La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi

La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi

Intervento pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione del seminario «La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi» del Circolo svizzero di Firenze |

Signor Ambasciatore d’Italia presso la Confederazione,
Signor Ambasciatore di Svizzera presso la Repubblica italiana,
Signor Presidente del Consiglio Regionale per le festività di Firenze capitale,
Signora Presidente del Consiglio Comunale,
Signor Console Onorario,
Signora Direttrice del Gabinetto Vieusseux,
Signor Presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia,
Signora Presidente del Circolo Svizzero di Firenze,
Signora Presidente della Chiesa Riformata Svizzera di Firenze,
Signore e signori,
Care e cari amici,

è un onore e un piacere particolare per me, quale rappresentante della Repubblica e Cantone Ticino, uno dei 26 Cantoni della Confederazione elvetica e l’unico interamente di lingua madre italiana, essere presente oggi tra di voi ed avere l’opportunità di pronunciare le parole introduttive di questo seminario, organizzato dal Circolo svizzero di Firenze in collaborazione con la Fondazione Spadolini Nuova Antologia e il Gabinetto Vieussieux. A loro va il mio ringraziamento per questo apprezzato invito, che onora il Ticino e la mia persona.

Per la maggioranza dei Cantoni svizzeri la politica estera è un compito più straordinario che ordinario. Il Ticino appartiene però al gruppo minoritario delle regioni di frontiera, e ai suoi 5 Consiglieri di Stato, i membri del Governo collegiale, capita più spesso di occuparsi delle relazioni internazionali. L’incontro di oggi, tuttavia, non celebra tanto la vicinanza geografica fra due territori, quanto piuttosto quella spirituale; una vicinanza che si è costruita attraverso i secoli, soprattutto grazie alla fortunata e mutevolmente proficua integrazione di molte famiglie svizzere, e ticinesi, che nel corso dei secoli hanno lasciato un contributo, una traccia visibile, nella vostra bellissima città di Firenze. I discendenti di alcune di queste prestigiose famiglie sono qui oggi presenti e a loro rivolgo il mio saluto.
Se mi permettete il paragone un po’ ardito, questa vicinanza spirituale nasce prima di tutto dal ruolo dei nostri territori nel mosaico linguistico dei rispettivi Paesi. Se il Ticino è infatti il baluardo della lingua italiana in Svizzera, sappiamo benissimo che Firenze della lingua italiana è la culla. Potremmo allora pensare a un legame che si concretizza nei nostri fiumi. Per voi l’Arno, nel quale tutti sappiamo come il Manzoni sia venuto a sciacquare i propri panni per dare vita all’italiano contemporaneo. Per noi il Ticino, fonte di vita che sgorga dalle Alpi per poi viaggiare verso l’Italia e il mare. E allora, sarebbe bello che proprio sulla lingua italiana, in futuro, potessimo trovare nuove forme di collaborazione: di certo il nuovo ambasciatore italiano a Berna, da fiorentino DOC, sarà sensibile all’argomento.
Chi parlerà dopo di me avrà l’onere e certamente il piacere di raccontarvi i dettagli delle relazioni che nella Storia hanno legato i destini della Svizzera e di Firenze; per questo io cercherò di concentrarmi su alcune vicende legate alla mia terra, il Ticino – anche se dovrete concedermi una digressione, legata a una delle mie più grandi passioni: la storia, e quella militare particolarmente.
Un volume davvero ponderoso pubblicato nel 2010 – Arte & Storia “Svizzeri a Firenze” ha ripercorso la storia delle relazioni fra Firenze e la Svizzera, e fa risalire l’inizio di queste relazioni al Cinquecento. In quegli anni, quando gli svizzeri emigravano principalmente quali eccellenti soldati presso le Corti nobiliari e le Repubbliche di mezz’Europa, molti uomini della regione di Locarno giunsero a Firenze per operare quali facchini, ovvero trasportatori di merci per la dogana. Erano originari di Brissago, delle Centovalli e delle Terre di Pedemonte, e negli anni costituirono un vero e proprio monopolio nel settore del trasporto delle merci, destinato a durare per più di tre secoli. Un piccolo segno di questa presenza si è conservato fino a oggi sul lato nord di Palazzo Vecchio, dove la dogana aveva la propria sede e dove ancora si trova una Porta con questo nome.
