamente, “l’imbarazzo” della classe politica ticinese, combattuta tra il difendere un importante introito per il Cantone – e parzialmente per i Comuni – e la necessità di salvare la stabilità finanziaria delle Aziende idroelettriche e la loro capacità di mantenere e sviluppare gli impianti di produzione di energia. Queste ultime sono infatti un gioiello strategico non indifferente per il Ticino, oltre ad essere già oggi importanti attori economici e preziosi datori di lavoro nelle regioni di montagna.

Non è mia intenzione entrare in questo scritto nelle riflessioni sui canoni d’acqua, in quanto non di mia stretta competenza e ritenuto che, assieme ai colleghi del Consiglio di Stato, faremo tutto quanto in nostro potere per difendere gli interessi ticinesi.

Desidero invece ritornare sulla questione che più tocca i Comuni di montagna ticinesi. Secondo la Legge sulla perequazione finanziaria intercomunale (LPI), ai canoni d’acqua è legato l’importo che il Cantone devolve a titolo di Contributo ricorrente per gli oneri derivanti dalla localizzazione geografica (che noi chiamiamo contributo “LocGeo”), nella misura in cui quest’ultimo equivale ben al 30% dei canoni incassati dal Cantone.

Cima definisce “improvvida e poco lungimirante” la decisione, risalente al 2010, di abbandonare la “Iniziativa di Frasco” e legare il contributo LocGeo all’ammontare dei canoni d’acqua, sia perché ciò avrebbe “scippato” una ventina di milioni all’anno ai comuni di montagna, sia poiché ora questi corrono il rischio di vedersi ridurre pesantemente il suddetto contributo.

Certo, col senno di poi lo si può ammettere.

Come lo stesso Cima scrive, va però ricordato che l’attuale impostazione è frutto di un compromesso con i fautori della “Iniziativa per la ripartizione dei canoni d’acqua tra Cantone, Comuni e Patriziati”, conosciuta appunto come “Iniziativa di Frasco”. Questa chiedeva di ripartire i canoni d’acqua in ragione del 30% al Cantone, del 5% ai Patriziati e del restante 65% ai Comuni: a tutti i comuni indiscriminatamente, in funzione della loro superficie. Quale sarebbe stato l’esito della votazione popolare sull’iniziativa se questa non fosse stata ritirata non possiamo saperlo, ma è ovvio che i Comuni correvano il rischio di restare con un pugno di mosche in mano.
Di sicuro, grazie al controprogetto indiretto deciso dal Gran Consiglio (che ha portato al ritiro dell’iniziativa), i Comuni delle valli hanno visto più che triplicare il contributo LocGeo, passato dai circa 5 Mio di allora, agli attuali 16.4 Mio (da notare che questi stessi comuni, fosse stata accettata l’iniziativa, riceverebbero oggi circa 27 Mio).

Questa iniezione di risorse, unitamente (in alcuni casi) ai risanamenti erogati in occasione delle aggregazioni, ha permesso un generale e netto miglioramento della situazione finanziaria dei Comuni valligiani, che hanno potuto in diversi casi ridurre i moltiplicatori di imposta, fino a quel tempo storicamente ancorati al 100%, pur mantenendo una buona capacità di fornire servizi e realizzare investimenti. Certo, si può sempre fare meglio, ma la soluzione trovata – sebbene complessivamente più modesta rispetto all’iniziativa – ha avuto il pregio di indirizzare in modo più mirato nuove risorse ai Comuni delle valli.

Ora rimane il problema delle conseguenze della riduzione prospettata dei canoni d’acqua sui Comuni. Da parte mia sono perfettamente cosciente di ciò che significa, e farò il possibile – assieme ai miei colleghi in Consiglio di Stato – per trovare una soluzione che mantenga l’attuale livello di risorse nelle zone periferiche, così come auspicato anche da Tarcisio Cima. Sono convinto che la risposta concreta, nell’ottica di una revisione generale del sistema di perequazione intercomunale, sarà uno dei risultati della discussione in atto tra Cantone e Comuni nel progetto Ticino 2020 (www.ti.ch/ticino2020). Infatti, le valli e i nostri Comuni di montagna anche in futuro avranno bisogno delle importanti risorse che oggi la LocGeo mantiene sul territorio di produzione idroelettrica.