Nel Seicento e nel Settecento è stata la volta degli stuccatori e dei pittori ticinesi, per esempio quelli appartenenti alle famiglie Ciseri e Molinari; persone che hanno fatto dell’arte una missione da tramandare di padre in figlio. Non possiamo ignorare il contributo ticinese al patrimonio storico e artistico della Città di Firenze, tanto importante da spingere qualcuno a parlare di «tre grandi fiori candidi», che il nostro Cantone ha regalato alla vostra Città: la Sala Bianca in Palazzo Pitti, la Sala della Niòbe nella Galleria degli Uffizi e il Salone delle feste nella Villa del Poggio imperiale. Tre spazi che risalgono alla fine del Settecento e devono la loro bellezza al lavoro di decoratori ticinesi, in particolare i fratelli malcantonesi Giocondo e Grato Albertolli.
Più avanti nel tempo, saranno poi gli arrotini a scendere dal Ticino a Firenze: nel 1820 da Losone giunsero sull’Arno i Bianda, maestri nei ferri taglienti, che ancora oggi possiedono uno dei negozi più caratteristici della Piazza Grande di Locarno. E da alcuni decenni a questa parte non si può parlare di Piazza Grande senza accennare al Festival internazionale del film di Locarno e a uno dei suoi padri, Raimondo Rezzonico; un uomo di cultura e slanci visionari che negli anni Cinquanta-Sessanta divise la sua passione fra il cinema e l’arte. E la sua collezione di autoritratti di artisti del XX secolo, nel dicembre 2005 è stata ceduta proprio alla vostra Galleria degli Uffizi, suggellando l’antico patto di unione fra ticinesi e fiorentini.
Non voglio poi dimenticare il legame della lavorazione della paglia, che fra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento vide costituirsi una vera e propria tradizione svizzero-fiorentina, e anche un fiorente mercato. A questo proposito mi rallegra sapere che nella nostra valle Onsernone questo materiale tradizionale ha vissuto negli ultimi anni una piccola rinascita – e chissà che non possano fiorire anche nuove relazioni commerciali con il vecchio amico fiorentino…
Con il rischio di mescolare sacro e profano, concludo questa carrellata parlando anche di sport: i legami fra il Ticino e Firenze sono infatti stati rinsaldati, in anni recentissimi, grazie alla passione per il calcio. La vostra Fiorentina, che vanta un club di tifosissimi sul versante ticinese del Lago Maggiore, ha stretto da alcune stagioni un’alleanza con il FC Ascona; l’obiettivo è di formare giovani talenti, e chissà che non capiti di vedere presto un giocatore ticinese in maglia viola.
Fin qui ho parlato delle relazioni privilegiate fra il nostro Cantone e la vostra città, ma – come vi ho anticipato – c’è anche, tra molti e rimarchevoli cittadini elvetici, uno svizzero-tedesco illustre che ha legato il proprio nome alla vostra città e che voglio ricordare. Si tratta di Carlo Steinhauslin, di famiglia elvetica, ma nato e cresciuto in città, che fu console svizzero a Firenze; a partire dal 28 luglio del 1944, nella città occupata dalle forze naziste, si trovò a essere l’unica autorità cittadina che parlava tedesco. Come rappresentante di una Nazione neutrale, si occupò pertanto di dialogare con il comandante militare della città, il colonnello Fuchs. Steinhauslin si impegnò personalmente, non senza rischi, in uno sforzo di mediazione che gli permise di salvare molti abitanti della città e anche molti dei suoi tesori monumentali. Convinse l’alto ufficiale del Reich a non fare esplodere una costruzione, salvando così l’erogazione di acqua potabile, e più volte cercò di rendere Fuchs più sensibile alle sofferenze dei civili. Per questi suoi sforzi, che ne fanno un vero eroe dei nostri tempi, l’arcivescovo di Firenze gli donò una pergamena che lo definiva «fedele interprete delle alte concezioni svizzere, sempre improntate a nobili sensi di lealtà, di umanità e di giustizia».
Se però siamo qui oggi, in questo magnifico luogo carico di storia, è per rievocare un altro tassello, di particolare splendore, del mosaico di legami fra Svizzera e Firenze.
Preparandomi per questo incontro ho cercato di conoscere meglio la storia del Gabinetto Vieusseux, e mi ha profondamente colpito scoprire quale fosse l’intento del suo fondatore, nel 1820; questo luogo era infatti pensato come un centro di lettura e propagazione di periodici e di libri stranieri, all’epoca poco diffusi in Italia. L’idea era di portare nuova linfa alla cultura del Paese, attraverso la contaminazione con il meglio della produzione straniera, proprio nel bel mezzo di quel periodo storico definito della restaurazione, quando l’Europa e con essa l’Italia, dopo i moti della Rivoluzione francese e le campagne napoleoniche, era entrata in una fase, almeno dal punto di vista politico, di chiusura conservatrice. Si tratta di una missione che rimane senz’altro attuale anche oggi, malgrado la globalizzazione dell’informazione e la diffusione planetaria dei mezzi di comunicazione di massa, e alla quale dovremmo forse dedicarci con più impegno; nonostante l’oceano sconfinato di informazione che oggi è a nostra disposizione in ogni istante – o forse proprio per questa ragione -, capita spesso di cedere alla pigrizia e finire ripiegati in una dimensione ultra-locale. La prima lezione che voglio tenere a mente, quindi, riguarda l’importanza dello slancio verso l’esplorazione culturale, approfittando del fatto che questa impresa per noi comporta molte meno difficoltà tecniche che per i contemporanei di Giovan Pietro Vieusseux.
C’è poi una seconda lezione che ho imparato dagli approfondimenti sul Gabinetto Viesseux e sulla rivista Nuova Antologia. Ad aiutarmi è stato l’amico Salvatore Maria Fares, anima del Circolo Nuova Antologia di Lugano, che mi ha permesso di avvicinarmi alla figura di Giovanni Spadolini: un fiorentino purosangue che ha intrattenuto rapporti stretti e cordialissimi con la Svizzera e con il Ticino. Uno dei massimi statisti italiani del XX secolo che, di certo, è una fonte d’ispirazione anche per chi cerca di fare bene il mestiere della politica nel nuovo Millennio.
Europeista ma federalista, Spadolini guardava alla Svizzera come a un modello, perfetta sintesi dello stato nazionale multilingue e consociativo: laica e repubblicana, conglomerato di fedi diverse liberamente professate nella tolleranza e nel rispetto. Spadolini vedeva nella Confederazione il Paese del rigore, delle sovranità popolari, dal livello del Comune fino a quello della Confederazione.
Quanto forte fosse l’ammirazione di Spadolini per la Svizzera si capisce dalle sue stesse parole; in un’intervista del 1982 descriveva il suo sogno di «un’altra Italia, quella che noi stiamo cercando di far vivere oggi». Descrivendo questo sogno, parlava di un Paese «delle autonomie, dove c’è uno spazio per il pluralismo sociale e culturale».
Noi svizzeri amiamo dire che abitiamo nel Paese del compromesso. Il Cantone che insieme ai miei quattro colleghi ho il privilegio di contribuire a governare ne è un buon esempio, e fa da specchio anche per la realtà federale. Con un potere Esecutivo che vede coinvolti quattro partiti da destra a sinistra, il dialogo e il compromesso sono l’unica strada alternativa alle secche della paralisi e dell’impossibilità di rispondere alla richieste dei cittadini. Questo ovviamente rende ogni decisione più lenta e laboriosa, rispetto a sistemi «a colore unico»: eppure, il lavoro di consolidamento delle soluzioni svolto dietro le quinte permette alla fine di rappresentare tutti gli interessi, e fare in modo che nessuna voce che si leva dalla comunità rimanga inascoltata.
Dopo avervi parlato delle lezioni che ho imparato preparando questo mio intervento, è forse questa la lezione che posso permettermi di condividere con voi. Una lezione che riassume il modo svizzero di fare politica, e dice che nessuno può pensare seriamente di amministrare lo Stato semplicemente conquistando il potere e ignorando le rivendicazioni di una parte dello spettro politico.
Concludo qui questo mio intervento, non senza una certa fretta di lasciare la parola e di rientrare nei miei panni di politico; di rimettermi, cioè, in una posizione di ascolto e massima attenzione. In questo mio sentimento sono confortato proprio da una frase di Giovanni Spadolini, che mi ha molto colpito e che credo porterò per molto tempo con me: «L’intellettuale deve cercare le verità, il politico si deve impegnare nell’azione. Essenziale è far sì che l’azione non contraddica la verità. Alla fine il politico che conta è quello che più ha contribuito alla causa della verità e della libertà».
Grazie per l’attenzione.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ospite a Firenze