Articolo: http://www.vocediblenio.ch/archivio.php

Nomina del Capo dell’Ufficio dell’incasso e delle pene alternative

Nomina del Capo dell’Ufficio dell’incasso e delle pene alternative

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato ha nominato Silvia Marconcini quale nuova capoufficio all’Ufficio dell’incasso e delle pene alternative della Divisione della giustizia in sostituzione di Tiziano Schira prossimo al pensionamento. La signora Marconcini sarà la decima funzionaria dirigente donna del Dipartimento delle istituzioni; un dato che riflette l’impegno della Direzione dipartimentale nel rispettare le pari opportunità.

Silvia Marconcini, attinente di Morbio Inferiore e domiciliata a Breggia, è attualmente responsabile «Parts contratti e nuovi lanci» presso la CNHI International SA, azienda con sede a Paradiso. Classe 1966, madre di un figlio, dopo la scuola di commercio, si è diplomata presso la Scuola alberghiera Svizzera di Lucerna. Le esperienze professionali successive, l’hanno tuttavia portata sin da subito a confrontarsi con società di trading attive in campo internazionale all’interno delle quali ha consolidato le proprie competenze fino ad assumere negli anni novanta, vari ruoli di responsabilità. Accanto all’attività lavorativa, essa ha seguito varie formazioni continue, tra cui un executive master specifico per il settore industriale “Operations & Supply-Chain Management”, volto in particolare ad accrescere le competenze e gli strumenti per raggiungere gli obiettivi. Negli anni, la Signora Marconcini ha quindi maturato una solida esperienza nel settore contabile-finanziario e pure nella conduzione del personale, acquisendo altresì importanti competenze nell’ambito della procedura di incasso.

In qualità di responsabile dell’Ufficio dell’incasso e delle pene alternative, avrà il compito di garantire le attività di incasso delle multe, delle pene pecuniarie, delle tasse e delle spese giudiziarie emesse dalle Autorità giudiziarie civili e penali, come pure assicurare l’esecuzione della pena detentiva sostitutiva per le multe amministrative di altri Cantoni, per le multe militari e per le multe doganali, oltre che provvedere al recupero dell’assistenza giudiziaria concessa ai cittadini. Nell’ottica di un rafforzamento e miglioramento costante dell’attività svolta dall’Ufficio, essa si occuperà inoltre della riorganizzazione dello stesso in vista anche del suo trasferimento logistico a Bellinzona, una riorganizzazione che permetterà di valorizzare il ruolo quale punto di riferimento per la contabilità e la gestione finanziaria delle autorità giudiziarie, d’intesa con la Direzione della Divisione della giustizia.

Il Consiglio di Stato coglie l’occasione per esprimere un sentito ringraziamento a Tiziano Schira per l’apprezzato impegno durante la sua pluriennale esperienza all’interno dell’Amministrazione cantonale, in particolare nella creazione nel gennaio 2007 dapprima del Servizio incassi dell’allora Sezione esecuzione pene e misure della Divisione della giustizia, divenuto nel 2011 Ufficio dell’incasso e delle pene

Comunicato stampa della Fondazione Alpina per le Scienze della Vita

Comunicato stampa della Fondazione Alpina per le Scienze della Vita

La Fondazione Alpina per le Scienze della Vita (FASV), con sede ad Olivone/Blenio e attiva dal 2005, comunica quanto segue:

– Avvicendamenti nel Consiglio di Fondazione:
Il Consiglio di Stato ha nominato il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi in qualità di rappresentante del Cantone nel Consiglio di Fondazione, in sostituzione del dimissionario (per raggiunti limiti) Gianni Moresi; parallelamente la Fondazione ha preso atto delle dimissioni dell’avv. Luca Borner. Il Presidente della Fondazione Marino Truaisch e i membri del Consiglio ringraziano i due uscenti per l’impegno profuso in questi anni a favore della FASV, salutando nel contempo la qualificata entrata del Consigliere di Stato che assume la vicepresidenza della Fondazione.

– Avvicendamenti alla Direzione della FASV:
Il Consiglio di Fondazione ha deciso di procedere ad alcuni avvicendamenti alla direzione della FASV. Dopo aver dato avvio alla oltre decennale attività della FASV ed essendone stato il motore trainante, nell’ambito della normale pianificazione della successione delle funzioni chiave, Ario Conti lascia la direzione della Fondazione. Il Consiglio di Fondazione ringrazia calorosamente e con profonda gratitudine il dr. Ario Conti per il suo impegno profuso in questi anni nel sviluppare le attività della Fondazione, che ricordiamo vanno dalle analisi chimiche e tossicologiche, al laboratorio didattico frequentato regolarmente dagli istituti scolastici ticinesi e non. Il Consiglio di Fondazione ha deciso di affidare la direzione della FASV ai due responsabili dello IACT (Istituto Alpino di Chimica e di Tossicologia) Maria Teresa Pinorini ed Elia Grata, i quali condurranno la Fondazione con una co-direzione sino alla fine del 2017.

Per ulteriori informazioni si può contattare il signor Marino Truaisch, Presidente del Consiglio di Fondazione.

Violenza domestica: risposte più rapide ed efficaci a tutela della sicurezza delle persone coinvolte

Violenza domestica: risposte più rapide ed efficaci a tutela della sicurezza delle persone coinvolte

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Nella seduta di martedì, il Consiglio di Stato ha approvato il messaggio relativo alla modifica dell’articolo 9a della Legge sulla polizia del 12 dicembre 1989 (LPol) concernente l’allontanamento e il divieto di rientro in ambito di violenza domestica. Nello specifico, la modifica proposta dal Governo prevede che spetterà sempre, come ora, all’Ufficiale di polizia decidere l’allontanamento di una persona dal suo domicilio così come il divieto di frequentare determinati luoghi, se questo mina alla sicurezza dei suoi familiari. Ciò senza tuttavia più coinvolgere sistematicamente la Magistratura, come avviene oggi. Verrà inoltre creata la base legale che permetterà al servizio competente per il sostegno e la consulenza agli autori di violenza domestica (Ufficio dell’assistenza riabilitativa) di ricevere tutte le decisioni di allontanamento e di contattare tutti gli autori. Una modifica tesa ad accrescere la sicurezza delle persone toccate da episodi di violenza domestica.

L’attuale art. 9a LPol è stato adottato il 27 febbraio 2007 quale misura preventiva con l’obiettivo di assicurare la protezione immediata della vittima indipendentemente dalla perseguibilità penale dell’atto di violenza. L’Ufficiale di polizia può decidere l’allontanamento per dieci giorni di una persona dal suo domicilio e vietargli l’accesso a determinati locali e luoghi, se essa rappresenta un serio pericolo per l’integrità fisica, psichica o sessuale di altre persone facenti parti della stessa comunione domestica. La vigente norma prevede il coinvolgimento sistematico del Pretore, che deve decidere la conferma o la revoca della misura dell’allontanamento.

Dall’esperienza di questi anni risulta che tutte le decisioni emanate dalla Polizia sono state confermate (dal 1. gennaio 2008 al 31 dicembre 2016 ben 616 decisioni di allontanamento), ad eccezione di una decisione, annullata a causa di lacune formali. Il Consiglio di Stato propone quindi di rinunciare al coinvolgimento obbligatorio del Magistrato per la conferma o revoca della misura dell’allontanamento. Tale provvedimento potrà comunque essere contestato, entro tre giorni dalla notifica, davanti al Pretore, ciò che consentirà la salvaguardia dei diritti delle persone interessate.

Il messaggio contempla anche la proposta di prevedere nella LPol la base legale per la trasmissione automatica delle decisioni di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (UAR), servizio competente per il sostegno e la consulenza in materia di violenza domestica, alfine di rendere possibile a quest’ultimo una presa di contatto proattiva con tutti gli autori di violenza domestica. L’approccio proattivo implicherà la presa di contatto con le persone violente, allo scopo di informarle rapidamente sui loro diritti e doveri e di dimostrare loro che possono ricorrere all’aiuto di servizi specializzati. Per fornire alcune cifre, nel 2016 l’UAR ha preso a carico, con il consenso dell’autore 81 persone nell’ambito della violenza domestica, contro le 76 del 2015.