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ospite a Firenze

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Il Dipartimento delle istituzioni comunica che oggi, 27 ottobre 2016, Norman Gobbi sarà ospite a Firenze su invito del locale Circolo svizzero. Il Consigliere di Stato introdurrà – quale rappresentante istituzionale della Confederazione – il seminario intitolato «La comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi», e coglierà l’occasione per partecipare ad alcuni incontri istituzionali.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, accompagnato per l’occasione dal Delegato per le relazioni esterne Francesco Quattrini, terrà il discorso introduttivo del seminario, organizzato dal Circolo svizzero di Firenze in collaborazione con la Fondazione Spadolini “Nuova Antologia” e il Gabinetto Vieussieux. L’evento sarà seguito da incontri istituzionali con varie personalità del capoluogo toscano, fra cui il Presidente dell’Istituto Universitario Europeo prof. Renaud Dehausse, la Vice-sindaco Cristina Giachi, l’Ambasciatore d’Italia presso la Confederazione Marco Del Panta e alcuni rappresentanti del mondo economico e culturale.

L’incontro si inserisce nella politica di relazioni esterne del Cantone, in particolare tra la Svizzera e le sue comunità estere.

Casellario giudiziale, il governo non cambia

Da laRegione | Nessuna intenzione, almeno per ora, di rivedere l’obbligo per i permessi B e G

Dopo un anno di protagonismo mediatico assoluto, all’improvviso è sparito dalla circolazione. Abbandonato al suo destino nel maggio scorso, di tanto in tanto, negli ultimi mesi, ha fatto capolino fra le righe di qualche articolo, rotolando tuttalpiù in mezzo alle parole di qualche nostalgico, ma senza troppo successo. Che fine ha fatto il casellario giudiziale? A che punto sono i lavori al Dipartimento delle istituzioni? A maggio 2016, ricordiamo, il governo, sull’onda di mesi di polemiche, aveva dato mandato al Di di presentare un’alternativa “compatibile con il diritto internazionale” prima dell’entrata in vigore degli Accordi Svizzera-Italia. Lo aveva fatto dopo aver sospeso (nel novembre 2015) la richiesta dei carichi pendenti, ma mantenendo in vigore la misura “straordinaria” concernente l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i permessi B e G. Ebbene, a più di 5 mesi da quella decisione si è mosso qualcosa, o s’intende farlo a breve? La risposta è no. Stando a RadioFiumeTicino il Dipartimento delle istituzioni non si sarebbe infatti ancora messo in moto per dare seguito alle richieste del governo, stabilizzandosi su un atteggiamento sostanzialmente attendista. Insomma, i tempi stringono (a febbraio scade il termine d’applicazione del voto sul 9 febbraio, che potrebbe sbloccare gli accordi con l’Italia), ma sul piatto non sembrano ancora esserci alternative – né concrete, né almeno ipotizzate o abbozzate. Un atteggiamento dettato da semplice noncuranza o frutto di una precisa strategia politica? «Il nostro territorio – ha spiegato ai microfoni di RadioFiumeTicino il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi – deve potersi preservare dalla presenza di persone non desiderate che hanno già commesso dei reati gravi all’estero. Giovedì, a Berna, ho ribadito al presidente della Confederazione Johann Schneider Ammann e ai Segretari di Stato de Wattewille e Gattiker che negli ultimi due anni e mezzo sulle 200mila e passa decisioni prese dall’Ufficio della migrazione del Canton Ticino solo l’1% è stato negativo: la metà per motivi economici e l’altra metà per motivi di ordine pubblico. Quindi si tratta di discutere sullo 0,5% delle decisioni che grazie a questa misura riusciamo a depistare. Altrimenti avremmo molta più difficoltà a farlo». Nessuna fretta dunque. Eppure, come noto, il nodo sul casellario è una delle pietre d’inciampo per l’Italia nella ratifica dell’Accordo sulla fiscalità dei frontalieri, un accordo già firmato da parte Svizzera ma bloccato a Roma alla Camera dei deputati in attesa che il nostro Paese definisca le proprie posizioni in materia d’immigrazione. «È notorio che gli italiani hanno ottenuto su altri banchi quello che a loro premeva di più» precisa Gobbi a Rft. E su questa linea, a quanto pare, c’è l’intero governo.

Polizia, previsti ulteriori accorpamenti

Polizia, previsti ulteriori accorpamenti

Da Ticinonews.ch | Nella Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza focus su forze dell’ordine, dissimulazione del volto e radar

L’avanzamento della riforma dei rapporti tra le Polizie cantonale e comunali, l’applicazione delle nuove disposizioni su ordine pubblico e dissimulazione del volto negli spazi pubblici e la strategia in materia di controlli radar. Questi gli argomenti principali discussi venerdì a Palazzo delle Orsoline, nella 11. riunione della Commissione cantonale consultiva sulla sicurezza.

La riunione ha visto coinvolti il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, i municipali dei Comuni-Polo e i rappresentanti delle forze dell’ordine, con l’obiettivo di fare il punto sulla situazione su vari temi legati alla sicurezza nel nostro Cantone.

L’incontro si è anzitutto concentrato sull’attuazione della Legge cantonale sulla collaborazione tra polizie, entrata in vigore il 1. settembre 2015 per gli otto circondari istituiti sul territorio cantonale; è stato in particolare verificato che tutte le convenzioni tra i Comuni sono state consolidate. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha poi espresso l’intenzione del Dipartimento di procedere a ulteriori accorpamenti fra regioni, per migliorare la collaborazione e la ripartizione dei compiti fra la Polizia cantonale e i corpi comunali. In questo ambito ha inoltre informato che entro la fine del 2016 intende costituire il Gruppo di lavoro che lavorerà sul dossier della Polizia ticinese, coinvolgendo attivamente la Conferenza.

Il Dipartimento delle istituzioni ha quindi presentato ai rappresentanti dei Comuni il primo bilancio dopo l’entrata in vigore – lo scorso 1. luglio – del Regolamento di applicazione della legge sull’ordine pubblico e della Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici. Nei primi tre mesi, le polizie comunali si sono occupate principalmente di accattonaggio e disturbo alla quiete pubblica; nei casi di dissimulazione del volto, la maggior parte delle turiste ammonite dalla polizia ha cooperato e si è prontamente adeguata alle nuove disposizioni. In merito a questa norma è stato comunque ricordato che è tuttora pendente un ricorso al Tribunale federale.

La Conferenza consultiva tornerà a riunirsi venerdì 7 aprile 2017.

Servizi nelle periferie: «Solo le Istituzioni dislocheranno»

Servizi nelle periferie: «Solo le Istituzioni dislocheranno»

Dal Corriere del Ticino | Il Consiglio di Stato ha preso posizione su una mozione, datata 21 settembre 2015 e presentata per il gruppo PPD dal parlamentare Marco Passalia, che chiedeva di creare posti di lavoro nelle zone periferiche del cantone delocalizzando determinati servizi dell’Amministrazione pubblica. Ebbene, nel proprio rapporto l’Esecutivo risponde sostanzialmente picche agli auspici dei mozionanti, rilevando comunque «la volontà di inserire il tema nelle Linee direttive 2016-2019». Nel merito tuttavia il Governo precisa: «Gli approfondimenti compiuti dai Dipartimenti non hanno permesso di identificare, al momento attuale, servizi da dislocare da parte del Dipartimento delle finanze e dell’economia, del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport e del Dipartimento della sanità e della socialità».

Se il Dipartimento del territorio, si sottolinea nel rapporto, era stato escluso dall’analisi in quanto tutti i servizi dello stesso sono stati di recente collocati presso il nuovo stabile amministrativo di Bellinzona, l’unico che ha intrapreso o intraprenderà nel breve termine dei passi nella direzione tracciata dalla mozione è il Dipartimento delle istituzioni. «Quest’ultimo – precisa il Consiglio di Stato – ha per contro deciso di continuare con i propri progetti di dislocazione in collaborazione con la Sezione della logistica». In tal senso ricordiamo che il gruppo di lavoro incaricato nel 2012 dall’Esecutivo di approfondire il tema, aveva individuato 13 unità potenzialmente dislocabili.
«È importante evitare malintesi»

«È importante evitare malintesi»