Entrambe le proposte elencate vanno nella direzione auspicata dalla deputata Delcò
Petralli con la mozione del 27 giugno 2012 “Procedura in ambito di violenza domestica”.
Il Consiglio di Stato non ritiene tuttavia opportuno affrontare nell’ambito della LPol la questione del sostegno riabilitativo obbligatorio per gli autori di violenza domestica, pure richiesto dalla deputata nell’atto parlamentare citato. Tale questione necessita di approfondimenti che verranno effettuati dalla Commissione di accompagnamento permanente in materia di violenza domestica. Con il messaggio in questione l’Esecutivo propone infine di istituire la base legale affinché le Polizie comunali, intervenute per conflitti in ambito famigliare, siano tenute a trasmettere automaticamente alla Polizia cantonale copia della documentazione relativa a tali interventi.

In generale, il messaggio governativo è volto ad accrescere la sicurezza delle persone
coinvolte in episodi di violenza domestica, mediante risposte più rapide ed efficaci da
parte delle autorità competenti. Un ambito, quello della violenza domestica, delicato e
sensibile, toccando la famiglia e quindi il nucleo della nostra società per il quale la
collettività chiede un intervento, a tutela anche delle generazioni future. Un ambito
all’interno del quale la sicurezza rappresenta un bene ancor più primario agli occhi delle persone toccate, che richiede un intervento deciso e responsabile da parte delle
Istituzioni.

Informato come direttore delle Istituzioni

Informato come direttore delle Istituzioni

Inchieste su ISIS e Argo 1: il consigliere di Stato dice la sua su magistratura e politica
Dopo settimane di parole dette e altre non dette, il Corriere del Ticino ha intervistato a tutto campo il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi sulla tormenta che ha investito lui, Paolo Beltraminelli e, di riflesso, il palazzo della politica. Gobbi per la prima volta spiega a che titolo era informato dell’inchiesta sull’uomo alle dipendenze della società di sicurezza Argo 1 accusato di essere un reclutatore dell’ISIS in Ticino. Parla dei rapporti all’interno del Governo, del momento difficile, della separazione dei poteri, delle storie di fantasia, della confusione e delle storie da bar.

I due scandali che hanno colpito il palazzo della politica, sembrano avere incrinato i rapporti all’interno del Consiglio di Stato. Si è passati dalla fiducia al sospetto?
«Assolutamente no. Semmai è il contrario. Da attento osservatore della politica qual è lei, sono sicuro che non faticherà a trovare casi del passato in cui i consiglieri sono stati messi alla gogna per decisioni dello stesso Governo. Noi stiamo invece facendo gioco di squadra per risolvere responsabilmente delle situazioni che devono essere risolte nel rispetto della cittadinanza e delle istituzioni che rappresentiamo. Al nostro interno mi sembra che, nonostante quello che si dica, siamo trasparenti e ognuno è pronto ad assumersi, nei confronti dei colleghi, le proprie responsabilità».

In particolare nelle ultime sedute sarebbero stati sollecitati chiarimenti sulla vicenda dei mandati alla Argo 1 assegnato dal DSS. Vero o falso?
«Ci mancherebbe che non fosse così. In quanto Governo sarebbe sbagliato trarre delle conclusioni prima che questi chiarimenti avvengano, anche con il supporto del Controllo cantonale delle finanze».

A chi ritiene che, anche alla luce della vicenda dei permessi falsi che la tocca in veste di politico responsabile del Dipartimento delle istituzioni, la legislatura sia già compromessa, come replica?
«Siamo a metà legislatura e non vedo come possa essere compromessa. Quelle che lei riporta sono delle speculazioni politiche e rispondono al gioco dell’arena politica, al quale, evidentemente, non mi sottrarrò. Al momento però gestisco questa situazione da membro dell’Esecutivo, collaborando con gli inquirenti e con gli organi di controllo dell’Amministrazione e del Parlamento, per far chiarezza su quanto successo. La mia occupazione quale direttore delle Istituzioni è anche quella di elaborare degli strumenti affinché il rischio del ripetersi di situazioni come quelle che stiamo vivendo abbia a tendere a zero e, naturalmente, favorirne l’introduzione».