Dal Corriere del Ticino | Incontro tra Johann Schneider-Ammann e una delegazione dell’Esecutivo per discutere su Prima i nostri – Beltraminelli: «Siamo stati trasparenti» – Gobbi: «Non ha senso che il Consiglio di Stato non reagisca»
Nuova trasferta a Berna ieri mattina per una delegazione del Consiglio di Stato: Paolo Beltraminelli , Christian Vitta e Norman Gobbi hanno incontrato il presidente della Confederazione Johann Schneider-Ammann . Tema del colloquio, durato un’ora, il sì all’iniziativa Prima i nostri e al controprogetto sul dumping salariale. Oltre al consigliere federale erano presenti il segretario di Stato per la migrazione Mario Gattiker e il «super negoziatore» Jacques de Watteville , responsabile delle discussioni con Bruxelles, come pure Rolf Gerspacher del Segretariato di Stato per l’economia SECO.
L’incontro è stato chiesto e ottenuto dal presidente del Governo ticinese con lo scopo di «garantire la massima trasparenza nei confronti della Confederazione», come ci ha detto nella hall del Bellevue, lo storico hotel situato di fianco a Palazzo federale che spesso fa da lussuoso contorno a strategie politiche. L’iniziativa Prima i nostri infatti «si inserisce in una trattativa che è già molto difficile, quella concernente il voto del 9 febbraio 2014, ed è importante che non si creino malintesi». I tre consiglieri di Stato hanno dunque spiegato a Schneider-Ammann che il testo accolto dai ticinesi chiede l’introduzione di una preferenza indigena nel mercato del lavoro, sulla stessa linea di quanto sta elaborando il Parlamento federale per applicare l’iniziativa contro l’immigrazione di massa. «Abbiamo anche segnalato che a nostro avviso il modello approvato dal Nazionale deve essere reso più incisivo», come già fatto notare la scorsa settimana alla Commissione degli Stati. Inoltre la delegazione cantonale ha riassunto quello che già oggi si sta facendo in Ticino per favorire l’impiego della manodopera residente, in particolare nell’amministrazione cantonale.
Dal canto suo Schneider-Ammann, cui è stato consegnato un dossier esplicativo del voto del 25 settembre, ha apprezzato la volontà del Ticino di operare in modo collaborativo. Ha inoltre manifestato l’intenzione del Consiglio federale di non interferire in questa fase con i lavori del Parlamento federale: in dicembre infatti le due Camere dovrebbero accordarsi su una proposta definitiva di applicazione del 9 febbraio.
Si attende il Gran Consiglio
Riguardo all’istituzione del tavolo tecnico, in seguito alla lettera aperta inviatagli dal consigliere nazionale Marco Chiesa e alle dichiarazioni di Gobbi sul Mattino, Beltraminelli ha ribadito che «aspetteremo la decisione del Gran Consiglio», aggiungendo che la richiesta di farsi parte attiva «l’abbiamo esaudita velocemente, recandoci prima a Bruxelles e ora a Berna». Gobbi dal canto suo ha sottolineato di avere «chiesto che il Governo possa lavorare in parallelo. Questo perché ci sono sì misure prettamente legislative e quindi di competenza del Gran Consiglio, ma altre sono esecutive e quindi di nostra competenza, che possono già essere adottate con urgenza per dare un segnale chiaro». Il direttore delle Istituzioni cita la preferenza indigena nel settore pubblico, parapubblico e negli enti sussidiati. «Non ha senso che il Governo non reagisca al voto popolare», ha soggiunto.
All’incontro è stato anche discusso l’ottenimento della garanzia federale: «È stato sollevato che la garanzia potrebbe essere messa in discussione da parte di alcuni parlamentari, come era già emerso subito dopo il voto», ci ha detto Gobbi riferendosi ai deputati socialisti, «d’altra parte a mio avviso ciò non costituisce un vincolo frenante nel trovare misure più incisive nel quadro legislativo attuale».
Maggiore fermezza
All’incontro tra Maroni e lo stesso Beltraminelli avvenuto mercoledì scorso Gobbi non aveva potuto presenziare e sulle colonne del Mattino aveva bacchettato il presidente del Governo dichiarando che «se fossi stato presidente sarei stato meno accondiscendente». Ieri a Berna invece il direttore delle Istituzioni c’era e Beltraminelli ha tenuto a precisare che «quello che è stato detto oggi è condiviso da tutti e tre». Certo è che la decisione di accompagnare i due colleghi non è apparsa un caso. Gobbi al proposito ha spiegato: «Sono meno accondiscendente, se c’è da dire una cosa la dico indipendentemente dall’interlocutore che ho di fronte. Con cortesia e gentilezza certo, ma con la fermezza che mi contraddistingue. Non è che non mi fidi dei colleghi, mercoledì con Maroni non ho potuto esserci, questa volta sono andato a Berna proprio per far capire che il voto su Prima i nostri è uno dei tanti segnali del popolo ticinese per preservare il mercato del lavoro, come lo è stato anche il voto sul dumping salariale».
E proprio su quest’ultimo tema, per quanto riguarda il controprogetto la Confederazione si è detta pronta a sostenere finanziariamente il potenziamento delle misure di controllo del mercato del lavoro, confermando quindi quanto aveva espresso la Segretaria di Stato per l’economia Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch durante la sua recente visita in Ticino.
Una delegazione del Consiglio di Stato incontra il Presidente della Confederazione

Una delegazione del Consiglio di Stato incontra il Presidente della Confederazione

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Una delegazione del Consiglio di Stato ha incontrato oggi a Berna il Presidente della Confederazione Johann Schneider-Ammann – accompagnato dai Segretari di Stato Jacques de Watteville e Mario Gattiker e dal Responsabile del Settore Sorveglianza del mercato di lavoro Rolf Gerspacher – per un aggiornamento reciproco su diversi temi di attualità, comprese le votazioni cantonali del 25 settembre scorso sulle iniziative popolari «Prima i nostri!» e «Basta con il dumping salariale in Ticino!». Il Governo ticinese ha colto l’occasione per ribadire la chiara indicazione delle cittadine e dei cittadini ticinesi a favore dell’introduzione di una preferenza indigena sul mercato del lavoro.

La delegazione del Governo ticinese – composta dal Presidente Paolo Beltraminelli e dai Consiglieri di Stato Christian Vitta e Norman Gobbi, accompagnati dal Cancelliere dello Stato Arnoldo Coduri e dal Delegato per le relazioni esterne Francesco Quattrini – ha anzitutto esposto i possibili scenari per l’applicazione dell’iniziativa cantonale costituzionale «Prima i nostri!», che saranno valutati il mese prossimo dal Gran Consiglio. È stata poi illustrata la procedura con la quale il Governo intende applicare le indicazioni del controprogetto all’iniziativa contro il dumping salariale, anch’esso approvato lo scorso 25 settembre. L’obiettivo di fondo è che le nuove norme – che si aggiungono alle misure introdotte negli ultimi anni – rendano più efficace la lotta agli abusi sul mercato del lavoro ticinese, a vantaggio dei lavoratori e delle imprese che operano in Ticino.