Tra lei e Paolo Beltraminelli i rapporti sono cambiati?
«In questi giorni ho sentito raccontare tante storie di fantasia, tipo che il sottoscritto abbia influenzato la tempistica dell’inchiesta federale con l’unico scopo di danneggiare il presidente del Governo. Chi pensa che questo sia possibile non conosce il funzionamento dello Stato e sottovaluta la sacralità della separazione dei poteri e la piena autonomia della Magistratura. Per tornare alla sua domanda i rapporti fra me e Paolo non sono cambiati: sono collaborativi, cordiali e amichevoli, anche se non abbiamo sempre la stessa opinione».

Ma tra voi cinque cosa è cambiato alla luce degli scandali?
«Ne avremmo fatto volentieri a meno, ma la situazione che stiamo vivendo ci ha coeso nel voler assicurare ai ticinesi uno Stato irreprensibile. Accanto alla gestione degli affari quotidiani, lavoriamo insieme e in modo trasversale per fare in modo che la fiducia del cittadino nelle istituzioni possa essere ristabilita e non più essere compromessa».

Nella vicenda Argo 1 è stato tirato in ballo anche lei, per l’inchiesta aperta nei confronti di quello che sarebbe un reclutatore dell’ISIS in Ticino. Ci fa un breve riassunto delle tappe principali?
«Sulla scorta di evidenze raccolte dall’intelligence della Polizia cantonale il Ministero pubblico della Confederazione, come è noto, ha aperto un procedimento penale nei confronti di un presunto reclutatore dell’ISIS che ha commesso reati ricollegabili al terrorismo. Nell’ambito di questa inchiesta sono emersi degli elementi da essa disgiunti collegati alla ditta Argo 1 e ai suoi vertici, che hanno dato origine in un secondo tempo all’inchiesta cantonale per i reati di usura e di sequestro di persona, di competenza cantonale».

Lei dice che sapeva, seppure non tutto. Ma la vera domanda è: a che titolo lei sapeva?
«Le inchieste per reati collegabili al terrorismo sono facilmente compromettibili, quindi le informazioni sono riservatissime e vanno gestite in maniera attenta. Sono stato informato in virtù del mio ruolo di direttore del Dipartimento delle istituzioni e le informazioni erano di carattere generale. Sapevo unicamente che sul nostro territorio si stava indagando su un possibile reclutatore. Ancora oggi le informazioni di dettaglio non mi sono note, anche perché non sono autorizzato a conoscerle. Gli scambi di informazione fra i vari servizi della Confederazione e i Cantoni rispondono a delle prassi regolamentate».

La separazione dei poteri impone che quello giudiziario debba essere autonomo e indipendente. Allora perché da politico era informato?
«Attorno a questa vicenda c’è un po’ di confusione. Attualmente sono in corso due inchieste. La prima, come le dicevo poco fa, è portata avanti dal Ministero pubblico della Confederazione e concerne un presunto reclutatore dell’ISIS. La seconda è condotta dal Ministero pubblico ticinese e riguarda invece la società Argo 1, per la quale il presunto reclutatore lavorava, e i cui responsabili sono indagati per i reati di usura e di sequestro di persona. Le autorità giudiziarie lavorano nella piena indipendenza. In qualità di Direttore del Dipartimento che ha la responsabilità della sicurezza, seguendo la prassi regolamentata, sono stato unicamente informato che sul nostro territorio si stava indagando su un possibile reclutatore, ma non ero autorizzato a conoscere le informazioni né sull’inchiesta né sulle persone coinvolte».

L’informazione le è giunta tramite canali ufficiali, direttamente dalla procura federale o cantonale, o per effetto della realtà del paese piccolo nel quale la gente mormora? Spesso anche chi non dovrebbe sapere, qualcosa sa.
«Per farle il verso mi verrebbe da dire che chi non deve sapere, normalmente crede di sapere, ma, pur non sapendo, si esprime pubblicamente creando confusione e, spesso, gettando fango sull’operato delle istituzioni che svolgono il loro operato in maniera più che egregia. Sarebbe più proficuo focalizzarsi sul fatto che le verifiche durate mesi siano sempre rimaste tutelate dal segreto e alla fine siamo riusciti a fermare un presunto reclutatore prima che fosse troppo tardi. Ma comprendo che sia una notizia meno allettante di altre. Vengo informato nell’ambito della mia funzione, non certo a seguito di commenti da bar».

Replicando al Caffè ha sollevato il segreto istruttorio. Ma la sua osservazione, dato il suo ruolo politico, non è stata poco pertinente?
«Lo ha detto lei prima. Esiste una separazione netta tra i tre poteri. In queste settimane sembra però che in molti se ne siano dimenticati. Il comandante della Polizia cantonale è stato liberato dal segreto istruttorio direttamente dal procuratore generale John Noseda per poter informare il Consiglio di Stato sul filone ticinese dell’inchiesta in corso. Questo per sottolineare che la Polizia cantonale, sebbene sia uno dei settori di mia competenza, agisce in modo indipendente nello svolgimento delle indagini giudiziarie».

Quando le hanno parlato della Argo 1 per la prima volta quale è stato il suo pensiero, dato che l’autorizzazione ad operare in Ticino non è stata data dal DSS di Beltraminelli ma dalla polizia?
«Nessun pensiero particolare. La polizia, per competenza, ha rilasciato l’autorizzazione a operare sul nostro territorio alla ditta di sicurezza in questione perché rispettava i requisiti richiesti dalla legge. Come ho avuto modo di approfondire a seguito di una domanda formulata dalla deputata Michela Delcò-Petralli in Parlamento, al momento del rilascio dell’autorizzazione le disposizioni in vigore erano rispettate, quindi il dossier è stato gestito nell’ambito delle disposizioni di legge. Illeciti che avvengono dopo l’autorizzazione, una volta constatati, danno eventualmente adito a un’inchiesta e poi alla revoca dell’autorizzazione, come puntualmente avvenuto».

In questa fase tutti stanno indagando per cercare di capire. Lo sta facendo anche la Sottocommissione di vigilanza e il suo coordinatore Alex Farinelli che ha ipotizzato di andare a sentire anche il procuratore generale John Noseda. Farinelli è andato un po’ lungo o trova che vada bene così?
«Il sentore è che vista la complessità della vicenda ci sia difficoltà a identificare le competenze delle differenti istituzioni dei diversi livelli. Anche in questo caso vige la separazione dei poteri, ma non credo che Alex Farinelli sia andato lungo, per usare le sue parole. Come coordinatore della Sottocommissione, lui è libero di prevedere gli approfondimenti che crede siano necessari per assolvere al suo mandato. Se posso permettermi di formulare un invito a tutti, e non solo a Farinelli, è quello di approfondire prima di rendere pubbliche delle affermazioni. In caso contrario si rischia di generare ulteriore confusione su una vicenda già molto complessa e su cui non si sono risparmiate speculazioni».

Tra l’altro il Controllo cantonale delle finanze ha tirato il freno alla Sottocommissione a proposito del battibecco del 2013 tra lei e il giudice Marco Villa sull’andazzo dei permessi B. Ma di quanto sollevato non si troverebbe traccia: 1-0 per Gobbi nei confronti di Farinelli e compagnia?
«Trovo la questione troppo importante per ridurla ad una partita di hockey (o di qualsiasi altro sport). Spero che chiunque sia coinvolto nei processi istituzionali lo faccia con lo scopo di fare chiarezza per il bene dello Stato. Se così non fosse significherebbe che saremmo già in campagna elettorale e mi sembra ragionevolmente un po’ presto. È comunque mia intenzione chiedere spiegazioni su queste affermazioni così come pure su alcune presunte sentenze del Tribunale federale citate dal PLR in un comunicato stampa a febbraio: al sottoscritto e ai miei servizi non risulta traccia di quanto da loro riportato. Ma se avessero delle indicazioni più precise da darci potrebbe sicuramente essere d’aiuto per fare chiarezza, altrimenti sarebbe solo ulteriore fumo».