In merito all’applicazione del nuovo articolo 121a della Costituzione federale – come già espresso settimana scorsa nel corso dell’audizione di fronte alla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati – il Consiglio di Stato ha poi ribadito la propria preoccupazione per la mancanza di incisività delle formulazioni relative alla preferenza indigena contenute nella versione approvata dal Consiglio nazionale.

Un accordo di cooperazione internazionale fra il Ticino e la regione di Krasnodar (Russia)

Un accordo di cooperazione internazionale fra il Ticino e la regione di Krasnodar (Russia)

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato – rappresentato dal Presidente Paolo Beltraminelli e dai Consiglieri di Stato Christian Vitta e Norman Gobbi – ha firmato oggi a Berna, nella Casa dei Cantoni, un Protocollo d’intenti con il Governo della Regione di Krasnodar (Federazione Russa): l’obiettivo è di promuovere la cooperazione regionale tra i due territori.

Il protocollo d’intenti sottoscritto dal Ticino, firmato dal Presidente del Consiglio di Stato Paolo Beltraminelli e dal Governatore della Regione del Krasnodar V.I. Kondratiev, si basa sull’accordo sul commercio e sulla collaborazione economica che la Confederazione Svizzera e la Federazione Russa hanno sottoscritto il 12 maggio 1994. Gli ambiti di cooperazione toccati inizialmente da questo primo Protocollo d’intenti, della durata di 4 anni, sono l’agricoltura e l’industria alimentare, l’economia, le stazioni turistiche e il turismo, la scienza, l’istruzione e la cultura.

Un gruppo di rappresentanti della Regione russa di Krasdonar raggiungerà inoltre nel pomeriggio di oggi il Ticino, per una serie di incontri dedicati a temi economici e turistici. È previsto anche un breve ricevimento ufficiale a Palazzo delle Orsoline, con la partecipazione di una delegazione del Consiglio di Stato.

La volontà del popolo prima di tutto

La volontà del popolo prima di tutto

Dal Mattino della Domenica, una mia intervista

“Prima i nostri”, la parola al Consigliere di Stato Norman Gobbi

Assente alla visita di Maroni per un impegno di lavoro all’estero, il Consigliere di Stato leghista – da noi interpellato – dice la sua su come applicare il risultato delle urne dello scorso 25 settembre.

Dopo il voto di 3 settimane fa tiene banco il tema dell’applicazione del voto popolare. Cosa ne pensa il Ministro delle istituzioni?

Il Popolo è sovrano e si è espresso. La volontà popolare va pertanto rispettata. Ed è quello che voglio fare. Il Governo aveva presentato un controprogetto, ma il volere del Popolo non può essere ignorato. Bisognerà trovare una soluzione praticabile. Non ne ho ancora discusso con i miei colleghi, ma ritengo che un tema del genere debba essere affrontato anche da un gruppo tecnico; nonostante lo scetticismo di alcuni verso questa opzione, non dobbiamo dimenticare che una soluzione del genere è stata applicata con successo anche per la votazione riguardo al divieto di dissimulare il viso. Anche il Dipartimento delle finanze e dell’economia ha scelto questa via per attuare l’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino”. Pure in questo caso sarà fondamentale riuscire a trovare un’intesa il più ampia possibile per dare seguito alla volontà popolare.

Lei era assente all’incontro con Maroni per un impegno all’estero agendato da tempo. È soddisfatto di quanto emerso dalla riunione con i suoi colleghi di Governo?

Mercoledì mi trovavo all’estero, ma sono stato informato sulla discussione. Il Presidente della Regione Lombardia ha voluto dare un segnale chiaro ai suoi cittadini. D’altra parte – lo ribadisco – come Governo dovremo impegnarci per dare ai nostri cittadini quello che hanno chiesto, esprimendo un voto chiaro. Se fossi stato presente, posso comunque aggiungere che sarei stato meno accondiscendente e qualche frecciatina al collega Maroni l’avrei lanciata…

Prima i nostri…e una discriminazione degli altri?

Non la leggo in questo modo. Accettando l’iniziativa dell’UDC, sostenuta dalla Lega, il Popolo ha indicato una via per difendere il nostro mercato del lavoro. Il punto della questione è ormai chiaro a tutti: la volontà è di tutelare il nostro mercato di lavoro, difendendo i lavoratori ticinesi. Questo è l’aspetto centrale sul quale dobbiamo lavorare. Ci sono state diverse speculazioni mediatiche soprattutto in Italia, dove il risultato scaturito dalle urne è stato interpretato come un attacco ai lavoratori frontalieri. D’altra parte ogni attore coinvolto in questo genere di dinamiche cerca di tirare l’acqua al proprio mulino…

Quale è la sensazione dal suo osservatorio di Consigliere di Stato?