Dal Corriere del Ticino del 27 marzo 2017, una mia intervista a cura di Gianni Righinetti

I radar saranno meno nascosti

I radar saranno meno nascosti

Dal Corriere del Ticino | L’ubicazione dei dispositivi mobili verrà indicata in modo generico: si conoscerà la regione, non il luogo e l’ora Il direttore delle Istituzioni: «Soluzione equilibrata che evade le richieste parlamentari e ne rispetta lo spirito»

In futuro i radar mobili saranno meno nascosti in Ticino. È quanto ha deciso il Governo, dando seguito alle indicazioni del Gran Consiglio che nell’aprile dello scorso anno aveva richiesto un cambio di registro a livello di controlli di velocità. Il volere del Legislativo – che mirava alla segnalazione dei dispositivi 200 metri prima della loro ubicazione – non sarà però applicato in tutto e per tutto. A essere attuati, ha infatti precisato ieri l’Esecutivo con una nota, saranno dei provvedimenti che rispettano «lo spirito» della decisione parlamentare. Come? Non verrà posato nessun cartello d’avviso – come avviene per i radar fissi – ma l’automobilista verrà reso attento della presenza di un dispositivo mobile in modo generico. «In sostanza – indica il Consiglio di Stato – i controlli radar saranno annunciati tramite i canali istituzionali: gli utenti della strada saranno quindi a conoscenza che in una determinata regione del cantone sono previsti rilevamenti di velocità, senza ricevere tuttavia indicazioni precise sull’ubicazione degli apparecchi e gli orari d’attività». Ciò avverrà però solo sulle strade cantonali e comunali e non sulla A2, in quanto l’USTRA «ha categoricamente respinto l’idea di annunciare in anticipo i controlli sui tratti di sua competenza» fa sapere il Governo.

Una soluzione, questa, che il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ritiene «equilibrata, di buon senso e che evade le richieste parlamentari». Ad aver fatto cilecca – come anticipato lo scorso 20 settembre dal Corriere del Ticino – è invece stata la segnalazione dei radar mobili, proposta dalla maggioranza del Gran Consiglio con l’appoggio a due mozioni del 2014. E in tal senso il parere inserito dal Consiglio di Stato nel rapporto inviato a tutti i parlamentari non lascia dubbi: «Dai dati emerge che, quantomeno fra il cartello segnalatore e l’apparecchio di rilevamento, gli automobilisti abbiano viaggiato commettendo al massimo delle infrazioni lievi, mentre al di fuori dei 200 metri di distanza che superano la segnalazione e l’apparecchio, il sorpasso dei limiti di velocità avviene in maniera pressoché sistematica». L’Esecutivo evidenzia inoltre come durante il test della polizia cantonale «sono state commesse infrazioni aggravate e, in alcuni casi, anche particolarmente gravi e pericolose, tanto da farne considerare i conducenti, secondo la vigente legislazione federale, pirati della strada».

Anche per questo motivo, si aggiunge, «la segnalazione della rilevazione della velocità, così come chiesta dal Legislativo, sembra infondere una sensazione di falsa protezione nei conducenti». Il tutto, rileva il Governo, non contribuendo «né alla prevenzione né ad accrescere la sicurezza sulle strade». Le conclusioni contenute nel rapporto governativo sono quindi perentorie: «L’Esecutivo è ben cosciente che chi sarà colto in flagrante si sentirà perseguitato e vessato e tenderà a considerare il provvedimento un subdolo mezzo nelle mani di Cantone e Comuni utilizzato con l’unico scopo di “far cassetta”, anziché vederlo per quello che è: una conseguenza di un comportamento inosservante delle disposizioni e punibile dalla legge». Per contro con la soluzione degli annunci generici – tramite la pagina internet, l’app e i profili social della polizia cantonale, ma ripresa anche da radio, tv e giornali – il Consiglio di Stato reputa di non «azzerare il valore del controllo stesso, aumentandone inoltre il valore preventivo». Ma fino a che punto ci si spingerà nell’informare gli automobilisti? abbiamo chiesto a Gobbi. «Questa – ci spiega – sarà una delle decisioni che dovranno prendere dal punto di vista operativo i comandanti della polizia cantonale e dei corpi comunali, con l’obiettivo di avere un’applicazione uniforme sul territorio». Sulle tempistiche, invece, Gobbi non si sbilancia: «Il nuovo sistema sarà in ogni caso implementato nel 2017».

Da subito il Governo ha invece incaricato le Istituzioni di valutare una modifica del Regolamento della legge sulla collaborazione fra la polizia cantonale e le polizie comunali. L’obiettivo? «Inserire l’obbligo di coordinamento per le attività dei radar mobili, o di ripartire in modo più rigoroso le competenze, in base al tipo di strade che deve essere posta sotto controllo» precisa il Governo.

(Articolo di Massimo Solari)