Ricevo spesso lettere e messaggi, da tanti cittadini ticinesi. Al di là delle cifre e dei dati statistici regolarmente pubblicati, non dobbiamo mai dimenticare le storie di tanti ticinesi che hanno perso il loro lavoro o che temono di perderlo. La concorrenza con i lavoratori frontalieri è un dato di fatto così come il dumping salariale, in particolare nel terziario e per gli impiegati di commercio. Qualche giorno fa alcuni cittadini mi hanno contattato per condividere i loro timori. Sono stati annunciati tagli nel nostro settore bancario e c’è chi teme seriamente per il futuro del proprio impiego. La domanda che alcuni si sono posti e mi hanno rivolto è sempre la stessa: “Perché non è stata ancora applicata già la volontà popolare, favorendoci rispetto ai lavoratori che giungono da oltre Confine?”. Si tratta di una questione che non può più essere aggirata né ignorata. Condividerò senz’altro questa riflessione con i miei colleghi di Consiglio di Stato.

MDD

I figli prima di tutto

Da la Regione | Stranieri, cambia la prassi: no a espulsioni per ‘mere ragioni economiche’ di genitori di minori svizzeri – Una modifica per tutelare le famiglie, ma con dei paletti: il rapporto tra genitore e figlio deve essere vissuto realmente. E non si transige su revoche dovute a fatti più gravi.

La mamma è sempre la mamma. Il papà è sempre il papà. Anche se è di un’altra nazionalità e anche se per sbarcare il lunario deve far capo agli aiuti sociali. Per questo motivo il Consiglio di Stato ha deciso ieri di cambiare la prassi con cui gli Ufficio cantonale della migrazione applica la Legge federale sugli stranieri: per tutelare “i rapporti familiari” i genitori di minorenni svizzeri non potranno più venir espulsi “per mere ragioni economiche, ovvero – specifica il governo in un comunicato diramato ieri in mattinata – per la sola dipendenza dall’aiuto sociale”. Un cambio di rotta forse influenzato dalla pressione esercitata nei mesi estivi dalla politica (vedi articolo sotto) e dall’opinione pubblica e che, in ogni caso, non rappresenta una rivoluzione. Con la nuova prassi il Cantone “avrebbe preso una decisione differente – si legge infatti nel comunicato – solo nello 0,9 per cento dei casi trattati”. Per essere precisi “sul totale delle 456 decisioni negative per motivi economici emesse dal primo gennaio 2010 al 30 giugno 2016, sarebbero state emesse decisioni differenti solo in quattro casi cresciuti in giudicato”. Per i quali, sottolinea l’Esecutivo nella nota, non si torna indietro. La nuova prassi è stata proposta ai colleghi dell’Esecutivo dal capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi ed è stata accolta dal resto del governo. Governo che negli scorsi giorni si era confrontato sul tema con i rappresentanti della Sezione della popolazione del Servizio dei ricorsi dello stesso Consiglio di Stato. Poi la decisione che, spiega alla ‘Regione’ Gobbi, «non è un ‘liberi tutti’, né tantomeno un’autorizzazione a rimanere sul nostro territorio per chiunque. I paletti rimangono stretti». E c’è in particolare un paletto che non può essere aggirato: «Il rapporto tra genitore e figlio deve essere vissuto veramente». Che cosa significa? Significa, continua il responsabile delle Istituzioni, che la nuova prassi si applica quando «il rapporto tra bambino e adulto è reale. Ovvero quando il padre o la madre in questione assolve per davvero i suoi doveri, tenendo viva la relazione affettiva e partecipando effettivamente al sostentamento economico della prole». Non si transigerà inoltre, sottolinea il governo nella nota stampa, “nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento famigliare”. Agli occhi dell’Esecutivo simili comportamenti giustificano, oggi come ieri, il foglio di via per i padri e madri stranieri di figli svizzeri.

‘Non è stato un dietrofront’

Insomma, il governo ha cambiato strada. Segno che in passato si è utilizzato erroneamente il margine di apprezzamento concesso ai Cantoni? «Il margine di apprezzamento – risponde Gobbi – veniva usato in maniera restrittiva con l’obiettivo di evitare abusi. Per evitare abusi anche per quanto concerne gli aiuti sociali erogati a cittadini stranieri che non contribuiscono alla vita economica del nostro Paese. Ora però il governo ha deciso di mettere l’accento sui figli svizzeri». Senza dimenticare, aggiunge il direttore del Di, «che i genitori stranieri espulsi rappresentano una netta minoranza di casi: meno dell’uno per cento negli ultimi due anni e mezzo. E tali decisioni non sono cadute dall’oggi al domani, ma c’erano sempre degli ammonimenti e delle prognosi negative secondo le quali la persona sarebbe dipesa anche in futuro dall’aiuto dello Stato». Nessun dietrofront quindi. «Dire che si è fatto un passo indietro – conclude Gobbi – a mio parere è sbagliato».